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6MEMES TRENDS In Salute e in Malattia Medicina & Narrazione

Monitoraggio dei dati, stili di vita, ambiente e partecipazione. Un percorso complesso alla ricerca del benessere.

[dropcap3]C[/dropcap3]i siamo lasciati nell‘articolo precedente parlando dei monitoraggi sul tema della salute attualmente in corso da parte di alcuni “colossi” del web.
Dall’avvio del Project Baseline ad oggi, ad esempio, la raccolta dei dati è andata avanti, su base partecipativa e volontaria, con diversi livelli di partecipazione degli utenti per raggiungere differenti obiettivi, come illustrano le pagine del sito rivolte direttamente al visitatore:

“Project Baseline è un’iniziativa pensata per rendere semplice e coinvolgente per le persone il fatto di contribuire alla creazione di una mappa della salute umana e partecipare direttamente alla ricerca clinica.”

Insieme a “ricercatori, clinici, ingegneri, progettisti, sostenitori e volontari”, la piattaforma propone così una collaborazione diretta con gli utenti per “costruire la prossima generazione di strumenti e servizi sanitari”.
Ma quali sono i  “premi” previsti per i partecipanti?
Non sono pochi e soprattutto sono progettati secondo differenti linee di senso (e di target), con la promessa ambiziosa di “colmare il divario tra la ricerca e l’assistenza clinica”.
I benefit  immaginati per la collettività –  proposti all’utente-volontario secondo una logica di ingaggio valoriale – fanno infatti leva su alcuni aspetti in cui i partecipanti si possono identificare facilmente attraverso la proposta di ricerche che hanno, come obiettivo dichiarato, la creazione di:

  • un mondo in cui ciascuno può avere informazioni utili e pertinenti sulla propria salute in un ogni momento, e non solo quando è malato;
  • un sistema in cui il proprio medico può accedere a una mappatura completa della salute del suo paziente e delle decisioni terapeutiche che lo riguardano.

Per raggiungere questi obiettivi – che aprono a uno stile di vita ben più che salutista, incentrato come è sulla gestione in prima persona del proprio benessere  – la piattaforma ha dato il via a una vera e propria campagna di reclutamento, con la possibilità di scegliere se contribuire a ricerche cliniche piuttosto che a sondaggi, focus group e altro ancora.
I premi, dicevamo, sono particolarmente interessanti. I soggetti coinvolti, infatti, possono:

  • essere i primi a sapere quando si attivano i progetti di studi corrispondono alle proprie preferenze;
  • provare in anteprima nuovi strumenti, tecnologie e trattamenti sanitari;
  • ottenere accesso esclusivo ad aggiornamenti, contatti diretti con leader nei settori e ad eventi della community.

Ad ora, ad esempio, queste sono alcune delle opportunità di ricerca attive:

  • uno studio sui biomarcatori cardiaci per comprendere un dato fattore di rischio per le malattie cardiache;
  • uno studio di co-design e usabilità, in cui collaborare a testare nuove tecnologie e dispositivi medico-sanitari;
  • uno studio dell’umore, che prevede la ricerca su come gli smartphone possono prevedere cambiamenti di umore e di comportamento.

Il tutto corredato con tanto di FAQ e testimonianze dei partecipanti.

[sf_iconbox image=”ss-nosmoking” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Stili di vita?
Niente palla di cristallo, ma inferenze!

L’ultima voce che abbiamo appena visto nell’elenco – quella sulla previsione di “cambiamenti di umore e di comportamento”è particolarmente interessante per le nostre riflessioni perché mette a sistema molte delle cose che abbiamo visto fin dall’inizio di questa serie di articoli.
In sintesi, qui, si mostra infatti in maniera lineare e coerente come, dalla raccolta dei dati in ambito sanitario, non solo si possa passare alla loro mappatura e analisi, ma anche come, attraverso l’accorpamento di questi stessi dati e la loro rielaborazione, li si possa utilizzare in un’ottica predittiva, soprattutto se restiamo sul tema della salute e del benessere.
Prima di andare avanti nelle nostre riflessioni, tuttavia, facciamo un rapido passo indietro rispetto agli “stili di vita” di cui abbiamo parlato fin dall’inizio di questa serie di articoli.
Uno studio della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria che ho reperito online (un po’ datato, ma molto completo), metteva in luce già nel 2005 quella che oggi vediamo essere la realtà, individuando in anteprima molti marker pertinenti al legame tra stile di vita e longevità.*
Lo studio, pubblicato sul Giornale di Gerontologia. 53. (2005/10/01) della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria, parla dello Stile di vita come della

“sintesi dei modi con cui ci rapportiamo con noi stessi (autostima, umore), con gli altri (amore, amicizia, lavoro, disponibilità, fede, ostilità, diffidenza), con i problemi (serenità, ansia, stress), del tipo di dieta (quantità e qualità degli alimenti), delle abitudini voluttuarie (fumo, alcol, caffè, droghe), dell’attività fisica e della gestione del tempo libero.”

L’articolo ha posto il focus sulla longevità e indica che, allora come ora:

“il progressivo allungamento dell’aspettativa di vita ha comportato come conseguenza negativa un incremento degli anni vissuti in disabilità che in Italia ammontano mediamente nei due sessi a 6,9 anni.”

Dunque, dietro a semplici comportamenti quotidiani a breve-medio termine – la maggior parte dei quali compulsivi o legati alle condizioni ambientali e culturali in cui si vive – si sa da molto tempo che si nascondono insidie a lungo termine, costose non solo per il singolo (in termini di salute), ma anche per la collettività, in termini di energie e welfare a sostegno di una così lunga ed estesa disabilità.
E c’è poco da stare allegri, se a questi dati sugli stili di vita aggiungiamo quelli raccolti sull’ambiente, come vedremo tra poco.
[bctt tweet=”A proposito di stili di vita, dietro a semplici comportamenti quotidiani a breve-medio termine – la maggior parte dei quali legati alle condizioni ambientali e culturali – da molto tempo si sa che si nascondono insidie a lungo termine.” username=”MapsGroup”]
In questo articolo, ad esempio, in cui si annuncia la recente istituzione in Italia di una task force nazionale per promuovere il dialogo e l’integrazione tra il sistema dell’Ambiente e quello della Salute, si mette a fuoco innanzitutto l’obiettivo stesso dell’istituto:

“Insediata nel gennaio scorso [2018] presso il ministero della Salute, questi i suoi principali obiettivi operativi: supporto alle politiche di miglioramento della qualità dell’aria, dell’acqua, suolo secondo il modello della ‘salute in tutte le politiche’; potenziamento della sorveglianza epidemiologica; disponibilità di strumenti e percorsi interdisciplinari validi per la valutazione preventiva degli impatti sulla salute dei fattori inquinanti; formazione degli operatori del settore sanitario e ambientale e comunicazione del rischio in modo strutturato e sistematico.”

I dati riportati sono a dir poco impressionanti. Già il modello di politica europea per la salute adottato dalla regione europea dell’Oms nel 2012, Salute 2020, indicava infatti che:

“l’inquinamento delle matrici ambientali tra i principali determinanti dello stato di salute della popolazione. Secondo le ultime stime, circa il 24% di tutte le malattie e il 23 % di tutte le morti premature nel mondo sono dovute all’esposizione a fattori ambientali.
Più di un terzo delle malattie nei bambini al di sotto dei 5 anni è legato a fattori ambientali evitabili.” [1,2,3]

Non solo.

“Recenti studi nel campo dell’epigenetica attestano l’influenza determinante dell’ambiente sul genoma. Dimostrano come l’ambiente sia in grado di modificare la corretta espressione del nostro DNA, inducendo cambiamenti potenzialmente trasmissibili alle generazioni successive.”

Un dato positivo raggiunto da allora fino ad oggi, tuttavia – come ben emerge dalla presentazione della task force – è che l’opinione pubblica è finalmente allertata:

“Dall’ultima indagine statistica della Commissione Europea [4] sulle percezioni dei cittadini europei riguardo all’ambiente emerge una convinta tendenza da parte sia degli europei (94%) che degli Italiani (95%) a considerare la protezione dell’ambiente un problema importante. (…)
Più dei tre quarti degli europei (81%) e quasi la totalità degli Italiani (90%) ritiene che le questioni ambientali abbiano un effetto diretto sulla vita quotidiana. (…)
Quanto alle responsabilità, la maggior parte dei cittadini europei ritiene che non si stia facendo abbastanza. Emerge un atteggiamento di sfiducia e di biasimo soprattutto nei confronti delle istituzioni e degli enti preposti alle decisioni in materia di ambiente e salute pubblica.

La stessa Agenda 2030  per lo Sviluppo Sostenibile (sottoscritta nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU) sottolinea del resto che:

“la salute è indissolubilmente legata a fattori quali povertà, disuguaglianza, cambiamenti climatici e inquinamento e pongono una forte attenzione all’equità“, e anche l’Italia si è impegnata in questo senso, nel declinare gli obiettivi dell’Agenda nell’ambito della propria programmazione economica, sociale e ambientale.”

E anche se – come per tutto ciò che riguarda l’Italia – la situazione appare a mappa di leopardo, ovvero è diversificata regione per regione, il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è “chiamato a dare risposte efficaci, interventi tempestivi, coordinati e di sistema.”
Per ulteriori approfondimenti su Agenda 2030 vi invito (se non lo avete già fatto) a leggere l’articolo che la nostra autrice Paola Chiesa vi ha da poco dedicato.

[sf_iconbox image=”ss-usergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]

Valutazione di Impatto sanitario (VIS):
dallo stile di vita allo stile di governance

Quello che a me, in queste sede, preme sottolineare ora, è la forbice (a tre punte) esistente tra:

  • la consapevolezza ormai diffusa dei problemi da affrontare  in materia di prevenzione (e predizione) in tema di stili di vita, salute (e ambiente), come dimostrano l’esistenza di varie relazioni sin qui condivise;
  • l’attuale disponibilità di mezzi, processi e sistemi in grado di raccogliere, gestire ed elaborare dati utili, così da evidenziare informazioni pertinenti e di valore da perseguire per raggiungere gli obiettivi;
  • la distanza tra queste due realtà entrambe attuali e la tempestiva possibilità da parte delle istituzioni di mettere a frutto in tempi brevi tali esperienza, dati statistici e modelli simulativi e predittivi.

Come dice il report citato sopra, infatti:

“Sebbene negli ultimi decenni si sia assistito a una rapida espansione delle metodologie di studio e di ricerca circa le relazioni tra esposizioni ambientali ed esiti sanitari, la valutazione degli impatti sanitari delle modificazioni ambientali indotte dalle politiche settoriali soffre ancora di scarse integrazione e sistematicità e di una visione interdisciplinare.”

Non a caso, nel recente evento dell’ISDE – Associazione Medici per l’Ambiente, la Task Force ministeriale AMBIENTE CLIMA E SALUTE ha rilasciato un elaborato esaustivo, in cui si raccolgono e presentano dati allarmanti sia sul tema della salute, dell’ambiente e dell’inquinamento, che vi invito ad approfondire.
Per quanto riguarda la to do list a breve, vista la complessità e l’inter-disciplinarietà dei temi da trattare, è previsto “un primo ciclo di attività, suddiviso per aree di lavoro, ciascuna area affidata a uno specifico Gruppo di Lavoro, che in una prima fase affronteranno le seguenti tematiche”:

  • Linee Guida sulla VIS e gestione dei rischi sanitari nel contesto delle diverse tematiche e matrici ambientali.
  • Linee Guida sulla Comunicazione del rischio.
  • Linee Guida sulla Formazione e Ricerca.
  • Linee Guida per lo sviluppo di sinergie tra strutture sanitarie di prevenzione e strutture del sistema nazionale a rete per la protezione ambientale (…)

Il tutto, al di là degli intenti positivi e del tutto auspicabili dei vari progetti in essere, presenta tuttavia il rischio di proporsi come un insieme di intenzioni teoriche non ancora in grado di cogliere, per lo meno a breve termine, le potenzialità innovative già oggi tecnicamente disponibili.
Il divario tra quello che si potrebbe fare e quello che concretamente si fa a livello istituzionale, in questo ambito, appare dunque elevato, mentre l’attuale settore privato sembra avanzare ben più spedito: pensiamo ad esempio allo stile assolutamente smart del Project Baseline, anche dal punto di vista comunicativo e partecipativo.
Ma di questo parleremo nel prossimo, ultimo articolo che tratterà, tra i vari temi, della biometria comportamentale e delle Mappe di Facebook, come magistralmente illustrato dal professor Benanti.
Vi lascio con un’anticipazione che fa meglio comprendere la portata di quello che sta accadendo. Volete sapere cosa illustra la mappa qui sotto, ad esempio? Semplice: la distribuzione di donne in età riproduttiva (età 18-49) in tutta la Tanzania, tratte da una combinazione di dati del censimento e immagini satellitari.

Stay tuned, Natalia Robusti

 


NOTE
[*]Stile di vita, invecchiamento e longevità. (Lifestyle, aging and longevity).Giornale di Gerontologia. 53. (2005/10/01). V. Nicita-Mauro, G. Basile, G. Maltese, A. Mento, M. Mazza, C. Nicita-Mauro, A. Lasco.Cattedra di Geriatria e Gerontologia, Dipartimento di Medicina Interna, Università di Messina.
[1]Report “Healty environment, Healty People”, 2016 UNEP.
[2]Ambient air pollution: A global assessment of exposure and burden of disease, WHO, 2016.
[3]Editorial. A Commission on Climate change. Lancet 2009;373:1659.
[4]Commissione Europea (2017) – Special Eurobarometer 468 “Attitudes of European citizens towards the environment”.


CREDITS IMMAGINI
Immagine di copertina (rielaborata)
ID Immagine: 45953847, di: Ales Utouka
ID Immagine : 89609709, di: Kheng Ho Toh
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Disease e Illness nella riabilitazione. Intervista al dr. Rodolfo Brianti.

Innanzitutto grazie per aver accettato l’intervista su temi cui il nostro blog dedica attenzione da diversi mesi. Nella nostra rubrica “In salute e in malattia”, ad esempio, abbiamo sottolineato più volte (seppure da profani) l’importanza dei fattori culturali e sociali nell’approccio alla malattie e alla sua cura. Approfittiamo quindi della sua disponibilità per chiederle qualche coordinata in più in proposito.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Ringrazio voi per l’invito. A un tema così articolato posso rispondere in maniera specifica solo per quanto riguarda la mia esperienza, premettendo che, nel mio ambito professionale, queste sono questioni particolarmente complesse.

La mia attività clinica riguarda infatti (solitamente) situazioni estreme, in cui gli esiti di una malattia o di un incidente portano la persona sopravvissuta a dover forzatamente cambiare il proprio “modo di funzionare” in base a un quadro complessivo molto mutato rispetto alle proprie capacità e competenze precedenti.
Si tratta quindi di fare i conti con un’immagine di sé pregressa – magari conquistata nel tempo con impegno, fatica e sacrificio – a cui dover in ogni modo corrispondere, pena un senso di inadeguatezza difficilmente scardinabile.
Da questo punto di vista i fattori sociali e ambientali in cui il paziente affronta il proprio percorso di riabilitazione sono sicuramente fondamentali.
[bctt tweet=” I fattori ambientali in cui si affronta il proprio percorso di riabilitazione sono fondamentali.” username=”MapsGroup”]
Perdere infatti il proprio ruolo in famiglia, nella società e nel lavoro, dipendere dagli altri (anziché, magari, essere colui o colei che soddisfa bisogni e necessità altrui), rappresenta in sé un’enorme difficoltà.
E se le competenze cognitive dell’individuo non sono in grado di sostenere la consapevolezza di questa difficoltà – e magari lo stesso ambiente intorno a lui (famiglia, colleghi, contesto sociale) non riesce ad accogliere tale limite – può accadere non solo che non si riescano a riacquistare competenze residue in realtà accessibili, ma anche che si scivoli verso l’isolamento sociale e la disgregazione stessa del nucleo di appartenenza.
In tal senso, quindi, le variabili della famiglia, del contesto più o meno competitivo che circondano l’individuo, il suo status economico e sociale e la sua stessa visione del mondo possono influire in maniera decisiva con il processo di riabilitazione.
Questo, in un ambito in cui tra l’altro non sempre si riesce a distinguere nettamente aspetti cognitivi, organici, psicologici e funzionali.

 

È tutto molto chiaro. Non a caso si parla spesso di una dicotomia culturale nell’ambito della malattia, che distingue nettamente la cosiddetta disease, cioè l’esperienza della malattia sul piano fisico, e l’illness, ovvero la sua esperienza sul piano sociale. A suo parere esistono punti di sovrapposizione o convergenza tra i due approcci alla malattia?

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Per ciascun riabilitatore questa dicotomia è l’orizzonte quotidiano in cui agire. E la cosa non è né semplice né lineare. Spesso, infatti, la malattia che porta a formulare un iter diagnostico e a ipotizzare un conseguente percorso di cura dimentica o sottovaluta l’effetto variabile della malattia sul “funzionamento” della persona colpita a seconda delle sue caratteristiche personali e sociali.
[bctt tweet=”La stessa patologia clinica determina effetti differenti per ogni individuo e situazione.” username=”MapsGroup”]
Suonare il pianoforte, ad esempio, piuttosto che studiare astrofisica, sono entrambe attività che richiedono l’utilizzo di competenze estremamente raffinate. E tuttavia la perdita del perfetto funzionamento di un dito della mano, anche se non dominante, avrà nell’uno o nell’altro caso conseguenza molto diverse sulla capacità di mantenere il proprio ruolo.
Questo è il tipico esempio in cui la stessa patologia clinica può riverberarsi con effetti estremamente diversi sugli individui in base al loro status quo, alla situazione familiare e sociale che li accompagna.
 

In effetti l’esempio che ci porta è emblematico. A partire da questa riflessione quanto incide l’ambiente umano circostante, ovvero quello relazionale, nella cura di una determinata malattia?

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Direi molto. Non a caso quello che una volta si chiamava handicap viene oggi identificato come un limite alla partecipazione, cioè alla capacità di stare nel mondo e a relazionarsi con gli altri attraverso il proprio ruolo.
Si tratta innanzitutto di variabili personali che dipendono da molteplici fattori: dal tipo e gravità della malattia, innanzitutto, ma anche dalle difficoltà di funzionamento che comporta associate alle abilità residue, in grado di compensarne o meno gli effetti.
Allo stesso modo, l’ambiente fisico e sociale circostante incidono in maniera sostanziale. Provo di nuovo a semplificare i concetti con un esempio banale: avere gli stessi problemi fisici di movimento (e dunque di spostamento) in un ambiente rurale piuttosto che in uno metropolitano, può portare a conseguenze molto differenti nella quotidianità. Anche solo il fatto di poter attraversare un passaggio pedonale controllato da un semaforo a tempo può modificare la propria possibilità di interagire con il mondo circostante.

 

Addentrandoci mano a mano nella nostra intervista l’incidenza di fattori sociali e culturali sembra in effetti mettersi a fuoco. Alla luce di questo, quanto può essere importante un approccio, diciamo così, “narrativo”, alla malattie e alla sua cura, sia dal punto di vista strategico che concreto?

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]La cosa che va sempre ricordata in un iter diagnostico e di cura è che – dietro a una serie di segni e sintomi, abilità e disabilità, procedure diagnostiche, terapie e fisioterapie, valutazioni e rivalutazioni – c’è sempre una persona che, purtroppo, difficilmente potrà tornare come prima, e questo dato di realtà rappresenta in sé un ostacolo potenzialmente insormontabile, se non elaborato ed accettato.

In questa lotta difficile anche solo da mettere allo scoperto, un ruolo cruciale lo gioca non solo il malato in quanto individuo, ma anche la sua famiglia e il contesto che lo circondano.
[bctt tweet=”Conoscere la storia del paziente e coglierne le aspettative è fondamentale.” username=”MapsGroup”]
Ogni componente relazionale, infatti, farà facilmente la medesima fatica a staccarsi da quell’immagine iniziale, originaria, di pieno “funzionamento” che diventa un modello irraggiungibile di paragone.
In questo senso, conoscere la storia e il vissuto del paziente e della sua realtà, coglierne le aspettative e lavorare sul cambiamento è parte fondamentale del lavoro di un riabilitatore, o meglio della equipe di lavoro.
Il gruppo di cura, infatti, si confronta per tempi molto lunghi sia con il disabile che la sua famiglia, con cui vive relazioni empatiche complesse, nella frustrazione condivisa di non riuscire mai ad aver un successo pieno.
Dunque, anche dal punto di vista relazionale e ”narrativo” e non solo funzionale, l’obiettivo realistico non è la completa restituzione del malato alla situazione precedente, quanto l’approdo a una nuova realtà possibile, fatto che coincide con il miglior risultato raggiungibile.

 

Quanto, oggi, l’aumentata portata in termini di conoscenza diffusa delle patologie e delle sue conseguenze agevola o rende più difficoltosa a un medico poter “somministrare” la sua cura?

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Anche qui parlo per l’esperienza vissuta in prima persona nel mio lavoro. Il tema è molto complesso e ha mille sfaccettature: mi soffermo solo ad alcune considerazioni.
L’aspettativa attualmente maggioritaria è quella della completa restituzione alla situazione di pre-malattia o trauma, a qualsiasi età e in qualsiasi situazione.
Il lavoro di chi propone un percorso di diagnosi e di cura, invece, è anche quello di ricondurre l’aspettativa alle possibilità realistiche e alle conseguenze da gestire, cosa che non è affatto facile e nemmeno quantificabili in maniera certa e precisa.
Molte volte, infatti, il confronto con i colleghi porta a valutazioni diverse, e altrettante volte alla riabilitazione è assegnato un ruolo quasi magico, al di là della consapevolezza razionale dei vari attori in campo.

 

Grazie mille dr. Brianti. È stato molto chiaro e incisivo. Prima di congedarci c’è qualche altro appunto che vorrebbe condividere con noi?

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Sì, vorrei fare un’ultima considerazione. Dalla mia esperienza ho imparato che la consapevolezza dei limiti e un confronto con gli stessi che non sia “partigiano”, ma basato invece su elementi concreti e scientifici, sono fattori fondamentale nella mia professione, anche rispetto ai temi etici e riguardo al fine vita.
I risvolti individuali e sociali della malattia e delle sue conseguenze vanno infatti affrontati in maniera realistica. Rispettosa e fiduciosa, certo, ma non pietistica e tanto meno populista.
Per questo – anche se so bene di esercitare una professione stimolante, piena di significato e ricca di valori e di esperienze – sono consapevole che si tratta di un lavoro complesso, fatto di limiti e ostacoli, in cui serve una notevole dose di determinazione affiancata a uno sguardo concreto capace di spingersi un po’ più in là un passo dopo l’altro.
[bctt tweet=”I risvolti individuali e sociali della malattia vanno affrontati in maniera rispettosa e fiduciosa, ma realistica.” username=”MapsGroup”]

 


[sf_iconbox image=”ss-zoomin” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
NOTE BIOGRAFICHE
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Dr. Rodolfo BriantiIl dr. Rodolfo Brianti è attualmente direttore dell’Unità Operativa di Medicina Riabilitativa della Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma. Classe ’61 e co-autore del libro “Storie di cura. Medicina narrativa e medicina delle evidenze: l’integrazione possibile”, sono due le sue specializzazioni: la prima in Neurologia e la seconda in Medicina Fisica e Riabilitazione.

Il suo interesse clinico riguarda prevalentemente la riabilitazione neurologica del “grave cerebroleso adulto acquisito” e le pratiche di diagnosi, cura e riabilitazione relative ai conseguenti danni di movimento, cognitivi e comportamentali. Sempre in questo ambito è Consigliere nazionale della SIMFER, Società Italiana di Medicina Fisica e Riabilitativa.

Cure And Recovery
 
 
Intervista a cura di Natalia Robusti.


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Medici imPazienti: il passaggio dall'analogico al digitale è ormai impellente anche nella Sanità.

[dropcap3]E[/dropcap3]bbene sì, ci siamo! Anche in Italia il salto culturale tra analogico e digitale nel settore della Sanità si inizia ad avvertire come urgente.
Tale aspettativa trova il suo incipit naturale non solo nei cosiddetti “pazienti” – ovvero noi cittadini – ma anche nei Medici, chiamati in prima linea a rispondere in emergenza a necessità che potevano invece, almeno in parte, essere prevenute o almeno previste.
E se – come abbiamo visto nel precedente articolo – la telemedicina è una delle risposte possibili in termini di tempestività ed efficienza, manteniamo ora la nostra promessa di approfondimenti fatta in quello stesso articolo e andiamo oltre, alla ricerca di buone pratiche in questo settore… nevralgico sotto tanti punti di vista 🙂
[bctt tweet=”Telemedicina: tempestività ed efficienza per il salto di qualità!” username=”MapsGroup”]

Medici digitalizzati

Intanto parliamo proprio di loro, dei nostri Medici, che – come illustrato in questo articolo – si stanno sempre più digitalizzando:

“il 76% dei medici internisti italiani consulta referti e immagini in formato digitale, il 47% gestisce le informazioni degli assistiti su data base, il 52% comunica con i pazienti anche grazie a Whatsapp.”

I dati, emersi dalla ricerca “L’innovazione digitale per i medici di medicina interna”, effettuata dall’Osservatorio innovazione digitale in sanità della School of Management del Politecnico di Milano, vanno ancora oltre, dimostrando che tra i medici:

è diffusa la consapevolezza dell’importanza delle competenze digitali nella loro professione: il 53% le considera infatti importanti in funzione delle esigenze professionali, il 41% rilevanti al pari delle altre competenze”.

[bctt tweet=”I Medici italiani vogliono accrescere le loro competenze digitali.” username=”MapsGroup”]
E se il digitale avanza anche nella Sanità, è forse anche a causa di noi Pazienti che a volte, magari a sproposito (e alzi la mano non l’ha mai fatto) navighiamo su e giù nel web alla ricerca di diagnosi, prognosi e soluzioni ai nostri “mali” (veri e percepiti).
Se ancora abbiamo dei dubbi in proposito, ci pensa un’indagine coordinata da Gfk Eurisko, a dissiparli una volta per tutte:

sono 11,5 milioni gli italiani (il 42% degli adulti) che cercano in rete informazioni relative alla salute, la cura e le patologie. Internet e i social media si collocano in terza posizione tra le fonti principalmente impiegate dai cittadini, subito dopo il medico di famiglia e lo specialista.”

Di necessità virtù, quindi, tutti i dati – sia dei Medici che dei Pazienti – portano al digitale, tanto da azzardare una previsione per il 2017 di tutto rispetto.
Il 2017 potrebbe segnare un momento di svolta nel settore della digital health: finora l’informatizzazione del mondo sanitario ha toccato soprattutto i processi gestionali, ma oggi le componenti cliniche e decisionali sono pronte ad abbracciare soluzioni digitali direttamente correlate con l’attività clinica.

Buone notizie…a pochi passi da casa.

E – per finire con un’ultima buona notizia – eccovi un eccellente esempio di innovazione a due passi da noi. Si tratta della messa in opera di un algoritmo che – grazie anche a una procedura statistica che combina oltre 500 variabili demografiche e di salute – è in grado di “predire” il rischio di ricovero in ospedale.
Ed è proprio la Regione Emilia-Romagna che lo ha fatto, sviluppando “un percorso di presa in carico delle persone più a rischio” in una sperimentazione che “si sta svolgendo in 25 Case della salute – da Busseto, in provincia di Parma, a Rimini – con il coinvolgimento di quasi 16.000 cittadini (15.583) e 221 medici di famiglia.”
Insomma, il sistema, seppure a macchia di leopardo, muove i primi passi a ritmo binario. A noi non resta che attendere, e, nel frattempo, continuare a spulciare (con cautela) il web, in cerca di sintomi e cure della nonna… digitale.

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Scriva 33! Telemedicina: tempestività di trattamento e gestione delle cronicità.

[dropcap3]I[/dropcap3] valori di efficienza e tempestività di un sistema sanitario, se espressi in termini non solo quantitativi, ma anche e soprattutto qualitativi, sono molto spesso la linea di demarcazione tra una società in grado di far fronte alle necessità dei propri cittadini e una collettività destinata invece a deludere, spesso con conseguenze molto gravi, tali legittime aspettative.
Le novità di questo settore, non solo tecnologiche, sono ormai quasi sconfinate. Per non parlare dell’incremento di performance delle pratiche di diagnostica e d’intervento, e della disponibilità di farmaci innovativi sempre più personalizzati e mirati. Tuttavia, nel nostro paese, la messa a sistema di nuovi modelli di cura e prevenzione procede a rilento.
E se a questo si aggiunge l’aumento dell’età media della popolazione, che convive spesso con patologie di tipo cronico, ecco che le pratiche cliniche e sanitarie sono sempre più complesse da somministrare e suscettibili di divaricare a vari livelli la forbice potenzialmente esistente tra un processo di cura efficiente e quello non perfettamente funzionante e dunque efficace.
[bctt tweet=”Scriva 33… Telemedicina: tempestività di trattamento e gestione delle cronicità.” username=”MapsGroup”]
La telemedicina sembra essere, a breve, uno strumento in grado di ovviare ad alcune criticità. Ma il salto da fare, ancora una volta, è di tipo culturale, nonostante il concetto non sia propriamente nuovo.
Già nel 1997, infatti, L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) adotta la seguente definizione:

“La telemedicina è l’erogazione di servizi sanitari, quando la distanza è un fattore critico, per cui è necessario usare, da parte degli operatori, le tecnologie dell’informazione e delle telecomunicazioni al fine di scambiare informazioni utili alla diagnosi, al trattamento ed alla prevenzione delle malattie e per garantire un’informazione continua agli erogatori di prestazioni sanitarie e supportare la ricerca e la valutazione della cura”.

Se ne ricava che, fin dall’inizio, la telemedicina non si pone come nuova disciplina medica, ma una differente modalità di somministrare assistenza e cura ai cittadini-pazienti.
[bctt tweet=”Telemedicina: una diversa modalità di affiancamento e sostegno al paziente.” username=”MapsGroup”]
Nessun cambio di paradigma terapeutico, dunque, ma solo una diversa modalità di affiancamento e sostegno al cittadino, o meglio, al paziente.
Di esempi, in Italia, già ce ne sono, e dimostrano non solo la loro efficacia, ma soprattutto la capacità di razionalizzare da un lato le risorse e dall’altro di accompagnare con più tempestività e personalizzazione il processo di cura e prevenzione.
Vedremo in un prossimo articolo alcune di queste pratiche, ed entreremo più nel dettaglio delle varie “branche” della telemedicina, con la speranza di concorrere anche noi, nel nostro piccolo, a diffondere nuovi approcci culturali e pragmatici a uno dei temi più strategici e rilevanti della vita di tutti noi, la salute e il benessere.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.forumpa.it
www.salute.gov.it
[/boxed_content]

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Dica 33… zetabyte! Big Data e prevenzione delle malattie.

[dropcap3]P[/dropcap3]iù che una mela al giorno, a toglierci d’intorno i tanto temuti medici, sono e saranno sempre di più i dati clinici a farlo, a patto che siano analizzati, trattati e utilizzati in chiave predittiva e in piena “scienza e coscienza”, come si dice. Le novità in ambito clinico e medico – le stiamo vedendo più o meno tutti – sono infatti ormai quasi quotidiane, a partire da una coppia dirompente: l’aumento della vita media e l’evoluzione tecnologica.
E sembra proprio che a questi Dati sia data oggi – scusate il gioco di parole – la chances di migliorare la qualità della nostra esistenza, e non solo di allungarne la durata, a partire da invenzioni e applicazioni che ci accompagnano e accompagneranno istante dopo istante, fedeli come veri e propri angeli custodi della nostra salute.
Ne proponiamo una rapida panoramica a partire da uno studio proposto nell’articolo Digital Health: i 10 trend del 2016.
A farla da padrone in questo nuovo orizzonte è il paradigma della prevenzione, grazie allo “sviluppo di nuove pratiche e nuovi processi e di conseguenza di nuove e utili soluzioni di digital health che faranno parte del continuum terapeutico”.
Altra parola parole chiave del prossimo futuro in ambito clinico e medico è sempre lei, l’IA (intelligenza artificiale) che declina la prevenzione come leva di riduzione del rischio anche in presenza di fattori critici.
Il monitoraggio in real time delle nostre condizioni di salute, infatti, grazie alle applicazioni d’intelligenza artificiale, sarà in grado di “dialogare” con il nostro corpo e, attraverso sensori, dispositivi, app e nuove tecnologie, di allertare chi di dovere nel caso di dati clinici sospetti.
cuore e IoT
Insomma, il nostro stresso organismo sarà messo in grado di interagire con una vera e propria rete di guardiani della salute composta da cloud, dati e, perché no, dai nostri smartphones, sempre più polivalenti e multifunzionali.
Alcuni esempi già attuali? Eccone uno, legato al cuore, in cui un “software incrocia i dati degli esami del sangue con quelli di una risonanza magnetica che analizza i movimenti del muscolo cardiaco ad ogni battito in 30mila punti diversi”. Ma si parla anche di diagnosi precoce in ambito oncologico, grazie a un “sistema high-tech per la diagnosi precoce del cancro” in cui “gli algoritmi ad alta velocità e l’intelligenza artificiale sono fondamentali per la diagnosi precoce di malattie”.
[bctt tweet=”Uno dei trend più promettenti è legato alla ricerca omica, cioè alle discipline biomolecolari. ” username=”MapsGroup”]
Tutti i sistemi sanitari più avanzati si stanno insomma dirigendo verso un approccio “intelligente” alla salute, grazie anche “ai progressi in settori come la robotica, l’intelligenza artificiale e la scienza comportamentale” e alla loro relazione sempre più stretta con i Big Data. Non solo. Grazie alle attuali sofisticate tecnologie, uno dei trend più promettenti è quello legato alla cosiddetta ricerca “omica”, neologismo che indica un ampio numero di discipline biomolecolari che hanno come oggetto di studio ad esempio il nostro genoma.
Il paziente come individuo, dunque, sembra essere messo la centro di terapie preventive e prescrittive altamente mirate dal punto di vista qualitativo anziché quantitativo, come lo studio Growth Opportunities for Healthcare Big Data—An Analysis of Global Case Studies illustra. “Nei prossimi cinque anni diversi paesi in Europa e nella regione Asia-Pacifico adotteranno modelli di cura che premiano il personale clinico che migliora gli esiti a lungo termine nei pazienti, specialmente per le malattie croniche, piuttosto che il volume delle cure erogate”.
Tutte notizie positive per il presente e il futuro, dunque, almeno in questo ambito.
Come si dice? Chi si curerà vedrà.

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I Quaderni Di 6memes: Il Senso della Cura: coordinate storiche e culturali del concetto di malattia.

[dropcap3]N[/dropcap3]on sempre – e non dappertutto – il concetto tutto umano di malattia, così come quello di cura, ha avuto uguale genesi né seguito la medesima filosofia interpretativa, e nemmeno ha individuato le stesse patologie.
Se vogliamo dirla tutta, certe malattie, in alcune culture, sono state considerate addirittura come segno di una manifestazione divina o comunque spirituale, e dunque non necessariamente negative. C’è stato inoltre, e agli antipodi, l’esempio di Sparta, in cui chi non era in perfette condizioni fisiche o mentali faceva un salto giù dalla rupe…
Senza andare oltre nel citare quelli che sono per un certo verso luoghi comuni, è infine evidente come la “malattia”, in ognuno dei suoi molteplici sensi, è una prova cui ciascun singolo e ogni collettività sono prima o poi sottoposti, con l’avvento di patologie sempre nuove e, a volte, fatali o comunque pandemiche. Tanto vale affrontare tali prove con alcune conoscenze in più in questa materia, confidando – se possibile – di mantenere l’esperienza solamente a livello “virtuale”. 🙂
Procediamo quindi in un breve, ma interessante viaggio nel tema della malattia e della salute, gettando lo sguardo oltre i confini della nostra cultura e verso i molteplici approcci alle cure, anche quelle che ci prospettano le nuove incombenti tecnologie.
[highlight]Indice dei contenuti:[/highlight]
 
0.1    Premessa
0.2   L’influenza delle malattie nella storia dell’Uomo.
0.3   Le cure del corpo: tradizionali, alternative e naturali.
0.4   Le cure della mente: diagnosi e terapie organiche e funzionali.
0.5   Epidemie, pandemie e zoonosi.
0.6   Conclusione.
0.7   Sitografia.

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Pillole di pillole: curiosità e bizzarrie dell’origine dei farmaci.

[dropcap3]Q[/dropcap3]uel che non uccide fortifica, è un modo di dire entrato da tempo nel linguaggio comune. Se questa affermazione è vera per le alterne vicende cui è sottoposta la vita di ciascuno, potrebbe essere coerentemente applicata anche alla materia di cui ci siamo occupati nella rubrica “Pillole di pillole. Storie non ordinarie della scoperta di farmaci e principi attivi”.
Pubblicata sui profili Social di Maps Group e Clinika, la rubrica prendeva le mosse dalla curiosità per la natura e l’origine dei farmaci. Farmaci che – inutile dirlo – hanno da sempre una specie di fascino magico.
Semplice sollievo da piccoli mali o salvavita per patologie gravi, a preparati, pozioni, medicamenti nella storia ci si è sempre rivolti, non solo per porre rimedio a dolori e sofferenze, ma anche inseguendo, attraverso di essi, una sorta di elisir di lunga vita.
Sarà per questo che la farmacia è un luogo speciale e misterioso, che ha un suo profumo e colore particolare, che si tratti di banconi liberty dietro cui si nasconde l’antro del farmacista o moderni e asettici scaffali, porto sicuro cui approdare quando siamo afflitti da mille e più mali.
E del resto, chi di noi non ha la sua personale farmacia domestica, come un piccolo scrigno apotropaico?
Ma torniamo al nostro incipit. Scorrendo l’elenco di nomi di farmaci e relative curiose storie di scoperte e vicende farmacologiche, abbiamo notato come spesso uno stesso principio attivo a diverso dosaggio possa essere benefico o dannoso. E come, in altre circostanze, un veleno o una tossina sono diventati veri farmaci.
È pur vero che il bugiardino di qualsiasi medicinale riserva liste interminabili di effetti collaterali (di fronte ai quali di volta in volta abbiamo la tentazione di non assumere il farmaco, oppure inspiegabilmente iniziamo ad avvertire proprio i sintomi descritti). Se dunque può sembrare banale la considerazione paradossale che un farmaco possa anche far male, in realtà del binomio veleno-cura abbiamo trovato conferma, in certo qual modo storica: è infatti nell’etimologia stessa della parola farmaco, poiché il greco phàrmakon significava appunto sia medicina che veleno.
Ecco allora comparire nella nostra lista di farmaci l’atropina, un alcaloide estratto da piante come la Belladonna il cui nome “Atropa Belladonna” appunto deriva da quella delle tre Parche che recideva il filo della vita. Pare infatti che nell’antichità l’estratto fosse utilizzato come veleno. Oggi invece l’atropina è d’uso in oculistica per la sua proprietà di dilatare la pupilla, ragione per cui la pianta porta anche il nome “Belladonna”, in quanto capace di conferire allo sguardo quella caratteristica di vaghezza che si attribuiva al fascino femminile. Insomma una storia che è un concentrato di mito e costume.
Anche il taxolo, estratto vegetale da una specie di tasso e utilizzato oggi nella cura di alcune forme di tumore, pare fosse usato in antichità per rendere velenose frecce e lance. La tossina proTx-II invece è una scoperta recente, estratta dal veleno della tarantola peruviana, potrà essere impiegata per contrastare il dolore neuropatico.
Come dimostrano questi stessi esempi, un “filone” molto produttivo della nostra rubrica riguarda l’origine vegetale, animale o minerale di principi attivi e sostanze medicamentose. È il caso, fra i tanti, del chinino estratto dall’albero della China e dei polifenoli dalle proprietà antiossidanti che si trovano nel tè verde (come saggezza orientale insegna). Il resveratrolo, antiossidante e antinfiammatorio, viene ricavato invece dalla pianta chiamata Polygonum Cuspidatum, e si trova anche nell’uva e nel vino rosso. L’allicina infine si ricava dall’aglio e ha proprietà antipertensive, antiossidanti e antibiotiche.
[bctt tweet=”Spesso il caso ha giocato un ruolo da primo attore nella scoperta dei farmaci.” username=”MapsGroup”]
Andando alla ricerca di storie non ordinarie, abbiamo visto che spesso il caso ha giocato un ruolo da primo attore nella scoperta dei farmaci. La prima individuazione delle proprietà di quello che poi sarà il paracetamolo è avvenuta grazie a uno scambio di flaconi. Mentre l’eparina, che ha funzione anticoagulante, è stata scoperta da uno studente mentre cercava sostanze coagulanti nei tessuti (il nome viene dal greco hêpar ‘fegato’ dove si trova in quantità). Così anche la penicillina fu scoperta quasi per caso da Fleming nel 1929 (ma c’è un precedente italiano, lo studio del medico Vincenzo Tiberio nell’Ottocento) che notò l’eliminazione dei batteri in una coltura dove si era sviluppata muffa.
Infine, come si conviene a ogni relazione, diamo conto degli esiti, ovvero delle preferenze dei nostri follower sui Social. Quali farmaci hanno interessato di più su Facebook? Verrebbe da dire “o tempora o mores!” osservando le sostanze che hanno ottenuto più visualizzazioni, azzardandone un’interpretazione sociologica, come fossero un riflesso delle nostre moderne ansie e dei nostri tic. Si tratta infatti di principi attivi che contrastano ansia, depressione e invecchiamento, come la valeriana, nota fin dall’antichità per le sue proprietà calmanti. Curiosa anche la storia della tossina botulinica: scoperta grazie a una tossinfezione alimentare causata da salsicce, è stata impiegata prima come antispastico, poi in medicina estetica.
Anche per questa rubrica – come già per la rubrica “Viaggio attraverso il significato delle parole” – dobbiamo rilevare però la diversità di gusti del pubblico di Linkedin che invece ha mostrato curiosità per metformina (un antidiabetico che, sperimentato sui topi, ne ha ritardato l’invecchiamento), allicina e per il più comune acido acetilsalicilico.
Per concludere, abbiamo visto come molti dei principi attivi usati oggi siano in realtà provenienti dal passato. Ma il futuro? Quali scenari si prospettano per la farmacologia? Sembrerebbe che i Big Data sanitari, i progressi tecnologici e l’IoT, anche in questo ambito, promettano una nuova generazione di farmaci digitali: avremo ancora storie curiose di farmaci da raccontare? Noi scommettiamo di sì!
 
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
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www.treccani.it
www.agenziafarmaco.gov.it
www.agenziafarmaco.gov.it/pdf
[/boxed_content]

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Ieri, oggi e domani della medicina e delle cure.

[dropcap3]U[/dropcap3]n viaggio nel mondo delle cure mediche. È quello che abbiamo compiuto con la rubrica su malattia e medicina viste attraverso le lenti del tempo, della variabilità culturale, oltre che della distanza geografica.
Abbiamo esplorato il concetto di male e di dolore, cercando di mettere a fuoco la relatività del concetto stesso di malattia a seconda del punto di vista. E abbiamo affrontato la malattia nei suoi aspetti sociali, quando ha coinvolto, nella storia e anche oggi, intere comunità, investendone i valori e provocando talvolta anche profondi sconvolgimenti demografici, economici ed etici.
Poiché la cura della malattia è profondamente legata a fattori culturali, ci siamo soffermati a considerare una panoramica delle cosiddette medicine alternative e complementari. E abbiamo affrontato, con la cautela del caso, anche la sofferenza della mente e gli approcci alla sua cura.
Da ultimo abbiamo considerato come l’uomo appartenga a un complesso sistema naturale di cui sono parte anche gli animali, che talvolta condividono il destino dell’uomo o vi interferiscono inconsapevolmente, quando si verificano casi di zoonosi all’origine di temibili malattie infettive, di portata epidemica e pandemica.
Ne abbiamo ricavato un quadro complessivo che conferma l’articolazione del tema di malattia e cura, appunto per la molteplicità dei piani che investe, da quello individuale, attraverso quello sociale e culturale, per approdare alle scelte di indirizzo politico e legislativo.
Per concludere questo nostro approfondimento su malattia e cura, e sulla loro portata storica, oltre che culturale e sociale, rivolgiamo ora la nostra attenzione non più al passato e all’altrove, ma gettiamo uno sguardo al di là dell’orizzonte, per vedere cosa ci riserva il futuro della medicina occidentale.
A inizio anno 2016, la rivista PharmaVoice ha enucleato le principali tendenze della medicina per l’anno in corso, che si candidano anche a essere più in generale linee di sviluppo di un prossimo futuro.
Tra queste, il concetto di new health economy, ovvero di un nuovo sistema di domanda e offerta sanitaria, in cui l’elemento radicalmente nuovo è il ruolo attivo del paziente. Come consumatore si informa e prende parte alle decisioni che lo riguardano; è coinvolto in una gestione tecnologica della salute ed è disponibile a impiegare le sue risorse economiche per benessere e cure.
[bctt tweet=”Il malato assume un ruolo consapevole e informato, cruciale e centrale nel processo di cura. ” username=”MapsGroup”]
Tale tendenza generale è coerente con altri trend enunciati, come la medicina di precisione: attraverso i big data e le branche di studio e ricerca afferenti alla genomica, l’obiettivo è quello di dar forma a protocolli di cura sempre più sicuri e affidabili, incentrati sul singolo paziente e sulla manifestazione “relativa” della malattia.
Il nuovo protagonismo del paziente di cui abbiamo parlato, definito patient empowerment, si rivela anche in questo ambito: il malato assume un ruolo consapevole e informato, cruciale e centrale nel processo di cura.
E questo è possibile anche grazie alla tecnologia: il paziente esplora la Rete per ricavarne informazioni di natura medica e sanitaria, partecipa alla gestione della sua storia clinica attraverso la cosiddetta sanità digitale, usufruendo anche di soluzioni di mobile health per monitorare il suo stato di salute e per gestire le attività connesse al suo benessere.
Dal canto loro, le strutture sanitarie e i decisori politici possono usufruire di una mole mai avuta prima di dati, e – come nel caso di Clinika di Maps Group, il motore di ricerca semantico dei dati clinici – possono dotarsi di nuovi strumenti analitici e predittivi in grado di analizzarli e utilizzarli. Grazie a tali strumenti, infatti, i dati raccolti possono trasformarsi in informazioni strutturate con cui pianificare l’offerta sanitaria, razionalizzarne la gestione, contribuire alla ricerca scientifica e favorirne la condivisione tra tutti i soggetti coinvolti.
L’opportunità è reale, la sfida lo è altrettanto perché chiama in causa – proprio per la complessità di cui abbiamo detto – una decisa e programmatica scelta di campo, non scevra da problemi e nodi di ordine etico da sciogliere.

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Un’Arca di Noè a rovescio: uomo, animali e zoonosi.

[dropcap3]I[/dropcap3]nizia un altro capitolo del nostro viaggio narrativo nella storia della medicina e delle malattie, a varie latitudini e longitudini storico-culturali. Abbiamo già affrontato il tema dell’impatto della malattia sulla società parlando soprattutto di epidemie e pandemie. Ci riallacciamo ora a quell’argomento, approfondendone un aspetto specifico.
Partiamo, come sempre facciamo, dal significato dei termini pertinenti. Spillover è un termine inglese che letteralmente significa “traboccamento”. Tra le accezioni, è usato anche in ambito “sanitario” per indicare il salto di un agente patogeno da un animale all’uomo. Si tratta dunque di un momento puntuale nell’evoluzione della malattia che, faticosamente e al prezzo di lunghe ricerche, talvolta gli scienziati riescono a ipotizzare con una certa precisione. 
“Spillover” è anche il titolo di un fortunato libro (che qui usiamo come principale fonte) scritto dal giornalista americano David Quammen e pubblicato in Italia da Adelphi.
In questo corposo volume il giornalista compie un intrigante – e per certi versi spaventoso – viaggio attraverso quei particolari tipi di malattia che possono essere incasellati fra le zoonosi, ovvero morbi di origine animale che, per varie ragioni e con complesse modalità, dall’animale passano all’uomo, e dall’uomo ad altri uomini, spesso anche attraverso passaggi animali intermedi. 
Il “fascino” dell’articolata ricerca di Quammen sta nel suo delinearla come una sorta di avventuroso romanzo, dai contorni quasi di giallo o spy story, mentre segue le vicende umane delle comunità esposte ai morbi, le sconfitte e le vittorie nella ricerca degli studiosi che a vario titolo si sono occupati di malattie come Ebola, Sars, AIDS.
Abbiamo citato casi eclatanti, tutte malattie che hanno avuto diffusione epidemica e pandemica. Questo perché è un dato di fatto che molte epidemie e pandemie sono causate (nel passato e oggi) da malattie infettive di origine zoonotica.
La peste bubbonica che ha scatenato cicliche epidemie da milioni di morti, ad esempio, non è stata compresa nei suoi meccanismi di diffusione fino ad epoca relativamente recente. Solo a partire dal XIX secolo infatti se ne è cominciato a scoprire l’iter, dai ratti all’uomo, attraverso le pulci. Anche l’AIDS rientra nel novero di queste malattie. Lo spillover dell’AIDS pare infatti essere stato individuato nel passaggio da uno scimpanzé all’uomo, addirittura nel lontano 1908 nel Camerun sudorientale, da cui poi avrebbe impiegato diverse decine di anni e compiuto tortuosi percorsi per manifestarsi con tutta la sua virulenza – quando se ne sono presentate le condizioni – negli Stati Uniti degli anni ’80 del secolo scorso.
I come, quando e perché avviene uno spillover – e le ragioni di un’espansione epidemica di una determinata zoonosi – non sono certo facili da rintracciare, ma sembrano risiedere negli articolati rapporti tra l’uomo e la natura. Hanno a che fare dunque anche con aspetti ecologici ed evoluzionistici.
Non è un caso che queste malattie sembrano destinate a proporsi nella nostra epoca in un modo sempre più violento, a dispetto delle nostre conoscenze scientifiche e mediche, e delle migliorate condizioni di vita in tanta parte del globo. In questo articolo da nature.com si legge come le zoonosi, sebbene siano il 15% della totalità degli agenti patogeni umani, costituiscano il 65% di quelli scoperti dagli anni ’80 del Novecento. Al punto che la comunità scientifica si attende un Big One proprio come si fa con i terremoti: la prossima imprevedibile e temuta manifestazione di un’emergenza pandemica.
I fattori di pericolosità e rischio in campo sono molti, tra cui il fatto che si tratta spesso di malattie di origine virale (contro cui nulla possono farmaci come antibiotici e penicilline) e imprevedibili, perché capaci di rimanere silenti in un ospite animale a lungo per poi manifestarsi secondo percorsi ogni volta differenti, quando appunto i “tempi” sono maturi.
Insomma lo sfruttamento di territori naturali come le foreste, il nostro modo di trattare e commerciare animali selvatici, le nostre abitudini alimentari e i conseguenti allevamenti intensivi di animali, la densità di popolazione, hanno un ruolo determinante nell’insorgere di queste malattie. Alla loro diffusione contribuisce poi la dimensione globale dei commerci e dei traffici, lo spostamento delle persone, perfino il cambiamento climatico con il distribuirsi in aree geografiche inconsuete di talune specie, come le zanzare tropicali.
Come in passato – quando furono studiate le modalità di diffusione delle malattie con modelli matematici – così oggi la risposta pare sia da affidare al rigore e alla perseveranza della ricerca, cui sono preposti molti organismi ed enti globali e nazionali in materia di sanità pubblica. È un lavoro lungo, fatto di inciampi e mille tessere da combinare, quello di questi studiosi: lo scopo è cercare di prevedere almeno in parte i fenomeni o comunque farsi trovare preparati, dotati degli strumenti giusti per affrontarli e gestirli. Ad esempio, come nel caso di questa mappatura dei vari tipi di specie animali ospite, in rapporto alla popolazione umana, che potrebbe aiutare a evidenziare i luoghi a rischio di sviluppo di una zoonosi.
Anche la tecnologia può svolgere un suo ruolo fondamentale. Non solo dati dunque, ma Big Data. Nell’emergenza in corso del virus Zika ad esempio, Google, oltre a un più ovvio supporto informativo, ha messo a disposizione i suoi algoritmi per “combinare” dati utili a individuare l’evoluzione del fenomeno, come già fatto con successo in passato con altre emergenze sanitarie negli Stati Uniti.
Ma è soprattutto ricordandoci che la Natura opera attraverso le sue leggi, che possiamo solo sperare di comprendere, ma non di cambiare o governare a nostro vantaggio, che forse impareremo a evitare o minimizzare tali fatale emergenze, evitando un’Arca di Noè a rovescio.

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Conosci te stesso: i labirinti della mente.

[dropcap3]D[/dropcap3]opo aver parlato della malattia e della cura del corpo sul piano sostanzialmente fisico, continuiamo il nostro viaggio narrativo intorno alla medicina, in prospettiva storico-culturale, affrontando il tema misterioso e affascinante dei meccanismi della psiche.
Non ne parleremo con pretesa di approfondimento, essendo una materia troppo delicata per il perimetro del nostro blog, ma – senza affrontare gli aspetti più dolorosi (e talvolta tragici) della malattia mentale – ci soffermeremo invece brevemente su come, nel tempo e fino ad oggi, le comunità scientifiche e le società ne hanno affrontato i vari aspetti. E lo faremo alla nostra maniera, attraverso quella forma di condivisione della conoscenza rappresentata, appunto, dalla narrazione.
A tal proposito ci facciamo soccorrere dal motto utilizzato nel titolo. L’antico Nosce te ipsum – del tempio di Apollo a Delfi, che faceva riferimento, secondo gli studiosi, alla finitezza dell’essere umano e ai suoi limiti – potrebbe essere reimpiegato oggi, come esortazione a una maggiore consapevolezza del sé, anche a fronte dell’incertezza esistenziale che indubbiamente caratterizza il nostro tempo. È perfino banale ricordare come ansia e depressione, fobie, attacchi di panico, comportamenti compulsivi, siano una “malattia” del nostro tempo. E che tale loro incremento sia legato anche al venire sempre più meno di quella rete di sostegno – sociale, religiosa o politica, a seconda delle epoche storiche – che abbracciava gli individui in un contesto assai più ampio della loro soggettiva finitezza e li guidava attraverso un sistema di valori, proprio come un faro nella tempesta.
Non è un caso insomma che – con il delinearsi della civiltà contemporanea – si sia determinata anche una crescente sistematizzazione della psicologia come disciplina medico-scientifica, con le varie scuole e le molteplici filosofie della cura. Un bisogno di cura del disagio psicologico non solo sempre più evidente e inerente una parte significativa della popolazione, ma rispetto al quale la società stessa ha maturato una risposta non soltanto clinica, ma rispettosa dell’individuo e dei suoi diritti.
Fra i diversi modi di guardare al problema, tra cui l’organico (il disagio e la malattia come frutto di un problema fisiologico, da curare come tale) e il dinamico (la malattia è frutto invece di forze psichiche contrastanti), citeremo qui quello forse più noto, divenuto per così dire paradigmatico, ovvero la psicoanalisi freudiana con il suo corredo iconografico della terapia: l’analista e il suo famigerato lettino, i sogni da interpretare, il vissuto da dipanare…
Stereotipi che popolano tanti libri e film, fino a divenire parodia e nascondere perfino in taluni altri casi una vena critica per certi compiacimenti e ripiegamenti borghesi sul sé interiore. Pensiamo ad esempio alla sottile ironia di un personaggio come lo Zeno di Svevo, o agli stralunati nevrotici del cinema di Woody Allen.
Insomma, il panorama del mondo della “malattia” connessa alla sfera psicologica meriterebbe definizioni e distinguo, anche sociologici, per tacere di quelli semantici della terminologia da usare, su cui qui non possiamo che sorvolare.
E arriviamo così, per concludere, a un rapido sguardo sull’oggi, con i tanti filoni e scuole di pensiero che si sono sviluppati, dove l’attenzione non è più centrata solo sull’interiorità dell’individuo, ma è di volta in volta rivolto all’indissolubile intreccio di corpo e mente, oppure all’ambiente e al sistema di relazioni in cui si è formato ed è immerso il singolo, al suo comportamento, più che al suo inconscio.
Anche se occorre considerare come in realtà, proprio per la complessità dei fenomeni e delle persone che li vivono, la cura non può che essere differenziata e mista, con il ricorso anche ai farmaci, ad esempio per superare le fasi acute della sofferenza.
Dopo questa lunga divagazione torniamo dunque all’iniziale “conosci te stesso”… ci piace infatti ricordare una specifica pratica di cura, chiamata mindfulness, che viene accostata anche ad antiche pratiche meditative. Pratica che focalizza non più il vissuto e l’inconscio come origine nascosta della sofferenza da riportare alla luce per risolvere le difficoltà esistenziali, ma il qui e ora da affrontare con gli strumenti della consapevolezza e dell’accettazione di sé.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
it.wikipedia.org/wiki/Storia_della_psicoterapia
it.wikipedia.org/wiki/Storia_della_psicologia
www.treccani.it/enciclopedia/ansia-e-depressione_(XXI-Secolo)/
[/boxed_content]
 
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