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Il meglio di #6MEMES. Il nemico è invisibile? Sarà l’innovazione a dare forma e sostanza a una nuova visione del futuro.

[sf_iconbox image=”fa-cubes” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il meglio di 6MEMES di questi ultimi mesi…[/sf_iconbox]

[dropcap3]S[/dropcap3]anità (e dunque salute), Pubblica Amministrazione (ossia governo politico, ma anche sociale) e Co-Economy (ovvero utilizzo sostenibile delle risorse): sono stati questi gli argomenti strategici prediletti dal nostro pubblico negli scorsi mesi, da febbraio ad aprile 2020.
A sottolineare una volta in più che in questo periodo – caratterizzato da uno stato di emergenza non solo sanitario, ma assai più esteso – è più che mai necessario che ogni sistema sociale e ciascun organismo di governo si rendano disponibile nei confronti degli altri al fine di cooperare e ri-organizzarsi secondo nuovi modelli.
Un’evoluzione, questa, che è ormai indispensabile e che – almeno in parte – si era già avviata in fase pre-emergenziale in diversi settori attraverso la cosiddetta “digital transformation”.
I servizi digitali, infatti, rappresenteranno senza dubbio il “futuro”, con l’obiettivo – non semplice da realizzarsi in termini di inter-operabilità – di permettere il loro utilizzo a un bacino sempre più grande di utenti in tutte le aree di servizio possibile, quella sanitaria in primis.
Come potranno influire queste nuove dinamiche all’interno di un sistema sensibile e delicato come quello della salute ce lo ha ad esempio illustrato il nuovo autore del blog Fabrizio Biotti, il cui primo intervento ha intercettato ampi consensi sui vari social nel mese di febbraio.
L’autore, infatti, scrive che molte realtà “innovative hanno (già) sviluppato soluzioni con la più ampia compatibilità verso sistemi di natura diversa che – mettendo al centro il cittadino – ottimizzano il processo di accoglienza in senso lato (…)”
Ma come è possibile operare in questo senso attraverso processi di gestione dei dati?
Ce lo spiega l’autore, ovvero “corredandoli ad esempio di un sistema di alerting e reporting diretto a offrire un quadro in real time del livello di servizio erogato, monitorando una serie di parametri “logistici” capaci di incidere nella qualità dell’esperienza di cura del paziente quali il tempo medio di attesa, il numero di utenti in coda per tipologia di servizio etc.”
Un esempio per tutti, e più che mai attuale, è proprio la capacità di evitare in maniera tempestiva, grazie a tali sistemi, possibili affollamenti nelle sale d’attesa, gestendo il personale disponibile nel modo più corretto e mettendo in sicurezza sia gli utenti che gli operatori.
Anche in Italia, dunque, come ci ha spiegato Fabrizio, si parla e parlerà sempre più di patient journey e di aziende data driven: con l’applicazione di tali, innovative realtà, le organizzazioni sanitarie potranno confrontare diverse configurazioni di servizio al fine ultimo di migliorare le prestazioni e garantire sia la sicurezza dei pazienti che l’appropriatezza delle cure. Risultati di non poco conto, soprattutto in un momento come questo.
Garantire la certezza e la sicurezza nell’esecuzione dei processi è un tema fondamentale anche per il buon governo delle Pubbliche Amministrazioni, nonché l’argomento che ha catalizzato molte visualizzazioni su Twitter, Facebook e Linkedin nel mese di marzo.
Anche nella P.A., infatti, i servizi tecnologici innovativi per la gestione dei processi orientati a digitalizzazione e dematerializzazione rappresenteranno il vero rinnovamento, da attuarsi attraverso una migliore interoperabilità tra gli attori coinvolti.
Il tema della digitalizzazione nella Pubblica Amministrazione deve tuttavia affrontare una problematica particolare: l’estesa difficoltà di comunicazione tra enti diversi che si innesta su una difficoltà di comunicazione più basilare, quella tra l’individuo e il cosiddetto ente pubblico.
L’autrice Paola Chiesa si sofferma dunque sulla necessità di (ri)scoprire i valori dell’etica e della comunità, affidando proprio alla comunicazione il compito e la funzione di contribuire a generare progresso sociale. Poiché, come l’autrice afferma:

“[…] la cifra etica della comunicazione, in particolare in un ente pubblico, la possiamo ravvisare nella capacità di creare comunione attraverso il dialogo tra gli interlocutori.”

In tal modo:

“Mettere a punto nuove idee, strumenti e competenze per promuovere lo sviluppo del benessere dei cittadini diventa l’asset strategico sia per ridurre la complessità delle relazioni tra enti, sia per garantire l’interoperabilità fra gli stessi.”

Il “buon governo” dovrà dunque necessariamente essere affiancato – anche nell’ambito dei servizi – a nuove forme di agire economico che siano capaci di promuovere la rete delle relazioni tra cittadini ed enti.
coworkingTutto questo, prestando la massima attenzione all’identità dei luoghi oltre che agli aspetti più prettamente economici legati al pur necessario profitto, come ci dimostra il paradigma della co-economy che va sempre più diffondendosi a livello mondiale.
Come ci illustra Sara Di Paolo nel suo ultimo intervento sul blog 6MEMES, infatti – premiato dall’interesse del pubblico nel mese di aprile – il concetto stesso di interoperabilità sostenibile è il primo passo per realizzare esperienze di condivisione che rappresentino le più innovative forme del vivere sociale ed economico.
E proprio l’attuale pandemia, caratterizzata dall’imposizione di una maggiore distanza sociale e dal contingentamento degli accessi alle fabbriche e agli uffici, sta paradossalmente incrementando l’attenzione alle persone e al loro benessere, assieme alla condivisione di una nuova consapevolezza nei confronti di quello che possiamo definire come un “destino comune” vissuto non solo nei confronti del proprio luogo di appartenenza, ma anche nei confronti degli habitat delle altre parti del nostro pianeta.
Che altro aggiungere?
Forse che – per lo meno a leggere i dati di interesse ricavati dai contenuti più premiati dai nostri lettori – le difficili contingenze che stiamo attraversando potranno condurci a nuove pratiche di convivenza e sviluppo capaci di consegnarci spazi fisici e simboli più “vivibili” e sostenibili di quelli precedenti alla pandemia.
In fin dei conti è proprio questo che ci auguriamo tutti, crediamo, anche per dare una nuova “luce” allo stretto corridoio che stiamo tutti attraversando alla ricerca di una nuova normalità..
Per questo, concludiamo la nostra rassegna con un auspicio, quello presente nell’incipit con cui Natalia Robusti apre il suo intervento a proposito di Visibilità, articolo che ha intercettato in maniera trasversale gli utenti di tutti i nostri social, Facebook, Twitter e Linkedin:

In un momento in cui il nostro maggior nemico è di fatto “invisibile” – se non dopo aver generato e causato un’infinità di dolore e conseguenze terribili – il concetto stesso di visibilità diviene ancor più rilevante ed essenziale, così come è davvero cruciale la possibilità che l’innovazione (medica, tecnologica e sociale) ci può offrire nell’aiutarci a dare forma e sostanza a ciò che altrimenti sfugge al nostro sistema percettivo cosiddetto “naturale””.


Credits immagine di copertina
ID Immagine: 42882099Diritto d'autore: Sergey Nivens. 
ID Immagine: 42585251Diritto d'autore: whitecity.
ID Immagine: 122274186Diritto d'autore: freshwater.
(Per i credits delle immagini di copertina degli articoli vedere gli articoli stessi).
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Interoperabilità Macchina-Macchina: dialogo fra sistemi digitali. Di Giulio Destri.

[dropcap3]N[/dropcap3]egli articoli precedenti sono stati trattati la comunicazione come base per la interoperabilità [1] e l’interazione tra umano e macchina attraverso l’interfaccia uomo-macchina [2]. Nel suo articolo Anna Pompilio ha introdotto magistralmente i concetti di interoperabilità fra sistemi informatici sanitari e nel contesto della PA [3].
In questo articolo analizzeremo i dettagli di cosa c’è “dietro” tutto questo: come, in pratica, sistemi digitali distinti comunicano fra loro, ovvero come sono fatte le interfacce macchina-macchina, e le problematiche legate ad una loro progettazione e gestione.

[sf_iconbox image=”ss-desktop” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Comunicazione digitale[/sf_iconbox] 

È (quasi) universalmente noto che computer, smartphone, TV digitali, dispositivi IoT ecc… rappresentano al loro interno le informazioni in forma di bit. Ma cosa significa questo, in pratica?
Il singolo numero binario o bit (contrazione da BInary digiT) è una cifra espressa in base due e quindi può assumere solo i valori 0 e 1. Quindi ad esso possono essere associati solo due elementi, ovvero una informazione (o meglio un dato) a due valori possibili. Per esempio, positivo/negativo, bianco/nero, rosso/verde, caldo/freddo ecc… Pertanto, da solo, un bit ha una utilità limitata.
Se mettiamo insieme due cifre binarie, ovvero componiamo un numero binario a due cifre, i valori possibili sono 4 (00, 01, 10, 11). Se componiamo un numero a tre cifre, i valori possibili sono 8. E così via, secondo la regola: Valori possibili date N cifre = 2 elevato a N-sima potenza.
In particolare se prendiamo numeri binari ad 8 cifre, i valori possibili diventano 256 (per la precisione, con valori da 0 a 255) e quindi, attraverso opportune tabelle di codifica che rappresentano la meta-informazione, ossia le regole che danno un significato ai byte [1], diventa possibile rappresentare:

  • testo (il più diffuso standard è il codice ASCII),
  • immagini a toni di grigio dove ogni byte rappresenta un pixel (ad esempio, 0 è il nero e 255 è il bianco con tutte le sfumature in mezzo),
  • suoni (con una qualità molto bassa in verità, infatti servono almeno 2 byte per rappresentare un singolo campione sonoro di qualità ed un flusso di 44.100 campioni al secondo per avere la qualità del CD),
  • temperature, e molto altro.

Un insieme di 8 bit si chiama byte ed è l’unità di misura della memoria RAM e della memoria di massa (hard disk, schede di memoria, chiavette usb…) in tutti i dispositivi digitali, eventualmente attraverso i suoi multipli come il kilobyte, il megabyte, il gigabyte ed il terabyte.
I dispositivi digitali moderni rappresentano quindi numeri, come i dati di un bilancio aziendale, le temperature di una città, ma anche immagini, suoni, filmati, testi, documenti ecc… come insiemi di byte. In questo modo, con opportuni formati digitali, queste informazioni sono memorizzate in forma di insiemi di file e di archivi strutturati come i database relazionali.
Il problema della codifica esiste anche nella comunicazione. I primi sistemi di comunicazione fra dispositivi digitali (computer, a partire dagli anni ’50 e ’60) erano completamente proprietari, ossia tutto quanto serviva alla comunicazione, dalla rappresentazione dei dati sotto forma di byte, alla loro traduzione in segnali fisici (ad esempio, impulsi elettrici), alla stessa struttura dei canali fisici (ad esempio, caratteristiche elettriche e materiali dei cavi, come impedenze, forma degli spinotti ecc…) era stabilito da regole tipiche di ogni costruttore, o di consorzi di ricerca. Non esisteva uno standard comune, che consentisse ad un sistema, per esempio, di IBM, di dialogare con un sistema di HP.
[bctt tweet=”Il problema della codifica esiste anche nella comunicazione. Per i primi sistemi di comunicazione fra dispositivi digitali non esisteva uno standard comune.” username=”MapsGroup”]
Solo nel tempo si arrivò a creare uno standard comune di comunicazione, chiamato TCP/IP, alla base di quella che oggi è Internet [4]. Questo insieme di protocolli di comunicazione, che consente a qualsiasi dispositivo digitale, collegato alla rete attraverso tantissimi tipi di canali fisici diversi (ad esempio, cavo ethernet, wifi, doppino telefonico, fibra ottica…), di scambiare flussi ordinati di byte (quindi file e simili) con qualsiasi altro, ha reso possibile la trasformazione digitale [5].

[sf_iconbox image=”fa-flag” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Le diverse lingue digitali e le conseguenti problematiche[/sf_iconbox]

Siamo quindi a posto? Basta Internet col TCP/IP per tutto? Purtroppo no, perché questo standard rende possibile, da solo, solamente lo scambio di file e flussi di byte. Quindi funziona come un efficacissimo sistema postale in grado di trasportare “buste digitali” praticamente in tempo reale in tutto il mondo. Il contenuto dei messaggi (file e altro) e quindi la conversazione digitale su di essi basata è da definire a parte, caso per caso.
Per esempio, dato che non tutti i computer usano lo standard ASCII per rappresentare il testo, se devo trasferire un file di testo (o anche solo dei comandi per il computer espressi come testo, quando si usa una interfaccia a riga comandi [2]) questo dovrà essere convertito dal formato del computer mittente a quello del computer destinatario, per dare un senso alla comunicazione.
Se passiamo a dati complessi, come, per esempio, una fattura, da trasmettere all’interno di un apposito processo di pagamento, basato su una successione di scambi di messaggi equivalente a quelle che era il processo “cartaceo”, occorre definire chiaramente cosa esprime la fattura. Per molti anni infatti il processo è stato solo dematerializzato, attraverso la spedizione della fattura in un formato visibile per gli esseri umani come il PDF.
Il processo “fatturazione” quindi si poteva tradurre in questa sequenza:

  1. Un operatore umano, interagendo con un programma di fatturazione, inserisce i dati e genera la fattura in formato PDF;
  2. L’operatore salva la fattura come file e lo spedisce via posta elettronica al destinatario;
  3. Un altro operatore umano riceve il messaggio di posta elettronica, ne estrae la fattura e:

se abituato a “fare tutto in elettronico” inserisce, magari con il copia-e-incolla, i dati della fattura nel programma di gestione contabile e, probabilmente, anche nel sistema di home banking per gestire il pagamento;

se non abituato, stampa la fattura (con conseguente spreco di tempo, carta, spazio di immagazzinamento ecc…) e fa le operazioni suddette, o magari passa la fattura cartacea ad un/una collega perché le svolga;

– se gli accordi lo prevedono manda una stampa elettronica (tipicamente in PDF) con gli estremi del pagamento al creditore.

Che valore aggiungono al processo questi interventi umani? Nessuno. Anzi, aggiungono invece dei rischi (ad esempio, errori di battitura durante l’inserimento manuale dei dati). Alcuni esperti di gestione aziendale addirittura li definiscono “attività parassitiche”.
Un processo completamente digitale prevede che il flusso avvenga direttamente fra i programmi di contabilità. E che, quindi, nei messaggi siano contenuti i dati della fattura espressi in un formato comprensibile a tutti gli attori coinvolti nella comunicazione. E che si possa, eventualmente, fare riferimento a documenti precedentemente scambiati come offerte, bolle ecc… per validare i dati della fattura stessa. Questo indipendentemente dai programmi utilizzati. Quanto la cosa sia stata “leggermente complicata” lo sanno bene tutti coloro che negli anni scorsi sono stati investiti dalla nuova legge sulla fatturazione elettronica.
Se, poi, consideriamo processi più complessi di una fatturazione ecco per esempio gli scenari presentati in [3].

[sf_iconbox image=”ss-contract” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Le regole per il dialogo[/sf_iconbox]

Quindi perché un processo possa essere completamente digitale è necessario che tutte le informazioni siano completamente comprensibili sia alla sorgente sia alla destinazione, sino al livello ultimo di significato dei byte e che quindi vi sia una completa condivisione dei formati di rappresentazione dei dati fra le parti.
[bctt tweet=”Perché un processo sia completamente digitale è necessario che tutte le informazioni siano  comprensibili sia alla sorgente sia alla destinazione” username=”MapsGroup”]
Oltre a questo, il processo di interscambio dei dati fra sistemi digitali deve seguire regole precise, deve essere quindi una successione ordinata di messaggi in un verso e nell’altro lungo il canale di comunicazione, come una conversazione (molto) formale tra esseri umani. È fondamentale ricordare che le macchine non hanno la flessibilità degli esseri umani. Se le regole di scambio messaggi non prevedono una determinata situazione, questa sarà segnalata come errore e, a meno che non sia stata prevista una adeguata procedura di gestione di tale errore, la comunicazione fallirà.
Vediamo un esempio specifico, supponendo di definire un dialogo per l’interoperabilità fra un dispositivo digitale che misura parametri ambientali (temperatura, umidità, pressione atmosferica…) e una centralina di raccolta che raccoglie i dati da tanti sensori.
 

 
Come rappresentato in modo molto semplificato nel dialogo, occorre una autenticazione per iniziare la comunicazione e stabilire chi sono le parti, una rappresentazione digitale di formato condiviso per i dati trasmessi, una eventuale verifica dei dati trasmessi e ricevuti (si ricordi, come spiegato in [1], che il canale non è ideale e può condurre ad errori) ed una regola per la chiusura della comunicazione.
Se il sensore e la centralina, che magari sono stati fabbricati da fornitori diversi, non seguono esattamente il protocollo di comunicazione, questa non potrà avere luogo e quindi i due sistemi non saranno interoperabili.
Poi è necessario che ci siano altre meta-informazioni e che, ad esempio, la centralina, che probabilmente è un computer in Cloud, magari anche collocato in un data center fuori dai confini dell’Italia, “sappia” che il sensore 101 si trova in Piazza Garibaldi a Parma e che, quindi, i parametri ambientali ricevuti si riferiscono a tale località.

[sf_iconbox image=”ss-signpost” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Tipologie di comunicazione macchina-macchina[/sf_iconbox]

Come avviene allora la comunicazione fra macchine in generale? Occorre fare una distinzione fra:

  1. Comunicazioni “in tempo reale”, come ad esempio quelle che avvengono fra una app in uno smartphone e i server di un sistema di car sharing; queste possono poi essere ulteriormente suddivise fra
        – o Sincrone: il mittente invia il messaggio e resta in attesa della risposta, non proseguendo in altre attività,
        – o Asincrone: il mittente invia il messaggio e poi prosegue con altre attività, la risposta del destinatario (se prevista) sarà inviata in un momento successivo;
  2. Comunicazioni “in differita”: non esiste un vincolo temporale stretto e i dati possono essere trasmessi tramite sistemi di code (come per esempio e-mail o messaggistica istantanea); in questo caso la comunicazione può essere monodirezionale oppure vi può essere una risposta, normalmente gestita in modo asincrono.

Le comunicazioni in tempo reale sono gestite con protocolli diretti di scambio messaggi fra le parti, come, ad esempio, http (usato originariamente solo per i siti web), mentre le altre si appoggiano normalmente su sistemi per l’interscambio di file e messaggi basati su code (il primo che arriva è il primo ad essere spedito).
Nel primo caso chi progetta il sistema dovrà definire la struttura del dialogo (come nell’esempio della figura) e la sintassi ed il contenuto di ogni singolo messaggio, o implementare standard che descrivano tutto, se esistono. Nel secondo invece la gestione flusso potrà essere assegnata a sistemi preesistenti di scambio file e sarà invece necessario definire il formato del contenuto di ogni file ed il suo significato entro il processo (come nel caso della fatturazione elettronica).

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il rischio spaghetti-integration e la necessità di regole[/sf_iconbox]

Oggi, con il moltiplicarsi del numero dei device e con la implementazione di passaggi complessi, che coinvolgono molteplici sistemi connessi fra loro con combinazioni di comunicazioni in tempo reale ed in differita, è diventato necessario imporre delle regole. Infatti, per molto tempo, l’approccio progettuale è stato quello di costruire una interfaccia di comunicazione digitale specifica fra due sistemi ogni volta che ne emergesse la necessità. E questo, se N sono i sistemi da collegare, ci può portare a avere N per N-1 / 2 interfacce di comunicazione, da realizzare e gestire!
Per fare un paragone con il mondo fisco, è come, dati tutti i comuni della provincia di Parma, noi volessimo realizzare una strada specifica che colleghi ogni comune con ogni altro comune della provincia.
Questo approccio, definito in [6] come architettura incidentale e, come ulteriore degenerazione, spaghetti-integration, ha condotto al caos di numerosi sistemi informatici, facendo crescere enormemente le spese di gestione e aumentando la fragilità dei sistemi stessi. Infatti, se un processo aziendale richiede una comunicazione che attraversa tante interfacce [7], basta che una sola di queste abbia un malfunzionamento per bloccare tutta la comunicazione.
E, se è vero in un sistema informatico interno ad un’azienda, a maggior ragione è vero quando si passa nel mondo odierno, dove i sistemi sono in parte interni ad un’azienda, in parte nel cloud e alcune operazioni obbligatorie per legge, come la fatturazione elettronica, passano per sistemi statali centralizzati.
[bctt tweet=”L’approccio progettuale è stato quello di costruire una interfaccia di comunicazione digitale specifica ogni volta che ne emergesse la necessità. Questo ha condotto al caos di numerosi sistemi informatici” username=”MapsGroup”]
E, quindi, un processo che per l’utente sembra apparentemente semplice, come per esempio prenotare un’auto in car sharing e aprirla mediante l’app, pagando poi alla riconsegna quanto dovuto, sempre tramite l’app, comprende invece una complessa interazione fra sistemi diversi, appartenenti ad aziende e pubbliche amministrazioni diverse, magari posti anche in nazioni o in continenti diversi.
E, soprattutto, man mano che prosegue la trasformazione digitale [4] queste complesse interazioni fra sistemi diventano sempre più indispensabili per il funzionamento della nostra società. E come hanno dimostrato i casi degli ultimi mesi, fattori ambientali come le epidemie e attacchi informatici li rendono estremamente vulnerabili.
È necessario quindi un insieme di regole da seguire per ridurre rischi legati a loro malfunzionamenti sin dalla progettazione, come del resto richiesto da leggi come il GDPR [8] e la direttiva NIS [9].


[sf_iconbox image=”ss-bookmark” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Bibliografia[/sf_iconbox]

[1] Giulio Destri – Interoperabilità: lo scambio di informazioni come luogo di inter-mediazione e comunanza 
[2] Giulio Destri – L’interfaccia utente: il luogo visibile delle relazioni – spesso invisibili – tra l’Uomo e la macchina 
[3] Anna Pompilio – L’insostenibile leggerezza dell’Essere Interoperabile 
[4] Giulio Destri – Introduzione alle Comunicazioni in Rete
[5] Giulio Destri – La Digital Transformation: luci ed ombre del cambiament
[6] David Chappell – Enterprise Service Bus: Theory in Practice
[7] Giulio Destri – Sistemi Informativi il pilastro digitale di servizi ed organizzazioni – Ed. Franco Angeli 2013
[8] Giulio Destri – GDPR e IT Service Management: la progettazione dei nuovi servizi IT nel rispetto della normativa 
[9] Agendadigitale – Direttiva NIS, così è l’attuazione italiana (dopo il recepimento): i punti principali del decreto


CREDITS IMMAGINI

Immagine di copertina (rielaborata):
ID Immagine: 90445295Diritto d'autore: Kheng Ho Toh  
ID Immagine: 88979881Diritto d'autore: Milosh Kojadinovich


		
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Città Metropolitana di Torino: Maps realizzerà l’infrastruttura digitale del sistema di valutazione

Parma, 15 maggio 2020

 

MAPS comunica di aver sottoscritto un accordo, nell’ambito dell’Accordo Quadro SGI Lotto 2 con PwC Italia e CSI Piemonte, per la digitalizzazione del processo di valutazione individuale della Città Metropolitana di Torino.

 

[sf_iconbox image=”fa-arrows-alt” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]MAPS e l’evoluzione digitale[/sf_iconbox]


Il Gruppo MAPS, in collaborazione con CSI Piemonte e PwC Italia, fornirà la soluzione Gzoom per informatizzare il Sistema di Misurazione e Valutazione Individuale dell’Ente Città Metropolitana di Torino.
La realizzazione del progetto permetterà a tutti i soggetti coinvolti (referente della valutazione, valutatore, valutato, ufficio del personale) di accedere on-line ai dati di propria competenza, anche in smartworking, rendendo il processo di valutazione molto più efficiente e consentendo la tracciatura di tutti i passaggi approvativi richiesti dal regolamento.

[sf_iconbox image=”fa-external-link” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Efficace ed Efficiente: la nuova PA con Gzoom[/sf_iconbox]

Il nuovo Modello di Valutazione prevede una forte integrazione tra la valutazione individuale e la programmazione operativa.
Grazie all’utilizzo della piattaforma Gzoom gli obiettivi individuali, ed i relativi indicatori di misurazione, potranno essere selezionati tra gli obiettivi di gestione e gli indicatori di struttura che compongono la programmazione operativa, garantendo il massimo allineamento tra l’impegno dei singoli ed il risultato dell’organizzazione.
Afferma Maurizio Pontremoli, Amministratore Delegato di MAPS:

“Prosegue l’impegno del nostro Gruppo nel progettare infrastrutture digitali che permettano di creare nuovi modelli organizzativi in grado di supportare, in maniera sempre più efficiente ed efficace, le nuove esigenze della Pubblica Amministrazione, anche in un contesto di smartworking. Affiancheremo il nostro nuovo cliente nel suo percorso di digitalizzazione del processo di valutazione: non solo tutti i soggetti coinvolti potranno accedere on-line alla soluzione informatica, ma questa verrà inoltre integrata col sistema di gestione documentale Acta di CSI, consentendo la conservazione a norma dei documenti di valutazione prodotti in formato esclusivamente elettronico, ed evitando la necessità di stampare ed archiviare migliaia di pagine di documenti cartacei ogni anno”.

E conclude con queste parole Giancarlo Senatore, Partner di PwC Public Sector:

“All’interno di un settore che, ormai, orienta il suo percorso evolutivo verso scenari contraddistinti all’innovazione, affianchiamo i nostri clienti nel raggiungimento dei propri obiettivi. Nel quadro delle molteplici attività in corso sulle tematiche della Valutazione della Performance, sia a livello centrale sia locale, riteniamo che la sinergia di conoscenze ed esperienze, nata grazie alla collaborazione con MAPS, possa favorire il processo di sviluppo di idee e soluzioni pionieristiche in grado di supportare ed indirizzare la crescita dei nostri clienti”.

 


[sf_iconbox image=”fa-users” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]GRUPPO MAPS[/sf_iconbox]

Fondata nel 2002, MAPS è una PMI Innovativa attiva nel settore della digital transformation. Con sede a Parma e 170 dipendenti, produce e distribuisce software per l’analisi dei big data che consentono alle aziende clienti di gestire e analizzare grandi quantità di dati e di informazioni, aiutandole nell’assunzione delle proprie decisioni strategiche e operative e nella definizione di nuovi modelli di business.
Opera in un contesto caratterizzato da un elevato potenziale di crescita: il mercato mondiale delle tecnologie per la digital transformation ha raggiunto nel 2018 la dimensione di 1.300 miliardi di dollari; nel 2020 si stima un mercato di 2.100 miliardi di dollari.
MAPS opera attraverso 3 business unit (Large Enterprise, Healthcare Industry, Gzoom) e ha un portafoglio di oltre 180 Clienti altamente fidelizzati appartenenti a differenti settori: Servizi, Sanità, Industria e PPAA. Attraverso la linea d’offerta Patient Journey, si posiziona come leader nel settore dell’accoglienza dei pazienti nelle strutture sanitarie, presidiando il mercato con oltre 600 installazioni, che gestiscono una popolazione di oltre 17 milioni di pazienti a livello nazionale.
Il Gruppo chiude il 2018 con un valore della produzione consolidato pari a Euro 17,6 milioni e un EBITDA pari a Euro 3,6 milioni (EBITDA margin pari a 21%). Negli ultimi 5 anni MAPS ha raddoppiato i ricavi e decuplicato l’EBITDA. La società è caratterizzata da elevati livelli di recurring revenues e cash conversion.
Alla crescita organica del Gruppo si è affiancata un’importante attività di M&A, con l’acquisizione di IG Consulting (2011), Artexe (2018) e Roialty (2019).
ISIN azioni ordinarie: IT0005364333 – ISIN “Warrant Maps S.p.A. 2019-2024”: IT0005364325
Comunicato disponibile su www.emarketstorage.com e sul sito Maps.

[sf_iconbox image=”ss-mail” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]CONTATTI[/sf_iconbox]

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Leggerezza e interoperabilità: tentare il "volo" della semplificazione attraverso una nuova relazione tra l'Uomo e la Macchina.

[sf_iconbox image=”ss-lightbulb” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Leggero, facile oppure semplice?

“Dedicherò la prima conferenza all’opposizione leggerezza-peso, e sosterrò le ragioni della leggerezza.”

Italo Calvino

[dropcap3]C[/dropcap3]on questo incipit memorabile Italo Calvino introduce la prima delle sue Lezioni americane, e dunque il secondo tag previsto da questa serie di articoli sul tema dell’Interoperabili tra l’Uomo, la Società e la cosiddetta Macchina.
Da parte mia, mi avvicino alla scrittura di questo articolo con una certa difficoltà, potrei dire con una certa gravità: le settimane che abbiamo alle spalle e quelle che abbiamo davanti non facilitano certo un approccio leggero al nostro vivere, né quotidiano né in prospettiva.
E tuttavia, confido che l’argomento portante di questa serie di articoli – ovvero la relazione inter-operativa tra noi umani e la tecnologia digitale mi verrà in aiuto, anche in virtù del fatto che, ultimamente, la nostra interazione con il cosiddetto digitale è indubbiamente aumentata, magari nostro malgrado 🙂
Partiamo, per iniziare, dai nostri – chiamiamoli così per semplificazione – valori di riferimento, tra cui quello, appunto, della leggerezza.
Per farlo, mi avvalgo della guida del nostro Virgilio-Calvino e mi affido al significato profondo che ogni parola custodisce nel suo nucleo originario: come sempre accade, ci aspetta più di una sorpresa rispetto al senso che viene comunemente attribuito a questo termine.
La leggerezza, che un altro genio letterario (Milan Kundera) ha definito non a caso “insostenibile”, si raggiunge infatti per Italo Calvino attraverso:

“la precisione e la determinazione” piuttosto che con “la vaghezza e l’abbandono al caso.”

Un altro sommo poeta, Paul Valéry, scrive del resto di preferire la leggerezza di un uccello che decide il suo volo, piuttosto che quella di una piuma, in balìa del vento:

“Il faut être léger comme l’oiseau, et non comme la plume.”

Non è certo casuale questa coincidenza di vedute tra autori così differenti tra loro, e non si tratta nemmeno di un’eccezione minoritaria: essere leggeri non vuol dire giocoforza essere approssimativi, e tanto meno superficiali.
Un’eccessiva leggerezza – ricordiamolo anzi, e a maggior ragione in questo periodo – può indurre comportamenti di una certa gravità, come ad esempio il fatto di non rispettare, per futili motivi, le attuali prescrizioni sul distanziamento sociale, tanto per fare un esempio legato all’attualità.
Ecco dunque che assistiamo a un vero e proprio paradosso: la leggerezza, intesa come vacuità e superficialità, conduce e fatti potenzialmente pesanti, addirittura gravi, persino fatali.
[bctt tweet=”La leggerezza, intesa come vacuità e superficialità, conduce e fatti potenzialmente pesanti, addirittura gravi, persino fatali.” username=”MapsGroup”]
Al contrario, un comportamento sì leggero e aggraziato, ma dotato di una sua misura (quasi di un suo rigore interno), può condurci a risultati costruttivi e pieni di senso, seppure lievi da portare con sé.
Un po’ il contrario di quanto uno si potrebbe spettare, insomma…
 

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[/sf_iconbox]Il valore (lieve) della strategia e della procedura…

Parlavamo di valori, all’inizio. Come è possibile distinguere il valore della precisione e della determinazione dalle pratiche della vaghezza e dell’abbandono al caso?
È ancora Calvino che ci insegna a distinguere queste due differenti varianti di senso. Se la leggerezza, infatti, “intesa come valore culturale”, rappresenta una sorta di “superamento del concetto di peso”, la differenza tra le due possibili traduzioni del termine va ricercato

“nella grazia con cui si riesce a gestire una faticosa incombenza, piuttosto che nel restare in una dimensione di superficie dell’essere.
La leggerezza così intesa è intrecciata all’apparente naturalezza di un risultato frutto in verità di un sapere disposto ad arte, piuttosto che nella facilità del suo raggiungimento.”

Accade quindi che la “veste” della leggerezza dà forma visibile a un soggiacente sforzo invisibile, così che, insieme, riescono a prendere il volo… E qui arriviamo alla Macchina, e all’uso che la nostra Società sta iniziando a imparare a farne.
Che una certa sensazione di leggerezza sia in qualche modo successiva a uno sforzo precedente atto a sintetizzarla, ciascuno di noi lo sta sperimentando inaspettatamente proprio nel rapporto più stretto con la Macchina e con il suo sapere disposto ad arte.
Questa inedita facilità di interazione la possiamo riscontrare ad esempio nella familiarità, così rapidamente raggiunta, con gli strumenti di e-learning che ci consentono di studiare a distanza, o nella semplicità con cui possiamo accedere a biblioteche di un sapere specializzato e altrimenti inarrivabile.
Penso ad esempio a tutte le ricerche scientifiche condivise in retea livello mondiale in tema di Covid-19,  ma anche all’usabilità di alcune applicazioni attraverso cui abbiamo fatto acquisti in piena sicurezza in giorni in cui eravamo impossibilitati a uscire…
[bctt tweet=”La veste della leggerezza dà forma visibile a un soggiacente sforzo invisibile, così che, insieme, riescono a prendere il volo…” username=”MapsGroup”]
O, ancora, alla creatività di ritorno che applicazioni free ci regalano attraverso strumenti “leggerissimi” con cui ritoccare fotografie, creare gif e meme e condividere, DA LONTANO, pratiche sociali che un tempo avremmo vissuto da vicino…
In ciascuno di questi casi si tratta di pratiche di condivisione e co-gestione di flussi – che siano comunicativi, di merci o d persone poco importa: il modello soggiacente è il medesimo – che ci consentono una leggerezza possibile, quotidiana e operativa, resa possibile anche (a volte soprattutto) attraverso l’utilizzo di una tecnologia digitale che lavora a stretto contatto con noi, nonostante i distanziamenti cosiddetti “sociali, previsti e necessari.
Il tutto grazie a una interoperabilità, in questo caso Macchina-Uomo, che in questi esempi è già a suo modo funzionante e messa a punto, capace di utilizzare la materia dell’invisibile (i dati e le informazioni) per farne programmi, funzioni e progetti facilmente accessibili.
Del resto fu già un profetico Calvino che anticipò tutto questo:

“Oggi ogni ramo della scienza sembra ci voglia dimostrare che il mondo si regge su entità sottilissime: come i messaggi del Dna, gli impulsi dei neuroni, i quarks, i neutrini vaganti nello spazio dall’inizio dei tempi…
Poi, l’informatica.
È vero che il software non potrebbe esercitare i poteri della sua leggerezza se non mediante la pesantezza del hardware; ma è il software che comanda, che agisce sul mondo esterno e sulle macchine, le quali esistono solo in funzione del software, si evolvono in modo d’elaborare programmi sempre più complessi. (…) Le macchine di ferro ci sono sempre, ma obbediscono ai bits senza peso.”

E se è vero che, da sempre, l’innovazione tecnologica è stata un volano per la storia delle nostre società – aprendo la strada a veri e propri salti evolutivi e ristrutturando ogni volta l’Uomo da un punto di vista anche percettivo e cognitivo – è altrettanto vero che sino ad oggi, probabilmente, l’uomo cosiddetto medio non aveva la necessaria e diffusa consapevolezza dell’evoluzione in atto, se non in pochissimi suoi esemplari, i cosiddetti “tecnici”.
E questo ha fatto sì che, anziché di un’auspicabile Interoperabilità tra Uomo e Macchina, spesso si parlasse più di una potenziale “frattura” tra loro. Poi è arrivata una pandemia, e l’orizzonte si è capovolto.
 

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[/sf_iconbox]Leggero o pesante, basta che sia SMART

Dovessi scegliere OGGI non un sinonimo, ma un’area semantica aderente a quella della leggerezza rispetto a quanto abbiamo visto insieme fin qui rispetto alla gestione delle informazioni e dei flussi, allora sceglierei di rimettere sotto alla lente di ingrandimento un aggettivo spesso inflazionato, ma che – se usato non a sproposito – è in grado di mettere in atto una serie di paradigmi virtuosi (anche in tema di leggerezza) che ci potranno aiutare a gestire questa emergenza duratura.
Mi riferisco al termine Smart che, se associato ad esempio al tema delle Città (Smart- City) è capace, soprattutto se ripensato oggi, in prospettiva, di ridare non solo senso, ma anche spessore e profondità al tema astratto dell’innovazione tecnologica, così da farla ritornare (come nella sua vocazione fondante) produttrice di grazia ed efficienza non solo automatica e meccanica (e quindi “vuota” di contenuti), ma soprattutto ricca di ricadute positive sulla collettività oltre che sulla “pesantezza” del vivere di ciascuno di noi in quanto individui e insieme cittadini.
Se infatti alla leggerezza fin troppo astratta della im-materia algoritmica – che sta già tuttavia facendo funzionare il mondo, anche se in maniera spesso “invisibile” – affiancassimo più spesso l’utilizzo concreto, quotidiano e virtuoso delle possibilità che ci offre la tecnologia (sia per la nostra vita che per quella dei sistemi e dell’ambiente in cui viviamo), ecco che il gap di cui abbiamo parlato si potrebbe  ricomporre in un altro concetto assai vicino a quello della leggerezza: quello della “Semplicità”.
[bctt tweet=”Alla Leggerezza fin troppo astratta della im-materia algoritmica andrebbe affiancato l’esercizio concreto e quotidiano del suo utilizzo.” username=”MapsGroup”]
Perché, smart, può essere tutto: una pratica come un’applicazione, un modo di atteggiarsi come il modo di “vivere” e pulsare di una intera città, capace di mettere a sistema una serie di rapporti (leggeri, semplici e quotidiani) tra l’Uomo e la Macchina, in barba a virus, batteri e pandemie varie…
Vediamo insieme come.

In questo articolo, ad esempio, ci si chiede direttamente: “In che modo una città può trasformarsi in una smart city?”
Del concetto di «città intelligente» se ne è parlato del resto in tempi non sospetti a Bolzano nel corso della terza edizione del convegno scientifico internazionaleSmart and Sustainable Planning for Cities and Regions” (SSPCR 2019), organizzato da Eurac Research dal 9 al 13 dicembre scorso.
Ben 200 esperti provenienti da 39 Paesi, nonché le maggiori associazioni e gruppi di lavoro europei sul tema delle città smart, hanno condiviso

“soluzioni e risultati di progetti di ricerca internazionali, applicabili nella quotidianità così da co-progettare il futuro delle città in cui vogliamo vivere nei prossimi anni.”

In queste città immaginate – e a tratti realizzate – il cosiddetto digitale iter-opera con l’analogico, consentendo performance ambientali e stili di vita degne delle più rosee aspettative sia per noi Umani che per l’Ambiente.
Sempre la parola Smart si accompagna – fruttuosa, e non a caso – a un altro pilastro portante delle nostre società, il lavoro, tant’è che l’Osservatorio del Politecnico di Milano la definisce

“una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”.

Si tratta, dunque, di una stringa di testo che, anche in questo caso, alla parola leggerezza non affianca un senso di precarietà o caducità – che, trattandosi di lavoro, porterebbero con sé timori e preoccupazioni – bensì un reale e tangibile effetto di resilienza e flessibilità, che è poi il ventaglio di valori cui la vera “leggerezza” ambisce…

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[/sf_iconbox]Per finire con un auspicio di leggerezza!

Ecco: per chiudere con una sintesi questo mio temporaneo inciso sul tema del rapporto tra l’Uomo e la Macchina visto attraverso la lente della Leggerezza, tema concettuale così caro a Calvino, vorrei esprimermi con un auspicio.

Molto spesso – nelle fasi di grande crisi e conseguente cambiamento – quello che vince è l’idea di ciò che abbiamo perduto, in una nostalgica sensazione di rimpianto che l’addio forzato alle precedenti sicurezze porta inevitabilmente con sé.
Sicuramente, l’apparente immaterialità delle infrastrutture che si stanno realizzando grazie all’attuale innovazione tecnologica  (a differenza del “bel tempo che fu”, con la creazione ad esempio delle ferrovie o degli aeroporti o di altre innovazioni assai più concrete e tangibili) ha in sé un qualcosa di “leggero” che rasenta l’impalpabile e l’invisibile in tali percentuali da non aver portato, sino a poche settimane fa, nessun vantaggio sostitutivo, se non marginale.
[bctt tweet=”L’apparente immaterialità delle infrastrutture realizzate grazie all’innovazione tecnologica attuale ha in sé un qualcosa di impalpabile se non invisibile.” username=”MapsGroup”]
Per questo motivo, in questo specifico contesto, il legame tra l’uomo e l’innovazione – e la capacità di interagire insieme – è stato sino ad oggi in parte infruttuoso.
Eppure – da adesso in poi – questo legame è destinato a farsi sempre più stretto. E non sarà, questo, un salto nel vuoto, perché  – anche se non sono di pubblica diffusione – sono già moltissimi, nel mondo, gli esempi già concretizzati di queste possibilità.
Alcuni li possiamo trovare citati e argomentati in questo articolo di Stefano Epifani, “Il nuovo urbanesimo alla base della sostenibilità digitale delle città” , in cui il tema delle smart city è solo l’INIZIO di un processo di inter-operabilità tra Uomo-Uomo/Macchina-Macchina in cui, sempre citando Epifani, per parlare di sostenibilità digitale non basta mettere l’accento solo sui temi dell’innovazione, ma

“(…) vuol dire, piuttosto, riflettere su come essa – nel complesso contesto di quella trasformazione digitale che non si limita ad impattare sul come facciamo le cose ma ne rivoluziona il senso – ridefinisca i processi ed i percorsi di cambiamento facendo della tecnologia uno strumento attivo di sostenibilità (…).”

Ne consiglio caldamente la lettura: si tratta di un contributo denso e articolato, che parla di “nuove alleanze urbane” e “nuove leve di valore”, e soprattutto di “nuovi scenari da (ri)disegnare”… Potrei anche aggiungere che  nell’insieme  si tratta di uno dei disegni possibili del futuro che (speriamo) verrà, a maggior ragione dopo questa tragedia che stiamo vivendo.

Il tutto per mettere nero su bianco un’idea concreta e fattiva di leggerezza che non scompare e non svanisce, non lascia rovine ambientali dietro di sé né posti di lavoro vacanti. Al di là della contingenza pandemica.

Al prossimo articolo: parleremo speriamo in un contesto meno impegnativo dell’attuale – di Rapidità!


CREDITS IMMAGINI

Immagine di copertina (rielaborata)   
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6MEMES TRENDS Healthcare & Data Driven Governance Sharing Knowledge

Dalla gestione degli accessi al processo di cura: la digitalizzazione nella sanità è un tema non più rimandabile. Di Fabrizio Biotti.

[sf_iconbox image=”ss-signpost” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Flusso di accesso alle strutture sanitarie: lo stato attuale[/sf_iconbox]

[dropcap3]L[/dropcap3]a digitalizzazione in ambito sanitario è, si può dire, il “cuore” della mia attività professionale da molti anni. In questo settore si radica la mia esperienza e da questo patrimonio personale attingono le mie riflessioni.
Per questo motivo – quando ho iniziato a scrivere l’incipit di questo articolo, qualche mese prima che si scatenasse il virus che, molto probabilmente, cambierà radicalmente molte delle nostre abitudini (compreso il modo di curarci) – la mia attenzione si era già focalizzata sul flusso di accesso alle strutture sanitarie, visto come punto critico non certo da ora all’interno del rapporto tra utente/paziente e medico/struttura sanitaria.
Un’esperienza che, probabilmente, molti di noi hanno vissuto anche prima dell’attuale emergenza, infatti, è quella di entrare in un ufficio pubblico e avvertire un senso di oppressione e di soffocamento, dovuto alle lunghe code agli sportelli, al fatto di vedere tutte le sedie occupate in sala d’attesa e, infine, al dubbio di aver preso il ticket sbagliato e di non essersi messi in coda  allo sportello corretto.
Chi, tuttavia, fosse stato in buona salute (e dotato magari di un innato buon umore) si sarebbe armato di calma e pazienza, e avrebbe “immolato” con rassegnazione la propria mezza giornata buona per completare  la sua commissione, di qualsiasi tipo fosse stata: dalla posta, all’agenzia delle entrate etc…
E, tuttavia, tale frustrante esperienza sarebbe stata particolarmente sofferta – già prima di questa terribile pandemia – qualora  la coda, l’attesa e lo stress fossero derivati da una lunga, logorante permanenza in una sala di anticamera di uno studio medico piuttosto che di un ospedale.
[bctt tweet=”Lunghe code agli sportelli, tutte le sedie occupate in sala d’attesa e il dubbio di aver preso il ticket sbagliato: c’è una soluzione?” username=”MapsGroup”]
La condizione di necessità derivante da una situazione di malattia (o comunque di malessere) avrebbe infatti giustamente amplificato ciascuna di queste pessime esperienze al di là della naturale propensione di ciascuno al buonumore: con la salute non si scherza!
Riflettendo su questi temi ora – sull’onda dell’esperienza che tutti stiamo vivendo in merito al Covid-19 e le sue condizioni, possiamo quindi osservare come questo tsunami stia anticipando in maniera inaspettata alcuni cambiamenti che, probabilmente, si sarebbero in ogni modo messi in moto (seppure più lentamente e in ordine sparso), ovvero la possibilità di digitalizzare il momento dell’accesso ai servizi e renderlo sempre più in modalità self service.
Vediamo insieme come.

[sf_iconbox image=”ss-user” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Dal momento dell’accoglienza all’erogazione del servizio senza “mettersi in coda”[/sf_iconbox]

Esaminiamo con attenzione il momento dell’accoglienza, che è poi quello che possiamo definire il primo impatto e che sappiamo essere molto importante in ogni contesto, a maggior ragione in quello di cura, i cui protagonisti sono persone che affrontano un tempo difficile della propria vita.
Nello stesso tempo, non scordiamoci che gli ambulatori e gli ospedali – se da un lato sono sempre luoghi cosiddetti “caldi” (in questo periodo “caldissimi”) nei quali le persone, i pazienti e i medici si incontrano e si parlano tra loro per portare a termine un percorso di cura – dall’altro sono vere e proprie “strutture”, ciascuna nel suo ambito, in cui vengono erogati servizi che hanno non solo dei costi, ma  devono anche soddisfare determinati requisiti qualitativi.
Come rendere dunque il primo impatto con il luogo della cura – in uno scenario altamente complesso e in più letteralmente “vitale” – il più sereno e sicuro possibile? Per cercare di rispondere voglio rifarmi a un’esperienza personale che risale a più di dieci anni fa, quando organizzai un breve viaggio professionale in Svizzera con l’obiettivo di capire come avveniva l’accesso presso le strutture sanitarie di quel paese.
Notai subito che il fenomeno dell’ingresso  diretto con le relative code e affollamenti vari era pressoché sconosciuto in terra Elvetica: tutto il processo era razionalizzato da strumenti, allora ancora elementari, che permettevano al cittadino di recarsi in struttura solo previo appuntamento, sia per un visita ma anche per un semplice accesso.
Già da allora, dunque – anche se attraverso forme meno complesse di quelle che si possono mettere a sistema oggi – il tema della razionalizzazione del flusso delle persone era al centro di un modello che, oggi, è diventato cruciale in tutti gli ambiti, ma soprattutto nella sanità.
[bctt tweet=”Razionalizzazione e digitalizzazione: gli scenari che consentiranno di gestire l’affluenza ordinaria e straordinaria in un contesto sanitario. ” username=”MapsGroup”]
Alla luce degli attuali scenari, dunque, al primo pilastro della necessaria razionalizzazione dei flussi, occorre affiancarne un altro, quello legato al tema imperativo della digitalizzazione che consente di gestire sia l’affluenza ordinaria che straordinaria in termini strategici e operativi.
Per questi motivi, occorrerà digitalizzare in termini di accoglienza non tanto singoli segmenti, comparti e flussi (di servizi come di persone e merci) ma piuttosto l’intero processo, integrando maggiormente  la fase della richiesta del servizio con quella della prenotazione dell’accesso e della gestione del percorso del paziente all’interno della struttura.
Razionalizzazione e digitalizzazione: questi sono dunque gli ambiti verso i quali è necessario agire fin da subito con il “vantaggio” che – essendo il nostro, da questo punto di vista, un paese ancora molto “indietro” in termini di ammodernamento digitale delle varie pratiche, l’orizzonte che abbiamo davanti si presta a interventi davvero strategici e decisivi.
A tal proposito, il tema delle best practice nonché della necessaria migliore interoperabilità tra enti e strutture – con l’evidente necessità di mettere in rete le competenze e le risorse – potranno risultare come temi decisivi nel gestire in maniera ottimale la presa in carico del paziente fin dal momento in cui entra in contatto con la struttura, indipendentemente dal motivo per cui ne ha la necessità e a maggior ragione se si tratta di un “corridoio” di accesso che sia sicuro anche dal punto di vista epidemiologico.
[bctt tweet=”Le best practice nonché l’interoperabilità tra enti e strutture saranno i temi decisivi nel gestire in maniera ottimale la presa in carico del paziente dal momento in cui entra in contatto con la struttura” username=”MapsGroup”]

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Buone Pratiche da seguire e implementare…[/sf_iconbox]

Per chiudere, vorrei fare una breve riflessione sui dati che abbiamo a disposizione.
In questi anni infatti – come da molto tempo certifica l’Osservatorio sulla sanità del Politecnico di Milano –  alcune cose sono state fatte, ma moltissimi interventi sono ancora da approntare o portare a compimento e, per questo, è buona norma sempre riferirsi alle migliori pratiche.
Buoni esempi analizzati nell’ultimo convegno dell’anno scorso, ad esempio, sono quelli riguardanti l’Azienda sanitaria locale di Piacenza relativa alla gestione del percorso del paziente all’interno della struttura, ma anche quello in ambito privato relativo al Centro Medico Sant’Agostino che vede il paziente come “utente digitale” protagonista, nell’offrirgli un accesso alle prestazioni sanitarie completamente digitalizzato e quindi smart.
Un altro interessante esempio è quello della gestione operata dal San Gerardo di Monza sui pazienti dimessi Covid-19, grazie a un’attività di gestione dei flussi che permette di gestire i tamponi di controllo in totale sicurezza.
Questi sono solo alcuni esempi di buone pratiche che dovranno essere necessariamente portate a fattor comune se vogliamo veramente recuperare il gap esistente con altri paesi più avanti del nostro su queste tematiche.
La tecnologia in tutti i casi citati è diventata il fattore abilitante per una corretta gestione e razionalizzazione dell’accoglienza integrata ai differenti processi aziendali e non come un qualcosa di astratto e non sufficientemente integrato con gli altri attori dell’ecosistema sanitario.
[bctt tweet=”La tecnologia diventerà il fattore abilitante per una corretta gestione e razionalizzazione dell’accoglienza integrata ai differenti processi aziendali dell’ecosistema sanitario. ” username=”MapsGroup”]
Vi do quindi appuntamento al prossimo articolo, confidando di essere tutti quanti, per allora, in uno scenario meno impegnativo per le nostre comunità, per lo meno dal punto di vista sanitario.


CREDITS IMMAGINI
Immagine di copertina rielaborata
ID Immagine: 80150334, di Pop Nukoonrat
ID Immagine: 67985962, di Ravil Sayfullin