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Big Data & C. Chi trova un dato trova un tesoro

Stasera cinema o televisione? Rispondono i Big Data!

[dropcap3]Q[/dropcap3]Quanti di voi sono andati al cinema per vedere ‘The Lone Ranger’?
Indubbiamente pochi, trattandosi di uno dei più recenti insuccessi dell’attuale industria cinematografica statunitense: costato 215 milioni di dollari ne ha incassati ‘solo’ 261, nonostante la presenza di una star protagonista del calibro di Johnny Deep e la regia di Gore Verbinski.
L’equazione insegna che grandi investimenti e attori celeberrimi non innescano più in automatico la soddisfazione del pubblico, sempre più esigente in fatto di narrazioni tanto avvincenti da appagarlo al punto che il costo del biglietto diventa un regalo concesso a se stesso.
Ecco allora che anche le major cinematografiche della dorata Hollywood hanno bisogno del supporto dei Big Data: carte di credito, fidelity card, siti web, pagine e profili sui social network ricompongo il puzzle dei gusti e delle preferenze dell’utente, ricostruiti attraverso la sentiment analysis.
L’ascolto mirato e scientifico, attuato in tempo reale, dei pensieri e delle reazioni degli utenti davanti a un qualsiasi genere di evento, oltre che la rielaborazione di questi stessi input, consente l’accesso ad una miniera d’oro in termini di informazioni utili.
Secondo un modello appositamente redatto, sembrano essere ben dodici i fattori che le case di produzione dovrebbero tenere d’occhio per prevedere il successo o meno di un lungometraggio, suddivisibili a loro volta in due macro-aree di variabili: quelle dipendenti dalla produzione, quali il paese d’origine, il genere, il regista e gli attori, e, ancora, i numeri della distribuzione e della stagionalità, e quelle invece dipendenti  da fattori esterni, come ad esempio la presenza o meno di competitor, le previsioni sul numero degli spettatori possibilmente interessati etc.
Certamente occorre considerare anche l’opinione della stampa e dei critici, ma – se la sentiment analysis è compilataopportunamente – è possibile stimare in anticipo (e con una certa precisione) il futuro gradimento di pubblico di un determinato film, riuscendo a prevedere  il numero di biglietti venduti ancor prima che lo stesso entri in produzione.
Il medesimo approccio è applicabile anche nell’ambito dell’intrattenimento televisivo: Netflix, il popolare servizio statunitense di streming video approdato anche in Italia, ha deciso di sfruttare la grande mole di dati raccolti dai propri abbonati fino al minimo dettaglio, tenendo conto ad esempio di quali scene invece sono viste più volte rispetto ad altre. L’opportunità offerta da questo tipo di analisi non è stata sterile, tant’è che ha portato Netflix alla produzione di contenuti davvero originali, con la creazione di serie TV di successo come “House of Cards” e “Orange is the new black”, osannate dalla critica e pluripremiate.
Ma non è tutto un Dato quello che luccica! Esemplare e in controtendenza vanno infatti gli Amazon Studios, la più grande libreria virtuale sul mercato che ha iniziato a cimentarsi con la produzione d’intrattenimento televisivo, non senza difficoltà.
Dopo una serie di insuccessi iniziali, Amazon ha intascato diversi riconoscimenti durante l’ultima cerimonia dei Golden Globes per la produzione originale “Transparent”. Cosa è cambiato?
Se le scelte del reparto creativo erano determinate inizialmente dai Big Data, con il risultato di una serie iniziale di fallimenti, è arrivata la decisione di affiancare a tali pratiche i migliori sceneggiatori di Hollywood, capaci di miscelare una buona dose di elementi di successo fino alla serie da Golden Globe.
Nessuna illusione dunque, in materia di creatività e contenuti: i Big Data sono preziosi, a volte indispensabili, ma hanno bisogno di “sentimenti” e non solo di sentiment, sapientemente dosati dall’estro e dalla genialità degli autori, ancora fattori al di fuori del controllo delle analisi statistiche e dunque irrinunciabili. Così da vivere tutti felici e contenti, numeri, parole e… pellicole!
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