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Big Data & C. Data Driven

Cultura e innovazione in Italia: eppur si muovono!

[dropcap3]S[/dropcap3]ul legame indissolubile tra l’arte e la sua divulgazione non mancano certo le argomentazioni, più o meno retoriche. Su come questo legame, una volta rinsaldato, possa trasformarsi in una fonte di sviluppo culturale ed economico non solo sostenibile, ma fortemente auspicabile, neppure.
Tuttavia, quando solleticato, il tema si mostra sensibile.
È di quest’estate l’onda di polemiche roventi indirizzate al Ministro Franceschini che ha indicato sette Direttori stranieri sui venti nominati alla guida dei principali poli museali.
L’iniziativa ha provocato uno slancio di campanilismo da parte di molti, verso quegli stessi musei che tanto spesso sono ignorati, magari proprio dalla Madre Patria.
Ecco allora che le conversazioni degli italiani stessi – o meglio di quella parte che utilizza i social – analizzate online, sono interessanti nel rivelare un picco di engagement mai più raggiunto, come si vede da questo grafico:

Conversazioni Musei
Grafico delle conversazioni online sul tema dei musei italiani.

Certo simili rumors non sono sufficienti per un’inversione di tendenza. In Italia infatti l’accoppiata tra lo sterminato patrimonio artistico esistente e le indispensabili pianificazioni strategiche per farne un vero e proprio valore, è ancora relegata allo status di relazione occasionale, lasciata alla passione dei singoli operatori culturali, e non certo strutturata all’interno di politiche condivise.
I motivi traggono i loro fondamenti da molte questioni, tra cui una gestione accentrata del sapere da parte dei cosiddetti intellettuali che ne hanno fatto per decenni un uso esclusivo, eludendo spesso la propria funzione divulgativa e di mediazione, oltre a una certa visione dell’arte come bene superiore e intangibile, da non contaminare e “abbassare” a qualsivoglia performance.
Il settore è stato penalizzato anche dallo scarso investimento da parte di una classe dirigente impegnata su altri fronti più speculativi e dunque più remunerativi, con una certa miopia di breve e lungo periodo sulle fonti strategiche di valore diretto e indotto – culturale, certo, ma anche economico – reperibile nel nostro territorio.
Eppure, fatti ed esperienze – spesso oltre confine – dimostrano, numeri alla mano, che non è vero che la qualità culturale è per forza legata a nicchie di consumatori sparuti e saccenti, e che anzi si può benissimo diffondere e moltiplicare, come ogni sapere che si rispetti, e generare valore anche economico, con beneficio per tutti, imprenditori compresi.
Un esempio significativo lo porta questo articolo del Daily Bruin, che mostra come la condivisione sui Social abbia portato nuovo interesse intorno ai Musei e all’arte. Anche iniziative come il Museum Selfie Day, tenutosi lo scorso 21 gennaio, dimostrano il potenziale di interazione tra i Social Media e la rete in generale e il diffondersi di una sensibilità verso cultura e arte come beni comuni e veramente “condivisi”.
E, finalmente, qualcosa sembra muoversi anche da noi. È di questi giorni un’altra notizia uscita tramite un comunicato del Ministero della Cultura che mostra un’inversione di tendenza apprezzabile: una Startup italiana ha siglato un accordo per fornire ai principali musei italiani e al Ministero uno strumento per monitorare e misurare l’appeal e la reputazione online dei musei interessati.
Anche il nostro blog, del resto, ha deciso fin dal mese di Agosto, proprio nei giorni del dibattito sulle nomine, di monitorare proprio quei venti musei: animati da uno spirito non polemico, e tuttavia “birichino” grazie a Webdistilled di Maps Group – abbiamo dato il via a un monitoraggio online che raccoglie i dati a partire da Luglio, per vedere chi, tra i nuovi grandi Direttori, si sarebbe mosso meglio a livello di comunicazione online e non solo. Ci siamo così immaginati una sfida, una gara, tra chi di loro fosse riuscito a movimentare meglio le acque dell’informazione sul proprio museo. E i risultati ci sono, come si può vedere in questo grafico che mette in evidenza quantitativa la capacità di ogni museo di far parlare di sé su Socialnetwork, Mainstream, Press e Weblog:

Analisi comunicazioni online musei italiani
Clicca sull’immagine per ingrandire il grafico

Il monitoraggio*, che intercetta le conversazioni secondo numerosi indicatori, riferibili sia a tutti gli elementi afferenti alla sfera turistica in generale (come le visite a siti archeologici e monumenti, la partecipazione a eventi, la fruizione di strutture ricettive e le esperienze enogastronomiche) che ai servizi e alla gestione dei Musei (come ad esempio l’accessibilità, la sicurezza, i costi, l’innovazione tecnologica…), è tuttora attivo, così che a cadenza bimestrale rilasceremo un report che darà conto dei nuovi sviluppi museo per museo, con un’importante precisazione: come tutti i test di questo tipo, anche il nostro non pretende né di essere esaustivo né statisticamente significativo.
La nostra, infatti, non è una Giuria: ma è la raccolta del “chiacchiericcio” dei Social, quello tuttavia che muove  l’onda, trasmette le notizie, si trasmuta in possibili visitatori in carne ed ossa, e in altrettante anime toccate magari dalla bellezza.
Un’arte anche questa, del resto: diffondere. Come l’eco insegna, e pure l’onda!


*Caratteristiche del monitoraggio

Monitoraggio:  i 20 musei i cui direttori sono stati nominati dal ministro Franceschini lo scorso agosto.
Periodo: dal 26/06/2015 fino ad oggi.
Lingua: lingua italiana.
Fonti: Weblog, Q&A, Social Network, Forum e Review.
Numero clip: le clips considerate sono state oltre 1.350.000.
Temi analizzati: offerta turistica.
Prodotti individuati (in breve): archeologia, archivi e biblioteche, chiese e santuari, musei e teatri, palazzi storici, concerti, fiere, sagre.
Strutture ricettive: tipo di struttura utilizzata per il pernottamento.
Argomenti (in breve):  ambiente e territorio, dati (relativi alle presenze nel museo, orari, info, gestione del personale), enogastronomia, eventi, istruzione, innovazione, storia e arte.
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Open Data Pillole di Open Data e PA

Valore pubblico e partecipazione. Di Paola Chiesa

[dropcap3]I[/dropcap3]l fil rouge che collega la trasparenza amministrativa, la partecipazione e gli open data si snoda agevolmente anche nel campo del valore pubblico. Si tratta di un concetto di difficile definizione, per il quale non esiste uno standard assoluto, in quanto la Pubblica Amministrazione risponde sia a logiche economiche, che politiche degli amministratori eletti, che agli stakeholders del territorio. Di conseguenza potremmo connotarlo come un modello operativo che misura l’efficienza e l’efficacia dell’attività della Pubblica Amministrazione.
Affrontando l’argomento “fuori dal Palazzo”, come può la PA generare servizi ai quali il cittadino può attribuire e riconoscere valore? Coinvolgendolo, facendo emergere bisogni e preferenze, attuando politiche idonee a costruire scientifiche risposte, in ottica di trasparenza, accountability, fiducia, sostenibilità.
Il concetto di valore pubblico è strettamente legato al contesto storico ed alla cultura di riferimento.
Sicuramente, nell’era della trasparenza, degli open data, della partecipazione, della sostenibilità e della sharing economy, è plausibile ed anzi auspicabile che lo stesso concetto sia soggetto ad affinamenti per renderlo sempre più performante. Nella Pubblica Amministrazione, il valore pubblico nasce dall’equilibrio e dall’integrazione di più valori, nell’ottica di soddisfare un pubblico il più vasto possibile, la collettività appunto.
Il concetto di valore pubblico è allora decisamente correlato anche ai concetti di partecipazione e trasparenza, in quanto misura i risultati ottenuti con metodi economicamente efficienti, in accordo con le priorità concordate con i cittadini.
Ciò emerge dal combinato disposto degli articoli 1 e 7 della legge 124 del 2015 sulla riforma della Pubblica Amministrazione, nei quali si parla di Carta della cittadinanza digitale, per “garantire ai cittadini e alle imprese, anche attraverso l’utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, il diritto di accedere a tutti i dati, i documenti e i servizi di loro interesse in modalita’ digitale”, e di “semplificazione delle disposizioni in materia di prevenzione della corruzione, pubblicita’ e trasparenza”
Concetti ribaditi anche nelle misure contenute nei primi undici decreti attuativi della stessa legge di riforma, approvati dal Consiglio dei Ministri nella riunione del 20 gennaio 2016. Si parla, tra l’altro, di domicilio digitale del cittadino, di identità digitale attraverso il Pin unico, di semplificazione del piano anticorruzione, di “liberalizzazione” del diritto di accesso agli archivi pubblici (il Freedom of information act).
[highlight]La Piramide del Valore Pubblico[/highlight]
 
Come spiega il prof. Deidda Gagliardo, per valore pubblico territoriale s’intende il livello di
soddisfacimento dei bisogni della comunità (socialità) tramite una gestione economica delle risorse dell’ente, funzionale a sostenere la crescita del territorio (economicità); ma è necessario determinare scientificamente quale sia il livello di economicità effettivamente compatibile con la salvaguardia e lo sviluppo anche sociale dei territori.
Essendo strettamente correlato alla pianificazione e gestione dei servizi, il valore pubblico si articola in vari livelli secondo un modello a piramide (“Piramide del Valore Pubblico”) che agisce su:

  • organizzazione
  • personale
  • competenze
  • territorio
  • partecipazione
  • digitalizzazione
  • trasparenza
  • legalità

Mentre l’Italia è caratterizzata da una bassa percezione di valore pubblico, diversi enti all’estero hanno adottato un approccio che si basa su quel concetto, proprio perché l’assunto di fondo è che un servizio pubblico di successo deve cercare le opportunità per migliorare. Così, in Gran Bretagna ad esempio, oltre a Department of Health, Arts Council e Royal Opera House, è interessante l’esperienza della British Library, la biblioteca nazionale del Regno Unito ed una delle più importanti biblioteche di ricerca al mondo, che conta circa 150 milioni di documenti e 13 milioni di nuove acquisizioni ogni anno. Da uno studio effettuato, è emerso che il valore pubblico generato per i propri utenti ed il pubblico più vasto è pari a £5 per ogni £1 investita.
In effetti un approccio che tenga in considerazione il valore pubblico, rende più significativa ed evidente la valutazione del successo o meno dell’attività di un’amministrazione pubblica, la cui performance è correlata ai servizi che offre, ai risultati raggiunti e, di conseguenza, alla fiducia che riesce a creare e mantenere tra i cittadini. E’ in quest’ottica che possono essere interessanti nuove modalità di coinvolgimento degli stakeholders del territorio, dai canali social, allo strumento dei sondaggi deliberativi secondo il metodo Fishkin, che consente alla popolazione intervistata su un argomento di poter esprimere la propria opinione, dopo che è stata convenientemente ed oggettivamente informata sui fatti. Un passo in avanti sulla strada della realizzazione della democrazia rappresentataiva e dell’open government.
[highlight]Digitale e Big Data[/highlight]
 
Il valore pubblico è a ben vedere la cifra di un programma di governo locale che produce effetti nel tempo. E i cui risultati saranno ulteriormente misurabili nella diffusione della cultura che considera gli stakeholders del territorio contemporaneamente come fruitori e creatori di servizi. In questo contesto il digitale serve a modellare processi, generare dati, estrarre ed aggregare informazioni, mettere in relazione, facilitare decisioni, monitorare risultati e comunicarli. Il digitale diventa una leva di trasformazione economica e sociale, attraverso un processo trasversale al settore pubblico e privato, centralizzato e di coordinamento. Lo spiega chiaramente la “Strategia per la crescita digitale 2014-2020 “ dell’Agenzia per l’Italia Digitale, che prevede, tra gli altri:
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
– il coordinamento di tutti gli interventi di trasformazione digitale e l’avvio di un percorso di centralizzazione della programmazione e della spesa pubblica in materia;
– il principio di digital first, attraverso lo switch off della tipologia tradizionale di fruizione dei servizi al cittadino;
– la diffusione di cultura digitale e lo sviluppo di competenze digitali in imprese e cittadini;
– la modernizzazine della pubblica amministrazione partendo dai processi, superando la logica delle regole tecniche e delle linee guida e puntando alla centralità dell’esperienza e bisogno dell’utenza;
– un approccio architetturale basato su logiche aperte e standard, che garantiscano accessibilità e massima interoperabilità di dati e servizi.
[/boxed_content]
E’ questa la filosofia che ispira il fascicolo digitale del cittadino, il quale attraverso il sistema pubblico di identità digitale (SPID), che consente di identificare in modo univoco e sicuro l’identità del cittadino che accede ai servizi e ai dati, l’anagrafe nazionale della popolazione residente (ANPR), che contiene le informazioni anagrafiche dei cittadini, registra le variazioni e le rende disponibili alle Pa e ai cittadini, ed il fascicolo sanitario elettronico (FSE), che contiene l’insieme delle informazioni sullo stato di salute del cittadino, accessibile dagli operatori di settore e dal cittadino, consentirà al cittadino di rendersi partecipe e protagonista di un processo di generazione di conoscenza, fonte prima del valore.
A patto che la popolazione sia adeguatamente alfabetizzata da un punto di vista digitale, che significa porre le fondamenta per una significativa co-creazione del valore pubblico, attraverso un flusso maturo di relazioni da e verso la Pa, e la partecipazione proattiva del cittadino.
Il progetto di Copenaghen Big Data Platform è significativo al riguardo: l’obiettivo di costruire una rete di database pubblici in grado di raccogliere i dati relativi ad ogni aspetto della vita cittadina, immagazzinando informazioni su rete elettrica, traffico, sicurezza stradale, clima, inquinamento, consumo idrico, illuminazione pubblica, ecc, si arricchisce delle segnalazioni che gli stessi cittadini potranno effettuare tramite smartphone e tablet, grazie ad un’app dedicata. Come a dire, se conosci la città nei minimi dettagli, allora la puoi anche rendere “smart”.
La tecnologia abilitante è il nuovo paradigma della partecipazione e del voler essere protagonisti. L’uomo qualunque costruisce il proprio modo di essere nel mondo e lo comunica, interagendo con gli altri. In parole povere, crea e comunica continuamente valore.
Contribuendo a cambiare il mondo, compresa la Pubblica Amministrazione.
 
 
Valore Pubblico
 
 

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Performance da 10 e lode! Sharing Knowledge

L'orologio atomico: eterna precisione e apocalisse.

[dropcap3]L'[/dropcap3]impiego del tempo nella società occidentale moderna è schiavo della frenesia del vivere. Assorbiti dal progresso tecnologico, gli uomini parrebbero aver dimenticato come migliorare la qualità della vita attraverso l’esercizio della felicità: si vive più a lungo, ma con sempre meno tempo libero dagli impegni… e paradossalmente dotati di strumenti sofisticati per poterlo gestire e misurare!
Misura il tempo in modo eccezionale, l’orologio atomico costruito dagli scienziati del National Institute of Standard and Technology (Nist) e del Centro di Ricerca Jila dell’Università di Boulder in Colorado.
Ma cos’è un orologio atomico? In esso si impiega una sostanza chimica i cui elettroni, colpiti da una luce laser, compiono dei “balzi” sulla base dei quali si misura l’unità di tempo. La tecnologia precedente utilizzava il cesio quale elemento chimico e l’unità di tempo del secondo era definita appunto come i 9.192.631.770 cicli della radiazione emessa dal passaggio degli elettroni tra due specifici livelli energetici nell’atomo di questo elemento.
L’orologio atomico del Nist non perde né guadagna un secondo in un arco temporale di 15 miliardi di anni, superiore all’età stesso dell’Universo. Un notevole passo in avanti rispetto all’orologio realizzato dallo stesso Nist l’anno precedente che poteva vantare la sua precisione per 5 miliardi di anni. Questi orologi atomici impiegano atomi di stronzio e un reticolo ottico, generato da un fascio di luce laser, che intrappola gli atomi e innesca il passaggio dei loro elettroni da un livello energetico al successivo. L’insieme dei milioni di oscillazioni elettroniche ottenute fornisce quella scansione temporale su cui viene definita la lunghezza del secondo.
Già nel febbraio 2015 era stato ottenuto un similare record di precisione: usando due reticoli ottici nei quali sono stati intrappolati un migliaio di atomi di stronzio, mantenuti ad una temperatura di -180°C, il Laboratorio di metrologia quantistica di Riken, in Giappone, ha creato un orologio in grado anch’esso di mantenere la sua precisione per 15 miliardi di anni.
Anche l’Italia ha voluto dire la sua e all’Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica (Inrim), è stato sviluppato un nuovo e competitivo orologio con atomi di itterbio, in grado di rendere le misurazioni ancora più stabili e precise.
Ci si potrebbe chiedere a questo punto quale interesse rivesta una simile precisione degna di ere geologiche. In realtà essa è fondamentale per tecnologie utili alla nostra stessa quotidianità, come ad esempio nel caso dei sistemi satellitari, oltre che per scopi di ricerca scientifica in campo fisico.
Se gli orologi atomici misurano il concetto proverbialmente relativo di tempo in modo oggettivo, questo rimane ineluttabilmente condizionato dalla soggettività degli individui e dalla “precarietà” dell’esistenza. Agli orologi atomici potrebbe infatti essere specularmente contrapposto l’orologio dell’apocalisse (doomsday clock), creato dai membri del Bullettin of the Atomic Scientists (Bas).
Si tratta di un orologio simbolico che misura il tempo rimanente all’autodistruzione dell’umanità fissata sulla mezzanotte, segnalando il pericolo che questa possa verificarsi nell’arco di un breve periodo a causa di conflitti nucleari, cambiamenti climatici e di tutto il repertorio di catastrofi della cui responsabilità – ahimè – l’uomo è il primo imputato.
Ebbene, tale orologio segna ora mezzanotte meno tre minuti. Il tempo, in qualunque modo vogliamo vederlo, non si inganna: sarà un orologio atomico a definirne, esattamente, la fine?
 
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
– www.ansa.it
– www.meteoweb.eu
– www.it.wikipedia.org
 
 
[/boxed_content]
 
 
 
 

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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Viaggiatori tra i Dati: il nostro futuro dipende dai Dati… passati.

[dropcap3]R[/dropcap3]educi dalle celebrazioni dell’anno appena concluso del film Ritorno al Futuro, cui è stato addirittura dedicato un giorno, il “Ritorno al Futuro Day”, ne approfittiamo per una delle nostre solite escursioni tra il serio e il faceto, parlando anche noi di “viaggi” e di “tempo”, anche se a modo nostro.
La lente d’ingrandimento che proponiamo è quella dei Dati e del loro utilizzo, anche a partire dalla loro presunta banalità, incapace all’apparenza di andare al di là della propria contingenza.
Il tema che vogliamo trattare è quello del movimento e del viaggio – dello spostamento, insomma – in senso non solo geografico, ma anche temporale, anche se in uno spazio ben circoscritto e in un periodo di tempo stabilito a priori.
Il personaggio principale della “storia”, in questo caso, è l’Uomo, inteso sia come individuo che come parte di una società, fotografato all’interno del suo habitat principale.
La domanda che ci siamo fatti è questa: è possibile fare proiezioni sugli scenari futuri di una popolazione e del suo territorio partendo da indicatori all’apparenza non espressivi, come ad esempio il semplice “movimento” (interno ed esterno) dei suoi abitanti?
La risposta è si, almeno secondo i dati che abbiamo raccolto. Tale operazione di messa a fuoco consente infatti non solo di analizzare e contestualizzare eventi e azioni attuali e contingenti, ma di andare oltre, arrivando a interpretare come, nel corso del tempo, questi stessi dati influenzeranno sia il territorio analizzato che i suoi abitanti.
Una premessa è però doverosa, anche se all’apparenza banale per chi conosce il settore dei Big Data (ma magari non è così evidente per chi invece non li frequenta): questo tipo di inferenze sono possibili in pressoché tutti gli ambiti, non solo quelli demografici.
Diciamo che in questo caso è la base di partenza – ovvero una serie di individui, la loro residenza e i loro spostamenti – ad essere all’apparenza insignificante, e ad essere quindi ampiamente sottovalutata.
Ma andiamo con ordine. Partiamo intanto dalla tracciabilità di ogni essere umano in base ai suoi dati principali (nome, cognome e residenza) e aggiungiamoci la sua possibile mappatura attraverso le varie reti mobile (cellulari, gps, social etc).
Mettiamo poi insieme questi dati per un certo periodo di tempo in un dato luogo: quello che ne potrà emergere va ben al di là di quanto sia possibile immaginare osservando questi stessi dati singolarmente e nella loro contingenza.
Tutto parte, appunto, da un viaggio indietro nel tempo, ovvero da un’analisi di come, quando e perché tali dati si sono distribuiti, e degli avvenimenti che hanno generato o meno nel territorio analizzato.
Il tutto proiettato nel futuro secondo schemi e modelli inferenziali opportunamente calmierati, così da mettere in primo piano gli scenari più probabili rispetto all’orizzonte sconfinato di possibili possibilità, che sembra un gioco di parole, ma non lo è.
I dati in sé, dunque, che all’inizio erano semplicemente denotati dalle proprie specifiche caratteristiche, vengono “connotati” da un valore o un significato ben precisi, che consente di intravedere, nel loro insieme, un verso, o meglio, un senso, come vedremo tra poco con esempi concreti.
E se già in sé questa modalità di “avanzare” è suggestiva, lo è ancora di più verificare dove conduce.
Cosa si può ricavare, dunque, da queste informazioni opportunamente connotate, intrecciate ed elaborate? Di tutto e di più. Andiamo sul concreto, con alcuni esempi.
In un articolo del sole24 ore del 2014, Dino Pedreschi, professore ordinario di Informatica all’Università di Pisa, immagina ad esempio di disporre dei dati degli abitanti di un territorio raccolti “attraverso i loro cellulari, con cui si telefona, ci si scambia sms, ci si connette alla rete” per comprenderne e analizzarne i “pattern di spostamento”.
Le finalità di tale analisi e ricerca? Le più strategiche ed essenziali che si possono immaginare per una società. Si parla del “futuro di infrastrutture, strade, ferrovie, simulando gli scenari più sostenibili e promettenti” e di “scoprire per tempo fenomeni migratori inconsueti, comprenderne le ragioni, intervenire subito in caso di emergenze umanitarie.”
Allo stesso modo, uno studio di Michele Colucci e Stefano Gallo si concentra sul tema delle migrazioni interne all’Italia, individuando le regioni maggiormente attrattive nell’Emilia Romagna e nel Trentino. Di cosa stiamo parlando, quindi, se non di prevedere per tempo le necessità di un territorio e dei suoi abitanti in termini di qualità della vita, di servizi sociali, di presidi e fabbisogni, tutte istanze oggi tra l’altro messe a rischio a causa dell’attuale contrazione economica-finanziaria?
Ma esistono predizioni possibili su tematiche anche più stringenti, che riguardano questioni, come si dice, di “vita o di morte”.
È il caso di una ricerca, che suddivide le persone in due gruppi ben distinti, gli Esploratori o gli Abitudinari, distinzione che, lungi dall’essere solo curiosa e potenzialmente divertente, sottintende invece alla generazione di modelli predittivi comportamentali in caso di evenienze addirittura tragiche, come commentato dal prof. Dino Pedreschi dell’Università di Pisa: “Gli esperimenti hanno dimostrato che esploratori e abitudinari mostrano capacità differenti di diffondere, attraverso i loro movimenti sul territorio, eventuali epidemie”.
Da qualsiasi punto lo si guardi è evidente dunque che l’utilizzo e l’analisi dei Big Data, anche quelli all’apparenza più “innocui”, sia uno strumento assai potente sia per la comprensione del comportamento umano, e soprattutto in grado di “predire” il tempo che verrà, creando rappresentazioni e modelli attendibili in grado di anticipare l’evoluzione degli eventi o delle cose con anticipo, anche notevole, rispetto alla loro reale concretizzazione.
E come definire diversamente questo processo di “predizione” se non un vero e proprio viaggio nel tempo, in ciascuna delle sue dimensioni?
Si tratta a tutti gli effetti di un’ipotesi fatta a partire dal passato, immaginata nel presente e – alla fine del processo – proiettata in là nel tempo.
Come ogni viaggio nel tempo che si rispetti, del resto. A cosa può mai servire, infatti, tornare indietro, se non per andare avanti???
PS: per tornare, prima di congedarci, a un’argomentazione un po’ più leggera, all’altezza dell titolo del nostro articolo, vi proponiamo di seguito una pagina web da guardare. Si tratta di una graduatoria dei 100 migliori film che parlano di viaggi nel tempo!
Buona visione. 🙂
 
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
[highlight]Per saperne di più[/highlight]

– www.eticaeconomia.it
– www.issm.cnr.it
– www.migrazioninterne.it
– www.ilsole24ore.com
– www.istat.it
– www.unipi.it
[/boxed_content]
 

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Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

La semantica del Sentiment: comunicazione e comunicabilità.

[dropcap3]I[/dropcap3]l tema dell’incomunicabilità è stato nel corso del Novecento un argomento fondante della produzione artistica, da quella letteraria a quella cinematografica.
 Da Freud in poi, le parole, la lingua e gli schemi interpretativi consegnati dalla tradizione non potevano più spiegare la complessità dell’individuo, né il suo smarrirsi di fronte ai fatti della storia e alla complessità crescente delle relazioni sociali.
 Il ritratto dell’uomo fatto da artisti e intellettuali ci restituiva spesso un’umanità balbuziente, talvolta inconsapevole, altre volte plagiata dall’ideologia o dalle sirene del consumismo.
Poi è venuta la Rete con la sua promessa di democrazia del sapere e dell’informazione, e con essa l’esplosione della comunicazione globale che è l’elemento più caratterizzante il costume sociale del millennio appena iniziato.
 Internet, oggi, è attraversata quotidianamente da flussi incommensurabili di conversazioni, opinioni, scambi di idee, espressioni di sentimenti ed emozioni. Verso se stessi o gli altri, in relazione a fatti d’attualità o ad argomenti più generali. Miliardi di persone possono incontrarsi per le vie digitali e scambiare opinioni e conoscenza.
 Tanto che è nata una nuova esigenza, quella di interpretare il flusso delle conversazioni e delle argomentazioni on line, comunemente definita analisi del sentiment, ovvero l’indagine orientativa dell’opinione positiva, negativa o neutra che un determinato campione sulla Rete restituisce di un certo argomento, di un evento, di un brand, di un personaggio.
Ma, a prescindere dagli strumenti esistenti sull’analisi del sentiment, anche in real time – di cui ci occuperemo in un prossimo articolo – vogliamo ragionare oggi dal punto di vista del semplice fruitore della Rete, meglio definibile come “utente”, sia esso un singolo o una collettività (come nel caso di gruppi, liste e forum).
Quali dinamiche si attivano ad esempio all’interno di una simile esposizione a messaggi comuni, contemporanei e continuativi? Che tipo di semplificazione inevitabilmente (e più o meno consapevolmente) si origina nel lettore nel momento in cui utilizza un Social e si fa un’idea del “sentiment” di una conversazione o di un tema? Che tipo di comunicazione si instaura insomma tra le persone sulla rete e sui Social Media in particolare? E soprattutto: è davvero possibile che i Social Media veicolino la verità di un’istanza comunicativa se essa è tante volte ignota perfino a chi la esprime?
Specialmente quando si parla di opinioni e sentimenti infatti, cioè quando il livello della comunicazione non è referenziale e neutro, ma entrano in gioco fattori individuali, c’è sempre un sottotesto comunicativo dietro le parole, nelle pieghe del significato, nei tratti che diremmo prosodici della comunicazione. Le sfumature, il non detto, ciò che si dice per dire altro, ciò che si dice perché altri intenda. E poi ci sono l’ironia, il sarcasmo, il paradosso, a precisare, distinguere, distorcere o addirittura stravolgere il significato primo delle parole.
Se da un lato è quasi ovvio prevedere l’eccesso e l’esagerazione comunicativi dovuti allo sfogo e al protagonismo che possono essere stimolati dal trovarsi su una ribalta mediatica, come svelare e riconoscere fenomeni meno prevedibili? Pensiamo all’autocensura e alla reticenza ad esprimersi in un contesto che pur è pubblico, per timore del giudizio altrui, per riservatezza o anche solo per evitare di assumere una posizione che si riconosce come scomoda o che rischierebbe di attirare commenti e confronti cui occorrerebbe poi opporre risposte e argomentazioni.
Il rischio che si corre dunque è quello di una generalizzazione, del prendere alla lettera quello che evidentemente non può essere che un orientamento, un’occasione di informazione e di comunicazione trasferita da un medium che ha le sue regole. Come per ogni strumento di comunicazione infatti è indispensabile conoscerne i codici espressivi per sfruttarne al meglio le potenzialità, ma anche per difendersi da incomprensioni, falsi, giganteschi misunderstanding.
Questo anche alla luce di alcune specificità della Rete. Ad esempio il mutamento del principio di autorità. Se sui mezzi di informazione tradizionali l’autore e l’editore fungevano (e fungono) da garanti, sulla Rete non solo per la prima volta chiunque può facilmente condividere informazione e pensieri, ma paradossalmente anche un’affermazione falsa, se ricondivisa da molti, può assumere veridicità per autorevolezza – per così dire – numerica.
Frequente, ad esempio, è la ricondivisione a posteriori di articoli o post “datati” che, nell’essere riportati all’attenzione pubblica in certi periodi di attualità della stessa tematica, generano spesso fraintendimenti di notizie. Pensiamo ad esempio alle informazioni legislative o di cronaca, in cui eventi magari di un anno prima vengono ricondivisi in coincidenza ad altre notizie di attualità, con effetti o di amplificazione delle notizie o al contrario di incongruenza delle news. Il tutto tenendo conto dell’estrema rapidità di ri-diffusione della notizia vecchia, presa dai più come recente.
In questo tipo di criticità la velocità della Rete e il suo particolare modo di interpretare il fattore tempo hanno infatti un ruolo fondamentale, insieme anche a una certa inevitabile superficialità di lettura tipica della fruizione dei contenuti su Internet. Ma un recente studio condotto da ricercatori dell’IMT Alti Studi di Lucca sottolinea ad esempio come la diffusione delle notizie sia oggetto di quello che chiamano “confirmation bias”, ovvero si tende a condividere e a far circolare le informazioni che confermano le proprie convinzioni, indipendentemente dalla verifica della loro veridicità.
È evidente dunque che la Rete e i Social Media da un lato non possono offrirci un rimedio all’incomunicabilità, ovvero alle difficoltà per così dire esistenziali del comunicare con gli altri e tante volte anche di esprimere correttamente quello che avvertiamo magari confusamente di noi stessi. E che d’altro canto come ogni strumento di comunicazione anche Internet e i Social Media sono destinati a replicarne e ad amplificarne per la loro stessa natura, le insidie e le trappole.
Sono però senz’altro uno strumento rivoluzionario di comunicazione, il più potente mai stato a disposizione di così tante persone, diverse per cultura ed estrazione sociale: una concreta occasione di partecipazione e di comunicabilità che – come ogni cosa in terra – può solo aspirare ad avvicinarsi alla verità.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.internazionale.it
www.repubblica.it
www.lescienze.it
[/boxed_content]

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Open Data Pillole di Open Data e PA

Open Data e Data driven decision. Di Paola Chiesa.

[dropcap3]A[/dropcap3]l di là delle classifiche che periodicamente attribuiscono alle città posizioni più o meno gratificanti in termini di smartness della loro politica innovativa, è indubbio che ci sia uno stretto legame tra Open Data e Smart City.
Le Smart Cities identificano quelle realtà urbane caratterizzate da elementi tali da garantire uno sviluppo intelligente, ovvero equilibrato e vicino ai cittadini. In altri termini, sostenibile. Ciò è possibile nella misura in cui i centri decisionali siano supportati da dati ed informazioni adeguati ed aggiornati per consentire valutazioni, analisi ed interventi mirati, tipicamente in settori quali la mobilità, l’ambiente, lo sviluppo economico, la qualità della vita dei cittadini. Tutto ciò costituisce il presupposto per una smart Governance.
Ad esempio è recente la notizia di uno strumento realizzato da Ancitel Energia e Ambiente e dal ministero dell’Ambiente per monitorare e controllare gli impatti ambientali derivanti dalla gestione dei rifiuti in modo da valutare le performance dei sistemi di recupero e adottare i miglioramenti eventualmente necessari.
Nella fattispecie si tratta di un nuovo Open Data, il primo in campo ambientale, che monitora in tempo reale i parametri di raccolta, emissioni e costo dei sistemi urbani di raccolta dei rifiuti, a supporto dei processi di policy decision dei Comuni.
Decisamente all’avanguardia è anche l’esperienza londinese di WhereaboutsLondon. Si tratta di un esperimento per esplorare come gli Open Data possono essere usati per migliorare le città future.
Mappando le comunità che le compongono per poter integrare al meglio le diverse esigenze, si possono ridisegnare le città in base ai comuni stili di vita dei cittadini, piuttosto che limitarsi a considerare in quale zona della città vivono. Questo consentirebbe alla Pubblica Amministrazione di migliorare i servizi che eroga ai cittadini, andando incontro alle loro reali esigenze, dai trasporti alle scuole, al tempo libero all’ambiente.
London
[highlight]La qualità dei Dati[/highlight]

Si pone allora, evidentemente, anche un problema di qualità dei dati raccolti, considerando anche che sempre più spesso possono essere condivisi sui social network attraverso app a disposizione dei cittadini, che aiutano tra l’altro le amministrazioni a rendere più efficienti e trasparenti i processi.
In tale ottica, a fine ottobre 2015 è stato pubblicato dall’International Organization for Standardization lo standard ISO/IEC 25024 “Measurement of data quality”, estensione dell’ISO/IEC 25012 “Data quality model” del 2008″ sulla misurazione della qualità dei dati.
L’applicazione della norma potrà essere utile per controllare il livello di qualità dei dati e favorire l’interscambio, l’integrazione e l’interoperabilità, la condivisione e l’ottimizzazione di servizi.
Lo standard della norma puntualizza le caratteristiche che un approccio di qualità deve avere nella gestione a vario titolo dei dati, evidenziando molteplici aspetti:

  •  il governo della crescente disponibilità di dati;
  • l’acquisizione di dati la cui qualità è sconosciuta;
  • la gestione di informazioni spesso insoddisfacenti;
  • la focalizzazione dei requisiti di qualità dei dati;
  • la riduzione della dispersione di dati tra i vari owner ed utenti;
  • l’incremento di dati riusabili (eliminando ambiguità semantica);
  • la coesistenza di legacy system con sistemi aperti;
  • la riduzione di duplicazioni e risorse;
  • il miglioramento dei processi che causano dati errati;
  • la stima dei costi della non qualità;
  • l’eliminazione progressiva dei modelli cartacei di acquisizione dati.

E’ importante sottolineare come il miglioramento della qualità dei dati, e la maggiore diffusione delle tecniche di misurazione, dipenda da vari fattori tra cui l’adesione a modelli di qualità condivisi.
Del resto serve una sinergia concertata che consenta un’interazione tra le banche dati e la razionalizzazione delle informazioni. E sensibilizzando la società sull’importanza di disporre di Open Data che soddisfino i principi di credibilità e accuratezza, si apre anche la strada verso un cambiamento culturale ed un modello cooperativo per il miglioramento dei dati, nel quale anche il cittadino può giocare un ruolo attivo, in quanto conoscitore della realtà in cui vive.
In questa scia, nel mese di Novembre 2015 l’UE ha lanciato la versione beta del portale dei dati europeo, a riprova del fatto che la trasparenza dei dati raccolti e prodotti dagli enti pubblici e il loro libero impiego – in modalità anche condivisa – promettono benefici la cui valenza è concretamente misurabile. Si parla, ovviamente, anche di risparmi per le pubbliche amministrazioni.

[highlight]I dati come strumento di governance del territorio[/highlight]


Come trasformare le informazioni generate dai dati in decisioni?
Tutto sommato prolifera un’offerta vasta di dati, a fronte di una domanda ancora limitata, legata al livello di consapevolezza e conoscenza della materia.
Su questo punto va innescata la rivoluzione culturale che consente di passare dal processo tradizionale di raccolta dei dati, elaborazione dell’informazione e diffusione, al processo inverso, secondo cui si parte dai bisogni della cittadinanza, si individuano le decisioni da prendere, ci si focalizza sulle fonti più adatte a costruire l’ informazione.
La Pubblica Amministrazione è il soggetto che ha il privilegio di essere in contatto con i cittadini e quindi è tenuta a dare risposte coerenti alle domande, secondo logiche di nowcasting, ovvero capacità di raccontare il mondo quale è oggi.
Una logica per processi all’interno della PA è quella che può consentire la produzione in qualità del dato, attraverso sistemi di business intelligence in grado di dare risposte real time e seguire il ciclo di vita del dato, da quando lo si raccoglie a quando lo si produce.
Ma attualmente nelle pubbliche amministrazioni italiane proliferano processi ideati attorno alla “carta”.
Si è digitalizzato il documento cartaceo, vero portatore dell’informazione, e il dato disponibile nei database è comunque una derivata di un documento. Ciò che serve è invece una rimodellazione dei processi nella quale il dato, che peraltro rappresenta il cittadino, sia al centro.
Le risposte ai bisogni arrivano se vengono poste le giuste domande, ma affinché ciò avvenga, c’è bisogno di gente preparata a far parlare i dati e ad utilizzarli nel loro mondo. E’ una questione di coinvolgimento, di collaborazione e di competenze da creare attraverso la formazione.
Ed anche la formazione, a sua volta, può essere il frutto di un originale riutilizzo di dati aperti. A conferma del fatto che i dati acquistano ulteriormente valore se vengono efficacemente comunicati.

Paola Chiesa

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Big Data & C. Un Big Data al giorno

L’altra metà dei BigData: il digitale, speriamo che sia rosa!

[dropcap3]I[/dropcap3]l settore tecnologico è destinato nel prossimo futuro a un’espansione tale da garantire un notevole impiego di posti di lavoro, circa due milioni entro il 2020, dicono le stime. Si potrebbe dire però – con un gioco di parole – che questo scenario dalle rosee prospettive non sembra essere più di tanto “rosa”.
Fra le tante sfide e i tanti problemi che le nuove opportunità tecnologiche presentano infatti al nostro paese, c’è anche quello della presenza attiva delle donne, sia come fruitrici del WEB, dei social e degli strumenti digitali in genere, che come protagoniste nel mondo del lavoro legato all’high tech e alla scienza.
Con un interessante paradosso che vogliamo sottolineare e riportato in un articolo della Stampa: nonostante le donne siano “formidabili nerd, patite di smartphone di ultima generazione, tablet e computer (…) per i quali arrivano a spendere la cifra record di 55 miliardi di dollari”, rappresentando “l’85 per cento di chi fa acquisti hi-tech”,  di questi stessi oggetti elettronici solo un “misero dieci per cento (…) viene pensato, studiato, disegnato nei contenuti e nelle forme da una di loro”. Gli uomini dunque producono, mentre le donne acquistano.
La cosa non ci deve stupire più di tanto. Dati alla mano, infatti, sul fronte dell’occupazione nel settore tecnologico si può riscontrare una preoccupante “differenza di genere”, e non solo in Italia: solo il 3% delle giovani in Europa, spesso disincentivate da società e famiglia, sceglie e porta a termine un percorso di studi in campo informatico, e solo il 19% degli imprenditori nel settore della tecnologia dell’informazione e comunicazione è donna. In America la situazione non è migliore: nei settori leader delle imprese hi-tech le donne occupano meno della metà dei ruoli guida disponibili e i loro stipendi sono più bassi. E tutto questo trova conferma nell’alto numero di cause legali intentate per discriminazione.
Le ragioni di questo segnare il passo di un’autentica compartecipazione delle donne allo sviluppo dei settori trainanti della società e dell’economia hanno radici antiche, che non è il caso di indagare qui. Basterà ricordare una certa tradizione educativa che consegna ancora oggi le bambine prima e le ragazze poi a stereotipi di genere negli studi e nella professione, innescando un circolo vizioso a lungo termine: non occupando posti di lavoro che prevedono competenze tecnologiche di alto profilo, l’accesso a questo sapere rimane per loro limitato.
Si tratta di un tema importante prima di tutto da un punto di vista socio-culturale: se le informazioni e le relazioni passano attraverso la rete, anche la componente femminile della società deve avervi accesso, sapendone padroneggiare con spirito critico, e piena consapevolezza, gli strumenti. E se anche da un punto di vista economico, sarebbe assurdo sprecare il potenziale e peculiare apporto delle donne alla crescita, per loro occupare posti decisionali e di rilievo nel settore tecnologico più innovativo – quello di Big Data e IoT – significa anche esercitare un diritto d’opzione, ponendo ad esempio problemi e tematiche che non troverebbero adeguata espressione in un mondo a maggioranza maschile.
Eppure esistono esempi di donne che, con la loro brillante intelligenza e sagacia sono riuscite a dimostrarsi alla pari anche del più abile ingegno maschile.
Una su tutti, Ada Lovelace. Nata a Londra nel 1816, la visionaria Ada, figlia del poeta Byron e di Anne Isabella Milbanke, educata a sua volta a studi matematici, è riconosciuta ideatrice del primo calcolatore analogico. Le futuristiche idee di Ada infatti furono determinanti per modificare il progetto di una macchina analitica al quale, nel 1833, stava lavorando il titolare della cattedra di matematica all’Università di Cambridge, Charles Babbage. Si configurò così la possibilità teorica di realizzare un “computatore”, ossia uno strumento programmabile in grado di elaborare, seguendo delle regole, numeri che rappresentano simboli… insomma, il più antico antenato del moderno computer!
Se Ada Lovelace rimane un fulgido esempio della caparbia intelligenza femminile che vetuste convezioni sociali non sono riuscite a soffocare, non è nemmeno l’unico.Vogliamo parlare di Mary Kenneth Keller, la prima donna, peraltro suora, a laurearsi in Computer Science negli Stati Uniti? O di Grace Murray Hopper che, ammiraglio e informatico statunitense, compì ricerche all’avanguardia nel campo del linguaggio di programmazione. Non solo, fu lei a coniare il termine “bug” per identificare un errore nella scrittura di un programma software.
Esempi di donne capaci di superare i limiti loro imposti dalle convenzioni del loro tempo, sono raccolti – anche attraverso interviste immaginarie – nel portale “Donne nella scienza.it” che vuole in questo modo ispirare le ragazze ad avere fiducia nelle proprie capacità e incoraggiarle alla scelta di percorsi di studio scientifici.
Riconoscere e far conoscere i contributi innovatavi che le donne hanno apportato e apportano al mondo della scienza infatti, può stimolare le più giovani a coltivare l’interesse per la tecnologia e per il digitale, fonte proficua di prospettive in ambito lavorativo, in un secolo dove scienza e tecnologia hanno acquisito un ruolo sempre più importante nella vita e per il futuro dell’uomo.
Proprio questo è lo scopo di Nuvola Rosa, un’iniziativa rivolta alle ragazze – giunta quest’anno alla terza edizione e organizzata nel maggio scorso a Milano – di corsi gratuiti, incontri e seminari su temi come, Big Data, social media, digital marketing.
La rotta da seguire è dunque insieme culturale e politica affinché attraverso le nuove generazioni – che sono naturalmente più predisposte all’utilizzo della rete, dei social e degli strumenti digitali – si possa costruire e promuovere un futuro tecnologico più “rosa”, e che soprattutto si giovi delle menti più brillanti, maschili o femminili che siano!
E per dare il nostro piccolo contributo alla diffusione di una nuova cultura digitale e tecnologia “in rosa”, segnaliamo di seguito alcune buone notizie ed alcune ottime pratiche.
Partiamo intanto dalla lista stilata da Digitalic, rivista del settore tecnologico, che ha individuato le dieci donne più influenti del 2014 nel comparto della tecnologia, e proseguiamo segnalando due siti al femminile dedicati al tema: www.donnetecnologie.org e www.girlgeeklife.com, entrambi ricchi di notizie e buone pratiche.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
– www.tgcom24.mediaset.it
– www.webnews.it
– www.linkiesta.it
– www.inchieste.repubblica.it
– www.donnenellascienza.it
 
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