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Chi ha paura delle criptomonete? Di Anna Pompilio

[dropcap3]Q[/dropcap3]uando ho iniziato a pensare ai contenuti da elaborare per la mia rubrica su #6MEMES c’era un tema che mi interessava esplorare più di altri, ma dovendolo in qualche modo circoscrivere, ho scelto infine di ricondurlo al significato del termine neofobia ben consapevole del limite di una trattazione circoscritta alla:

“paura del nuovo, o al contrario del vecchio, paura di perdere qualcuno o qualcosa, paura di dover rinunciare ai propri privilegi, paura delle strade inesplorate, paura di abbandonare vecchi paradigmi, paura dei social, paura dell’innovazione o dell’involuzione, paura dello straniero, paura della concorrenza, paura dell’informazione e della disinformazione, paura dell’algoritmo. Paura delle parole.”

Vorrei ripartire quindi da qui, dalla paura delle parole, concentrando l’attenzione su tre termini: cultura, moneta, tecnologia fin troppo spesso utilizzati per evocare i nostri peggiori timori (e sui quali finiamo per basare, consapevolmente o meno, alcune nostre scelte). Con un’appendice finale.

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[/sf_iconbox]”C” come Cultura

Viviamo immersi in un mondo fatto di software. Per dirla con le parole di Lev Manovich:

“La scuola e l’ospedale, la base militare e il laboratorio scientifico, l’aeroporto e la città: tutti i sistemi sociali, economici e culturali di una società moderna si appoggiano al software.

Il software è la colla invisibile che tiene insieme tutto questo”.  E continua: “Se non interroghiamo il software, correremo il pericolo di considerare solo i suoi effetti piuttosto che le sue cause, cioè il risultato che vediamo sullo schermo anziché i programmi e la cultura sociale che lo producono.”

Mi sono dunque chiesta, leggendo il libro di Manovich Software Culture, se possiamo annoverarci tra i paesi che si sforzano di produrre buon software, che utilizzano dunque un collante efficace, se stiamo lavorando costantemente, ogni giorno, ogni minuto, sul continuo progresso e miglioramento di quella cultura sociale che sottende la moderna società dei software.

Ci sono molti modi per accrescere il livello culturale di una società: il rispetto delle istituzioni, delle libertà e dei diritti fondamentali, del pluralismo, della diversità, della memoria, della legalità, della verità.

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Servono buone scuole, buone università, investimenti in ricerca, finanziamenti alle arti, innovazione distribuita, accesso ai servizi e al mondo del lavoro per tutti, occorrono politiche di inclusione e sostegno, una comunicazione degna che non sfoci in sterile propaganda.

Poi certo il digitale, la fibra, i Big Data, l’Internet e compagnia cantante, ma la prossima volta che il sito della banca non risponde, che l’app per le prenotazioni del B&B non è aggiornata, che la cartella clinica è ferma a prima dell’euro, conviene che nessuno si senta libero da responsabilità, nemmeno i nostalgici dei floppy e i fanatici dei polli ruspanti o delle ramazze di saggina.

 

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[/sf_iconbox]”M” di Moneta

Prima che “nascesse” la moneta vera e propria (verso la fine del VII secolo a. C. nelle colonie greche dell’Asia Minore) l’economia era fondata sullo scambio in natura, secondo le spontanee esigenze della domanda e dell’offerta, dirette sia verso i prodotti di prima utilità, quali derrate alimentari, che verso oggetti di valore, quali stoffe, armi, gioielli. La moneta si inserì, dunque, in un sistema commerciale già ben organizzato, che aveva dimostrato di poter prescindere da questo mezzo di pagamento.

Perché “fu inventata” la moneta? Lo studio delle società antiche ci ha dimostrato come essa non fu frutto di invenzione, ma la conclusione di un lungo processo di ricerca di un mezzo che potesse soddisfare le diverse esigenze dello scambio adeguandosi a differenti realtà, e costituire il controvalore di oggetti di varia natura. (Storia della Moneta, Origine dell’economia monetale – Università degli Studi Tor Vergata).

“La conclusione di un lungo processo di ricerca di un mezzo che potesse soddisfare le diverse esigenze dello scambio adeguandosi a differenti realtà”.

Posto in questi termini – processo, ricerca, mezzo per lo scambio ecc. – potrebbe sembrare tutto piuttosto noioso soprattutto quando è in atto da tempo una diversa narrazione intorno alla parola “moneta” che è diventa sinonimo di scetticismo, di debito, di spread, di banche, … non è più un mezzo ma è diventata la misura dell’inadeguatezza alle nuove e differenti esigenze espresse dalla moderna società dei software.

[bctt tweet=”Prima che nascesse la moneta vera e propria l’economia era fondata sullo scambio in natura.” username=”MapsGroup”]

Tuttavia, come già in altri casi esemplificati, la malattia e la cura sono le due facce della stessa medaglia, e quella stessa collettività che ripudia la moneta ufficiale sembra avere in sé gli anticorpi per impedire il definitivo decadimento del mezzo: una nuova moneta elettronica, o criptomoneta, con caratteristiche di programmabilità. Si tratta in ogni caso di un processo lungo, tutt’ora in corso, e finché ne siamo immersi è difficile comprenderne la reale portata innovativa.

 […] Le criptovalute, non sono altro che monete elettroniche basate sulla tecnologia blockchain, ovvero una banca dati distribuita costituita da blocchi di transazioni collegate tra loro (tramite un hash) a formare una catena che diventa sempre più forte al crescere del numero dei blocchi. […]

La criptomoneta ha natura digitale e si basa su un sistema di crittografia algoritmica. Si tratta di un mezzo di pagamento alternativo alle monete aventi corso legale. […]

Neha Narula, in questa celebre TED conference, del 2016 ci racconta che

“Stiamo per entrare in una nuova fase monetaria dove il futuro del denaro è programmabile. Quando uniamo software e valuta, il denaro diventa più di una statica unità di valore e non dobbiamo affidarci alle istituzioni per la sicurezza. In un mondo programmabile, togliamo gli esseri umani e le istituzioni dal circolo. 

E quando questo accade, non ci accorgiamo nemmeno che stiamo facendo transazioni. Il denaro sarà gestito dal software, e scorrerà in sicurezza e senza rischi.”

A distanza di due anni dalla conferenza, secondo l’Osservatorio Blockchain & Distributed Ledger della School of Management del Politecnico di Milano, 29 banche centrali al mondo hanno avviato sperimentazioni per applicare alcune caratteristiche delle criptovalute alle valute tradizionali, creando delle “criptovalute vigilate” mentre un progetto di ricerca ha provato a immaginare un “Cryptoeuro”, indagando se un sistema di criptovaluta vigilata potrebbe rendere più efficienti i processi di pagamento di alcuni settori (assicurazioni, utility, banche) con una valuta programmabile.

[bctt tweet=”Dal 2009, con lo scambio del primo Bitcoin, ad oggi, sono 894 le criptovalute attive.” username=”MapsGroup”]

Ma se i grandi player del sistema economico entrano nel mercato delle monete elettroniche, com’è inevitabile che sia, non finiranno per creare – come per Uber o AirBnB che assemblano e vendono servizi solo nominalmente etichettati come pilastri della sharing economy – una discrasia con la cultura della disintermediazione (il denaro sarà gestito dal software ecc.) che le ha originate?

Sta di fatto che dal 2009, con lo scambio del primo Bitcoin, ad oggi, il mondo della blockchain ha conosciuto una decisa evoluzione e sono 894 le criptovalute attive, per un valore complessivo di circa 327 miliardi di dollari (dato aggiornato al 16 aprile 2018) anche se ci vorrà forse un altro decennio prima che possa essere considerata un’innovazione per tutti e non per un ristretto gruppo di attori e, come di consueto, il problema delle barriere all’entrata non sarà faccenda legata alla “tecnologia” bensì alla “cultura”.

 

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[/sf_iconbox]“T” di Tecnologia

La tecnologia alla base delle criptomonete è la blockchain, catena di blocchi, che permette di effettuare transazioni peer-to-peer. La fiducia non viene stabilita da nessuna grande istituzione, ma dalla collaborazione, dalla crittografia e da un codice intelligente. È in pratica un registro pubblico che raccoglie le transazioni di una rete ed è riprodotto, così da essere sicuro e complicato da manipolare. Tutto avviene in forma privata, anonima, rapida ed economica. Nasce, dicono i più, dalla perdita di fiducia nelle istituzioni.

Non siamo più nel dominio della tecnologia, ma della tecnocrazia quindi?

La fiducia nella “tecnologia” tuttavia è altrettanto volubile di quella che concediamo alle istituzioni. Qualcuno si ricorderà di Kraken, un ottimo sito per comprare e vendere criptovalute che qualche mese fa è stato sommerso da un numero sempre maggiore di nuove iscrizioni e nuovi ordini che lo hanno congestionato al punto da renderlo quasi inutilizzabile. I gestori hanno deciso di effettuare alcuni upgrade, il primo dei quali tuttavia non è servito a molto, mentre il secondo ha mandato in crash il sistema.

[bctt tweet=”Non siamo più nel dominio della tecnologia, dunque, ma invece della tecnocrazia?” username=”MapsGroup”]

Un upgrade è questione squisitamente tecnologica, pianificare opportunamente la crescita è invece task che concerne la cultura (progettuale) dell’’impresa e che si scontra con la solita contrapposizione tra creativi e resto del mondo: come puoi chiedermi di pianificare la crescita se sto dipingendo la Cappella Sistina? Se poi arriva qualche milione di visitatori non programmati i sistemi vanno in tilt, anche se tutto si risolve tecnicamente nel giro di qualche giorno con un po’ di scompiglio tra gli utenti, la fiducia viene meno. Storia antica.

Tecnologia abilitante per tutti è dunque ancora una volta una questione culturale, attiene alla distribuzione di ricchezza, alla democraticità come valore del software e a tante altre cose che dovremmo sempre sforzarci di tenere a mente.

 

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[/sf_iconbox]L’Appendice: il “Nemico”

Anni fa a New York sono capitato con un tassista dal nome di difficile decifrazione e mi ha chiarito che era pakistano. Mi ha chiesto da dove venivo e gli ho detto dall’Italia.

Mi ha chiesto quanti siamo ed è stato colpito che fossimo così pochi e che la nostra lingua non fosse l’inglese. Infine mi ha chiesto quali sono i nostri nemici. Al mio “prego?” ha chiarito pazientemente che voleva sapere con quali popoli fossimo da secoli in guerra per rivendicazioni territoriali, odi etnici, continue violazioni di confine e così via.

Gli ho detto che non siamo in guerra con nessuno. Pazientemente mi ha spiegato che voleva sapere quali sono i nostri avversari storici, quelli che loro ammazzano noi e noi ammazziamo loro.

Gli ho ripetuto che non ne abbiamo, che l’ultima guerra l’abbiamo fatta più di mezzo secolo fa, e tra l’altro iniziandola con un nemico e finendola con un altro. Non era soddisfatto. Come è possibile che ci sia un popolo che non ha nemici? Sono sceso lasciandogli due dollari di mancia per compensarlo del nostro indolente pacifismo, poi mi è venuto in mente che cosa avrei dovuto rispondergli, e cioè che non è vero che gli italiani non hanno nemici. (Umberto Eco).

“Avere un nemico – scrive  Umberto Eco  –  è importante non solo per definire la nostra identità ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell’affrontarlo, il valore nostro. Pertanto, quando il nemico non ci sia, occorre costruirlo”.

Anche la cultura del software, intesa in tal caso nell’accezione del ruolo che quest’ultimo ricopre nella formazione della cultura contemporanea, è fatta più di nemici che amici: la “costruzione” di un nemico (seppur virtuale) attraverso le nostre paure – della tecnologia, della moneta, del sapere dominante – è diventata pratica culturale e raggiunge vette inesplorate proprio attraverso l’uso quotidiano di quei software originariamente pensati, paradossalmente, per essere luoghi di scambio e di amicizia.

A golden bitcoin
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[highlight]Approfondimenti:[/highlight]
 

Software Culture, Lev Manovich – Edizioni Olivares

Costruire il nemico: e altri scritti occasionali – Umberto Eco – Ed. Bompiani

Una breve spiegazione della Blockchain e di Bitcoin

https://www.blockchain4innovation.it/esperti/blockchain-perche-e-cosi-importante/

https://www.blockchain4innovation.it/eventi-e-convegni/blockchain-business-revolution-la-blockchain-e-una-realta-concreta-ed-e-ora-di-studiarla-davvero/

https://www.osservatori.net/it_it/osservatori/blockchain-distributed-ledger

http://www.monetaecivilta.it/storia/origine.html

http://www.techeconomy.it/2017/01/13/100646/

https://www.kraken.com/

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6MEMES TRENDS Sharing Knowledge

Le letture per l'estate consigliate da #6MEMES. In punta di parola e di dato.

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[/sf_iconbox][dropcap3]N[/dropcap3]omen omen, si dice, indicando come il “nome” di qualcosa abbia in sé il presagio del suo destino…

Eppure qui, per noi, vale il cognome…
Ci spieghiamo meglio. Da Cometa a Paura, da Montagna a Turing: questi i cognomi degli autori che abbiamo scelto per i nostri consigli di lettura per l’estate. E – ve l’assicuriamo – è stata una coincidenza fortuita.
Speriamo che sia il segno che i libri che vi proponiamo sotto l’ombrellone possano piacervi, anche se – come nostro solito – sono un po’… impegnativi 🙂
Partiamo da Perché le storie ci aiutano a vivere – La letteratura necessaria, di Michele Cometa.
Nella sua opera, Michele Cometa – docente di Storia comparata delle culture e Cultura visuale all’Università degli Studi di Palermo – esamina narrazione, fiction e letteratura nel contesto della teoria dell’evoluzione e delle scienze cognitive.
In tal modo, l’autore ci permette di giungere alla comprensione di come la narrazione abbia avuto, fin dagli albori dell’uomo, un ruolo decisivo nella costituzione del Sé, non solo agendo sul riequilibrio dei suoi deficit esistenziali e il contenimento dell’ansia, ma acquisendo anche un importante valore biologico, inteso come pratica evolutivamente vantaggiosa per la specie umana.
Passiamo poi a La singolarità nuda. Fedi tecnologiche, miti scientifici, futuri postmoderni, di Roberto Paura.
L’autore, Presidente dell’Italian Institute for the Future e specialista in comunicazione della scienza, ci racconta come
l’avvento dell’era digitale abbia dissolto le barriere tra scienza ed immaginazione, essenza e consistenza della realtà.
In questo nuovo scenario si incrociano e si ibridano antichi e nuovi saperi, credenze, speranze e spettri minacciosi di possibili distopie.
Come spiega lo stesso autore:

“Il pensiero magico e irrazionale che credevamo sconfitto ritorna sotto altre vesti; e il pensiero scientifico e razionale è costretto a farci i conti.”

Una singolarità questa che, se non tenuta a bada ma esposta, “nuda” appunto, potrebbe esasperare la speranza di guidare il corso del futuro verso orizzonti di benessere per l’umanità.
Tornando alla realtà – se così si può chiamare 🙂 – parliamo ora di Realtà virtuale e realtà aumentata, di Lorenzo Montagna.
L’autore, Advisor & Trainer per strategie aziendali, ci parla nel suo libro di Realtà Virtuale (VR) e Realtà Aumentata (AR), oltre che Mixed Reality (una combinazione di esperienza fisica e digitale definita dall’autore ‘Media Reality’).
Nella sua opera, attraverso dati, ricerche ed interviste, approfondisce il tema di questi media immersivi creatori di una realtà in grado di generare intrattenimento e informazione su nuovi ed inesplorati livelli.
Un vantaggio sia per chi ne fruirà, messo nelle condizioni di vivere in prima persona esperienze al confine tra il digitale ed il reale in un modo molto più appassionante e coinvolgente, sia per le aziende che, con questi media, creeranno nuove opportunità di business.
Concludiamo con un libro che “racconta” di un nome che non ha bisogno di presentazioni: Alan Turing – Storia di un enigma, di Andrew Hodges, Bollati Boringhieri.

Alan Turing

Questo libro infatti ripercorre, in maniera romanzata, la storia di Alan Turing, crittografo e uno dei più grandi geni del XX° secolo, considerato tra i padri della moderna informatica…
Fu ad esempio il primo a spiegare la natura e i limiti teorici delle macchine logiche e, durante la Seconda guerra mondiale mise le sue straordinarie capacità al servizio dell’Inghilterra, entrando a far parte della principale unità di crittoanalisi del Regno Unito.
Eccoci qui, infine, ad augurarvi una bella estate. Fatta di divertimento e relax, avventura e riflessione. Per non sprecarne nemmeno un secondo. E magari nemmeno un dato. Nel frattempo, anche noi ci godremo due settimane di vacanze… A presto!!!

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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

Il meglio di #6MEMES, ovvero gli articoli TOP del nostro blog dalla primavera all'estate: il digitale prima di tutto!

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[dropcap3]S[/dropcap3]arà stato lo strano clima che ha avvolto la nostra penisola in questi mesi, a “spingere” nelle classifiche gli articoli dal sound prettamente digital… O sarà che il topic è decisamente più “gettonato” rispetto alle precedenti tendenze, o sarà ancora che i nostri lettori si stanno abituando alle nostre peripezie online: fatto sta che la lista dei post vincitori di questa rassegna trimestrale, disdegna l’analogico in favore del digitale.
A farla da padrone, ad esempio su Twitter, è IoT e Salute: monitoraggio e diagnosi preventiva di massa, un articolo di Giulio Destri dedicato all’Internet delle Cose, declinato in special modo verso l’ambito della salute.
Nel post, infatti, ricco di contenuti come solo Giulio sa fare, si parla di IoT e Sanità e soprattutto di come, tramite uno strumento integrato in uno smartwatch o in un braccialetto, possiamo (o potremo) tenere sotto controllo la nostra salute.
Questo articolo sale così sul podio non solo di Twitter, ma pure su Linkedin, grazie ai suoi approfondimenti sul dialogo – più o meno autonomo – tra dispositivi, che si connettono tra loro e e con le grandi infrastrutture di calcolo (data center) attraverso la rete, con risultati notevoli in termini di monitoraggio e predizione.
Il post, infatti, racconta come la combinazione dei dati raccolti nel tempo dai vari questi sensori, immagazzinati in servizi cloud, permette non solo di controllare il nostro stato di forma fisica, ma anche, se vogliamo, di condividere ad esempio percorsi di trekking o ciclismo con gli amici, magari corredati di foto e selfie scattati durante la nostra impresa sportiva.
Quali sono i passaggi successivi prospettati dall’articolo?
Pensiamo a cosa è l’ECG dinamico secondo Holter: una metodica diagnostica utilizzata per monitorare l’attività elettrica del cuore durante un intervallo di tempo più o meno lungo, solitamente corrispondente a 24-48 ore, e con i registratori di ultima generazione sino ad un massimo di sette giorni…. Ecco: la stessa metodica si può applicare anche alla pressione sanguigna o ad altri parametri vitali, così che la nostra storia personale, raccolta in banche dati, porterà a prestazioni sanitarie sempre più personalizzate e in real time.
Un altro top di serie “A”, questa volta solo su Twitter, è Selezione e gestione dei fornitori: questione di prospettiva!, un  articolo di Anna Pompilio.gestione-fornitori
Un capitolo provocatorio dell’articolo, ad esempio, che parla di “Fornitori low cost di professionalità”, ci racconta come in un’impresa i fornitori vadano dalla ditta delle pulizie, a quella che vende hardware e software, alla società di servizi che si occupa della gestione di attività amministrative esternalizzate, e di come l’insieme comprenda insomma tutti quei fornitori di professionalità che sollevano l’azienda dall’onerosità del possesso.
L’approfondimento di Anna sottolinea come:

“la maggior parte delle organizzazioni si trovi prima o poi a dover reagire ad un mercato in contrazione se non in crisi” e come di conseguenza, “ fatto salvo quelle realtà – tipicamente start up – che nascono con una configurazione essenziale dei costi, la risposta ad una curva dei ricavi in caduta libera sia normalmente quella di dotarsi di strutture di costo flessibili così da poter adeguare velocemente la capacità produttiva alle oscillazioni della domanda.”

E se Linkedin vede al secondo posto in termini di gradimento il nostro precendente articolo della rassegna “Il meglio di #6MEMES” (e questa cosa ci motiva ancor di più nel nostro lavoro), andiamo avanti e passiamo a Facebook, che come sempre, ci porta verso temi meno tecnici… Primo su tutti l’intervista a Mariagrazia Villa: Il giornalista digitale è (o non è) uno stinco di santo?

“L’etica nella comunicazione digitale è scomparsa?” ci chiediamo assieme a Mariagrazia. E, “andando controcorrente, c’è qualcuno che dice no. Che pensa sia proprio la rete a permettere ai giornalisti e, in senso più ampio, ai comunicatori di professione o di diletto, dai blogger ai social media writer, ai web content manager, di esercitare delle virtù morali.”

intervista-mariagrazia-villaA dire no, è proprio lei, Mariagrazia Villa, l’autrice di Il giornalista digitale è uno stinco di santo., in cui enumera 27 virtù da conoscere per sviluppare un comportamento etico, il primo manuale pratico di etica della comunicazione online pubblicato in Italia.
Divertente e bizzarro, il libro è ricco di simpatici aneddoti, utili suggerimenti e curiosi esercizi di scrittura, per imparare a vedere il web come la nuova miniera della buona comunicazione. L’obiettivo? Raccontare le  virtù da fare proprie e da allenare, per acquisire un comportamento moralmente qualificato.
Infine: pancia nostra fatti capanna, con “Gli alti e bassi del cibo italiano. Monitoraggio online a cura di Sara Di Paolo”.
Sara, nel suo “succoso” articolo, ci ricorda infatti  che il “2018 è l’anno del Cibo Italiano, e che sono ben 69 i grandi appuntamenti in tutta Italia per celebrare il connubio arte, paesaggio, cibo.”
Fattori, questi, tutti distintivi del nostro paese, attrazioni uniche per turisti e visitatori. Secondo la ricerca Food Travel Monitor della statunitense World Food Travel Association, il 49% dei turisti globali ha partecipato ad almeno un’esperienza enogastronomica unica ed indimenticabile durante un recente viaggio.
E così dal primo dicembre 2017 – grazie alla piattaforma Webdistilled, – Sara ci racconta che

“navigo anche io per il “cibo italiano/Italian food”, passando di sito in social, leggendo articoli e blog, monitorando trasmissioni radio e tv in italiano e inglese, alla scoperta degli alti e bassi nella comunicazione sul cibo italiano.”

CIBO-ITALIANOI dati sono chiari. E fitti…
Trattano espressamente di questo tema oltre 28.000 contenuti, il 53% in italiano e il 47% in inglese. Sono ovviamente citati moltissimi prodotti e piatti. Tra quelli monitorati, in inglese vince la pizza (con 2918 menzioni), seguita da gelato (897) e tiramisù (331), rispetto alle salse da condimento il pesto (525) batte il sugo (272) seguito poi dalla carbonara (200), mentre in italiano pesto, sugo e amatriciana (molto meno citata la carbonara) se la giocano alla pari (essendo tutti e tre intorno alle 300 menzioni) e la pizza scende a 758 menzioni. (PS: che fame!!!).
E dopo questi dati che, digitali o meno che siano, ci raccontano un mondo intorno a noi che non cessa mai di innovarsi e cambiare – a rischio di lasciarci indietro – a noi non resta che darvi appuntamento tra tre mesi, al mostro prossimo appuntamento “6-memesiano” 🙂