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La rete in azione: scenari collaborativi fra umani e sistemi digitali. Di Giulio Destri

[dropcap3]N[/dropcap3]ell’articolo precedente è stato trattato come la rete, pilastro fondamentale nella comunicazione, fra le persone e fra le persone e sistemi automatici, deve essere resa anche robusta e sicura, in grado di reggere questo ruolo “sociale”.
In questo articolo analizzeremo alcuni scenari collaborativi basati sulla nuova interoperabilità resa possibile dalla rete. Partiamo da una considerazione della situazione attuale con gli effetti della pandemia.
 

[sf_iconbox image=”fa-question-circle” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Una situazione VUCAniana[/sf_iconbox]

La situazione che si è venuta a creare in seguito alla pandemia è Volatile, Incerta, Complessa ed Ambigua (il concetto espresso dalla sigla VUCA, come spiegato in dettaglio in questo articolo).
Uno dei modi per affrontarla è organizzare il proprio lavoro in modo adattabile ai cambiamenti (agile), calcolando opportunamente i margini dei rischi che si corrono e decidendo quali sono affrontabili.
Nell’articolo precedente è stato rilevato quanto accaduto durante la pandemia con la necessità di remotizzazione di molti lavori. Ma quali sono, oggi, grazie alle infrastrutture esistenti o in corso di realizzazione, i lavori realmente remotizzabili?
I lavori fisici (ad esempio aziende alimentari o manifatturiere) richiedono la presenza in loco. Esperimenti di lavori svolti da robot controllati/supervisionati a distanza sono ancora agli albori, anche se con risultati promettenti.
[bctt tweet=”La situazione creatasi con la pandemia è Volatile, Incerta, Complessa ed Ambigua (concetto espresso dalla sigla VUCA). Uno dei modi per affrontarla è organizzare il proprio lavoro in modo adattabile ai cambiamenti (agile)” username=”MapsGroup”]
Mentre i lavori in cui l’oggetto è l’informazione sono (almeno in linea di principio) tutti remotizzabili già con la tecnologia di oggi. Ecco alcuni esempi di questi lavori:

  • Amministrazione (gestione finanziaria, del personale, acquisti, vendite…).
  • Banche ed assicurazioni.
  • Comunicazione e informazione (giornali, radio, televisione…).
  • Pubblica amministrazione (in teoria, purtroppo nella pratica, almeno in molti casi, mancano organizzazione ed infrastrutture adatte…).
  • Servizi fiscali (CAF, contabilità, commercialisti…).
  • Consulenze legali, organizzative…
  • Formazione aziendale.
  • Sviluppo informatico.
  • Progettazione e design di prodotti (senza la fase di prototipazione “fisica”).

 

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]I componenti del lavoro[/sf_iconbox]

Per meglio capire ora serve esaminare nei dettagli il lavoro che agisce sulle informazioni. I lavori sono molti diversi fra loro, ma in generale troveremo al loro interno:

  • attività ripetitive (procedurizzabili),
  • attività non ripetitive (comunque improntabili a linee guida) tra cui fondamentali sono quelle creative, come per esempio il design di prodotti e soluzioni, e il problem solving,
  • attività di coordinamento all’interno di un gruppo di lavoro e fra gruppi di lavoro,
  • attività di relazione con un cliente o con un fornitore.

E, semplificando ulteriormente, avendo come obiettivo la pianificazione del lavoro entro un gruppo, più o meno ampio, le attività possono essere suddivise in:

  • Attività individuali “pure”, ossia compiti che possono essere svolti in autonomia da una sola persona, che può quindi decidere, rispettando la scadenza del lavoro, come allocarle nella propria agenda; esempi di queste attività vanno dal disbrigo di pratiche, alla registrazione di fatture, alla realizzazione di disegni cad, alla scrittura di componenti di codice sorgente (software)…
  • Attività di coordinamento/confronto (tipiche le riunioni), ossia compiti che richiedono l’inserimento nella agenda di diverse persone (potenzialmente molte), con un orario preciso ed una durata; la riunione con un cliente può entrare in questa categoria.
  • Attività di lavoro a due/tre persone che richiedono l’inserimento in agenda di poche persone e possono anche essere decise su necessità immediate; un esempio può essere la collaborazione fra una persona con esperienza maggiore ed una con esperienza minore per un compito che quest’ultima deve svolgere per la prima volta; una intervista ad un cliente per raccogliere le specifiche di progetto può rientrare in questa categoria.

In questo schema, per semplicità, sono comprese solo le attività “lavorative produttive”. Il rapporto informale fra le persone e quindi attività come il pranzare insieme o il “trovarsi alla macchinetta del caffè”, che possono essere fondamentali per il buon rapporto fra le persone, non sono qui considerate.
In casi molto particolari il gruppo di lavoro può, in autonomia, dividersi gli incarichi che corrispondono alle singole attività svolte da una sola o da un numero molto limitato di persone. È l’approccio tipico degli standard di sviluppo Agile come SCRUM. In (molti) altri casi è il coordinatore (capo ufficio/capo area) che decide come assegnare l’insieme degli incarichi alle varie persone che fanno parte del gruppo di lavoro.
Anche nel caso in cui il gruppo di lavoro collabori in remoto tutte le attività sopra descritte possono essere comunque svolte con efficienza. Alcuni strumenti tipici del mondo agile come la “bacheca di status” (Scrum Board o Kanban Board, per esempio), che indicano la situazione istantanea del completamento dei vari incarichi e, quindi, del lavoro nel suo insieme, sono in questo caso indispensabili per dare a tutti i componenti del gruppo di lavoro l’indicazione dello status.
[bctt tweet=”Strumenti del mondo agile come Scrum Board o Kanban Board, che indicano lo stato di completamento dei vari incarichi di lavoro, sono indispensabili per dare ai componenti del gruppo di lavoro l’indicazione dello status” username=”MapsGroup”]
Micro riunioni periodiche (ad esempio, tutti i giorni al mattino, in un quarto d’ora) in alcuni casi possono essere un complemento utile, E, soprattutto, occorre una buona coordinazione per l’assegnamento degli incarichi alle persone e una gestione “ferrea” delle riunioni cui partecipano tante persone: una riunione ha un “gestore”, un’agenda, un insieme di obiettivi ed un tempo entro il quale si devono prendere decisioni sugli obiettivi stessi. Le riunioni come “momento di esibizione”, svolte in remoto hanno molto meno senso…
L’esperienza ha dimostrato che nella maggior parte dei casi, se esiste anche un rapporto di fiducia fra i membri del gruppo di lavoro, il modo di operare in remoto sopra descritto è quello in cui si raggiunge il massimo dell’efficienza.
[bctt tweet=”L’esperienza ha dimostrato che se esiste anche un rapporto di fiducia fra i membri del gruppo di lavoro, il modo di operare in remoto è quello in cui si raggiunge il massimo dell’efficienza” username=”MapsGroup”]
 

[sf_iconbox image=”ss-crosshair” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il “centro di servizio”: umano, artificiale o ibrido[/sf_iconbox]

Se fino ad ora abbiamo considerato un team di lavoro che fa parte di una organizzazione che ha adottato il lavoro da remoto ben organizzato, ora passiamo a “generalizzare” il tutto, con riferimento al modello della azienda vista come insieme di centri di servizio.
A livello del gruppo di lavoro, ogni membro è un “centro di servizio” che svolge il proprio ruolo rispetto agli altri ed al coordinatore, completando gli incarichi uno dopo l’altro. A livello di divisione (o dell’intera piccola azienda) ogni gruppo è un centro di servizio che svolge incarichi “più grossi”, ripetitivi o non. A livello di azienda questa svolge un servizio rispetto all’ecosistema dei propri clienti e fornitori.
Quindi l’idea del centro di servizio è applicabile (con gli opportuni adattamenti) indipendentemente dalla scala, dal singolo individuo entro il suo gruppo ad agglomerati molto più grandi.
[bctt tweet=”A livello del gruppo di lavoro, ogni membro è un “centro di servizio” che svolge il proprio ruolo rispetto agli altri ed al coordinatore, completando gli incarichi uno dopo l’altro” username=”MapsGroup”]
La rete e gli strumenti tecnologici rendono ora possibile la delocalizzazione di questo modello, con la creazione di gruppi (o di gruppi di gruppi) distribuiti entro una nazione, un continente o il mondo.
E, allo stesso tempo, i servizi cloud di

  • Piattaforme per il lavoro condiviso;
  • Sistemi di archiviazione ed elaborazione dati e documenti (Big Data e dintorni…);
  • Sistemi di Intelligenza Artificiale on-demand,

rendono possibile la dotazione di risorse di calcolo ed elaborazione dati, nonché piattaforme per la creazione di servizi applicativi per clienti finali per questi gruppi.
[bctt tweet=”La rete e gli strumenti tecnologici rendono possibile la delocalizzazione del modello a ‘Centro di Servizi’, con la creazione di gruppi di lavoro (o di gruppi di gruppi) distribuiti entro una nazione, un continente o il mondo” username=”MapsGroup”]
Diventa quindi possibile, ad esempio, avendo un progetto ben pianificato e buoni coordinatori del lavoro (Project Manager e non solo…) costruire un’azienda (startup) raccogliendo nel mondo specialisti dei ruoli necessari e dotarli delle infrastrutture cloud con cui potranno interagire fra loro, stando ognuno nel proprio paese. Ovvero realizzare attraverso la rete delle interazioni tra persone e strumenti IT, di durata variabile da pochi giorni a molti anni, avendo un obiettivo di business.
Questo approccio non è nuovo ed anzi è stato applicato più volte con successo nel tempo, per esempio nel mondo dello sviluppo distribuito open source di sistemi come Linux, Apache ecc…, oppure nel mondo dei comitati tecnici di sviluppo delle norme UNI, come quello delle professioni tecniche non regolamentate di cui faccio parte, costituiti quasi sempre da team completamente delocalizzati e che operano ed effettuano riunioni periodiche pianificate tramite le infrastrutture IT messe a disposizione dall’ente. Insomma, un approccio che esiste e funziona, grazie soprattutto all’azione dei coordinatori operativi dei gruppi.
 

[sf_iconbox image=”ss-user” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Le conseguenze per le singole persone e per le piccole aziende di servizi[/sf_iconbox]

E ora vediamo cosa significa questo in pratica per singoli professionisti o piccole e medie imprese italiane che offrano servizi.
Intanto la possibilità di competere in toto su un mercato molto più ampio di quello locale, entrando a fare parte di progetti più grandi cui prestare la propria opera specialistica, facendo valere le proprie esperienze specifiche. Ancora una volta è importante comprendere che premessa indispensabile è il saper lavorare entro gruppi di persone o di aziende in remoto e attraverso piattaforme cloud.
[bctt tweet=”Per i professionisti o le PMI che offrano servizi c’è ora la possibilità di competere su un mercato molto più ampio di quello locale, entrando a fare parte di progetti più grandi in cui far valere le proprie esperienze specifiche” username=”MapsGroup”]
Questa è la generalizzazione del fenomeno, già in atto da alcuni anni, in cui alcune aziende IT hanno trasformato proprie soluzioni software in servizi cloud vendibili come SaaS (Software-as-a-Service) ampliando enormemente il proprio mercato. E che, magari, diventano singoli componenti di sistemi più ampi come l’universo Office365.
Il farsi conoscere attraverso contatti, anche “personali”, ottenibili con strumenti come LinkedIN (ovvero “interoperare” con i propri potenziali clienti), diventa allora uno dei canali necessari per poter operare in questo mercato, come definito, ad esempio, in [1].
Approcci alla vendita come il freemium (servizio livello base gratuito, con dei plus apprezzabili a pagamento), possono essere usati da giganti come Google così come da aziende molto più piccole.
L’altra faccia della medaglia è data dal rischio della scomparsa delle “nicchie geografiche” di mercato. Ossia, se si compete sul mercato internazionale attraverso la rete, si è un singolo professionista o una singola azienda in mezzo a tanti. Ed è necessario:

  • Avere forti competenze specifiche per il proprio lavoro.
  • Saperle presentare in modo efficace.
  • Stabilire relazioni dirette con i propri clienti e diventare loro “partner”, all’interno di filiere di servizi costruite attraverso la rete
  • Essere molto organizzati nella scelta dei propri fornitori, usando tutti gli approcci basati sulla gestione del rischio, per evitare che un problema del fornitore possa diventare un problema per il proprio cliente.
  • Operare in modo agile, valutare periodicamente il proprio posizionamento sul mercato e la propria offerta rispetto alla evoluzione del mercato stesso.

E stare attenti alle trappole, come alcuni marketplace ove la regola è il prezzo più basso. Servizi professionali degni di questo nome non possono essere erogati al ribasso e un cliente che cerca solo il prezzo più basso per un servizio importante per il proprio business corre enormi rischi. In generale potremmo definire questo con il principio di rispettare il lavoro altrui e fare rispettare e valere il proprio, entro un contesto di gestione oculata del rapporto costi-benefici.
In questo contesto l’organizzazione interna di un’azienda deve essere per forza agile e adattabile, le persone devono operare per obiettivo, pianificando traguardi realistici rispetto alle proprie capacità e forze. Il pensiero “io voglio vedere i miei collaboratori in azienda” (anche se in questo momento non ci sono lavori da fare), per cui vengono mantenuti gli straordinari il sabato mattina “per mantenere abituate le persone” è oggi, semplicemente, un nonsenso (e non solo nel mondo dei servizi online).
E un giovane (o una startup) che voglia crescere in questo contesto deve essere estremamente deciso e buone capacità di apprendimento continuo [2]. E chi vuole cambiare lavoro o entrare in circuiti internazionali deve, come già detto anche prima, curare molto il proprio modo di apparire, soprattutto su piattaforme professionali come LinkedIN [3]. E per questo servono sia soft skill, sia hard skill, soprattutto il saper gestire bene il proprio tempo e le proprie energie, per “interoperare” in modo costruttivo (di relazioni) ed efficace (per il business) con i propri clienti e fornitori.
[bctt tweet=”Chi vuole cambiare lavoro o entrare in circuiti internazionali deve curare molto il proprio modo di apparire. E per questo servono sia soft skill, sia hard skill e, soprattutto, saper gestire bene il proprio tempo e le proprie energie” username=”MapsGroup”]
Alcune esperienze di consorzi entro distretti industriali, in cui le aziende mettono in comune alcuni servizi, come ad esempio l’amministrazione contabile o la gestione del personale, riducendo i costi, devono essere generalizzate ed entrare nel modello presente, per far superare uno dei limiti più diffusi delle aziende italiane: la dimensione troppo piccola.
 

[sf_iconbox image=”ss-layers” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Alcuni scenari[/sf_iconbox]

Durante il lockdown insieme ad un collega abbiamo realizzato una consulenza per una importante azienda di Torino. Le riunioni di definizione iniziale del lavoro sono state fatte su piattaforma cloud, in collegamento ciascuno dal proprio “ufficio di casa”. Attraverso la stessa piattaforma abbiamo condiviso i documenti e gli altri elementi della consulenza che venivano via via prodotti con il nostro referente, il quale aveva quindi una visione precisa dell’avanzamento dei lavori. Durante le riunioni periodiche lui ci dava il feedback, stabiliva chi altro doveva essere coinvolto. In poche giornate abbiamo realizzato il servizio di consulenza richiesto con soddisfazione del cliente.
Una mia attività di formazione e coaching di Project Management per un gruppo di lavoro di un cliente, iniziata prima in aula, è poi proseguita con successo online nei mesi del lockdown e anche dopo, con le persone collegate dalle proprie case, sia per le sessioni di formazione sia per quelle di coaching.
Prendendo spunto da questi, così come da altri casi reali, ecco uno scenario possibile. Una persona lavora per un’azienda di Londra da Parma (o da altre città italiane, purché servite da un buon collegamento in rete), inserito in un team internazionale con gli altri partecipanti che lavorano a distanza da vari paesi europei e non. Il team usufruisce di strumenti cloud per la realizzazione del proprio lavoro, in particolare di un grosso sistema di analisi dati basato sull’intelligenza artificiale disponibile come S.a.a.S. e collocato negli USA. La persona svolge il proprio compito seguendo una organizzazione del lavoro come quella presentata sopra. Anche se il lavoro è molto impegnativo riesce (in media…) a gestire la propria giornata dividendola fra il lavoro e le altre parti (famiglia, tempo libero…). E questi sono sicuramente aspetti vantaggiosi.
Ma esistono anche svantaggi:

  • L’orario: le riunioni periodiche del team avvengono a orari “strani” (nel caso di Londra la differenza di fuso orario è solo 1 ora, se l’azienda fosse negli USA le ore potrebbero diventare fra 6 e 9…). Questa non è certo una novità, come ben sanno tutte le aziende italiane che lavorano molto con l’estero. Già nel 2000, durante il progetto di un grande sistema di E-Commerce in cui ero uno dei gestori, due riunioni di coordinamento la settimana avevano luogo tra le 18 e le 19 essendo il partner coinvolto in tali riunioni situato in California, con 9 ore di differenza di fuso orario.
  • “Agendizzazione” dei rapporti all’interno del gruppo di lavoro: le persone svolgono il proprio compito individuale, partecipano alle riunioni e al lavoro in piccoli gruppi, sempre online e secondo le pianificazioni; tutto è improntato alla massima efficacia ed efficienza per raggiungere gli obiettivi; si possono sviluppare rapporti che vadano oltre il semplice lavorare insieme solo al più con le persone con cui si lavora in due o al massimo in tre… e comunque molto difficilmente i rapporti saranno allo stesso livello di profondità che si avrebbe nel caso di presenza fisica nello stesso luogo.

Questo scenario mostra un possibile modo di lavorare. Nel prossimo futuro tante persone lavoreranno in questo modo, tante altre in modo ibrido (parte in ufficio, parte a casa), altre ancora proseguiranno nel recarsi nel luogo “fisico” di lavoro. In tutti i casi però, per far fronte alla situazione generale sempre più VUCAna, serviranno organizzazione e buona interoperabilità interna nei gruppi di lavoro.
[bctt tweet=”Nel prossimo futuro, per far fronte alla situazione generale sempre più Volatile, Incerta, Complessa ed Ambigua, serviranno organizzazione e buona interoperabilità interna nei gruppi di lavoro” username=”MapsGroup”]


[highlight]Bibliografia e Approfondimenti[/highlight]

[1] Valentina Vandilli – LinkedIn Formula: La formula rapida per potenziare il passaparola e trovare clienti attraverso LinkedIn
[2] Marta Basso – La duplice alleanza. Aziende e startup insieme per l’innovazione
[3] Silvia Vianello – The Proven Secret of an Outstanding LinkedIn Profile: How to Speed Up Your Social Media with AI


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6MEMES TRENDS Digital Healthcare Design – il valore dell'accoglienza nel percorso di cura. White Paper

SALUTE E INNOVAZIONE DIGITALE: il Cittadino al centro, tra Uomo e Macchina. Il nuovo White Paper di Mauro Di Maulo

[dropcap3]L[/dropcap3]a Sanità è sicuramente il sistema sociale più rilevante per la nostra specie (come la contingenza sanitaria che stiamo affrontando dimostra), nonchè quello più strategico e cruciale. Proprio in questo settore, infatti, l’innovazione tecnologica ha portato indubbi vantaggi, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. 
E, in questo settore, l’Interoperabilità Uomo-Macchina in ambito sanitario è un elemento indispensabile grazie al quale l’uso dei vari processi digitali e innovativi potrà generare un risparmio di risorse, in primo luogo economiche.
Tra ostacoli e cambiamenti, l’ambiente sanitario si sta comunque avviando verso la soluzione più affidabile: il Connected Care, modello che crea una serie di relazioni bidirezionali tra il paziente, la sua salute e tutti i soggetti deputati ad aiutarlo nel suo percorso di benessere e cura.
Ne parla, in questo nuovo White Paper, Mauro di Maulo.
Di seguito l’indice dell’elaborato:
 

Introduzione

01 – Intelligenza Artificiale e salute: panoramica su come l’IA ci viene – e verrà – in aiuto in ambito sanitario.

02  – Salute, Uomo e Macchina in ambito sanitario: verso il modello Connected Care.

03 –  Salute e Innovazione digitale: “il cittadino al centro” non solo come un modo di dire, ma di fare.

 


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I sistemi di prossimità ci avvicinano, i social (a volte) ci allontanano. Il nuovo monitoraggio di Sara Di Paolo

[dropcap3]D[/dropcap3]iamo un po’ di numeri. Dal primo gennaio, il monitoraggio basato su tecnologia webdistilled e impostato in italiano e inglese, ha rilevato oltre 85.000 contenuti (tra news, post, tweet, blog e articoli di giornale) sulle tematiche del coworking, coliving, cohousing e coeconomy (alcuni dei nuovi trend dell’economia e della socialità). In media oltre 300 menzioni al giorno. Il 75% è dedicata al coworking (fenomeno effettivamente più conosciuto e dibattuto da tutti). L’84% è in inglese.

Tra noi e il mondo anglosassone emerge una differenza (non solo per quantità di messaggi emessi) ma anche rispetto alle tematiche trattate. In inglese è molto presente il tema “real estate” (e quindi l’impatto che hanno sul mercato immobiliare le esperienze – sempre più diffuse – di coworking, coliving e cohousing), mentre in italiano prevalgono istanze sociali (sia dal punto di vista delle imprese sociali coinvolte in sperimentazioni di economia condivisa, sia rispetto all’impatto sociale che coworking, coliving e cohousing determinano).

[sf_iconbox image=”ss-usergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]I luoghi di Co-working per consentire il dialogo[/sf_iconbox]

In Italia, a settembre, il dibattito lo accende un tweet di Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, una delle città tra le più colpite dalla pandemia, che scrive:

Io credo si debbano attrezzare dei luoghi di coworking nelle città. Così si riduce il pendolarismo verso le grandi metropoli – ore perse in auto o sui treni – ma non si obbliga la gente a lavorare in casa, e si consente il dialogo, e magari anche la collaborazione, tra lavoratori.”

[bctt tweet=”Abbiamo imparato a lavorare da casa ma riuscire a difendere la propria vita personale e familiare dall’incombere continuo del lavoro è complicato. Va bene la “comodità” ma è giunto il momento di passare alla “prossimità”.” username=”MapsGroup”]
Il messaggio diventa virale e genera numerosi commenti. Uno tra tutti inquadra il tema alla perfezione, ed è quello di Francesco Luccisano, che ribatte così:

“Mi piacciono molte cose dello #smartworking: fiducia al posto di controllo, squadra al posto di gerarchia, risultati al posto di timbrature. Solo una cosa non riesco a mandare giù: lavorare da casa. Il lavoro che ti entra in camera, che ti bussa in bagno, che concorre con la famiglia.

In questi mesi tra lockdown e tentativi di ritorno alla normalità, la connessione coworking-smart working si è fatta spesso molto stretta. Abbiamo imparato a lavorare da casa (e anche i datori di lavoro lo hanno capito) ma riuscire a difendere la propria vita personale e familiare dall’incombere continuo del lavoro è complicato.
Va bene la “comodità” (di stare a casa) ma è giunto il momento di passare alla “prossimità”.
 

[sf_iconbox image=”ss-loading” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il nuovo rinascimento degli spazi di Co-working[/sf_iconbox]

È su questo che fa perno il nuovo rinascimento che oggi stanno vivendo gli spazi di coworking, specialmente quelli di dimensioni ridotte – non le grandi “catene” – e quelli, appunto, “di prossimità” o anche suburbani. Anche a livello internazionale il dibattito si concentra su questo. A Bristol, il coworking “Future Space” ha lanciato una nuova tipologia di membership più flessibile pensata per le PMI a cui non servono scrivanie fisse ma piuttosto una alternativa per i propri dipendenti al lavoro da casa.
A Santa Barbara, in California, la testata giornalistica “Optimistic Daily” – che ha come mission di diffondere positività e soluzioni percorribili (e già questa di per sé sarebbe una notizia) – ha recentemente pubblicato il progetto urbanistico di una nuova città da costruire in Cina ideato dallo studio Guallart Architects di Barcellona. La città del futuro è (ovviamente) molto green (pannelli solari, balconi e giardini, percorsi alberati, strade ciclabili e pedonali) e prevede che le case siano pensate per essere anche luoghi di lavoro (in caso di un nuovo lockdown) e che i quartieri abbiano “coworking di prossimità” (per quando si può uscire).
[bctt tweet=”La città del futuro dovrebbe essere, ovviamente, molto green e prevedere con abitazioni pensate per essere anche luoghi di lavoro e quartieri che abbiano coworking di prossimità.” username=”MapsGroup”]
Dagli Stati Uniti arriva anche un’altra notizia che, a luglio ha generato un vero e proprio picco di comunicazione. Settanta testate giornalistiche online hanno pubblicato una ricerca da cui si evince che, fino alla fine del 2021, il 6% del totale dei lavoratori americani presterà il proprio servizio interamente da remoto e che tra il 25% e il 30% lavorerà da casa più giorni alla settimana, conclusione: sono sempre più ricercati i “coworking suburbani”.

[sf_iconbox image=”ss-sync” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il rapporto tra i processi “sociali” e i processi “social”[/sf_iconbox]

Mentre si afferma sempre più il concetto di prossimità e si valutano rischi e benefici del sistema alle prese con un autunno delicato tra riaperture delle scuole e rischi di nuovi contagi (quasi 28mila degli oltre 85.000 contenuti citano coronavirus, covid, lockdown, pandemia, etc.), su twitter esplode un dibattito sul coliving, ovvero le nuove soluzione dell’abitare insieme.
Lo genera un servizio pubblicato dal Corriere della Sera. Il titolo recita “Co-living, abitare insieme (da adulti): le generazioni affitto” e comincia così:

“si chiama co-living: lo scelgono giovani professionisti, nomadi digitali e cresce la quota degli over 45. Il bello è che non devi far altro che pagare un fisso: tutto è incluso. Anche la compagnia di persone affini: da 4 a 8 sconosciuti”.

È scritto da Andrea Federico Cesco e delinea un interessante spaccato della situazione italiana e delle potenzialità di sviluppo. È un articolo da leggere (lo si trova facilmente online) perché fa sentire “normali” in un’epoca “anormale”.
[bctt tweet=”I sistemi di prossimità ci avvicinano mentre il dibattito social ci allontana? Ecco un piccolo corto circuito sulla strada dell’interoperabilità: il rapporto tra i processi sociali e i processi social.” username=”MapsGroup”]
Lo ha reso virale un tweet in realtà provocatorio:

“Co-living, ossia diventi povero e senza casa ma ti fanno sentire alla moda. Si torna all’era dell’Inghilterra “vittoriana” coi moderni proletari ammassati in pochi metri quadri. È il futuro contesto metropolitano, rovesciamoli!” (Marco Rizzo, segretario del PC).

I sistemi di prossimità ci avvicinano mentre il dibattito social ci allontana? Ecco un piccolo corto circuito sulla strada dell’interoperabilità: il rapporto tra i processi “sociali” e i processi “social”!
 

Sara Di Paolo


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6MEMES TRENDS Data Complexity & Big Data White Paper

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE INTEROPERABILE: il nuovo white Paper di Anna Pompilio.

[dropcap3]D[/dropcap3]i interoperabilità nella Pubblica Amministrazione si parla ormai da qualche decennio ed esiste un quadro europeo di interoperabilità dei servizi pubblici europei già dal 2010.
Eppure, nonostante sforzi ed evoluzione in atto, ancora manca qualcosa: ecco perché gli “addetti ai lavori”, non solo nel settore pubblico ma anche nel privato, saranno i protagonisti di sfide, molteplici e variegate. Alla base di tutto dovrà esserci la semantica e il significato perché – infine – oltre i progetti, le tecnologie e gli standard già maturi, occorrerà provare a comprendersi nella diversità.
La via da seguire sarà dunque quella di una tecnologia che supporti e integri le esperienze umane, sociali e collettive, non per controllare e monitorare ma per aiutare nella costruzione di un nuovo modello metasemantico, che risponde a precise regole di collaborazione e il cui significato ha senso sole se riferito all’ambiente in cui lavora, vive, ama, talvolta muore.
Ne parla, in questo nuovo White Paper, Anna Pompilio.


Indice

Introduzione

01. L’insostenibile leggerezza dell’Essere Interoperabile.

02. Vecchie e nuove emergenze, digitali e non: l’infrazione dell’aspettativa e la risposta dell’Uomo CON la Macchina.

03. Interoperabilità dei sistemi informativi della Pubblica Amministrazione: perché non basta l’ottica trasformativa.

04. L’interoperabilità metasemantica: oltre il significato delle parole.

Conclusioni

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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Information and communications technology

La rete, oggi, oltre i confini digitali: un'infrastruttura immateriale a supporto dell'interoperabilità sociale. Di Giulio Destri.

La rete oggi: il supporto alla interoperabilità sociale

[dropcap3]N[/dropcap3]ell’articolo precedente è stato trattato come nei mesi della tragedia che ha colpito il mondo la rete sia stata un pilastro fondamentale nella comunicazione fra le persone e come stia evolvendo sempre più in tal senso. Dopo avere visto a livello sociale cosa questo stia iniziando a comportare, in questo articolo analizzeremo cosa effettivamente serve per rendere la rete anche robusta e sicura, in grado di reggere questo ruolo sociale.
 

[sf_iconbox image=”ss-flag” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]L’Italia (o il mondo) “unica città digitale”[/sf_iconbox]

Durante la pandemia, abbiamo scoperto che, per un numero molto grande di lavori, non esiste realmente la necessità di essere presenti in un ufficio o in un’aula, magari in un grande palazzo di una grande città. Almeno non tutti i giorni.
E non esiste quindi per chi compie questi lavori la necessità reale di prendere un’auto (e magari stare 2 ore in coda in una tangenziale), di prendere un treno (e magari partire alle 5.30 per poter arrivare al posto di lavoro prima delle ore 9), di stare chiusi pigiati come sardine in un vagone della metropolitana di una grande città…
In tanti, non solo in Italia, hanno compiuto questo tipo di analisi e riflessioni. A Palermo è nato addirittura il movimento South Working, analizzato oggettivamente, fra gli altri, da Dario Di Vico, e in testate come il Sole 24 ore. La proposta è quella di riportare al Sud e nelle aree montane, oggi “periferiche”, lavoratori della conoscenza, anche giovani, attualmente impegnati nelle grandi città come Milano, attraverso l’uso dello Smart Working ben organizzato, come previsto anche dalla legge 81/2017 del 22/05/2017, che ha definito lo Smart Working nell’ordinamento italiano come “modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività”.
In molti casi il lavoro a distanza, che è stato necessario mettere in piedi in tempi ristrettissimi per affrontare l’emergenza, è abbastanza distante da questa definizione, anche se comunque rappresenta un passo in quella direzione. Quindi l’evoluzione, secondo le idee del South Working, potrebbe portare a rivitalizzare le piccole città ed i borghi che, collegati in modo capillare da una rete a larga banda, diventerebbero quartieri di un’unica città, grande come l’intera Italia. O grande come l’intera Europa.
È realizzabile questo scenario? Forse in parte, negli stessi articoli sopra citati sono state affrontate analisi in tal senso… Ed è auspicabile? Gli impatti sociali ed economici sono notevoli e anche non tutti positivi, come documentato anche dalla crisi di numerosi locali di ristorazione il cui business si fondava sulla pausa pranzo, soprattutto in luoghi come l’EUR a Roma. Molto probabilmente il futuro prossimo sarà un misto di lavoro in distanza ed in presenza, come del resto contenuto nella stessa definizione suddetta.
Lasciando da parte analisi sociali ed economiche ora ci concentriamo solo su quella tecnologica. La rete Internet, in Italia, è pronta?
 

[sf_iconbox image=”fa-car” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]La rete Internet: l’autostrada dell’informazione[/sf_iconbox]

La struttura della rete in Italia, come del resto anche in altri paesi, è basata su alcuni percorsi principali ad alta velocità (di solito realizzati fisicamente con insiemi di fibre ottiche), chiamati dorsali, che, paragonando Internet alla rete stradale, corrispondono alle grandi autostrade. Le dorsali appartengono ai grandi fornitori di servizio come TIM, Vodafone, Wind Tre, e si connettono le une alle altre e con le dorsali europee negli  Internet Exchange Point (IXP).
Un IXP è, in sostanza, un casello in cui il traffico proveniente da una dorsale può dirigersi verso una o più delle altre dorsali collegate. Gli IXP presenti in Italia sono 11 ed il più grande (MIX, da Milan Exchange, chiamato spesso in gergo “Mega-MIX”) permette l’interconnessione di tutte le dorsali (e quindi di tutti i grandi provider) con tutte le altre ed è un osservatorio privilegiato per l’analisi del traffico in Italia. Oltre al MIX, anche da altri IXP è possibile il collegamento verso l’estero, ad esempio dall’IXP di Palermo.
Dalle dorsali, poi, ogni provider ha proprie infrastrutture che collegano alla dorsale le utenze finali (case, uffici, aziende, enti pubblici…), con capacità di trasmissione sempre più piccole, in modo analogo a come, usciti dalla rete autostradale, si entra in strade statali, provinciali, comunali durante il viaggio verso una casa in campagna. Dalla velocità di connessione tra il punto di accesso di casa o ufficio e la dorsale dipende la possibilità di usare o meno alcuni servizi come la video conferenza.
Le piattaforme cloud, che offrono tantissimi servizi (fra cui la video conferenza), sono basate su grandi centri di elaborazione dati, per la grande maggioranza situati in Europa del nord o in nord America. Per cui il poter usare tali servizi richiede che il flusso di dati che realizza la connessione fra due utenti che stanno collaborando attraverso di essi passi

  • dalle loro sedi, attraverso l’infrastruttura di collegamento del provider sino alla dorsale,
  • attraverso questa sino ad un IXP,
  • dall’IXP nella rete internazionale,
  • dalla rete internazionale sino alla rete di ingresso del fornitore di servizi cloud
  • dalla rete di ingresso sino al centro elaborazione dati che fornisce il servizio cloud in uso
  • e viceversa per il collegamento inverso.

[sf_iconbox image=”ss-phonedisabled” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Le problematiche che si sono manifestate[/sf_iconbox]

Le problematiche legate all’uso massiccio di servizi cloud come sopra descritto possono riassumersi nei seguenti punti:

  1. L’accesso alla rete è ancora poco capillare, come mostrato dalle mappe dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCom): in molte zone d’Italia (soprattutto al Sud, nelle campagne, in montagna ecc…) le connessioni sono a bassa velocità, basate su cavi telefonici (ADSL di prima generazione, pochi megabit al secondo se va bene) o su ponti radio non veloci;
  2. Anche in caso di connessione veloce, spesso, l’infrastruttura che la connette alla dorsale del provider non è in grado di sostenere tutto il traffico se tutti gli utenti usano la propria connessione a piena velocità (nella rete stradale questo è ciò che accadrebbe se un certo numero di strade statali, trafficate, confluisse di colpo in una strada appena più grande);
  3. Infine le dorsali stesse non sono tutte in grado di sostenere il traffico, come mostrato dai frequenti rallentamenti della rete avvenuti durante il lockdown.

In sostanza occorrono investimenti per realizzare una infrastruttura che sia in grado di fornire connettività ad alta velocità e robusta rispetto a guasti alla maggior parte del territorio italiano. Dopo anni di stasi iniziative come Open Fiber sembrano andare nella giusta direzione, seppure a rilento.
Non è realmente pensabile una Italia digitale senza un accesso veloce alla rete capillarmente diffuso.
Inoltre servono accordi (anche a livello europeo) con i grandi fornitori di servizi cloud. Occorre portare i data center del cloud anche nel territorio italiano, per ridurre il traffico sulle dorsali internazionali e di conseguenza la dipendenza da queste (non dimenticando anche gli effetti del recente decadimento dell’accordo Privacy Shield sulla regolamentazione dei flussi di dati tra Unione Europea e USA).
[bctt tweet=”Non è pensabile una Italia digitale senza un accesso veloce alla rete capillarmente diffuso. Servono accordi (anche a livello europeo) con i grandi fornitori di servizi cloud per portare i data center del cloud nel territorio italiano” username=”MapsGroup”]
 

[sf_iconbox image=”ss-pixels” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]La rete e le infrastrutture critiche[/sf_iconbox]

La rete diventa quindi una infrastruttura critica, insieme agli altri servizi essenziali, definiti nella Direttiva Europea NIS, come “quelli necessari per il mantenimento di attività sociali e/o economiche fondamentali.”
Bastano poche riflessioni per comprendere che:

  • sistemi di produzione e trasmissione dell’energia (centrali, elettrodotti, metanodotti, oleodotti…),
  • sistemi di fornitura e distribuzione di acqua potabile (acquedotti, serbatoi di raccolta…),
  • reti di trasporto (aeroporti, ferrovie, porti, strade e interporti),
  • sistemi finanziari (banche, borsa, sistemi di pagamento elettronico…),
  • sanità,
  • servizi di sicurezza (polizia, esercito…),
  • infrastrutture digitali (la rete sopra descritta…), motori di ricerca, servizi cloud e piattaforme di commercio elettronico

sono pilastri della società, il cui venir meno potrebbe provocare problemi catastrofici. E ciascuno degli elementi suddetti dipende ormai, per il proprio funzionamento, da grandi sistemi informatici.
Questi sistemi sono adeguatamente protetti da guasti accidentali ed attacchi informatici? Esiste la consapevolezza della necessità di protezione adeguata, a livello di chi prende le decisioni? La citata Direttiva NIS (recepita dalla legislazione italiana nel 2018), va sicuramente nella giusta direzione,  documenti come le linee guida e le Misure Minime di AgID (Agenzia per l’Italia Digitale) o il CyberSecurityFramework italiano definiscono tutti i dettagli per realizzare protezioni di alta qualità.
Ma, all’interno della pubblica amministrazione e anche di molte aziende, ci sono le competenze necessarie a tradurre in pratica tali dettagli? Ci sono i fondi? C’è una volontà di agire e di investire il necessario da parte di chi può prendere le decisioni?
Casi come il recente attacco all’ENAC (Ente Nazionale Aviazione Civile) lasciano dubbi su quanto si sia ancora lontani dalla reale attuazione delle protezioni richieste dalla NIS per le infrastrutture critiche.
Con una metafora storica potremmo dire che come la “pax mongolica” dovuta alle conquiste dell’impero mongolo lungo la via della seta portò ad un fiorire dei commerci e delle comunicazioni (è l’epoca descritta dal mercante veneziano Marco Polo nel Milione) sotto la protezione delle armi dell’esercito mongolo, così oggi, per garantire i nostri servizi essenziali, le nostre comunicazioni, la nostra “interoperabilità sociale” dobbiamo proteggere i nostri sistemi informatici e le grandi autostrade della comunicazione digitale con le opportune armi cibernetiche di difesa.
[bctt tweet=”Oggi, per garantire i servizi essenziali, le comunicazioni, l’“interoperabilità sociale” occorre proteggere i sistemi informatici e le grandi autostrade della comunicazione digitale con le opportune armi cibernetiche di difesa” username=”MapsGroup”]

[sf_iconbox image=”ss-unlock” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]L’evoluzione: infrastrutture private o pubbliche?[/sf_iconbox]

Una considerazione importante su cui riflettere è il fatto che tutti (o quasi) i componenti della rete sopra descritti sono privati. Infatti, tranne che nei rari casi di reti civiche con servizi di connettività per il cittadino, dalla propria connessione domestica, sino al cloud, tutti gli elementi sono privati…
In sostanza, un elemento indispensabile per la nostra vita e per la nostra società è in mani di più operatori privati, molti dei quali stranieri e addirittura extra europei. E molta della tecnologia su cui i sistemi si appoggiano viene da paesi come USA e Cina… Senza entrare in considerazioni politiche, occorre semplicemente applicare una buona analisi del rischio ai vari elementi costituenti la base informatica dei sistemi critici (e, in verità, anche su altri settori), per avere un quadro oggettivo della situazione e prendere decisioni logiche.
L’Unione Europea e gli stati più grandi che ne fanno parte sono, ad oggi, il cuore della democrazia e dei diritti individuali, nonché all’avanguardia nelle iniziative per uno sviluppo sostenibile che possa consentire la sopravvivenza dell’umanità nei prossimi secoli. Per poter rimanere in questo ruolo occorre avere basi forti per la propria società, specialmente in un mondo sempre più complesso ed instabile come quello in cui stiamo vivendo.
[bctt tweet=”L’UE e gli stati più grandi che ne fanno parte sono il cuore della democrazia e dei diritti individuali, nonché all’avanguardia nelle iniziative per uno sviluppo sostenibile che consenta la sopravvivenza dell’umanità nei prossimi secoli” username=”MapsGroup”]
Nel prossimo articolo vedremo come la rete può dare origine a un ulteriore contesto di interoperabilità fra umani e sistemi, molto utile in un mondo “poco stabile”.


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Le letture per l’estate consigliate da #6MEMES. Parola d’ordine: interoperabilità

[dropcap3]A[/dropcap3]nche quest’anno, in questa estate così problematica, non potevamo rinunciare ai nostri consigli di lettura. 
Il tema proposto  (non sarà una sorpresa, immaginiamo 🙂  coincide con l’Interoperabilità, il topic non solo tecnico, ma anche linguistico, culturale e scientifica attraverso cui, confidiamo, l’innovazione tecnologica sarà capace di rivoluzionare, migliorandolo, il rapporto tra tecnologia e sistemi (sociali ed economici in primis).
In questi consigli per l’estate vorremmo dunque mostrarvi l’importanza di una più efficace interoperabilità tra i dati, sorgente primaria di ogni innovazione tecnologica e, in questo momento storico di connessione globale (più o meno forzata dall’attuale pandemia), fonte indispensabile di informazioni e conoscenza.

[sf_iconbox image=”ss-bookmark” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]I consigli di lettura…[/sf_iconbox]

Partiamo da “Library linked data. Verso l’interoperabilità tra le istituzioni culturali”.
Il libro, di Ester Marinelli, presenta e spiega inizialmente il concetto di Giant Global Graph (o Grafo Gigante Globale), idea sviluppata Tim Berners-Lee (l’informatico britannico insignito del premio Turing 2016 e co-ideatore, insieme a Robert Cailliau, della base concettuale per il futuro sviluppo del World Wide Web).
Nell’era digitale della rete distributrice di qualunque informazione, il “Grafo globale” si configura come un web semantico ossia un luogo virtuale dove effettuare una migliore e più puntuale ricerca delle informazioni mediante collegamenti tra documenti ma anche tra dati, e che chiunque può contribuire a incrementare.
Un luogo “abitato” dalla famiglia dei Linked Open Data (LOD), i dati liberamente accessibili e in continua connessione tra loro, ricercabili dai motori di ricerca e comprensibili dalle macchine. Nonché una delle principali tecnologie che sottostanno alla realizzazione del concetto di Grafo Gigante Globale.
E l’autrice prosegue descrivendo la tecnologia dei LOD per comprenderne livello di sviluppo, criticità e punti di forza attuali per esplorare infine il panorama internazionale e nazionale in merito alla produzione di Library Linked Data, cioè dati bibliografici “collegati”.
Un’idea di futuro, quella dei LLD, che attraverso l’interoperabilità di sistemi potrebbe aprire il varco verso un’interoperabilità di Istituzioni culturali (biblioteche, musei, associazioni culturali), garantendo la correttezza delle informazioni fornite e la possibilità di accrescimento della cultura personale e, dunque, della propria libertà.
[bctt tweet=”Library Linked Data: i dati  bibliografici collegati, potrebbe aprire il varco verso un’interoperabilità di Istituzioni culturali, garantendo la correttezza delle informazioni fornite e la possibilità di accrescimento della cultura” username=”MapsGroup”]
Il Grafo Gigante Globale non che può essere sostenuto da una solida rete tecnologica aggiornata e sempre migliorabile. In “Apriti standard! Interoperabilità e formati aperti per l’innovazione tecnologica”, Simone Aliprandi sostiene l’urgente necessità di poter disporre di strumenti software che siano distribuiti in modalità libera dai tradizionali vincoli della proprietà industriale e, dunque, disponibili in forme e modi del tutto aperti, gratuiti e trasparenti.
L’attenzione del dibattito scientifico, prosegue Aliprandi, deve essere spostata dagli strumenti con cui si producono informazioni alle informazioni stesse e sugli standard con cui esse sono codificate, comunicate e memorizzate. Interoperabilità e neutralità tecnologica diventano quindi categorie e valori centrali di libertà per un ecosistema digitale efficiente ed equo.
[bctt tweet=”Interoperabilità e neutralità tecnologica: categorie e valori centrali di libertà necessari per un ecosistema digitale efficiente ed equo” username=”MapsGroup”]
Basteranno i software aperti e una trasparente circolazione di informazioni interconnesse a garantire una nuova frontiera della vita comune? Potrebbe rispondere alla domanda Serenella Iovino con il suo libro “Filosofie dell’ambiente” nel quale si auspica la realizzazione di una necessaria “Cultura dell’ambiente”, attenta alle relazioni tra mondo umano e mondo naturale non-umano.
È infatti più che mai necessario un “pensiero dell’ambiente” che non si muova solo sul territorio della morale e del valore ma richieda l’interoperabilità di più discipline come sociologia, scienze cognitive, letteratura e critica letteraria, estetica e storia delle idee. 
Un’interpolazione di concetti per una multi pluralità di idee, insomma, per mettere in discussione la struttura della società e offrire più letture del mondo contemporaneo.
[bctt tweet=”È più che mai necessario un “pensiero dell’ambiente” che richieda l’interoperabilità di più discipline come sociologia, scienze cognitive, letteratura e critica letteraria, estetica e storia delle idee” username=”MapsGroup”]
Eccoci, infine, ad augurarvi una estate il più serena possibile, di divertimento, ma anche riflessione. 
Per capire, magari, come la messa in in opera di una interoperabilità più efficace possa aiutare le nostre società a rompere muri virtuali che ci imbrigliano spesso in spazi troppo esigui.


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La rete oggi: dialogo fra persone (e le cose del mondo) attraverso i sistemi digitali. Di Giulio Destri.

[dropcap3]N[/dropcap3]ell’articolo precedente abbiamo ricostruito come si è arrivati alla rete Internet odierna con un unico standard di dialogo fra sistemi digitali che consente in sostanza a tutti i dispositivi dotati di un’interfaccia di rete di collegarsi e scambiare informazioni fra loro, ovvero uno standard che permette una interoperabilità globale fra i sistemi digitali.
In questo articolo, dunque, analizzeremo gli effetti di questo sulle persone, ossia come nei mesi della tragedia che ha colpito il mondo la rete sia stata un pilastro fondamentale nella comunicazione fra le persone.

[sf_iconbox image=”ss-alarmclock” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Un salto indietro nel tempo…[/sf_iconbox]

In [1] è stato trattato il tema di come la rete sta evolvendo nella Internet di Ogni Cosa (IoX) che collega fra loro dispositivi ed esseri umani a livello planetario. La drammatica situazione vissuta anche in Italia a partire dalla fine di febbraio 2020 ha accelerato ed in parte estremizzato tendenze che erano già in atto. Per capire meglio facciamo un salto indietro nel tempo…
Cosa sarebbe avvenuto se la situazione di oggi si fosse verificata, su scala globale, all’epoca della prima SARS, nel 2002-2003? Quindi solo 17 anni fa…
I mezzi di comunicazione dell’epoca erano limitati: non esistevano ancora i social media e nemmeno sistemi di messaggistica istantanea come WhatsApp e Telegram… Gli unici strumenti disponibili erano la posta elettronica, limitata come dimensioni dei messaggi rispetto ad oggi, e gli SMS.
Inoltre non c’erano gli smartphone, e la maggior parte dei telefoni cellulari non aveva la possibilità di collegarsi ad Internet, ma solo di inviare o ricevere chiamate audio e, appunto, SMS, con i loro 160 caratteri di lunghezza massima, e, in alcuni casi piuttosto rari MMS, con contenuti multimediali di dimensioni limitate (e con un costo notevole).
Gli accessi ad Internet avevano velocità limitata: solo in zone di grandi città come Roma e Milano era già presente la “banda larga”. Stava appena iniziando a diffondersi sul territorio la prima ADSL, dopo anni di modem con tariffa a tempo, in cui si pagava in base al tempo di connessione… Quindi non sarebbe stato possibile fare videoconferenze in quantità come oggi.
Le Webcam non erano ancora integrate nei PC come oggi e in pochi le acquistavano come accessori.
Non esistevano le piattaforme cloud per videoconferenza come Zoom, Google Meet, Teams e nemmeno sistemi usabili da tutti per la condivisione immediata di file e dati. Non esistevano i servizi cloud…
L’e-commerce non era ancora diffuso e capillare come oggi.
[bctt tweet=”La rete Internet è oggi un servizio essenziale, una infrastruttura critica per tutta la nostra società. Sia per il lavoro e l’economia, sia per le relazioni sociali” username=”MapsGroup”]
Quindi possiamo ipotizzare che:

  • Data l’impossibilità pratica di telelavoro nella maggior parte dei casi, i sistemi amministrativi delle aziende si sarebbero bloccati, così come molte banche, la maggior parte della pubblica amministrazione…
  • Le teleconferenze tra capi di governo sarebbero state realizzate con molto maggiori difficoltà.
  • I contatti e le trasmissioni di dati tra ospedali e strutture sanitarie sarebbero avvenuti con molto maggiori difficoltà.
  • Le trasmissioni televisive non avrebbero potuto fare tutte le interviste tramite skype ed altri strumenti di videochiamata.
  • La scuola a distanza non sarebbe stata possibile.
  • La formazione universitaria e quella aziendale e professionale obbligatoria non sarebbero state possibili.
  • Le riunioni di associazioni, enti, i contatti delle amministrazioni locali con i propri cittadini non sarebbero stati possibili come invece sono stati.
  • I contatti via videochiamate con medici, psicologi, coach ecc… non sarebbero stati possibili.
  • Le videochiamate fra parenti lontani, fidanzati, amici… che hanno contribuito non poco a mantenere la nostra coesione sociale, non sarebbero stati possibili.
  • Tutti gli eventi virtuali che hanno consentito ad artisti di mantenere i contatti col loro pubblico non sarebbero stati possibili.
  • Gli eventi sociali come le cerimonie religiose “locali” in cui si partecipa alla messa nella propria parrocchia, ma anche le lezioni di yoga, fitness, strumenti musicali ecc… non sarebbero stati possibili.
  • L’acquisto online di prodotti, in primis il cibo, non sarebbe stato possibile al di fuori di pochi casi a Roma e Milano.

Da tutto questo che lezione possiamo trarre? Che la rete Internet è oggi un servizio essenziale, una infrastruttura critica per tutta la nostra società. Sia per il lavoro e l’economia, sia per le relazioni sociali.
E d’altra parte, che la situazione che abbiamo vissuto ha costretto molti decisori a prendere atto delle possibilità offerte dalle nuove tecnologie per lo svolgimento a distanza del lavoro. E che in alcuni casi il passaggio è permanente e non si tornerà alla situazione precedente.
Vediamo ora alcuni casi…

[sf_iconbox image=”ss-usergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il caso fiera virtuale: da Aedile a Wecosmoprof[/sf_iconbox]

Il concetto di fiera virtuale esiste da molti anni: nel corso degli anni’90, mentre ero ancora in Università, ho collaborato con una delle prime web agency italiane, che creò Aedile, la estensione online di SAIE, Cersaie e SAIE2, ossia le fiere dell’edilizia di Bologna.
L’idea era sostanzialmente quella di un marketplace, ogni azienda integrava il proprio sito web al portale che riportava l’elenco di espositori presenti nella fiera. I siti web avevano un catalogo dei prodotti e, in alcuni casi la possibilità di fare ordini via mail.
All’epoca comunque i siti web erano sostanzialmente l’estensione online di una brochure più che non di uno stand. I contatti e le trattative avvenivano comunque in massima parte offline.
In questi giorni di inizio giugno, dato che le manifestazioni fieristiche sono ancora sospese, si sta tenendo Wecosmoprof, la versione online della fiera Cosmoprof, l’evento annuale tra i più importanti in ambito cosmetico.
L’evoluzione è notevole. Non soltanto sono presenti filmati, documenti e tanto materiale a presentare le aziende partecipanti, ma sono stati “trasposti” nel virtuale anche tutti gli eventi tipici di una grande fiera. Ci sono videoconferenze su vari temi, cui le persone si possono iscrivere attraverso l’autorizzazione di uso dei dati forniti alla fiera. Ci sono dibattiti, annunci.
C’è, soprattutto, Cosmoprof MyMatch, una piattaforma per creare incontri tra domanda e offerta, con tanto di stanze virtuali per gli incontri, esattamente come avviene in una fiera quando ci si siede ai tavolini di uno stand per trattare affari. Inoltre, per i partecipanti, è possibile chiedere ad una intelligenza artificiale di selezionare i candidati potenziali alla partnership attraverso il matching dei profili.
[bctt tweet=”La relazione umana che porta al business può avvenire attraverso piattaforme in grado di creare incontri tra domanda e offerta, con tanto di stanze virtuali per gli incontri” username=”MapsGroup”]
Insomma, tutta la relazione umana che porta al business è compresa può avvenire attraverso la piattaforma.
Questo strumento per favorire incontri non è nuovo, è infatti in realtà un adattamento di un sistema nato in origine sui siti di incontri on-line per favorire la selezione di potenziali partner. Durante il periodo di lockdown è aumentato ulteriormente l’uso di tali strumenti e le stime indicano che una notevole percentuale di relazioni sempre più inizierà attraverso la rete.
Per cui, accanto all’uso dello strumento per conoscere potenziali partner e incontrarsi virtualmente prima che fisicamente, in alcuni casi è possibile anche affidarsi alle intelligenze artificiali per una pre-selezione.

[sf_iconbox image=”ss-search” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il caso ispezione di sistemi di gestione[/sf_iconbox]

I sistemi di gestione di qualità (ISO9001) e sicurezza delle informazioni (ISO27001), certificati da enti terzi (ossia dalle società di certificazione) richiedono un audit annuale, ossia una verifica approfondita di documenti con procedure codificate.
In particolare, ogni tre anni avviene un audit di più approfondito con un nuovo auditor, che poi seguirà normalmente l’azienda anche negli audit di mantenimento dei successivi due anni.
Costrette dal lockdown, molte società di certificazione sono passate ad eseguire gli audit da remoto, almeno nel caso di quelli di mantenimento.
L’auditor o la squadra degli auditor accede per prima cosa ai documenti, ad esempio tramite un accesso sicuro all’archivio documentale dell’azienda da esaminare. Successivamente viene condotta l’ispezione sul campo, in cui la persona che funge da guida nel caso della ispezione fisica, conduce una telecamera (o anche solo un buon smarphone) nell’azienda, muovendosi su indicazione degli auditor che possono in tal modo vedere impianti e sistemi nei dettagli, interagire intervistando le persone presenti ecc…
Nel caso delle aziende di servizio in cui magari le persone stesse stanno lavorando da remoto le interviste possono essere condotte direttamente in colloquio con le persone dell’azienda.
Analogamente avviene per la consulenza da remoto. In questo periodo ho partecipato a numerose riunioni virtuali per consulenze organizzative che erano già in corso o sono iniziate addirittura in modo totalmente virtuale.

[sf_iconbox image=”ss-usergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il caso formazione online[/sf_iconbox]

Anche la formazione aziendale è stata trasposta online.
Qui sono presenti maggiori difficoltà rispetto all’aula, perché, specialmente se le classi sono numerose, non sempre è possibile vedere in viso gli allievi (principalmente per non sovraccaricare la rete) e quindi è indispensabile chiedere con maggiore frequenza rispetto ad un’aula se gli allievi stanno seguendo efficacemente.
E anche parlare più lentamente, scandendo bene i termini nuovi, considerando che spesso anche alcuni allievi non hanno collegamenti veloci e possono sentire un audio non perfetto.

[sf_iconbox image=”ss-laptop” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]La comunicazione fra persone attraverso strumenti digitali[/sf_iconbox]

Con un numero limitato di interlocutori, in particolare nel caso di due sole persone, la comunicazione è in tempo reale, in qualunque parte del mondo. Si vede l’interlocutore in faccia e, in parte, anche nel corpo e non si sente solo la voce come al telefono. Si possono condividere documenti, anzi, si può lavorare a più mani scrivendo insieme documenti, disegnando insieme, verificando calcoli ecc…
Quindi il passaggio dal dialogo “solo scritto” della email e delle chat alla moderna videoconferenza è stato epocale. Se prima era presente solo il linguaggio scritto verbale, sia pure parzialmente arricchito dagli emoticon, ora si vedono le persone in volto. Si può cogliere tutto il linguaggio verbale (ossia le parole pronunciate), il paraverbale (il modo di pronunciarle) e il non verbale (espressioni del viso e della parte del corpo visibile).
Rispetto ad un dialogo “fisico” nello stesso luogo ci sono alcune piccole differenze, come evidenziato anche da psicologi ed esperti di comunicazione come Giorgio Nardone.
[bctt tweet=”La Rete, oggi. Il passaggio dal dialogo “solo scritto” della email e delle chat alla moderna videoconferenza è stato epocale: la comunicazione è ora in tempo reale, in qualunque parte del mondo” username=”MapsGroup”]
Intanto occorre posizionare il dispositivo alla distanza giusta per essere inquadrati completamente ed evitare di mostrare solo parti del viso. Inoltre le persone tendono a non guardare la telecamera ma il volto dell’interlocutore che appare sullo schermo. Bisogna parlare più lentamente e valutare la reazione non verbale alle proprie parole da tutto il volto, mancando il contatto oculare diretto fra gli interlocutori.
A tal proposito i formatori di AIF raccomandano, di fronte ad un pubblico virtuale potenzialmente vasto, di guardare per la maggior parte del tempo proprio la telecamera, esattamente come fanno da decenni giornalisti e personaggi televisivi.

[sf_iconbox image=”fa-cogs” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il lavoro tramite la rete[/sf_iconbox]

Il lavoro tramite la rete, per essere efficiente, deve cambiare rispetto all’organizzazione nello spazio fisico.
Alle persone devono essere affidati compiti che possano essere portati avanti da soli per la maggior parte del tempo, limitando le interazioni con altri al giusto necessario. Soprattutto devono essere limitate e ben finalizzate le riunioni, l’interazione che trasposta online rischia di diventare molto inefficiente se non ben condotta.
Il lavoro online rende al meglio se l’organizzazione è “a centri di servizio”, come presentato in [2]. E vanno tenuti presente con ancora più attenzione gli aspetti emotivi della comunicazione, come presentato in [3], soprattutto per mantenere desta l’attenzione, che in una video chiamata tende a sfuggire maggiormente rispetto ad un colloquio di persona.
[bctt tweet=”Il lavoro online rende al meglio se l’organizzazione è “a centri di servizio”. E vanno tenuti presente con ancora più attenzione gli aspetti emotivi della comunicazione” username=”MapsGroup”]
Siamo quindi nel bel mezzo di una rivoluzione storica? Per alcuni tipi di lavoro si, principalmente per motivazioni economiche: una trasferta per partecipare ad un evento che costa decine di migliaia di euro e può essere sostituita da una videoconferenza, viene sostituita semplicemente. Per altri no, non in tempi brevi per lo meno.
Quindi la rete diventa anche il canale primario per la interoperabilità fra le persone, oltre che i dispositivi, consentendo alle aziende di essere resilienti rispetto ad eventi come quello che abbiamo vissuto.
[bctt tweet=”La rete diventa il canale primario per il lavoro e la interoperabilità fra le persone, oltre che i dispositivi, consentendo alle aziende di essere resilienti rispetto ad eventi di emergenza come quello vissuto” username=”MapsGroup”]
Proprio l’emergenza affrontata ci insegna però che:

  1. Il lavoro online deve essere ben progettato, con l’adattamento opportuno dei processi, per essere realmente efficiente;
  2. La rete, intesa come struttura di comunicazione e insieme di piattaforme con cui lavorare, deve essere progettata, gestita e configurata in modo diverso da adesso, pena grandissimi rischi di blocchi catastrofici.

E questo sarà il tema del prossimo articolo.

Giulio Destri


[sf_iconbox image=”ss-bookmark” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Bibliografia[/sf_iconbox]

[1] Giulio Destri – Servizi e IoT: la Salute secondo l’Internet of Thing… 
[2] Giulio Destri – Un modello per l’azienda-tipo italiana: l’Azienda come insieme di centri di servizio 
[3] Giulio Destri – Comunicazione interpersonale nei settori tecnici e specialistici. Di Giulio Destri.


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Stiamo distanti ma molto vicini: apparenti paradossi del post Covid-19 negli spazi di lavoro condiviso.

[dropcap3]C[/dropcap3]hi nelle ultime settimane ha pensato, ragionato o scritto sulla fine degli spazi collaborativi faccia reset e riparta con il ragionamento. Dalle Americhe all’Europa, passando per Turchia e Oceania, gli spazi di coworking stanno vivendo un nuovo (forse inaspettato) grande rilancio.
Grazie al monitoraggio, attivato attraverso la piattaforma Webdistilled qualche mese fa e dedicato ai nuovi trend del vivere e dell’abitare gli spazi, scopriamo che c’è un mondo di interesse intorno ai temi del coworking, co-living e co-housing (oltre 56mila contenuti da gennaio ad oggi in italiano e inglese tra articoli, post, blog, tweet, messaggi online) e che questo interesse non si è affatto interrotto nei mesi del lockdown ma piuttosto ha dato vita a nuovi pensieri e sostanziali innovazioni (quasi il 30% dei contenuti totali affronta il tema della pandemia).

 
Agli spazi condivisi del lavoro innanzitutto è successo di dover chiudere, del tutto o quasi (chi ospitava aziende del food – ad esempio – non ha mai chiuso ma ha gestito le proprie attività in modalità ridotta), altri hanno garantito l’accesso solamente ai soci o ai possessori di specifiche membership.
In ogni caso, tutte le realtà hanno dovuto affrontare due aspetti dell’emergenza:

  • la prima è che si sono dovuti velocemente ed efficacemente adeguare agli standard di sicurezza richiesti (pulizie, distanziamento sociale, dispositivi, eccetera);
  • la seconda è che si sono dovuti ingegnare per garantire a tutti i loro ospiti (colleghi? amici? partner?) quel bisogno di comunità, fattore distintivo per questa tipologia di luoghi di lavoro.

[sf_iconbox image=”ss-home” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Sicurezza[/sf_iconbox]

In relazione al primo aspetto, il meccanismo è stato talmente veloce ed efficace che la capacità degli spazi collaborativi di adeguarsi per garantire ai propri ospiti le misure necessarie a ridurre il rischio di contagio, è diventato uno dei punti di forza dei coworking rispetto ad altri luoghi del lavoro più tradizionali.
[bctt tweet=”La capacità degli spazi collaborativi di adeguarsi e garantire agli ospiti le misure necessarie a ridurre il rischio di contagio, è diventato uno dei punti di forza dei coworking rispetto a luoghi di lavoro più tradizionali” username=”MapsGroup”]
I media in lingua inglese sul tema pullulano di esempi: alla domanda “perché conviene lavorare in un coworking?” superate le prime considerazioni (fare network, fare business, ridurre le spese di gestione degli spazi), ecco che arrivano le misure per prevenire il Covid-19.
Negli Stati Uniti, dove da qualche anno gli spazi di coworking aumentano con percentuali a doppia cifra, sono numerosi gli articoli e i post sull’argomento. Vengono intervistati titolari, fondatori, AD dei principali spazi condivisi da Plexpod a WeWork, sia catene che singole realtà locali.
C’è chi sottolinea il tema della produttività (“Un ambiente senza il soffocamento del vostro ufficio aziendale è vantaggioso per la vostra produttività. I luoghi dove ci sono meno distrazioni, formalità e rumore vi danno spazio per concentrarvi sul vostro lavoro e sul raggiungimento dei vostri obiettivi quotidiani”), chi le loro capacità di connessione (“le piattaforme online e i servizi digitali hanno aiutato gli spazi di coworking a connettersi con i nuovi clienti, mentre i loro edifici sono accessibili, in alcuni casi, solo ai membri”), tutti intervengono sulle precauzioni prese (“quando si lavora in rete nello spazio di coworking, devono essere adottate tutte le misure di sicurezza fondamentali per prevenire l’infezione di Covid-19”).
[bctt tweet=”I media in lingua inglese pullulano di esempi sul tema coworking: c’è chi sottolinea il tema della produttività, chi le loro capacità di connessione, e tutti intervengono sulle precauzioni prese” username=”MapsGroup”]
“Tipicamente focalizzati sulla collaborazione e l’interazione di persona, gli spazi di coworking si adattano alla realtà della pandemia Covid-19 in corso – e vedono opportunità inaspettate” è il leit motiv di molte pubblicazioni sia all’estero che in Italia.

[sf_iconbox image=”fa-user-plus” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Community feel[/sf_iconbox]

WeWork, gigante internazionale del coworking, si sta concentrando sulla pubblicazione e condivisione di contenuti rilevanti per le comunità che ospita e le località dove i coworking hanno sede. Il senso della comunità – secondo aspetto che emerge come rilevante nella ricerca combinata tra coworking e coronavirus – porta le realtà di gestione di spazi condivisi a concentrarsi maggiormente sui propri servizi e in particolare su quelli digitali: piattaforme tecnologiche di interscambio, sistemi di call a distanza, corsi di formazione attraverso webinar, occasioni di incontro a distanza.

Riuscire a mantenere e ad alimentare il senso della comunità anche attraverso momenti di partecipazione e intrattenimento non-fisici ha consentito a molti coworking di mantenere relazioni, clienti, incassi anche in tempo di Covid.
[bctt tweet=”Riuscire ad alimentare il senso di comunità attraverso momenti di partecipazione e intrattenimento non-fisici ha consentito a molti coworking di mantenere relazioni e incassi anche in tempo di Covid” username=”MapsGroup”]
Il fattore tecnologico – prima tra i servizi aggiuntivi ma non necessariamente primari degli spazi collaborativi – diventa così elemento essenziale a garanzia e supporto di quei legami umani e relazionali che la pandemia ha reso più difficili da gestire come facevamo prima.

Sara Di Paolo


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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Information and communications technology

Interoperabilità Macchina-Macchina: dialogo fra sistemi digitali. Di Giulio Destri.

[dropcap3]N[/dropcap3]egli articoli precedenti sono stati trattati la comunicazione come base per la interoperabilità [1] e l’interazione tra umano e macchina attraverso l’interfaccia uomo-macchina [2]. Nel suo articolo Anna Pompilio ha introdotto magistralmente i concetti di interoperabilità fra sistemi informatici sanitari e nel contesto della PA [3].
In questo articolo analizzeremo i dettagli di cosa c’è “dietro” tutto questo: come, in pratica, sistemi digitali distinti comunicano fra loro, ovvero come sono fatte le interfacce macchina-macchina, e le problematiche legate ad una loro progettazione e gestione.

[sf_iconbox image=”ss-desktop” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Comunicazione digitale[/sf_iconbox] 

È (quasi) universalmente noto che computer, smartphone, TV digitali, dispositivi IoT ecc… rappresentano al loro interno le informazioni in forma di bit. Ma cosa significa questo, in pratica?
Il singolo numero binario o bit (contrazione da BInary digiT) è una cifra espressa in base due e quindi può assumere solo i valori 0 e 1. Quindi ad esso possono essere associati solo due elementi, ovvero una informazione (o meglio un dato) a due valori possibili. Per esempio, positivo/negativo, bianco/nero, rosso/verde, caldo/freddo ecc… Pertanto, da solo, un bit ha una utilità limitata.
Se mettiamo insieme due cifre binarie, ovvero componiamo un numero binario a due cifre, i valori possibili sono 4 (00, 01, 10, 11). Se componiamo un numero a tre cifre, i valori possibili sono 8. E così via, secondo la regola: Valori possibili date N cifre = 2 elevato a N-sima potenza.
In particolare se prendiamo numeri binari ad 8 cifre, i valori possibili diventano 256 (per la precisione, con valori da 0 a 255) e quindi, attraverso opportune tabelle di codifica che rappresentano la meta-informazione, ossia le regole che danno un significato ai byte [1], diventa possibile rappresentare:

  • testo (il più diffuso standard è il codice ASCII),
  • immagini a toni di grigio dove ogni byte rappresenta un pixel (ad esempio, 0 è il nero e 255 è il bianco con tutte le sfumature in mezzo),
  • suoni (con una qualità molto bassa in verità, infatti servono almeno 2 byte per rappresentare un singolo campione sonoro di qualità ed un flusso di 44.100 campioni al secondo per avere la qualità del CD),
  • temperature, e molto altro.

Un insieme di 8 bit si chiama byte ed è l’unità di misura della memoria RAM e della memoria di massa (hard disk, schede di memoria, chiavette usb…) in tutti i dispositivi digitali, eventualmente attraverso i suoi multipli come il kilobyte, il megabyte, il gigabyte ed il terabyte.
I dispositivi digitali moderni rappresentano quindi numeri, come i dati di un bilancio aziendale, le temperature di una città, ma anche immagini, suoni, filmati, testi, documenti ecc… come insiemi di byte. In questo modo, con opportuni formati digitali, queste informazioni sono memorizzate in forma di insiemi di file e di archivi strutturati come i database relazionali.
Il problema della codifica esiste anche nella comunicazione. I primi sistemi di comunicazione fra dispositivi digitali (computer, a partire dagli anni ’50 e ’60) erano completamente proprietari, ossia tutto quanto serviva alla comunicazione, dalla rappresentazione dei dati sotto forma di byte, alla loro traduzione in segnali fisici (ad esempio, impulsi elettrici), alla stessa struttura dei canali fisici (ad esempio, caratteristiche elettriche e materiali dei cavi, come impedenze, forma degli spinotti ecc…) era stabilito da regole tipiche di ogni costruttore, o di consorzi di ricerca. Non esisteva uno standard comune, che consentisse ad un sistema, per esempio, di IBM, di dialogare con un sistema di HP.
[bctt tweet=”Il problema della codifica esiste anche nella comunicazione. Per i primi sistemi di comunicazione fra dispositivi digitali non esisteva uno standard comune.” username=”MapsGroup”]
Solo nel tempo si arrivò a creare uno standard comune di comunicazione, chiamato TCP/IP, alla base di quella che oggi è Internet [4]. Questo insieme di protocolli di comunicazione, che consente a qualsiasi dispositivo digitale, collegato alla rete attraverso tantissimi tipi di canali fisici diversi (ad esempio, cavo ethernet, wifi, doppino telefonico, fibra ottica…), di scambiare flussi ordinati di byte (quindi file e simili) con qualsiasi altro, ha reso possibile la trasformazione digitale [5].

[sf_iconbox image=”fa-flag” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Le diverse lingue digitali e le conseguenti problematiche[/sf_iconbox]

Siamo quindi a posto? Basta Internet col TCP/IP per tutto? Purtroppo no, perché questo standard rende possibile, da solo, solamente lo scambio di file e flussi di byte. Quindi funziona come un efficacissimo sistema postale in grado di trasportare “buste digitali” praticamente in tempo reale in tutto il mondo. Il contenuto dei messaggi (file e altro) e quindi la conversazione digitale su di essi basata è da definire a parte, caso per caso.
Per esempio, dato che non tutti i computer usano lo standard ASCII per rappresentare il testo, se devo trasferire un file di testo (o anche solo dei comandi per il computer espressi come testo, quando si usa una interfaccia a riga comandi [2]) questo dovrà essere convertito dal formato del computer mittente a quello del computer destinatario, per dare un senso alla comunicazione.
Se passiamo a dati complessi, come, per esempio, una fattura, da trasmettere all’interno di un apposito processo di pagamento, basato su una successione di scambi di messaggi equivalente a quelle che era il processo “cartaceo”, occorre definire chiaramente cosa esprime la fattura. Per molti anni infatti il processo è stato solo dematerializzato, attraverso la spedizione della fattura in un formato visibile per gli esseri umani come il PDF.
Il processo “fatturazione” quindi si poteva tradurre in questa sequenza:

  1. Un operatore umano, interagendo con un programma di fatturazione, inserisce i dati e genera la fattura in formato PDF;
  2. L’operatore salva la fattura come file e lo spedisce via posta elettronica al destinatario;
  3. Un altro operatore umano riceve il messaggio di posta elettronica, ne estrae la fattura e:

se abituato a “fare tutto in elettronico” inserisce, magari con il copia-e-incolla, i dati della fattura nel programma di gestione contabile e, probabilmente, anche nel sistema di home banking per gestire il pagamento;

se non abituato, stampa la fattura (con conseguente spreco di tempo, carta, spazio di immagazzinamento ecc…) e fa le operazioni suddette, o magari passa la fattura cartacea ad un/una collega perché le svolga;

– se gli accordi lo prevedono manda una stampa elettronica (tipicamente in PDF) con gli estremi del pagamento al creditore.

Che valore aggiungono al processo questi interventi umani? Nessuno. Anzi, aggiungono invece dei rischi (ad esempio, errori di battitura durante l’inserimento manuale dei dati). Alcuni esperti di gestione aziendale addirittura li definiscono “attività parassitiche”.
Un processo completamente digitale prevede che il flusso avvenga direttamente fra i programmi di contabilità. E che, quindi, nei messaggi siano contenuti i dati della fattura espressi in un formato comprensibile a tutti gli attori coinvolti nella comunicazione. E che si possa, eventualmente, fare riferimento a documenti precedentemente scambiati come offerte, bolle ecc… per validare i dati della fattura stessa. Questo indipendentemente dai programmi utilizzati. Quanto la cosa sia stata “leggermente complicata” lo sanno bene tutti coloro che negli anni scorsi sono stati investiti dalla nuova legge sulla fatturazione elettronica.
Se, poi, consideriamo processi più complessi di una fatturazione ecco per esempio gli scenari presentati in [3].

[sf_iconbox image=”ss-contract” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Le regole per il dialogo[/sf_iconbox]

Quindi perché un processo possa essere completamente digitale è necessario che tutte le informazioni siano completamente comprensibili sia alla sorgente sia alla destinazione, sino al livello ultimo di significato dei byte e che quindi vi sia una completa condivisione dei formati di rappresentazione dei dati fra le parti.
[bctt tweet=”Perché un processo sia completamente digitale è necessario che tutte le informazioni siano  comprensibili sia alla sorgente sia alla destinazione” username=”MapsGroup”]
Oltre a questo, il processo di interscambio dei dati fra sistemi digitali deve seguire regole precise, deve essere quindi una successione ordinata di messaggi in un verso e nell’altro lungo il canale di comunicazione, come una conversazione (molto) formale tra esseri umani. È fondamentale ricordare che le macchine non hanno la flessibilità degli esseri umani. Se le regole di scambio messaggi non prevedono una determinata situazione, questa sarà segnalata come errore e, a meno che non sia stata prevista una adeguata procedura di gestione di tale errore, la comunicazione fallirà.
Vediamo un esempio specifico, supponendo di definire un dialogo per l’interoperabilità fra un dispositivo digitale che misura parametri ambientali (temperatura, umidità, pressione atmosferica…) e una centralina di raccolta che raccoglie i dati da tanti sensori.
 

 
Come rappresentato in modo molto semplificato nel dialogo, occorre una autenticazione per iniziare la comunicazione e stabilire chi sono le parti, una rappresentazione digitale di formato condiviso per i dati trasmessi, una eventuale verifica dei dati trasmessi e ricevuti (si ricordi, come spiegato in [1], che il canale non è ideale e può condurre ad errori) ed una regola per la chiusura della comunicazione.
Se il sensore e la centralina, che magari sono stati fabbricati da fornitori diversi, non seguono esattamente il protocollo di comunicazione, questa non potrà avere luogo e quindi i due sistemi non saranno interoperabili.
Poi è necessario che ci siano altre meta-informazioni e che, ad esempio, la centralina, che probabilmente è un computer in Cloud, magari anche collocato in un data center fuori dai confini dell’Italia, “sappia” che il sensore 101 si trova in Piazza Garibaldi a Parma e che, quindi, i parametri ambientali ricevuti si riferiscono a tale località.

[sf_iconbox image=”ss-signpost” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Tipologie di comunicazione macchina-macchina[/sf_iconbox]

Come avviene allora la comunicazione fra macchine in generale? Occorre fare una distinzione fra:

  1. Comunicazioni “in tempo reale”, come ad esempio quelle che avvengono fra una app in uno smartphone e i server di un sistema di car sharing; queste possono poi essere ulteriormente suddivise fra
        – o Sincrone: il mittente invia il messaggio e resta in attesa della risposta, non proseguendo in altre attività,
        – o Asincrone: il mittente invia il messaggio e poi prosegue con altre attività, la risposta del destinatario (se prevista) sarà inviata in un momento successivo;
  2. Comunicazioni “in differita”: non esiste un vincolo temporale stretto e i dati possono essere trasmessi tramite sistemi di code (come per esempio e-mail o messaggistica istantanea); in questo caso la comunicazione può essere monodirezionale oppure vi può essere una risposta, normalmente gestita in modo asincrono.

Le comunicazioni in tempo reale sono gestite con protocolli diretti di scambio messaggi fra le parti, come, ad esempio, http (usato originariamente solo per i siti web), mentre le altre si appoggiano normalmente su sistemi per l’interscambio di file e messaggi basati su code (il primo che arriva è il primo ad essere spedito).
Nel primo caso chi progetta il sistema dovrà definire la struttura del dialogo (come nell’esempio della figura) e la sintassi ed il contenuto di ogni singolo messaggio, o implementare standard che descrivano tutto, se esistono. Nel secondo invece la gestione flusso potrà essere assegnata a sistemi preesistenti di scambio file e sarà invece necessario definire il formato del contenuto di ogni file ed il suo significato entro il processo (come nel caso della fatturazione elettronica).

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il rischio spaghetti-integration e la necessità di regole[/sf_iconbox]

Oggi, con il moltiplicarsi del numero dei device e con la implementazione di passaggi complessi, che coinvolgono molteplici sistemi connessi fra loro con combinazioni di comunicazioni in tempo reale ed in differita, è diventato necessario imporre delle regole. Infatti, per molto tempo, l’approccio progettuale è stato quello di costruire una interfaccia di comunicazione digitale specifica fra due sistemi ogni volta che ne emergesse la necessità. E questo, se N sono i sistemi da collegare, ci può portare a avere N per N-1 / 2 interfacce di comunicazione, da realizzare e gestire!
Per fare un paragone con il mondo fisco, è come, dati tutti i comuni della provincia di Parma, noi volessimo realizzare una strada specifica che colleghi ogni comune con ogni altro comune della provincia.
Questo approccio, definito in [6] come architettura incidentale e, come ulteriore degenerazione, spaghetti-integration, ha condotto al caos di numerosi sistemi informatici, facendo crescere enormemente le spese di gestione e aumentando la fragilità dei sistemi stessi. Infatti, se un processo aziendale richiede una comunicazione che attraversa tante interfacce [7], basta che una sola di queste abbia un malfunzionamento per bloccare tutta la comunicazione.
E, se è vero in un sistema informatico interno ad un’azienda, a maggior ragione è vero quando si passa nel mondo odierno, dove i sistemi sono in parte interni ad un’azienda, in parte nel cloud e alcune operazioni obbligatorie per legge, come la fatturazione elettronica, passano per sistemi statali centralizzati.
[bctt tweet=”L’approccio progettuale è stato quello di costruire una interfaccia di comunicazione digitale specifica ogni volta che ne emergesse la necessità. Questo ha condotto al caos di numerosi sistemi informatici” username=”MapsGroup”]
E, quindi, un processo che per l’utente sembra apparentemente semplice, come per esempio prenotare un’auto in car sharing e aprirla mediante l’app, pagando poi alla riconsegna quanto dovuto, sempre tramite l’app, comprende invece una complessa interazione fra sistemi diversi, appartenenti ad aziende e pubbliche amministrazioni diverse, magari posti anche in nazioni o in continenti diversi.
E, soprattutto, man mano che prosegue la trasformazione digitale [4] queste complesse interazioni fra sistemi diventano sempre più indispensabili per il funzionamento della nostra società. E come hanno dimostrato i casi degli ultimi mesi, fattori ambientali come le epidemie e attacchi informatici li rendono estremamente vulnerabili.
È necessario quindi un insieme di regole da seguire per ridurre rischi legati a loro malfunzionamenti sin dalla progettazione, come del resto richiesto da leggi come il GDPR [8] e la direttiva NIS [9].


[sf_iconbox image=”ss-bookmark” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Bibliografia[/sf_iconbox]

[1] Giulio Destri – Interoperabilità: lo scambio di informazioni come luogo di inter-mediazione e comunanza 
[2] Giulio Destri – L’interfaccia utente: il luogo visibile delle relazioni – spesso invisibili – tra l’Uomo e la macchina 
[3] Anna Pompilio – L’insostenibile leggerezza dell’Essere Interoperabile 
[4] Giulio Destri – Introduzione alle Comunicazioni in Rete
[5] Giulio Destri – La Digital Transformation: luci ed ombre del cambiament
[6] David Chappell – Enterprise Service Bus: Theory in Practice
[7] Giulio Destri – Sistemi Informativi il pilastro digitale di servizi ed organizzazioni – Ed. Franco Angeli 2013
[8] Giulio Destri – GDPR e IT Service Management: la progettazione dei nuovi servizi IT nel rispetto della normativa 
[9] Agendadigitale – Direttiva NIS, così è l’attuazione italiana (dopo il recepimento): i punti principali del decreto


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Leggerezza e interoperabilità: tentare il "volo" della semplificazione attraverso una nuova relazione tra l'Uomo e la Macchina.

[sf_iconbox image=”ss-lightbulb” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Leggero, facile oppure semplice?

“Dedicherò la prima conferenza all’opposizione leggerezza-peso, e sosterrò le ragioni della leggerezza.”

Italo Calvino

[dropcap3]C[/dropcap3]on questo incipit memorabile Italo Calvino introduce la prima delle sue Lezioni americane, e dunque il secondo tag previsto da questa serie di articoli sul tema dell’Interoperabili tra l’Uomo, la Società e la cosiddetta Macchina.
Da parte mia, mi avvicino alla scrittura di questo articolo con una certa difficoltà, potrei dire con una certa gravità: le settimane che abbiamo alle spalle e quelle che abbiamo davanti non facilitano certo un approccio leggero al nostro vivere, né quotidiano né in prospettiva.
E tuttavia, confido che l’argomento portante di questa serie di articoli – ovvero la relazione inter-operativa tra noi umani e la tecnologia digitale mi verrà in aiuto, anche in virtù del fatto che, ultimamente, la nostra interazione con il cosiddetto digitale è indubbiamente aumentata, magari nostro malgrado 🙂
Partiamo, per iniziare, dai nostri – chiamiamoli così per semplificazione – valori di riferimento, tra cui quello, appunto, della leggerezza.
Per farlo, mi avvalgo della guida del nostro Virgilio-Calvino e mi affido al significato profondo che ogni parola custodisce nel suo nucleo originario: come sempre accade, ci aspetta più di una sorpresa rispetto al senso che viene comunemente attribuito a questo termine.
La leggerezza, che un altro genio letterario (Milan Kundera) ha definito non a caso “insostenibile”, si raggiunge infatti per Italo Calvino attraverso:

“la precisione e la determinazione” piuttosto che con “la vaghezza e l’abbandono al caso.”

Un altro sommo poeta, Paul Valéry, scrive del resto di preferire la leggerezza di un uccello che decide il suo volo, piuttosto che quella di una piuma, in balìa del vento:

“Il faut être léger comme l’oiseau, et non comme la plume.”

Non è certo casuale questa coincidenza di vedute tra autori così differenti tra loro, e non si tratta nemmeno di un’eccezione minoritaria: essere leggeri non vuol dire giocoforza essere approssimativi, e tanto meno superficiali.
Un’eccessiva leggerezza – ricordiamolo anzi, e a maggior ragione in questo periodo – può indurre comportamenti di una certa gravità, come ad esempio il fatto di non rispettare, per futili motivi, le attuali prescrizioni sul distanziamento sociale, tanto per fare un esempio legato all’attualità.
Ecco dunque che assistiamo a un vero e proprio paradosso: la leggerezza, intesa come vacuità e superficialità, conduce e fatti potenzialmente pesanti, addirittura gravi, persino fatali.
[bctt tweet=”La leggerezza, intesa come vacuità e superficialità, conduce e fatti potenzialmente pesanti, addirittura gravi, persino fatali.” username=”MapsGroup”]
Al contrario, un comportamento sì leggero e aggraziato, ma dotato di una sua misura (quasi di un suo rigore interno), può condurci a risultati costruttivi e pieni di senso, seppure lievi da portare con sé.
Un po’ il contrario di quanto uno si potrebbe spettare, insomma…
 

[sf_iconbox image=”ss-loading” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Il valore (lieve) della strategia e della procedura…

Parlavamo di valori, all’inizio. Come è possibile distinguere il valore della precisione e della determinazione dalle pratiche della vaghezza e dell’abbandono al caso?
È ancora Calvino che ci insegna a distinguere queste due differenti varianti di senso. Se la leggerezza, infatti, “intesa come valore culturale”, rappresenta una sorta di “superamento del concetto di peso”, la differenza tra le due possibili traduzioni del termine va ricercato

“nella grazia con cui si riesce a gestire una faticosa incombenza, piuttosto che nel restare in una dimensione di superficie dell’essere.
La leggerezza così intesa è intrecciata all’apparente naturalezza di un risultato frutto in verità di un sapere disposto ad arte, piuttosto che nella facilità del suo raggiungimento.”

Accade quindi che la “veste” della leggerezza dà forma visibile a un soggiacente sforzo invisibile, così che, insieme, riescono a prendere il volo… E qui arriviamo alla Macchina, e all’uso che la nostra Società sta iniziando a imparare a farne.
Che una certa sensazione di leggerezza sia in qualche modo successiva a uno sforzo precedente atto a sintetizzarla, ciascuno di noi lo sta sperimentando inaspettatamente proprio nel rapporto più stretto con la Macchina e con il suo sapere disposto ad arte.
Questa inedita facilità di interazione la possiamo riscontrare ad esempio nella familiarità, così rapidamente raggiunta, con gli strumenti di e-learning che ci consentono di studiare a distanza, o nella semplicità con cui possiamo accedere a biblioteche di un sapere specializzato e altrimenti inarrivabile.
Penso ad esempio a tutte le ricerche scientifiche condivise in retea livello mondiale in tema di Covid-19,  ma anche all’usabilità di alcune applicazioni attraverso cui abbiamo fatto acquisti in piena sicurezza in giorni in cui eravamo impossibilitati a uscire…
[bctt tweet=”La veste della leggerezza dà forma visibile a un soggiacente sforzo invisibile, così che, insieme, riescono a prendere il volo…” username=”MapsGroup”]
O, ancora, alla creatività di ritorno che applicazioni free ci regalano attraverso strumenti “leggerissimi” con cui ritoccare fotografie, creare gif e meme e condividere, DA LONTANO, pratiche sociali che un tempo avremmo vissuto da vicino…
In ciascuno di questi casi si tratta di pratiche di condivisione e co-gestione di flussi – che siano comunicativi, di merci o d persone poco importa: il modello soggiacente è il medesimo – che ci consentono una leggerezza possibile, quotidiana e operativa, resa possibile anche (a volte soprattutto) attraverso l’utilizzo di una tecnologia digitale che lavora a stretto contatto con noi, nonostante i distanziamenti cosiddetti “sociali, previsti e necessari.
Il tutto grazie a una interoperabilità, in questo caso Macchina-Uomo, che in questi esempi è già a suo modo funzionante e messa a punto, capace di utilizzare la materia dell’invisibile (i dati e le informazioni) per farne programmi, funzioni e progetti facilmente accessibili.
Del resto fu già un profetico Calvino che anticipò tutto questo:

“Oggi ogni ramo della scienza sembra ci voglia dimostrare che il mondo si regge su entità sottilissime: come i messaggi del Dna, gli impulsi dei neuroni, i quarks, i neutrini vaganti nello spazio dall’inizio dei tempi…
Poi, l’informatica.
È vero che il software non potrebbe esercitare i poteri della sua leggerezza se non mediante la pesantezza del hardware; ma è il software che comanda, che agisce sul mondo esterno e sulle macchine, le quali esistono solo in funzione del software, si evolvono in modo d’elaborare programmi sempre più complessi. (…) Le macchine di ferro ci sono sempre, ma obbediscono ai bits senza peso.”

E se è vero che, da sempre, l’innovazione tecnologica è stata un volano per la storia delle nostre società – aprendo la strada a veri e propri salti evolutivi e ristrutturando ogni volta l’Uomo da un punto di vista anche percettivo e cognitivo – è altrettanto vero che sino ad oggi, probabilmente, l’uomo cosiddetto medio non aveva la necessaria e diffusa consapevolezza dell’evoluzione in atto, se non in pochissimi suoi esemplari, i cosiddetti “tecnici”.
E questo ha fatto sì che, anziché di un’auspicabile Interoperabilità tra Uomo e Macchina, spesso si parlasse più di una potenziale “frattura” tra loro. Poi è arrivata una pandemia, e l’orizzonte si è capovolto.
 

[sf_iconbox image=”ss-uploadcloud” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Leggero o pesante, basta che sia SMART

Dovessi scegliere OGGI non un sinonimo, ma un’area semantica aderente a quella della leggerezza rispetto a quanto abbiamo visto insieme fin qui rispetto alla gestione delle informazioni e dei flussi, allora sceglierei di rimettere sotto alla lente di ingrandimento un aggettivo spesso inflazionato, ma che – se usato non a sproposito – è in grado di mettere in atto una serie di paradigmi virtuosi (anche in tema di leggerezza) che ci potranno aiutare a gestire questa emergenza duratura.
Mi riferisco al termine Smart che, se associato ad esempio al tema delle Città (Smart- City) è capace, soprattutto se ripensato oggi, in prospettiva, di ridare non solo senso, ma anche spessore e profondità al tema astratto dell’innovazione tecnologica, così da farla ritornare (come nella sua vocazione fondante) produttrice di grazia ed efficienza non solo automatica e meccanica (e quindi “vuota” di contenuti), ma soprattutto ricca di ricadute positive sulla collettività oltre che sulla “pesantezza” del vivere di ciascuno di noi in quanto individui e insieme cittadini.
Se infatti alla leggerezza fin troppo astratta della im-materia algoritmica – che sta già tuttavia facendo funzionare il mondo, anche se in maniera spesso “invisibile” – affiancassimo più spesso l’utilizzo concreto, quotidiano e virtuoso delle possibilità che ci offre la tecnologia (sia per la nostra vita che per quella dei sistemi e dell’ambiente in cui viviamo), ecco che il gap di cui abbiamo parlato si potrebbe  ricomporre in un altro concetto assai vicino a quello della leggerezza: quello della “Semplicità”.
[bctt tweet=”Alla Leggerezza fin troppo astratta della im-materia algoritmica andrebbe affiancato l’esercizio concreto e quotidiano del suo utilizzo.” username=”MapsGroup”]
Perché, smart, può essere tutto: una pratica come un’applicazione, un modo di atteggiarsi come il modo di “vivere” e pulsare di una intera città, capace di mettere a sistema una serie di rapporti (leggeri, semplici e quotidiani) tra l’Uomo e la Macchina, in barba a virus, batteri e pandemie varie…
Vediamo insieme come.

In questo articolo, ad esempio, ci si chiede direttamente: “In che modo una città può trasformarsi in una smart city?”
Del concetto di «città intelligente» se ne è parlato del resto in tempi non sospetti a Bolzano nel corso della terza edizione del convegno scientifico internazionaleSmart and Sustainable Planning for Cities and Regions” (SSPCR 2019), organizzato da Eurac Research dal 9 al 13 dicembre scorso.
Ben 200 esperti provenienti da 39 Paesi, nonché le maggiori associazioni e gruppi di lavoro europei sul tema delle città smart, hanno condiviso

“soluzioni e risultati di progetti di ricerca internazionali, applicabili nella quotidianità così da co-progettare il futuro delle città in cui vogliamo vivere nei prossimi anni.”

In queste città immaginate – e a tratti realizzate – il cosiddetto digitale iter-opera con l’analogico, consentendo performance ambientali e stili di vita degne delle più rosee aspettative sia per noi Umani che per l’Ambiente.
Sempre la parola Smart si accompagna – fruttuosa, e non a caso – a un altro pilastro portante delle nostre società, il lavoro, tant’è che l’Osservatorio del Politecnico di Milano la definisce

“una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”.

Si tratta, dunque, di una stringa di testo che, anche in questo caso, alla parola leggerezza non affianca un senso di precarietà o caducità – che, trattandosi di lavoro, porterebbero con sé timori e preoccupazioni – bensì un reale e tangibile effetto di resilienza e flessibilità, che è poi il ventaglio di valori cui la vera “leggerezza” ambisce…

[sf_iconbox image=”ss-downloadcloud” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Per finire con un auspicio di leggerezza!

Ecco: per chiudere con una sintesi questo mio temporaneo inciso sul tema del rapporto tra l’Uomo e la Macchina visto attraverso la lente della Leggerezza, tema concettuale così caro a Calvino, vorrei esprimermi con un auspicio.

Molto spesso – nelle fasi di grande crisi e conseguente cambiamento – quello che vince è l’idea di ciò che abbiamo perduto, in una nostalgica sensazione di rimpianto che l’addio forzato alle precedenti sicurezze porta inevitabilmente con sé.
Sicuramente, l’apparente immaterialità delle infrastrutture che si stanno realizzando grazie all’attuale innovazione tecnologica  (a differenza del “bel tempo che fu”, con la creazione ad esempio delle ferrovie o degli aeroporti o di altre innovazioni assai più concrete e tangibili) ha in sé un qualcosa di “leggero” che rasenta l’impalpabile e l’invisibile in tali percentuali da non aver portato, sino a poche settimane fa, nessun vantaggio sostitutivo, se non marginale.
[bctt tweet=”L’apparente immaterialità delle infrastrutture realizzate grazie all’innovazione tecnologica attuale ha in sé un qualcosa di impalpabile se non invisibile.” username=”MapsGroup”]
Per questo motivo, in questo specifico contesto, il legame tra l’uomo e l’innovazione – e la capacità di interagire insieme – è stato sino ad oggi in parte infruttuoso.
Eppure – da adesso in poi – questo legame è destinato a farsi sempre più stretto. E non sarà, questo, un salto nel vuoto, perché  – anche se non sono di pubblica diffusione – sono già moltissimi, nel mondo, gli esempi già concretizzati di queste possibilità.
Alcuni li possiamo trovare citati e argomentati in questo articolo di Stefano Epifani, “Il nuovo urbanesimo alla base della sostenibilità digitale delle città” , in cui il tema delle smart city è solo l’INIZIO di un processo di inter-operabilità tra Uomo-Uomo/Macchina-Macchina in cui, sempre citando Epifani, per parlare di sostenibilità digitale non basta mettere l’accento solo sui temi dell’innovazione, ma

“(…) vuol dire, piuttosto, riflettere su come essa – nel complesso contesto di quella trasformazione digitale che non si limita ad impattare sul come facciamo le cose ma ne rivoluziona il senso – ridefinisca i processi ed i percorsi di cambiamento facendo della tecnologia uno strumento attivo di sostenibilità (…).”

Ne consiglio caldamente la lettura: si tratta di un contributo denso e articolato, che parla di “nuove alleanze urbane” e “nuove leve di valore”, e soprattutto di “nuovi scenari da (ri)disegnare”… Potrei anche aggiungere che  nell’insieme  si tratta di uno dei disegni possibili del futuro che (speriamo) verrà, a maggior ragione dopo questa tragedia che stiamo vivendo.

Il tutto per mettere nero su bianco un’idea concreta e fattiva di leggerezza che non scompare e non svanisce, non lascia rovine ambientali dietro di sé né posti di lavoro vacanti. Al di là della contingenza pandemica.

Al prossimo articolo: parleremo speriamo in un contesto meno impegnativo dell’attuale – di Rapidità!


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