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6MEMES TRENDS Artificial Intelligence – More than (buzz) words? Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

Intelligenza Artificiale e Interoperabilità: dove finisce la Macchina e inizia l'Uomo…

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[/sf_iconbox]Dall’Uomo alla Macchina e ritorno

[dropcap3]U[/dropcap3]no dei punti cardine previsti fin dall’inizio nel piano editoriale del blog di quest’anno riguarda l’interoperabilità tra Uomo e Macchina.
Al mese di gennaio 2020, quando siamo partiti per quest’avventura (tra il serio e il faceto) alla ricerca di nuove relazioni (se non pericolose ancora troppo poco fruttuose) tra l’Uomo e la Tecnologia che esso stesso ha costruito non proprio, era già chiaro che all’interno di questo schema esplorativo un posto di tutto rilievo giocoforza l’aveva (e a lungo l’avrà) il rapporto tra l’Uomo, la sua Intelligenza “naturale” e la cosiddetta Intelligenza Artificiale.
Ma se l’orizzonte culturale di interesse verso lei, l’Intelligenza in tutte le sue forme, sembrava (ancora) rilegata in ambiti tecnici, dal punto di vista sociale ed etico gli interrogativi erano già da tempo aperti. Con tutto il tempo del mondo davanti, tuttavia, necessario per risolvere quesiti che già si mettevano in evidenza come non facili da essere addirittura disambiguati, figuriamoci risolti.
I dubbi espressi a più livelli sulla “convenienza” dell’Uomo in tale cimento con la Macchina non sono sono mai stati pochi, come riporta questo articolo in sé parlante: “Intelligenza artificiale, un grande affare per chi la sa usare, ma servono politiche adeguate”.
Lo sviluppo narrativo del post è molto approfondito* (che prende il via dai dati raccolti ed elaborati da una conferenza internazionale del 2017 sul tema) e ci racconta come l’Intelligenza artificiale stia da tempo

“rimodellando le economie in tutto il mondo, e promette di risolvere problemi complessi, generare più produttività, più efficienza, e ridurre i costi.”

Allo stesso tempo, mette in guardia del fatto che il vulnus è proprio lì, nel rischio di una mancata interoperabilità a più livelli, per risolvere la quale servono non solo energie e risorse, ma anche competenze e integrazioni territoriali, perché:

“sfruttare e sviluppare l’Intelligenza artificiale richiede investimenti in tecnologie, dati, competenze e flussi di lavoro digitalizzati, nonché modifiche dei processi organizzativi.

Anche per questo la sua adozione varia a seconda dei Paesi, delle aziende e dei settori.”

I settori presi in esame dall’elaborato oggetto di studio erano vari, molti dei quali noti, mentre altri – ai tempi – erano più imprevedibili.
Oggi – in piena cronicizzazione della fase pandemica – si rivelano nella loro prepotente attualità dovuto al salto (a volte nel buio) che l’Uomo ha dovuto fare attraverso il digitale verso un uso più massivo della tecnologia, di cui l’Intelligenza Artificiale è uno dei punti focali, forse quello più potente dal punto di vista potenzialmente e critico dal punto di vista etico.
Stiamo pensando delle sue applicazioni nei mezzi di trasporto autonomi fino ai servizi finanziari basati sulle Reti Neurali, dal Marketing più profilato e predittivo che ci insegue a ogni web-angolo all’utilizzo (anche manipolatorio) del Linguaggio Naturale come “interfaccia” più adattivo nella relazione Uomo-Macchina e viceversa.
In ciascuno di questi ambiti, come dicevamo, non sfuggono certo – a maggior ragione oggi – le implicazioni etiche che comportano questi scenari di sviluppo destinati a evolvere inarrestabili spesso allertando le realtà socio-economiche di riferimento, in un’idea di Macchina che sostituisce l’Uomo senza che a quest’ultimo rimanga “nemmeno” il primato, sino ad ora incontestato, per lo meno su questo pianeta, dell’Intelligenza.
Perché se da un lato è chiaro che i vantaggi in termini di efficienza, evoluzione e messa a regime di pratiche di Intelligenza Artificiale (anche) in grado di ridurre sprechi e ridondanze a più livelli, dall’altro il rischio evidente è che aumenti – soprattutto in alcuni contesti, quelli più sensibili – il livello di complessità richiesto all’Umano nella gestione di tali tecnologie, con la possibilità della creazione di un divario ancora maggiore tra le aree più vocate (e avanzate) in questi settori e le altre più “arretrate”.
Se da un lato sono chiari i vantaggi dell tecnologia in termini di efficienza, evoluzione e messa a regime di pratiche in grado di ridurre ridondanze a più livelli, dall’altro il rischio è che aumenti il livello di complessità richiesto. Condividi il Tweet
D’altro canto, restare ostili a un’evoluzione che – in tutta sincerità – è ormai inarrestabile, appare uno sforzo vano di retrovia… Quindi potremmo dire che il vero “affare” per l’umanità è cercare di governare in maniera non solo etica, ma anche creativa e propositiva tale drive.
Un filosofo che ne parla con grande competenza di questo tema è sicuramente il professor Cosimo Accoto, che ci aiuta a fare chiarezza anche in questo articolo: “2020, il decennio dei robot. Ne parliamo con il filosofo hi-tech Cosimo Accoto”.
“Il livello di complessità che stiamo introducendo nel mondo e nella società non è gestibile se non attraverso l’iniezione di dosi crescenti di automazione”, ci dice il professore, autore – tra gli altri – del libro “Il mondo ex machina”.
Lo studioso, nella sua intervista che consigliamo assolutamente di leggere, mette l’accento su un punto che crediamo sia cruciale proprio in merito all’attualità sul topic:

“Le fasi finali di transito verso l’adozione tecnologica diffusa delle innovazioni sono di norma quelle più complesse e difficoltose, ci insegnano gli storici dell’economia. Possiamo pensare di aver fatto la gran parte del lavoro e il grosso, ma è sempre l’ultimo miglio – per così dire – quello più arduo da conquistare.”

Da parte nostra, per chiudere questo focus di alert sul trema, vogliamo comunque mettere un peso costruttivo sulla bilancia dei pro e dei contro sul topic, e condividiamo alcuni articoli sul tema che abbiamo trovato utili e interessanti in uqnato ramngenziali a settore CREATIVI, tra cui cui:

[sf_iconbox image=”ss-usergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Reti sociali: un modello per studiare gli effetti della propagazione virale

In questo articolo,  sono pubblicati

“i risultati di una ricerca dell’Università Statale di Milano che ha messo a punto un software per la simulazione di fenomeni di propagazione virale all’interno di reti sociali e dei loro effetti sulla conoscenza che gli individui maturano riguardo al tema al centro dell’epidemia.”

 

[sf_iconbox image=”ss-music” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Il nuovo progetto musicale di Björk usa l’intelligenza artificiale. Succede a New York.

L’articolo parla di

“Una collaborazione tra l’artista islandese e Microsoft fa incontrare musica e intelligenza artificiale. In un albergo in centro a New York c’è un “paesaggio sonoro” che cambia autonomamente a seconda delle condizioni atmosferiche e alla posizione del sole.”

 

[sf_iconbox image=”ss-write” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox] 
Se lo scrittore è un algoritmo: l’AI per la letteratura

Citiamo l’articolo:

“Può una macchina, sia pure intelligente, scrivere un romanzo, un racconto o un articolo giornalistico? Sebbene la scrittura, soprattutto quella creativa, si sviluppi in diverse dimensioni, l’intelligenza artificiale ha iniziato a insinuarsi anche in questo mondo.”

 

In ciascuno di questo casi l’Intelligenza Artificiale si innesta in ambiti propriamente umani, con risultati sorprendenti in cui Lui, l’Uomo, sembra avere molti vantaggi in questo scambio (forse) alla pari…


CREDITS IMMAGINE: Hanzo.
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6MEMES TRENDS Interoperabilità e digital footprint Sharing Knowledge

Virtualizzazione dell’esperienza dell’utente non solo per quanto riguarda le pratiche d’acquisto: il lavoro a distanza. Di Lilith Dellasanta.

Nei precedenti articoli abbiamo visto come l’adozione dei pagamenti digitali, già in trend crescente in epoca pre-Covid, sia stata accelerata dall’irrompere della pandemia. 
Ma implementare i processi di virtualizzazione del passaggio di denaro in risposta alle esigenze sanitarie (il che, auspicabilmente, aiuta anche contrastare l’evasione fiscale) richiede sia adeguate campagne di informazione che una riduzione dei costi per chi offre prodotti e servizi a fronte di piccoli pagamenti. Il che, forse, può arrivare a modificare anche il rapporto delle persone con la gestione delle proprie finanze. 
D’altro canto, la virtualizzazione delle esperienze delle persone ha coinvolto anche numerosi altri campi: nel periodo in cui tutto il mondo ha affrontato un lockdown più o meno lungo, è stato l’unico modo per “vestire” di normalità le giornate di chi rimaneva in casa. 
Di quali settori stiamo parlando? E soprattutto: tali cambiamenti introdotti in emergenza sono destinati a durare? Vediamolo insieme.
[bctt tweet=”La virtualizzazione delle esperienze delle persone ha coinvolto numerosi altri campi: nel periodo in cui tutto il mondo ha affrontato il lockdown, è stato l’unico modo per “vestire” di normalità le giornate di chi rimaneva in casa” username=”MapsGroup”]

[sf_iconbox image=”fa-briefcase” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Arti, saperi e mestieri…[/sf_iconbox]

La formazione e l’istruzione scolastica, il lavoro, ma anche l’arte in genere, gli spettacoli e le stesse prestazioni mediche fornite in modalità a distanza: questi sono alcuni dei settori in cui la “virtualizzazione” di tali esperienze ci hanno accompagnato in questi mesi, con caratteristiche di maggiore o minore urgenza, difficoltà o successo. Molte delle polemiche, rimostranze o congratulazioni sui traguardi raggiunti di conseguenza continueranno ad accompagnarci in futuro. 
Nei casi in cui hanno apportato un valore alla qualità della nostra la vita riusciranno probabilmente a radicarsi nell’esperienza, mentre negli altri casi sono probabilmente destinati a esaurirsi assieme alla contingenza emergenziale che li ha messi in moto.  
[bctt tweet=”La formazione e l’istruzione, il lavoro, l’arte in genere e le stesse prestazioni mediche fornite in modalità a distanza: ecco alcuni settori in cui la “virtualizzazione” di tali esperienze ci ha accompagnato in questi mesi, con difficoltà o successo” username=”MapsGroup”]
In questo articolo, in specifico, ho così deciso di approfondire il tema del lavoro a distanza nelle sue versioni sia di smart working che nella semplice modalità di telelavoro, perché è senz’altro uno dei topic di maggior impatto nella nostra vita di individui e società.
Li trattiamo ora insieme intendendoli sotto la categoria generica di “modalità di lavoro online”, anche se occorre fare la premessa d’obbligo che questi due concetti sono diversi tra loro: 

  • con il primo si intende un lavoro che si svolge a distanza rispetto alla sede centrale, che comporta obblighi da parte del datore di lavoro di eseguire ispezioni per assicurarsi regolarità nello svolgimento, il rispetto di norme di sicurezza per il dipendente e per le apparecchiature tecnologiche utilizzate, e infine una regolamentazione di orario e riposi;
  • lo smart working, invece, non è legato a un luogo fisico fisso in cui lavorare, l’orario è autodeterminato e diventano centrali gli obiettivi da raggiungere.

Ne parliamo, ora, attraverso i DATI: con OneVoice abbiamo infatti analizzato più di 600 mila contenuti in italiano e inglese da novembre 2019 alla fine di settembre 2020. 
 

[sf_iconbox image=”ss-mouse” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Telelavoro: soggetti, luoghi, tecnologia e organizzazione[/sf_iconbox]

Di telelavoro si discuteva già ben prima della diffusione dell’epidemia: in tre mesi (novembre-gennaio) abbiamo raccolto più di 8.000 contenuti, e la tag cloud mostra come i temi correlati siano legati a questi temi:

  • tecnologia (security, cloud)
  • soggetti  (small business, pa, aziende, imprese)
  • luoghi (ufficio, home, coworking)
  • organizzazione e tutela del lavoro (welfare, law, produttività)

e infine innovazione e futuro, un futuro che arriva improvvisamente.

Abbiamo raccolto la prima clip che associa il telelavoro al coronavirus il 23 gennaio: in un solo mese, fino al 21 febbraio, i contenuti raddoppiano da 89 a 167 giornalieri e delle 5.000 clip raccolte in questo periodo, ben un quarto menziona già il coronavirus. Si comincia a parlare del lavoro da remoto come una precauzione e una possibile reazione da organizzare per fronteggiare l’emergente epidemia, anche in Italia. 
A fine febbraio – naturalmente –  i contenuti si impennano, per raggiungere il picco a metà marzo, quando diventa chiaro che tutto il mondo, dopo l’incertezza iniziale, doveva organizzarsi quanto e come possibile per continuare le attività produttive, adeguando al mantra del “distanziamento sociale” i lavori che era possibile svolgere da remoto. 
Dalla primavera si stabilizzano a un livello sensibilmente più alto rispetto al periodo pre-pandemia, con una quantità di contenuti che testimonia quanto questa spinta eccezionale si candida per cambiare radicalmente molte delle abitudini lavorative. 
 

[sf_iconbox image=”ss-signpost” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Come si arricchisce il panorama delle tematiche?[/sf_iconbox]

Con l’esperienza sul campo diventa più facile trovare il rovescio della medaglia, come testimonia l’andamento delle clip negative, che, da irrisorio prima della pandemia, si alza e poi resta stabile mentre il numero di contenuti positivi decresce.
Alla conciliazione delle esigenze familiari e lavorative fa specchio la difficoltà di concentrazione in spazi condivisi con persone impegnate in tutt’altro.
La necessità di fiducia tra lavoratore e azienda si accompagna ad una possibile “pigrizia” ma anche, al contrario, a un possibile eccesso del tempo lavorato che invade lo spazio domestico, non essendoci un distacco fisico. La serenità di poter lavorare senza sobbarcarsi gli spostamenti e i colleghi “molesti” ha come contraltare la solitudine e la perdita del senso del team.
[bctt tweet=”Smartworking: la necessità di fiducia tra lavoratore e azienda si accompagna ad una possibile “pigrizia” ma anche, a un possibile eccesso del tempo lavorato che invade lo spazio domestico” username=”MapsGroup”]
A tutto questo si aggiungono le discussioni riguardanti le dotazioni e la sicurezza, sia per il lavoratore che per l’azienda: chi si assicura dell’ergonomia delle sedute? chi paga la corrente elettrica e la connessione internet? come si gestisce la cyber security? Infatti, come vediamo dall’andamento dei contenuti riguardanti i sindacati, il picco di clip si protrae fino a maggio, restando sostenuto anche in seguito.
Alzando lo sguardo dal rapporto tra lavoratore e azienda, si trovano altri effetti sulla città: prima tra tutti la mobilità, che ha delle ricadute positive, assieme alla ristorazione, che presenta invece le evidenti preoccupazioni degli esercenti già provati dalla chiusura per la pandemia, e a fare i conti, ora, con le mancate pause pranzo.
Possiamo così osservare che sia Smartworking che telelavoro non sono più solo una innovazione che riguarda osservatori e progetti pilota, ma modalità concrete di lavoro e vita quotidiana che in molti hanno sperimentato direttamente. E se in Italia, quando finirà il periodo di emergenza, anche per lo smart working scadranno le misure straordinarie, e sarà dunque necessario un accordo tra il lavoratore e l’azienda o tra il sindacato e l’azienda, è chiaro che a questo punto, pare improbabile che si torni ai regimi pre-covid.
[bctt tweet=”Sia Smartworking che telelavoro non sono più una innovazione che riguarda osservatori e progetti pilota, ma modalità concrete di lavoro e vita quotidiana che in molti hanno sperimentato direttamente” username=”MapsGroup”]
Non a caso, anche in linea precauzionale, molte aziende si sono già organizzate con un’alternanza tra presenza e lavoro da remoto, e principi di rotazione tra i lavoratori.
 
 

Lilith Dellasanta


CREDITS IMMAGINE DI COPERTINA (rielaborata)
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6MEMES TRENDS Digital Healthcare Design – il valore dell'accoglienza nel percorso di cura. White Paper

SALUTE E INNOVAZIONE DIGITALE: il Cittadino al centro, tra Uomo e Macchina. Il nuovo White Paper di Mauro Di Maulo

[dropcap3]L[/dropcap3]a Sanità è sicuramente il sistema sociale più rilevante per la nostra specie (come la contingenza sanitaria che stiamo affrontando dimostra), nonchè quello più strategico e cruciale. Proprio in questo settore, infatti, l’innovazione tecnologica ha portato indubbi vantaggi, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. 
E, in questo settore, l’Interoperabilità Uomo-Macchina in ambito sanitario è un elemento indispensabile grazie al quale l’uso dei vari processi digitali e innovativi potrà generare un risparmio di risorse, in primo luogo economiche.
Tra ostacoli e cambiamenti, l’ambiente sanitario si sta comunque avviando verso la soluzione più affidabile: il Connected Care, modello che crea una serie di relazioni bidirezionali tra il paziente, la sua salute e tutti i soggetti deputati ad aiutarlo nel suo percorso di benessere e cura.
Ne parla, in questo nuovo White Paper, Mauro di Maulo.
Di seguito l’indice dell’elaborato:
 

Introduzione

01 – Intelligenza Artificiale e salute: panoramica su come l’IA ci viene – e verrà – in aiuto in ambito sanitario.

02  – Salute, Uomo e Macchina in ambito sanitario: verso il modello Connected Care.

03 –  Salute e Innovazione digitale: “il cittadino al centro” non solo come un modo di dire, ma di fare.

 


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6MEMES TRENDS Data Complexity & Big Data White Paper

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE INTEROPERABILE: il nuovo white Paper di Anna Pompilio.

[dropcap3]D[/dropcap3]i interoperabilità nella Pubblica Amministrazione si parla ormai da qualche decennio ed esiste un quadro europeo di interoperabilità dei servizi pubblici europei già dal 2010.
Eppure, nonostante sforzi ed evoluzione in atto, ancora manca qualcosa: ecco perché gli “addetti ai lavori”, non solo nel settore pubblico ma anche nel privato, saranno i protagonisti di sfide, molteplici e variegate. Alla base di tutto dovrà esserci la semantica e il significato perché – infine – oltre i progetti, le tecnologie e gli standard già maturi, occorrerà provare a comprendersi nella diversità.
La via da seguire sarà dunque quella di una tecnologia che supporti e integri le esperienze umane, sociali e collettive, non per controllare e monitorare ma per aiutare nella costruzione di un nuovo modello metasemantico, che risponde a precise regole di collaborazione e il cui significato ha senso sole se riferito all’ambiente in cui lavora, vive, ama, talvolta muore.
Ne parla, in questo nuovo White Paper, Anna Pompilio.


Indice

Introduzione

01. L’insostenibile leggerezza dell’Essere Interoperabile.

02. Vecchie e nuove emergenze, digitali e non: l’infrazione dell’aspettativa e la risposta dell’Uomo CON la Macchina.

03. Interoperabilità dei sistemi informativi della Pubblica Amministrazione: perché non basta l’ottica trasformativa.

04. L’interoperabilità metasemantica: oltre il significato delle parole.

Conclusioni

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6MEMES TRENDS Digital Healthcare Design – il valore dell'accoglienza nel percorso di cura. Healthcare & Data Driven Governance

Salute e Innovazione digitale: “il cittadino al centro” non solo come un modo di dire, ma di fare. Di Mauro Di Maulo.

[dropcap3]N[/dropcap3]egli articoli precedenti abbiamo parlato di innovazione e sanità innanzitutto a livello generale, commentando quelli che sono gli evidenti benefici di una auspicata migliore interoperabilità tra i vari soggetti (umani e tecnologici) di questo settore, in particolar modo nelle più recenti declinazioni digitali.
Abbiamo poi sfatato il mito che lega solitamente i processi di innovazione e cambiamento in questo campo ai conseguenti esuberi di spesa, dimostrando da un lato il contrario e puntando dall’altro l’attenzione su come siano cruciali in questo senso una maggior consapevolezza dei relativi processi culturali e comunicativi, anche dal punto di vista strategico e operativo.
C’è ora un punto cruciale che vorrei affrontare, e riguarda il come gestire quelle che sicuramente saranno le sfide future della nostra società in materia di sanità. Sempre in riferimento alla Ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità “Connected care: il cittadino al centro dell’esperienza digitale” (Maggio 2019), abbiamo già visto come l’aumento dell’età media e l’assenza prossima di personale medico saranno possibili punti di crisi.
[bctt tweet=”Il modello Connected Care punta a creare una serie di relazioni bidirezionali tra il paziente, la sua salute e tutti i soggetti deputati ad aiutarlo nel suo percorso di benessere e cura.” username=”MapsGroup”]
Nello stesso tempo, abbiamo anticipato una “chiave di volta” possibile che è innanzitutto culturale, e – subito dopo –  concreta e tangibile nei suoi riverberi positivi sia in termini di efficienza che di miglior impiego delle risorse umane, economiche e tecnologiche. Vediamo insieme come.
È di tutta evidenza che il modello Connected Care punta a creare una serie di relazioni bidirezionali tra il paziente, la sua salute e tutti i soggetti deputati ad aiutarlo nel suo percorso di benessere e cura.
Utilizzando questa immagine seguente (che riportiamo dalla ricerca) possiamo già comprender come questo modello, in un cui il cittadino non è più un soggetto passivo, ma piuttosto è partecipe all’interno del processo di tutela della propria salute, non solo fa leva su alcuni momenti e contingenze cruciali in tema di salute, ma mette al centro delle relazioni i DATI e le INFORMAZIONI disponibili.

 
Il risultato è un’azione innanzitutto di coinvolgimento sia del cittadino che degli enti, (interoperabilità Uomo-Uomo) nonché di messa in comune di dati, monitoraggi, previsioni e percorsi individuali quali ad esempio la prenotazione di visite, la temporizzazione dei ricoveri etc. (Uomo-Macchina e Macchina-Macchina).
Questa nuova e davvero auspicabile pratica comporta una serie di immediati vantaggi:

  • innanzitutto una razionalizzazione dell’impiego delle risorse, come abbiamo visto;
  • in secondo luogo (ma non per importanza) una diminuzione del margine di errore organizzativo (non solo), sia a livello di enti che di singoli operatori;
  • infine la possibilità di gestire il tema della Salute anche in termini predittivi, e non soltanto emergenziali, grazie all’uso statistico dei dati e dei modelli resi disponibili dai vari monitoraggi.

Ne consegue che, a livello culturale, al cittadino viene chiesta una maggiore partecipazione e pro-attività nella “gestione” della propria salute – ad esempio migliorando il proprio stile di vita – mentre agli operatori viene garantita una miglior funzionalità della macchina organizzativa.
Inoltre – cosa da non sottovalutare – tutto il processo di cura viene digitalizzato e quindi condiviso. E’ chiaro che questo si riverbera in una possibilità di monitoraggio e programmazione che rende il sistema più efficiente.
E che i cittadini sarebbero, non da oggi, interessati a questo processo, lo illustra lo stesso report che ci racconta come, già in epoca pre-Covid:

  • Il 25% dei cittadini che hanno utilizzato app di coaching ha comunicato i dati raccolti al proprio medico.
  • Il 30% dei cittadini sani sarebbe molto interessato ad interagire con un coach virtuale che fornisce in modo pro-attivo consigli su come migliorare lo stile di vita in base a parametri monitorati.
  • Il 15% dei cittadini sani sarebbe interessato a una polizza sanitaria con App e/o wearable integrati che premi, attraverso una gratificazione finanziaria, chi riesce a migliorare il proprio stile di vita.

Tutti dati, questi, che fanno intravedere un’evoluzione culturale “messa” già in moto e di cui la nostra classe dirigente sta (forse) iniziando a prendere atto anche a causa, purtroppo, della pandemia che ci ha travolto…

[sf_iconbox image=”ss-businessuser” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Il cittadino al centro: non solo un modo di dire,

ma piuttosto di fare

 
Per passare dalle parole ai fatti, prima di congedarci, vorrei riprendere alcuni concetti.
Come già illustrato in questo articolo di Natalia Robusti, ad esempio, è ormai noto a tutti che il cosiddetto Stile di Vita ha un impatto molto rilevante sullo stato di salute non solo di ciascuno di noi, ma anche del “sistema” in cui viviamo.
A questo insieme di fattori così cruciale e composito (fatto di abitudini alimentari e sportive, fattori ambientali, culturali etc.), potremmo già aggiungere una voce, ovvero una personale attitudine al “digitale” anche in questo ambito.
È proprio questo salto culturale da parte del cittadino nel farsi parte attiva in questo percorso ciò di cui avremmo maggior bisogno adesso, così da aumentarne la domanda e “spingere” le istituzioni (sia pubbliche che private) verso un’innovazione compiuta.
Concretamente, il cosiddetto “Connected Care” può aiutarci anche nella nostra vita di pazienti di tutti i giorni, ad esempio tenendo conto in maniera molto più accurata della nostra anamnesi (penso al fascicolo sanitario elettronico), cosa che ciascuno di noi magari non è in grado di fare in maniera sistematica: chi non ricorda come, una volta uscito dal medico, all’improvviso siano venuti in mente nuovi sintomi o domande da fare?
[bctt tweet=”Il salto culturale da parte del cittadino nel farsi parte attiva del proprio benessere anche dal punto di vista digitale è ciò di cui avremmo maggior bisogno adesso, così aumentarne la domanda e “spingere” le istituzioni.” username=”MapsGroup”]
Oppure può operare in termini diagnostici e predittivi: grazie a un miglior uso dei nostri dati clinici e sanitari e l’ausilio di appositi device, potremmo accorgerci in anticipo che qualcosa non sta andando per il verso giusto. Mi riferisco ad esempio al monitoraggio continuativo dell’attività cardiaca, solo per citare un caso…
E ancora: l’organizzazione standardizzata e temporizzata di follow-up più pertinenti rispetto alle nostre patologie croniche potrebbe essere in grado addirittura di prevenire una serie di urgenze, piuttosto che rischiare ricoveri in emergenza.
Ecco dunque che un migliore rapporto tra noi (Uomo) e la Macchina (ovvero il digitale e i suoi dispositivi) si potrebbe rivelare davvero quell’ago della bilancia in grado di porre rimedio ai trend negativi che – al di là della pandemia – vediamo in ogni modo all’orizzonte nel sistema complessivo della sanità, tra invecchiamento della popolazione, aumento delle patologie e scarsità delle risorse.
Tutti fattori, dati alla mano, che ben varrebbero lo sforzo iniziale di investire in un miglioramento – tecnico e culturale – delle nostre “architetture digitali sanitarie”.
Prima di salutarci e darci appuntamento al prossimo White Paper (che racchiuderà tutti gli articoli di questa mia rubrica 6MEMES 2020) vi lascio con un breve accenno a quanto io e il mio gruppo, in questo ambito, stiamo facendo da alcuni anni.
Si chiama Patient Journey ed è una soluzione digitale che mette in comunicazione tra loro i Pazienti e le Strutture durante tutto il percorso di accoglienza e cura, cosi da

“ Capire i bisogni di pazienti e le esigenze delle strutture” e “Fare in modo che le persone diventino protagoniste della relazione con la sanità per muoversi sempre meglio nei suoi servizi.”

Chi volesse può visitare il sito e farsi un’idea “amichevole” di come la Macchina, già oggi, è in grado di prendersi cura di noi.
Alla prossima,

Mauro Di Maulo.

 


CREDITS IMMAGINI (rielaborate)

ID Immagine 1: 65128006. Diritto d'autore: Kheng Ho Toh.
ID Immagine 2: 35336005. Diritto d'autore: Nikki Zalewski
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Le letture per l’estate consigliate da #6MEMES. Parola d’ordine: interoperabilità

[dropcap3]A[/dropcap3]nche quest’anno, in questa estate così problematica, non potevamo rinunciare ai nostri consigli di lettura. 
Il tema proposto  (non sarà una sorpresa, immaginiamo 🙂  coincide con l’Interoperabilità, il topic non solo tecnico, ma anche linguistico, culturale e scientifica attraverso cui, confidiamo, l’innovazione tecnologica sarà capace di rivoluzionare, migliorandolo, il rapporto tra tecnologia e sistemi (sociali ed economici in primis).
In questi consigli per l’estate vorremmo dunque mostrarvi l’importanza di una più efficace interoperabilità tra i dati, sorgente primaria di ogni innovazione tecnologica e, in questo momento storico di connessione globale (più o meno forzata dall’attuale pandemia), fonte indispensabile di informazioni e conoscenza.

[sf_iconbox image=”ss-bookmark” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]I consigli di lettura…[/sf_iconbox]

Partiamo da “Library linked data. Verso l’interoperabilità tra le istituzioni culturali”.
Il libro, di Ester Marinelli, presenta e spiega inizialmente il concetto di Giant Global Graph (o Grafo Gigante Globale), idea sviluppata Tim Berners-Lee (l’informatico britannico insignito del premio Turing 2016 e co-ideatore, insieme a Robert Cailliau, della base concettuale per il futuro sviluppo del World Wide Web).
Nell’era digitale della rete distributrice di qualunque informazione, il “Grafo globale” si configura come un web semantico ossia un luogo virtuale dove effettuare una migliore e più puntuale ricerca delle informazioni mediante collegamenti tra documenti ma anche tra dati, e che chiunque può contribuire a incrementare.
Un luogo “abitato” dalla famiglia dei Linked Open Data (LOD), i dati liberamente accessibili e in continua connessione tra loro, ricercabili dai motori di ricerca e comprensibili dalle macchine. Nonché una delle principali tecnologie che sottostanno alla realizzazione del concetto di Grafo Gigante Globale.
E l’autrice prosegue descrivendo la tecnologia dei LOD per comprenderne livello di sviluppo, criticità e punti di forza attuali per esplorare infine il panorama internazionale e nazionale in merito alla produzione di Library Linked Data, cioè dati bibliografici “collegati”.
Un’idea di futuro, quella dei LLD, che attraverso l’interoperabilità di sistemi potrebbe aprire il varco verso un’interoperabilità di Istituzioni culturali (biblioteche, musei, associazioni culturali), garantendo la correttezza delle informazioni fornite e la possibilità di accrescimento della cultura personale e, dunque, della propria libertà.
[bctt tweet=”Library Linked Data: i dati  bibliografici collegati, potrebbe aprire il varco verso un’interoperabilità di Istituzioni culturali, garantendo la correttezza delle informazioni fornite e la possibilità di accrescimento della cultura” username=”MapsGroup”]
Il Grafo Gigante Globale non che può essere sostenuto da una solida rete tecnologica aggiornata e sempre migliorabile. In “Apriti standard! Interoperabilità e formati aperti per l’innovazione tecnologica”, Simone Aliprandi sostiene l’urgente necessità di poter disporre di strumenti software che siano distribuiti in modalità libera dai tradizionali vincoli della proprietà industriale e, dunque, disponibili in forme e modi del tutto aperti, gratuiti e trasparenti.
L’attenzione del dibattito scientifico, prosegue Aliprandi, deve essere spostata dagli strumenti con cui si producono informazioni alle informazioni stesse e sugli standard con cui esse sono codificate, comunicate e memorizzate. Interoperabilità e neutralità tecnologica diventano quindi categorie e valori centrali di libertà per un ecosistema digitale efficiente ed equo.
[bctt tweet=”Interoperabilità e neutralità tecnologica: categorie e valori centrali di libertà necessari per un ecosistema digitale efficiente ed equo” username=”MapsGroup”]
Basteranno i software aperti e una trasparente circolazione di informazioni interconnesse a garantire una nuova frontiera della vita comune? Potrebbe rispondere alla domanda Serenella Iovino con il suo libro “Filosofie dell’ambiente” nel quale si auspica la realizzazione di una necessaria “Cultura dell’ambiente”, attenta alle relazioni tra mondo umano e mondo naturale non-umano.
È infatti più che mai necessario un “pensiero dell’ambiente” che non si muova solo sul territorio della morale e del valore ma richieda l’interoperabilità di più discipline come sociologia, scienze cognitive, letteratura e critica letteraria, estetica e storia delle idee. 
Un’interpolazione di concetti per una multi pluralità di idee, insomma, per mettere in discussione la struttura della società e offrire più letture del mondo contemporaneo.
[bctt tweet=”È più che mai necessario un “pensiero dell’ambiente” che richieda l’interoperabilità di più discipline come sociologia, scienze cognitive, letteratura e critica letteraria, estetica e storia delle idee” username=”MapsGroup”]
Eccoci, infine, ad augurarvi una estate il più serena possibile, di divertimento, ma anche riflessione. 
Per capire, magari, come la messa in in opera di una interoperabilità più efficace possa aiutare le nostre società a rompere muri virtuali che ci imbrigliano spesso in spazi troppo esigui.


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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

Esattezza: trasparenza, veridicità e interoperabilità del sapere dall'Uomo alla Macchina. Partendo da Calvino.

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[/sf_iconbox]La misura del vero

[dropcap3]C[/dropcap3]alvino inizia la sua terza lezione, quella dedicata all’Esattezza, con una definizione del suo campo di analisi letteraria espressa in tre punti numerati (come vedremo tra breve), mentre l’incipit al capitolo ci concede una breve divagazione sul concetto più generale di unità di misura:

“La precisione per gli antichi Egizi era simboleggiata da una piuma che serviva da peso sul piatto della bilancia dove si pesano le anime. Quella piuma leggera aveva nome Maat, dea della bilancia. Il geroglifico di Maat indicava anche l’unità di lunghezza, i 33 centimetri del mattone unitario, e anche il tono fondamentale del flauto.”

Calvino prosegue il discorso citando la fonte:

“Queste notizie provengono da una conferenza di Giorgio de Santillana sulla precisione degli antichi nell’osservare i fenomeni celesti. (…) In memoria della sua amicizia, apro questa conferenza sull’esattezza in letteratura col nome di Maat, dea della bilancia.”

E, dopo questo breve inciso – che circoscrive a mo’ di geroglifico l’area semantica dei discorsi che l’autore affronterà – Calvino definisce ancor meglio il concetto di Esattezza che, per lui, vuol dire soprattutto tre cose:

1) un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato;
2) l’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili; in italiano abbiamo un aggettivo che non esiste in inglese, “icastico”, dal greco εικαστικός;
3) un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione.

La mia prima riflessione rispetto ai temi che trattiamo in questa serie di articoli è che l’opera calviniana – nel suo insieme – è densa di nuclei di senso che possiamo definire preveggenti, e uno di questo è proprio quello riferito all’Immaginazione collegata  a filo doppio con i concetti di Misura e di Calcolo.
Quasi come se ogni porzione di testo narrato dovesse – per sua vocazione – tendere a contenere e condividere un insieme di significati in grado di rappresentare qualcosa di esatto, preciso, o meglio ancora: VERO.
E se questo legame tra “immaginazione” e “misura” sembra a un primo sguardo contro-intuitivo – parlando qui di Esattezza – allora il mio consiglio è quello di leggere l’articolo di Anna Pompilio in cui introduce la differenza tra interoperabilità sintattica e interoperabilità semantica proprio a proposito della condivisione di informazioni e saperi:

“la definizione di interoperabilità, per la precisione di interoperabilità sintattica, ha un che di limpido e leggero: è la capacità dei sistemi (ognuno dei quali utilizza per funzionare differenti linguaggi, tecnologie, interfacce, …) di comunicare e scambiare tra loro dati e servizi.
Il modo con cui sistemi diversi cooperano, e quindi si scambiano informazioni, è attraverso l’utilizzo di standard e protocolli. (…) Esiste tuttavia un’altra definizione di interoperabilità, che porta forse con sé maggiori suggestioni: l’interoperabilità semantica che si ha quando i dati scambiati sono comprensibili dai differenti sistemi coinvolti.”

Il destino di ogni forma “esatta” di comunicazione, dunque – secondo questo specifico focus – sembra essere correlata non tanto (o non solo) a trasmettere e veicolare informazioni fine a se stesse, ma piuttosto di valore, contenente cioè qualcosa non solo di misurabile, ma anche capace di essere “comprensibile”.
Questo, sia che si tratti di una comunicazione tra Umani, tra Macchine e perfino di tipo “ibrida”, ovvero tra l’Uomo e la Macchina.
[bctt tweet=”Il destino di ogni forma esatta di comunicazione, sembra essere correlata non solo a trasmettere e veicolare informazioni fine a se stesse, ma piuttosto di valore, contenente cioè qualcosa di misurabile.” username=”MapsGroup”]
Quando questo non accade, allora si assiste a un vuoto cicaleccio, piuttosto che a un reale scambio, i cui esiti – per il contesto generale – non sono certo favorevoli. D’altra parte è lo stesso Calvino che si sofferma sul tema:

“(…) mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile. (…) La letteratura – dico la letteratura che risponde a queste esigenze – è la Terra Promessa in cui il linguaggio diventa quello che veramente dovrebbe essere.”

L’autore non è più clemente nemmeno con l’uso delle immagini, che già intravede come inflazionate rispetto al loro significato più profondo (e oggi non possiamo che dargli ancora una volta ragione):
“Viviamo sotto una pioggia ininterrotta d’immagini (…) che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza d’imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili. Gran parte di questa nuvola d’immagini si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria (…).”

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[/sf_iconbox]Quando e se la misura è “vuota”…

Se ora queste riflessioni le lasciamo rilegate nell’ambito letterario, allora possiamo anche dire che la questione non è poi così grave (non è vero, ma facciamo finta di sì!).
Ma se invece accostiamo queste tematiche alla relazione ormai strutturale tra l’Uomo e la Macchina, allora sì, la faccenda si complica, e di parecchio.
Se infatti la traduzione delle istruzioni che (per semplificare molto) l’Uomo impartisce alla Macchina (sia nella fase della sua progettazione che durante le attività di addestramento e perfino nelle fasi di ri-elaborazione dei dati e delle informazioni) è imprecisa o imperfetta, anche di poco, ecco che invece le conseguenze possono essere assai più impattanti nel loro risultato ed esponenziali nel loro riverbero.
Non a caso, quello della veridicità dei dati è uno dei fattori più importanti, quando si parla di Big Data, ad esempio, come abbiamo ricordato in uno degli articoli fondanti il nostro blog:

“Il tema dell’esattezza e della veridicità – a proposito di dati – è cruciale, tanto che è uno dei quattro parametri principali con cui si individuano i big data (assieme al volume, la velocità e la varietà).”

Il termine, infatti,

“si riferisce alla connotazione qualitativa del dato raccolto e analizzato (in termini di interoperabilità e affidabilità)” ed è un fattore determinante “essendo questi dati alla base di una serie di attività inferenziali il cui esito dipende appunto dalla qualità della materia prima da cui si parte.”

E qui si apre una questione cruciale, in termini di Esattezza:

“Essere Esatti, in sintesi, non necessita solo l’essere precisi, ma anche in qualche modo obiettivi (veritieri) nell’individuare l’oggetto di analisi. 
Tale doppio binario, infatti – quello dell’esattezza dell’individuazione dell’oggetto e quello l’esattezza della sua rappresentazione – è fortemente dipendente dagli strumenti di cui dispone colui che osserva, che possono essere non solo tecnici e tecnologici, ma anche intellettivi e culturali.”

E se non bastano le misure, in questo senso, allora è chiaro che occorre uno strumento ulteriore, per garantire sia Esattezza che Veridicità nella relazione assai complessa tra il linguaggio dell’Uomo e quello della Macchina.
[bctt tweet=”Se le istruzioni che – per semplificare molto – l’Uomo impartisce alla Macchina sono imperfette, anche di poco, le conseguenze possono essere importanti ed esponenziali nel loro impatto.” username=”MapsGroup”]
Questo strumento – io – vorrei chiamarlo Metodo di nome ed Etico di cognome, e vorrei farlo riportando le parole del professor Paolo Benanti:

“Per guidare l’innovazione verso un autentico sviluppo umano che non danneggi le persone e non crei forti disequilibri globali, è importante affiancare l’etica alla tecnologia.
Rendere questo valore morale qualcosa di comprensibile da una macchina, comporta la creazione di un linguaggio universale che ponga al centro l’uomo: un algor-etica che ricordi costantemente che la macchina è al servizio dell’uomo e non viceversa.”

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[/sf_iconbox]Dati e veridicità pre e post Covid

Se tutto questo discorso poteva apparire soltanto qualche mese fa molto difficile da capire, e soprattutto astratto e lontano dalla nostra vita di tutti i giorni, basta ora soffermarci sugli eventi che stiamo nostro malgrado attraversando in termini pandemici per capire che non è affatto così, e forse non lo è mai stato.
Era ad esempio l’esimio professor Roberto Burioni, già in febbraio, a interrogarsi sull’esattezza dei dati riportati dalle statistice cinesi:

“Tutto il mondo s’interroga sulla veridicità dei dati statistici disponibili in Cina. In ogni caso, con tutte le limitazioni di sorta, sono quelli che abbiamo e su cui tutti dobbiamo riflettere.
Oggi vi proponiamo una nostra possibile interpretazione, anche alla luce dell’ultimo report degli epidemiologi dell’Imperial College of London.”

Noi stessi in prima persona, in questi mesi, abbiamo potuto registrare direttamente come  – tra report della Protezione Civile e schermaglie varie a suon di numeri, grafici e modelli esponenzial – la questione sia dunque sostanziale, soprattutto se applicata ai modelli matematici, e a maggior ragione a quelli esponenziali: basta sbagliare un PICCOLO numero all’inizio della serie di calcoli che il risultato sarà un GROSSO errore.
Tant’è che sono purtroppo tantissimi gli articoli che mettono sul chi va là, a partire da dati scientifici di cui dubitare:

“Il calcolo dell’infection fatality rate si sta rivelando uno degli aspetti più controversi di questa pandemia. Tra risse scientifiche, modelli, analisi sierologiche, le cifre proposte sono ancora molto distanti, e in attesa di dati certi non resta che decidere di chi fidarsi.”

Per non citare il problema della sicurezza dei dati ripetto a possibili attacchi informatici riguardanti informazioni che sono per noi letteralmente VITALI:

“L’Fbi e e l’Homeland Security denunciano una serie di attacchi informatici il cui mandante sarebbe Pechino. Nel mirino degli hacker dati su vaccini, trattamenti e test di aziende e organizzazioni americane…”

Ed è qui, che il tema dell’interoperabilità – e non solo tra uomo e macchina, ma tra enti, stati e perfino tra continenti diversi – si mostra nella sua vitale, anzi, virale, congiunzione.
[bctt tweet=”Oggi, il tema dell’interoperabilità – non solo tra uomo e macchina,  ma tra enti, stati e perfino continenti diversi – si mostra nella sua vitale, anzi, virale, congiunzione.” username=”MapsGroup”]
In un’epoca iperglobalizzata, in cui un virus fa il giro del mondo in poche ore (senza sbagliare, purtroppo per noi, il suo bersaglio) è sempre più importante la nostra capacità di essere all’altezza della sfida anche e soprattutto in termini di esattezza e veridicità.
Perché, parafrasando Calvino, l’innovazione tecnologica è la Terra Promessa in cui il linguaggio diventa quello che noi abbiamo immaginato dovrebbe essere.
Al prossimo appuntamento: parleremo di Molteplicità.

***

[dropcap3]PS:[/dropcap3] se crediamo che questa “faccenda” dei numeri e delle misure sia una questione per solo Uomini (e Macchine), allora dobbiamo ricrederci:

“Le ultime ricerche dimostrano che non solo gli animali sono intelligenti, ma che nella loro mente siano presenti i precursori per ogni caratteristica dell’intelligenza umana (…) a cominciare dall’intelligenza matematica: gli animali sanno contare!” Per saperne di più, leggete l’articolo di Focus.


CREDITS IMMAGINI (rielaborate)
ID Immagine 1: 43150614. Diritto d'autore: ssilver
ID Immagine 2: 82194718. Diritto d'autore: Kheng Ho Toh
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6MEMES TRENDS Data Complexity & Big Data Sharing Knowledge

L’interoperabilità metasemantica: oltre il significato delle parole. Di Anna Pompilio.

Il Lonfo*

Change occur within a contest.
Change is the act of transformation in response to a need.


(BABOK®, International Institute of Business Analysis,
Toronto, Ontario, Canada)

 
Il Lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce
sdilenca un poco e gnagio s’archipatta.
È frusco il Lonfo! È pieno di lupigna
arrafferia malversa e sofolenta!
Se cionfi ti sbiduglia e ti arrupigna
se lugri ti botalla e ti criventa.
Eppure il vecchio Lonfo ammargelluto
che bete e zugghia e fonca nei trombazzi
fa lègica busìa, fa gisbuto;
e quasi quasi in segno di sberdazzi
gli affarferesti un gniffo. Ma lui zuto
t’alloppa, ti sbernecchia; e tu l’accazzi.
(Fosco Maraini)
 

[sf_iconbox image=”fa-toggle-on” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]L’interoperabilità metasemantica[/sf_iconbox]

 

[dropcap3]C[/dropcap3]ito da Wikipedia:

la metasemantica, nell’accezione proposta dal Maraini, va oltre il significato delle parole e consiste nell’utilizzo di parole prive di significato, ma dal suono familiare alla lingua a cui appartiene il testo stesso e di cui deve seguire le regole sintattiche e grammaticali.

Ho voluto ripartire (con quest’ultimo di quattro post sull’interoperabilità) dalla metasemantica per ribadire innanzitutto che nella comunicazione solo l’Essere Interoperabile può andare al di là del significato delle parole, della lingua, del linguaggio e tale ricchezza di mezzi, pur aggiungendo complessità, porta con se bellezza e creatività.
Il secondo motivo è che, invece, i sistemi per comunicare tra loro necessitano, al contrario, di regole ferree, significati puntuali, standard condivisi (affinché un processo possa essere completamente digitale è necessario che tutte le informazioni siano completamente comprensibili sia alla sorgente sia alla destinazione). Ma queste stesse regole, significati, standard sono dettate da qualcuno che ha capacità di dare un senso al non-sense: il padre dell’interoperabilità semantica (l’uomo) è capace di giocare con le parole, di sfruttare gli interstizi del linguaggio e la sua percezione, di seguire percorsi inconsueti e luminosi.
[bctt tweet=”I sistemi per comunicare tra loro necessitano di significati puntuali e standard condivisi. E questi sono dettati da qualcuno che ha capacità di dare un senso al non-sense: il padre dell’interoperabilità semantica, l’uomo” username=”MapsGroup”]
 

[sf_iconbox image=”ss-view” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il contesto interoperabile[/sf_iconbox]

 

Change occur within a contest…

Context may include attitudes, behaviours, beliefs, competitors, culture, demographics, goals, governments, infrastructure, languages, losses, processes, products, projects, sales, seasons, terminology, technology, weather, and any other element meeting the definition. (BABOK®)

Chi fruisce di un servizio digitale vive nel contesto, un progetto vive nel contesto, il team vive nel contesto, i fornitori vivono nel contesto, ogni stakeholder coinvolto in un processo di cambiamento vive nel contesto. Un contesto è fatto di scuole, università, di tessuto produttivo e culturale, un contesto è fatto di diritti, di valori, di sostenibilità… Un contesto è fatto di linguaggio così come di infrastrutture.
Per questo è così complicato cambiare direzione, per questo ci arrabattiamo da anni con un Lonfo che ci sbernecchia.
Anche l’interoperabilità non è fine a se stessa ma, come tutto ciò che è concepito dall’essere umano, vive nella circostanza. Circostanza, o contesto, che dev’essere essa stessa interoperabile. Che senso avrebbe investire per rendere interoperabili i sistemi del catasto finalizzati all’integrazione con i sistemi legacy di facility management di un ente, se non ci fossero più immobili dell’organizzazione destinati per assurdo ad uso ufficio?
[bctt tweet=”Anche l’interoperabilità non è fine a se stessa ma, come tutto ciò che è concepito dall’essere umano, vive nella circostanza. Circostanza, o contesto, che dev’essere essa stessa interoperabile” username=”MapsGroup”]
Non sarebbe più utile investire in sistemi che permettano che i dati del catasto siano immediatamente fruibili dal dipendente di quello stesso ente, che deve cambiare abitazione-ufficio da una città all’altra spesso e in tempi brevi? Non sarebbe più efficace abilitare quella stessa persona al controllo  a distanza dei luoghi fisici dove arriva o se ne va?
 

[sf_iconbox image=”ss-shuffle” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Azione, trasformazione, collaborazione[/sf_iconbox]

 

Change is the act of transformation in response to a need.

L’interoperabilità dei sistemi rientra in quei wicked problems che non possono essere risolti da un’innovazione tecnologica o dall’azione della singola organizzazione ma richiedono il concorso, il coinvolgimento, la relazione di molteplici attori e l’azione coordinata di tutti coloro che operano in un dato ambito, ognuno nel suo ruolo, siano essi azionisti, dipendenti, fornitori, consumatori, industria, politica, società civile: Collaboration is the act of two or more people working together towards a common goal.
Se lavorare insieme al superamento degli ostacoli verso un mondo digitale interoperabile e interconnesso era già un obiettivo importante fino a pochi mesi fa, non limitarsi oggi a sostenere sacche di innovazione costituite da gruppi in competizione tra loro, come le bande di guerrieri del Bronx nei film degli anni ’80, è ancora più rilevante. Il contesto è cambiato drammaticamente e la vera sfida è portare a bordo tutti gli attori coinvolti nel processo.
[bctt tweet=”Lavorare per un mondo digitale interoperabile e interconnesso, e non sostenere sacche di innovazione costituite da gruppi in competizione tra loro, portando a bordo tutti gli attori coinvolti nel processo: è questa la vera sfida oggi” username=”MapsGroup”]
Più complicato ancora di questi tempi? Può essere, specie se si continua a pensare in termini di collaborazione uguale prossimità quando in realtà bisognerebbe forse studiare un algoritmo di collaborazione uguale affinità.
Ricominciare dunque con metodo, ma facendo ancora un passo avanti, applicando le regole – i framework – che abbiamo finora destinato allo sviluppo delle fantomatiche “macchine” prima di tutto allo studio e all’osservazione dell’essere umano nel nuovo contesto, per comprenderne le pulsioni più intime e le spinte all’azione, cogliendo i segnali di cambiamento perché un’economia della consapevolezza (come ipotizzava già qualche anno fa Niccolò Branca) non può che partire da una chiara visione di se. È vero che siamo tutti nella medesima circostanza, ma non siamo tutti uguali anzi, è precisamente il contrario.
E chi si interroga sui motivi che hanno impedito finora di arrivare a concretizzare il dialogo tra sistemi diversi deve riposizionare sulla matrice qualcosa di più della paura della condivisione (i fantomatici silos) o della perdita dei propri privilegi, aggiungendo inevitabilmente ai parametri paure nuove e potenti: la perdita della stessa vita o del senso di essa. Se superare il problema tecnico è affare complesso ma non certo impossibile, superare il problema umano, qui e ora, continua ad essere un compito arduo proprio perché l’essere umano non è affatto di facile interpretazione, del resto Il Lonfo non vaterca né gluisce e molto raramente barigatta.
Occorre quindi tendere a una tecnologia che supporti e integri le esperienze umane, sociali e collettive, non allo scopo di controllare e monitorare ma di aiutare nella costruzione di un nuovo modello metasemantico, che risponde a precise regole di collaborazione ma il cui significato ha senso sole se riferito all’ambiente in cui lavora, vive, ama, talvolta muore.
[bctt tweet=”Occorre una tecnologia che supporti e integri le esperienze umane, sociali e collettive, non per controllare e monitorare ma per  aiutare nella costruzione di un nuovo modello metasemantico che risponde a precise regole di collaborazione” username=”MapsGroup”]
Stiamo vivendo il tempo in modo diverso, stiamo diventando più consapevoli del nostro ritmo privato, i rapporti duraturi con famiglia e amici vengono mantenuti in vita a distanza, le parole casa e ufficio assumono significati diversi e c’è chi ipotizza che le città in un futuro prossimo diventeranno solo un agglomerato di edifici temporanei.
I nuovi sistemi dunque dovranno tenere conto di questi e altri scenari possibili e ancora una volta identificare dalle diverse fonti le informazioni pertinenti, raggrupparle in base a parametri specifici per identificare i modelli emergenti, collegare i pattern per definire campioni significativi, combinare le diverse intuizioni per immaginare il futuro. Soprattutto dovranno saper intercettare il Lonfo.
Applichiamo modelli, sempre e comunque (anche qui ne suggerisco uno che permette di cogliere le interrelazioni: il Business Analysis Core Concept Model™ di IIBA) o sviluppiamone di nuovi, perché aiutano, guidano, strutturano, mettono ordine. Ma è solo l’inizio del film, non la fine. Soprattutto impariamo a riconoscere il Gorilla, aspettiamoci di vederlo arrivare e stiamo pronti all’azione.
Altrimenti sarà solo l’ennesimo anno da dimenticare.


[highlight]Approfondimenti[/highlight]


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ID Immagine 2: 96197608. Diritto d'autore: Nikita Gonin 
ID Immagine 3: 47638548. Diritto d'autore: Tomasz Wyszolmirski
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6MEMES TRENDS Interoperabilità e digital footprint Sharing Knowledge

Pagamenti digitali: pro e contro al tempo (anche) del Coronavirus. Di Lilith Dellasanta [Parte due]

PARTE SECONDA

[sf_iconbox image=”fa-line-chart” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]L'”impennata” dei pagamenti digitali[/sf_iconbox]

Abbiamo visto insieme, nel precedente articolo, come anche in Italia i pagamenti digitali (pur rimanendo, il nostro, uno dei Paesi europei agli ultimi posti per il loro utilizzo) abbiano iniziato da tempo un processo di crescita. 
I motivi che ne hanno incentivato l’uso (e che continuano nella loro ragion d’essere) si possono sostanzialmente individuare in questi punti:

  • la percezione di praticità nelle transazioni, forse il punto più facilmente apprezzabile dai consumatori;
  • la certezza dei pagamenti, che va in favore sia dei regolatori che dei cittadini che sono tutelati rispetto alla richiesta di provare l’avvenuto pagamento;
  • il controllo e contrasto all’evasione, sicuramente il motivo che viene più evidenziato come positivo da parte dei regolatori.

Gli aspetti percepiti come potenzialmente problematici – non pochi, come possiamo vedere, e riguardanti più punti di vista – sono invece inerenti a:

  • le questioni di sicurezza legate alle tracce digitali lasciate a ogni transizione che potrebbero essere usate fraudolentemente;
  • l’efficacia nella lotta all’evasione fiscale stessa (tranchant l’opinione del giornalista Giovanni Paragone);
  • il pericolo che un blackout possa bloccare tutto;
  • le alte commissioni che devono sostenere i commercianti;
  • la percezione di non essere “realmente” in possesso del proprio denaro;
  • il timore da parte dei consumatori di avere difficoltà nel tenere sotto controllo le proprie spese.

In questo scenario – che abbiamo fotografato sino a pochi mesi fa – gli attori principali delle conversazioni sul tema erano costituiti da alcuni grandi protagonisti, quali la “politica”, i principali player economici e gli utilizzatori (intesi come consumatori e commercianti)…
In questo flusso abbastanza prevedibile di contenuti è irrotto con forza la pandemia determinata dal diffondersi del Covid-19, che ha giocoforza contagiato anche questo ambito.
Anzi, possiamo affermare in proposito che il consiglio specifico da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità di limitare l’uso dei contanti nei pagamenti come forma preventiva dei rischi di contagio, assieme alle pratiche di sanificazione utilizzate da alcuni paesi, in breve tempo hanno determinato una vera e propria impennata sul tema dei pagamenti digitali.
A queste contingenze si sono ben presto affiancati una serie di “adattamenti” nelle abitudini di acquisto imposti proprio dal lockdown, ragion per cui: 

  • è aumentato il ricorso all’ecommerce per le catene di gdo, che hanno dovuto fronteggiare un aumento della richiesta sui canali già presenti, con una saturazione costante degli slot disponibili;
  • i grandi player come Amazon hanno dovuto porre delle priorità su acquisti e consegne, in modo da adattare la gestione dei magazzini ai prodotti inizialmente permessi e all’aumentata richiesta di prodotti sanitari;
  • per i piccoli commercianti i pagamenti digitali sono stata la scelta obbligata per impostare velocemente i servizi di consegna a domicilio e dare un minimo di respiro alle vendite e fronteggiare la grande contrazione dei consumi.

Il 19 marzo, del resto, un’indagine Nielsen riportava un aumento di tali pratiche di oltre l’80% rispetto allo scorso anno già a partire dall’ultima settimana di febbraio fino alla prima di marzo. Lo stesso articolo riporta come, secondo Netcomm, il 77% di chi vende online abbia acquisito nuovi clienti durante queste settimane di blocco legate all’emergenza coronavirus. 
Complessivamente – se si considera l’andamento dei contenuti relativi ai pagamenti digitali a partire da giugno 2019 – l’andamento risulta costante. Questo, sia per i motivi che abbiamo visto nella prima parte dell’articolo che per quelli che affronteremo tra poco, in cui un ruolo decisivo lo gioca proprio l’inizio dell’epidemia anche in Italia.
[bctt tweet=”A marzo, un’indagine Nielsen riportava un aumento dei pagamenti digitali di oltre l’80% rispetto lo scorso anno. Secondo Netcomm, il 77% di chi vende online ha acquisito nuovi clienti durante il lockdown legato all’emergenza coronavirus” username=”MapsGroup”]
Approfondiamo quindi lo scenario in cui questi cambiamenti si sono verificati, considerando gli attori che stavano guidando l’adozione dei pagamenti digitali.
 

[sf_iconbox image=”fa-arrows-alt” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]La spinta politica e di impresa[/sf_iconbox]

Sotto questo punto di vista, è innegabile il fatto che sia gli Stati nel loro insieme che le aziende private stanno spingendo fortemente verso l’adozione dei pagamenti digitali: dal 1° gennaio 2020, non a caso, è entrata in vigore in Italia la trasmissione telematica dei corrispettivi e quindi per negozi e attività commerciali è scattato l’obbligo di dotarsi di registratori di cassa telematici per registrare e inviare i dati degli scontrini elettronici al fisco.
I commercianti si dovranno dunque adeguare alla nuova normativa, e i fornitori di servizi hanno già anticipato che sono pronti a rispondere alle nuove esigenze. 
Nella nostra tag cloud sulla lingua italiana (su tutto il periodo di osservazione) spicca Nexi, che con SmartPos “permette il pagamento di tutte le carte fisiche e di tutti i pagamenti digitali come carte di credito, prepagate, debito, smartphone e QR Code, per assicurare la massima affidabilità e sicurezza agli incassi degli esercenti”.
Per invogliare ancora di più i consumatori a utilizzare le forme di pagamento digitali, dal 7 agosto avrebbe dovuto prendere il via la lotteria degli scontrini, così come già sperimentato in Portogallo, Slovacchia, Croazia, Grecia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Malta, Lituania, Polonia, Slovenia e Romania. 
Il 20 maggio è stato annunciato che causa coronavirus, la lotteria slitta al 2021: per ogni pagamento digitale, lo scontrino conterrà, su richiesta dell’acquirente un codice lotteria da giocare sul portale dedicato.
Insomma, sarà sfruttata istituzionalmente la leva dei concorsi a cui siamo abituati quotidianamente nei nostri acquisti, dai cereali per la colazione all’apertura dei conti correnti. Secondo Valeria Portale e Giorgia Sali, dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano, resta da capire se questa formula inciderà permanentemente sulle abitudini di pagamento o si limiterà alla durata dell’incentivo.  
Anche l’Agenzia delle Entrate-Riscossione , nell’ambito della certezza dei pagamenti e della lotta all’evasione, punta sui pagamenti digitali. Nelle cartelle inviate ai contribuenti da Agenzia delle Entrate-Riscossione (Ader) debutta, infatti, «Pago Pa» che andrà a sostituire gradualmente il bollettino Rav utilizzato nel 2018 da cittadini e imprese per oltre 15 milioni di pagamenti di cartelle e avvisi, circa il 90% del totale delle transazioni.
Per quanto riguarda la forma dei pagamenti digitali, il legislatore ha contemplato non solo le “carte”, ma anche tutti quei sistemi che assolvono ai requisiti, compreso Satispay.
[bctt tweet=”Sia gli Stati che le aziende private stanno spingendo fortemente verso l’adozione dei pagamenti digitali. Anche l’Agenzia delle Entrate-Riscossione, nell’ambito di certezza dei pagamenti e lotta all’evasione, punta sui pagamenti digitali.” username=”MapsGroup”]
E tuttavia, la BCE richiama l’Italia almeno in proposito si nuovi limiti ai pagamenti in contante, che prevede un abbassamento a 1.000 euro entro il 2022: oltre a non avere comunicato preventivamente la decisione, il rischio sarebbe che pagamenti diversi dall’uso del cash taglino fuori quella parte più debole della popolazione, che non ha accesso ai conti bancari o che non può permetterselo. Inoltre, le modalità di pagamento diverse dal contante, nota la BCE, non sono equivalenti, avendo spesso “caratteristiche diverse”.

[sf_iconbox image=”fa-area-chart” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Banche e grandi aziende entrano nel settore dei pagamenti digitali[/sf_iconbox]

Nessun dubbio pare frenare le banche e le grandi aziende nell’entrare nel settore dei pagamenti digitali così da estendere i loro servizi.
Per fare qualche esempio: 

A livello internazionale, Bnl Bnp Paribas si spinge ancora più avanti e realizza il “Pagamento Invisibile”, sviluppato da Axepta, società della banca, e presentato al Salone dei pagamenti di novembre. 
Come funziona? In modo simile ai negozi americani AmazonGo, in cui in assenza di casse si preleva il prodotto e si esce direttamente, perché gli acquisti vengono addebitati direttamente sul conto Amazon. 
Il cliente, infatti, può registrarsi all’ingresso del punto vendita tramite un QR code e un’App del merchant sullo smartphone; a questo punto, una volta entrato nel punto vendita, sceglierà cosa comprare, prenderà la merce e potrà uscire senza effettuare un vero e proprio pagamento fisico, perché lo stesso avverrà tramite alcuni sensori intelligenti posti all’interno del negozio e all’uscita, mediante la carta di credito registrata sul telefono del cliente.
Interessante – in tutto questo flusso di dati – è notare che che quelli di registrazione non saranno gestiti dal commerciante, ma direttamente dalla società di acquiring, Axepta.
Passando ai grandi gruppi non bancari, Facebook ha debuttato nei pagamenti digitali, con il servizio “Pay” in arrivo negli USA, mentre Google inizierà a offrire conti correnti ai clienti a partire dal prossimo anno, con il progetto chiamato Cache. Anche in questo ha grande rilevanza la partnership con le banche tradizionali, come Citigroup, e unioni di credito come la Stanford Federal Credit Union. 
[bctt tweet=”Non solo Banche: Facebook ha debuttato nei pagamenti digitali, con il servizio “Pay” in arrivo negli USA, mentre Google inizierà a offrire conti correnti ai clienti a partire dal prossimo anno, con il progetto chiamato Cache.” username=”MapsGroup”]
La stessa Google offre già ai suoi clienti il servizio Google Pay, e il suo portafoglio virtuale Google Wallet consente di effettuare alcune operazioni come lo scambio di denaro tra persone. Una delle sfide principali riguarderà la privacy, e sarà costituita dal vincere la resistenza degli utenti a dare a Google l’accesso a dati così sensibili come quelli bancari.
 

[sf_iconbox image=”fa-bus” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Focus sui trasporti[/sf_iconbox]

Abbiamo visto come la gestione dei pagamenti digitali coinvolga molti attori, dai cittadini che pagano le tasse e che effettuano grandi e piccoli pagamenti, agli esercenti, ai regolatori.
Introduciamo per questo focus un altro attore, ovvero i gestori dei servizi pubblici, per focalizzarci su come i pagamenti digitali possano farsi strada anche nel pagamento di piccole somme per facilitare e velocizzare l’accesso ai sistemi di trasporto, guardano alle esperienze internazionali.
La metropolitana è il mezzo di trasporto in cui i servizi contactless stanno avendo il più rapido sviluppo, per la relativa facilità di dotare di strumenti di rilevazione aggiuntivi un processo che già prevede il passaggio tramite tornelli. 
[bctt tweet=”In Europa, la metropolitana è il mezzo di trasporto in cui i servizi contactless stanno avendo il più rapido sviluppo, per la facilità di dotare di strumenti di rilevazione un processo che già prevede il passaggio da tornelli” username=”MapsGroup”]
A Copenhagen, Genova e Milano si può viaggiare già da tempo con biglietti acquistati tramite cellulare e app, e a Milano in metropolitana con pagamento contactless direttamente sulla carta di credito (con una media di 35.000 ogni giorno), mentre a Roma il servizio Tap & go è stato inaugurato a Novembre, ed è stato offerto da Mastercard il 29 e 30 novembre, con corse gratis per i possessori di Mastercard ING.
Minsk, Vancouver e Londra sono le altre città che usano il sistema Tap and Go.
A Madrid si può pagare contactless dal 30 novembre su tutti gli autobus e ci si prepara per il riconoscimento facciale, così come in India.
Nelle province di Napoli, Salerno e Avellino la sperimentazione dei pagamenti dei mezzi pubblici locali tramite carta di credito e di debito contactless partirà dalla seconda metà del 2020, agevolando cittadini e turisti.

Ci lasciamo infine con una nota di costume: sta vivendo un vero e proprio boom la piccola pelletteria: una borsa grande, dal punto di vista funzionale, non è più necessaria per trasportare agende, blocchi, portafogli e portacarte, perché lo smartphone libera le persone dall’incombenza di portare dietro tanti oggetti.
Con la raccomandazione di tenere pulito anche questo oggetto 🙂
 
Alla prossima,

Lilith Dellasanta


CREDITS IMMAGINE DI COPERTINA (rielaborata)
ID Immagine 1: 82426182, di Monsit Jangariyawong
ID Immagine 2: 115381948, di wrightstudio
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Salute, Uomo e Macchina in ambito sanitario: verso il modello Connected Care. Di Mauro Di Maulo.

[dropcap3]D[/dropcap3]opo aver parlato nello scorso articolo di Intelligenza Artificiale in ambito sanitario, e di come le nuove tecnologie potranno aiutarci anche in questo momento così critico, vorrei iniziare questo secondo contributo cercando di contraddire un luogo comune particolarmente radicato sui presunti costi dell’innovazione in generale, e in particolare nella Sanità, costi che, solitamente, vengono prefigurati come molto elevati.
Quello infatti che voglio subito anticipare è che l’uso a ragion veduta dei vari processi digitali e innovativi in questo settore non solo non porta a un eccessivo dispendio di risorse, ma può addirittura generare un risparmio di risorse, in primo luogo economiche.
Non solo: questo risparmio avviene in favore di una serie di costi che possiamo definire, se non come veri e propri sprechi, senz’altro come un impiego di risorse sovradimensionate rispetto a quanto potrebbe essere, anche perché non portano, nei fatti, nessun beneficio per nessuno, tanto meno per noi cittadini-pazienti-consumatori.
[bctt tweet=”I processi digitali e innovativi nel settore sanità possono generare un risparmio di risorse, in primo luogo economiche.” username=”MapsGroup”]
Mi riferisco, ad esempio, a tutti gli adempimenti burocratici legati alle prenotazioni dei servizi sanitari, pratiche interminabili di cui ciascuno ha contezza nella sua vita di tutti i giorni, che sono di solito espletate in una serie di passaggi ridondanti che portano via tempo e denaro a tutti i soggetti interessati.
Senza contare le inutili code nelle sale di attesa che non solo costituiscono oggi addirittura un pericolo per la salute di tutti, vista l’emergenza Covid-19 in corso, ma che in ogni modo rappresentano un evidente spreco di energie da parte di tutti, operatori compresi, che si trovano loro malgrado a dover rincorrere procedure obsolete salvo poi avere minor tempo residuo da dedicare al tempo di “cura”, sia in senso clinico-medico che assistenziale.
In questi termini, è già quindi molto evidente che investire in azioni di digitalizzazione di tutte quelle procedure che si prestano ad essere automatizzate rende più efficienti aspetti meramente burocratici traducendosi al contempo, alla fine del processo, non solo in un risparmio di tempo e risorse, ma addirittura in un miglioramento della qualità finale del servizio erogato.
E tuttavia, sino ad oggi, il processo di digitalizzazione della Sanità – soprattutto nel nostro paese – non è stato affatto lineare e sistematica, ma si è mosso invece a macchia di leopardo, rendendo evidente una certa diffidenza da parte dell’Uomo nei confronti della Macchina, forse anche a causa della “sensibilità” del settore.
Nonostante ciò, da qui in avanti, saremo tutti chiamati inevitabilmente a colmare questo ritardo, se vorremo spendere oculatamente le nostre residue risorse economiche e nel frattempo garantire a ciascuno l’efficacia di un sistema, quello sanitario, più che mai essenziale e vitale per ciascuno.
Cerchiamo insieme di vedere come.

[sf_iconbox image=”fa-header” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Dallo spreco al risparmio, dall’Uomo alla Macchina (e ritorno)
passando dal miglioramento del servizio erogato.

 
Chi, come me, opera in questo campo dal punto di vista dell’innovazione, sa in prima persona come sia importante coniugare i bisogni degli Uomini – che siano pazienti, medici, operatori o dirigenti – con le migliori performance che possono garantire in termini di efficienza ed efficacia le cosiddette Macchine, ovvero i sistemi, i programmi e i dispositivi automatizzati che si possono utilizzare.
Ma il fatto che l’innovazione tecnologica nel settore della sanità non si traduca necessariamente in un taglio delle risorse economiche, non vuol dire che la strada sia in discesa, altrimenti non sarebbe comprensibile come questo cambio di passo sia stato, sino ad oggi, così difficoltoso. Nel nostro paese, ma non solo.
Quale è stato dunque uno dei motivi che ha fatto da freno a questo indispensabile passaggio innovativo verso il digitale? Il problema è stato, in primo luogo, culturale.
Le risorse che vengono richieste in questo sforzo di digitalizzazione, infatti, sono quasi tutte a carico dell’Uomo, piuttosto che della Macchina, e riguardano non tanto le competenze tecniche, ma soprattutto quelle strategiche, di visione e finanche comunicative anche da parte della classe dirigente.
Trattandosi di pratiche, sistemi e processi che modificano alla base ogni status quo di tipo sia strategico che procedurale, tali competenze e capacità di sguardo sono infatti essenziali, e non sono sempre facili da far emergere.
Ecco dunque che gli ostacoli tecnici (che ci sono stati, inutile negarlo, e spesso proprio a livello di interoperabilità) sono diventati a maggior ragione un freno che spesso ha rallentato, nei fatti, un processo di cambiamento che, in sé, andrebbe considerato invece come un vero investimento di risorse in primo luogo umane.
[bctt tweet=”Gli ostacoli tecnici sono diventati un freno che ha rallentato la digitalizzazione sanitaria, un processo di cambiamento che andrebbe considerato invece come un investimento di risorse in primo luogo umane.” username=”MapsGroup”]
Non a caso, nella Ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità “Connected care: il cittadino al centro dell’esperienza digitale” (Maggio 2019) tra i dati che sono stati rilevati figurano proprio La Comunicazione, e la necessità di

“Creare cultura, comunicare e diffondere la conoscenza sui temi dell’innovazione digitale in Sanità tra Istituzioni, Aziende e i cittadini”.

Solo infatti a partire da un’interazione fattiva e partecipata – in primo luogo tra gli operatori sanitari (Uomo-Uomo, potremmo dire parafrasando i topic del nostro blog) – possiamo sperare che, a ricaduta, le istanze innovative si ripercuotano a livello culturale in maniera positiva e diffusa, a partire degli operatori di settore sino alle comunità più vaste, con indubbi vantaggi per tutti nel processo di digitalizzazione e innovazione.
E che questa sia una necessità che ben presto si farà ancora più stringente – a causa dell’emergenza Covid-19, certo, ma non solo – lo anticipano già altri dati rilevati dalla stessa ricerca, che suggeriscono come sarà sempre più importante:

“gestire l’invecchiamento della popolazione e della forza lavoro in un contesto di decrescita demografica” in un contesto in cui “siamo il Paese europeo con il più elevato indice di vecchiaia, pari a 168,9 (dietro di noi la Germania a 158,5 e il Portogallo a 150,9)” e “siamo ultimi, assieme alla Spagna, per il tasso di fecondità, che si attesta su una media di 1,32 figli per donna”.

Tali dati, nel report, ne introducono altri che riguardano l’evoluzione dei bisogni e della domanda di sanità in una popolazione che si troverà in condizioni di salute sempre più complesse a causa della presenza contemporanea di più patologie:

“Il 21% della popolazione ha dichiarato di essere affetto da due o più patologie croniche e tra gli over 75 la comorbilità si attesta al 66% (57% tra gli uomini e 72% tra le donne)”.

Questo, mentre “si prevede che nel 2025 ci saranno 16.700 medici specialisti in meno”.
Risulta quindi chiaro – secondo questi dati a cui va aggiunta l’attuale emergenza sanitaria – che una gestione oculata delle risorse (sia economiche che operative) sarà più che mai determinante, per cercare di “mantenere un buon livello di qualità della cura e sostenibilità del sistema sanitario”, anche perché la maggior parte delle patologie rivestirà carattere di cronicità e dunque, per sua natura, dovrà essere adeguatamente trattata in ottica anche preventiva, piuttosto che soltanto emergenziale.
Ecco dunque che una consapevolezza diffusa degli scenari prossimi (e futuri) mette ancora più in evidenza come l’innovazione digitale possa rivelarsi una leva insostituibile per governare i nostri bisogni di Sanità in maniera sostenibile, a maggior ragione attraversando una crisi sanitaria ed economica, come l’attuale, che sarà purtroppo destinata a durare a lungo.
[bctt tweet=”L’innovazione digitale si rivelerà una leva insostituibile per governare i bisogni della Sanità in maniera sostenibile, a maggior ragione attraversando una crisi sanitaria ed economica, come l’attuale” username=”MapsGroup”]
Un modello virtuoso da prendere in esame, in questo senso, è quello cosiddetto “Connected Care” che vede il cittadino proprio al centro dell’esperienza digitale, così da migliorare nei fatti la qualità della propria vita.
Vedremo insieme come, quanto e perché nel prossimo articolo.
 

Mauro Di Maulo


CREDITS IMMAGINE
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