Categorie
Gli autori di 6Memes

About Michele Vianello: consulente digitale e Digital Evangelist.

[dropcap3]P[/dropcap3]otremmo dire che  sono – in sintesi – un Consulente e un Digital Evangelist. Cosa significa? Che assisto nei processi di digitalizzazione le Imprese, le Associazioni imprenditoriali, le Pubbliche Amministrazioni e gli Ordini Professionali. Sono anche uno “strategist” digitale (web e social strategist), ovvero indirizzo e formo i miei clienti nell’ideazione e realizzazione di strategie digitali per competere negli attuali ecosistemi mediali e avere successo nell’era di Internet.
Assisto in particolare le Pubbliche Amministrazioni nell’adeguare le proprie strutture organizzative, i siti web, la cultura dei dipendenti alla trasparenza e alle modifiche introdotte dalla Legislazione (in particolare Legge Madia), e sviluppo modelli per estendere l’alfabetizzazione digitale nei territori e nelle imprese, perciò formo i digital evangelist nelle Città e nelle aziende.
Recenti studi hanno definito i miei libri sulle smart cities, i miei scritti e il mio account Twitter @michelevianello come “i cluster tematici più virali” in Italia sull’innovazione urbana.
Dal settembre del 2016 collaboro, per sviluppare la strategia digitale, con la società RED srl, (tra gli altri partner scientifici e innovativi, Samsung, IBM, Politecnico di Milano, HPE). Lo scopo della società (di diritto privato) é quello di progettare e di realizzare una città “smart” a Segrate (MI).
In particolare sto approfondendo modelli di business improntati alla valorizzazione dei dati generati dalle attività umane utilizzando le piattaforme digitali… Sono insomma uno specialista in comunicazione digitale nell’epoca del social networking.
Non bastasse, svolgo attività di speaker sulle tematiche inerenti l’Information Technology, elaboro ed attuo moduli formativi rivolti al personale delle imprese, delle pubbliche amministrazioni, delle libere professioni utilizzando metodologie ispirate al social networking, all’open innovation e alla gamification.
Le mie giornate sono duque intense, e  tuttavia trovo sempre il tempo per scrivere. Che è poi il modo più antico, ma anche quello più attuale, di comunicare. Offline e online!


 

Categorie
Gli autori di 6Memes

About Vieri Emiliani: fisico per formazione, innovatore per professione.

[dropcap3]F[/dropcap3]isico per formazione, innovatore e Data Scientist per professione, Vieri, che di cognome fa Emiliani – e già qui potremmo disquisire di Linguistica e arbitrarietà 🙂 – si occupa da oltre 25 anni di ricerca e innovazione, ingegneria di prodotto e sviluppo di business nel settore dell’Information Technology.
Dal 2000 si è dedicato alla realizzazione di software applicati all’analisi dei dati non strutturati, con un particolare focus su Information Retrieval e Natural Language Processing.
Appassionato di modelli e dati, algoritmi di Machine Learning e Intelligenza Artificiale – soprattutto quando questi aiutano a risolvere problemi concreti – è attualmente responsabile dell’innovazione per Maps Group, dove si occupa dell’applicazione di tecnologie innovative a supporto dei sistemi decisionali delle aziende.


 

Categorie
Medicina & Narrazione Sharing Knowledge

Disease e Illness nella riabilitazione. Intervista al dr. Rodolfo Brianti.

Innanzitutto grazie per aver accettato l’intervista su temi cui il nostro blog dedica attenzione da diversi mesi. Nella nostra rubrica “In salute e in malattia”, ad esempio, abbiamo sottolineato più volte (seppure da profani) l’importanza dei fattori culturali e sociali nell’approccio alla malattie e alla sua cura. Approfittiamo quindi della sua disponibilità per chiederle qualche coordinata in più in proposito.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Ringrazio voi per l’invito. A un tema così articolato posso rispondere in maniera specifica solo per quanto riguarda la mia esperienza, premettendo che, nel mio ambito professionale, queste sono questioni particolarmente complesse.

La mia attività clinica riguarda infatti (solitamente) situazioni estreme, in cui gli esiti di una malattia o di un incidente portano la persona sopravvissuta a dover forzatamente cambiare il proprio “modo di funzionare” in base a un quadro complessivo molto mutato rispetto alle proprie capacità e competenze precedenti.
Si tratta quindi di fare i conti con un’immagine di sé pregressa – magari conquistata nel tempo con impegno, fatica e sacrificio – a cui dover in ogni modo corrispondere, pena un senso di inadeguatezza difficilmente scardinabile.
Da questo punto di vista i fattori sociali e ambientali in cui il paziente affronta il proprio percorso di riabilitazione sono sicuramente fondamentali.
[bctt tweet=” I fattori ambientali in cui si affronta il proprio percorso di riabilitazione sono fondamentali.” username=”MapsGroup”]
Perdere infatti il proprio ruolo in famiglia, nella società e nel lavoro, dipendere dagli altri (anziché, magari, essere colui o colei che soddisfa bisogni e necessità altrui), rappresenta in sé un’enorme difficoltà.
E se le competenze cognitive dell’individuo non sono in grado di sostenere la consapevolezza di questa difficoltà – e magari lo stesso ambiente intorno a lui (famiglia, colleghi, contesto sociale) non riesce ad accogliere tale limite – può accadere non solo che non si riescano a riacquistare competenze residue in realtà accessibili, ma anche che si scivoli verso l’isolamento sociale e la disgregazione stessa del nucleo di appartenenza.
In tal senso, quindi, le variabili della famiglia, del contesto più o meno competitivo che circondano l’individuo, il suo status economico e sociale e la sua stessa visione del mondo possono influire in maniera decisiva con il processo di riabilitazione.
Questo, in un ambito in cui tra l’altro non sempre si riesce a distinguere nettamente aspetti cognitivi, organici, psicologici e funzionali.

 

È tutto molto chiaro. Non a caso si parla spesso di una dicotomia culturale nell’ambito della malattia, che distingue nettamente la cosiddetta disease, cioè l’esperienza della malattia sul piano fisico, e l’illness, ovvero la sua esperienza sul piano sociale. A suo parere esistono punti di sovrapposizione o convergenza tra i due approcci alla malattia?

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Per ciascun riabilitatore questa dicotomia è l’orizzonte quotidiano in cui agire. E la cosa non è né semplice né lineare. Spesso, infatti, la malattia che porta a formulare un iter diagnostico e a ipotizzare un conseguente percorso di cura dimentica o sottovaluta l’effetto variabile della malattia sul “funzionamento” della persona colpita a seconda delle sue caratteristiche personali e sociali.
[bctt tweet=”La stessa patologia clinica determina effetti differenti per ogni individuo e situazione.” username=”MapsGroup”]
Suonare il pianoforte, ad esempio, piuttosto che studiare astrofisica, sono entrambe attività che richiedono l’utilizzo di competenze estremamente raffinate. E tuttavia la perdita del perfetto funzionamento di un dito della mano, anche se non dominante, avrà nell’uno o nell’altro caso conseguenza molto diverse sulla capacità di mantenere il proprio ruolo.
Questo è il tipico esempio in cui la stessa patologia clinica può riverberarsi con effetti estremamente diversi sugli individui in base al loro status quo, alla situazione familiare e sociale che li accompagna.
 

In effetti l’esempio che ci porta è emblematico. A partire da questa riflessione quanto incide l’ambiente umano circostante, ovvero quello relazionale, nella cura di una determinata malattia?

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Direi molto. Non a caso quello che una volta si chiamava handicap viene oggi identificato come un limite alla partecipazione, cioè alla capacità di stare nel mondo e a relazionarsi con gli altri attraverso il proprio ruolo.
Si tratta innanzitutto di variabili personali che dipendono da molteplici fattori: dal tipo e gravità della malattia, innanzitutto, ma anche dalle difficoltà di funzionamento che comporta associate alle abilità residue, in grado di compensarne o meno gli effetti.
Allo stesso modo, l’ambiente fisico e sociale circostante incidono in maniera sostanziale. Provo di nuovo a semplificare i concetti con un esempio banale: avere gli stessi problemi fisici di movimento (e dunque di spostamento) in un ambiente rurale piuttosto che in uno metropolitano, può portare a conseguenze molto differenti nella quotidianità. Anche solo il fatto di poter attraversare un passaggio pedonale controllato da un semaforo a tempo può modificare la propria possibilità di interagire con il mondo circostante.

 

Addentrandoci mano a mano nella nostra intervista l’incidenza di fattori sociali e culturali sembra in effetti mettersi a fuoco. Alla luce di questo, quanto può essere importante un approccio, diciamo così, “narrativo”, alla malattie e alla sua cura, sia dal punto di vista strategico che concreto?

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]La cosa che va sempre ricordata in un iter diagnostico e di cura è che – dietro a una serie di segni e sintomi, abilità e disabilità, procedure diagnostiche, terapie e fisioterapie, valutazioni e rivalutazioni – c’è sempre una persona che, purtroppo, difficilmente potrà tornare come prima, e questo dato di realtà rappresenta in sé un ostacolo potenzialmente insormontabile, se non elaborato ed accettato.

In questa lotta difficile anche solo da mettere allo scoperto, un ruolo cruciale lo gioca non solo il malato in quanto individuo, ma anche la sua famiglia e il contesto che lo circondano.
[bctt tweet=”Conoscere la storia del paziente e coglierne le aspettative è fondamentale.” username=”MapsGroup”]
Ogni componente relazionale, infatti, farà facilmente la medesima fatica a staccarsi da quell’immagine iniziale, originaria, di pieno “funzionamento” che diventa un modello irraggiungibile di paragone.
In questo senso, conoscere la storia e il vissuto del paziente e della sua realtà, coglierne le aspettative e lavorare sul cambiamento è parte fondamentale del lavoro di un riabilitatore, o meglio della equipe di lavoro.
Il gruppo di cura, infatti, si confronta per tempi molto lunghi sia con il disabile che la sua famiglia, con cui vive relazioni empatiche complesse, nella frustrazione condivisa di non riuscire mai ad aver un successo pieno.
Dunque, anche dal punto di vista relazionale e ”narrativo” e non solo funzionale, l’obiettivo realistico non è la completa restituzione del malato alla situazione precedente, quanto l’approdo a una nuova realtà possibile, fatto che coincide con il miglior risultato raggiungibile.

 

Quanto, oggi, l’aumentata portata in termini di conoscenza diffusa delle patologie e delle sue conseguenze agevola o rende più difficoltosa a un medico poter “somministrare” la sua cura?

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Anche qui parlo per l’esperienza vissuta in prima persona nel mio lavoro. Il tema è molto complesso e ha mille sfaccettature: mi soffermo solo ad alcune considerazioni.
L’aspettativa attualmente maggioritaria è quella della completa restituzione alla situazione di pre-malattia o trauma, a qualsiasi età e in qualsiasi situazione.
Il lavoro di chi propone un percorso di diagnosi e di cura, invece, è anche quello di ricondurre l’aspettativa alle possibilità realistiche e alle conseguenze da gestire, cosa che non è affatto facile e nemmeno quantificabili in maniera certa e precisa.
Molte volte, infatti, il confronto con i colleghi porta a valutazioni diverse, e altrettante volte alla riabilitazione è assegnato un ruolo quasi magico, al di là della consapevolezza razionale dei vari attori in campo.

 

Grazie mille dr. Brianti. È stato molto chiaro e incisivo. Prima di congedarci c’è qualche altro appunto che vorrebbe condividere con noi?

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Sì, vorrei fare un’ultima considerazione. Dalla mia esperienza ho imparato che la consapevolezza dei limiti e un confronto con gli stessi che non sia “partigiano”, ma basato invece su elementi concreti e scientifici, sono fattori fondamentale nella mia professione, anche rispetto ai temi etici e riguardo al fine vita.
I risvolti individuali e sociali della malattia e delle sue conseguenze vanno infatti affrontati in maniera realistica. Rispettosa e fiduciosa, certo, ma non pietistica e tanto meno populista.
Per questo – anche se so bene di esercitare una professione stimolante, piena di significato e ricca di valori e di esperienze – sono consapevole che si tratta di un lavoro complesso, fatto di limiti e ostacoli, in cui serve una notevole dose di determinazione affiancata a uno sguardo concreto capace di spingersi un po’ più in là un passo dopo l’altro.
[bctt tweet=”I risvolti individuali e sociali della malattia vanno affrontati in maniera rispettosa e fiduciosa, ma realistica.” username=”MapsGroup”]

 


[sf_iconbox image=”ss-zoomin” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
NOTE BIOGRAFICHE
[/sf_iconbox]

Dr. Rodolfo BriantiIl dr. Rodolfo Brianti è attualmente direttore dell’Unità Operativa di Medicina Riabilitativa della Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma. Classe ’61 e co-autore del libro “Storie di cura. Medicina narrativa e medicina delle evidenze: l’integrazione possibile”, sono due le sue specializzazioni: la prima in Neurologia e la seconda in Medicina Fisica e Riabilitazione.

Il suo interesse clinico riguarda prevalentemente la riabilitazione neurologica del “grave cerebroleso adulto acquisito” e le pratiche di diagnosi, cura e riabilitazione relative ai conseguenti danni di movimento, cognitivi e comportamentali. Sempre in questo ambito è Consigliere nazionale della SIMFER, Società Italiana di Medicina Fisica e Riabilitativa.

Cure And Recovery
 
 
Intervista a cura di Natalia Robusti.


Categorie
6MEMES TRENDS Sharing Knowledge

Innova – e sviluppa – la cosa giusta! Partendo dal basso…

[boxed_content type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

[sf_iconbox image=”ss-repeat” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Innovazione & Sviluppo: una parola eleva l’altra.

 
[dropcap3]Q[/dropcap3]uando si parla di innovazione – con la i più o meno maiuscola – si introduce un termine che sembra dire una cosa e invece ne sottintende un’altra.
Innovare non vuol dire infatti (solo) cambiare ciò che esiste apportandovi qualcosa di nuovo, ma anche (e a volte soprattutto) modificare lo status quo cancellandone intere parti, se non tutte.
La prima deduzione è che non tutti i cambiamenti sono necessariamente migliorativi, come invece la parola innovazione vorrebbe lasciare intendere. Forse è per questo che – a rinforzare il verso positivo che ogni sistema sociale complesso attribuisce al meme, in sé potenzialmente equivocabile – arriva spesso in soccorso un altro termine assai meno ambiguo: Sviluppo economico.

[bctt tweet=”Innovare non vuol dire solo cambiare ciò che esiste apportandovi novità…” username=”MapsGroup”]
Innovazione e sviluppo economico, spesso a braccetto, intraprendono così un processo che, partendo da un cambiamento anche radicale dello status quo, insegue, nel tempo, un’evoluzione giocoforza positiva, poichè generatrice di ricchezza.
Ma se le cose fossero così semplici, allora – a maggior ragione in un’epoca come l’attuale, in cui la tecnologia vola alla velocità della luce (e forse pure di più) – non si capirebbe come mai ogni tentativo di innovazione incontri spesso così tanti ostacoli.
Quella che in realtà scende in campo a opporsi alle istanze di cambiamento, infatti, è una percezione – singola e collettiva – fondante, forse la più importante a livello sociale: quella relativa alla stabilità.
[/boxed_content] [boxed_content type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

[sf_iconbox image=”fa-connectdevelop” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Lasciar la strada vecchia per la nuova:
PA e digitalizzazione.

 [dropcap3]U[/dropcap3]n proverbio è tanto più forte quanto più estende le sue radici nell’orizzonte dei significati di una società: “Chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quel che lascia non sa quel che trova” è senz’altro un proverbio che di chilometri ne ha macinati parecchio.

Questo, a volte, sembra purtroppo essere il leitmotiv della nostra Pubblica Amministrazione. Che, per non rinunciare a nulla, spesso non lascia, ma raddoppia, in un cortocircuito tra documenti e iter burocratici che se la contende tra cartaceo e digitale in una sorta di labirinto che di semplificato non ha nulla o quasi.
Di questo tema parla in maniera esaustiva Massimo Canducci, professore di Innovation Management Università di Torino e responsabile Innovazione di Engineering:

“La trasformazione digitale della PA è un meta-progetto di innovazione che deve concentrarsi sull’identificare, pianificare e governare tutti i sotto-progetti (…) e non, come purtroppo spesso accade, una conversione al digitale di processi antiquati e lontanissimi dalle esigenze della popolazione.”

Per non essere troppo critici, tuttavia, dobbiamo tenere conto che molto, in termini di resistenza al cambiamento, dipende dall’ecosistema in cui l’innovazione tenta di proporsi, e che quelli delle amministrazioni pubbliche sono senz’altro scenari molto complessi, il cui il timore di una destabilizzazione esiste.

L’effetto più o meno dirompente (disruptive, si dice oggi) di ogni innovazione dipende infatti dal contesto in cui agisce il cambiamento, soprattutto in termini di percezione, perché non è affatto detto che a uno status quo granitico corrisponda una situazione di reale stabilità.
[bctt tweet=”L’effetto dirompente di ogni innovazione dipende dal contesto in cui agisce.” username=”MapsGroup”]
La portata di tale punto di vista è sostanziale. Tant’è che mentre i cliché tipologici che dividono a livello planetario gli schieramenti politici in destra e sinistra sembrano destinati a lasciare il tempo che trovano, la coppia in antitesi conservatore-progressista e più che mai attuale e soprattutto trasversale.
Come per tutto ciò che riguarda i sistemi sociali, infatti, la resistenza è d’obbligo, e tuttavia è esattamente in questo incrocio ossimorico tra stabilità e cambiamento che sta il seme fecondo dell’evoluzione, rappresentato da un’idea di possibile miglioramento.
D’altra parte niente è immobile; nemmeno noi, che cambiamo a ogni istante con lo scorrere del tempo, e nemmeno il nostro pianeta e il sistema biologico in cui viviamo.
[/boxed_content] [boxed_content type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

[sf_iconbox image=”ss-eject” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Per niente immobile: la società che si muove.
Dal basso verso l’alto.

 
[dropcap3]C[/dropcap3]osa accade quando l’istanza dell’innovazione parte come si dice dal basso, e sono i singoli – intesi come individui, ma anche singole imprese, cooperative sociali o gruppi di lavoro – a portane avanti i valori? Le cose si fanno interessanti. E il fenomeno – seppure a macchia di leopardo – è comunque messo a sistema. Tanto che è stato coniato un nome recente: social innovation, anche se, come illustrato in un articolo di Anna Peron:

“il concetto che esso in sé esprime è piuttosto familiare: rimanda all’insieme delle nuove idee che intendono incontrare i bisogni insoddisfatti della società, modelli elaborati per risolvere le svariate sfide sociali e ambientali esistenti.”

Si tratta in pratica di un modello di innovazione che salta a più pari gli ostacoli di cui abbiamo parlato sin qui perché parte da situazioni di disagio, di non rispondenza.
Situazioni in cui la necessità aguzza l’ingegno – spesso dei singoli – e questo si riverbera in bene comune. E che, più di una volta, si traducono in un secondo tempo in veri e propri modelli di business. Il fenomeno è stato studiato a fondo, ed è stato determinato che le dinamiche principali in ogni innovazione sociale sono tre:

“Innanzitutto si tratta in genere della combinazione ibrida di elementi che già esistono (…) In secondo luogo, l’innovazione è trasversale rispetto ai confini organizzativi e alle pratiche gestionali tradizionali. Infine, appunto come detto in precedenza, essa favorisce la creazione di forti legami relazionali tra coloro che in qualche modo contribuiscono alla diffusione dell’innovazione.”

[bctt tweet=”Esiste un modello di innovazione che salta a più pari gli ostacoli…” username=”MapsGroup”]
In un interessante workshop sull’impresa sociale in Italia, ad esempio, si sottolinea come sia stata proprio la tecnologia a rivelarsi strumento sociale capace di generare valore secondo direttive ben precise:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]la coproduzione, leva capace dimigliorare il rendimento delle imprese;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]l’equilibrio tra “apertura” e “chiusura” e le dimensioni virtuali e reali;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]la capacità diintessere partnership e di valorizzare il ruolo degli intermediari;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]la sperimentazione di nuovi approcci su piccola scala che poi possono essere scalati su larga scala;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]la capacità di realizzare modelli di business ibridi tra profit e no-profit.
La finalità riconosciuta a tali processi innovativi è considerata una sfida per l’Europa, al fine di

“poter acquisire un vantaggio competitivo in innovazione sociale attraverso lo sviluppo di ecosistemi dell’innovazione distribuiti, piuttosto che favorire mercati i cui operatori dominanti stabiliscono i termini di innovazione e i meccanismi di concorrenza”.

… Esiste qualcosa, oggi, di più strategico di questo proposito?
[/boxed_content] [boxed_content type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

[sf_iconbox image=”ss-usergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Un passo dopo l’altro: la strada nuova che non lascia indietro.

 
[dropcap3]I[/dropcap3]nnovare davvero, dunque, è impresa non da poco. Eppure non solo è possibile, ma appare sempre più indispensabile. Per non restare indietro e non perdere il passo.
Come fare per trasformare i timori (comprensibili) e gli ostracismi (a volte un po’ meno legittimi) che accompagna ogni trasformazione e cambiamento?
Allargare la platea dei protagonisti potrebbe essere una strada, e far conoscere le buone pratiche e le avventure a lieto fine potrebbe essere un bivio della strada principale.
[bctt tweet=”Innovare significa allargare la platea dei protagonisti e diffondere buone pratiche” username=”MapsGroup”]
Perché se è vero che a ogni azione corrisponde una reazione, allora è anche vero che ogni istanza di cambiamento attiva delle risposte, non necessariamente uguali e contrarie…
Ma, più di tutto, occorre  fare di se stessi soggetti attivi, portatori non solo di interessi, ma anche di proposte e progetti di cambiamento, senza aver paura di apparire troppo insoddisfatti del proprio status quo, perché, come ricorda Anna Peron:

“(..) l’innovazione sembra essere attivata dalla pressione sociale esercitata dalla presenza di bisogni disattesi la cui soddisfazione permette di migliorare le condizioni di vita delle persone. È dunque proprio l’insoddisfazione a essere un importante driver ma da sola non è sufficiente.”

In fondo – come ci racconta un altro celebre detto popolare, chi si ferma è perduto!
 

Approfondimenti.

Per chi volesse curiosare nel panorama italiano alcuni degli esempi di innovazione sociale, consigliamo la lettura di questo articolo: si va dall’incentivo alla gestione virtuosa del patrimoni demaniali alla riqualificazione dei territori, dal crowdfunding per il sociale al riuso degli abiti e degli accessori prodotti dal mondo della moda sino al microcredito.
 
[/boxed_content]