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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

La “mediazione” come pratica sociale essenziale per lo sviluppo (pacifico) dell'Uomo. Intervista al dott. Vincenzo Antonio Orefice.

[dropcap3]P[/dropcap3]robabilmente nessuno di noi, anche soltanto pochi anni fa, immaginava un’estensione delle potenziali “aree di conflitto” come è purtroppo quella attuale, intendendo con tali aree non tanto (o non solo) quelle geografiche, ma anche e soprattutto quelle sociali e culturali, con la recrudescenza di temi dirompenti in materia ad esempio di diritti e doveri, solidarietà e sovranità, accoglienza e diritto all’autodifesa, solo per citarne alcuni.
L’immanente trasformazione degli scenari e degli equilibri socio-economici, politici e ambientali, infatti, a livello non solo globale, ma anche locale, è accelerata (non per questo semplificata, ma, anzi complicata) dalle attuali enormi possibilità comunicative, in-formative o de-formative che siano.
[bctt tweet=”Nuove contingenze rendono gli attori dei potenziali conflitti g-locali pericolosamente vicini.” username=”MapsGroup”]
Queste contingenze rendono gli attori dei potenziali conflitti pericolosamente “vicini” dal punto di vista della possibilità di incontro-scontro, mantenendoli però su versanti irrimediabilmente opposti (e contrapposti) se non adeguatamente indirizzati e contenuti in contesti dialettici piuttosto che conflittuali.
Risulta quindi evidente quanto sia di primo interesse la capacità dialogante di chi – per professione o per vocazione – si pone come argine mediativo e compositivo in qualsivoglia contesto capace di innescare pericoli, a volte irreversibili, di frattura al dialogo e quindi alla convivenza pacifica.
E questo riguarda tutti i sistemi sociali: dalla scuola alla politica, dalle questioni di genere a quelle lavorative.
Per affrontare in maniera approfondita la questione, noi di 6MEMES abbiamo proposto all’avvocato Maria Bonifacio, già autrice del nostro blog, di intervistare sul tema il dott. Vincenzo Antonio Orefice, Giudice Onorario emerito presso la Corte di Appello di Napoli (sezione Minorenni), figura oltremodo esperta nel campo delle Scienze sociali e laureato in Scienze dell’Educazione, Teologia e Pedagogia.

Il topic scelto è, evidentemente, quello della Mediazione nella sua eccezione più estesa, intesa come luogo terzo e neutrale per accogliere tutte le istanze, anche diametralmente opposte tra loro, e ricondurle in una possibilità dialettica di relazione “pacifica” e soprattutto costruttiva.

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Grazie dott. Vincenzo Antonio Orefice per aver accettato il nostro invito. Iniziamo con una domanda introduttiva: come esperto in Mediazione, di cosa si occupa in particolare?

Grazie a voi per avermi dato la possibilità di condividere il mio pensiero e la mia esperienza nell’ambito della mediazione. In quanto mediatore, mi considero innanzitutto un facilitatore del dialogo tra le parti che non consiglia né giudica, ma resta neutrale, equi-vicino ed equi-prossimo.

La pratica della mediazione, a tal proposito, può rappresentare – in sé – un vero e proprio modus operandi nella gestione dei conflitti?

Certamente. La mediazione rappresenta in concreto la modalità attualmente considerata come maggiormente in grado di produrre cambiamenti positivi nelle relazioni e nelle situazioni conflittuali di raggiungere obiettivi sorprendenti.

Nel corso dell’ultimo trentennio sono emersi nuovi ambiti d’intervento e nuove strategie che hanno portato ad elaborare modelli operativi e schemi teorici.

La mediazione del conflitto è una disciplina innovativa che aiuta a dialogare facendo scoprire alle parti la bellezza della collaborazione e la creatività nella ricerca di soluzioni soddisfacenti per entrambe le parti.

La mediazione fa passare dalla convinzione del “vicolo cieco” alla scoperta di “autostrade”. Essa si differenzia dai più tradizionali e noti interventi nei campi della psicoterapia, del counseling, della consulenza, dell’intervento educativo o giuridico.

G.V. Pisapia definisce non a caso la mediazione come una “terra di mezzo” che si caratterizza come luogo di ri-costruzione della connessione, attraverso l’individuazione di uno spazio sociale al cui interno possano svilupparsi gli in-contri “ricostitutivi” tra le parti in conflitto.

Nel contesto sociale in cui viviamo, il conflitto è esasperato e improntato ai massimi sistemi su tutti i fronti: sociali, ideali, economici. A suo parere, quanto incide la componente mass mediale nell’aumentare i toni e, dunque, il conflitto stesso?

I conflitti in famiglia, nella scuola, negli ambiti comunitari, nella strada e sui territori informali sono alla base dell’assalto mediatico.

Tuttavia, sebbene esistano in molte città, centri e servizi per la “mediazione” dei conflitti che stanno producendo risultati di notevole interesse, in particolare sui modelli di convivenza territoriale dei cittadini, l’attenzione dei media rimane tutta rivolta alle tragedie.

L’etica e i valori pedagogici sono sacrificati all’audience. Sarebbe opportuno che i media, invece, divulgassero maggiormente la cultura della mediazione, ad esempio la mediazione sociale, che può rispondere ai conflitti di seconda generazione, quelli cioè di vicinato, di quartiere, familiari, interculturali, di ambiente e sul posto di lavoro.

Tutto ciò, laddove si possono vivere una serie di incomprensioni, offese e violenze, più o meno palesi, che necessitano di una riparazione da parte della vittima possibilmente non vendicativa – anche se legittimata da una legge dello Stato – ma che vada nel senso di una giustizia riparativa e che porti a una evoluzione del reo, ridonando, al contempo, fiducia e soddisfazione alla vittima. Stante il fenomeno emulativo, direi che i media potrebbero fare davvero la differenza.

Quello che la formazione delle parti in causa deve trasmettere è quindi la consapevolezza che, nel rispetto dell’autonomia delle parti, il mediatore è l’ingrediente necessario per modificare orizzonti e prospettive e deve giocare quel ruolo fino in fondo?

Le decisioni che le parti raggiungono sono prese esclusivamente da loro e non influenzate o indirizzate dal mediatore.

Senza una chiara differenziazione nella sua pratica, la mediazione può perdere il suo valore unico e le persone possono non cogliere nessuna diversità fra tale attività e le altre forme di intervento di terze parti.

Inoltre, non c’è nessun’altra occasione di intervento sul conflitto come la Mediazione che consenta alle parti di migliorare la loro interazione affrontando nel contempo il conflitto stesso.

Se la mediazione perde di vista questo obiettivo, niente altro potrà sostituirla nei suoi risultati e l’opportunità per le parti di crescere individualmente e il riconoscimento andrà perduta.

Si può affermare, dunque, che vi sia bisogno di una vera e propria rivoluzione culturale?

Assolutamente sì. Tenuto conto che con il ventesimo secolo si è affermata definitivamente l’idea che l’uomo meriti una uguaglianza e un pari trattamento di fronte a quel dolore che egli decide di non vivere in silenzio, e per il quale egli reclama una condivisione di senso.

È indubitabile che, nel corso del secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle, la forma primaria di responsabilizzazione e di riparazione con il risarcimento del danno ha rappresentato l’unica modalità di dialogo e l’unico modo di dare un valore, un prezzo ed una qualità alla sofferenza.

A mio avviso, la modalità risarcitoria, se non si accompagna ad altre forme di riparazione, corre il rischio di finire semplicisticamente col sovrapporsi alla perdita irreparabile sofferta, all’offesa subita: il denaro diverrebbe così il doppio equivoco della sofferenza. Lo sviluppo della cultura e dell’intervento della mediazione, sottolineano l’importanza di adottare una logica allargata dove anche l’intervento sulla cultura della comunità risulta centrale.

Considerato che il conflitto si riverbera nei vari ambiti, sia privati intra-familiari che professionali e aziendali, a suo avviso si potrebbe strutturare un modello di mediazione aziendale? Se sì, in che modo?

Certamente.
Questo, muovendo dall’assunto che fare mediazione significa, prima di tutto, prendersi cura (seppure con modalità inedite sul piano socio istituzionale) di comportamenti cosiddetti antisociali e/o antigiuridici che compulsivamente, im-mediatamente producono in noi stessi e negli altri sentimenti molto potenti di rivolta e risentimento, tradimento e rabbia, desiderio di vendetta e disonore, umiliazione e senso di colpa… tutte emozioni non solo difficilmente contenibili, ma capaci anzi di auto-alimentarsi.

Per fare mediazione, dunque, occorre anzitutto reggere la paura dei potenziali effetti distruttivi di questi sentimenti sociali.

E’ da tale non-luogo che il mediatore cerca di incontrare la fonte di quei conflitti che creano un vuoto, un isolamento dei singoli configgenti nel proprio vissuto, nella propria versione dei fatti, nella propria solitudine e separazione dall’altro.

Le parti possono raggiungere una diversa percezione l’una dell’altra, scoprire un nuovo linguaggio per parlare, provare a (ri)costruire la loro relazione elaborando nuove regole che saranno utili per affrontare concretamente gli effetti del conflitto e del disagio che stanno vivendo.

Mediare, come forma verbale che connota l’attività di mediazione, vuol dire ricollegare quello che è adesso sconnesso perché la relazione e il circuito si sono interrotti, ma il circuito e la relazione erano e potranno essere in funzione.

In altre parole, la mutua responsabilità da far emergere in un contesto aziendale. Bisognerebbe lavorare sulla capacità e possibilità delle risorse/contendenti di trovare da soli una soluzione alla propria controversia aumentando il processo di crescita di ciascuno e il riconoscimento reciproco.

Questo, consentirebbe di trasformare gradualmente la qualità delle interazioni da oppositive e conflittuali a costruttive e collaborative, portando  a cambiamenti fruttuosi sia nelle relazioni che nella qualità del contesto ambientale dell’Azienda.

Quando si parla di necessità di ricerca e di innovazione nelle Aziende, ci si deve riferire principalmente a quella legata alla principale risorsa dell’Impresa e cioè le persone che fanno la differenza e possono dare alla Società il valore aggiunto che tante altre non hanno.

Grazie dott. Orefice. È stato davvero incisivo e innovativo nelle sue considerazioni: ne faremo tesoro.

Maria Bonifacio


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In conclusione, per i nostri lettori, potremmo dire che il discorso sulla mediazione apra nuovi orizzonti di senso. Nel panorama sociale attuale, in cui l’identità è in continua ridefinizione, non vi è bisogno di giudizi né di “cure” prescrittive, ma di decifrazioni pazienti.

Pensare alla mediazione non come ad una modalità capace di attivare “speranze di cambiamento e redenzione”, e tanto meno come a una (o, peggio, LA) soluzione, ma piuttosto come a una modalità cognitivamente più aperta e disponibile a passare dal momento distruttivo a quello curativo, per accogliere il disordine che le società odierne esprimono e convogliarlo in un flusso costruttivo.


 

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6MEMES TRENDS Trasparenza e Partecipazione nella PA

La città della trasparenza. Di Michele Vianello.

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Il diritto di partecipare alla vita della Pubblica Amministrazione

 
[dropcap3]N[/dropcap3]el mio precedente articolo ho argomentato su come una forte e incisiva riforma della Pubblica Amministrazione possa avvenire a condizione che i cittadini siano consapevoli della possibilità di esercizio di una serie di diritti che la nuova legislazione, CAD (Codice dell’amministrazione digitale) e FOIA (Freedom of Information Act) in primis, mette a loro disposizione.
La legislazione più recente, infatti, si limita – ed è un eufemismo, ovviamente – a sancire i diritti per il cittadino, affidando poi all’AgID (Agenzia per l’Italia Digitale) o all’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione) il compito di indicare le forme regolamentari che rendono esercitabili tali diritti.
Viene così sancito, per il cittadino, il diritto di partecipare a ogni procedimento che lo riguarda attraverso strumenti digitali, con l’attestazione ad esempio del diritto di avere una propria e univoca identità digitale, di poter eleggere un domicilio digitale, di effettuare i pagamenti alla P.A. attraverso strumenti digitali e così via.
SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale) e PAGO PA (il sistema nazionale per i pagamenti a favore della Pubblica Amministrazione) sono due esempi specifici attraverso i quali il cittadino esercita propri diritti. A ogni diritto, infatti, deve corrispondere un servizio di cui usufruire attraverso specifiche piattaforme web e grazie a una “buona digitalizzazione” dell’Ente inreressato.
Tutto ciò premesso, tuttavia, fino a quando l’AgID  non varerà le norme e i regolamenti applicativi, queste innovazioni rimarranno teoria anziché divenire pratica, e tali aspettative resteranno, in larga parte, inespresse.
Di più ancora: non essendo a tuttoggi il cittadino a conoscenza dei propri nuovi diritti, non li eserciterà, ritardando così a sua volta – e suo malgrado – il processo di innovazione della Pubblica Amministrazione.
[bctt tweet=”Anche la velocità dei processi di cambiamento si basa sui principi della domanda e dell’offerta.” username=”MapsGroup”]
D’altronde, al di là delle previsioni legislative, la velocità dei processi di cambiamento si basa sui principi della domanda e dell’offerta, e accelerarne il processo non è semplice. Quanto più i cittadini (ovvero la domanda) chiederanno di fruire dei servizi utilizzando strumenti digitali, tanto più la Pubblica Amministrazione (ovvero l’offerta) sarà tenuta ad adeguarsi.
Questo vale anche per la legislazione in materia di trasparenza.
Mi riferisco in larga parte a ciò che è previsto – ormai da tempo – dal D.Lgs. n. 33 del 2013. A causa della storia recente del nostro Paese, infatti, il principio di trasparenza, sul piano normativo, è legato indissolubilmente alla lotta alla corruzione.
Non è un caso che ogni anno le Pubbliche Amministrazioni debbano varare un unico Piano sia per le azioni anticorruzione che per la trasparenza. Così non dovrebbe essere, perché la trasparenza costituisce in sé il valore fondante su cui si consolida l’attività della Pubblica Amministrazione.
I modelli organizzativi, ad esempio, dovrebbero essere pensati, realizzati, finalizzati e traguardati alla trasparenza sia nell’azione amministrativa che nell’accesso alla produzione di dati, atti, documenti etc. di una P.A..
Alcuni esempi concreti: un sito Istituzionale costruito “correttamente” è una condizione sine qua non per esercitare il diritto all’accesso e alla trasparenza. Allo stesso modo, un ciclo documentale interamente digitalizzato è la condizione ottimale sia per reperire le relative informazioni che per poterne fruire. Anche in questi casi, è utile ricordarlo, il cittadino – così come le imprese, i professionisti e le organizzazioni in genere – potranno esercitare un ruolo decisivo.
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Cittadini consapevoli e informati

 
È opportuno, a questo punto, ricordare a tutti noi quanto previsto all’art. 1 (comma 1) del D.Lgs. n. 33/2013:

“La trasparenza è intesa come accessibilità totale dei dati e documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, allo scopo di tutelare i diritti dei cittadini, promuovere la partecipazione degli interessati all’attività amministrativa e favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche.”

Ancora, all’art 3 (comma 1), la legge recita:

“Tutti i documenti, le informazioni e i dati oggetto di accesso civico, ivi compresi quelli oggetto di pubblicazione obbligatoria ai sensi della normativa vigente sono pubblici e chiunque ha diritto di conoscerli, di fruirne gratuitamente, e di utilizzarli e riutilizzarli ai sensi dell’articolo 7.”.

Come si capisce, anche in questo caso, il legislatore ha messo nelle mani dei cittadini importanti opportunità.
I dati e i documenti detenuti dalla P.A. sono resi accessibili al cittadino nella loro totalità (con un unico limite posto negli “interessi giuridicamente tutelabili”, come ad esempio vale per i dati sensibili, giudiziari, a tutela della proprietà intellettuale ecc.), affinché quest’ ultimo possa partecipare in maniera “consapevole” e “informata” alla vita pubblica.
[bctt tweet=”I dati e i documenti detenuti dalla Pubblica Amministrazione sono resi accessibili al cittadino nella loro totalità.” username=”MapsGroup”]
Il cittadino, con tali informazioni, sarà infatti messo in condizioni di vigilare sulle finalità di una P.A. a partire da conoscenze reali e dettagliate.
A tutto questo si deve aggiungere l’obbligo per una P.A. di mettere a disposizione della collettività anche per fini commerciali (Art. 1, comma ter del CAD) dati e documenti per poter essere trasformati e riutilizzati. L’articolo 6, inoltre, verte sulla “Qualità delle informazioni”, riportando che

“Le pubbliche amministrazioni garantiscono la qualità delle informazioni riportate nei sitiistituzionali nel rispetto degli obblighi di pubblicazione previsti dalla legge, assicurandone l’integrità, il costante aggiornamento, la completezza, la tempestività, la semplicità di consultazione, la comprensibilità, l’omogeneità, la facile accessibilità, nonché la conformità ai documenti originali in possesso dell’amministrazione, l’indicazione della loro provenienza e la riutilizzabilità secondo quanto previsto dall’articolo 7.”

A questo punto la sfida é davvero rilevante, perché può cambiare il rapporto stesso tra la Pubblica Amministrazione e il cittadino.
Se la P.A. deve essere trasparente come regola generale, e inoltre ha l’obbligo dimettere a disposizione dati e documenti, il cittadino, dal canto suo, ha il dovere (e la convenienza) di partecipare alla vita pubblica in modo informato riutilizzando a sua volta, anche per fini commerciali, tali dati e documenti, partecipando così alla loro ulteriore valorizzazione.
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Conoscenza diffusa per esercitare meglio
i diritti di cittadinanza attiva

 
Se potessi utilizzare una definizione “importante”, direi che il D.Lgs. n. 33 crea le condizioni per l’esercizio di una cittadinanza attiva. Quello che non deve sfuggirci, infatti, é che l’ambito applicativo di queste disposizioni non riguarda solo la P.A. in quanto tale, ma anche tutto il mondo di chi gestisce servizi pubblici, compresi i soggetti imprenditoriali di diritto privato.
Ma anche il mondo dei servizi pubblici locali e della sanità é pienamente interessato da queste disposizioni, e dunque la gestione dell’acqua, della salute, dell’aria, dei rifiuti e del trasporto pubblico locale sono servizi anch’essi soggetti a obblighi di trasparenza nei confronti del cittadino.
Ne deriva che il perimetro delle conoscenze potenzialmente a disposizione dei cittadini e delle imprese, così come il confine dell’esercizio del controllo e della partecipazione in questi stessi ambiti, si possono estendere di gran lunga. Anzi: se ci pensiamo bene, a questo punto, é l’intero ambito urbano a poter essere indagato e “partecipato”.
Potremmo ad esempio avvalerci di tali diritti – nel caso venissero esercitati dai cittadini in modo organizzato – non solo individualmente, ma anche attraverso corpi intermedi, cambiando così le basi della convivenza e dell’esercizio della partecipazione democratica anche in ambito urbano.
Grazie a queste normative – di fattto – la stessa idea di smart city potrebbe essere rivista e resa maggiormente attuale. Si potrebbe ad esempio passare dall’idea di smartness (basata sull’uso intensivo delle tecnologie digitali) alla rivisitazione del concetto di egovernment (non più ridotto alla diffusione dell’uso di servizi on line).
[bctt tweet=”Si potrebbe ad esempio passare dall’idea di smartness alla rivisitazione del concetto di egovernment. ” username=”MapsGroup”]
I principi di partecipazione e inclusione avrebbero basi più solide in quanto fondati su conoscenze reali; lo stesso varrebbe per la tutela dell’ambiente e così via.
Eppure, la partecipazione fondata sulla conoscenza e il civismo consapevole non paiono essere “di moda”, tanto che a volte penso che queste mie riflessioni si riducano a mera utopia. Il digitale sembra essere diventato una ideologia e i social network un’arena dove disputare al di fuori della conoscenza dei fatti (e spesso contro la stessa) in maniera meramente ideologica, così che il mondo della condivisione digitale sembra essere diventato lo scenario privilegiato di una disputa tra “tribù confliggenti”.
In questo contesto è ovvio che le Pubbliche Amministrazioni che non vogliono innovare possono arroccarsi agevolnente sull’esistente e difendere gli “antichi mondi”.  E tuttavia, una volta tanto, il quadro normativo e di principio sono chiari, e quella della trasparenza é una opportunità che non possiamo lasciarci sfuggire.
È di fatto iniziata – e di questo sono convinto – una lunga traversata in “terrae incognite”. L’esito non sarà certo, ma questa é un’altra battaglia che vale la pena di combattere.

Michele Vianello

Smart city

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L'Esattezza ai tempi dei Big Data… Cartografia di una meta (quasi) impossibile da raggiungere.

Esattezza?

[dropcap3]”L[/dropcap3]a precisione per gli antichi Egizi era simboleggiata da una piuma che serviva da peso sul piatto della bilancia dove si pesano le anime. Quella piuma leggera aveva nome Maat, dea della bilancia. Il geroglifico di Maat indicava anche l’unità di lunghezza, i 33 centimetri del mattone unitario (…)”
Questo l’incipit di Calvino sulla lezione dedicata al suo terzo meme, l’Esattezza.  Il prologo prosegue enumerandone addirittura le caratteristiche più significative:

“Esattezza vuol dire per me soprattutto tre cose:
1) un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato;
2) l’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili;
3) un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione.”

L’autore, diversamente dal proprio consueto stile letterario, dà subito conto di una descrizione terminologica puntuale, in grado di disambiguare immediatamente significati all’apparenza sovrapponibili.
Il tutto mettendoci in guardia da un pericolo che oggi corriamo all’ennesima volta: la tentazione di semplificazione che, a partire dalla forma a prima vista superficiale del linguaggio, non corrisponde in realtà alla sua sostanza più profonda.
Set in medieval cartography

Questione di misure

Andiamo dunque più a fondo nelle sue parole. Nonostante si parli di letteratura, il tema evocato del disegno – che deve essere ben definito e calcolato, con visuali nitide, incisive e il più preciso possibile, sia sul piano del lessico che dell’immaginazione – mette a fuoco con estrema precisione (o meglio, esattezza) il nucleo di significato più profondo del termine.
Esatta non deve essere infatti solo la forma con cui si rappresenta un concetto (o un oggetto o un dato), ma anche la sua individuazione e selezione alla fonte, secondo coordinate che siano in qualche modo obiettive, riscontrabili. Di più ancora: memorabili e incisive.
Calvino, in questo modo, si avvicina con altre parole alla definizione di Esattezza secondo il Devoto-Oli, che l’identifica come “l’inappuntabile coincidenza con la forma o la sostanza dovuta”. Termine che la Teccani riferisce “all’essere corretto, rispondente al vero”.
Non caso, in quasi tutti i dizionari, gli esempi sono riferiti a un “calcolo. Che richiede cura e diligenza”.
[bctt tweet=”Esatta non deve essere solo la forma con cui si rappresenta un concetto, ma anche la sua selezione alla fonte,” username=”MapsGroup”]
Essere Esatti, in sintesi, non necessita solo l’essere precisi, ma anche in qualche modo obiettivi (veritieri) nell’individuare l’oggetto di analisi. Questo, compatibilmente con le nostre capacità e secondo le possibilità di cui ci dotano i tempi in cui viviamo in quel momento.
Tale doppio binario, infatti – quello dell’esattezza dell’individuazione dell’oggetto e quello l’esattezza della sua rappresentazione – è fortemente dipendente dagli strumenti di cui dispone colui che osserva, che possono essere non solo tecnici e tecnologici, ma anche intellettivi e culturali.

Un esempio di questo concetto è una scienza assai significativa in termini di precisione: la Cartografia. Con una premessa: ogni unità di misura, ancorché condivisa, è lontana dall’essere un dato vero in sé, ma è piuttosto una consuetudine, un punto di vista arbitrario. Questo vale per la letteratura, i dati, le informazioni e, a maggior ragione, per le cartine. 🙂

Caccia alla mappa anziché al tesoro

Set in medieval cartography
È emozionante vedere come una scienza vocata per nascita all’esattezza e alla verosimiglianza e dedicata  all’identificazione di un determinato luogo – sia esso un piccolo paese, un continente o un mondo –  abbia sortito, nel tempo, effetti di precisione così differenti.
Questo, nonostante la cura e la dedizione che senza dubbio ciascun cartografo ha impiegato nelle sue varie rappresentazioni.
In termini di coordinate, infatti, nelle cartine e nelle mappe,  non sono espressi soltanto i dati geografici, ma anche il punto di vista di chi le ha disegnate, quasi sempre su commissione.
Lo stesso territorio può essere così inquadrato mettendone in evidenza i confini geografici piuttosto che i regnanti, o ancora i fiumi e le vette piuttosto che gli insediamenti abitati… Il tutto modificando in maniera significativa l’impressione che fa la cartina stessa e gli effetti che sortisce.
[bctt tweet=”Espressi in coordinate non sono solo i dati, ma anche i punti di vista di chi li ha raccolti e ordinati.” username=”MapsGroup”]
Fa ad esempio una certa impressione osservare una delle prime mappe della terra (che la immaginava rotonda, con un’aura di mare intorno) e paragonarla alle nostre telescopiche visioni sul pianeta grazie ai satelliti e a Google.
L’esempio della cartografia è così calzante anche per ragionare, oggi, sull’esattezza con cui non solo diffondiamo e analizziamo i dati di cui disponiamo, ma soprattutto su come (e anche perché) li raccogliamo.
Prima di andare oltre, però, segnalo due siti: il primo, in uno dei suoi articoli, dà conto del progresso, nel tempo, della cartografia: www.ilsileno.it.
Il secondo, davvero fantasmagorico, www.davidrumsey.com, contiene decine di migliaia di mappe, ma soprattutto ne permette una consultazione rapida per nomi oppure per area geografica in base all’epoca in cui è stata rappresentata. In questa ricerca si può così vedere la differente “esattezza” applicata dai vari cartografi nel tempo. Ne consiglio assolutamente la visione!

Misura la cosa esatta

Usciamo dal magnifico contesto della cartografia e torniamo a noi, o meglio, ai dati, oggetto principe (e principessa) del nostro blog.
Con un’avvertenza: così come una mappa mal dimensionata – per errore o per dolo – può far cadere lo sventurato viaggiatore in un luogo affatto coincidente con quello ricercato, lo stesso vale oggi le nostre “mappe” e i nostri “grafi” concettuali e statistici, per lo più strategici, che possono segnare e indirizzare in maniera anche irreparabile le nostre decisioni, e dunque le nostre azioni.
Il tema dell’esattezza e della veridicità – a proposito di dati – è dunque cruciale, tanto che è uno dei quattro parametri principali con cui si individuano i big data (assieme al volume, la velocità e la varietà).
Auto-citandoci, ricordiamo a tal proposito che il termine “si riferisce alla connotazione qualitativa del dato raccolto e analizzato (in termini di interoperabilità e affidabilità), fattore davvero cruciale, essendo questi dati alla base di una serie di attività inferenziali il cui esito dipende appunto dalla qualità della materia prima da cui si parte.”
E qui si apre una questione cruciale, in termini di Esattezza.
Proprio perché sappiamo bene che non esiste nulla, in termini umani, di realmente obiettivo e neutro in sé – né in forma astratta e tanto meno percettiva – la veridicità di ogni inferenza ed espressione umana dipende da tanti fattori, da quelli personali a quelli del contesto sociale.
L’unica possibilità di Esattezza che ci appartiene, dunque, può riguardare il metodo auto-riflessivo con cui ciascun di noi analizza, elabora e propone le proprie informazioni o le proprie considerazioni. Con uno sforzo continuo di controllo e riscontro, verifica e messa alla prova. Vale per i numeri e vale, a maggior ragione, per le parole e i concetti che li esprimono.
[bctt tweet=”La veridicità di ogni inferenza umana dipende da tanti fattori, da quelli personali a quelli sociali.” username=”MapsGroup”]
Non a caso una tavola rotonda tenuta a gennaio di quest’anno sulla Data Economy  mette in evidenza l’importanza della veridicità dei dati (non solo nella fase di raccolta, ma anche di aggregazione ed uso) e il loro conseguente valore, e sottolinea come a maggior ragione occorrano una serie di garanzie per far sì che:

“(…) i Big Data siano gradualmente accompagnati da una riflessione, etica e deontologica, sui limiti di una logica di sfruttamento seriale delle scelte individuali di interazione e sulle conseguenze di questo sfruttamento.”
terra

Per non andare troppo lontano ci basti pensare alle recenti polemiche (e problematiche) aperte dalle questioni legate all’uso dei dati raccolti su Facebook: si tratta di riflessioni che portano inevitabilmente a fattori etici.
Voglio così chiudere con parole non mie, ma estrapolate da una recente intervista che il nostro blog ha fatto a una giornalista italiana, in proposito di comunicazione (e informazione) etica.

“L’Esattezza, scrive infatti Mariagrazia, è una virtù etica che ho inserito anche nel mio libro. Essere esatti significa andare in una direzione opposta a quella dell’entropia, cioè comunicare con gli altri, mirando alla coerenza, all’armonia, al significato.
L’esattezza costruisce l’uomo, perché lo ritaglia dal caos e gli fornisce i mezzi per conoscere il mondo senza averne paura, diventando un soggetto morale libero di scegliere e di assumersi la responsabilità delle proprie scelte, sia in ambito pubblico che privato.”

Occorrerà tenerlo bene a mente. Ai tempi di Twitter e e Trump, Facebook e Zuckerberg. E ancor di più ai tempi dei dati e dei Big Data. Per non finire… fuori strada!

Natalia Robusti

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6MEMES TRENDS Predictive Analysis: asset digitali emergenti

Industry 4.0: viaggio nelle “fabbriche” di questo millennio. Operating process, user experience e business model.

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[/sf_iconbox]Manifattura e Industria 4.0

[dropcap3]N[/dropcap3]ei precedenti articoli abbiamo potuto osservare, tramite la ricerca di casi d’uso, come la digitalizzazione dei processi abbia aperto nuovi fronti di innovazione nei settori della sanità e delle telecomunicazioni grazie all’analisi predittiva dei dati.
Come di consueto, seguendo l’impostazione argomentativa tipica della nostra rubrica, vedremo insieme in questo articolo i casi d’uso più significativi nel settore manifatturiero, analizzandoli:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]dal punto di vista dell’ottimizzazione dei processi (operating process);
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]in base all‘impatto che gli stessi hanno prodotto in termini di esperienza d’uso (user experience);
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]attraverso la presentazione di nuovi modelli di business (business model).
Siete pronti per un viaggio nel mondo nelle “fabbriche” di questo millennio? Bene: partiamo con l’analisi dei casi di successo dove le tecniche predittive contribuiscono a cambiare significativamente il settore manifatturiero.

[sf_iconbox image=”ss-repeat” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Operating process

L’ottimizzazione dei processi operativi è l’area in cui – naturalmente – ci si aspetta la gran parte dei casi d’uso, e in effetti esistono moltissime esperienze dalle quali è possibile trarre ispirazione…
Da parte mia ho cercato di selezionare i casi che, a mio avviso, sono i più significativi.
Il primo è rappresentato dal gigante dei semiconduttori Intel, che ha utilizzato l’analisi predittiva per ridurre il tempo di durata dei test di controllo della qualità nella produzione dei chip.
Si tratta di una mole di tempo risparmiato davvero consistente. Secondo quanto riportato in questo report, infatti, ogni chip della linea di produzione Intel richiede circa 19.000 test. L’analisi predittiva – possibile grazie alla disponibilità di un set significativo di dati storici – ha consentito di diminuire del 25% il tempo di dei processi di controllo qualità.
La conseguente riduzione dei costi è stata altrettanto significativa: su una sola linea di produzione dei processori il risparmio è stato pari a 3M$.
Un altro esempio simile, ma applicato alla produzione dei dischi rigidi (HDD), viene descritto qui (slide 9-12). Sempre grazie all’analisi predittiva, si cerca di ridurre i tempi dei controlli di affidabilità sui nuovi materiali, pratiche che oggi arrivano ad impiegare circa 3 mesi di tempo.
[bctt tweet=”L’ottimizzazione dei processi operativi è l’area in cui  troviamo gran parte dei casi d’uso in termini predittivi…” username=”MapsGroup”]
Migliorare la qualità nei processi produttivi significa, dunque, identificare quali parametri dei processi produttivi che influenzano maggiormente la qualità dei prodotti.
In questo ulteriore caso viene preso in esame il processo produttivo di una delle più grandi aziende produttrici di adesivi del mondo. Analizzando oltre 3 anni di dati provenienti dagli impianti produttivi è stato possibile determinare quali parametri dei processi produttivi influenzavano la qualità dei prodotti. Si stima che il risparmio potenziale, una volta che il sistema sarà a regime, sarà di diverse decine di milioni di dollari.
Rimaniamo sempre nel settore della chimica citando l’ottimizzazione dei processi produttivi che l’industria BASF ha ottenuto grazie all’analisi dei dati provenienti in real time da sensori dislocati sulla catena produttiva. Grazie alla disponibilità di questo flusso di dati e alle tecniche di analisi in tempo reale, l’azienda ha potuto mettere in campo nuove tecniche di controllo in modalità continua, che porta benefici in termini di consumo di materie prime, risparmio energetici e qualità dei prodotti finiti.
Lasciamo ora l’aspetto dell’ottimizzazione dei processi per addentrarci in quella che – probabilmente – è la vera trasformazione che la digitalizzazione sta apportando al settore manifatturiero: i nuovi servizi che vengono proposti successivamente all’acquisto di un prodotto o a forme di business alternative alla produzione e vendita di un bene.
Iniziamo dalle nuove esperienze d’uso, e verifichiamo insieme quali sono stati gli impatti per l’utente finale del bene, resi possibili dall’analisi predittiva.

[sf_iconbox image=”ss-usergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]User experience

Come abbiamo visto, l’introduzione di sensori nei processi produttivi ha consentito di applicare le tecniche di analisi predittiva al fine di migliorare i processi stessi, con grandi vantaggi in termini di riduzione costi e sui tempi di produzione.
Una vera e propria rivoluzione si sta delineando, facendo si che nuovi specifici sensori vengano inseriti nei prodotti venduti, in modo che possano generare dati anche dopo che avranno lasciato la fabbrica e saranno in uso dai clienti.
Accade così che l’analisi dei dati raccolti – come ad esempio la frequenza d’uso, l’intensità e le modalità di utilizzo dei beni – può migliorare notevolmente i tradizionali servizi di assistenza che il produttore può erogare nei confronti dei propri clienti.
Un esempio concreto è rappresentato dall’italianissima azienda Carpigiani che da alcuni anni ha sviluppato un servizio che aiuta i propri clienti nel gestire le operazioni di pulizia e manutenzione delle macchine sulla base del loro utilizzo, permettendo inoltre di programmare i servizi di sostituzione delle parti usurate prima che queste si rompano, causando dei costosi blocchi di produzione.
Lo stesso flusso di dati raccolti viene utilizzato anche per programmare le attività di manutenzione ordinaria, come il lavaggio delle macchine, al fine di massimizzare l’utilizzo delle materie prime e il risparmio di energia, sulla base delle esigenze di produzione dei clienti.
Ad oggi più di 8.000 macchine per la produzione del gelato sono connesse al servizio di Carpigiani, un gran flusso di dati che migliorano la qualità dei servizi di post vendita, generando valore per i clienti che percepiscono un servizio di alta qualità contribuendo a creare una grossa fidelizzazione nei confronti della marca.

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[/sf_iconbox]Business model

Nel nostro stesso blog, in questo articolo, abbiamo visto che i servizi legati alla digitalizzazione hanno contribuito a creare nuovi modelli di business che hanno superato la classica distinzione tra prodotto e servizio.
Ampliando ora il concetto, ho quindi cercato di illustrare ulteriori casi d’uso, magari meno noti, ma che comunque confermano questa tendenza alla creazione di nuovi servizi alternativi o complementari alla vendita di prodotti.
In questa categoria di servizi rientrano senz’altro quelli di post vendita, che – oltre a generare nuovi flussi di ricavi – hanno la caratteristica di avere maggiore continuità rispetto alla vendita di nuovi prodotti.
Alcuni studi, inoltre, indicano come, mediamente, le marginalità sui servizi di post-vendita sono almeno il doppio rispetto a quelle associate alla vendita del prodotto.
[bctt tweet=”Si conferma la tendenza alla creazione di nuovi servizi alternativi o complementari alla venditai.” username=”MapsGroup”]
Un esempio significativo è quello dell’azienda Daikin, dove l’applicazione dei sensori all’interno dei condizionatori permette all’azienda di controllare l’efficienza della macchina nel suo complesso e lo stato di ogni suo componente, in modo da intervenire tempestivamente prima dell’eventuale rottura. Mediante l’analisi dei dati, inoltre, l’azienda è in grado di erogare un servizio attraverso il quale il cliente controlla il livello di comfort richiesto ottimizzando al contempo i consumi energetici.
I dati acquisiti permettono di fornire informazioni previsionali su come gli apparati reagiranno alle richieste di maggior comfort, indicando l’incremento di consumo energetico previsto.
Risulta così evidente come sia possibile per l’azienda Daikin andare oltre alla semplice vendita del condizionatore, offrendo invece un servizio basato sul livello di comfort richiesto dal cliente. Un’affascinante rivoluzione che cerca di indirizzare il soddisfacimento primario dei bisogni del cliente.

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[/sf_iconbox]Conclusioni

Come abbiamo visto anche il settore manifatturiero è in una fase di grande trasformazione, tanto che è stato coniato nel 2011 il termine Industry 4.0, che identifica i fenomeni di digitalizzazione e conseguente automazione dei processi produttivi tramite sistemi ciber-fisici.
Sono tutti scenari affascinanti, ma che aprono qualche punto interrogativo rispetto ai risvolti sociali che tali trasformazioni potrebbero portare.
Già in precedenza ci siamo soffermati, sempre nel nostro blog, sulla preoccupante riduzione dei posti di lavoro necessari per la manodopera, che tale trasformazione sembra poter causare.
Realisticamente, è davvero difficile prevedere quale sarà il nuovo livello di equilibrio tra domanda e offerta di lavoro in seguito a queste trasformazioni. Da parte mia credo che si possa osservare, attraverso i casi d’uso individuati, come la stessa analisi su questi dati raccolti possa rappresentare la strada per creare nuove opportunità per le aziende e, di conseguenza, una nuova domanda di occupazione.
Certo, si tratterà In primis di creare le condizioni per lo sviluppo di nuove figure professionali necessarie per l’analisi dei dati, e, successivamente, per l’individuazione di nuovi ruoli (e relative competenze) idonei a implementare gli scenari produttivi e di servizio che emergeranno in futuro da tali innovazioni.

Maurizio Pontremoli

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Maps News

Managing Service Desk processes with AI: introducing Smart Desk Assistant by Maps.

Growing automation in company processes, in the most varied of sectors, leads to the generation of vast amounts of data which, if not properly handled, can lead to the registering of incidents, problems and change requests.

Service Desk is a system of people, processes and products which acts as an interface between users and all corporate ICT services, managing assistance request steps and the resolution of all incidents and problems.

The use of Artificial Intelligence (AI) and machine learning can streamline decision-making processes and improve the speed and accuracy of business processes.
In coordinating service desk operations AI can therefore:

  1. Facilitate the restoration of normal service operation in the shortest possible time.
  2. Reduce the effort needed to resolve notifications of incidents and process service requests.
  3. Support less expert operators with knowledge acquired from the best.
  4. Lead to significant improvements in the quality of the service desk itself and
  5. significantly reduce costs.

Maps Smart Desk Assistant: AI supporting better Service Desk management.

Smart Desk Assistant (SDA) by Maps is the Intelligent Automation system based on machine learning techniques which sets out to:

  1. make suggestions to operators for the purpose of uniforming knowledge within the service desk team and support them during periods of intense activity or stress;
  2. provide support for team supervisors.

In the first case, to make suggestions to the operator, Smart Desk Assistant can be:

  • integrated with the API of the tracking system (for example ServiceNow);
  • used as an independent application;
  • integrated with a conversation bot which can simulate an intelligent conversation with the user. In this way, Smart Desk Assistant can understand the intent and interest of the user and propose solutions.

In the second case, to offer support to supervisors, Smart Desk Assistant

  • allows supervisors to monitor the work of the team;
  • it can be used to approve the work of both the virtual assistant (Smart Desk Assistant) and the human operator.

How does Smart Desk Assistant work?

  • It fills in key fields (category, subcategory, assignment group, urgency, impact and other) and functions with any selected set of request attributes;
  • it automatically adjusts itself to organizational changes,
  • it learns even in the presence of human error;
  • it connects to ServiceNow (or other similar system) with different integration techniques.

Service management lies at the center of the Smart Desk Assistant system to guarantee the correct delivery of services, an increase in the capacity of corporate resources (with a marked reduction in costs) and the strengthening of corporate workflow automation processes.

And that’s not all, the system

  • reduces breaches of the Service Level Agreement;
  • reduces request classification errors and speeds up processing of the same, putting in place a highly accurate classification (the same if not better than that of a human operator).

And for anyone using ITIL? Maps and intervention for EFSA.

An example of Smart Desk Assistant use is that of the EFSA, the European Food Safety Authority which has adopted ITIL (Information Technology Infrastructure Library), a series of guidelines for the management of IT services.

 
The use of Smart Desk Assistant in an ITIL context has brought with it the following benefits:

  1. Continuous improvement in the service: SDA is configured as a useful support tool for the supervisor;
  2. For service Operators: SDA becomes a valid help for routing and classifying tickets;
  3. Service Management: with SDA, calculation of the Service Level Agreement is more objective.

If you want to try out how SDA works, take a look at a work diagram as shown in the figure:

Throughout the trial period you will be able to use the following applications:

[sf_iconbox image=”ss-write” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox] ‘Suggestion’ application
for classifying new tickets and suggesting solutions from previously resolved cases.

[sf_iconbox image=”fa-dashboard” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox] ‘Control’ application
for an in-depth analysis of faults.

 
In the Digital Transformation and Internet of Things era, the need is to continuously speed up functions and only thanks to an evolved service management, which takes care of managing work processes, is this possible.
Because streamlining and simplification are achieved through automation. And through Smart Desk Assistant by Maps.

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Maps News

Introducing ROSE, the tool for better energy consumption and production management.

How can you promote innovation and reduce electricity costs? With smart grids.

New technologies for using renewable energy sources and storing energy will be the sectors of challenge over the coming years. The energy industry is placing its expectations in Smart Grids, in order to exploit technological innovation in the energy sector.
In fact the concept of interconnected systems comes from the idea of smart grids, an intelligent grid in the true sense of the word which can:

  • determine thermal and electrical energy demands in advance,
  • channel the flow of energy in an active and bi-directional way with the aid of electronics, IT systems and telecommunications,
  • create interaction between producers and consumers so that peaks in demand can be managed with greater efficiency.

Smart grids are already a reality and one of Europe’s very first smart grid pilot plants is right here in Italy.

We are talking of a 50,000-m2 area on the Savona University Campus which houses the Smart Polygeneration Microgrid (SPM), an energy distribution system (thermal and electrical) equipped with central intelligence supervised by the  DEMS (Decentralized Energy Management System) platform, an energy management system developed by Siemens.
Maps Group undertook to create and test an innovative control system in the Savona Smart Grid which, also through the use of predictive models for predicting thermal and electrical loads and energy production from renewable sources, makes it possible to plan optimum management of the Campus energy resources in real time.
The aim was to implement a node in a Demand Response system capable of:

  • receiving peak shaving requests from the DSO (Energy Distributor);
  • optimizing available energy resources (energy sources, accumulation units and charges).

To achieve this aim, Maps developed ROSE. This product is based on the integration and development of advanced ICT tools and represents a verticalization of the SmartAggregator tool

which makes it possible to:

  • acquire data from sensors and semantically manage the interpretation of these values,
  • analyze information for predictive purposes and to support decision-making processes.


To adapt ROSE to the characteristics of the Savona SPM it was necessary to customize certain components. To do this the Maps Group Research & Development department availed itself of the domain competences of Genoa University researchers, Michela Robba and Mansueto Rossi.

By perfecting and using a special neural network model and subsequent validation of the proposed model’s performance, it was shown how the ROSE project was able to accurately predict user demand and the behavior of different energy sources.

ROSE can therefore be an essential tool for the correct and optimal management of complex grids. But the conception and modeling of an intelligent electrical grid require practice and commitment.

This is why the Maps Group, with the ROSE project, wishes to propose advanced ICT systems for the purpose of following the evolution of the times to ensure a service which is efficient and as avant-garde as possible.

A service which can:

  1. Dialog with the distributor’s systems (DSO) in order to operate with distributor in managing energy flows.
  2. Operate optimal control in real time of the energy production, consumption and storage systems.
  3. Optimize thermal and electrical energy consumptions, minimizing CO2 emissions, annual operating costs and the consumption of primary energy.


Knowing how to best manage these innovative scenarios is therefore the new challenge which Maps Group has set itself.
If you want to know more, simply download the White Paper free of charge and read more details on the management and control strategies in the Smart Polygeneration Microgrid on the Savona University Campus made possible thanks to ROSE!

To download the White Paper click on the cover image:

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6MEMES TRENDS Sharing Knowledge

Il giornalista digitale è (o non è) uno stinco di santo? Intervista a Mariagrazia Villa.

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Iniziamo l’intervista di Natalia Robusti a Mariagrazia Villa, autrice di “Il giornalista digitale è uno stinco di santo. 27 virtù da conoscere per sviluppare un comportamento etico”, con una domanda: l’etica nella comunicazione digitale è scomparsa?

Andando controcorrente, l’autrice dice no. Scopriamo insieme come e perchè, chiacchierando con Mariagrazia su questi temi, più che mai attuali.

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[/sf_iconbox]Innanzitutto un commmento personale: il titolo del tuo libro è fantastico! Da cosa è nata l’idea di questa pubblicazione?

Dal desiderio di raccontare la mia visione positiva della comunicazione digitale. In un momento storico in cui tutti accusano la rete di essere la mamma di tutti i mali, e di avere dei parti plurigemellari, io sono andata controcorrente: per me il web è una miniera di risorse etiche, se lo sappiamo ascoltare e utilizzare correttamente.
Chi comunica per professione o per diletto, dai giornalisti ai blogger, dai web content editor ai social media manager, ha nella rete una grande opportunità, non solo di crescita personale, ma anche di servizio agli altri.
Il post-web ha ancora in sé la potenzialità democratica e altamente civile degli albori del web: costruire uno spazio comune di relazione tra noi e gli altri, in cui condividere il dono di chi siamo, nella prospettiva di un’intesa e non di una separazione.

A partire dal tuo ruolo (anche) di docente universitaria, hai notato una differenza generazionale sul sentiment che ruota intorno al tema dell’etica?

Da qualche anno, ho il privilegio di insegnare etica della comunicazione nei corsi di laurea triennale e magistrale all’università IUSVE di Venezia e Verona.
Ho, quindi, a che fare con ragazzi che hanno poco più di vent’anni. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, i giovani sono sempre più interessati a una prospettiva etica sulla loro vita e su quella che diventerà la loro professione.
Non sempre sono consapevoli  dell’influenza che il loro agire comunicativo può aver in rete e peccano di superficialità, ma in loro la tensione a comunicare bene in senso etico è senz’altro presente.
Non a caso, molti miei studenti sono attivamente coinvolti in progetti di media education all’interno delle scuole secondarie. Trovo che siano più disilluse e ciniche le persone che hanno l’età dei loro genitori, i cinquantenni insomma.
È come se non credessero nella possibilità di sviluppare un comportamento moralmente qualificato in rete e giudicassero l’ambiente digitale come l’anticamera dell’inferno.
Forse, almeno per la mia esperienza, si intravede più attenzione etica nelle persone più grandi, che stanno cercando di darsi da fare perdiventare portatori di luce anche nel web.

Si parla sempre più di disintermediazione. Quale è la tua opinione in proposito, in particolare nel settore del giornalismo?

Il giornalismo digitale ha cambiato profondamente la professione: oggi il giornalista non è più  il “proprietario” della notizia, ma colui che condivide la notizia data dalla rete.
Credo, però, chequesta figura professionale non abbia perso il proprio ruolo di costruttore di senso rispetto alla realtà, perché possiede tutte le competenze per individuare il focus di un evento e raccontarlo ai lettori. La funzione di intermediazione, in realtà, non è scomparsa.
E questo vale anche per i lean journalist, ossia i blogger e tutti coloro che, in rete, svolgono una funzione informativa, senza essere giornalisti.
L’informazione sembra data in modo più agile e meno strutturato, con un piglio così spontaneo da rasentare il naif, ma anche in questo caso chi informa ha una strategia comunicativa e la applica al messaggio che arriva al destinatario della notizia.

Che ruolo riveste oggi il concetto di network, che sembra in qualche modo prendere il posto di quello più classico di redazione?

Il concetto di network è oggi fondamentale, per svolgere il mestiere del comunicatore digitale. La rete, come sottolineo nel mio libro, è l’incarnazione di quella che Karl-Otto Apel ha chiamato “la comunità illimitata della comunicazione”, in cui ogni locutore è sempre interlocutore.
Per comunicare in modo efficiente ed efficace, bisogna assolutamente appoggiarsi alla rete di coloro di cui ci fidiamo; nel caso del giornalista, ai colleghi, alle fonti, ai lettori stessi.
Come nell’allegoria buddhista della rete di Indra, ogni nodo di questa “redazione diffusa” nel tempo e nello spazio, è luminoso perché ha luce in sé, ma anche perché riflette la luce di tutti gli altri nodi.
Il comunicatore ha bisogno degli altri e gli altri hanno bisogno di lui: sul piano della comunicazione, ha una responsabilità che è sempre co-responsabilità.

Quanto incide secondo te l’internazionalizzazione dell’informazione da questo punto di vista?

L’etica della comunicazione nasce, come disciplina, in ambito anglosassone, nella seconda metà del  Novecento. In Italia, è solo da una ventina d’anni che si ragiona su questo tema.
Si può dire, quindi, che la riflessione filosofica avvenuta all’estero su una questione così spinosa e delicata come i comportamenti morali in ambito comunicativo abbia avuto una positiva ricaduta anche da noi.
Speriamo che gli studi e i contributi sul tema proseguano e mettano a punto una visione anche italiana, sia a livello critico che ermeneutico.
Io, per esempio, ho recuperato l’antico concetto di virtù, affermando che la rete ci permette di esprimere determinate virtù etiche nell’agirecomunicativo.
Ho inteso la virtù come un dispositivo di miglioramento continuo della persona, una tecnologia del Sé, avrebbe detto Michel Foucault.

E quale è il ruolo del cosiddetto real time?

Il concetto di real time può rivelarsi una bella fregatura, dal punto di vista etico, perché  nel  dare la notizia il comunicatore vive con l’ossessione di arrivare primo, senza preoccuparsi di arrivare pronto.
È importante, in questo caso, esercitare la virtù della tempestività, ossia la capacità di comunicare al momento opportuno, né troppo presto né troppo tardi, ossia quando è più utile che il messaggio giunga al destinatario.
È chiaro che un messaggio non verificato né supportato da fonti reali non è utile al nostro lettore… Crea solo spazzatura digitale, e direi che la discarica web è giàstracolma.

Torniamo ora al libro… quali puoi indicarci, tra quelle che hai selezionato, come Top virtù?

Ne ho i potizzate 27, e non sapremo mai perché non me ne sono venute in mente 30!
È difficile dire quali siano le top, perché tutte servono. Lo sviluppo della coscienza è come lo sguardo di Dio: c’è già tutto e in contemporanea.
Di sicuro, alcune virtù sono come i primi ominidi ad andatura bipede, ossia primarie nell’evoluzione dell’etica della comunicazione digitale.
Per esempio, l’ascolto di sé e degli altri. Altre appartengono già al genere Homo, come la lealtà nello stipulare un’alleanza e nel non tradirla. Poi, vengono le virtù definibili esemplari sapiens, come la generosità, la creatività o lavisione.

E tra i tag dell’opera di Calvino cui il nostro blog è dedicato, quali sono i più emblematici?

Tra le sei proposte  per il terzo millennio indicate da Calvino nelle sue memorabili Lezioni americane, credo che un giornalista digitale possa diventare uno stinco di santo, se è in grado disviluppare quella dell’esattezza.
È una virtù etica che ho inserito anche nel mio libro. Essere esatti significa andare in una direzione opposta a quella dell’entropia, cioè comunicare con gli altri, mirando alla coerenza, all’armonia, al significato.
L’esattezza costruisce l’uomo, perché lo ritaglia dal caos e gli fornisce i mezzi per conoscere il mondo senza averne paura, diventando un soggetto morale libero di scegliere e di assumersi la responsabilità delle proprie scelte, sia in ambito pubblico che privato.

[/boxed_content] [boxed_content type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]


Ringraziamo Mariagrazia per l’intervista e rimandiamo i nostri lettori alla lettura del suo libro, da non perdere assolutamente!

Natalia Robusti

[/boxed_content] [blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [boxed_content title=”ABOUT MARIAGRAZIA VILLA” type=”coloured” custom_bg_colour=”#CCCCCC” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]
Mariagrazia VillaMariagrazia Villa, giornalista, copywriter e docente universitaria di etica dei media (IUSVE, Venezia e Verona), ha lavorato per vent’anni, come giornalista culturale, per Gazzetta di Parma e per altre testate locali e nazionali. Come copywriter e foodwriter, ha collaborato per quindici anni con il Gruppo Barilla.
Attualmente insegna Etica e deontologia, Etica e media e New Journalism nei corsi di laurea triennale e magistrale dello IUSVE (Istituto Universitario Salesiano di Venezia) a Venezia e a Verona e conduce laboratori di Food Writing in un master postuniversitario in IUSVE e all’Università degli Studi di Parma, per il corso di laurea in Giornalismo e cultura editoriale.
Da dieci anni si occupa anche di comunicazione sociale: cura l’ufficio stampa e le relazioni con i media per l’Assistenza Pubblica Parma Onlus, per la quale dirige il periodico La Pubblica.
[/boxed_content] [boxed_content type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

[sf_iconbox image=”ss-view” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Il giornalista digitale è uno stinco di santo. 27 virtù da conoscere per sviluppare un comportamento etico.
Dario Flaccovio Editore, Palermo

L’etica nella comunicazione digitale è scomparsa? Andando controcorrente, c’è qualcuno che dice no. Che pensa sia proprio la rete a permettere ai giornalisti e, in senso più ampio, ai comunicatori di professione o di diletto, dai blogger ai social media writer, ai web content manager, di esercitare delle virtù morali.
A dire no, è Mariagrazia Villa, l’autrice di Il giornalista digitale è uno stinco di santo. 27 virtù da conoscere per sviluppare un comportamento etico (Dario Flaccovio Editore, Palermo, 2018, pp. 288, € 28).
È il primo manuale pratico di etica della comunicazione online pubblicato in Italia: divertente e bizzarro, è ricco di simpatici aneddoti, utili suggerimenti e curiosi esercizi di scrittura, per imparare a vedere il web come la nuova miniera della buona comunicazione. L’obiettivo? Raccontare ventisette virtù da fare proprie e da allenare, per acquisire un comportamento moralmente qualificato.
Perché il giornalista digitale è un santo, sì, ma non santo subito. Perciò è chiamato a riflettere sul suo agire comunicativo sul web e a rimboccarsi le maniche della coscienza. In sostanza, deve salvare le farfalle e prendersi cura del pulcino, tralasciando i maiali.
Per saperne di più, non ti resta che andare in una fattoria o leggere questo manuale. La seconda è più pratica. E ti sporchi meno.
[/boxed_content] [blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”]