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VoxxedDays Milano 2019: Cloud, AI, Gamification e molto altro per il futuro dell’innovazione.

Nella giornata del 13 aprile 2019, presso l’Università Bicocca di Milano, si è svolto l’evento Devoxx ‘VoxxedDays Milano 2019 – a Developer Conference’. Un evento unico che ha dato l’opportunità, ai partecipanti, di entrare a contatto con talenti diversificati, nazionali e internazionali, aggiornati sulle tematiche vitali del mondo dello sviluppo digitale.

Cloud, Big Data, AI, Robotics, Programming Languages, Java, Security, Architetture e Developer Culture sono solo alcuni degli argomenti, all’avanguardia per eccellenza tecnica e creatività, trattati nelle varie sessioni dell’evento.
Momenti intensi di incontro, ascolto e condivisione delle competenze, con alcuni dei relatori più stimolanti del settore e ricchi di idee affascinanti (sul profilo twitter dell’evento si possono trovare altre informazioni e foto).

I colleghi Daniele Porta e Stefano Volponi hanno avuto la possibilità di partecipare all’evento portando a casa alcuni spunti interessanti, soprattutto di natura tecnica.

“Sicuramente c’è molto fermento e attenzione per l’uso di servizi cloud, in particolare nell’impiego di AWS (ossia Amazon Web Services) con l’approccio serverless” 

ha detto Daniele. Ma cosa significa serverless? È l’architettura nativa del cloud che, eliminando le attività di gestione delle infrastrutture (server compresi), consente di creare applicazioni agili ed eseguire servizi. Il tutto a costi minori e in modo estremamente flessibile, grazie anche ad una elevata disponibilità automatizzata.
E non solo. Prosegue Daniele:

“Si è anche parlato di come rendere più divertente il lavoro di tutti giorni, cercando di promuovere la creatività, anche con l’utilizzo di tecniche come la Gamification, le chat con messaggi divertenti o cambiare, ogni tanto, il proprio modo di vestirsi indossando abiti colorati e più estrosi. Il motto coniato è #programming is fun!!! Questo perché il cervello, in situazioni di positività emotiva, è maggiormente produttivo che in caso di situazioni negative, quando le sollecitazione da stress lo inibiscono.”

In effetti, lo stress è una parte inevitabile del lavoro. Come suggerito nell’articolo ‘Positive Intelligence’, di Shawn Achor, su Harvard Business Review, la prossima volta che ci sentiamo sopraffatti, possiamo eseguire un semplice esercizio.

Occorre stilare una lista degli stress a cui siamo sottoposti, suddividendoli in due gruppi: quelli che possiamo controllare e quelli che ancora sembrano impossibili da gestire.
Ora, bisogna scegliere uno dei motivi di stress dall’elenco di quelli che siamo in grado di controllare e mettere in atto un piccolo passo concreto per ridurlo.
In questo modo è possibile riportare il cervello ad una situazione positiva e produttiva. E, inoltre, aumentare la propria felicità migliora anche la probabilità di successo. Sviluppare nuove abitudini e agirle concretamente per reagire allo stress sono, dunque buoni modi per iniziare a placarlo.
Infine, conclude Daniele:

“Un altro tema interessante trattato durante l’evento ha riguardato la Smart Company Elastic, che riesce a gestire un team di più di 1.000 persone dislocate remotamente e in tutto il mondo! L’argomento non era semplice e il talk ha solo tracciato alcune linee guida: la quasi totale assenza di gerarchie, l’automatizzazione dei task ripetitivi e l’adozione di strumenti collaborativi. Oltre ad una notevole trasparenza nelle comunicazioni e nel proprio lavoro”.

Insomma, un’immersione verso gli orizzonti del futuro, dettati però da cambiamenti e innovazioni di Scienza e Tecnologia più che mai contemporanei.
Cambiamenti che Maps, in prima linea, da sempre promuove e sostiene.
 
 


Credits Immagini:
Immagine di copertina, ID Immagine 44868378, da 1234rf; Photo by Sergey Nivens 
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Modelli del passato per capire (e predire) il futuro? La lezione della Storia. Di Giulio Destri.

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[/sf_iconbox]La lezione della Storia:
andiamo per gradi, anzi, per Tempo, Dati e Informazioni

[dropcap3]N[/dropcap3]ell’intervista di inizio anno abbiamo introdotto il concetto generale di MODELLI del mondo, mentre nell’articolo precedente ne abbiamo trattato uno in particolare, ovvero la mappa geografica.

In questo articolo parleremo invece della Storia, seppure con un approccio diverso da quello “nozionistico” puro, tuttora in uso in molte scuole nonostante le critiche che subisce da sempre. Ricordiamo, solo a titolo di esempio, l’incipit esemplare di Alessandro Manzoni ne “I Promessi Sposi: “L’Historia si può definire…”.

Gli esseri umani, come del resto tutto l’Universo, esistono soltanto entro il Tempo che – a quanto ci è dato sapere – scorre in una sola direzione, dal passato verso il futuro. Il tempo può essere quello di un’ora di lavoro, di una giornata di viaggio o di un anno di vita, oppure quello dei decenni dell’esistenza umana o piuttosto quello dei secoli di dominio dell’Impero Romano. Per non parlare dei tempi geologici o di quelli dell’universo: si tratta di milioni e di miliardi di anni…

[bctt tweet=”Gli esseri umani, come del resto tutto l’Universo, esistono soltanto entro il Tempo che – a quanto ci è dato sapere – scorre in una sola direzione, dal passato verso il futuro. ” username=”MapsGroup”]

Senza addentrarci nella Fisica o nella Filosofia, semplificando le cose, possiamo dire che, tramite i nostri organi di senso, utilizziamo questo tempo per raccogliere dati e informazioni – sia attraverso la nostra esperienza diretta nel presente che attraverso documenti e “reperti” provenienti dal passato  – dopodiché li accumuliamo nella nostra memoria e infine li attualizziamo nel presente. Sempre nel presente poi, attraverso il pensiero e le capacità della nostra mente umana, li elaboriamo per trarne informazioni e conoscenza atte a migliorare la nostra consapevolezza e a prendere adeguate e “sagge” decisioni per il futuro, o almeno così dovrebbe essere.

OrientamentoQuesto processo avviene spontaneamente e naturalmente anche nelle fasi di apprendimento del bambino che, durante la sua crescita e il suo sviluppo, impara a rapportarsi con il mondo. Lo stesso accade perfino nello sport, in cui si analizzano le partite passate degli avversari futuri per carpirne schemi e modi di gioco e adottare tattiche e contro-schemi al fine di vincere la partita.

Anche nel contesto aziendale avviene qualcosa di simile durante l’adeguata fase di chiusura che ogni progetto – secondo gli standard e le buone pratiche del Project Management – dovrebbe avere: stiamo parlando della “Lesson learned”, comprendente l’approccio predittivo e quello agile-adattivo della “retrospettiva”.

In queste attività, infatti, vengono valutate le azioni compiute durante il progetto assieme al loro esito, per capire cosa è stato fatto bene, cosa invece è andato meno bene (ed è quindi da migliorare) e quali sono stati infine i rischi e i problemi incontrati, così da tenerne conto nei progetti/fasi futuri.

Un approccio analogo viene attuato con la Business Intelligence ogni qualvolta si estraggono schemi, tendenze, correlazioni e altre informazioni dai dati “grezzi”, sempre con lo scopo di poter prendere decisioni nel modo migliore (ovvero più “saggio”) possibile per il futuro. Allo stesso modo funzionano i sistemi di Machine Learning che sono alla base di molte applicazioni di Intelligenza Artificiale.
E allora, che informazioni possiamo trarre dalla Storia? Come la conoscenza del passato ci aiuta a pre-vedere il futuro e a pre-pararci ad esso, possibilmente senza pre-occuparci più del necessario?

Approfondiamo insieme la questione.

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[/sf_iconbox]La relazione tra i Dati e la Storia

In primo luogo: cosa ci arriva dal passato?

Molto dipende dalle diverse epoche che prendiamo in considerazione, così come dalle tecnologie allora disponibili, o dalla distanza temporale che ci separa dalle stesse, o ancora dagli eventuali avvenimenti catastrofici accaduti nel frattempo, come sono ad esempio le guerre o i disastri naturali. Detto questo, possiamo applicare una semplificazione che ci aiuti nel raggruppare i Dati in questione in base a vari tipi di fonti, distinguendoli in:

Dati diretti, provenienti da autori contemporanei all’epoca che stiamo esaminando, che possiamo a loro volta sudividere in:

– Documenti visivi “oggettivi”, disponibili solo dopo l’invenzione della fotografia e del cinema, quindi posteriori al 1839 e al 1895.
– Documenti audio “oggettivi”, disponibili solo dopo l’invenzione delle registrazioni audio, quindi posteriori al 1877.
– Documenti visivi o tridimensionali come affreschi, dipinti, stampe, miniature, icone, disegni, progetti, modelli, statue e sculture, bassorilievi etc.
– Edifici e città, con le loro strutture, caratteristiche ingegneristiche, architettoniche, paesaggistiche etc.
– Oggetti di vita quotidiana, spesso a loro volta contenuti entro:
– sepolture;
– documenti scritti a carattere letterario;
– documenti scritti di tipo storico (cronache, annuari…) e socio-economico (bilanci, documenti contabili…);
– narrazioni orali tradizionali, canti etc;
– abitudini storiche;
– ricordi diretti di persone.

Dati dedotti a partire da:

– Tracce archeologiche.
– Elementi lasciati nell’ambiente.
– Elementi geologici ed ambientali.
– Correlazioni fra tutto quanto sopra definito.

Anche per i dati apparentemente “oggettivi”, come riprese audio e video, è importante considerare che essi riflettono comunque il punto di vista di chi aveva la macchina da presa in mano e/o che possono essere stati strumenti di propaganda (estremizzando si può arrivare a pensare alle fake news, così presenti nel nostro mondo).
E, per quanto riguarda i documenti scritti, come le cronache, occorre considerare che, molto spesso, essi sono “non particolarmente oggettivi” per motivi legati al tempo immediatamente successivo all’avvenimento.
Solo a titolo di esempio si può pensare alla “damnatio memoriae” tipica del mondo romano (e non solo), quando alcuni imperatori sono stati tramandati alla storia solo con aspetti negativi perché questo era funzionale e vantaggioso per i loro successori. “Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato” (George Orwell in 1984).
Tutto ciò premesso, partendo da dati dimostrati dagli storici attraverso secoli di lavoro, applichiamo ad essi una serie di analisi socio-organizzative contemporanee, al fine di riconoscere pattern ed estrarre schemi utili nel presente. Lo faremo attraverso una serie di “cammei” che rappresentano le lezioni che la Storia impartisce agli esser umani nelle sue diverse organizzazioni sociali, economiche e politiche.

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[/sf_iconbox]Historia magistra societatis: il sogno di Dario

Analizzando la storia, troviamo che in varie parti del mondo si sono evoluti sistemi sociali molto diversi e in tempi diversi, ma che sono in generale riconducibili a due modelli di base o, in alcuni casi più rari, in qualche modo “ibridi” fra di essi.
Da un lato troviamo organizzazioni poco stratificate, solitamente applicate a comunità piuttosto ristrette quali villaggi e piccole città, organizzate con strutture piuttosto “paritetiche”, ove il capo singolo, se presente, è comunque, con diverse sfumature, una sorta di “primus inter pares” e deve rendere conto ad un’assemblea, anche quando è il capo religioso. In molti casi, soprattutto al crescere delle dimensioni della struttura (città o insieme di città), il ruolo di approvazione o contribuzione alle decisioni del capo è ristretto ad una parte della popolazione (“aristocrazia”).
Dove si possono trovare, geograficamente, esempi di questa struttura? In Europa, ad esempio, con le organizzazioni della Gallia, dell’Etruria e dell’Italia preromana, della Germania, dell’Iberia. Più in particolare nell’antica Grecia l’evoluzione di questo modello condusse per la prima volta alla democrazia come oggi la conosciamo (pur con tutti i distinguo, a cominciare dal fatto che quella greca era una democrazia diretta e non rappresentativa…).
Il modello ovviamente non era presente solo in Europa: anche le tribù indiane nel Nord America erano organizzate in questo modo, così come molte tribù africane, dell’Oceania, delle steppe asiatiche… Ma usiamo il modello europeo come pietra di paragone.

Dall’altro lato troviamo invece organizzazioni molto più complesse e stratificate, applicate a territori vasti quanto attuali nazioni, spesso disposti lungo vie di comunicazione geografica come fiumi, e caratterizzate da elevata specializzazione degli individui, da una stratificazione sociale e dalla presenza di un capo “carismatico”, spesso anche capo religioso, in qualche modo rappresentante vivente della impersonificazione dello stato.
[bctt tweet=”Lungo tutta l’evoluzione dell’Uomo troviamo sistemi sociali molto diversi tra loro, ma riconducibili a due modelli di base (a volte ibridati): da un lato le organizzazioni poco stratificate, quasi paritetiche, dall’altro quelle più complesse, con diverse specializzazioni.” username=”MapsGroup”]
Usando una vecchia terminologia scolastica, questo tipo di organizzazione prende il nome di “Impero idraulico”, perché nato storicamente per la prima volta intorno a grandi fiumi e basato per le risorse alimentari su un’agricoltura intensiva, che richiedeva notevoli livelli di organizzazione sociale per il suo funzionamento.
PlatoneAnche in questo caso ci chiediamo: in quali zone si è creata con maggior frequenza questa struttura organizzativa nel corso della storia?  La possiamo riscontrare in molte zone del mondo, corrispondenti a quelle che oggi consideriamo come le grandi Civiltà del mondo antico: l’Antico Egitto, la Mesopotamia, la Persia, l’India, la Cina, il Messico (Aztechi, Maya), il Sudamerica (Chibca, Incas), l’Africa (Etiopia, Zimbabwe).
A questo, nel nostro argomentare, possiamo aggiungere che la contrapposizione fra questi due modelli è avvenuta molte volte nella storia. E in molti casi ha visto vincente il secondo modello, quello “imperiale” sia per dimensioni numeriche sia per organizzazione più efficiente. È così avvenuto che territori organizzati secondo il primo modello, quello “democratico”, sono stati incorporati con la forza entro “Imperi”. 
Questa contrapposizione è del resto stata studiata e “codificata” già dagli storici dell’antica Grecia, all’epoca delle Guerre Persiane (490-480 a.C.), quando l’insieme delle città-stato greche, rette da regimi aristocratici o democratici, fiere della propria indipendenza e cultura, si trovarono di fronte il grande impero Persiano in espansione, che, dopo avere unificato le varie civiltà “imperiali” del medio oriente si stava espandendo verso occidente.
Gli storici greci riconobbero già allora che a scontrarsi non erano solo due culture o due popoli diversi, ma proprio due modelli diversi di organizzazione sociale.
Il concetto fu espresso attraverso il mito del “sogno dell’Imperatore persiano Dario”, in cui il sovrano sogna “due donne di nobili origini, sorelle in stirpe, venute in lite fra loro” e tenta di sottometterle al giogo del proprio carro; l’una (l’Asia) accetta il giogo, l’altra (l’Europa) insorge, lo spezza e travolge il Re. Il significato della metafora era chiaro: la Grecia non poteva accettare il potere imperiale.
LegionariGli eventi – narrati e documentati – ci raccontano come andarono le cose: le città greche alleate insieme riuscirono a vincere ed a conservare la propria indipendenza e l’impero Persiano dovette ritirarsi, temporaneamente. Ma nel giro di 50 anni, le rivalità interne ai Greci fecero precipitare la situazione, scatenando la tremenda guerra del Peloponneso fra lo schieramento “democratico” guidato da Atene e quello “aristocratico” guidato da Sparta…
Nei secoli successivi la Grecia fu conquistata, insieme a tutto il Mediterraneo e a buona parte dell’Europa, dalla repubblica romana, che però non resse al contraccolpo interno della rapida espansione e, dopo un periodo di guerre civili, divenne l’Impero Romano, dotato di caratteristiche “imperiali”, ma più vicine al modello europeo, con l’adozione del Diritto e altre forme mutuate in qualche modo dalle organizzazioni “democratiche” ad esso preesistenti.
Quel che ne seguì, a vicende alterne, si chiama, per l’appunto, Storia. Ma il racconto di questa “competizione” tra differenti modelli è ancora oggi emblematico, come vedremo. Ampliando l’orizzonte alla storia recente e al mondo si possono trarre alcune conclusioni:

  • La democrazia non è un valore universale nella Storia, né l’aspirazione ultima dei popoli: l’evoluzione nel tempo non conduce necessariamente ad essa, anzi, ha condotto spesso a situazioni in cui essa cessava.
  • L’”esportazione della democrazia”, vanto propagandistico non molti anni fa, è una chimera: nazioni che sono eredi di una tradizione “imperiale” e non hanno mai avuto nel loro passato organizzazioni “democratiche” difficilmente possono evolvere verso un modello democratico senza una profonda trasformazione culturale, che richiede molto tempo.
  • In alcuni casi, in alcuni momenti particolari della storia, la democrazia, più lenta nell’agire con tutti i suoi meccanismi, può non essere la forma organizzativa più adatta per la sopravvivenza di una nazione o di una organizzazione; in altri momenti invece si; questo fatto era noto già nei primi secoli della repubblica romana, in cui, in situazioni di emergenza, il potere dei Consoli veniva sostituito da quello, concentrato in una sola persona, del Dittatore.
  • La democrazia con i suoi valori, proprio perché non definitiva, va difesa, in primo luogo considerando che accanto ai diritti ci devono essere i doveri ed il rispetto dei medesimi.

“Quando la città retta a democrazia si ubriaca di libertà confondendola con la licenza, con l’aiuto di cattivi coppieri costretti a comprarsi l’immunità con massicce d’indulgenza verso ogni sorta di illegalità…” scriveva già il filosofo greco Platone nel 370 a.C.. Quindi, se la democrazia degenera in licenza, questo è l’anticamera della sua fine.
Tanti esempi di questa degenerazione possono essere trovati nella Storia, anche recente. Ricordiamo che Dante Alighieri, verso la fine della propria vita, stanco delle lotte intestine delle città toscane che gli sono costate anche l’esilio dalla sua Firenze, scrive nel trattato “Monarchia” della necessità di un potere statale “universale” forte e indipendente dall’autorità del papato, per garantire la pace e il libero sviluppo delle persone durante la vita terrena.

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[/sf_iconbox]Historia magistra nationum: le relazioni fra le “nazioni”

L’osservazione della storia ci mostra alcuni schemi ricorrenti anche in civiltà lontane tra loro sia nel tempo che nello spazio. Per la maggior parte del tempo trascorso dal neolitico in poi le organizzazioni umane (tribù, nazioni, città…) sono state in guerra tra loro, dove per guerra intendiamo un conflitto organizzato e condotto con armi, non necessariamente rivolto alla distruzione del nemico.
Probabilmente, agli esordi, la guerra è nata come evoluzione estrema della competizione per le risorse (territori di caccia o simili). Poi, con l’avvento della agricoltura e delle civiltà stanziali basate su di essa, è diventata la difesa del cibo prodotto da parte degli “agricoltori” rispetto a chi voleva impadronirsene (“predoni”). E solo più tardi tale competizione per il territorio nel suo insieme è diventata conquista di territori adiacenti da parte di strutture più forti e organizzate, con la conseguente sottomissione delle popolazioni preesistenti.
[bctt tweet=”Probabilmente, agli esordi, la guerra è nata come evoluzione estrema della competizione per le risorse. Poi, con l’avvento delle civiltà stanziali, è diventata la difesa del cibo degli agricoltori rispetto ai predoni.” username=”MapsGroup”]
Combinata con la schiavitù, questa evoluzione condusse alle guerre di conquista per il potere nella maggior parte del mondo. E poi alle guerre per il mantenimento del potere. E le guerre per la difesa del proprio territorio, solo a titolo d’esempio le guerre fra l’Impero Romano e i barbari e le guerre fra l’Impero Cinese ed i Mongoli.
E’ interessante notare il parallelo “culturale” di tutto ciò. In molte culture, infatti, la parola usata per indicare “uomini” (nel senso di “esseri umani”) viene usata per indicare i propri membri, quasi a distinguere in maniera netta chi è simile a se dagli “altri”.
Rappresentazione del cervelloNella storia questa distinzione è presente in varie sfumature. Pensiamo agli antichi Greci che chiamavano tutti gli altri popoli “barbari” (addirittura anche il re Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno, che pure parlava la lingua greca e faceva parte del mondo greco, era definito “Filippo il Barbaro” dai Greci).
O, in tempi più recenti, alle ideologie propagandanti la superiorità della razza bianca o della razza “ariana”… O a quelle credenze e fedi religiose che tendono a considerare “miscredenti” gli altri e a suggerire la “guerra santa” contro di essi.
Cambiando tuttavia punto di vista – applicando uno sguardo più ampio facendo affidamento sulle piùà recenti scoperte riguardo alla struttura del cervello e della mente umana – possiamo stabilire delle motivazioni profonde per questi schemi ricorrenti nella storia, e riassumerle come segue:

Nella mente umana esistono diverse sezioni, cooperanti fra loro e, in parte, riconducibili a strutture fisicamente presenti nel cervello e frutto della evoluzione della specie umana; alcuni autori li definiscono come “cervello rettile”, “cervello mammifero” e “neocorteccia”: teorizzato da Paul MacLean in [1] questo modello estremamente valido è oggi ampiamente usato anche nella pubblicità e nelle vendite (si vedano ad esempio [2] e [3]); il primo scopo del cervello rettile è quello di mantenere in vita l’essere umano cui appartiene, in special modo individuando in anticipo le minacce.

[bctt tweet=”Nella mente umana esistono diverse sezioni, cooperanti fra loro e, in parte, riconducibili a strutture fisicamente presenti nel cervello e frutto della evoluzione della specie umana.” username=”MapsGroup”]

A livello percettivo questa distinzione si traduce nei sistemi del fast thinking e dello slow thinking, di cui si è parlato nella sopra citata intervista: la prima cosa che facciamo in un ambiente sconosciuto è attivare le percezioni sensoriali per dare “’un’occhiata in giro” e verificare l’eventuale presenza di pericoli, poi passiamo ad elaborazioni mentali più complesse.

A livello più “astratto”, corrispondente all’insieme dei tre cervelli ossia a tutta la mente, è dimostrata, nel coaching ed in altre tecniche di “potenziamento” mentale, la efficacia del modello dei livelli logici di Bateson-Dilts (si veda [5]); senza entrare nei dettagli di tale modello, ne traiamo un postulato: le nostre capacità ed i nostri comportamenti nell’ambiente in cui ci troviamo dipendono dalle nostre convinzioni e dai nostri valori.

Mettendo insieme tutto questo traiamo alcune semplici regole:

  • Gli esseri umani diffidano “istintivamente” del diverso (chi dice che non è vero analizzi in modo oggettivo e senza pregiudizi le sue sensazioni quando in uno spazio ristretto come un vagone entra una persona chiaramente diversa da tutti gli altri).
  • Il nostro comportamento, ossia la reazione agli stimoli sensoriali che percepiamo, dipende dalla combinazione delle regole del nostro cervello rettile con quelle delle nostre convinzioni e valori.
  • Convinzioni e valori di un certo tipo, combinati con emozioni legate alla sopravvivenza come la paura e la rabbia, specialmente in momenti particolari della storia possono condurre a considerare “giusti”, anche a livello di intere nazioni, comportamenti in altre circostanze definibili come “criminali”.

Questi meccanismi possono essere (e sono stati tante volte) pilotati per motivi vari: “entro ogni uomo esiste un potenziale nazista, immergetelo in un bagno di propaganda adeguata e vedrete cosa ne vien fuori” (frase attribuita al filosofo Bertrand Russel, si veda anche [4]).

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[/sf_iconbox]Historia magistra organizationis: l’interno delle società

I meccanismi della sopravvivenza individuale e dei propri cari (familiari, parenti, amici, concittadini del villaggio…) hanno influito in molti casi anche nella struttura interna di organizzazioni ed entità “statali” nel corso dei secoli.
Per analizzare questa parte è importante aggiungere ai meccanismi analizzati sopra il modello della Piramide dei Bisogni di Maslow, che li completa ponendo in gerarchia i bisogni dell’essere umano, a partire da quelli più necessari per la semplice sopravvivenza (come per esempio il cibo e che soddisfano le regole del cervello rettile), passando per la sicurezza (individuale, di salute, di proprietà…) per giungere all’appartenenza (ad un gruppo, una comunità e alle relazioni di amicizia, amore…), fortemente associate al cervello mammifero: non scordiamo tutti i paralleli che gli antropologi hanno scoperto tra le organizzazioni sociali umane e l’organizzazione sociale delle scimmie, il branco dei lupi etc.
All’interno di una struttura sociale i primi bisogni sono la sopravvivenza e la sicurezza. Seguono la possibilità di evoluzione sociale in base alle proprie capacità e in base alle pressioni contingenti individuate come preminenti.
[bctt tweet=”All’interno di una struttura sociale i primi bisogni sono la sopravvivenza e la sicurezza. Seguono la possibilità di evoluzione sociale in base alle proprie capacità e in base alle pressioni contingenti individuate come preminenti.” username=”MapsGroup”]
Nel medioevo, ad esempio, la paura delle invasioni da parte di nemici avevano prodotto una società chiusa ed arroccata su se stessa, che chiedeva protezione al feudatario, accettandone in cambio il potere.
Nella rinascita dopo l’anno mille, invece, le strutture sociali cambiarono e le città ripresero la loro importanza. Nell’Italia tra il 1100 e il 1300, infatti, i Comuni – essenzialmente città-stato organizzate in modo analogo all’antica repubblica romana – si affrancarono progressivamente dal Sacro Romano Impero, in nome della libertà (ricordiamo, ad esempio, la Battaglia di Legnano).
Muraglia CineseMa ogni città agiva in primo luogo in base ai propri interessi e all’interno stesso delle città agivano fazioni in lotta fra loro.
Questo condusse prima verso le Signorie (“così ora darsi in Signoria era la moda”, Corrado Barbagallo in [6]), e poi alla creazione degli Stati Regionali Italiani, che consentirono comunque, principalmente nel periodo compreso fra il 1454 e il 1494 lo sviluppo dell’economia, delle arti e di tante altre cose che oggi chiamiamo Umanesimo e Rinascimento.
Cambiando scenario, in vari paesi dell’Europa, soprattutto nella Francia, le rivolte contadine come la Jacquerie – causate sia da prelievi fiscali eccessivi, sia dalle carestie e dagli effetti indiretti delle guerre – hanno influito non poco sul mantenimento del potere da parte delle classi dominanti.
E anche la rivoluzione francese, che tanto ha influenzato la storia europea, può essere vista come una versione più estesa di rivolta. Rivolte contadine sono esistite anche presso entità imperiali molto più consolidate, come la Cina, dove hanno contribuito alla caduta di imperatori.
In generale quindi cosa possiamo trarre da questi avvenimenti:

  • L’esasperazione delle persone rispetto ai bisogni elementari conduce alla reazione, anche violenta, se non esistono altri modi per cambiare la situazione.
  • Spesso le reazioni violente sono state pilotate da persone appartenenti alle classi dominanti per cambiare equilibri di potere o per conquistare il potere.
  • Il mantenimento di una organizzazione sociale nel momento in cui la maggior parte delle persone ha soddisfatto i propri bisogni più importanti è molto più facile.
  • Cambiamenti in sistemi esterni che influiscono su un sistema sociale possono creare i presupposti per un cambiamento sfavorevole ai bisogni della popolazione, a sua volta causa di reazioni violente.
  • La difesa a oltranza di organizzazioni valide in passato (“cristallizzazione della società” o “difesa del buon tempo antico”) non serve, anzi, può essere controproducente.

È utile osservare come esempio per questo gli avvenimenti della Cina degli ultimi anni: resosi conto del malcontento montante negli strati più bassi della società, aggravato ulteriormente dal rallentare della impetuosa crescita economica cinese, il presidente Xi Jinping ha adottato misure drastiche ed efficaci contro la corruzione (approfittandone nel contempo per rafforzare il potere del suo gruppo di fedelissimi entro le strutture dello stato), contro l’inquinamento e contro altre cause del malcontento.
Erede degli antichi imperatori cinesi, Xi Jinping è un ingegnere chimico, ha ampia esperienza politica e conosce bene la storia cinese. Osservando la Cina attuale e la sua organizzazione viene quasi spontaneo definirla uno stato-azienda (o un’unica azienda gigante grande come uno stato)… A questo proposito è utile citare una frase da un discorso tenuto da Mauro Moretti, allora amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, nel 2013 a Brescia.
Moretti era da poco tornato da una missione commerciale in Cina e riferì questa frase di un alto dirigente cinese in relazione ad una trattativa commerciale con gli USA: “nella nostra delegazione (cinese) noi eravamo (ingegneri,) impegnati a costruire il futuro, gli americani erano tutti (avvocati,) impegnati a difendere il passato”.

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Historia magistra vitae: il caso dell’Isola di Pasqua

Sino ad ora abbiamo considerato la storia umana quasi esclusivamente dal punto di vista degli esseri umani. Ma gli esseri umani esistono entro il sistema “pianeta Terra”, composto a sua volta da tanti sistemi ed eco-sistemi collegati fra loro ed a sua volta soggetto alle influenze degli altri corpi celesti vicini come il Sole, fonte primaria delle energie che servono alla vita, la Luna (principalmente per le maree, non a caso definite “respiro degli oceani”…).
Le influenze esterne si sono manifestate più volte nella storia della Terra: una delle più importanti è l’estinzione dei dinosauri avvenuta in seguito all’impatto del grande meteorite circa 65 milioni di anni fa. Senza quell’avvenimento oggi la maggior parte delle specie animali (noi compresi) non esisterebbero e i mammiferi sarebbero ancora piccoli animali notturni simili a topi (si veda [7]).
[bctt tweet=”Acuni eventi, come le pestilenze, hanno imperversato più volte, in passato, sul nostro pianeta, con effetti devastanti sulle società umane. E i fattori climatici hanno influito pesantemente sulla Storia. ” username=”MapsGroup”]
E anche l’interno della Terra si manifesta con le sue influenze. Pensiamo alla disastrosa eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo che, oltre a sommergere le città romane di Ercolano e Pompei, causando la morte delle migliaia di abitanti delle stesse, ha addirittura cambiato la forma della montagna.
O, in tempi recenti, ai disastrosi terremoti che hanno sconvolto varie regioni del mondo e colpito anche pesantemente il nostro paese, con l’effetto di morti, sofferenze e gravi effetti economici…
Le pestilenze più volte in passato hanno imperversato, con effetti devastanti sulle società umane. E i fattori climatici hanno influito pesantemente sulla Storia. Solo a titolo di esempio citiamo la spaventosa eruzione del vulcano Tambora, in Indonesia, avvenuta nell’aprile 1815.
Isola di PasquaMilioni di tonnellate di polveri, accompagnate da sostanze inquinanti come gli ossidi di zolfo, furono sparate in atmosfera e, combinandosi con il vapore acqueo, causarono il formarsi di una specie di “nebbia” nella alta atmosfera. Oltre a molte migliaia di morti nelle vicinanze del vulcano, l’effetto secondario fu una grande piovosità nei mesi successivi ed un drastico abbassamento delle temperature (“anno senza estate”).
Il primo probabile effetto sulla Storia di questa eruzione è il suo contributo alla sconfitta di Napoleone a Waterloo nel giugno del 1815, dovuto al fango causato dalle piogge eccezionali di quel periodo che impedì all’esercito francese di usare al pieno potenziale la propria cavalleria.
E negli ultimi secoli l’effetto delle azioni umane sul sistema “pianeta Terra” è diventato sempre più intenso.
A tal proposito è utile prendere in esame un caso particolare: l’isola di Pasqua nell’oceano Pacifico meridionale. L’isola era disabitata fino circa all’anno 900-1000 d.C. ed era coperta di una immensa foresta di palme. Un uso smodato delle risorse e l’eccessivo aumento della popolazione in pochi secoli causarono l’inaridimento progressivo dell’isola e la sparizione degli alberi e di molte risorse alimentari. La conseguenza fu un progressivo inasprimento dei rapporti fra i gruppi sociali degli abitanti, con guerre e atti di cannibalismo. Per approfondimenti si raccomanda il documentario di Alberto Angela
Un fatto analogo avvenne con l’eccessivo sfruttamento dei piccoli boschi della Groenlandia da parte dei Vichinghi che l’avevano colonizzata intorno all’anno 1000. I Vichinghi avevano bisogno del legno e l’eccessivo sfruttamento eliminò una risorsa vitale per la società vichinga, provocando la decadenza e poi la fine delle colonie. E’ interessante tuttavia notare come la popolazione degli Inuit, che aveva adottato uno stile di vita molto più rispettoso dell’ambiente, sopravvisse anche a questo inaridimento, tanto che tutt’ora i loro discendenti abitano la Groenlandia.
Tornando ai tempi nostri – e ai ghiacci – sappiamo che l’impatto dell’azione umana sul clima viene di solito indicato come “riscaldamento globale”. In realtà questa espressione è riduttiva e incompleta, portando con se un modello eccessivamente semplificato degli effetti. Più gas a effetto serra in atmosfera significano più radiazione solare trattenuta e quindi più energia in atmosfera.
Per spiegare questo effetto è utile la metafora del sistema “pentola sul fuoco”. Se noi aumentiamo la potenza della fiamma, e quindi forniamo più calore all’acqua contenuta nella pentola, questa bolle più forte, quindi le correnti interne sono più veloci, le bolle più grandi… In sostanza il sistema è analogo ad un sistema fisico con feedback positivo in cui le oscillazioni diventano sempre più forti. Si veda come esempio di questo tipo di effetto il filmato sul disastro del ponte Tacoma.
Le fluttuazioni climatiche sono sempre esistite negli ultimi milioni di anni, di solito però si esprimevano in decenni o secoli. Ma la presenza di più energia “intrappolata” in atmosfera non fa altro che amplificarle maggiormente, sia come effetti (eventi meteo estremi), sia come scala temporale (ad esempio, anno 2014 con estate molto piovosa, anno 2015 con estate molto secca o anche periodi molto piovosi alternati a periodi molto caldi nella stessa estate…).
[bctt tweet=”Le fluttuazioni climatiche sono sempre esistite negli ultimi milioni di anni, di solito però si esprimevano in decenni o secoli. ” username=”MapsGroup”]
Continuando ad immettere gas serra in atmosfera stiamo amplificando, in modo drammatico, le oscillazioni climatiche pre-esistenti, conducendo ad un clima sempre più “caotico”.
Che informazioni di tipo generale possiamo dedurre da tutto ciò?

  • La nostra società è complessa, si basa sul continuo afflusso di risorse, che potrebbero venire meno o essere disponibili in minore quantità, con effetti sulla stabilità sociale.
  • Non siamo indipendenti dall’ambiente, nonostante tutta la nostra tecnologia.
  • Non voler vedere le cose o fare finta che non esistano è una mossa suicida; ma anche propagandare interventi “ideologici” e non sistemici è altrettanto pericoloso.
  • L’intervento deve avvenire a tutti i livelli: ad esempio, lamentarsi che “ci sono sacchi della spazzatura in giro” e poi contribuire a buttare spazzatura in giro è oltre che dannoso, ipocrita.

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[/sf_iconbox]Historia magistra omnium rerum:
che lezione complessiva possiamo trarre?

Se applichiamo l’analisi dei sistemi in modo oggettivo alla situazione attuale possiamo concludere che nel 2100 potrebbe non esistere più alcun essere umano sul pianeta Terra. E’ una certezza? Ovviamente no, è solo un futuro possibile, che dobbiamo fare in modo di cambiare.
Stiamo, in sostanza, giocando col fuoco. O, in altri termini, facendo gli apprendisti stregoni, senza sapere quali possono essere le conseguenze delle nostre azioni e della combinazione di esse. Ricordiamo che il pianeta Terra è un grosso sistema, composto di tanti sotto-sistemi collegati fra loro, che evolvono in modo non lineare, come rappresentato validamente nella metafora dell’effetto farfalla. E gli effetti possono andare in tutte le direzioni.
Effetto FarfallaL’auto-distruzione della specie umana non è inevitabile.
Già più volte in passato ci sono stati rischi gravi per la nostra specie. Solo in tempi molto recenti si è arrivati alla possibile distruzione totale ad opera dell’uomo.
Prendiamo il periodo della guerra fredda, con l’equilibrio del terrore poggiante sulla mutua distruzione reciproca assicurata con le armi atomiche. In almeno due occasioni (a quanto noto pubblicamente) si è arrivati molto vicino alla guerra nucleare.
Prendiamo il primo caso: la crisi dei missili di Cuba, nel 1962. Il mondo fu veramente sull’orlo della guerra, quasi nel momento previsto da un film sul tema della guerra atomica del 1959, L’ultima spiaggia. Anche se molti documenti sono stati presentati, diversi film sull’episodio realizzati, ancora non vi è certezza su quanto esattamente avvenne. L’intervento di mediazione di Papa Giovanni XXIII, che contribuì in modo decisivo allo sbloccarsi della crisi, non è completamente noto. E tuttavia accadde.
Emblematico è anche il secondo caso: nel 1983 il colonnello Petrov della forza missilistica dell’URSS identificò correttamente come malfunzionamento di un sistema (più tardi fu scoperto dovuto a una condizione di illuminazione non prevista da chi aveva progettato i sensori) la segnalazione di un attacco atomico condotto dagli USA da parte di un satellite spia. Per questo il colonnello fu anche redarguito e la sua carriera compromessa.
Cosa possiamo trarre da tutto questo?
Che la nostra sopravvivenza dipende dal buon senso e dalla intelligenza, oltre che dalla conoscenza del mondo e di noi stessi, in modo sistemico. Se sapremo applicarle a livello di società umana, allora, sopravviveremo. O forse, in altri termini, qualcuno ci giudicherà degni di sopravvivere.

Giulio Destri


  • Bibliografia
  • [1] Paul D. MacLean – Evoluzione del cervello e comportamento umano. Studi sul cervello trino – Ed. Einaudi.
  • [2] Paolo Borzacchiello – Vendere ai 3 cervelli – Ed. Unicomunicazione.it.
  • [3] Oren Klaff- Pitch Anything: la presentazione perfetta – Ed. ROI Edizioni.
  • [4] Bertrand Russel – Storia della Filosofia Occidentale e dei suoi rapporti con le vicende politiche e sociali dall’antichità ad oggi – scaricabile QUI.
  • [5] Robert Dilts – Cambia le convinzioni con la PNL. I livelli di pensiero – Ed. Unicomunicazione.it e Il manuale del Coach – Ed. Unicomunicazione.it
  • [6] Corrado Barbagallo – Storia Universale – Ed. UTET.
  • [7] Robert Jastrow – Il Telaio Incantato – Ed. Mondadori.

CREDITS
Immagine di copertina (immagini rielaborate):
Cartina del mondo ID Immagine: 47275200. Diritto d’autore: max776.
Clessidra ID Immagine: 46736255. Diritto d’autore: Narith Thongphasuk.
 
Immagini nell’articolo:
Navigazione ID Immagine: 29013324. Diritto d’autore: Eugene Sergeev.
Isola di Pasqua ID Immagine: 77822383. Diritto d’autore: Laurent Davoust.
Muraglia cinese ID Immagine: 41511176. Diritto d’autore: Sean Pavone.
Farfalla ID Immagine: 41731974. Diritto d’autore: vician.
Rappresentazione del cervello umano ID Immagine: 119628144. Diritto d’autore: designua.
Filosofo Platone ID Immagine: 81933668. Diritto d’autore: Stefanos Kyriazis.
Soldati romani ID Immagine: 31099976. Diritto d’autore: Peter Bernik.
Cartina Antica ID Immagine: 65820318. Diritto d’autore: Dmitry Rukhlenko.
Manoscritti ID Immagine: 29453970. Diritto d’autore: Alfio Scisetti.

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ROSE al Primo Convegno Nazionale CINI sull’Intelligenza Artificiale.

Il 18 e 19 marzo si è svolto a Roma ‘Ital-IA 2019’, il primo Convegno Nazionale sull’Intelligenza Artificiale del Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica (CINI).

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ROSE al Convegno CINI
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L’evento è stato organizzato, in collaborazione con Confindustria, dal Laboratorio Nazionale ‘Artificial Intelligence and Intelligent Systems’ (AIIS), creato dal CINI nello scorso Giugno 2018 con il sostegno del Dipartimento di Informazione e Sicurezza della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Un’entità, quella del AIIS Lab, nata per:

  • sviluppare competenze e valorizzare eccellenze nazionali che sappiano cogliere ogni potenzialità di sviluppo legata alle tecnologie dell’Intelligenza Artificiale;
  • promuovere, in questo campo, il ruolo scientifico e tecnologico dell’Italia nell’Europa e nel Mondo.

Nella giornata del 18 marzo sono stati presentati quasi 400 progetti con lo scopo di far emergere sinergie tra istituzioni pubbliche, industria italiana e la ricerca scientifica delle università.

Anche Maps era presente con il collega Vieri Emiliani che, nel contesto della sessione su ‘AI for Transportation and Smart Cities’, ha raccontato gli elementi rilevanti di utilizzo dell’Intelligenza Artificiale all’interno dell’esperienza ROSE, la piattaforma creata dal team di ricercatori Maps per la gestione di smart grid.

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Il progetto ROSE
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ROSE è la proposta di Maps, sviluppata e sperimentata sul caso reale della Smart Polygeneration Microgrid del Campus Universitario di Savona, per un miglior utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili.

Come è noto, la natura intermittente e la numerosità di tali fonti comporta problemi nella gestione e distribuzione dell’energia. ROSE è stata progettata allo scopo di risolvere tali problematiche e rendere più ‘intelligenti’ le smart grid.
La piattaforma ROSE è una verticalizzazione, per il settore energetico, della soluzione Smart Aggregator di Maps. I blocchi principali di ROSE, ossia

  • il sistema di ottimizzazione della pianificazione energetica e
  • i modelli predittivi di consumo e produzione dell’energia

integrano i dati di campo, ed eventi interni ed esterni, con i pronostici di consumo e produzione. Tutto questo permette di aggiornare in tempo reale la pianificazione di un mix di risorse energetiche, attuando le necessarie regolazioni sui diversi dispositivi.

Il primo prototipo di ROSE è stato presentato dal Comune di Genova nell’ambito del ‘Global City Team Challenge 2017’ ed ora è in corso un progetto di integrazione di ROSE in un sistema di Demand Response, grazie a una collaborazione con Enel S.p.A. e le Università di Genova e Siviglia.

A questo lavoro ha contribuito, per MAPS, anche Giovanni Eruzzi. Insieme a Vieri Emiliani hanno collaborato con alcuni docenti e ricercatori dei Dipartimenti di Ingegneria Elettrica e di Ingegneria Informatica dell’Università di Genova.

Maggiori dettagli su quanto presentato al Convegno sono indicati nell’Extended Abstract, reperibile a questo link, mentre informazioni generali sul convegno e su tutti gli interventi che si sono tenuti potete trovarli sul sito del convegno.


Credits Immagini:
Immagine di copertina, ID Immagine 101730127 da 1234rf; Photo by Preechar Bowonkitwanchai
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Maps: entra nel vivo il progetto liguria 4p health per il censimento anonimizzato delle cronicità.

MAPS: ENTRA NEL VIVO IL PROGETTO LIGURIA 4P HEALTH PER IL CENSIMENTO ANONIMIZZATO DELLE CRONICITÀ.

L’obiettivo è sviluppare una piattaforma di eHealth/mHealth in grado di seguire e accudire il paziente attraverso il suo “viaggio” di prevenzione e cura.

 

Parma, 17 aprile 2019

 

Entra nel vivo ‘Liguria 4P Health’, uno dei quattro progetti complessi di attività di ricerca nell’ambito del Polo Ligure Scienza della Vita (PLSV), cofinanziati da Regione Liguria grazie al bando POR FESR 2014-2020 “Ricerca ed Innovazione – Azione 1.2.4 – Supporto alla realizzazione di progetti complessi di attività di ricerca e sviluppo per le imprese aggregate ai Poli di Ricerca ed Innovazione”.

Il progetto ‘Liguria 4P Health’ (Predictive, Personalized, Preventive, Participatory) permette il censimento anonimizzato dei soggetti potenzialmente cronici, utilizzando anche le informazioni di tipo clinico presenti in forma narrativa (testo libero) all’interno dei documenti sanitari.

Le informazioni sono estratte mediante elaborazione semantica avanzata e messe a disposizione degli algoritmi di individuazione dei soggetti cronici stessi.

Le nuove modalità di censimento dei soggetti potenzialmente cronici consentiranno di ottenere:

  • una maggior precisione nella loro individuazione,
  • una limitazione delle situazioni di falsi positivi (soggetti individuati dall’algoritmo ma non idonei) e falsi negativi (soggetti idonei ma non individuati dall’algoritmo).

Si tratta di una delle prime esperienze del genere a livello nazionale e internazionale, in cui il PLSV crede molto in termini di innovazioni e ricadute, sociali ed economiche, positive per il territorio ligure visto che – sia in Liguria sia in altre realtà regionali – le elaborazioni sulle banche dati sanitarie, finalizzate all’individuazione dei soggetti potenzialmente cronici, vengono tipicamente effettuate in modo “tradizionale”, ovvero utilizzando solamente le informazioni strutturate presenti nei cosiddetti flussi informativi riguardanti i consumi sanitari (ricoveri, farmaci e prestazioni ambulatoriali e di diagnostica strumentale).

Walter Locatelli, commissario di A.Li.Sa., commenta:

«Avere a disposizione sistemi informatici sempre più articolati per evidenziare lo stato di salute e i bisogni dei cittadini  permette di ottimizzare l’organizzazione dei servizi sanitari e socio-sanitari a favore di una programmazione più efficiente, efficace e appropriata».

Il progetto è reso possibile grazie al raggruppamento d’imprese guidata da MAPS S.P.A. e comprendente altre cinque realtà presenti sul territorio ligure (Camelot Biomedical Systems S.r.l., ETT S.p.A., FOS Green Tech S.r.l, Rulex Innovation Labs Srl, Netalia S.r.l, Nextage S.r.l), insieme ad A.Li.Sa (Azienda Sanitaria della Regione Liguria) e Liguria Digitale S.p.A. (soggetto Gestore del Polo Salute e Scienze della Vita di Regione Liguria).

Paolo Piccini, presidente del Polo e amministratore unico di Liguria Digitale, ha dichiarato:

«Il valore del Polo Ligure Scienza della Vita è la creazione di una rete stabile di collaborazioni e di nuovi progetti in grado di supportare le aziende liguri che operano in tale settore. Mettere in sinergia competenze e approcci diversi, eccellenze nella ricerca come quelle presenti in Liguria, significa andare ben oltre la sperimentazione di tecnologie e dispositivi a supporto della cura. In questo senso, il Polo è un motore che ha un enorme potenziale, anche sociale, a supporto della competitività della nostra Regione e dello sviluppo di servizi innovativi, economicamente sostenibili e rispondenti alle esigenze sempre maggiori dei cittadini in un ambito strategico come quello delle Scienze della vita».

Più tecnicamente, il progetto Liguria 4P Health ha come obiettivo quello di sviluppare un prototipo funzionante di piattaforma di eHealth/mHealth in grado di seguire e accudire il paziente attraverso il suo “viaggio” di prevenzione e cura, partendo da un insieme di tecnologie diagnostico-riabilitative di avanguardia come smart assistive environments, smart and autonomous robots, wearable devices e gamification in healthcare.

Tali tecnologie, legate ad una piattaforma intelligente che comprende big data analytics, machine learning, semantic knowledge discovery, computer interpretable guidelines o CIGs, possono:

  • guidare in maniera personalizzata il piano di trattamento;
  • prevedere e prevenire l’insorgenza di complicazioni o nuove criticità;
  • intercettare situazioni di declino verso lo stato di fragilità.

Il valore del progetto Liguria 4P Health, approvato da FILSE, è di 1.754.523,42 € (di cui spesa massima finanziata di 987.259,83€), terminerà entro Luglio 2021 ed è realizzato in collaborazione con l’Università degli Studi di Genova e il Consiglio nazionale della Ricerche, con il coinvolgimento di A.Li.Sa. (Azienda Sanitaria della Regione Liguria).

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GRUPPO MAPS

Fondata nel 2002, MAPS è una PMI Innovativa attiva nel settore della digital transformation. Con sede a Parma e 170 dipendenti, produce e distribuisce software per l’analisi dei big data che consentono alle aziende clienti di gestire e analizzare grandi quantità di dati e di informazioni, aiutandole nell’assunzione delle proprie decisioni strategiche e operative e nella definizione di nuovi modelli di business. Opera in un contesto caratterizzato da un elevato potenziale di crescita: il mercato mondiale delle tecnologie per la digital transformation ha raggiunto nel 2018 la dimensione di 1.300 miliardi di dollari; nel 2020 si stima un mercato di 2.100 miliardi di dollari (CAGR 2018–2020 pari a circa +20%).
MAPS opera attraverso 3 business unit (Large Enterprise, Healthcare Industry, Gzoom) e ha un portafoglio di oltre 180 Clienti altamente fidelizzati appartenenti a differenti settori: Servizi, Sanità, Industria e PPAA. Attraverso la linea d’offerta Patient Journey, si posiziona come leader nel settore dell’accoglienza dei pazienti nelle strutture sanitarie, presidiando il mercato con oltre 600 installazioni, che gestiscono una popolazione di oltre 17 milioni di pazienti a livello nazionale. Il Gruppo investe costantemente in R&D: negli ultimi 5 anni ha complessivamente destinato all’innovazione Euro 3,5 milioni.
La divisione Research & Solutions, costituita nel 2016, include 12 risorse altamente qualificate ed è responsabile dell’individuazione dei bisogni informativi del mercato e dello sviluppo di software ad hoc per i Clienti.
Il Gruppo chiude il 2018 con ricavi consolidati pari a Euro 16,7 milioni e un EBITDA pari a Euro 3,6 milioni (EBITDA margin pari a circa il22%). Negli ultimi 5 anni MAPS ha raddoppiato i ricavi e decuplicato l’EBITDA. La società è caratterizzata da elevati livelli di recurring revenues e cash conversion. Alla crescita organica del Gruppo si è affiancata un’importante attività di M&A, con l’acquisizione di IG Consulting (2011) e Artexe (2018).
Comunicato disponibile su emarketstorage e su MAPS Group

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6MEMES TRENDS Data Complexity & Big Data

Storie di innovazioni passate, (NON)sostenibilità e nuove frontiere sociopolitiche: l’autoriflessività a partire dai dati.

[dropcap3]S[/dropcap3]ono passati pressappoco due anni da quando – nell’introdurre in 6Memes il tema degli indicatori sociali – citai questa frase di Victor Hugo: “Niente al mondo è così potente quanto un’idea della quale sia giunto il tempo”.
Era il 2017 e sembrava che fosse finalmente giunto il tempo e l’Italia volesse addirittura giocare d’anticipo dotandosi non solo di indicatori di benessere Beyond GDP (Al di là del PIL) – come caldeggiato dalla commissione europea già a partire dal 2009 – ma addirittura tenendone conto nel Documento Programmatico di Bilancio dell’anno corrente. Fa un po’ ridere aver formulato il pensiero in questi termini considerato che di coefficienti di sviluppo sociale si parla dagli anni ’60.
Nel quadro Europeo, raccontavo nell’articolo – l’Italia è il primo Paese a collegare gli indicatori di benessere equo e sostenibile alla programmazione economica e di bilancio, attribuendogli un ruolo nell’attuazione e nel monitoraggio delle politiche pubbliche.
Negli ultimi tempi ho ripensato spesso alla frase di Victor Hugo e ai coefficienti di benessere sociale, mentre scorrevano insistentemente nei nostri feed le dispute sulla battaglia della giovanissima studentessa svedese per cercare di arginare la corsa sfrenata di un convoglio su cui l’umanità a un certo punto della sua storia è salita festosa – affascinata dalla promessa di una fermata nel paese dei balocchi – per scoprire troppo tardi di essere lanciata verso il precipizio fatale del disastro ecologico.
La crisi ecologica (e non solo) in cui siamo immersi è una faccenda complessa, parte da molto lontano e i motivi per cui i governi (e la maggior parte delle persone) sembrano non volersene troppo preoccupare non so se dipenda dal fatto che la popolazione del pianeta sia ormai rassegnata all’inevitabile o si sia scoperta dotata di pinne:

“Ci sono questi due giovani pesci che nuotano e incontrano un pesce più vecchio che nuota in senso contrario e fa loro un cenno, dicendo: “Salve ragazzi, com’è l’acqua?” e i due giovani pesci continuano a nuotare per un po’ e alla fine uno di loro guarda l’altro e fa: “Che diavolo è l’acqua?”

David Foster Wallace, This is water.

[sf_iconbox image=”ss-rainumbrella” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]La crisi ecologica, l’antropocene e il cannibalismo

 
Alcuni studiosi fanno risalire l’attuale crisi ecologica a Cristoforo Colombo come a colui che ha dato origine alla prima globalizzazione. Scrive Charles Mann giornalista e saggista statunitense Nel suo libro 1493. Pomodori, tabacco e batteri. Come Colombo ha creato il mondo in cui viviamo:

“Sorprende scoprire che la globalizzazione arricchisce il mondo da quasi cinque secoli. E crea turbamento pensare alla storia, altrettanto lunga, delle convulsioni ecologiche che essa ha provocato, e alle sofferenze e al caos politico che ne sono discesi.
Nondimeno questa visione del nostro passato ha una sua grandezza: ci ricorda che ogni angolo della Terra ha avuto un ruolo nella storia dell’umanità e che tutti, nessuno escluso, siamo inseriti nel progresso, più ampio e incommensurabilmente più complesso, della vita su questo pianeta.”

L’idea che le patate dolci e il mais (l’idea quindi che l’ecologia e l’economia) siano stati fra i protagonisti del collasso dell’ultima dinastia cinese sorprende Mann (e non meno turba chi scrive) perché lo storytelling è sempre lo stesso da secoli: navigatori eroici che salpano verso mari in tempesta per la conquista di rotte ignote, intrepidi esploratori che grandeggiano nelle sconfinate praterie…
[bctt tweet=” Lo storytelling è sempre lo stesso da secoli: navigatori eroici che salpano verso mari in tempesta per la conquista di rotte ignote, intrepidi esploratori che grandeggiano nelle sconfinate praterie…” username=”MapsGroup”]
All’epoca delle esplorazioni e della scoperta dell’America (1493) si fa ancora tradizionalmente iniziare l’età moderna e l’inizio di un processo di globalizzazione ante litteram – il salto insomma è da Isabella a Greta – ma bisognerà arrivare al 1945 (data-simbolo) per dare origine all’epoca geologica attuale.
Epoca in cui l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, viene fortemente condizionato su scala sia locale sia globale dagli effetti dell’azione umana, con particolare riferimento all’aumento delle concentrazioni di CO2 e CH4 nell’atmosfera (Treccani, Antropocene).

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[/sf_iconbox]Il caso Italia: com’è andata a finire?

 
Senza spingerci tuttavia così indietro, torniamo al Documento Programmatico di Bilancio del 2017 e in particolare a questo passaggio: la crisi e prima ancora la globalizzazione hanno reso evidenti i limiti di politiche economiche volte esclusivamente alla crescita del PIL. L’aumento delle diseguaglianze negli ultimi decenni in Italia e in gran parte dei Paesi avanzati, la perdurante insufficiente attenzione alla sostenibilità ambientale richiedono un arricchimento del dibattito pubblico e delle strategie di politica economica.
In questa prospettiva il Parlamento ha inserito nella riforma della legge di contabilità e finanza pubblica il benessere equo e sostenibile tra gli obiettivi della politica economica del Governo.”
Ma gli obiettivi della politica economica si sa, possono cambiare anche repentinamente così ho fatto un esercizio semplicissimo: ho cercato e scaricato il Documento Programmatico di Bilancio 2019 e all’interno del documento ho fatto una ricerca per parola chiave “sostenibilità”. Il motivo per cui tra i vari domini del Documento Programmatico ho scelto quello ambientale è abbastanza evidente: difficile fare ragionamenti sensati sul benessere sociale se non avremo più un posto dove vivere.
[bctt tweet=”La perdurante insufficiente attenzione alla sostenibilità ambientale richiede un arricchimento del dibattito pubblico e delle strategie di politica economica.” username=”MapsGroup”]
La ricerca per parola chiave sostenibilità nel documento ha dato un risultato pari a zero. Allora ho provato con “sostenibile” e ho ottenuto ben 4 evidenze tutte riferibili al Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima – in definizione – da presentare alla Commissione UE entro il 2019 con particolare attenzione alla Mobilità Elettrica e il rimando a un Disegno di Legge recante introduzione di un regime fiscale agevolato per le aziende che implementano strategie di riduzione dell’inquinamento (c.d. Ires verde).
Tralasciando l’utilizzo ormai abusato di quell’implementano ho cercato “Ambiente” senza ottenere occorrenze, mentre il dominio “Ambientale” indica finalmente una misura ovvero la promozione dell’economia circolare: razionalizzazione e armonizzazione della normativa ambientale in materia di rifiuti…
Nel 2017 gli indicatori BES inclusi nella programmazione economica e di bilancio erano 4 e sono attualmente 12. Uno solo di questi riguarda l’ambiente e nella relazione sugli indicatori 2019 presentata del Ministro dell’Economia e Finanza al Parlamento si legge che “In tema di inquinamento, il rinnovo degli incentivi all’efficienza energetica delle abitazioni e il meccanismo ‘bonus-malus’ su auto elettriche e a combustione interna darà un utile contributo al miglioramento della qualità dell’aria.”
Lo studio successivo dei vari documenti completi non ha evidenziato evidenti priorità del tema ecologico, il che ancora una volta turba ma non sorprende. Non sorprende neanche che chi governa ritenga di dover dare enfasi ad altri argomenti slegati l’uno dall’altro e proviamo a spiegarne i motivi nel seguito a partire, ça va sans dire, dai famigerati dati e da come ce li raccontano.
L’esempio precedente dimostra ancora una volta come la tecnologia abiliti chiunque, purché dotato di un dispositivo connesso a Internet, ad effettuare un monitoraggio – seppur semplicistico e parziale come in questo caso – per comprendere la portata e le conseguenze delle scelte pubbliche. E nello stesso modo chiunque, da un qualunque posto nel mondo, purché dotato di un dispositivo connesso a Internet, può partecipare alla ridefinizione di quelle scelte o quantomeno tentare di influenzarne gli aspetti ritenuti importanti o imprescindibili per il proprio benessere.
[bctt tweet=”Sempre più spesso le nuove frontiere della progettualità sociale e politica poggiano su strategie del consenso basate sull’utilizzo spinto dei Big Data.” username=”MapsGroup”]
Ma di questo sono ben consapevoli anche coloro che di scelte pubbliche si occupano. Ed è per questo che sempre più spesso le nuove frontiere della progettualità sociale e politica poggiano su strategie del consenso basate sull’utilizzo spinto dei Big Data (come detto in altre occasioni), su quello che gli americani definiscono Issue ownership – ovvero l’aver lanciato e cavalcato per primi l’onda di un determinato tema – ma anche e soprattutto sull’uso sapiente di un manipolo di piattaforme social a fini propagandistici.
La sicumera di chi governa si può fondare dunque su abilità politico-digitali in un contesto in cui il (mezzo) digitale può facilmente cannibalizzare il contenuto politico: non chiedete alla politica realismo, pragmatismo, serietà, risposte ai problemi, bensì slogan, favole in cui credere, il lieto fine, il vissero per sempre felici e contenti; non chiedete alla politica verità ma il ragionevole dubbio; non siate cittadini ma epigoni, discepoli, followers.
Di solito a questo punto del discorso da un lato si invoca Umberto Eco, gli imbecilli, il monopolio di Google, l’invenzione della macchina del tempo per affondare le caravelle, dall’altra il transumanesimo e la liberazione del genere umano dalle costrizioni imposte dalla corporeità, il potere salvifico della tecnologia e della digitalizzazione.

[sf_iconbox image=”ss-writingdisabled” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Ma davvero la contrapposizione è l’unica soluzione?

 
La cultura dominante della contrapposizione, delle fazioni opposte, delle ragioni dell’io (e dell’io limitrofo) – “perché a me è successo di vedere un topo accanto ai cassonetti e quindi tutti dobbiamo morire, anche mia sorella una volta mentre attraversava la strada ha visto un topo” e così via argomentando – delle barricate tirate su un po’ ovunque ci impediscono di vedere come quelle stesse tecnologie, quelle stesse piattaforme, quegli stessi strumenti e quegli stessi luoghi permettono come mai prima d’ora di migliorare consapevolezza e competenza, di scardinare i nostri pregiudizi, di creare e diffondere cultura dell’innovazione e il rispetto per gli ambienti in cui viviamo, siano essi fisici o no.
Umberto Eco diceva anche: “per me l’uomo colto non è colui che sa quando è nato Napoleone, ma colui che sa dove andare a cercare l’informazione nell’unico momento della sua vita in cui gli serve, in due minuti”. Ed è vero che rispetto a solo pochi decenni fa il sapere è ormai accessibile a chiunque da un dispositivo connesso a internet, ma è pur vero che il sapere è diluito in un mare di dati e occorrono mappe e capacità di accedervi: il nuovo sapere è la capacità di orientarsi nella conoscenza e di relazionarsi con la complessità.
[bctt tweet=”Se è vero che rispetto a solo pochi decenni fa il sapere è ormai accessibile a chiunque da un dispositivo connesso a internet, è pur vero che il sapere è diluito in un mare di dati e occorrono mappe e capacità di accedervi. ” username=”MapsGroup”]
Tornando ai pesci e al discorso per la cerimonia delle lauree al Kenyon college di David Foster Wallace:

“Se siete come me quando ero studente, non vi sarà mai piaciuto ascoltare questo genere di cose, e avrete tendenza a sentirvi un po’ insultati dall’affermazione che dobbiate aver bisogno di qualcuno per insegnarvi a pensare, poiché il fatto stesso che siete stati ammessi a frequentare un college così prestigioso vi sembra una dimostrazione del fatto che già sapete pensare.
Ma vorrei convincervi che lo stereotipo dell’educazione umanistica in realtà non è per nulla offensivo, perché la vera educazione a pensare, che si pensa si debba riuscire ad avere in un posto come questo, non riguarda affatto la capacità di pensare, ma piuttosto la scelta di cosa pensare.”

Tirando le fila: per quanto possa sembrare complesso si tratta di avere coscienza di cosa sono “io” (come insieme di dati) per l’altro e di cosa è l’altro (come insieme di dati) per me. Si tratta di scegliere: essere consapevoli o inconsapevoli dell’acqua in cui siamo immersi.
 


[highlight]Approfondimenti[/highlight]
 


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Condivisione della conoscenza: vita da Social Media Manager. Intervista a Simone Bennati.

[dropcap3]P[/dropcap3]roseguiamo le nostre ricerche in rete su come “scomplessare” la complessità con un’intervista a un blogger che ha fatto della comunicazione diretta – in primo luogo con un uso originale e immediato del linguaggio, solo all’apparenza semplificato – il suo tono di voce.

E, così facendo, ha raggiunto in breve tempo non solo una meritata notorietà, ma è riuscito a rendersi davvero “utile” all’interno di questo mondo in rete così spesso pieno di ovvietà e – come si dice – fuffa. Ecco le nostre quattro chiacchiere – o più – con Simone Bennati, altrimenti conosciuto come Bennaker. A intervistarlo è la penna di Natalia Robusti.

 

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La prima domanda è banale e riguarda te, Simone, se hai voglia di rispondere. Perché hai deciso di intraprendere questa – chiamiamola così – professione (perché poi è uno stile di vita)?

 
Il desiderio di lavorare nel Digital è nato, sostanzialmente, nel momento in cui ho scoperto Internet e il Web. Mi riferisco, quindi, a qualche decennio fa, quando ancora ci si connetteva con il modem a 56k e collegarsi alla Rete significava tenere occupata la linea telefonica di casa.
È vero che il primo Personal Computer mi venne regalato a 9 anni, ma l’arrivo del World Wide Web trasformò quella che era una semplice infatuazione in un vero e proprio amore per il mondo digitale.
Ricordo ancora quando aprii per la prima volta un browser, Microsoft Internet Explorer, e vidi il mio primo sito Web (arianna.it, mi pare di ricordare). Solo pochi secondi più tardi esclamai: “Io, da grande, voglio fare questo. Non ho ancora ben capito cosa sia, ma voglio fare questo. Voglio creare ‘cose’ al PC che siano visibili da tutti grazie a Internet”.
È piuttosto romantico, lo so. Ma giuro che ho finito.

La scelta di marcare il tuo tono di voce in questo tuo modo caratteristico, un po’ “forte”, almeno secondo certe consuetudini, è stata una coincidenza, una scelta ponderata o un’attrazione irresistibile?

In realtà non è stata né una coincidenza, né un’irresistibile attrazione o scelta. Si è trattato, piuttosto, di una logica conseguenza.
Mi spiego: quando ricevo un input dall’esterno, come può esserlo un discorso che mi convince poco, il mio cervello reagisce esclamando qualcosa tipo: “Ma che c**** stai a dì?”. Ora, è ovvio che, a meno che non esista una solida confidenza tra me e il mio interlocutore, io non possa rispondere riportando le esatte parole prodotte dalla mia mente. Di conseguenza, nel momento in cui vado a controbattere, sono costretto a esprimere la mia contrarietà in una forma assai più cortese e accettabile.
Fare questo significa, per me, dovermi produrre in uno sforzo talvolta sovrumano, il quale non fa altro che consumare preziose energie. Energie che, se vivessimo in un mondo meno bigotto e perbenista, potrei investire in attività decisamente più proficue.
È per questo motivo che, ormai molto tempo fa, ho deciso di adottare un linguaggio chiaro e semplice: voglio evitare che gli altri debbano spendere le loro energie nell’interpretazione di ciò che sto dicendo. Quel che cerco di fare, quindi, è parlare direttamente ai cervelli usando il loro linguaggio.

Perché hai deciso – da subito, da quel che ho capito – di generare un sistema di condivisione della conoscenza (perché di questo si tratta) aperto e free, nonostante la competenza elevata dei suoi membri, come è il tuo gruppo su Facebook?

In realtà, “Ciccio, senti ‘na cosa” è nato allo scopo di risolvere un mio problema personale, ovvero quello di dover rispondere ogni giorno a decine di domande inerenti il Social Media Marketing, il Blogging, il Web Design e altre materie affini.
Quel che ho fatto, quindi, è stato creare uno spazio in cui coloro che hanno bisogno di aiuto, invece di contattare me, potessero condividere le loro problematiche con N individui. Questo non solo ha alleggerito il mio carico di lavoro, ma ha anche permesso agli altri di poter contare su un maggior numero di risposte e soluzioni.
Non sono un filantropo o un benefattore, ma solo uno che, in un certo momento della sua vita, ha capito che unire l’utile al dilettevole era la cosa giusta da fare.
E pare che funzioni alla grande…

Da parte mia, che mi occupo da alcuni anni, ormai, di temi che coniugano gli ambiti umanistici con quelli più tecnici, considero un dato di fatto che questi sistemi tendono a chiudersi. Nel tuo gruppo invece (provare per credere) non è così. Questo risultato è frutto di una strategia precisa o di un’ispirazione talentuosa?

“Ciccio, senti ‘na cosa” non vuole essere una sorta di club chiuso dove i membri sono accomunati da uno stesso problema, ma piuttosto una piazza. Una piazza che non ha porte d’accesso e all’interno della quale ognuno può condividere i propri dubbi e le proprie domande.
Inutile negarlo: il cammino di ognuno di noi è costellato da situazioni nuove e non sempre di facile approccio. Trovo, quindi, sia quantomeno rassicurante sapere che c’è un posto in cui non si va per cercare i propri simili, ma per confrontarsi con chi è diverso.
Se fossimo tutti uguali e avessimo percorso tutti lo stesso cammino, ci troveremmo di fronte a un numero finito di problemi e soluzioni. Il fatto di essere tutti diversi, invece, fa sì che il limite delle possibili combinazioni si espanda in modo pressoché infinito.

Parlando di complessità notiamo che ogni attività di intermediazione tende a scomparire, più o meno in ogni ambito. Il tuo gruppo invece è una sorta di contenitore che intermedia sapere ed esperienza, ma senza farne notare il peso nonostante l’indubbia qualità e specializzazione dei contenuti condivisi. Cosa ne pensi di questa riflessione?

Come dicevo poc’anzi, “Ciccio, senti ‘na cosa” non è pensato per ospitare coloro che muoiono dalla voglia di fare a gara a chi ce l’ha più lungo. Chi ha necessità di questo tipo può trovare asilo in molti altri gruppi e cerchie.
Ostentare le proprie conoscenze, così come avvilire chi è all’inizio del proprio percorso professionale, non è il tipo di atteggiamento che ci si aspetta da chi decide di entrare a fare parte di “Ciccio”.
Ti dirò di più: sono sempre molto attento a chi entra e chi esce dal gruppo e, le rare volte in cui mi sono visto costretto ad agire da Cerbero, non ci ho pensato un attimo ad allontanare i soggetti più instabili, e senza troppi complimenti.

Quali sono le tue aspettative sull’evoluzione del tuo gruppo? Cosa ti convince di più e su cosa invece senti di dover ancora lavorare?

Parlare di vere e proprie aspettative, forse, è un po’ troppo. Diciamo, piuttosto, che, essendo un gruppo molto ristretto (meno di 1.000 membri), confido nel fatto che possa svilupparsi ulteriormente in termini di qualità, più che di volume. Non mi interessa far sì che “Ciccio, senti ‘na cosa” diventi uno di quei grupponi di Facebook che contano decine di migliaia di membri. È un gruppo verticale, di nicchia e non destinato allo svago, quindi sperare nel coinvolgimento di utenti provenienti da ogni dove sarebbe quantomeno azzardato.
A convincermi di “Ciccio” è soprattutto la qualità dei contenuti, cosa su cui ho deciso di puntare sin dal primo giorno. Se, invece, dovessi indicarti un aspetto sul quale credo di dover lavorare di più, allora sarebbe sicuramente quello della promozione.
Purtroppo o per fortuna, non ho mai avuto la stoffa del venditore e, nonostante creda fermamente nel valore del mio prodotto (anzi, del nostro prodotto), non riesco a spingermi oltre certi limiti. Mi viene più facile creare, che pubblicizzare ciò che ho creato.

Un’ultima considerazione. Sostengo con convinzione le teorie che attribuiscono al principio di reciprocità un’istanza di sviluppo, anziché di “buonismo”. Tu, che dedichi tempo e risorse “aggratis” nel gruppo, senza nemmeno pubblicità o altro nei tuoi media, cosa ne pensi?

Io sono sempre stato sostenitore di un principio: se sei il primo a dare qualcosa, e lo fai in modo disinteressato e piacevole, allora la possibilità di essere scelto e ricevere qualcos’altro indietro è decisamente più alta.
D’altronde, è lo stesso principio su cui si basa Bennaker.com: ogni settimana pubblico un nuovo articolo in cui condivido informazioni, metodi, esperienze, considerazioni personali e quant’altro. E lo faccio senza chiedere nulla in cambio al lettore (non ho voluto mettere neanche i banner di Google, quindi figurati…).
Se mi produco in certe attività, quindi, è per far sì che nella mente di chi ne usufruisce si installi un buon ricordo. E da un buon ricordo possono nascere occasioni altrettanto buone, se non addirittura ottime.
Diceva Maya Angelou: “Ho imparato che le persone dimenticano ciò che hai detto e ciò che hai fatto, ma non dimenticheranno mai come le hai fatte sentire”.
Il mio obiettivo è dimostrare che aveva pienamente ragione.

Dal tuo punto di vista privilegiato, cosa ci puoi raccontare sul mondo del lavoro in ambito Digital e delle professioni con cui hai a che fare quotidianamente?

Lo dico chiaro sin da subito: lavorare nel Digital è complicato, a tutti i livelli.
Basta guardare le statistiche per rendersene conto: quando si parla di digitale, l’Italia è quasi sempre agli ultimi posti in Europa, e talvolta anche nel mondo. Dato questo, è facile immaginare quali siano le difficoltà incontrate da chi ha deciso di operare in questo settore.
Non vorrei apparire disfattista, ma… c’è poco da stare sereni. Siamo molto indietro rispetto alle nazioni a noi vicine, nonché a molte di quelle lontane. Il nostro tasso di alfabetizzazione digitale è molto basso e questo, ad esempio, porta i più a non riuscire a distinguere le varie professionalità appartenenti al settore digitale.
La prova è data dal fatto che si vedono circolare annunci di lavoro quasi imbarazzanti, dove, per una posizione da Social Media Manager, è richiesto che il candidato ideale si occupi di SEO, SEM, Programmazione, Web Design, Graphic Design, Video Editing, Copywriting, Social Advertising…
C’è talmente tanta roba dentro che non si capisce se l’inserzionista ti sta prendendo per i fondelli, oppure si tratta dello scritto di qualcuno che, bontà sua, non ha veramente idea di chi faccia cosa all’interno di un team di lavoro. E il bello è che spesso sono annunci pubblicati da aziende di un certo prestigio.
C’è poi chi, dal lato degli operatori, approfitta di questa confusione (e della quasi totale assenza di certificazioni e titoli formali) per inventarsi un lavoro o spacciarsi come esperto di qualcosa che in realtà non sa fare. Il danno più grande provocato da questi individui è rappresentato dal malcontento che si insinua nell’animo di chi si affida a loro, il quale porta a una generale sfiducia nei confronti di tutto il settore.
Quante volte, infatti, capita di avere a che fare con qualcuno a che, rimasto scottato da una brutta esperienza, rinuncia in toto a investire nel digitale? Anzi, non solo ci rinuncia, ma sconsiglia anche ad altri di farlo. Dando, così, vita a un passaparola negativo che si ripercuote sull’intero settore.
Dal mio punto di vista, per far sì che le professioni digitali siano l’oggetto di un’impennata positiva è necessario lavorare su due fronti: quello dell’istruzione, in modo che i bambini siano educati sin da subito a un utilizzo consapevole degli strumenti digitali, e quello della formalizzazione dell’inquadramento professionale, così da definire una linea di demarcazione netta tra professionisti del digital e semplici dilettanti.
Forse, se seguissimo queste due direzioni, non ci troveremmo più a leggere annunci assurdi o avere a che fare con lupi mascherati da professionisti del digitale.

***

Bene Simone! Ti ringraziamo per il tempo che ci hai dedicato e per la tua esperienza che hai voluto condividere con noi di 6MEMESi. Alla prossima, magari proprio nel tuo gruppo facebook!

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About Simone

Ciao! Mi chiamo Simone, mi occupo di Social Media Marketing e sono autore del blog Bennaker.com all’interno del quale scrivo di marketing digitale e tematiche affini.

Sono anche ideatore di “Ciccio,‘senti na cosa”, gruppo Facebook dedicato all’incontro tra domande e risposte sul mondo del Web. Seguimi, se ti va. Giuro che non mordo.

Sito web di Simone Bennati, detto Bennaker

Credits immagine di copertina (rielaborata):
ID: 40621792, di Tatiana Kostysheva
ID: 50175302, di Oleksandr Rybitskyi
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Maps News News

MAPS e ATOS: siglato un accordo per la digitalizzazione dell’accesso alle prestazioni sanitarie.

MAPS: PROSEGUE IL PERCORSO DI INTERNAZIONALIZZAZIONE.
Accordo con il Gruppo tedesco ATOS per la digitalizzazione dell’accesso alle prestazioni sanitarie.

L’accordo assume una valenza strategica per lo sviluppo del Gruppo nei Paesi dell’area DACH.

Parma, 9 aprile 2019

MAPS (MAPS:IM), PMI Innovativa quotata su AIM Italia attiva nel settore della digital transformation, comunica di aver sottoscritto attraverso la propria partecipata Artexe, società del Gruppo che opera nell’ambito della sanità, con Atos Group, azienda sanitaria tedesca specializzata in ambito ortopedico, l’avvio in fase «pilota», della fornitura delle soluzioni tecnologiche di Artexe rientranti nella categoria di prodotti “Patient Journey”.
La soluzione, fortemente innovativa, partirà con un pilot test a Braunfels, in Germania, digitalizzando per i pazienti la fase di accesso alle prestazioni sanitarie, e favorendo così l’autonomia degli utenti attraverso servizi innovativi come il self check-in e applicando nuovi sistemi per facilitarne l’accoglienza e la mobilità nella struttura.
Il progetto consentirà alla clinica di Braunfels un sensibile miglioramento dei servizi percepiti da parte dei pazienti.
Marco Ciscato, Presidente e fondatore di MAPS:

“L’accordo con il Gruppo tedesco Atos rientra nella strategia di MAPS di rafforzamento sui mercati esteri e, in particolare, in Germania e nell’Area DACH, mercato particolarmente attento all’innovazione e, quindi, ricco di opportunità per le nostre soluzioni tecnologiche. L’accordo rappresenta anche una eccellente referenza per le nostre attività nell’ambito della sanità, sulle quali portare avanti i nostri programmi di sviluppo”.

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Codici identificativi

I warrant sono identificati con il codice ISIN IT0005364325. Le n. 8.538.000 azioni ordinarie MAPS SpA sono identificate con il codice ISIN IT000536433.
Si ricorda che il diritto a ricevere (GRATUITAMENTE) il restante n. 1 (uno) Warrant è incorporato nelle Azioni stesse e circola con le medesime sino alla prima data di stacco utile successiva al 31 maggio 2019 (i.e. 3 giugno 2019). A tale data il restante n. 1 (uno) Warrant sarà emesso e assegnato gratuitamente e inizierà ad essere negoziato separatamente dalle Azioni.
Tale Warrant sarà:

  1. assegnato gratuitamente ogni n. 4 (quattro) Azioni;
  2. identificato dal medesimo codice ISIN e
  3. del tutto fungibile con i Warrant già in negoziazione identificati dal seguente codice ISIN IT0005364325.

Ai fini di mera chiarezza, si precisa che l’assegnazione gratuita del restante n. 1 (uno) Warrant non sarà ad alcun fine considerata un’operazione straordinaria ai sensi dell’articolo 5 del Regolamento Warrant.
Ogni n. 1 Warrant da diritto a sottoscrivere n. 1 Azione Ordinaria. Il Prezzo di Esercizio è pari a Euro 2,00. Il prezzo di chiusura relativo all’Azione alla data di ieri (8 Aprile 2019) è pari a Euro 3,060.

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GRUPPO MAPS

Fondata nel 2002, MAPS è una PMI Innovativa attiva nel settore della digital transformation. Con sede a Parma e 170 dipendenti, produce e distribuisce software per l’analisi dei big data che consentono alle aziende clienti di gestire e analizzare grandi quantità di dati e di informazioni, aiutandole nell’assunzione delle proprie decisioni strategiche e operative e nella definizione di nuovi modelli di business. Opera in un contesto caratterizzato da un elevato potenziale di crescita: il mercato mondiale delle tecnologie per la digital transformation ha raggiunto nel 2018 la dimensione di 1.300 miliardi di dollari; nel 2020 si stima un mercato di 2.100 miliardi di dollari (CAGR 2018–2020 pari a circa +20%).
MAPS opera attraverso 3 business unit (Large Enterprise, Healthcare Industry, Gzoom) e ha un portafoglio di oltre 180 Clienti altamente fidelizzati appartenenti a differenti settori: Servizi, Sanità, Industria e PPAA. Attraverso la linea d’offerta Patient Journey, si posiziona come leader nel settore dell’accoglienza dei pazienti nelle strutture sanitarie, presidiando il mercato con oltre 600 installazioni, che gestiscono una popolazione di oltre 17 milioni di pazienti a livello nazionale. Il Gruppo investe costantemente in R&D: negli ultimi 5 anni ha complessivamente destinato all’innovazione Euro 3,5 milioni. La divisione Research & Solutions, costituita nel 2016, include 12 risorse altamente qualificate ed è responsabile dell’individuazione dei bisogni informativi del mercato e dello sviluppo di software ad hoc per i Clienti.
Il Gruppo chiude il 2018 con ricavi consolidati pari a Euro 16,7 milioni e un EBITDA pari a Euro 3,6 milioni (EBITDA margin pari a circa il22%). Negli ultimi 5 anni MAPS ha raddoppiato i ricavi e decuplicato l’EBITDA. La società è caratterizzata da elevati livelli di recurring revenues e cash conversion. Alla crescita organica del Gruppo si è affiancata un’importante attività di M&A, con l’acquisizione di IG Consulting (2011) e Artexe (2018).
Comunicato disponibile su emarketstorage e su MAPS Group

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Corporate Maps News News

Welfare Index PMI 2019: Maps guadagna un rating 4W – Impresa Leader nel Welfare.

Il 26 marzo, presso il Salone Delle Fontane, a Roma, si è tenuta la presentazione del ‘Rapporto Welfare Index PMI 2019’. Anche Maps era presente con la collega Nadia Irsheid, curatrice delle iniziative di Welfare aziendale.

Durante l’evento, oltre a mostrare lo stato del welfare nelle PMI italiane, sono state premiate le piccole e medie imprese con le migliori proposte di welfare aziendale, di notevole importanza non solo per la crescita dell’azienda stessa ma anche del paese.
Focus di quest’anno era “L’ASCOLTO”. Ossia riuscire a sviluppare un progetto di welfare che, partendo dal coinvolgimento dei dipendenti, ne sappia individuare le esigenze in modo da offrire iniziative di alto valore e impatto sociale.
Welfare Index PMI propone, ogni anno, un rapporto frutto di una ricerca approfondita che esplora e valuta le attività di welfare aziendale proposto da ogni PMI analizzata.
Il livello di welfare raggiunto dalle piccole e medie imprese italiane è espresso da un rating con un valore crescente da 1W a 5W, che prende in considerazione 12 aree di intervento (vedi immagine a lato).
Il valore di Rating raggiunto pone in risalto le eccellenze in ambito welfare, individuandole come Best Practice che possono diventare esempi imitabili per incentivare miglioramenti e cambiamento.
Quest’anno, Maps ha raggiunto un rating 4W, e il riconoscimento di Impresa Leader ossia, come leggiamo nel rapporto: “imprese con un sistema di welfare aziendale caratterizzato da ampiezza rilevante (con iniziative in almeno 6 aree secondo la classificazione Welfare Index PMI), discreta intensità (più di una iniziativa in alcune aree, anche oltre le misure previste dai CCNL) e coinvolgimento dei lavoratori.”
Un riconoscimento notevole visto che Maps ha sviluppato i primi progetti di Welfare circa 3 anni e l’identificazione di ‘Impresa Leader nel Welfare’ è un traguardo importante che l’azienda coglierà come stimolo di crescita e miglioramento per rispondere, sempre nel migliore dei modi, alle esigenze e i bisogni dei suoi lavoratori e le loro famiglie.
Proprio perché benessere sociale e produttività crescono di pari passo e l’impegno di Maps sarà sempre quello di garantire la soddisfazione dei propri lavoratori, perché possa generare un impatto positivo sull’attività aziendale e anche sulla comunità.


Credits Immagini:
Immagine di copertina da: ID Immagine 620723 (123rf), di rawpixel.
Immagini nel testo da: Welfare Index PMI; Sintesi del Rapporto Welfare Index PMI 2019; Rapporto Welfare Index PMI 2019
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Digital Healthcare Design – il valore dell'accoglienza nel percorso di cura.

Digital Healthcare Design – il valore dell'accoglienza nel percorso di cura. Intervista a Mauro Di Maulo.

Come “disegnare” percorsi innovativi di accoglienza e cura in una sanità capace di andare incontro alle persone, siano esse pazienti o medici, dirigenti od operatori sanitari.

Nelle rubriche #6MEMES dedicate al tema della salute ci siamo soffermati molte volte sui risvolti sociali e culturali che si trovano sia a monte che a valle del processo di condivisione delle informazioni, credenze e pratiche di uso comune, che riguardano il cosiddetto ben-essere in ambito individuale e collettivo, sia privato che pubblico.

In altre sezioni del blog, quelle legate ai Big Data nel comparto sanitario, abbiamo centrato il focus sulle pratiche di condivisione di altri tipi di informazioni tecniche, ovvero quelle cliniche e mediche, strategiche e operative nei settori legati alla Sanità, finalizzate a rendere più efficienti e appropriati i percorsi di diagnosi e terapia dei pazienti a partire dai sistemi complessi (Ospedali, AUSL etc.) in cui vengono accolti e seguiti nel loro percorso di cura.

Entrambi questi campi di approfondimento rischiano però – se non calati nella concretezza di una quotidianità in cui ciascuno si può riconoscere – di far parte di un set di conversazioni sì interessanti (e magari anche fruttuose e perfino strategiche) ma che, restando in un ambito astratto, possono risultare in parte opache piuttosto che immediatamente percepibili nel loro valore.

Unire queste due differenti “sponde” concettuali e pratiche nell’ambito della cura della persona e della sua salute, è l’obiettivo di questa nuova rubrica, “Digital Healthcare Design – il valore dell’accoglienza nel percorso di cura” a cura di Mauro Di Maulo, che ci accompagna in un percorso interessante e competente all’interno della relazione complessa tra paziente, medico e organizzazione sanitaria. Natalia Robusti lo intervista per conto di 6MEMES.


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[/sf_iconbox]Intervista a Mauro Di Maulo, il nuovo autore di 6MEMES.

Bentrovato su 6MEMES, Mauro, e grazie per aver accettato di far parte del nostro team di autori. Come prima cosa vorrei mettere l’accento sui due differenti ambiti in cui lavora l’organizzazione in cui operi: quello chiamato Patient Journey solution e l’altro, Data Driven Governance.

Se infatti il primo è legato più direttamente al percorso di accoglienza e accompagnamento del paziente nelle varie strutture sanitarie con cui si interfaccia, l’altro si occupa della raccolta, dell’analisi e della trasformazione dei dati anche non strutturati raccolti in questo percorso, destinati ad essere poi tradotti in informazioni strutturate a valenza strategica, anche a livello di governance, in ambito sanitario.

Ne deduco che – in un momento in cui si parla molto (non solo a livello politico ed economico, ma anche culturale e sociale) del valore di un sistema sanitario efficace all’interno di una comunità di tipo avanzato – avere un punto di vista privilegiato in entrambe queste aree può essere una grande opportunità, in primo luogo di conoscenza ed esperienza. Confermi questa riflessione?

Grazie anche da parte mia 6MEMES per l’ospitalità e… per l’accoglienza 🙂
Rispondo alla domanda con un sì convinto, e voglio introdurre subito un concetto importante sul valore innovativo generato proprio dal legame tra i due ambiti di cui hai parlato: offrire supporti tecnologici e di re-design ai processi organizzativi di una struttura sanitaria le consente di evolvere verso un’ottica di Data-driven Company in primo luogo “sostenibile”, in grado cioè di meglio gestire le varie relazioni tra struttura, medici, operatori e pazienti in un’ottica di servizi erogati a misura d’uomo.
L’utilizzo di tecnologie e approcci innovativi, infatti, non deve mai puntare all’automatizzazione degli stessi, ma piuttosto a liberare energie e risorse ridondanti (ad esempio burocratiche, o inappropriate) per concentrare tutta l’attività sul processo di relazione e cura.
Disambiguare questo punto è cruciale. Come tutti sappiamo, infatti, stiamo assistendo negli ultimi anni a un incremento della longevità della popolazione dovuto a tanti fattori: dalla maggiore attenzione all’alimentazione e agli stili di vita sino ai progressi indubitabili della medicina e della prevenzione.
Questo trend, anche se molto positivo in generale, porterà tuttavia con sé un incremento sempre maggiore della richiesta di Sanità a tutti i livelli che – alle attuali condizioni di costi di erogazione – non è e soprattutto non sarà sostenibile. Occorreranno dunque fortissimi investimenti in nuove tecnologie di cura più efficienti, accompagnati a nuove assunzioni di molte figure professionali adeguatamente formate, quali medici e personale infermieristico-assistenziale.

Credo che tu stia toccando in effetti un punto nevralgico.
Dal tuo punto di vista “privilegiato”, che guarda in prospettiva all’evolversi delle attuali dinamiche organizzative nel comparto sanitario, quali sono i punti – già a breve – che consideri più qualificanti?

Uno dei fattori critici di questa profonda trasformazione in atto nella Sanità sta nell’attuale e frequente organizzazione di tipo gerarchico, che mal si adatta alla flessibilità necessaria.
Occorre invece che le istituzioni della Sanità pubblica e gli imprenditori della Sanità privata riescano, loro, a raggiungere il cittadino, e non il contrario, come accade per lo più adesso. Se dovessi usare una parola d’ordine direi: de-materializzare a tutti i livelli.
In pratica, occorre individuare le motivazioni del Paziente, i suoi bisogni e i problemi che incontra già nella fase della sua interazione nell’accesso ai servizi sanitari, in maniera che questo processo si svolga nel modo più efficiente possibile e con un minor dispiego di energie rispetto alle pratiche attuali grazie alle possibilità che oggi ci consegnano le innovazioni tecnologiche.
Questi costi di tipo burocratico, infatti, sono oggi troppo elevati, così che incidono molto nel conto economico più generale della Sanità.
Trovare quindi soluzioni efficienti in questo ambito anche ad esempio in relazione alla raccolta dei vari dati dei cittadini-pazienti in ingresso alla struttura e durante la loro permanenza – libererebbe tantissime risorse (economiche, ma non solo) così da poterle impiegare a vantaggio sia del cittadino-paziente che dei cittadini-operatori sanitari.

Quello di cui parli si potrebbe descrivere come un approccio di tipo olistico? E se è così, in che relazione sono tra loro il processo di raccolta e organizzazione dei dati riferiti al paziente in entrata e l’erogazione di servizi per il suo benessere in uscita?

Un approccio di questo tipo è senz’altro, come suggerisci, di tipo olistico: sancisce infatti la necessità di intervenire nell’ambito del processo di cura attraverso diversi piani che possiamo definire paralleli, ma che sono accomunati da un’unica finalità: conseguire un reale e totalizzante stato di benessere. Al centro di tutta l’organizzazione sanitaria deve infatti sempre essere il malato, e non la patologia che lo riguarda.
In questo senso, i famosi “dati” possono essere una vera e propria miniera di elementi allo stato grezzo che – se opportunamente elaborati – sono in grado di snellire ed efficientare tutto il processo di cura, dal paziente al medico, dalla struttura agli operatori sanitari.
All’interno dell’organizzazione ospedaliera viene infatti generata ogni giorno una quantità enorme di dati e informazioni (all’apparenza anche irrilevanti) che afferiscono a tutte le fasi dei processi di interazione tra i vari soggetti coinvolti.
Questi dati fanno riferimento sia ad aspetti di identificazione del paziente (raccolti per ovvi motivi di sicurezza) sia a percorsi clinici e/o amministrativi. Ognuna di queste informazioni è fondamentale per il corretto svolgimento del percorso di cura del paziente sia a livello logistico che sanitario.
Ne consegue che una loro mancata organizzazione e adeguata integrazione porta a percorsi non solo estremamente complessi da gestire, ma anche in-efficienti sia dal punto di vista organizzativo della struttura erogante che del tempo perso dal cittadino-paziente.
Si pensi ad esempio al ciclo di prenotazione di una visita che, in molte strutture sanitarie, richiede di passare ben tre volte per completare l’iter, tra richiesta di prenotazione, visita e vera e propria e ritiro del referto.
Un altro caso è ad esempio la procedura di accettazione/accreditamento e smistamento nelle sale di attesa dei medici per la gestione della presa in carico del paziente sino al pagamento della prestazione.
Per non parlare di percorsi diagnostici assistenziali o terapeutici quali day-hospital, pre-ricoveri, pronto soccorso etc., dove le stesse interazioni tra il personale sanitario e i medici devono avvenire in aree anche distanti tra loro…La maggior parte di queste azioni non riguarda affatto il percorso di cura in sé, ma solo una serie di procedure – burocratiche quanto indispensabili – necessarie alla sua erogazione.
Procedure facilmente “baipassabili” se effettuate attraverso idonei strumenti e percorsi adeguatamente progettati e infine digitalizzati.

Il punto cruciale di tutta la “filiera” sembra davvero essere quello di cui parlavi all’inizio: la dematerializzazione. Come è – da questo punto di vista e secondo la tua esperienza sul campo – l’attuale stato dell’arte in merito ai dati raccolti dalle organizzazioni sanitarie?

Sembra banale da dirsi, ma non lo è affatto: la dematerializzazione e la digitalizzazione possono risolvere in maniera sistematica ed efficiente ciascuno di questi passaggi “ridondanti”, ma questo può avvenire solo attraverso la realizzazione di sistemi aperti e interoperabili capaci di generare un’ampia condivisione di dati (strutturati e non strutturati) da rendere disponibili, una volta “normalizzati”, a chi sviluppa soluzioni digitali.
Solo attraverso questo percorso di condivisione si possono creare quelle condizioni “fertili” per individuare, all’interno di un sistema sanitario, il profilo unico e specifico di ciascun paziente, e quindi comprendere meglio i suoi reali bisogni e necessità, siano di tipo puramente amministrativo (quali ad esempio l’identità, l’accesso al servizio sanitario o assicurativo, l’adeguamento del profilo alle attuali normative sulla privacy etc.) che di tipo clinico vero e proprio, come la selezione del tipo di prestazione, l’ora dell’appuntamento, il medico/specialista curante, il tipo di terapia da somministrare e così via…
In questo senso, il patrimonio informativo attuale – cioè la qualità dei dati disponibili per una eventuale gestione integrata e presa in carico del percorso di cura del paziente dematerializzata, altrimenti detto Patient Journey – varia tantissimo da Ente a Ente sia pubblico che privato.
Non a caso una delle attività più apprezzate in generale dai nostri “clienti” è proprio quella di offrire il nostro supporto nel creare – attraverso lo sviluppo di soluzioni software – le migliori condizioni possibili nell’aggregazione e nella valorizzazione del loro patrimonio informativo, così da rendere possibile la progettazione e lo sviluppo di un Patient Journey di tipo “data-driven“, ovvero collegato ai dati informativi di valore generati di mano in mano.
Ciononostante è purtroppo consuetudine che questi patrimoni informativi “in potenza”, chiamiamoli così, non siano valorizzati, ma invece siano male utilizzati, in assenza di adeguati investimenti. Questo, nonostante rappresentino un valore fondamentale: ovvero una montagna di dati utili, anzi, indispensabili, agli scopi di cui abbiamo parlato sino ad ora.
Non è un caso che le realtà più virtuose in questo settore così strategico siano quelle col miglior patrimonio informativo disponibile. Sono, di fatto, quelle che sono partite per prime nell’erogazione dei servizi digitali.
E proprio di questo ”stato dell’arte” vorrei parlare in questa rubrica del blog 6MEMES, così da dare il mio contributo – per quanto possibile – in un’ottica di condivisione aperta delle informazioni.
Il primo, prossimo articolo, non a caso, tratterà di esempi concreti in quest’ambito, e lo farà attraverso la stretta relazione dei dati in entrata e in uscita nel comparto della sanità.

Perfetto allora! Grazie, Mauro, per questa intervista introduttiva e… a presto nella tua nuova rubrica: Digital Healthcare Design – il valore dell’accoglienza del percorso di cura. Stay tuned, cari lettori di 6MEMES.


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[/sf_iconbox]ABOUT MAURO DI MAULO

Co- fondatore di Artexe S.p.a., società preminente in italia per la trasformazione digitale delle strutture sanitarie sul tema dell’accoglienza e della cura, si occupa da oltre vent‘anni anni di progettare, sviluppare e proporre al mercato soluzioni innovative in questo ambito.

Il suo è un approccio customer-centric, che parte dall’osservazione dei comportamenti dei cittadini-pazienti in relazione ai propri bisogni rispetto all’accesso ai servizi sanitari disponibili, sia nelle strutture pubbliche che private.

Dopo il recente ingresso di Artexe nel Gruppo Maps, è stato nominato membro del Consiglio d’Amministrazione.

Mauro Di Maulo


CREDITS
Immagini copertina (rielaborate):

ID Immagine 1: 51427477, di  Oleksandr Omelchenko
ID Immagine 2: 96482939, di Supharit Sriarunchai
Immagini ritratto (rielaborate):
ID Immagine 1: 40534246, di Samart Boonyang
ID Immagine 2: 39975044, di cla78