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Reazioni non pericolose Sharing Knowledge

Si sta come d’autunno, sulle foglie, i colori…

[dropcap3]C[/dropcap3]hissà se Pantone Inc., l’azienda statunitense che si occupa della produzione e della catalogazione dei colori utilizzati nel mondo della grafica, contempla nel suo vasto catalogo tutta la gamma di tinte e sfumature con le quali si veste una foglia nel periodo autunnale, ancora abbracciata ai rami o già caduta alla base del tronco.
Senz’altro uno di questi colori potrebbe essere il MARSALA (Pantone 18-1438): scelto dalla Pantone Inc. come rappresentativo del 2015 (ne propone uno ogni anno dal 2000…), è perfetto per descrivere l’autunno macchiato di caldi colori e per introdurci alla nuova vita segreta che attende le foglie cadute…
Il fascino del manto assunto dalla vegetazione durante l’autunno stupisce chiunque lo osservi, persino uomini di scienza come David Lee, professore dell’università della Florida, che si occupa fin dal 1973 dei cambiamenti di colore associati alla presenza di vari pigmenti durante l’intero ciclo vitale delle foglie. Sua è l’affermazione «Il colore di una foglia è sottrattivo, come i colori dei pastelli sulla carta».
Durante la stagione della crescita, infatti, le foglie sono ricche di clorofilla che cattura l’energia del sole per tramutarla in nutrimento conferendo loro il tipico colore verde. E fin qui nulla di nuovo. Ma se approfondiamo ora l’argomento da un punto di vista scientifico, le cose si fanno più interessanti.
Forse non tutti sanno che la clorofilla è solo uno dei pigmenti responsabili della colorazione delle foglie, mentre gli altri riescono a emergere solo in autunno quando l’attività biologica della pianta subisce la mancanza d’irradiazione solare, l’assorbimento di acqua attraverso le radici diminuisce e le foglie si avvicinano al termine del loro ciclo vitale.
Ecco quindi che alla base del picciolo di ogni foglia inizia a formarsi lo strato di abscissione, una barriera che impedisce il rifornimento di acqua e nutrienti.
La clorofilla comincia allora a degradarsi e solo in questa fase divengono evidenti le molecole di carotenoidi (pigmenti chimici presenti ad esempio nelle carote o nel mais) che conferiscono i tipici colori giallo-bruni autunnali, e poi ancora le tinte rosso e porpora, che dipendono però da un diverso gruppo di pigmenti, gli antociani (dal greco anthos=fiore e kyàneos=blu).
Quando le foglie sono completamente rinsecchite, si formano i colori autunnali più grigi, e, quando infine i pigmenti superstiti si associano in un reticolo confuso e lo strato di abscissione alla base del picciolo diviene completo, la foglia si stacca.
Una morte inutile, dunque? Non è proprio così.
Liberandosi delle foglie, infatti, gli alberi e gli arbusti mettono in una posizione di vantaggio in previsione della stagione più fredda. Offrono minore ostacolo all’azione del vento (riducendo quindi le possibilità di sradicamento), e smaltiscono le sostanze inutili o tossiche accumulate nella chioma. Rami e radici, inoltre, traslocano nel fusto gli amidi e le sostanze minerali conservati nella chioma (soprattutto il carbonio e l’azoto), che andranno così a costituire le importanti riserve invernali di cibo. In questo modo esemplare la natura ci insegna l’arte del recupero basata su una trasformazione ciclica.
I nostri sistemi industriali, al contrario, sono lineari: assimilano le risorse e le trasformano in prodotti (e rifiuti) da vendere ai consumatori, che si sbarazzeranno poi di ulteriori rifiuti. Ecco perché i modelli sostenibili di produzione e consumo, a imitazione di quanto avviene in natura, dovrebbero essere ciclici.
Le foglie cadute, sotto forma di sostanza organica morta, riservano infine un’ultima sorpresa, consentendo il ritorno al suolo di altri, preziosi nutrienti. Con la decomposizione, infatti, i legami chimici formatisi nel corso della costruzione dei tessuti vegetali si spezzano, rilasciando energia e materiale inorganico. Batteri, funghi, acari, lombrichi fanno parte della gran varietà di organismi che sminuzzano il detrito vegetale, lo ingeriscono e ne degradando la struttura chimica e fisica originaria per poi espellerlo come sostanza inorganica.
Proprio questa andrà ad arricchire il suolo di nutrienti che, assorbiti dalle radici, saranno assimilati dai nuovi tessuti vegetali in crescita: la magica e operosa silenziosità dell’autunno.
 
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
– Elementi di ecologia. Di Thomas M. Smith, Robert L. Smith. Pearson edizioni.
– Verso una prospettiva eco-centrica: ecologia profonda e pensiero a rete. Di Matteo Andreozzi, Hoepli.
Nathionalgeographic.it
Focus.it
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Big Data & C.

Sono solo canzonette…e Big Data.

[dropcap3]”S[/dropcap3]ono solo canzonette” cantava Edoardo Bennato…
Erano gli anni ’80 del secolo scorso, procacciatori di talenti delle case discografiche frequentavano sperduti locali, andavano ai concerti di band sconosciute e ascoltavano ore di registrazioni amatoriali per individuare, grazie a istinto ed esperienza, la futura stella del firmamento discografico. E oggi?
L’industria discografica sta affrontando una crisi epocale, deve vedersela con lo streaming e un modello di business da correggere: la musica è divenuta digitale e il digitale è sinonimo di Social Media.
Basti pensare come, già nel 2012 secondo Next Big Sound, le interazioni generate da cinque artisti come Bruno Mars, Justin Bieber, Katy Perry, One Direction e PSY ammontavano, in una sola settimana, a 110 milioni di visualizzazioni su YouTube, 2 milioni di ricerche su Wikipedia e 1.5 milioni di like su Facebook.
Solo nel 2013 più di un miliardo di tweet hanno riguardato la musica e, tra questi, 100 milioni di tweet sono stati inviati solo dagli account di cantanti e musicisti.
Ecco allora che l’analisi costante delle interazioni sui social è diventata fondamentale per la raccolta di dati che aiutino gli operatori del settore a capire e a orientare il mercato.
Diverse aziende, come ad esempio la Universal Music, hanno quindi sviluppato, in collaborazione con società specializzate nei Big Data, sofisticati software allo scopo di creare un predictive profiling del fan musicale, non solo per comprenderne personalità e gusti ma, soprattutto, per studiarne le affinità con prodotti di largo consumo allo scopo di scegliere, tra gli artisti, quello più amato e utilizzarlo come testimonial in operazioni di marketing.
Anche Shazam è un’altra fonte ricca di dati, contenendo 25 milioni di tracce che creano interazioni tra più di 450 milioni di persone a livello globale. Di queste circa 90 milioni ogni mese taggano 17 milioni di canzoni, generando oltre il 7% delle vendite di Apple Music. E grazie a questo immenso bacino di informazioni, gli analisti di Big Data sono in grado di capire, con mesi di anticipo sul mercato, quali canzoni funzioneranno e quali no, quali saranno i prossimi successi e persino dove si diffonderanno.
Se una canzone piace, gli algoritmi prediranno che la prossima hit potrebbe essere una canzone simile, con un rischio implicito, certo: la musica, seguendo questo “ritmo”, rischia sempre più di assomigliarsi tutta. 
In base ai risultati di un recente studio fatto dal sito SeatSmart, i testi delle canzoni americane di maggior successo degli ultimi dieci anni appaiono infatti semplici e ripetitivi, utilizzando un lessico di sole 300 parole, a livello di un bambino di terza elementare, per intenderci.
E tuttavia, per ora, questo dato sembra importare poco, poiché nel mondo della musica la domanda che assilla i discografici è unica: quale sarà la prossima canzone che la gente vorrà ascoltare?
Così, oltre a Twitter e Shazam, anche Spotify, Pandora e perfino le ricerche su Wikipedia divengono proficue fonti di Big Data “musicali” per riuscire a individuare chi sarà la nuova, brillante stella internazionale e cosa dovrà cantare.
Ma… c’è sempre un ma. Anche se i Big Data sono una risorsa nella crisi del mercato discografico, la qualità delle canzoni e la raffinatezza degli artisti non sono (ancora) misurabili con formule matematiche.
Gli algoritmi, infatti, ottimizzano l’esistente e non lasciano spazio a variabili fuori controllo, mentre l’opera d’arte è per sua natura impalpabile, non misurabile e soprattutto non prevedibile.
E siamo quindi certi che, anche nell’universo ordinato dei Big Data, ciascuna nota all’apparenza impazzita, magari in un sound “incontenibile” riuscirà ancora ad incrinare l’inflessibilità delle statistiche, nella sonorità di un talento imprevedibile.
Almeno fino al prossimo algoritmo!
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
Ilfoglio.it
Huffingtonpost.it
Soundwall.it
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Ricordando Italo Calvino. Tra la fiamma e il cristallo.

[dropcap3]I[/dropcap3]l 19 settembre del 1985, a 62 anni, Italo Calvino spense la sua luce, che continua ancora oggi a illuminarci.
A poca distanza dalla celebrazione dei trent’anni dalla sua scomparsa non potevamo dunque non ricordarlo, riconoscenti per i tanti capolavori che ci ha consegnato e per le capacità anticipatorie che hanno costantemente accompagnato le sue opere.
Tanto che i suoi testi e le sue “lezioni” ci mostrano ogni giorno di più un modo di concepire il mondo lucido e visionario insieme, capace di ricondurre il pensiero letterario e quello scientifico a un unico sistema di valori e relazioni.
E in parte era “scritto”: figlio di un agronomo e di una botanica, Calvino ha ereditato dai genitori la vocazione scientifica, di cui ha mantenuto il rigore del linguaggio e l’onestà intellettuale, applicandola nella sua vita di letterato alla più nobile tradizione umanistica dell’Occidente.
Intellettuale unico e per certi versi irripetibile del panorama culturale italiano, insieme a Pasolini e Sciascia, Calvino resta un maestro del Novecento per lucidità e rigore, un faro sempre acceso per chi si occupi di letteratura, scienza e comunicazione.
L’orizzonte culturale da lui esplorato è vasto e multiforme, e l’eredità lasciata alle nostre e future generazioni è proprio il suo sguardo originale e innovativo, che abbraccia la poesia e la tecnologia, la filosofia e la scienza, in una sintesi ardita e affascinante, che ha anticipato sui tempi lo sviluppo del pensiero contemporaneo.
L’attualità di Calvino consiste proprio in questa capacità di contaminazione, di molteplicità dello sguardo, di visione stratificata, che rende il mondo – e l’uomo che lo abita – un universo sempre più misterioso, oltre ogni scoperta ed evidenza.
Ecco perché “leggerezza”, “rapidità”, “esattezza”, “visibilità” e “molteplicità” – i memos delle sue memorabili “Lezioni Americane” – rappresentano ancora oggi un modo di analizzare e, perché no, condizionare il futuro, in quanto modalità d’azione perfettamente adatte a connettere esperienze tra di loro all’apparenza inconciliabili.
Non è un caso se l’ultimo concetto solo abbozzato prima di morire, quello della “coerenza”, avesse in origine il titolo openness, intesa come apertura, qualità necessaria a qualsiasi forma di relazione, tra uomo e uomo e tra uomo e mondo.
Il suo incommensurabile dono, di cui siamo tutti grati, è dunque questa rinnovata prospettiva, eterna per natura e potenzialmente rivelatrice del nostro destino: la capacità di mettere insieme ciò che non sembra destinato ad esserlo, come il “cristallo” e la “fiamma”, l’uno algido, perfetto e immutabile, l’altra mobile e scostante, impetuosa tanto da bruciare se stessa.
Come Calvino stesso ci ricorda nel capitolo dedicato all’esattezza: “Quel che mi interessa ora è la giustapposizione di queste due figure (…). Cristallo e fiamma, due forme di bellezza perfetta da cui lo sguardo non sa staccarsi, due modi di crescita nel tempo, di spesa della materia circostante, due simboli morali, due assoluti, due categorie per classificare fatti e idee e stili e sentimenti”.
Cosa possiamo aggiungere?
Lieve fino ad essere invisibile, ma vivido di una luce imperitura, Calvino continua a risistemare le pietre del ponte, affinché l’arco che lo sostiene regga nel tempo.
 
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
– Italo Calvino, Lezioni Americane. Sei proposte per il nuovo millenio. Milano, 1993.
– Ritratto di Italo Calvino a cura di Gerardo Lunatici.
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Big Data & C. Chi trova un dato trova un tesoro

Stasera cinema o televisione? Rispondono i Big Data!

[dropcap3]Q[/dropcap3]Quanti di voi sono andati al cinema per vedere ‘The Lone Ranger’?
Indubbiamente pochi, trattandosi di uno dei più recenti insuccessi dell’attuale industria cinematografica statunitense: costato 215 milioni di dollari ne ha incassati ‘solo’ 261, nonostante la presenza di una star protagonista del calibro di Johnny Deep e la regia di Gore Verbinski.
L’equazione insegna che grandi investimenti e attori celeberrimi non innescano più in automatico la soddisfazione del pubblico, sempre più esigente in fatto di narrazioni tanto avvincenti da appagarlo al punto che il costo del biglietto diventa un regalo concesso a se stesso.
Ecco allora che anche le major cinematografiche della dorata Hollywood hanno bisogno del supporto dei Big Data: carte di credito, fidelity card, siti web, pagine e profili sui social network ricompongo il puzzle dei gusti e delle preferenze dell’utente, ricostruiti attraverso la sentiment analysis.
L’ascolto mirato e scientifico, attuato in tempo reale, dei pensieri e delle reazioni degli utenti davanti a un qualsiasi genere di evento, oltre che la rielaborazione di questi stessi input, consente l’accesso ad una miniera d’oro in termini di informazioni utili.
Secondo un modello appositamente redatto, sembrano essere ben dodici i fattori che le case di produzione dovrebbero tenere d’occhio per prevedere il successo o meno di un lungometraggio, suddivisibili a loro volta in due macro-aree di variabili: quelle dipendenti dalla produzione, quali il paese d’origine, il genere, il regista e gli attori, e, ancora, i numeri della distribuzione e della stagionalità, e quelle invece dipendenti  da fattori esterni, come ad esempio la presenza o meno di competitor, le previsioni sul numero degli spettatori possibilmente interessati etc.
Certamente occorre considerare anche l’opinione della stampa e dei critici, ma – se la sentiment analysis è compilataopportunamente – è possibile stimare in anticipo (e con una certa precisione) il futuro gradimento di pubblico di un determinato film, riuscendo a prevedere  il numero di biglietti venduti ancor prima che lo stesso entri in produzione.
Il medesimo approccio è applicabile anche nell’ambito dell’intrattenimento televisivo: Netflix, il popolare servizio statunitense di streming video approdato anche in Italia, ha deciso di sfruttare la grande mole di dati raccolti dai propri abbonati fino al minimo dettaglio, tenendo conto ad esempio di quali scene invece sono viste più volte rispetto ad altre. L’opportunità offerta da questo tipo di analisi non è stata sterile, tant’è che ha portato Netflix alla produzione di contenuti davvero originali, con la creazione di serie TV di successo come “House of Cards” e “Orange is the new black”, osannate dalla critica e pluripremiate.
Ma non è tutto un Dato quello che luccica! Esemplare e in controtendenza vanno infatti gli Amazon Studios, la più grande libreria virtuale sul mercato che ha iniziato a cimentarsi con la produzione d’intrattenimento televisivo, non senza difficoltà.
Dopo una serie di insuccessi iniziali, Amazon ha intascato diversi riconoscimenti durante l’ultima cerimonia dei Golden Globes per la produzione originale “Transparent”. Cosa è cambiato?
Se le scelte del reparto creativo erano determinate inizialmente dai Big Data, con il risultato di una serie iniziale di fallimenti, è arrivata la decisione di affiancare a tali pratiche i migliori sceneggiatori di Hollywood, capaci di miscelare una buona dose di elementi di successo fino alla serie da Golden Globe.
Nessuna illusione dunque, in materia di creatività e contenuti: i Big Data sono preziosi, a volte indispensabili, ma hanno bisogno di “sentimenti” e non solo di sentiment, sapientemente dosati dall’estro e dalla genialità degli autori, ancora fattori al di fuori del controllo delle analisi statistiche e dunque irrinunciabili. Così da vivere tutti felici e contenti, numeri, parole e… pellicole!
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
Ilsole24ore.com
Corriere.it
Ilfoglio.it
Bitmat.it
Bestmovie.it
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Performance da 10 e lode! Sharing Knowledge

Performance rigenerativa: come la piccola Salamandra sfida i Supereroi!

[dropcap3]A[/dropcap3] chi piacerebbe non ammalarsi mai o, nel caso di una ferita, assistere alla sua velocissima guarigione, come accade per alcuni personaggi immaginari, in particolare ai Super Eroi?
Tra le prerogative che hanno a disposizione – beati loro – spesso infatti c’è il potere di auto-cura, in alcuni casi innato e altre volte originato da un provvidenziale incidente di percorso, che ad esempio ne modifica il DNA.
Basti pensare a Hulk, la montagna di muscoli dalla pelle verde capace di rigenerare qualsiasi organo del corpo, o ancora all’invulnerabilità di Superman, l’eroe dal celebre mantello rosso.
Ma se questi Super Eroi si illudono di avere l’esclusiva di tali “magiche” abilità si sbagliano di grosso: qualcun altro – assai più mingherlino e molto meno esibizionista – la sa lunga in materia di rigenerazione dei tessuti.
Stiamo parlando di una specie particolare di salamandra, l’axolotl, chiamata anche assolotto, che vive nelle acque del lago di Xochimilco, vicino a Città del Messico.
In questa mirabolante creatura convivono due diverse “sindromi”: quella del Super Eroe, appunto, ma anche quella di Peter Pan. Basti pensare che si mantiene per tutta la vita a uno stadio larvale, raggiungendo la maturità sessuale senza mai completare la metamorfosi e conquistare i tratti tipici dell’adulto.
Questa sua peculiarità, chiamata “neotenia”, consente all’assolotto di mantenere i propri ciuffi branchiali che, simili a capelli arruffati, gli conferiscono un aspetto molto buffo e nell’insieme poco credibile.
Ma in questo caso l’apparenza inganna davvero: gli assolotti possono superare i 15 anni di vita, che trascorrono nella calma placida delle acque del lago, nutrendosi di tutto ciò che il lago Xochimilco e il suo complesso sistema di canali gli fa trovare ogni giorno senza fatica pronto “in tavola”: vermi, molluschi, crostacei etc.
Questi bizzarri animaletti sembrano dunque aver poco a che fare con la possanza e il coraggio dei Super Eroi descritti sopra, eppure qualcosa li accomuna: prosperano da ben 150 anni nei laboratori di ricerca di tutto il mondo dove, utilizzati inizialmente per una serie di studi sulle loro peculiarità anatomiche e la loro rara capacità di metamorfosi, sono impiegati ora per la ricerca sulle cellule staminali e la rinascita di arti e tessuti. Temi più che mai attuali… quasi di vita o di morte, potremmo dire, per chi è in attesa di buone notizie dal fronte di tante patologie devastanti.
Le più recenti scoperte hanno infatti dimostrato le notevolissime capacità rigenerative di questa speciale salamandra rispetto sia ai propri arti che ad alcuni dei suoi organi vitali, rappresentando quindi un utile modello per comprendere i meccanismi di rigenerazione che, negli esseri umani, non si manifestano più dopo il loro sviluppo fetale.
Gli studi si stanno concentrando sul caratteristico accumulo di cellule “invecchiate” (o senescenti) proprio nella zona dove deve rigenerarsi l’arto.
Tali cellule, infatti, prima creano e poi diffondono verso l’esterno numerose molecole che favoriscono la produzione di nuovi vasi sanguigni. Non solo. La stessa sorte si diffonde ai nervi e alla cosiddetta matrice extracellulare, una specie di “base” solida sulla quale le cellule possono ancorarsi e infine crescere.
E non è finita qui: una volta adempiuto il proprio eroico compito di avviare il processo di rigenerazione, le cellule senescenti sono letteralmente digerite da altre cellule “spazzino”, dette macrofagi, così da lasciare il posto a cellule giovani e capaci di riprodursi.
L’indole fugace dei Super Eroi del nostro immaginario cede così il passo alla meraviglia autentica quanto microcosmica della piccola, stramba salamandra, che restituisce dignità all’ordine naturale delle cose senza farla tanto lunga e soprattutto senza mantelli di sorta!
Che altro dire? Bravo il nostro axolotl, che di lotte estenuanti con malvagi criminali non ne vuole proprio sapere, ma preferisce nuotare nelle acque profonde del suo lago, mentre sgranocchia, ogni tanto, qualche ignaro mollusco.
Campa assolotto, che l’arto ricresce!
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
Nationalgeographic.it
– Yun MH, Davaapil H, Brockes JP. Recurrent turnover of senescent cells during regeneration of a complex structure. Elife. 2015 May 5;4.
– Reiß C, Olsson L, Hoßfeld U. The history of the oldest self-sustaining laboratory animal: 150 years of axolotl research. J Exp Zool B Mol Dev Evol. 2015 Apr 29
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Il Rizoma come web-metafora multimediale

[dropcap3]N[/dropcap3] on è semplice riuscire a descrivere pienamente – o, come direbbe Italo Calvino – rendere visibili, concetti complessi, che intersecano a loro volta molteplici significati. Il Web e la sua rete pressoché illimitata di connessioni è uno di questi, proprio per il livello di complessità che ha raggiunto.
In questi casi, in cui il senso più preciso di un concetto rischia di sfuggire tra le mani scivolando di qua e di là, la metafora – come una freccia scoccata, rapida e veloce – è una delle modalità espressive che ci viene in soccorso, capace di tracciare una scorciatoia tra noi e il significato cui fa riferimento, illuminandolo in una luce più piena.
Alla Rete, intesa nella sua accezione più ampia di intreccio e produzione di significati multilivello, si connette in maniera sorprendente la metafora del “rizoma”.
Il termine, che non è proprio tra i più conosciuti, proviene dalla botanica: il Rizoma è infatti presente in molte piante erbacee, e si presenta all’apparenza come una radice molto diramata, ma è invece una vera e propria porzione di fusto che si sviluppa sotto il livello del suolo, possiede gemme proprie e funziona da deposito di sostanze nutrienti.
L’aspetto del Rizoma, per la sua ramificazione, connessione ed estensione, esprime una rappresentazione concettuale molto interessante: qualsiasi punto è connesso a ognuno degli altri attraverso un’espansione multidirezionale.
La sua specificità – configurata come potente metafora – è stata così sfruttata proficuamente da più pensatori e filosofi contemporanei.
Jung fu tra i primi ad affermare come la vita gli facesse pensare a una pianta che vive del suo Rizoma: qualcosa che esiste in un contesto nascosto, sotterraneo, capace di perpetuare il flusso vitale senza lasciare che si interrompa, ben oltre i cambiamenti ed il fluire di quanto accade in superficie.
Il medesimo concetto filosofico è il contenuto cardine di un poderoso volume scritto dal filososo Gilles Deleuze e dallo psicanalista Félix Guattari, entrambi francesi. Si tratta di “Mille Piani”*, prodotto editoriale concepito esso stesso su più livelli, in una struttura innovativa e originale dove ogni capitolo può essere letto sia partendo da qualunque altro che procedendo nella lettura in modo tradizionale e sequenziale.
Il concetto stesso di “Rizoma”, che rende visibili tali livelli trasversali di interpretazione, è sostenuto da una linea di pensiero opposta a quella tipica della filosofia tradizionale, definita “arborescente”, che procede in modo gerarchico e lineare, definendo categorie di significato rigide e definite una volta per tutte, secondo un approccio tuttora dominante in molte discipline.
I due studiosi francesi – attraverso i loro studi e le loro riflessioni – riconoscono tuttavia al pensiero veramente creativo e aperto al cambiamento la vera e propria necessità di diventare “rizomatico”, al fine di riverberarsi in maniera potenzialmente vantaggiosa sia per il singolo che per la collettività.
Il Rizoma, infatti, dotato di molteplici centri di partenza, è capace di progredire senza stabilire gerarchie interne, ed è vocato naturalmente a creare una comunicazione produttiva attraverso l’interazione tra due o più punti in qualsiasi direzione.
Come non riferirsi al Web, dunque, in questa serie di coincidenze e sovrapposizioni concettuali, sia strutturali che funzionali?
L’avvento di internet, nei fatti, ha già creato le condizioni per poter proseguire in questo cambiamento di paradigma, rappresentando la perfetta traduzione tecnologica del pensiero rizomatico: il web non obbliga ad una direzione, ma segnala concatenazioni e lascia liberi di giocare a creare connessioni, passando da un piano all’altro dello scibile.
Ai mille e uno dati che la rete accumula, con il rischio di diventare un inutile ristagno, si affianca la possibilità di sistema interpretativo “rizomatico’”, mobile, multidirezionale, assolutamente non rigido e in continua evoluzione, per accogliere la perenne espansione dei dati stessi. Il fine? nessuna barriera tra i vari campi del sapere, ma solo contaminazioni, affinché ogni informazione di oggi possa diventare la riserva vitale – o la gemma destinata a sbocciare – per il sapere di domani e dopodomani.
Di seguito i sei principi fondamentali che stanno alla base del Rizoma: alcuni di questi sono davvero molto somiglianti a quelli che caratterizzano il funzionamento della Rete:
– [highlight]Principio di Connessione[/highlight]: ricorda lo stato dei collegamenti ipertestuali della Rete, in cui “qualsiasi punto può essere collegato con qualunque altro”.
– [highlight]Principio di Eterogeneità[/highlight]: il Rizoma mette in collegamento tra loro sistemi semiotici diversi, raggruppando elementi di natura differenti ciascuno con una propria caratteristica identità.
– [highlight]Principio di Molteplicità[/highlight]: come tutti i sistemi aperti, il Rizoma – come la Rete – è percorribile secondo molteplici percorsi e associazioni, con la conseguente possibilità di innumerevoli interpretazioni che ne personalizzano in maniera partecipativa il significato, ampliandolo sempre più.
– [highlight]Principio di Rottura Asignificante[/highlight]: a diffferenza dei testi tradizionali, separati tra loro da “rotture” significanti che conducono in maniera univoca a sensi differenti,  nel Rizoma – e nella Rete –  il balzo da un testo all’altro acquista un valore di congiunzione, nel senso della navigazione complessiva che si sta portando a termine.
– [highlight]Principio della Decalcomania[/highlight]: indica la possibilità di un testo – o un di dato – il cui significato può essere riprodotto all’infinito, o duplicato, senza che il suo senso fondante venga alterato. Un esempio esaustivo è l’informazione genetica, che  ricalca ogni volta lo stesso codice di individuo in individuo all’interno della medesima specie.
– [highlight]Principio della Cartografia[/highlight]: così come in una mappa i percorsi per una destinazione sembrano all’apparenza già predestinati, in una geometria immutabile di strade, piazze e vicoli, ciascuno può in realtà imprimervi infinite varianti, seguendo una serie successiva di bivi e svolte, arrivando tuttavia alla medesima destinazione. Allo stessomodo accade nel Rizoma e nella Rete, che consentono infinite scelte di percorso per arrivare alla stessa meta.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
Inventati.org
Treccani.it
Quelcherestadelmondo.wordpress.com
–  Mille Plateaux (Mille piani. Capitalismo e schizofrenia), di Gilles Deleuze e Felix Guattari. 1980.
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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Dataclisma: quando il mezzo giustifica il fine. O no?

[dropcap3]C[/dropcap3]he le faccende di cuore siano – da sempre – il passaggio segreto verso la conoscenza dei valori, delle intenzioni e dei comportamenti di chi questo cuore lo ha dentro, è noto.
Ma che le scelte sentimentali potessero consentire studi sociologici su temi assai lontani dai semplici affetti e per analisi di tipo antropologico, questo era meno immaginabile.
Un esempio davvero interessante e originale di questo tipo di deduzioni e inferenze su basi statistiche ce lo consegna un libro uscito in Italia di recente e che ha come tema le analisi e le conversazioni di tipo amoroso, o quasi: “Dataclisma”.
Grazie a un punto di osservazione davvero straordinario, l’autore del libro, Christian Rudder, matematico laureato ad Harvard, ci riporta pagine e pagine di analisi e studi sull’umana condizione, con un registro molto “american style”.
Cofondatore e presidente di OkCupid, uno dei maggiori siti di dating online degli Stati Uniti, Rudder, che guida da anni il team di analytics del gruppo, analizza in queste pagine dense di sorprese – e a volte di dati inaspettati – il comportamento dei suoi utenti quando cercano l’anima gemella credendo – peccando di ingenuità – che nessuno li stia guardando.
E invece l’algoritmo di OkCupid (di cui parleremo per esteso in un prossimo articolo) analizza ed elabora in maniera lucida e imparziale non solo le domande che i single fanno al sistema mentre sono alla ricerca della felicità, ma anche le risposte che gli utenti spesso si danno da soli.
Quella che ne esce è una fotografia sorprendente che inquadra non solo dati statistici di tipo affettivo, ma sociali, culturali, ideologici. E, visto che i numeri in certi casi fanno la differenza, la portata di questi dati non può essere ignorata.
Parliamo infatti di un sito che solo nell’ultimo anno ha registrato dieci milioni di utenti e che, in una sola sera, genera 30.000 nuovi appuntamenti.
Cosa ne esce, dunque, da questo cilindro di numeri impressionanti? Le parole dell’autore sono esaustive. “La cosa che sorprende dell’umanità? Che stereotipi e luoghi comuni sono veri”.
Con questo semplice, emblematico commento, l’autore ci rivela in poche righe che i sentimenti, alla fine, sono sempre gli stessi, e che, a volte, sono anche troppo semplificati.
Eccone alcuni esempi (ATTENZIONE, SPOILER!!! :-):

  • gli uomini sono molto più generosi nel giudicare i profili delle candidate: in un range che va da uno a cinque, la loro media di voto è tre, mentre per le donne è due;
  • la bellezza è un fattore di grande rilevanza per entrambi i sessi, influenza le scelte in maniera esponenziale e “obbedisce alla stessa legge matematica che usano i sismologi per misurare l’energia rilasciata dai terremoti”;
  •  il fattore età è un discrimine importante di genere: gli uomini, si sa, cercano le donne più giovani (molto giovani, giovanissime!), mentre le donne preferiscono addirittura partner coetanei o più grandi.

E poi, andando a dati meno divertenti, è accertato che le donne bianche ricevono più email rispetto a tutte le altre razze (però, ingrate, tendono a rispondere soltanto a uomini bianchi), e che ci sono, sul web, persone che nel tentativo di avvicinare i profili, utilizzano, nella redazione dei loro messaggi, le tecniche del copia-incolla.
Il libro, di dato in dato, analizza non solo le scelte “affettive” degli utenti, ma si allarga verso tematiche  di interesse collettivo riguardanti la politica, l’economia, la società: “I siti di incontri sono progettati per fornire alle persone strumenti e informazioni per ottenere quello che vogliono dal loro status di single. (…) Dalla statura alle opinioni politiche, dalle fotografie ai testi scritti: c’è tutto, e tutto è consultabile e a portata di mano“. Molti dei dati riportati, inoltre, si riferiscono ad altre piattaforme, tra cui Facebook e Twitter. Si tratta insomma di un’esplorazione davvero trasversale!
Lasciando al lettore il piacere della scoperta di tutti gli altri interessanti dati e segreti che il libro custodisce, chiudiamo con un avvertimento che il libro mette bene a fuoco: attenzione ai “filtri”, alle condizioni, alle discriminazioni a priori.
I sentimenti umani, anche se guardati attraverso la lente neutrale dei Big Data, si mostrano per quello che sono: fallibili.
E a volte, in nome di aspettative stereotipate e un po’ troppo pretenziose, si scartano a priori possibilità reali senza nemmeno esserne consapevoli, persino utilizzando sistemi all’apparenza precisi al millimetro, anzi, alla parola, quali ad esempio un sito di incontri estremamente selettivo.
Come a dire che a volte il mezzo, oltrepassa il fine senza che nessuno, o quasi, se ne accorga.
Giusto un algoritmo, in questo caso. O due, tre…
 
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
– Dataclisma, Christian Rudder, Mondadori, Giugno 2015.
OkCupid.
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Agli albori dei Big Data Big Data & C.

Ritorno al futuro: alla ricerca delle origini dei motori di ricerca

[dropcap3]A[/dropcap3]bituati a cercare online siti di ogni tipo, parole-chiave tra le più strane e informazioni delle più disparate, non tutti conosciamo la storia della tecnologia che sta alla base di tali, sterminate possibilità di ricerca, quella dei “motori di ricerca”, appunto. Uno per tutti Google.
Questo, nonostante siamo in moltissimi ad avvantaggiarcene – sia per gli aspetti personali della nostra vita che per le nostre attività professionali – e nonostante tale tecnologia sia diventata un paradigma in grado di generarne di nuove.
Facciamo allora un passo indietro, alla ricerca (anche noi) di queste informazioni perdute, e cerchiamo di mettere in fila – là dove è possibile – i punti salienti di questo racconto, assieme ai suoi principali protagonisti.
Come prima cosa occorre risalire alla nascita della rete vera e propria, quella di Internet.
Correva l’anno 1991, al CERN di Ginevra, il 6 di agosto, quando Tim Berners-Lee, informatico britannico, e il suo collega, Robert Cailliau, pubblicarono su Internet il primo sito Web mai realizzato al mondo: quello del centro di ricerca per il quale entrambi lavoravano. Il sito era stato progettato sulla base del concetto di hypertext, inteso come insieme di documenti messi in relazione tra loro per mezzo di parole chiave. Nasceva così il Web, ovvero il “World Wide Web”, come venne battezzato da Berners-Lee.
Utilizzata inizialmente solo dalla comunità scientifica, la tecnologia alla base del web viene resa pubblica il 30 aprile 1993 proprio dal CERN: da quel momento in poi – grazie alla notevole mole di informazioni che viaggiavano attraverso la rete – cominciarono a nascere i primi archivi, con il fine di rendere consultabili tali dati da tutti gli interessati in qualsiasi momento.
Una realtà, questa, immaginata nel lontano 1945 da uno dei pionieri dell’informatica e degli ipertesti: Vannevar Bush, che aveva già da allora ipotizzato la necessità di un sistema in grado di gestire cui una grande mole di informazioni, «continuamente estesa, conservata ma soprattutto consultabile».
Il World Wide Web, dunque, inizia a ospitare milioni e milioni di documenti, e si candida naturalmente a svolgere la funzione di archivio per eccellenza. Accade così che nei centri di ricerca dei più importanti Atenei universitari si cercano di mettere a punto nuovi metodi di archiviazione e di consultazione che siano all’altezza di una tale mole di dati.
Vengono dati alla luce i primi motori di ricerca, in tecnichese “spider” o “crawler”, in grado di leggere e catalogare i documenti all’interno del “world wide web” rendendoli disponibili agli utenti nelle cosiddette “SERP” (Search Engine Result Page), le pagine in cui sono visibili uno dopo l’altro i risultati forniti dai motori di ricerca in base alle “query” (domande) poste alla rete.
Il primo embrione di questa tecnologia risale al 1990, si chiama Archie ed è stato creato da uno studente canadese della McGill University of Montreal, Alan Emtage. (Archie, per essere precisi, fu un motore di ricerca per gli archivi di documenti distribuiti con il protocollo FTP, e non per il world wide web. Ci sembrava però corretto citare questo come il progenitore dei motori di ricerca.).
Nonostante alcuni suoi punti deboli – tra cui il fatto che l’utente poteva interrogarlo solo se conosceva perfettamente il nome del file da trovare (tra gli allora 2,6 milioni circa di documenti archiviati), Archie attirò su di sé la curiosità e le attenzioni di molti studiosi, che a loro volta avviarono numerose ricerche su come registrare e rendere disponibili i documenti su internet in maniera agevole e rapida. E, a furia di cercare, qualcuno iniziò finalmente ad avvicinarsi sempre di più allo strumento di ricerca perfetto, secondo le sue necessità.
Da qui in poi le tappe si susseguono in una vera e propria evoluzione, come riportato di seguito in un breve, non esaustivo elenco.
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[highlight]1993[/highlight]
Aliweb (Archie Like Indexing on teh Web) viene creato da Martij Koster sulla scia di Archie, e ha come obiettivo la raccolta di tutti i siti presenti sul web. La grande innovazione che porta con sé è la possibilità, per ogni singolo utente, di inviare l’indirizzo del proprio sito, così da includerlo nella lista indicizzata.

[highlight]1994[/highlight]
Viene lanciato Lycos, un motore di ricerca che dimostra in poco tempo la sua grande potenza nell’ispezionare il web e il proprio innovativo sistema di ricerca basato sull’importanza attribuita alle ricerche già effettuate in precedenza, nonché sulla possibilità di approssimare le parole usate per l’indagine. Il suo archivio, composto da 394.000 documenti a solo un mese dalla sua nascita, si espanderà sino a contenerne più di 60 milioni nel novembre del 1996. (Lycos si evolverà poi in portale web d’intrattenimento, con fornitura di servizi e-mail e social network.)
[highlight]1994[/highlight]
Negli stessi anni nasce Yahoo!, grazie all’impegno di David Filo e Jerry Yang. Ideato inizialmente come una raccolta delle pagine web preferite dai due informatici statunitensi, Yahoo! si impone sulla concorrenza grazie ad un’importante novità: ogni sito web che viene indicizzato è dotato di una descrizione. Yahoo! negli anni non solo cresce notevolmente, ma inizia ad inserire al proprio interno siti commerciali, facendo pagare un canone annuo per far parte del suo archivio.
[highlight]1995[/highlight]
Compare AltaVista, dotato di una larghezza di banda quasi illimitata per i tempi e primo a offrire le query in un linguaggio naturale. Diviene uno dei motori di ricerca più popolari tra gli utenti per la sua velocità, poi surclassato da Google e acquistato, nel 2003, da Yahoo!
[highlight]1996-1998[/highlight]
In questi anni, per la prima volta, i webmaster iniziano a “ottimizzare” i siti, ovvero a svolgere tutte quelle attività finalizzate a ottenere la migliore rilevazione, analisi e lettura del sito web da parte dei motori di ricerca.
Si pubblicano sul web i primi documenti che parlano di analisi e di estrazione dei dati dalle pagine web. Per la prima volta, John Audette e Bruce Clay utilizzano il termine SEO (Search Engine Optimization), presentato ufficialmente nel 1997, riferendosi all’opera di tecnici qualificati che “ottimizzano” le pagine online (struttura, testi, immagini etc) così da essere più facilmente trovati dai motori di ricerca.

[highlight]1998[/highlight]
Il genio di Sergey Brin e Larry Page, due studenti di Stanford appassionati di matematica, porta alla creazione del PageRank, un algoritmo di analisi atto alla catalogazione dei siti attribuendovi importanza o meno sulla base del peso assegnato a ogni elemento di un collegamento ipertestuale. Con il PageRank nasce Google, destinato a diventare il sito e motore di ricerca più visitato.
[highlight]2001[/highlight]
Si verifica una massiccia migrazione degli utenti verso Google che, di fatto, diviene il motore di ricerca più usato dagli internauti. Nello stesso anno, l’introduzione dei primi Social Network segnano una nuova rivoluzione e pongono la necessità di integrare, negli algoritmi di ricerca, i segnali e le tendenze provenienti da essi.
[highlight]2009[/highlight]
Microsoft concretizza il bagaglio di conoscenze acquisite da precedenti esperienze (MSN Search, Live Search, Windows Live Search) in un nuovo motore di ricerca: Bing. L’anno successivo anche Yahoo! abbraccia la tecnologia di Bing, cominciando ad utilizzare il motore di ricerca di Microsoft nel suo portale.
[highlight]2010[/highlight]
Google lancia Google Instant, ovvero la casella di ricerca in tempo reale, che mostra i risultati considerati più pertinenti dal sistema nel momento stesso in l’utente digita la ricerca.

[highlight]2011-2014[/highlight]
In questi ultimi anni gli aggiornamenti dell’algoritmo di ricerca di Google si fanno sempre più intensi, e sono volti da un lato a migliorarne le performance semantiche, dall’altro penalizzare comportamenti scorretti nella rete. Ecco i principali aggiornamenti, dai nomi più strani:

– 2011 – Google Panda: filtro di ricerca che penalizza i siti con contenuti di bassa qualità.
– 2012 – Google Penguin: intercetta i siti che, utilizzando tecniche di spam, hanno generato link in entrata non in maniera naturale, ma a pagamento.
– 2013 – Google Hummingbird: algoritmo studiato per comprendere il significato semantico di una ricerca piuttosto che basarsi sulle singole parole.
– 2014 – PigeonUpdate: i risultati di ricerca vengono geolocalizzati in base alla zona in cui la ricerca stessa viene eseguita.
[highlight]2015[/highlight]
In corso! Stay tuned!
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– Softrade.it
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– Informatica-logica.com
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Reazioni non pericolose Sharing Knowledge

Leggera e resistente come… una ragnatela sospesa sull’abisso!

[dropcap3]T[/dropcap3]ra i meme tanto cari al nostro mentore Italo Calvino, la ricerca di leggerezza occupa un ruolo risolutivo, rappresentata come “reazione al peso del vivere”.
Prendiamo ad esempio la città-ragnatela di Ottavia, una tra “Le città invisibili” dell’autore: sospesa su uno strapiombo, è legata alle creste di due montagne soltanto da esili funi e catene che formano una rete di sostegno al di sopra del nulla, dove le case fatte a sacco, le scale, le amache e tutto il resto sta appeso al di sotto. Calvino conclude: “Sospesa sull’abisso, la vita degli abitanti d’Ottavia è meno incerta che in altre città. Sanno che più di tanto la rete non regge”.
Ed ecco che, all’interno del tema che tratteremo oggi, legato alle strabilianti performance del mondo naturale, quel “più di tanto” – riferito alla realizzazione delle ragnatele dal punto di vista scientifico – assume un valore specifico notevole.
Sottile da essere quasi invisibile, leggera e resistente, la ragnatela assume spontaneamente forme di sorprendente bellezza geometrica, confezionate in maniera “artigianale” dalle abilità di un piccolo artropode capace di stupirci per la sua efficienza.
Pur risultando meno densa dell’acciaio, la ragnatela è infatti un manufatto unico per capacità di resistenza, soprattutto se messa a confronto con un’apparenza così fragile: tale espressione di leggerezza in forma di “filo” è in grado di sostenere un carico di rottura pari a circa 1.3-1.65 gigapascal, ovvero dieci volte la pressione avvertita sul fondo della fossa delle Marianne.
Come è possibile una tale, straordinaria capacità?
Le strabilianti proprietà meccaniche della ragnatela, che possiede fili due volte più elastici del nylon e capaci di tendersi più di un terzo della loro lunghezza, si devono a due tipi di microscopici filamenti di seta.
Il primo tipo è rivestito da un liquido vischioso ed evidentemente creato per intrappolare gli insetti, mentre il secondo è un particolare tipo di seta denominata dragline, letteralmente “filo teso’” utilizzata sia per costruire il cerchio esterno della rete ed i fili che irradiano dal centro, sia per la corda di salvataggio, ossia il filamento tessuto dai ragni quando sono in caduta libera.
Attraverso l’elaborazione attuata da ghiandole specializzate dette seritteri, il ragno ottiene i filamenti di seta convertendo in fibre solide una sostanza liquida costituita da particolari proteine, la più forte ‘spidroin 1’ e la più elastica ‘spidroin 2’.
Nel passaggio dallo stato liquido a quello solido, entrambe le proteine cambiano la loro struttura ed acquistano stabilità a causa del PH acido presente nelle ghiandole filatrici: mentre una delle estremità della molecola di spidroin diventa sempre più salda all’aumentare dell’acidità, l’altra estremità si destabilizza, attivando una combinazione di effetti che porta all’accoppiamento di più molecole e bloccando la proteina in una rete molecolare altamente resistente ed elastica.
Ed ecco che dal mondo “naturale” tale eccezionale performance è stata oggetto non solo di studio, ma anche di importanti scoperte e innovazioni.
In ragione delle sue intrinseche proprietà di forza e resistenza – e come poteva non essere così? – la seta dragline è oggi la candidata ideale per un’ampia gamma di applicazioni industriali, come giubbotti antiproiettile, corde per i paracadute e cavi in genere. In aggiunta, gli alti tassi di biocompatibilità e biodegradabilità delle sete di ragno, in qualità di materiali proteici, promettono importanti passi avanti anche nel campo biomedico, dai fili per suturare le ferite alle operazioni di rigenerazione dei tessuti.
Non solo. Questo modello di “lavorazione”, focalizzato nel 2013 da ricercatori svedesi, ha rappresentato un importante spunto di avvio per la progettazione di nuovi metodi di sintesi artificiale, colti ed ulteriormente migliorati dall’attività del Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale e Meccanica dell’Università di Trento: il team ha condotto importanti tentativi di simulazioni al computer, finalizzati a progettare una fibra super-resistente a partire da quella prodotta dal ragno.
Attraverso la diversa combinazione di blocchi di amminoacidi, unità fondamentali delle proteine, sono stati creati modelli di fibre con potenziate proprietà meccaniche, ottiche, elettriche e termiche, per le quali si sta ora studiando il metodo di produzione più efficiente ed economico.
Un’ultima, illuminante informazione: i geni dei ragni responsabili della produzione della seta sono rimasti sostanzialmente inalterati attraverso 125 milioni di anni di storia dell’evoluzione, a conferma che Madre Natura conosce bene il fatto suo, e lascia inalterato ciò che funziona in maniera esemplare. Nello stesso tempo, ci consegna pratiche esemplari da seguire e perseguire.
Magari con la stessa grazia e “leggerezza”.
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– Greenreport.it
– Galileonet.it
– Encanta.it
– Archiviobolano.it
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