Categorie
Big Data & C. Chi trova un dato trova un tesoro Data Mining

Censimenti e statistiche: i Big Data che ci “contano”!

[dropcap3]C[/dropcap3]ensire la popolazione e le sue abitudini è un’operazione di estrema rilevanza per ogni sistema statale, come ben sapevano già gli Antichi Romani che si trovavano ad amministrare la cosa pubblica in un sistema complesso come un impero. E se – da quando una famiglia tra le più celebri, quella di Gesù, dovette spostarsi nella città d’origine per farsi censire – il sistema di rilevazione e valutazione della cittadinanza si è modernamente strutturato attraverso metodologie fondate sulla scienza statistica, oggi ci troviamo di fronte a una nuova svolta che, ancora una volta, porta il nome dei Big Data.
In una società complessa come l’attuale, dove gli elementi sottoposti a monitoraggio sono plurimi e la stessa cittadinanza è un oggetto più che mai variabile e articolato, che si candida pure a essere soggetto produttore di dati, anche la scienza statistica ha bisogno di nuovi strumenti. Per questo il grande patrimonio di informazioni potenzialmente disponibile grazie ai Big Data si pone come un’importante fonte, al cospetto anche di nuove problematicità. Tra queste, la necessità di contenere e razionalizzare i costi delle indagini e anche una crescente reticenza delle persone a contribuire alla raccolta dei dati attraverso lo strumento statistico tradizionale.
L’inserimento di una metodologia statistica basata sui Big Data in realtà può passare attraverso fasi parziali e consecutive: dalla raccolta dei dati attraverso risorse digitali, all’integrazione dei Big Data a metodi di indagine statistica tradizionale, fino alla sostituzione di tali metodi con nuovi strumenti interamente basati sui Big Data.
Ciò comporta numerose problematiche da affrontare che riguardano ad esempio la molteplicità delle fonti e della proprietà dei Big Data, la loro qualità e applicabilità agli standard statistici, gli aspetti legali e di sicurezza, prima fra tutti la privacy. Si tratta insomma di generare le competenze e i metodi analitici adeguati alle peculiarità dei Big Data, a partire dalle canoniche 4 V: volume, varietà, velocità, veridicità.
Intanto, il processo di modernizzazione dell’Istat in Italia è già in pieno svolgimento. A partire dai censimenti che non saranno più periodici, ma in fieri, costantemente monitorati, utilizzando la rilevazione statistica tradizionale, e i dati amministrativi (quelli derivati cioè dalle pratiche della PA). E si stanno sperimentando fonti di Big Data da impiegare nei modelli, come quelli derivanti dalla telefonia e dai social media.
Nell’era digitale infatti, una qualunque popolazione obiettivo di indagine, produce informazioni statistiche complesse, proprio per la combinazione di queste differenti fonti, che comprendono – come abbiamo detto – i dati statistici e i dati frutto di procedure amministrative, ma anche la varietà dei dati originati dall’uso di dispositivi digitali, tra cui interessanti risultati promette l’utilizzo dei data scanner (ossia gli archivi elettronici delle transazioni di vendita e acquisto negli esercizi commerciali), ad esempio per la stima dei prezzi dei prodotti.
Proprio l’Istat, fra le sue sperimentazioni, contempla i dati di telefonia mobile, con cui si può costruire una mappa virtuale dei movimenti delle persone sul territorio, ottenendo in modo rapido e puntuale informazioni da reimpiegare ad esempio nella gestione dei trasporti. E ancora, l’utilizzo di Google trend, il tool gratuito che dà una risposta grafica dei diversi termini più ricercati sul web in un dato momento storico: le informazioni ottenute dalle ricerche effettuate in rete possono essere utili per elaborare stime dell’andamento del mercato del lavoro, come il tasso di disoccupazione.
Pensiamo inoltre all’applicabilità dei Big Data nell’analisi di fenomeni sociali complessi come il rilevante e preoccupante fatto statistico ottenuto da una recente indagine: a fine 2015 erano ben 150.000 gli italiani “spariti” rispetto all’anno precedente. Un cedimento demografico piuttosto impressionante, paragonabile alla scomparsa dell’intera popolazione di una piccola città, e che gli esperti attribuiscono a quattro principali motivi: scarso numero di nascite, aumento della percentuale dei decessi, drastico calo dell’immigrazione che genera occupazione e la cosiddetta fuga all’estero dei cervelli (un dato preoccupante anche in sé, considerando che l’articolato percorso di istruzione di ogni studente italiano costa ai contribuenti circa 100.000 euro…).
Capire, attraverso le interrelazioni analitiche che permette la strutturazione di dati così numerosi, quali cause stanno dietro la “semplice” rilevazione statistica dei fenomeni, è la strada per tratteggiare il nuovo volto di una società sempre più complessa. Ma qui stiamo già navigando al di là del mare della statistica per approdare alle scienze demografiche… e a un nuovo articolo!
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
approfondimenti
[highlight]Per saperne di più:[/highlight]
– www.forumpa.it
– www.rainews.it
– www.ilsole24ore.com
– www.forumpa.it
[/boxed_content]

Categorie
Big Data & C. Data Driven Data Mining

Big Data Vision: Ultra, Extra, Large, Medium, Small… Invisible!

[dropcap3]A[/dropcap3]ccade spesso che la parola “visione” sia utilizzata in una declinazione che – attribuendo al termine stesso un’aura toti-potente, rimanda a scenari ultra-naturali, capaci di produrre effetti dirompenti. Una delle sue definizioni etimologiche, d’altra parte, cita: “Vista, spettacolo che colpisce in modo particolare, sia positivamente sia negativamente”.
Questa parola multi-forma, dalle tante varianti, può anche lambire le aree semantiche dell’utopia o addirittura del delirio, anche nella sua accezione subdolamente dispregiativa: “Fantasticheria priva di reale fondamento, utopia, progetto irrealizzabile”.
Eppure, almeno altrettante volte, lo stesso termine, nella sua variante inglese vision, richiama ambiti più prosaici, come accade nel marketing aziendale, dove al termine corrisponde addirittura uno dei due pilastri tradizionali dell’identità d’azienda (l’altro è quello pertinente all’inflazionatissima mission): “Modo di vedere, concetto o idea personale che si ha in merito a qualcosa”. Il tutto, non dimentichiamolo, finalizzato al business, concetto più che mai concreto.
A quale pro dunque l’esistenza di una parola che abbraccia orizzonti semantici capaci di passare dalla magia alle strategie di marketing – sempre che nel marketing non vi sia davvero qualcosa di, come dire… fuffologico 😉 ? Ma soprattutto: cosa c’entra tutto ciò con l’innovazione, il futuro e i Big Data?
Ancora un po’ di pazienza. Risaliamo insieme la radice della parola sino al suo sememe originario, la cui etimologia deriva dal latino visio-onis, derivazione di videre «vedere», e il cui participio passivo è visus, che attinge fin dal suo esordio a un’azione nitida e ben definita, quella relativa alla capacità di sguardo che, per sua natura, “vede”. Ovvero registra, osserva, raccoglie, trattiene, conserva, in un “processo di percezione degli stimoli luminosi, la cui funzione è la capacità di vedere.”
Questa parola-azione configura quindi, e innanzitutto, la capacità-possibilità di accogliere in sé qualcosa che non ha (ancora) una rappresentazione né codificata e tanto meno condivisa, ma che, in una serie di attività cognitive capaci di riveberi passivi e istanze transitive, si dispiega in un vero e proprio “processo di azione (…) capace di (…) vedere una cosa per esaminarla, trarne notizie utili”.
Tale ricchezza di varianti, dunque, implicita nella definizione di visione, mette a fuoco una serie di azioni che sono tra loro non tanto complementari, quanto sequenziali: per poter vedere qualcosa occorre innanzitutto distinguerla dall’orizzonte sterminato delle altre possibilità di significato e, nello stesso tempo, occorre reimmergerla in un contesto, attribuendovi un giusto contorno semantico. Per poter vedere qualcosa, insomma, non basta percepirne l’esistenza, ma occorre saperla circoscrivere, descrivere, o meglio, connotare.
È in questa capacità all’apparenza contraddittoria e quindi strabiliante – squisitamente umana – che ciascuna visione prende la forma innanzitutto di colui che guarda, ancor prima che di ciò che è visto.
Non a caso, visionari, sono stati descritti sì poeti e pittori, ma anche architetti e scienziati, politici e imprenditori, e certamente esploratori, filosofi, inventori… tutti coloro, cioè, che – procedendo probabilmente per balzi, anziché seguire percorsi lineari – non solo hanno guardato, e visto, quel che avevano innanzi, ma anche quello che c’era (o poteva esserci) intorno e oltre, molto più avanti, o magari indietro.
E qui ci ricongiungiamo finalmente al topic della nostra visionaria – psichedelica, psicolabile? – divagazione: se sino a pochi decenni fa quello che era visibile era circoscritto da confini percettivi (non necessariamente sensoriali, ma comunque fisico-chimici o al limite astratto-matematici) oggi le attuali capacità di analisi, elaborazione e calcolo – se agite e “lette” insieme – rendono questa capacità di visione estendibile all’ennesima potenza, grazie a una mole di informazioni mai rese disponibili prima e a una possibilità di elaborazione mai sperimentata. Del tutto astratta, all’apparenza, eppure più che mai reale e concreta, e infine predittiva.
Cosa manca ancora a tutto ciò per poter risplendere nel proprio corollario di luce? Manca come al solito – come sempre – la capacità di una visione preliminare. Quella cioè che permette di immaginare gli eventi prima che questi si mostrino nella forma che prenderanno, quella che consente di fantasticare su tutto ciò che, seppure di là ancora da essere veduto, ha solide fondamenta di probabilità, capaci di sostenere non più utopie, ma ipotesi concrete e realizzabili di progresso.
Non a caso, allora, l’attenzione di chi tenta di esplorare e governare questi potenziali orizzonti di conoscenza – come bene illustra questo articolo – si sposta verso la Data Visualization, una pratica che insegue la forma e il contenuto dei Dati prima che i loro significati si concretizzino, al fine di darne una rappresentazione in grado di “guidare” ogni inferenza e azione di immaginazione, ancora prima che di strategia e messa in opera.
Scopriremo quindi insieme come, nel prossimo articolo, i dati possono essere disegnati ancor prima di essere visti… Sempre che nel frattempo non siamo stati, noi stessi, preda di strane visioni!

Categorie
Big Data & C. Data Mining

Per niente immobili, i nostri Musei e le nostre città d'arte si muovono coi turisti.

[dropcap3]L[/dropcap3]e città d’Arte e i Musei – creature a loro modo antropomorfe, imponenti e millenarie, ma soprattutto monumentali – sono luogo cruciale e strategico di innumerevoli movimenti, pur mantenendo legittimamente lo status d’immobilità. Le loro identità sono infatti incessantemente visitate e modificate, potremmo dire “lavorate”, da un fattore sociale e culturale per eccellenza: il viaggio.
Grazie infatti ai milioni di visitatori che ogni anno vi si riversano, queste stesse città e Musei, così come i capolavori che vi sono custoditi, sono sottoposti a mutamenti continui e incessanti.
Non solo. Grazie al mobile e ai social, che – più o meno integrati tra di loro – fotografano, illustrano, diffondono e soprattutto citano altrettante esperienze, turistiche o culturali che siano, le città d’arte e i musei sono l’oggetto di innumerevoli conversazioni che ne diffondono ogni giorno la notorietà attraverso citazioni, fotografie e condivisioni, conversazioni avviate magari dai loro stessi stessi Uffici Stampa.
Il tutto a fare di questi luoghi culturali vere e proprie icone che, ben lontane dall’essere statiche, si muovono, evolvono e infine “viaggiano”, sia nel tempo che nello spazio.
In nome di questa duplice caratterizzazione – “mobilità immobile”, potremmo chiamarla 😉 – e grazie all’uso di Webdistilled, strumento semantico di Maps Group capace di “distillare” le conversazioni online, abbiamo deciso dal mese di agosto 2015 alla fine di Marzo 2016 di monitorare* il Bel Paese, dal nord al sud, con un focus particolare: i venti Musei i cui direttori sono stati nominati dal Ministro Franceschini nell’estate scorsa. Lo stesso Ministro che ha siglato un accordo con una Startup italiana per fornire ai principali musei italiani e al Ministero stesso un apposito strumento per misurare la reputazione online dei musei interessati (è curioso a tal proposito rilevare che il tema della riforma apportata dal Ministro ha continuato ad essere presente nelle varie conversazioni rilevate).
Come illustrato nel nostro precedente articolo “Cultura e innovazione in Italia: eppur si muovono!”, abbiamo così spiato i commenti online su questi veri e propri templi della cultura, inseguendone i passi virtuali e le mention.
Per scoprire che – anche nella fase subito successiva alle nomine – un po’ di “movimenti” si sono in effetti visti, con alcuni sbalzi di posizione, seppure temporanei. I cambiamenti in corso d’opera si sono poi stabilizzati, per arrivare a uno stato dell’arte, negli ultimi cinque mesi, come di seguito rappresentato:

Torta conversazioni
Suddivisione percentuale delle conversazioni online sul tema Musei italiani

Cosa è accaduto nel frattempo? Intanto possiamo vedere che il museo TOP delle conversazioni online è senza dubbio la Galleria degli Uffizi, che, già in pole position prima della nomina con il 24% delle conversazioni, si attesta negli ultimi cinque mesi di monitoraggio a un eccezionale 33%, con un + 9% di conversazioni, dato di tutto rispetto.
Un altro cambiamento che  colpisce è quello della Reggia di Caserta che, se prima del cambio di Direttore si attestava al 14% delle conversazioni, registra oggi un balzo considerevole nella propria capacità di far parlare di sé con un eccellente 23%, grazie anche al picco di conversazioni dovuto alle polemiche suscitate  in rete per un ipotetico eccesso di lavoro del suddetto Direttore.
Trend conversazioni
Diagramma di flusso delle conversazioni online a tema Musei italiani

E se Galleria Borghese sale di un posto, portandosi al terzo anziché al quarto, una performance di tutto rispetto la realizzano il Parco Archeologico di Paestum e il Museo Archeologico di Napoli, che rispettivamente dalla decima e ottava posizione salgono alla quarta e alla quinta, mentre il Polo di Torino scende dal terzo all’ottavo posto.
Per finire vi proponiamo un ultimo grafico, che mette in evidenza i sistemi di comunicazione online privilegiati dai vari Musei e dai loro estimatori nel chiacchiericcio multimediale che li riguarda.
I più social, come ben visibile, sono le due Accademie, quella di Firenze e di Venezia, seguite a filo dal Museo Archeologico di Napoli, da Galleria Borghese e dalla Galleria degli Uffizi, mentre il Museo di Reggio Calabria va matto per la comunicazione mainstream. Il meno social di tutti è invece il Museo Archeologico di Taranto. Interessante, infine, il dato che riguarda i Blog, soprattutto per il Museo Nazionale di Reggio Calabria.

Vi lasciamo quindi con questo saliscendi di dati in attesa del prossimo report, per vedere se, alla lunga, qualcuno dei nostri “atleti culturali” ci soprenderà di nuovo con le sue chiacchiere in movimento!
E infine ci raccomandiamo: perchè non usare il nostro articolo come spunto per andare a visitarne uno, di questi Musei, magari il più vicino a voi?
Istogramma
Rappresentazione visiva dei principali strumenti di conversazione online utilizzati dai vari Musei

*Caratteristiche del monitoraggio

Monitoraggio:  i 20 musei i cui direttori sono stati nominati dal ministro Franceschini lo scorso agosto.
Periodo: dal 26/06/2015 fino al 30/03/2016
Lingua: lingua italiana.
Fonti: Weblog, Q&A, Social Network, Forum e Review.
Temi analizzati: offerta turistica.
Prodotti individuati (in breve): archeologia, archivi e biblioteche, chiese e santuari, musei e teatri, palazzi storici, concerti, fiere, sagre.
Strutture ricettive: tipo di struttura utilizzata per il pernottamento.
Argomenti (in breve):  ambiente e territorio, dati (relativi alle presenze nel museo, orari, info, gestione del personale), enogastronomia, eventi, istruzione, innovazione, storia e arte.
Categorie
Big Data & C. Data Mining Un Big Data al giorno

Dati e post in viaggio: chi arriva e chi parte… ma verso dove?

[dropcap3]L[/dropcap3]a metafora del viaggio è ricorrente proprio perché intrinseca alla nostra natura primordiale di ex-nomadi alla ricerca di condizioni favorevoli in cui vivere. E tuttavia anche oggi, anche se abbiamo ormai colonizzato l’intero pianeta, non per questo viaggiamo di meno.
Solo che lo facciamo anche in altri modi, oltre che fisicamente: su assi temporali che convergono, ad esempio, e, a volte, anche in più posti contemporaneamente, rasentando l’ubiquità.  Come? Attraverso le recenti tecnologie sia mobile che social che, affiancate alle pratiche del viaggio tradizionale, si arricchiscono vicendevolmente di nuove possibilità ed esperienze “itineranti”.
Ma quali sono allora i temi culturali e turistici più frequentati dalle conversazioni in rete, in special modo sulle piattaforme di Facebook e Twitter? Per scoprirlo abbiamo deciso di dare il via a un piccolo esperimento, attivando – grazie al nostro tool Webdistilled un monitoraggio che rende conto di quali sono i topic più frequentati, facendo una sorta di “gara” tra Regioni e luoghi culturali di destinazione, che abbiamo suddiviso secondo varie tipologie.
L’intervallo temporale che abbiamo analizzato è quello dei primi due mesi dell’anno, un periodo di bassa stagione, dunque, i cui risultati non mancheremo di confrontare più avanti nel tempo, con quelli che raccoglieremo e analizzeremo al termine dell’estate, per vedere come incideranno le vacanze sulle conversazioni turistiche degli italiani.
Per ora accontentiamoci dei primi mesi dell’anno e vediamo qualche “meta” in forma di numero, o meglio, di grafico.

Grafico Turismo Italia
Clicca per ingrandire l’immagine. 104.383 clip raccolte.

Nell’istogramma sopra illustrato possiamo già trarre alcune conclusioni di tipo quantitativo. Intanto che le cinque regioni “Regine” d’Italia per citazioni sono nell’ordine, come immaginabile, il Lazio, la Lombardia, la Toscana, l’Emilia Romagna e il Veneto.
Possiamo ben vedere inoltre che, tra i due social analizzati, quando si parla di mete e destinazioni turistiche è Twitter a farla da padrone, e alla grande, con la maggior parte delle clip raccolte.
Meno prevedibile è invece la classifica dei temi culturali maggiormente “frequentati” in rete, in ordine di gradimento.
Ai primi posti troviamo le Piazze, con i Musei e i Teatri, dimostrando una volta ancora l‘appeal delle Città d’Arte, seguite a ruota dalle Fiere e dalle Sagre, come a sottolineare che gli italiani sono sempre i soliti;-). Al quarto, onorevole posto, troviamo le Torri e i Castelli che, nella cattolica Italia, battono seppur di poco le Chiese e i Santuari. Capita poi che – attenzione attenzione – il numero di post e di tweet sul tema Archivi e le Biblioteche sia maggiore di quelli sulla Musica e i Concerti. E questo è sorprendente.

Incuriositi da questi dati abbiamo provato a confrontare tra loro le prime due regioni in classifica, il Lazio e la Lombardia, con l’Emilia Romagna (per puro spirito campanilistico, scrivendo noi dalla città di Parma) per vedere di nascosto l’effetto che fa.
I risultati fanno sorridere, per quanto prevedibilmente sorprendenti. Se infatti la Lombardia si allinea nella propria classifica conversazionale quasi perfettamente al resto della media italiana, l’Emilia Romagna ha, al primo posto, i post e i tweet  riguardanti Fiere e Sagre (e ti pareva!).
grafico lombardia
Clicca sull’immagine per ingrandire il grafico.

Grafico emilia romagna
Clicca sull’immagine per ingrandire il grafico.

Il tutto mentre il Lazio – galeotta fu Roma capitale – risulta la prima della classe in tema culturale, mettendo al primo posto sì le Piazze, ma mostrando un picco sorprendente di conversazioni sul tema Archivi e Biblioteche. Chi l’avrebbe mai detto?
Ah, un’ultima curiosità. Spulciando tra i vari post e tweet una cosa ci ha colpito: la classica foto con la torre di Pisa sorretta dal modello di turno è uno dei topic più divertenti e frequentati. L’Italia che si fa i selfie, insomma è proprio così come sembra: ghiotta, colta e un po’ svagata.
Grafico Lazio
Clicca sull’immagine per ingrandire il grafico.


CARATTERISTICHE DEL MONITORAGGIO

Monitoraggio riguardante: le principali città d’arte nelle regioni italiane.
Periodo: dal 26/06/2015 fino ad oggi.
Lingua: italiana.
Fonti: Weblog, Q&A, Social Network, Forum e Review.

Numero clip: le clips considerate sono state oltre 104.383.

TEMI ANALIZZATI

Offerta turistica: sono state individuate le tipologie di prodotto turistico individuate nei settori:
– Archeologia.
– Archivi e Biblioteche.
– Chiese e Santuari.
– Musei e Teatri.
– Palazzi storici.
– Torri e Castelli.
– Concerti.
– Fiere e Sagre.
Gli argomenti di conversazione sono stati classificati in:
– Ambiente e territorio.
– Enogastronomia.
– Eventi.
– Servizi al turista.
– Storia e arte.
Categorie
Data Mining

Data Mining: una palla di vetro al posto di montagne di dati

[dropcap3]U[/dropcap3]n tempo c’erano gli oracoli, i tarocchi, i riti scaramantici e le visionarie profezie di uomini e donne illuminati spesso da tragici destini.
Poi sono arrivate le teorie del gioco – che gioco tanto non è – e i loro dati statistici, che ci hanno insegnato come le probabilità possano divenire possibilità.
Oggi le carte che abbiamo in mano, in termini anche predittivi, sono ben altre, e derivano da cumuli e depositi di dati – espressi in testi, numeri, immagini e tutto ciò che è informazione allo stato puro – che, se giocati nel modo giusto, nei giusti tempi e con i passaggi opportuni, possono permetterci non solo di comprendere meglio il presente, ma di “predire” il futuro.
Di cosa stiamo parlando? Dei processi cosiddetti di “data mining”, ovvero di tutte quelle attività di scansione, analisi ed estrazione di dati per lo più insignificanti e irrilevanti attraverso delle griglie o dei percorsi interpretativi, che li contestualizzano e utilizzano secondo inediti e imprevisti percorsi di senso. Questi processi sono in grado, dopo tale lavorazione, di rappresentare vere e proprie proiezioni di dati nel futuro, con conseguenze non solo operative, ma anche riflessive ed auto-riflessive.
Ma cosa fanno di preciso questi processi di selezione dei dati? Come si muovono all’interno del trattamento cui sono sottoposti? Occorre innanzitutto partire da una capacità tutta umana, quella di porsi le giuste domande.
È l’interrogativo iniziale, infatti, che dà il via alla ricerca del campo d’azione, magari a sua volta ispirato dalla scoperta di una vera e propria “miniera” di dati, anche intercettata per caso.
Una volta compreso il tesoro potenziale che sta alla base di tale giacimento di dati, tutto è nelle mani del “data scientist”, ovvero quella figura professionale in grado di estrapolare valore concreto da una mole quasi inimmaginabile di informazioni del tutto prive di appeal e senso, per lo meno all’apparenza.
Che potrebbe ad esempio, all’interno di uno scenario inquietante come la mole di effrazioni denunciate in un determinato territorio, trattare, filtrare e associare tali dati in maniera proficua tra loro, rivelando in anticipo quali zone di una città saranno più probabilmente oggetto di tali spiacevoli attenzioni, e per quali tipologie di reato.
È il caso ad esempio di Transcrime, che “ha dimostrato come una parte dei furti in abitazione possa essere prevista partendo dall’analisi dei dati disponibili”.
Come è stato possible arrivare a questo risultato sorprendente? Rispondiamo a questa domanda con le parole dei relatori del progetto: “La ricerca – è stato osservato – ha da prima evidenziato caratteristiche e andamenti dei furti in abitazione in tutta Italia utilizzando i dati fino a dicembre 2014. Poi ha utilizzato un approccio innovativo per sviluppare un modello preventivo testato su tre città italiane (Milano, Roma e Bari) per dimostrare come pochi luoghi critici concentrino un numero considerevole di reati”.
Si tratta quindi di una capacità predittiva non trascurabile, capace di attingere le proprie radici in un’analisi del pregresso che si articola e riverbera in successive elaborazioni di Dati attraverso passaggi  complessi e articolati, in grado di “proiettare” tali inferenze in un contesto futuro, immaginandone i possibili scenari.
Caratteristiche, queste, comuni anche a Gzoom, l’innovativo sistema di analisi in grado di effettuare la medesima tipologia di inferenza su un tema altrettanto delicato: il potenziale corruttivo nascosto all’interno di un’organizzazione sottoposta a forti pressioni di questo tipo da parte del proprio contesto socio-economico.
Certo, tali “predizioni” non saranno mai sicure al 100%, e il margine d’errore esiste sempre. Anche gli oracoli più celebri, del resto, si esprimono spesso in profezie intellegibili.
Ma tutto ha inizio – e sempre lo avrà – dai medesimi, intramontabili interrogativi: Chi siamo? Da dove veniamo? E soprattutto: dove stiamo andando? La risposta, in questo caso, sarà… data!

Categorie
Data Mining

Il treno della predizione corre sulle nuvole, o meglio, sui CLOUDS.

[dropcap3]C[/dropcap3]osa, più di una nuvola, riporta al comune sentire in termini di leggerezza?
Alte, soffici e impalpabili, le nuvole rappresentano la sostanza e la forma di un concetto che, ai giorni nostri, assume un valore in più, del tutto inedito, che esploreremo insieme: quello dell’efficienza.
Alla leggerezza del resto – intesa come valore culturale, ancora prima che come keyword con cui marcare l’attualità – è dedicato il primo “memo” analizzata da Calvino nel suo capolavoro Lezioni americane. Leggerezza intesa innanzitutto come superamento del concetto di “peso”, senza nulla concedere alla superficialità, che è ben altra cosa.
La differenza tra le due possibili varianti del termine, come ricorda Calvino, sta infatti nella grazia con cui si riesce a gestire una faticosa incombenza, piuttosto che nel restare in una dimensione di superficie dell’essere. La leggerezza così intesa è intrecciata all’apparente naturalezza di un risultato frutto in verità di un sapere disposto ad arte, piuttosto che nella facilità del suo raggiungimento.
Come dire: se anche nel tagliare un determinato traguardo non c’è alcuna traccia dello sforzo occorso per arrivarvi, lo sforzo c’è stato, eccome. Solo che è stato capace di non appesantire il risultato finale, liberandolo anzi da ogni contingenza. E se esiste oggi, nel nostro orizzonte culturale e tecnologico, una metafora adatta per rappresentare questo stato delle cose, cosa, meglio di un Cloud?
Se tale accostamento può sembrare a un primo approccio quasi eretico, così non è. Non lo è se pensiamo innanzitutto allo sforzo – sia in termini di risorse che di energie – che accompagna ogni impresa tecnologica alla cui base c’è un’intuizione capace di elevarsi a strumento di azione e condivisione. Non lo è se ci confrontiamo poi con il risultato finale: l’interfaccia immediato con pressoché qualsiasi sistema o programma attraverso una semplice connessione internet.
La “filosofia” del Cloud – perché di questo, si tratta, ovvero di un approccio diverso al lavoro, e non soltanto di uno strumento d’uso comune – opera in un ambiente di assoluta leggerezza, rapidità e soprattutto, come anticipato, di efficienza.
Il Cloud, infatti, consente anche alle realtà economiche più piccole di farsi supportare da tecnologie innovative, permette l’utilizzo e la distribuzione di beni immateriali a distanza ed è in grado di generare lavoro anche in ambienti di mobilità, accelerando in potenza molti processi sia progettuali che operativi.
Un insieme di valori capaci dunque di tradursi, sotto la giusta guida, in un eccezionale motore di business che, in un momento di difficoltà economica e produttiva come l’attuale, non può non rivestire un carattere di assoluta preminenza.
Non a caso grandi colossi come Google, Microsoft e Amazon si stanno sempre più spostando su sistemi di Cloud Computing che, attraverso algoritmi dedicati, garantiscono alle aziende di elaborare strategie predittive per i business futuri.
Tali sistemi si intrecciano a doppio filo con i Big Data, arrivando ad elaborare modelli statistici che, in base ai dati già disponibili, sono in grado di anticipare possibili esiti futuri con un buon grado di probabilità.
È l’esempio di Amazon Machine Learning, lanciato da poco da Amazon, realizzato in modo tale che gli sviluppatori possano generare modelli predittivi su cloud basati sui propri dati, riuscendo così ad organizzare meglio le proprie strategie di azione.
O quello di Microsoft Azure, la piattaforma cloud di Microsoft: “una raccolta in continua crescita di servizi integrati per calcolo, archiviazione, dati, rete e app, che ti permettono di essere più veloce, più efficiente e di risparmiare denaro.”
In entrambi i casi – così come per quanto riguarda altri prodotti simili, seppure ognuno con le proprie caratteristiche – si tratta di strumenti che fanno della “leggerezza” il loro primo comandamento, rendendo semplice e immediato ciò che in realtà è frutto di una mole considerevole di competenze, invenzioni e saperi messi in campo e fatti interagire tra loro da una moltitudine di persone, ciascuno esperto nel proprio settore e con incarichi diversi.
In nome di un’efficienza un tempo non lontano davvero inimmaginabile. O meglio: impalpabile.