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6MEMES TRENDS Dati e ICT nelle imprese e nella società

Interoperabilità: lo scambio di informazioni come luogo di inter-mediazione e comunanza.

La base della interoperabilità: lo scambio di informazioni

Nell’articolo incipit del 2020 è stato introdotto il tema 2020 di 6MEMES, centrato sulla interoperabilità, fra entità (umani, macchine, sistemi più o meno complessi…) e a vari livelli. In questo articolo, il primo della mia serie di quest’anno, analizzeremo nei dettagli la comunicazione come base della interoperabilità, riprendendo in esame alcuni concetti fondamentali parzialmente introdotti in un precedente intervento [1].

[sf_iconbox image=”ss-shuffle” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Interoperabilità[/sf_iconbox]

Il concetto di interoperabilità è associato al verbo inter-operare. Dove, secondo Treccani, “il prefisso inter ha (in genere) i significati della preposizione tra, indicando quindi condizione, posizione intermedia fra due oggetti, fra limiti di spazio o di tempo, comunanza e collegamento o reciprocità (come, ad esempio, inter-azione, inter-scambio, inter-comunicante)”.
[bctt tweet=”Il concetto di interoperabilità – come ci illustra il professor Giulio Destri – è associato al verbo inter-operare.” username=”MapsGroup”]
Quindi l’interoperabilità prevede l’operare insieme di due o più entità, con una intercomunicazione (ovvero un inter-scambio di informazioni) fra le parti, svolgendo un compito suddiviso fra le parti stesse, che, in molti casi, non sarebbe possibile svolgere per una delle parti da sola. Pertanto per l’interoperabilità di due o più entità è indispensabile la comunicazione fra di esse.

[sf_iconbox image=”ss-usergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]La comunicazione: presupposto indispensabile per l’interoperabilità[/sf_iconbox]

Partiamo dalla base: cosa è la comunicazione?
Possiamo definirlo come un fenomeno fisico attraverso cui si trasmette informazione da un mittente ad un destinatario. Il destinatario compie di solito una re-azione alla informazione ricevuta, che può comprendere l’invio di un messaggio di ritorno al mittente [1].
La comunicazione può essere monodirezionale (o unidirezionale), cioè con un flusso di informazione sempre diretto nello stesso verso (dal mittente al destinatario) o bidirezionale, cioè con una sequenza di messaggi unidirezionali che le parti coinvolte si scambiano nel tempo. Nella figura seguente è mostrata una comunicazione composta da una sequenza di due messaggi scambiati fra un mittente ed un destinatario generici (i termini si riferiscono alla situazione iniziale, nel messaggio “di ritorno” i ruoli si invertono).

Come esempio, nel caso di due persone possiamo pensare ad una che chiede l’ora ad un’altra (richiesta) e questa risponde con il valore dell’ora (risposta). Nel caso di due sistemi informatici possiamo pensare ad un browser che chiede una pagina web ad un server (richiesta) e questo risponde con un messaggio contenente la pagina (risposta).
Nel caso di più entità presenti ed intercomunicanti tra loro si possono distinguere vari tipi di messaggi (che possono dare origine a sequenze e quindi a comunicazioni bidirezionali):

  1. Messaggi punto-punto o 1-a-1, in inglese one-to-one o point-to-point), in cui un mittente (Entità 1 in figura sottostante) invia un messaggio (indicato in rosso con la punta grande in figura) ad un solo ricevente (Entità 2 nella figura);
  2. Messaggi uno-a-molti (in inglese multicast), in cui un mittente (Entità 1) invia un messaggio (indicato in lilla con la punta sottile) a molte entità ma non a tutte (Entità 3 ed Entità 4 nell’esempio in figura);
  3. Messaggi uno-a-tutti (in inglese broadcast), in cui un mittente (Entità 1) invia un messaggio (indicato in verde) a tutte le altre entità presenti.

Come esempio possiamo pensare ad una conferenza:

  • l’oratore parla per tutti (broadcast);
  • due persone che chiacchierano fra loro scambiano messaggi punto-punto;
  • Un intervento di una persona del pubblico che non viene sentito da tutti è un multicast.

Quanto finora visto è un modello logico della comunicazione. Un modello deve servire per comprendere ed eventualmente prendere decisioni ed agire: in molti casi il modello logico è più che sufficiente per comprendere ed usare la comunicazione. Ma in altri casi no e quindi è necessario approfondire con un modello più vicino alla realtà fisica della comunicazione.

[sf_iconbox image=”ss-phone” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Un modello “fisico” per la comunicazione[/sf_iconbox]

Nella comunicazione l’entità base è il messaggio, ossia ciò che contiene l’informazione da trasmettere. Per esistere nel mondo fisico l’informazione deve essere rappresentata in modo fisico, sia per la sua rappresentazione statica (ad esempio, lettere su carta) sia per la sua trasmissione (ad esempio, parole pronunciate a voce) sotto forma di messaggio. Quindi, dal punto di vista fisico, un messaggio è una variazione di grandezze fisiche che si propagano nello spazio [2].
Nel caso di comunicazione fra esseri umani o in cui il destinatario è un essere umano il messaggio può essere [3], ad esempio:

  • la luce riflessa (radiazione elettromagnetica) dalle pagine di un libro o di un cartellone pubblicitario in cui la variazione di colori produce le forme che noi sappiamo interpretare come lettere o altro (canale visivo);
  • il suono della voce di un’altra persona o il rumore di un apparecchio meccanico (canale auditivo).

Nel caso di comunicazione fra macchine di solito il messaggio è formato da segnali elettrici (lungo cavi) o segnali elettromagnetici (nell’etere o lungo fibre ottiche) o, in casi meno frequenti, segnali sonori [2].
[bctt tweet=”Nella comunicazione l’entità base è il messaggio, ossia ciò che contiene l’informazione da trasmettere.” username=”MapsGroup”]
Il tipo di canale che esiste fra mittente e destinatario determina quindi il tipo di messaggio, ovvero il tipo di segnali che formano il messaggio che possono essere trasmessi. Non è possibile trasmettere direttamente la voce nel vuoto ed ecco che gli astronauti sulla Luna e nello spazio devono avere radio nelle proprie tute spaziali per poter comunicare tra loro. Analogamente, in posti dove non arrivano cavi, per potersi collegare ad Internet è necessario un segnale radio.

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Codificare il messaggio: codice come meta-informazione[/sf_iconbox]

Fino ad ora abbiamo visto cosa può essere, concretamente, un messaggio.

Ma per poter trasmettere una informazione, che sia comprensibile per il destinatario, mittente e destinatario devono condividere il codice di rappresentazione (detto anche meta-informazione), ossia un insieme di regole che permettono di rappresentare il messaggio come un insieme di simboli elementari trasmissibili come segnali attraverso il canale (fase di codifica) e ricevibili dal destinatario, che provvede a fare la trasformazione inversa (fase di decodifica) ricostruendo l’informazione presente nel messaggio che ha ricevuto.

Per esempio, nella comunicazione interpersonale la componente verbale del messaggio [1], [3] è composta dalle lettere che, se il segnale è sonoro sono rappresentate dai fonemi associati, se il segnale è visivo sono rappresentati dalle lettere (nella scrittura alfabetica) o dagli ideogrammi (nella scrittura ad ideogrammi, come ad esempio il cinese) con le loro forme. Nel caso della comunicazione digitale supponendo ad esempio di trasmettere un file fra due computer, esso viene scomposto nell’insieme di bit che lo formano, che vengono poi trasmessi sotto forma di impulsi elettrici o onde radio [2]. A loro volta i bit sono associati al contenuto del file (testo, immagini, suoni…) attraverso opportune regole di rappresentazione (metadati), come descritto in [2].

È quindi necessario un modello più completo per la comunicazione, come mostrato nella figura sottostante

Mittente e destinatario si scompongono in

  • Sorgente: produce l’informazione originale da trasmettere nel messaggio;
  • Trasmettitore: trasforma l’informazione in un insieme di segnali trasmissibili attraverso il canale attraverso l’operazione di codifica;
  • Canale: trasporta il messaggio (per la radiazione elettromagnetica può essere anche lo spazio vuoto);
  • Ricevitore: riceve un insieme di segnali che rappresenta il messaggio e deve ricostruire l’informazione in esso contenuta attraverso l’operazione di decodifica;
  • Destinazione: deve ricevere l’informazione prodotta dalla sorgente.

Trasmettitore e Ricevitore devono condividere il codice prima della trasmissione del messaggio, altrimenti il secondo non è in grado di svolgere la decodifica e quindi ricostruire l’informazione ricevuta. Ad esempio, se una persona ci parla in una lingua straniera o usando parole italiane di cui non conosciamo il significato, noi non siamo in grado di ricostruire il contenuto del messaggio, anche se riusciamo a udire perfettamente la sua voce. Analogamente, in una comunicazione digitale è necessario che Trasmettitore e Ricevitore condividano il modo in cui i bit sono rappresentati e, in generale, Mittente e Destinatario devono condividere anche il significato da associare ai bit [2].

È da notare che, nel mondo reale, il canale non è ideale in quanto:

  1. I segnali che formano il messaggio possono essere modificati dal canale stesso con il fenomeno delle alterazioni [2]; si pensi ad esempio al fastidioso effetto rimbombo della voce in certi ambienti, o all’attenuazione che il suono e la luce subiscono con la distanza;

  2. Nel canale possono essere presenti altri segnali che si sovrappongono a quelli contenenti il messaggio (effetto noto come rumore); si pensi, ad esempio, al fastidio che ci da al cinema un vicino che continua a parlare mentre cerchiamo di ascoltare i dialoghi;

  3. Può trasmettere informazioni solo fino ad una certa velocità; per semplificare questo concetto, pensiamo a cosa succede quando ascoltiamo una persona che parla molto in fretta in una lingua straniera che conosciamo solo parzialmente…

[bctt tweet=”In una comunicazione digitale è necessario che Trasmettitore e Ricevitore condividano il modo in cui i bit sono rappresentati e, in generale, anche il significato da associare ai bit.” username=”MapsGroup”]

Pertanto, la comunicazione ha successo solo quando l’informazione trasmessa contenuta nel messaggio arriva alla destinazione dopo essere stata decodificata dal ricevitore, nonostante le imperfezioni del canale. Nel caso di comunicazioni digitali o la comunicazione ha pienamente successo o non funziona del tutto, come avviene, ad esempio, nella televisione digitale terrestre quando il segnale è troppo debole. Nel caso delle comunicazioni interpersonali i casi possibili sono molti di più, come parzialmente affrontato in [3].

[sf_iconbox image=”ss-sync” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]La comunicazione per la interoperabilità[/sf_iconbox]

Nel caso della interoperabilità il modello quasi sempre più adatto è quello rappresentato in figura:

La comunicazione (monodirezionale o bidirezionale) fra Entità 1 ed Entità 2 viene svolta da una apposita Interfaccia di comunicazione, che comprende al suo interno i ruoli di canale, trasmettitore e ricevitore, garantendo la trasmissione di informazione tra le entità. Se non necessario per lo studio e la progettazione non si affrontano i dettagli interni della interfaccia, mantenendosi al livello logico visto all’inizio dell’articolo, ma è fondamentale ricordare che, se necessario, l’interfaccia deve svolgere il compito di “traduzione” della informazione per rendere possibile la comunicazione.

Nel prossimo articolo affronteremo proprio un tipo particolare di questa interfaccia, oggi diventato fondamentale in moltissimi aspetti della nostra vita: la interfaccia uomo-macchina, attraverso cui interagiamo ogni giorno con i molteplici dispositivi che ci circondano.


[highlight]Approfondimenti[/highlight]

[1] Giulio Destri, Comunicazione interpersonale nei settori tecnici e specialistici (in 6MEMES)

[2] Giulio Destri, Introduzione alle Comunicazioni in Rete

[3] Giulio Destri, Manuale di PNL per la pratica nella Vita Professionale – Ed. Amazon, 2016


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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie In Salute e in Malattia Sharing Knowledge White Paper

Dal monitoraggio dei dati alla biometria comportamentale. White Paper di Natalia Robusti.

[dropcap3]Se[/dropcap3]empre in tema di Interoperabilità – in una ricognizione a trecentosessanta gradi sull’utilizzo dei nostri dati legati allo stile di vita e al benessere, partendo dai monitoraggi italiani post-sisma sino alle recenti Mappe di Facebook e agli studi sulla biometria – Natalia Robusti ci accompagna in una serie di riflessioni su ciò che l’innovazione e l’evoluzione (tecnologica in prima istanza, ma culturale subito dopo) promettono e – a volte – mantengono, anche rispetto a questo tema.
Il tutto, seguendo con particolare attenzione i topic incontrati in un anno di “serendipitare” tra monitoraggi online e ricerche, articoli e pubblicazioni incentrate sulla mappatura dei dati sensibili, le ricerche sugli effetti degli stili di vita e lo stato dell’arte dei cosiddetti “colossi del web” anche in materia di sanità.

La conclusione? Che la portata delle diverse rivoluzioni in corso in queste materie è tale da richiamare la responsabilità di noi singoli individui nella gestione oculata dei propri dati e delle Istituzioni nel dare linee-guida che perseguano interessi comuni di elevato orizzonte etico.
 
Buona lettura!


Indice

Introduzione

01. Stili di vita DOP e resilienza anche in caso di eventi drammatici:
meglio un monitoraggio oggi che una cura domani.

02. Monitoraggio dei dati, stili di vita, ambiente e partecipazione.
Un percorso complesso alla ricerca del benessere.

03. Dalla raccolta dei dati sensibili alla biometria comportamentale:
il nostro futuro lo decidiamo noi!

Conclusioni

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SmartNebula si rinnova: interfaccia grafica più intuitiva e nuove funzionalità

SmartNebula si rinnova: l’applicativo sviluppato da MAPS per rendere efficiente e sicura la gestione e il controllo della documentazione fornitori, presenta, dal 2 settembre 2019, un’interfaccia grafica completamente rinnovata, anche da un punto di vista tecnologico. Soddisfazione da parte degli utenti.

[sf_iconbox image=”fa-download” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Smartnebula: sicurezza ed efficienza per gestire ogni documento[/sf_iconbox]

Smartnebula è l’applicativo fornito in modalità Software as a Service (S.a.a.S), su piattaforma Cloud, che permette di avere tutti i documenti utili ad ogni attività gestionale in un unico ambiente centralizzato.
Altamente adattabile e configurabile SmartNebula consente:

  • la gestione e l’organizzazione di varie tipologie di documenti (acquisti, compliance, business, gare, controlli, requisiti di legge, audit, 231 e altro);
  • la possibilità di avvertire i responsabili di impresa e i fornitori con meccanismi di alert automatici e configurabili, per chiedere aggiornamenti o file non ancora disponibili;
  • la progettazione dei questionari fornitori, controllando scadenze e adempimenti.

Facile e funzionale, SmartNebula ha un’architettura aperta che permette, all’occorrenza, il dialogo con sistemi informativi già presenti in azienda. Una recente e profonda revisione ne ha ora migliorato funzionalità e caratteristiche.

[sf_iconbox image=”fa-bank” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Questione di… architettura[/sf_iconbox]

L’interfaccia di SmartNebula è stata pensata in modo che ogni funzione sia intuitiva, oltre che facilmente rintracciabile e memorizzabile. La semplicità di utilizza è stata ampliata con la nuova versione di SmartNebula, entrata ufficialmente in produzione dal 2 settembre  2019.
SmartNebula ha ora un’interfaccia grafica completamente rinnovata, anche da un punto di vista tecnologico. È stata infatti migliorata utilizzando la versione 7 di Angular, la piattaforma open source per lo sviluppo di applicazioni web in grado di poter essere visualizzate anche su smartphone e tablet.
Oltre all’interfaccia grafica sono state introdotte nuove funzionalità:

  • la possibilità di inviare spontaneamente i propri documenti anche a chi non utilizza Smartnebula;
  • la gestione dell’invio di documenti che ci si aspetta di ricevere controfirmati (il tutto tracciato all’interno del sistema);
  • la possibilità utilizzare la PEC per l’invio dei documenti;
  • una gestione più flessibile della classificazione dei documenti tramite l’utilizzo di tag gerarchici.

[sf_iconbox image=”ss-businessuser” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]La soddisfazione dei clienti[/sf_iconbox]

Già dopo un mese dall’entrata in produzione del nuovo SmartNebula è stato possibile registrare la soddisfazione da parte degli utenti riguardo i miglioramenti introdotti.
Per ogni documento di un certo forniture è diventata più rapida e intuitiva:

  • la visualizzazione e la rintracciabilità;
  • il controllo, grazie al raggruppamento per tipologia e secondo specifici tags gerarchici attribuiti dall’utente.

SmartNebula: la soluzione per garantire sicurezza ed efficienza nella gestione ogni documento.  


[sf_iconbox image=”fa-users” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]GRUPPO MAPS[/sf_iconbox]

Fondata nel 2002, MAPS è una PMI Innovativa attiva nel settore della digital transformation. Con sede a Parma e 170 dipendenti, produce e distribuisce software per l’analisi dei big data che consentono alle aziende clienti di gestire e analizzare grandi quantità di dati e di informazioni, aiutandole nell’assunzione delle proprie decisioni strategiche e operative e nella definizione di nuovi modelli di business. Opera in un contesto caratterizzato da un elevato potenziale di crescita: il mercato mondiale delle tecnologie per la digital transformation ha raggiunto nel 2018 la dimensione di 1.300 miliardi di dollari; nel 2020 si stima un mercato di 2.100 miliardi di dollari.
MAPS opera attraverso 3 business unit (Large Enterprise, Healthcare Industry, Gzoom) e ha un portafoglio di oltre 180 Clienti altamente fidelizzati appartenenti a differenti settori: Servizi, Sanità, Industria e PPAA. Attraverso la linea d’offerta Patient Journey, si posiziona come leader nel settore dell’accoglienza dei pazienti nelle strutture sanitarie, presidiando il mercato con oltre 600 installazioni, che gestiscono una popolazione di oltre 17 milioni di pazienti a livello nazionale.
Il Gruppo chiude il 2018 con un valore della produzione consolidato pari a Euro 17,6 milioni e un EBITDA pari a Euro 3,6 milioni (EBITDA margin pari a 21%). Negli ultimi 5 anni MAPS ha raddoppiato i ricavi e decuplicato l’EBITDA. La società è caratterizzata da elevati livelli di recurring revenues e cash conversion. Alla crescita organica del Gruppo si è affiancata un’importante attività di M&A, con l’acquisizione di IG Consulting (2011), Artexe (2018) e Roialty (2019).
ISIN azioni ordinarie: IT0005364333 – ISIN “Warrant Maps S.p.A. 2019-2024”: IT0005364325
Comunicato disponibile su www.emarketstorage.com e sul sito Maps.

[sf_iconbox image=”ss-mail” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]CONTATTI[/sf_iconbox]

Per maggiori informazioni
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Interoper-abilità Uomo-Uomo: dal panico morale alla condivisione del sapere e delle emozioni. Intervista a Sonia Bertinat

[Intervista di Natalia Robusti]

[dropcap3]B[/dropcap3]envenuta Sonia nel nostro blog e grazie davvero per aver accettato la nostra intervista. Come sai, quest’anno, ci occupiamo di “interoperabilità”, termine tecnico all’apparenza un po’ astruso che — riversato dall’ambito tecnologico e quello più umanistico – può essere riassunto come la possibilità di “traduzione” — concettuale, affettiva, psicologica, corporea ed emozionale – dello stato, le istanze e delle aspettative di ogni essere vivente verso un altro, in questo caso umano.

È chiaro che il punto di partenza di questa possibilità di interazione sta nella DIVERSITÀ dei soggetti in questione, diversità che necessitano di un collegamento, un ponte…
Questo – in un momento di forte evoluzione non solo tecnologica, ma anche culturale sociale, come quella che stiamo vivendo – può essere un punto cruciale.
A maggior ragione se questa opera di “traduzione” non riesce, e gli individui e le comunità di riferimento non riescono a generare una sorta di zona franca in cui le diverse persone – istanze, bisogni, aspettative – riescano a convivere meglio tra loro. Questo vale per i singoli e le famiglie, la scuola, i media e gli ambiti professionali e lavorativi.
Andiamo quindi alla nostra prima domanda

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Partendo dallo stato dell’arte dei social (e del loro uso) spesso veicoli di istanze anche violente di avversione verso ciò che è altro da sé (o diverso), in uno dei tuoi articoli hai parlato di panico morale… Puoi illustrarci meglio il concetto?

Volentieri! E grazie a voi per l’invito: sono temi di cui mi occupo da tempo, anche se in altri modi 🙂
Il panico morale è un concetto proposto dal sociologo Stanley Cohen nel 1972 nel suo libro “Demoni popolari e panico morale (1)”. 

Con il termine Panico Morale si intende un fenomeno di panico collettivo ingiustificato nei confronti di un qualcosa vissuto come minaccia e che viene alimentato da notizie miranti a scatenarlo o alimentarlo.

Nel momento in cui si attiva una risposta istituzionale al panico morale è possibile che vengano attuati dei cambiamenti sociali che mirano a sedare la minaccia. Se pensiamo a molti fenomeni della nostra attualità (la teoria gender, i migranti, la tecnologia) riscontriamo i meccanismi e i passaggi identificati da Cohen:

  • Preoccupazione: viene identificata o creata e poi amplificata.
  • Ostilità: la preoccupazione si trasforma in atteggiamento ostile.
  • Consenso: il supporto al panico avviene su larga scala.
  • Disproporzionalità: non c’è una correlazione reale tra il fenomeno e il suo impatto e la paura generata dal panico morale.
  • Volatilità: le minacce identificate possono cambiare nel giro di poco tempo e all’epoca dei social aumenta la velocità con cui mutano. 

In generale, ciò che viene osteggiato è il cambiamento e l’evoluzione di una società in quanto il permanere o il ripristino dello status quo è più tranquillizzante in quanto conosciuto. Il cambiamento genera sempre timore, il timore dell’ignoto, e diventa terreno fertile per chi non vuole che si attui (2).Ne deriva anche una questione legata al Potere: chi traghetta verso il cambiamento, come posso mantenere la mia posizione di potere in un mondo cambiato?

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Grazie mille, Sonia. Trovo davvero puntuale e pertinenti i concetti che hai condiviso con noi. 

Andiamo alla seconda domanda. La tecnologia, come sempre, porta con sé due differenti orizzonti, uno più “integrato” e uno “apocalittico”. Come si traduce oggi questa dicotomia rispetto alle diverse generazioni? Quali sono gli aspetti psicologici in gioco?

Come dicevo sopra, la tecnologia è uno di quei temi nei confronti del quale assistiamo a molte ondate di panico morale. 
Timori in alcuni casi non del tutto infondati, magari, ma sicuramente ingigantiti e distorti. danah boyd (si scrive minuscolo per volere dell’autrice) in un suo libro (3) ci dice che lo stesso panico legato alla salute delle persone sia stato innescato ad esempio dalla macchina da cucire o dai walkman. 
Ad ogni cambiamento è necessario lasciare andare qualcosa delle nostre abitudini, del nostro modo di affrontare le cose. È inevitabile ma non catastrofico.
Purtroppo la reazione al panico morale tecnologico spesso è rigidamente dicotomica tra chi si pone sul polo esclusivamente favorevole ed entusiasta rispetto alle innovazioni e chi le demonizza tout court. È palese come non sia mai utile una polarizzazione di questo tipo in quanto entrambi i poli rischiano di non portare nella loro posizione le criticità che possono essere proposte. 
Proprio perché i cambiamenti sono importanti e comportano dei passaggi in cui si abbandonano alcune abitudini (o tecniche) vanno affrontati nel modo più chiaro e realistico possibile e le criticità non vanno cavalcate, ma nemmeno messe a tacere.
Affrontare i cambiamenti avendo tutti gli aspetti in mente, positivi e negativi, permette di non fare dei salti nel vuoto.
Un rischio che si corre, ad esempio, è quello di adattare a nuovi contesti modalità tecniche e organizzative che richiederebbero invece, per essere sviluppate in tutta la loro potenzialità, un nuovo modo di pensare. Il rischio, altrimenti, è che tali cambiamenti vengano considerati fallimentari o poco utili e quindi di tornare indietro alle vecchie modalità operative.
In questo il gap generazionale è molto presente tra chi è approdato alla tecnologia con vecchi modi di pensare e chi vi ci è nato “dentro”adattando il pensiero al nuovo mezzo. Vedo ancora molti contesti in cui si stampano le email o le fatture elettroniche, per esempio. Al di là del discorso ecologico, sottende un processo di pensiero che non riesce a trattare in maniera compiuta ciò che è dematerializzato. 
Il passare completamente a qualcosa di nuovo sottende a un pericolo psicologico legato all’essere tagliato fuori, alla paura di non essere in grado, alla perdita di importanza del background culturale o operativo passato. E quando si rischia di diventare “inutili” ci si difende.
Vengono messe in gioco le gerarchie e i ruoli quando ad esempio chi è in posizione di apice ha meno competenze di chi è più giovane. Lo vediamo tutti noi nel nostro piccolo, nelle relazioni familiari dove spesso i genitori non hanno gli strumenti educativi per affrontare i cambiamenti che la tecnologia immette nella vita quotidiana dei loro figli. Ma lo vediamo anche in campo aziendale, dove la leadership fatica a far spazio alle innovazioni perché non ha gli strumenti per maneggiarla e teme di perdere il controllo (e il potere).E allora si svaluta ciò che non si conosce e chi (o ciò che) è portatore del nuovo.
A volte però i cambiamenti sono inevitabili e solo la consapevolezza dei limiti e delle resistenze (spesso irrazionali e non legate all’oggetto del cambiamento in sé), oltre al necessario dialogo tra le parti, può garantire la proficua evoluzione ed evitare la polarizzazione.
Il “vecchio” deve aprirsi al “nuovo” (lo intendo a livello concettuale e non generazionale) svincolando il proprio sapere acquisito dagli oggetti o dalle procedure e trasmetterlo a livello di concetti e principi. E il “nuovo” deve attingere a quegli stessi concetti e principi per non ridurre il cambiamento alla mera tecnica.
Per farti un esempio più nel mio campo, i genitori si vivono come impreparati nel  gestire cose tecniche e quotidiane, come il tempo dedicato ai videogiochi dei figli, ad esempio, senza riuscire a capire come limitarlo. Il risultato è che magari nascondono la console o tolgono la wifi… È ovvio che un atteggiamento del genere non produrrà dialogo. Con ciò non voglio dire che i genitori non debbano mettere limiti: questo è il loro ruolo e i ragazzi necessitano di cornici chiare in cui muoversi, ma non è nelle azioni che passiamo quei limiti, quanto piuttosto nei principi che trasmettiamo (Shapiro, 2019) (4).
Se facciamo una traslazione di senso e consideriamo i senior aziendali come genitori e gli junior come figli il discorso non cambia. Non è limitando o osteggiando l’innovazione che l’azienda progredisce, ma può farlo tramite lo scambio di competenze (non necessariamente tecniche) integrando saperi anche molto diversi tra loro e sfruttando anzi quanto di utile può apportare un occhio esterno al processo. Per riprendere l’esempio della mail stampata, in questo passaggio c’è un messaggio concettuale: la necessità di mettere in atto una modalità di archiviazione sicura in cui la stampa si configura come mero adattamento del vecchio al nuovo. Viceversa, al nuovo si potrebbe portare tale criticità percepita sulla sicurezza  dell’archiviazione ed aprirsi alle soluzioni che questo potrebbe portare a tale necessità.

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Perfetto, Sonia. Questo ci conduce di nuovo al tema dell’interoperabilità, ovvero alla possibilità che ha ogni capacità comunicativa di far dialogare (interagire, tradurre) tra di loro culture, saperi, orizzonti anche completamente diversi tra loro. 

Quali sono i consigli che puoi dare a livello personale e istituzionale per muoversi in questo orizzonte?

In parte ho già affrontato la questione nella domanda precedente parlando di dialogo tra generazioni e ruoli di potere. Ma il discorso fatto si adatta perfettamente anche all’interoperabilità. 

Prendo in prestito l’incipit della definizione che ne dà Treccani “Capacità di due o più sistemi, reti, mezzi, applicazioni o componenti, di scambiare informazioni tra loro e di essere poi in grado di utilizzarle. Capacità di due o più sistemi, reti, mezzi, applicazioni o componenti, di scambiare informazioni tra loro e di essere poi in grado di utilizzarle.” Il termine più rilevante per me è “scambio”.

Il concetto parte dal presupposto che non sia esclusivamente un sistema a detenere il sapere assoluto su quel campo, ma che, invece, ci siano più sistemi che – seppure in modo diverso – ne detengono una porzione.  

Lo scambio non diventa solo auspicabile, quindi, ma necessario se si vuole dare a quel campo tutto il know how possibile per favorirne la crescita e lo sviluppo. 

Un esempio sicuramente è quello dell’”usability” nel campo della progettistica. Un sistema metterà in campo le sue conoscenze tecniche per la realizzazione dello strumento, ma affinché se ne possa fruire non potrà non dialogare con il sistema che si occupa di come quello strumento verrà usato, assieme alla messa a punto dei modi idonei a facilitarne l’utilizzo. 

Tutto ciò sembra palese, ma spesso si tende a rimanere chiusi nelle proprie procedure, pur standardizzate e corrette, senza pensare che possano non essere esaustive. I prodotti che escono dalle aziende (che siano oggetti o siano servizi) non possono prescindere dallo sguardo verso l’utilizzatore finale se no ci troviamo a viaggiare con ruote quadrate che hanno rispettato tutti i dettami procedurali ma che poi sono inutilizzabili oppure oggetti di design bellissimi dal punto di vista artistico ma assolutamente inutilizzabili per la funzione per cui erano stati studiati. 

Bisogna avere il coraggio non solo di aprirsi a sguardi e pensieri “altri”, ma anche di lasciarsi contaminare. Ciò comporta spostare il focus sul campo (concetto, prodotto servizio) e non sulle proprie peculiarità. Bisogna mettere al centro del tavolo il servizio o prodotto e far sedere intorno al tavolo tutti i sistemi che hanno qualcosa da dire su ciò che c’è al centro. 

In campo digital lo vedo spesso tramite i miei contatti che si occupano ad esempio di Social Media Marketing. La loro difficoltà più grande è contrastare la tendenza delle aziende o dei liberi professionisti di riversare sul digitale le modalità operative messe in atto nell’offline. Il professionista incaricato diventa un mero esecutore ai loro occhi di questo travaso ma non gli viene data voce in capitolo per mettere nel campo la sua competenza. Per poi, di fronte a un fallimento o uno scarso risultato, precipitarsi a dare la colpa al mezzo, allo strumento digitale pur di non mettere in discussione il  proprio modo di pensare al “nuovo”.
 

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Mi ritrovo molto nelle tue parole, Sonia, e mi viene in mente il Prof. Dominici e i suoi studi sulla complessità. Spesso il professore parla di figure professionali Ibride. 

Anche in termini di interoperabilità c’è sempre più spesso la necessità di creare competenze e spazi comunicativi in grado di favorire questi processi… 

Arrivo quindi alla prossima domanda. Dal punto di vista psicologico e in base alla tua esperienza come deve muoversi un professionista o un’organizzazione per favorire questo trend?

Ho letto ciò che dice il Prof. Dominici anche nella bella intervista sul vostro blog e non posso che concordare in pieno con le sue affermazioni. Ciò che manca troppo spesso, quando assistiamo all’arroccamento su un know how conosciuto, è proprio il perdere di vista il fine teleologico delle proprie attività od azioni. Il “perché sto creando questa cosa?”.
Ma soprattutto “per chi?”. Si sente parlare spesso di “consumatore finale” ma il ruolo che poi gli viene dato è quello di soggetto passivo che “deve” apprezzare il prodotto o il servizio senza metterlo in discussione. Soggetto passivo a cui dare la colpa qualora non dia un feeedback positivo. Ma se non pensiamo al consumatore finale fin dalle prime fasi della progettazione come possiamo pensare che il riscontro positivo sia scontato? 
Spesso aziende e professionisti affrontano le evoluzioni della società stando sulla riva o abbracciati ad un masso nel fiume che scorre, illudendosi che sia il fiume a doversi fermare.per dialogare o spesso solo omaggiare il servizio reso. Se non si parte dal presupposto che quel fiume bisogna navigarlo con strumenti di navigazione (e qui il termine usato per l’utilizzo del web è stringente) adeguati ne verremo travolti. 
Se ci ostiniamo a usare una barca a remi (funzionale perché sta a galla e porta da una parte all’altra senza problemi da anni) per attraversare un oceano, non possiamo poi dare la colpa all’oceano se affondiamo. In psicologia si parla di locus of control interno od esterno.
Nel primo caso assumo su di me in primis la responsabilità o criticizzazione rispetto ad un processo. Nel secondo caso la attribuirò all’esterno. Ovviamente (come avrai capito non amo le polarizzazioni) anche qui non bisogna esponenzializzare il discorso. Ma un minimo di locus of control interno è necessario; il che implica non solo il porre sotto la lente critica le mie azioni o i miei progetti ma anche capire quali sono le mie potenzialità, fin dove arrivano e dove devo incontrare quelle di un altro sistema. Questo meccanismo lo vedo, anche da consumatrice, nelle aziende, ma anche nei professionisti, anche nella mia professione.
Se non siamo in grado di accettare che quella barca a remi debba essere perlomeno modifica e dotata per esempio di un motore (se proprio non vogliamo archiviarla) dobbiamo accettare di dialogare con chi produce i motori per capire se si adattano alla mia barca, se è resistente a sufficienza per reggerne il peso o l’impatto accelerativo. Ma non possiamo solo acquistare un motore e metterlo sopra. Dobbiamo progettare le modifiche, il cambiamento.
Il confronto tra professionalità diverse o settori diversi ha ancora un grosso gap comunicativo che sta in uno degli elementi principe della comunicazione: il linguaggio. 
Il linguaggio struttura il pensiero, e il pensiero viene espresso con il linguaggio. Se non adatto il mio linguaggio al fine di essere compreso da chi usa un altro tipo di linguaggio (che dovrà adattare a sua volta) non potrò mai creare l’incontro e la sinergia. Se pongo il mio linguaggio (ciò con cui mi definisco e con cui definisco la mia identità professionale o aziendale) ad un livello superiore non riuscirò mai ad attuare quel dialogo.
A volte la sola collaborazione professionale non basta ed è necessario che il singolo professionista o la singola azienda abbia al suo interno chi incarna entrambe le competenze. Mi piace il termine di professionalità ibrida in quanto oggigiorno sempre di più credo che le competenze specifiche non siano più sufficienti per affrontare un mondo complesso. Dobbiamo fare degli innesti, modificare delle strutture per avere nuovi occhi. 
Penso agli avvocati con cui collaboro e che si occupano di digitale per esempio o ai colleghi come me che si occupano di digitale. Non è pensabile pensare che le sole competenze acquisite nei nostri percorsi formativi siano sufficienti. Dobbiamo (anche eticamente) contaminarci con altre aree di competenza. 
E concordo col Prof. Dominici: questo non vuol dire diventare tuttologi, ma piuttosto conoscere ciò di cui si parla e fornire un buon servizio al consumatore finale. Innestare nella specifica identità professionale altre competenze non implica fare a meno di chi quelle competenze le ha nella sua identità, ma fa sì che, se anche lui si fa “contaminare”, potremo dialogare, capirci davvero e progettare al meglio.

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Sono d’accordo! Ma in questo orizzonte di innovazione così ampio – che si traduce tuttavia in spazi potenzialmente illimitati di “comunicazione”, ma anche sempre più a rischio di autopoiesi e chiusura su di sé – quale è il ruolo oggi potrebbe giocare la scuola per favorire l’apertura e non la chiusura?

Prendo la metafora che ho fatto sopra. La scuola, al momento, è quell’istituzione che sta sul bordo del fiume. Gli istituti più coraggiosi sono attaccati alla pietra in centro al fiume. 
La scuola continua a alimentare sé stessa (a partire dai programmi ministeriali per arrivare alle procedure didattiche dei singoli insegnanti) con un know how in buona parte passato, ma spesso non riesce ad aprirsi a sufficienza alla società che evolve e nemmeno prepara sufficientemente gli studenti per tale evoluzione.
La funzione della scuola dovrebbe, oggi, essere invece molto focalizzata su questo aspetto: non solo per passare nozioni, ma anche (e soprattutto) per formare all’ingresso nella società le nuove generazioni. Per poter assolvere appieno a questa funzione la scuola deve porsi sempre una domanda: per quale tipo di futuro sto preparando le prossime generazioni? 
Tale quesito,  parrebbe semplice da porsi, ma invece si scontra inevitabilmente con il concetto con cui abbiamo iniziato questa chiacchierata, ossia il panico morale. 
I giovani sono sempre stati forti vittime del panico morale, e questo fin da quando la categoria “giovane” è assurta come definizione di una fascia di popolazione specifica che osava fare richieste e osava mettere in discussione lo status quo. Il popolare “dove andremo a finire” che veicola la minaccia oscura di un tempo futuro in cui le vecchie generazioni (o le vecchie modalità) temono di non riuscire più a riconoscersi un posto o un ruolo attivo. 
Allora, al posto di aprirsi, dialogare, mettere al centro il futuro e sedersi al tavolo con tutti gli attori per poter formare al meglio chi ci abiterà, ci si arrocca demonizzando quel futuro. E se non è la scuola a prepararci alla complessità, al fatto che le vecchie categorie potrebbero non essere più adeguate per imbrigliare una realtà complessa, chi vi arriverà, per poterla governare potrà solo far conto sulla propria individuale capacità di resilienza, creatività e capacità di innovarsi. 
Prepararsi per un futuro diverso non vuol dire dunque rassegnarsi e lasciare la barca senza remi, ma implica piuttosto cambiare orizzonte e  sistema concettuale. Non possiamo più pensare ad una formazione strettamente professionale in un mondo in cui non sappiamo se quella professione avrà un posto così come l’abbiamo pensata fino a quel momento. E ciò nonostante continuiamo a fare progetti che diciamo innovativi perché abbiamo mandato i ragazzi a fare uno stage, senza preoccuparci a sufficienza del fatto che questa non può essere solo la spunta su una check list, ma che tale nuova competenza va integrata e fornita di senso, oltre che “criticizzata”. 
Dobbiamo quindi pensare a una formazione che alleni il pensiero critico, e creare interstizi pronti per gli innesti necessari che non siano vissuti come ferite. Questo significa pensare a un sistema educativo in cui l’aggiornamento professionale del personale docente non può  prescindere anche dal dialogo con gli studenti, portatori del mutamento. 
Un po’ come dicevo per le aziende o per i genitori, lo stesso vale per la scuola, dove gli studenti dovrebbero diventare parte attiva del processo formativo in cui gli adulti mettono a disposizione le cornici di pensiero, le cornici concettuali e anche i principi fondamentali per un vivere sociale ma devono saper accogliere come contenuti indispensabili ciò che dagli studenti arriva. Io nel mio piccolo, quando faccio formazione a scuola, in materia di digitale, mi pongo in quest’ottica. 
Ho una professionalità ibrida perché ho accolto gli innesti necessari per affrontare quel tema. Ma su quegli innesti, chiedo ai ragazzi di aggiungere le loro competenze, riflessioni, perplessità. Io fornisco le cornici affettive e di pensiero per leggere quei contenuti e rimandarli loro più arricchiti. Ma non posso pensare (in realtà lo spero) di non venire modificata anche io da ciò che arriva da loro.

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Lo stesso vale per me. E quel che posso già dire è che – per quanto mi riguarda – già le tue risposte hanno modificato molte cose in me, chiarendomi molti concetti e parendo parecchi nuovi scenari. Ti ringrazio quindi davvero e ti auguro buon lavoro. Anzi: buona interoperabilità, da parte di tutti noi di 6memes!

Grazie e buon lavoro a voi!

[sf_iconbox image=”ss-zoomin” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
PROF.SSA SONIA BERTINAT
BREVE PROFILO BIOGRAFICO
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Psicologa Psicoterapeuta, cresciuta e formata in un’era analogica, sono approdata al digitale per pure passione e da autodidatta. La curiosità, caratteristica che fa dal fil rouge della mia vita personale e professionale, mi ha portato a conoscere e imparare, a camminare, in un mondo in cui non ero nata ma verso il quale sentivo una profonda attrazione.

Solo tardi, nel 2010, dopo aver cominciato a lavorare con le dipendenze comportamentali, sono riuscita a vedere una nicchia in cui far convergere una passione personale in una attività professionale.

Ho cominciato ad interessarmi della tecnologia come impatto nella vita delle persone, sul loro pensiero e sul loro modo di relazionarsi quando il medium digitale si frapponeva tra loro. Ma anche il concetto di dipendenza, in questo contesto, mi è sempre stato stretto e grazie ad incontri molto proficui con altri professionisti, sono riuscita a mantenere un’apertura positiva verso questo nuovo mondo. Un mondo con un linguaggio diverso, certo, ma in cui erano sempre le persone a decretarne i contenuti.

Come aiutare quindi le persone a destreggiarsi in questa realtà, come curare il linguaggio e le relazioni è stato il naturale passaggio successivo. Mi occupo di cyberbullismo, a contatto con le nuove generazioni con l’intento di poter fare da tramite, da ponte tra “vecchio” e “nuovo”. Comunicare che il modo in cui parliamo e ci relazioniamo con le persone nel digitale non può prescindere dal rispetto e da un uso corretto del linguaggio. La cura del contesto non può che rendere il contesto stesso un luogo non solo  più vivibile, ma anche utile e proficuo per la crescita di tutti noi.


CONTATTI


BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA DELL’INTERVISTA 
(1) Cohen, S. (1972), “Demoni popolari e panico morale. Media, devianza e sottoculture giovanili”, 2019, Mimesis
(2) Bertinat, S., “Pericolo? No, a volte è solo panico morale”, sul Portale Edugamersfor Kids 4.0
(3) danah, b., “It’s complicated. La vita sociale degli adolescenti sul web”, 2018, Castelvecchi
(4) Shapiro, J., “Il metodo per crescere i bambini in un mondo digitale”, 2019, Newton Compton


CREDITS IMMAGINI
Immagine Sonia Bertinat rielaborata
Sfondo: ID Immagine, 14014493. Diritto d'autore: Kheng Ho Toh
Sfondo Astratto
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Immagine disegno astratto geometrico
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6MEMES TRENDS Sharing Knowledge

Parola d'ordine: interoperabilità. Il nuovo progetto di #6MEMES 2020 parla del lato (anche) umano di un tema squisitamente tecnico.

[dropcap3]C[/dropcap3]ari lettori, bentrovati!
Come anticipato, questo sarà un anno dedicato a un focus all’apparenza molto tecnico rispetto al nostro blog che, di solito, cerca di intercettare trend umanistici che dialogano con quelli più tecnologici, ma – come sempre – l’apparenza inganna 🙂 Partiamo innanzitutto dal termine in questione. Secondo Treccani, infatti, l’interoperabilità è la:

“Capacità di due o più sistemi, reti, mezzi, applicazioni o componenti, di scambiare informazioni tra loro e di essere poi in grado di utilizzarle. (…)
Essa può essere di tipo tecnico e/o di tipo concettuale. Quella di tipo tecnico è la più nota: basti pensare al mondo delle telecomunicazioni, al software e alla continua evoluzione dei sistemi di calcolo. (…)
Quella di tipo concettuale fa invece riferimento al modo razionale con cui sistemi complessi, privati e pubblici, nazionali e sovranazionali, sono in grado di cooperare sinergicamente (…).

E già qui, sottotraccia, i lettori più avvezzi alle trame di 6MEMES potranno in parte intuire dove vogliamo andare a parare. Ma, prima di inoltrarci al largo della questione, proseguiamo con un’altra definizione di tipo prettamente informatico, in cui l’interoperabilità è determinata come la:

“Capacità di un sistema o di un prodotto informatico di cooperare e di scambiare informazioni o servizi con altri sistemi o prodotti in maniera più o meno completa e priva di errori, con affidabilità e con ottimizzazione delle risorse.
Obiettivo dell’interoperabilità è dunque facilitare l’interazione fra sistemi differenti, nonché lo scambio e il riutilizzo delle informazioni anche fra sistemi informativi non omogenei.”

Siamo così arrivati quasi al nocciolo della questione.
Facilitare lo scambio di informazioni tra sistemi non omogenei è infatti una delle formule possibili con cui parlare di condivisione della conoscenza, anche se, per ora, stiamo parlando di uno scambio in qualche modo automatico che avviene all’interno di un un binomio definibile – per semplificazione e convenzione – del tipo Macchina-Macchina.
Ma, facendo un passo ulteriore in avanti – e attivando le nostre fusion skills – possiamo parlare di interoperabilità anche da un punto di vista all’apparenza più eccentrico, ovvero intersecando tra loro non solo i sistemi informatici/meccanici/automatici (cioè tecnologici), ma anche i sistemi (e i relativi processi) prettamente psico-biologici, nel nostro caso quelli umani.
Cerchiamo ora di approfondire meglio questo concetto…

[sf_iconbox image=”fa-gears” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]HUMAN & TECHNOLOGY INTEROPERABILITY

 
Ciascuno di noi, a suo modo, non è altro che un micro-sistema vitale che produce, scambia e riutilizza informazioni, e lo fa in primo luogo in relazione con altre intelligenze intra-specie, cioè con altri uomini e i relativi sistemi sociali.
Tuttavia (sorvolando per ora su tutte le altre forme di comunicazione che intratteniamo con altre forme viventi, ambienti fisico-biologici e perfino categorie astratte del pensiero e dello spirito) questo scambio avviene – nei fatti e di frequente – anche con le cosiddette intelligenze artificiali, o comunque con una serie di entità di tipo “meccanico” e/o informatico, come è nel caso degli algoritmi, dei robot e dei device responsivi, nelle loro rispettive combinazioni hardware e software.
Stiamo parlando, in sintesi, di tutte quelle interazioni che – ancora una volta per semplificazione e consuetudine – rappresentiamo con il binomio Uomo-Macchina/Macchina-Uomo e che invece, come vedremo, si possono declinare in più varianti sino a intersecare la relazione Uomo-Uomo, così definita per risonanza con quelle precedenti.
Facciamo a questo punto una doverosa premessa.
Il tema dell’interazione tra l’innovazione tecnologica e l’evoluzione più o meno armonica dei sistemi sociali in cui tale innovazione si riflette (e questo è sotto gli occhi di tutti, pensiamo ad esempio alla questione della digitalizzazione) è ancora molto difficoltoso da affrontare in termini fiduciari.
Questo, non e tanto (o non solo) da un punto di vista concreto ed esperienziale, ma anche intellettivo, percettivo ed infine emotivo. La frizione in questione si riverbera in tutti gli ambiti sociali:

  • quello economico, con la paura delle conseguenti implicazioni negative, ad esempio, nel mondo del lavoro;
  • quello culturale, con il timore di un impoverimento delle nostre competenze più prettamente umane in favore di quelle automatiche e computazionali;
  • quello sanitario, con la preoccupazione di possibili usi impropri dei nostri dati sensibili raccolti e processati;
  • quello mediatico e politico, con i rischi annessi alla digitalizzazione e disintermediazione delle comunicazioni di valore in favore di quelle propagandistica se non direttamente “fake”;
  • e così via…

Il tutto a erigere una vera e propria barriera di diffidenza e timore che – assieme ad alcune obiettive difficoltà professionali e tecniche – corre il rischio di far chiudere ancor più in se stesse le competenze e le sapienze necessarie, così da creare verticalizzazioni del sapere anziché far sì che questo enorme potenziale evolutivo si traduca in un generale miglioramento, sia reale che e percepito, della qualità di vita delle nostre società.
[bctt tweet=”Il tema dell’interazione tra l’innovazione tecnologica e l’evoluzione dei sistemi sociali è ancora molto difficoltoso da affrontare in termini fiduciari.” username=”MapsGroup”]
Tornando dunque al tema dell’Interoperabilità dei sistemi (sociali, umani e tecnologici) possiamo allora riflettere su come questo concetto possa rappresentare una sorta di parola d’ordine capace di mettere in relazione strutturale non solo “due o più sistemi, reti, mezzi, applicazioni o componenti (…) appartenenti a sistemi non omogenei” (e qui ci riferiamo la binomio Macchina-Macchina), ma anche due o più persone, organizzazioni ed enti (identificabili nel binomio Uomo-Uomo e relative abilità e competenze), che vivono e operano anch’essi in “sistemi non omogenei” sia dal punto di vista culturale che sociale e professionale, così da “facilitarne lo scambio di informazioni”.
E se è ormai evidente che il tema del sapere trasversale è uno dei topic generali più pertinenti, oggi, per affrontare in maniera competente la complessità degli scenari globali con cui ciascuno è chiamato a confrontarsi, questo è tanto più vero rispetto alla relazione tra l’Uomo e L’innovazione tecnologica.
Basta pensare alle divergenze ancora esistenti tra il sapere scientifico e quello umanistico, tra quello tecnologico e quello artistico, tutte contingenze che frenano – nei fatti – un’evoluzione più armonica nei vari domini di competenza.
 

[sf_iconbox image=”ss-repeat” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]INTEROPERABILITÀ: UNA ZONA “FRANCA”
A CAVALLO TRA DUE (O PIÙ) MONDI…

Il tema della assoluta necessità di inter-disciplinarietà tra le competenze e i saperi è particolarmente caro al professor Dominici che, in una recente intervista che ci ha gentilmente concesso, ci ricorda che “abbiamo bisogno di educare e formare figure ibride”, argomentando ampiamente il discorso:

Si tratta, in sintesi, di profili professionali che, con una comune base di conoscenze e competenze metodologiche, logiche ed epistemologiche, siano in grado di fondere e integrare immaginazione e razionalità, creatività e rigore metodologico; che sappiano tenere insieme immaginazione e razionalità, creatività e rigore metodologico, preparati all’imprevedibile e all’emergente, per ricomporre la frattura tra l’Umano e il Tecnologico.

Questo, a nostro avviso, è un traguardo imprescindibile affinché i buoni frutti degli attuali processi digitali maturino pienamente, anche a livello di conoscenza e consapevolezza diffusa. Apocalittici o integrati che siamo (per indole e costituzione), infatti, la realtà ha già fatto un salto definitivo verso la “Macchina” e noi dobbiamo imparare non solo a gestire questa contingenza, ma anche a coglierne e valorizzarne gli indubbi vantaggi, alcuni dei quali epocali.
Tornando a noi, dunque…
Nei prossimi mesi, nel nostro blog, il tema dell’Interoperabilità sarà declinato non solo dal punto di vista delle relazioni Macchina-Macchina (nei vari ambiti tecnici che esploreremo, così da rendere speriamo più “leggibili” tali sistemi e processi), ma anche da quella Uomo-Uomo, nella variante ad esempio delle figure professionali cosiddette “ibride”, o delle attuali possibilità di personalizzazione dei servizi sino ad arrivare alla condivisione di spazi fisici in cui abitare e lavorare.
[bctt tweet=”Apocalittici o integrati che siamo per indole e costituzione la realtà ha già fatto un salto definitivo verso la Macchina e noi dobbiamo valorizzarne gli indubbi vantaggi, alcuni dei quali epocali.” username=”MapsGroup”]
L’approdo naturale saranno infine le relazioni:

  • Uomo-Macchina – ovvero come l’uomo interloquisce, in andata e ritorno, con la macchina e le sue componenti hardware e software, non solo progettandola e realizzandola, ma anche istruendola, addestrandola e mettendola alla prova;
  • Macchina-Uomo – ovvero come quando e perché questi sistemi automatizzati o “intelligenti” di processo e creazione della realtà possono e potranno davvero essere un aiuto insostituibile per la nostra vita e la nostra società

L’intenzione è quella di proporre tali binomi – e tutte le differenze e distanze che li separano – non più come antagonisti, ma piuttosto come attori coprotagonisti, che debbono (e vogliono) evolvere insieme seguendo l’orizzonte di valori umanistici, anche se attuati attraverso sistemi e processi che, per semplificare, definiamo qui automatici.
In questo percorso saremo accompagnati – tra gli altri – da Sonia Bertinat e la sua intervista, che ci parlerà, dal punto di vista psicologico, di come impattano alcuni di questi temi nella nostra vita, da Giulio Destri e Anna Pompilio, che faranno letteralmente parlare Macchine e Dati, Natalia Robusti, che declinerà tali binomi alla ricerca dei meme di Calvino, Mauro Di Mauro e Fabrizio Biotti, come ci racconteranno delle relazioni (assolutamente non pericolose) tra Uomo e Macchina nella Sanità, e infine Sara Di Paolo e Lilith Dellasanta, che ci parleranno dell’interoperabilità Uomo-Ente e Macchina Uomo, la prima grazie a un monitoraggio sulle nuove forme di “convivenza”, la seconda su come il settore dei servizi si sta muovendo grazie ai Dati che lasciamo dietro di noi come briciole di pane…
Che altro dire?
Sperando di essere a nostro modo interoperabili coi nostri lettori 🙂 auguriamo a tutti un buon anno!



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Immagine di copertina 
Frederic LeBrun, HANZO 
Immagine Uomo-Macchina
Diritto d'autore: halfpoint
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MAPS Group partner a Vittoria hub, il nuovo incubatore per startup del settore insurtech

MAPS Group aderisce, in qualità di partner, a Vittoria hub, la nuova iniziativa lanciata da Vittoria Assicurazioni: un programma di crescita dedicato all’Open Innovation, basato su un modello di collaborazione tra Startup e una rete di partners che offriranno supporto e servizi specializzati.

[sf_iconbox image=”fa-compress” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]VittoriaHub: l’innovazione tecnologica incontra nuovi modelli di business[/sf_iconbox]

Nato nel 2019 presso la sede di Vittoria Assicurazioni a Milano, il programma Vittoria hub è un nuovo incubatore per le Startup del settore insurtech.
Il luogo che lo ospita, messo a disposizione dei partecipanti, prevede spazi condivisi e spazi di lavoro flessibili, moderni e funzionali al lavoro di tutti i giorni per:

  • agevolare la collaborazione con realtà riconosciute nel mercato di servizi;
  • favorire la crescita delle Startup incubate.

Vittoria hub metterà a disposizione delle Start-up selezionate una serie di servizi per:

  1. Incubazione della business idea fino al Minimum Value Proposition;
  2. Adozione del minum value proposition grazie all’offerta di un ecosistema di conoscenze, servizi e tecnologie basato su co-creazione e open innovation;
  3. Accelerazione e promozione sui mercati nazionali e internazionali.

Il progetto coinvolgerà una rete di partners che offriranno supporto e servizi specializzati alle Startups all’interno del programma.

[sf_iconbox image=”ss-hand” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]MAPS: Sostegno e Promozione[/sf_iconbox]

Maps, PMI innovativa nel settore della digital transformation, contribuirà al nuovo incubatore mettendo a disposizione delle Startup il suo know how ed i suoi servizi IT.
In dettaglio, MAPS offrirà l’accesso a conoscenze e servizi nell’ambito:

  1. del Patient Journey in una struttura sanitaria, con riferimento a self check-in, ritiro referti e informazioni sui pagamenti della prestazione;
  2. del Data management delle informazioni cliniche, con accesso ad un annotatore semantico di testi clinici, un nomenclatore di prestazioni sanitarie e l’addestramento di un modello di classificazione di testi clinici, basato su un data-training set;
  3. della Customer experience, focalizzata su Social-login, la profilazione utenti  – basata anche su dati social – e il customer engagement su meccanismi di rewarding e gamification.

[sf_iconbox image=”ss-search” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Persona, prevenzione, monitoraggio[/sf_iconbox]

La prima “call for ideas” del 2019 è focalizzata sugli ecosistemi Persona, Mobilità, Casa e Azienda Connessa, per le componenti Prevenzione, Assistenza, Monitoraggio, Rimedio.
Le candidature sono aperte fino al 28 Febbraio 2020 e Vittoria hub si propone come il luogo dove creare nuove soluzioni interoperabili di servizi per soddisfare bisogni reali e promuoverle nel mercato.


[sf_iconbox image=”fa-users” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]GRUPPO MAPS[/sf_iconbox]

Fondata nel 2002, MAPS è una PMI Innovativa attiva nel settore della digital transformation. Con sede a Parma e 170 dipendenti, produce e distribuisce software per l’analisi dei big data che consentono alle aziende clienti di gestire e analizzare grandi quantità di dati e di informazioni, aiutandole nell’assunzione delle proprie decisioni strategiche e operative e nella definizione di nuovi modelli di business.
Opera in un contesto caratterizzato da un elevato potenziale di crescita: il mercato mondiale delle tecnologie per la digital transformation ha raggiunto nel 2018 la dimensione di 1.300 miliardi di dollari; nel 2020 si stima un mercato di 2.100 miliardi di dollari.
MAPS opera attraverso 3 business unit (Large Enterprise, Healthcare Industry, Gzoom) e ha un portafoglio di oltre 180 Clienti altamente fidelizzati appartenenti a differenti settori: Servizi, Sanità, Industria e PPAA. Attraverso la linea d’offerta Patient Journey, si posiziona come leader nel settore dell’accoglienza dei pazienti nelle strutture sanitarie, presidiando il mercato con oltre 600 installazioni, che gestiscono una popolazione di oltre 17 milioni di pazienti a livello nazionale.
Il Gruppo chiude il 2018 con un valore della produzione consolidato pari a Euro 17,6 milioni e un EBITDA pari a Euro 3,6 milioni (EBITDA margin pari a 21%). Negli ultimi 5 anni MAPS ha raddoppiato i ricavi e decuplicato l’EBITDA. La società è caratterizzata da elevati livelli di recurring revenues e cash conversion.
Alla crescita organica del Gruppo si è affiancata un’importante attività di M&A, con l’acquisizione di IG Consulting (2011), Artexe (2018) e Roialty (2019).
ISIN azioni ordinarie: IT0005364333 – ISIN “Warrant Maps S.p.A. 2019-2024”: IT0005364325
Comunicato disponibile su www.emarketstorage.com e sul sito Maps.

[sf_iconbox image=”ss-mail” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]CONTATTI[/sf_iconbox]

Per maggiori informazioni
Contatti Società:
MAPS | Tel +39 0521 052300
 info@mapsgroup.it
Contatti Nominated Adviser
BPER Banca | Tel +39 0272 74 92 29 |
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