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Visibilità: l'immaginazione che ci "piovve dentro”. Da Dante ai giorni nostri.

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La visibilità dell’invisibile

“Poi piovve dentro a l’alta fantasia.”
Dante Alighieri, Purgatorio (XVII, 25)

[dropcap3]P[/dropcap3]roseguiamo il nostro excursus sui meme di Calvino e le sue “lezioni” e approdiamo al quarto tag, quello della Visibilità.
Qui Calvino si concentra in primo luogo sul processo attraverso cui un individuo e la realtà esterna si rapportano e condizionano tra loro attraverso l’immaginazione, e lo fa partendo da Dante Alighieri che, in una sorta di meta-comunicazione, riflette sul processo creativo:

O immaginativa che ne rube
talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge
perché dintorno suonin mille tube,
chi move te, se ‘l senso non ti porge?
Moveti lume che nel ciel s’informa
per sé o per voler che giù lo scorge.

Niente paura: non ci addentriamo a questo punto nella “selva oscura” dell’esegesi dantesca, ma poniamo solo l’accento su una caratteristica essenziale che riguarda la Visibilità, ovvero la capacità immaginativa dell’essere umano.
Calvino, infatti, proseguendo nella lezione, si focalizza quasi subito sul doppio binario tra interno ed esterno che riguarda il processo immaginativo e che sta alla base di ogni evento percettivo ed espressivo.
Si tratta di un flusso in andata e ritorno che si esprime in un doppio regime, contingente e direzionale, ovvero: “quello che parte dalla parola e arriva all’immagine visiva e quello che parte dall’immagine visiva e arriva all’espressione verbale.”
[bctt tweet=” Il processo immaginativo sta a sua volta alla base di ogni processo espressivo.” username=”MapsGroup”]
Si tratta di veri e propri flussi di senso che, nel caso della parola scritta (ma il discorso vale per ogni informazione o dato che passa da un emittente a un ricevente), vanno dall’interno dell’individuo-autore-emittente (che vede mentalmente, ovvero immagina, il significato che vuole esprimere) sino all’esterno, ovvero all’apparato percettivo dell’individuo-lettore-ricevente.
A questo punto si dispiega il processo contrario, ovvero l’individuo-lettore-ricevente introietta l’informazione ricevuta e vi attribuisce un senso in base alla capacità che ha quella stessa informazione di essere “visibile” ai suoi occhi, attraverso il proprio vissuto e la propria interpretazione. 
È l’immaginazione, dunque, a rendere visibile l’informazione stessa – prima all’emittente e infine al ricevente – seppure in forme non perfettamente coincidenti, ma  in qualche modo riconoscibili e sicuramente almeno parzialmente sovrapponibili.
Non deve  dunque sfuggirci – a maggior ragione ricordando la nostra intervista al prof. Gallese in merito ai neuroni specchio – il rapporto intrinseco tra immagine e azione, legame che riguarda ogni processo, appunto, di immaginazione, e che anticipa ogni ulteriore e conseguente possibile evento rappresentandone la condizione sine qua non.

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Immaginazione: parole da guardare (e afferrare)

Una sottolineatura è doverosa, a questo punto: tale processo a doppio binario non riguarda solo la scrittura e la lettura, anzi, moltissimi atti dell’essere umano (e non solo) vengono processati in maniera “anticipata” attraverso una simulazione che pre-costituisce l’azione cui darà seguito.
Banalmente: prima di prendere in mano un oggetto qualsiasi, il nostro corpo e il nostro cervello immaginano l’evento e, prima di metterlo in atto, tengono conto della distanza, prevedono la pressione necessaria da esercitare per prenderlo, il tipo di movimento con cui farlo e così via, sino ad allungare davvero il braccio e la mano e – finalmente – afferrarlo.
Il tutto in un tempo impercettibile e in maniera automatica. Più algoritmica di così, verrebbe quasi da dire… 🙂

Non solo: questa operazione di immaginazione (che potremmo chiamare di predizione simulata) avviene in maniera “invisibile”, la qual cosa ci sbalza nell’universo del paradosso.
Tale impercettibilità non è tuttavia casuale, ma è invece funzionale alla nostra immersione nel mondo: non accorgendoci di tali processi, infatti, la relazione tra noi e la realtà esterna ci appare immediata (non mediata) lasciandoci l’illusione (benefica) di non esserne del tutto estranei.
Molto della nostra vita, del resto, avviene – seppure sotto ai nostri occhi – senza che noi ce ne accorgiamo, ovvero invisibilmente.
Questo vale non solo per ciò che riguarda noi stessi (la nostra soggettività cognitiva, esperienziale e psicologica), ma anche e soprattutto per ciò che concerne il mondo esterno.
[bctt tweet=”Molto della nostra vita avviene – seppure sotto ai nostri occhi – senza che noi ce ne accorgiamo, ovvero invisibilmente.” username=”MapsGroup”]
Il limite dei nostri canali non solo percettivi, ma anche intellettivi e deduttivi, infatti, è davvero stringente, se paragonato all’immensità e alla complessità dei sistemi (fisici e naturali, culturali e sociali) in cui siamo immersi.
Eppure la tensione insita nella nostra natura – vocata e votata alla sfida che viene dalla nostra intrinseca capacità di immaginazione, ancor prima che di azione – non ci consente, da sempre, di accettare i confini imposti all’apparenza da tali prigioni sensoriali e concettuali.
Anzi: se ci pensiamo bene, ci sono almeno due “categorie” di esseri umani che da sempre dedicano il loro tempo a quest’opera di immaginazione, chiamiamola così, visionaria: gli artisti, che vedono prima (o in modo diverso, a volte “folle”) ciò che di solito è inattingibile (e quindi incondivisibile e incomunicabile) e gli scienziati, che si infilano nell’abisso della realtà per trarne ipotesi e teorie, da cui spesso conseguono invenzioni che vanno a beneficio (o a danno) di tutti.

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Immagino, dunque sono (o sarò)

Se ci pensiamo ancora meglio, questa operazione di emersione di possibili scenari di senso è quello che – oggi – tentano di fare le nuove tecnologie, le quali ampliano innanzitutto i nostri orizzonti di mondo visibile attraverso strumenti che (come vere e proprie protesi percettive e pluri-funzionali) ne indagano le componenti micro (grazie ai microscopi atomici), quelle macro (attraverso telescopi satellitari) passando anche attraverso quelle fisiche e organiche, grazie a processi di mappatura genetica e approcci molecolari.
Tali complesse tecnologie, inoltre, danno vita a sistemi di calcolo sempre più potenti e veloci, in grado di analizzare, processare e organizzare quantità inimmaginabili di dati e informazioni, evidenziando o creando sistemi statistici e modelli predittivi, che vanno ben oltre i più sfrenati scenari fantascientifici.
Tutto ciò accade attraverso algoritmi e sistemi di processo di dati che fanno emergere dall’orizzonte vago e inattingibile delle possibilità una mole infinita di percorsi di senso.
Tanto che, già nel 2015, ci si interrogava sul centro della questione: “come riusciamo ad allargare la nostra consapevolezza per pensare la complessità che si sta sviluppando – e possibilmente influire in modo sensato sull’emergere dei fenomeni?”
Noi di #6MEMES, inutile quasi dirlo, siamo pronti agli scenari più visionari…
Visibilità

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Maps News News

Nasce SmartNebula: la sicurezza e l’efficacia nella gestione di ogni documento e dei fornitori.

SmartNebula è il più completo sistema di gestione di documenti dei fornitori, rilasciato in modalità Software as a Service (S.a.a.S) su piattaforma Cloud.

Potete conoscere meglio il nuovo prodotto, creato e costantemente implementato dalla squadra di esperti di Maps Group, visitando il sito https://smartnebula.mapsgroup.it/
Ricco di informazioni, per rispondere a qualunque vostro quesito, e di agile consultazione, il sito si struttura in una home page (‘Overview’), più alcune pagine accessorie in cui si descrive il prodotto (‘Il sistema’), come questo organizza i documenti (‘Documenti’) e quando serve (‘Ambiti’).
Completa il sito la pagina ‘Case History’ in cui diamo informazioni su chi sta già utilizzando il prodotto.

In ‘Overwiev’ si riassumono i compiti svolti dal SmartNebula e i principali vantaggi offerti:

  • una gestione dei documenti veloce e semplice, che permette una verifica chiara e immediata della situazione, a prezzi contenuti e assolutamente commisurabili alle esigenze.

 
Il Sistema è la pagina in cui si spiega in cosa consiste e come tratta l’archivio documenti il sistema SmartNebula. Qualche cenno sull’architettura dell’interfaccia e la sua fruibilità in cloud, anticipano i punti di forza:

  1. L’utilizzo di infrastrutture certificate per l’erogazione del servizio per una efficiente e sicura gestione e controllo della documentazione
  2. La profilazione degli utenti e la loro responsabilizzazione per la condivisione dei dati e la gestione dell’archivio.

 

In Documenti si spiega come i documenti:

  • sono classificabili tramite tipologie e tag personalizzabili;
  • la visualizzazione è raggruppata per intestatario e in base alla classificazioneeffettuata;
  • sono gestiti da una modalità collaborativa che prevede un dialogo fra cliente e detentore.

Completano la descrizione del sistema:

  • La presenza di diversi alert automatici, per il detentore e per il cliente;
  • la tracciabilità che consente attendibilità e verifica dei dati.


Quando serve SmartNebula lo leggiamo invece nella pagina Ambiti dove sono riportati le tre grandi aree di utilizzo del prodotto:

  1. Business, o settori industriali quali Costruzioni o Concessionari di infrastrutture dove, fino a oggi, il sistema è stato molto utile.
  2. Supporto alla valutazione dei fornitori.
  3. Il Controllo e Monitoraggio per l’aderenza ai modelli organizzativi 231 o processi di audit.

SmartNebula è la risposta per gestire ogni documento con efficienza e in completa sicurezza, riducendo al minimo i costi di gestione.

 
Vuoi vedere come funziona SmartNebula? Allora richiedi una demo compilando l’apposito form a questo indirizzo: https://smartnebula.mapsgroup.it/richiedi-una-demo-smartnebula/

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6MEMES TRENDS Alti e bassi del cibo italiano

“Eat spaghetti to forgetti your regretti”. Seconda tappa del viaggio intorno all’Italian Food. Di Sara di Paolo.

[dropcap3]C[/dropcap3]ontinua il viaggio dedicato al Cibo Italiano attraverso siti web e social network, articoli di giornale e blog, trasmissioni radio e tv, in italiano e inglese, in occasione dell’anno 2018 che lo celebra come fattore di rilevanza nazionale e internazionale. In questa seconda tappa della mia esplorazione, vi propongo una “classifica” dell’Italian Food nel mondo. Sono i 10 argomenti (eventi, persone, luoghi) che in base ad uscite, menzioni e sentiment – selezionati attraverso Webdistilled – nel corso degli ultimi mesi (e più precisamente dal primo di aprile ad oggi) hanno più influenzato la comunicazione sul tema.

La classifica dell’Italian Food

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Al primo posto in classifica c’è il Cibus di Parma, il Salone Internazionale dell’agroalimentare italiano che, lo scorso maggio, ha registrato numeri straordinari: oltre 3.000 aziende presenti, 1.300 nuovi prodotti food presentati, 82mila tra visitatori e operatori del settore. Secondo Antonio Cellie, amministratore delegato di Fiere di Parma che, con Federalimentare, organizza Cibus:

“Il cibo italiano di qualità si afferma nel mondo perché riesce ad essere tradizionale e al tempo stesso contemporaneo”. 

Dati confermati anche dall’export del food ‘Made in Italy’ che – secondo una ricerca delle Camere di Commercio lombarde, uscita nello stesso periodo – vale oltre 40 miliardi di euro l’anno con trend in crescita praticamente ovunque. Amano i nostri prodotti soprattutto i tedeschi, i francesi, gli americani, gli inglesi e gli spagnoli. In forte crescita la Russia, 17° nella classifica dei paesi acquirenti, e la Cina al 20° posto.

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Rimanendo in tema economico, segue a stretto giro Coldiretti con il suo #villaggiocoldiretti a Torino. Secondo posto per il week end organizzato a giugno con l’obiettivo di fare conoscere il contributo dell’agricoltura alla storia e allo sviluppo del nostro paese. L’hashtag #stocoicontadini genera un bel movimento sui social. È anche l’occasione per sottolineare come il cibo italiano sia diventato una delle principali voci di spesa per italiani e stranieri in vacanza nel nostro paese (raggiunge quota 30 miliardi di euro) mentre 110 milioni di presenze turistiche in Italia sono motivate da ragioni enogastronomiche.

[bctt tweet=”Coldiretti e il suo #villaggiocoldiretti a Torino: far conoscere il contributo dell’agricoltura alla storia e allo sviluppo del nostro paese.” username=”MapsGroup”]

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Conquistano il terzo posto della classifica sul Cibo Italiano le ‘sofferenze’. Quelle di chi è lontano da casa (“Grecia ti amo ma cibo italiano quanto mi manchi”, un recente disperato tweet) e quelle di chi è lontano dal suo ‘favourite Italian restaurant’ (il ristorante italiano preferito). Su quest’ultimo tema, fa il giro del mondo la giovane veterinaria americana Karen Chandler che – inviata in Colorado dalla Florida a gestire un’emergenza che ha colpito centinaia di capi di bestiame – dichiara di sentire un po’ di nostalgia di casa, in particolare i piatti italiani del suo ristorante preferito!

Sui social, si sprecano i post sconsolati di italiani in viaggio alle prese con barattoli ‘Italian sounding’ nelle etichette ma per niente italiani nel contenuto. Mentre web e blog in inglese pullulano di consigli su dove gustare autentico cibo italiano: dalla Malesia all’Australia, dal Canada attraverso tutti gli Stati Uniti. Persino il Pokemon Café di Tokio – che offre solamente piatti a forma di Pokemon seguendo la tradizione artistico-culinaria giapponese chiamata ‘Kawaii Tabemono’ (in italiano ‘Cibo Carino’) – propone un piatto che riproduce un Pikachu accucciato sulla pancia che si nasconde nell’erba e, all’interno, è pieno di pasta italiana!

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Fortunatamente ci viene in aiuto il Ministero dei Beni Culturali che, a dicembre scorso ha dato ufficialmente il via all’Anno del Cibo Italiano, e ora occupa il quarto posto in classifica per il grande lavoro di comunicazione e promozione delle nostre eccellenze agroalimentari. A maggio, ha presentato il GeoPortale della Cultura Alimentare, seguito da una buona copertura sui media tra i quali registra un discreto successo di pubblico il servizio su Donna Moderna, e – in occasione della Settimana dei Musei (Museum Week) – fa ben parlare di noi e del nostro patrimonio culturale alimentare.

[bctt tweet=”Ministero dei Beni Culturali e l’Anno del cibo 2018: il grande lavoro di #comunicazione e #promozione delle nostre eccellenze agroalimentari. ” username=”MapsGroup”]

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L’Italian Food torna alla ribalta grazie a Frank Sinatra e Lidia Bastianich – rispettivamente al quinto e sesto posto della classifica. Di Frank Sinatra è nota la sua passione per l’Italia e l’Italian Food ma il picco di comunicazione su di lui è in realtà dovuto al fatto che qualche giorno fa, all’età di 102 anni, è morta la sua prima moglie, Nancy. Di lei le cronache riportano che ha sempre mantenuto un rapporto amichevole con l’ex marito il quale, più volte nel corso degli anni (e dei successivi matrimoni con altre donne), le avrebbe fatto richiesta di pastasciutte e altri piatti della cucina italiana che lei sapeva preparare così bene! Grazie Nancy.

Di un’altra generazione è invece Lidia Bastianich, star della cucina italiana all’estero, proprietaria di 6 ristoranti di grande successo negli Stati Uniti, socia dei 5 Eataly USA, vincitrice quest’anno dell’Emmy Award della televisione statunitense per il suo programma “Lidia’s Kitchen”, autrice di una dozzina di libri di ricette e, non ultimo, mamma di Joe Bastianich, lo chef noto in Italia come giudice di Master Chef.

Qualche mese fa, Lidia Bastianich ha presentato il suo ultimo libro dal titolo ‘My american dream – a life of love, family and food’ (che potremmo tradurre con ‘Il mio sogno americano – una vita fatta di amore, famiglia e cibo’) dove ripercorre la sua storia a partire dalla fuga con la sua famiglia dall’Istria dopo la seconda guerra mondiale e sottolinea come i piatti della sua infanzia (piatti semplici e contadini) siano stati la sua fortuna e la base di partenza nel suo percorso professionale e imprenditoriale.

Un po’ meno fortunata invece è un’altra vicenda che in questo periodo attanaglia la comunicazione intorno agli chef di origine italiana all’estero. È quella di Mario Cudemo, chef presso il ristorante ‘Santini Pizza E Cucina’ di Torquai (Queensland), che – dopo 12 anni in Australia – rischia di non vedersi rinnovato il permesso di soggiorno. Ha qualche settimana ancora per superare il nuovo test di inglese previsto dalle leggi sull’immigrazione. Il mondo dei social si divide: “Come resisteremo senza i suoi piatti” da un lato, “Le regole vanno rispettate” dall’altro. Conclude momentaneamente il dibattito un consiglio: “Prendi i libri e studia!”

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Conquistano il settimo posto le Marche che, nel panorama dei territori italiani più collegati al cibo, se la giocano con realtà decisamente più famose dall’Emilia Romagna alla Sicilia, passando per Campania, Toscana e Piemonte. La loro presenza nel monitoraggio web, social e press, è dovuta:

  • al Verdicchio che quest’anno festeggia il 50° dal riconoscimento della Doc,
  • al lancio, durante Vinitaly, del FOOF BRAND MARCHE (un marchio unico per promuovere il territorio attraverso le sue eccellenze dell’agroalimentare) e;
  • la pizza Rossini, una margherita arricchita da uova sode e maionese. “Nessuno scandalo, è una ricetta tipica che va fortissimo” ci rassicura il blog della ‘Cucina Italiana’!

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L’ottava posizione nella classifica dell’Italian Food nel mondo la occupa il ‘colore nero’. Nero come il carbone, i tartufi e il nero di seppia. Come il cacao, il caffè, la torta al cioccolato e il tiramisù di Angie a New York. Il Times di Camberra esalta un piatto di “charcoal black gnocchi in pesto sauce and broccolini” (gnocchi neri con pesto e broccoli) mentre il Malaysian Reserve riporta una ricerca secondo la quale i cibi colorati hanno breve durata nel ciclo di notizie di Instagram, mentre i cibi neri “reggono” di più.

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Da Instagram arrivano anche i post che occupano la nona posizione in classifica, si tratta di meme diventati virali in diverse varianti (inclusa la stampa sulle magliette) o blog che propongono ‘Best Instagram captions for Italy’ (le migliori “battute” per Instagram sull’Italia e, di conseguenza, sull’Italian Food). Eccone tre di particolare successo che hanno per protagonisti tre prodotti italiani tra i più amati:

“Eat spaghetti to forgetti your regretti”

(gioco di parole per dire che mangiando spaghetti si dimenticano i dispiaceri),

“Problems come and go, pizza is forever”

(i problemi vanno e vengono, la pizza è per sempre),

“I scream for ice cream”

(una bella rima per chi ‘grida’ per avere un gelato).

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Il decimo posto lo guadagna il Pesto. Io sono Genovese e non vorrei sembrare di parte, però negli ultimi mesi il Pesto mantiene il suo primato in termini di menzioni su web, social e press rispetto alle altre salse per il condimento della pasta.

E’ seguito a breve distanza da sugo e ragù, e – con maggiore distacco – da carbonara e amatriciana. A Genova sappiamo perché!

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Questo articolo prende spunto dal monitoraggio su Cibo Italiano/Italian Food realizzato tramite la piattaforma di analisi semantica webdistilled. Dal primo aprile al 15 luglio, sono stati monitorati oltre 15.000 contenuti. Il 67% proviene da testate giornaliste online e blog, il 25% dai social e l’8% dalla carta stampata e trasmissioni radio e tv. Il 46% dei contenuti rilevati è in lingua italiana, il 54% in inglese.

Sara di Paolo

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6MEMES TRENDS Dati e ICT nelle imprese e nella società

Il compito fondamentale in ICT: lo sviluppo del codice sorgente.

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[/sf_iconbox]Lo sviluppatore, o developer

 
[dropcap3]I[/dropcap3]n alcuni articoli precedenti, dopo il riconoscimento del ruolo fondamentale dell’IT nel XXI secolo, abbiamo trattato le figure professionali e la competenza che dovrebbe essere fornita dalla formazione accademica

In questo articolo ci concentriamo su una delle fasi più importanti dell’IT, lo sviluppo o scrittura del codice, e sulla figura professionale deputata a tale compito, lo sviluppatore o developer.
Per realizzare una soluzione o un servizio ICT è infatti sempre necessaria una fase di scrittura di codice, che si può suddividere tra la personalizzazione di software esistente e la scrittura vera e propria di nuovo software. Anche alcuni compiti di amministrazione di sistema richiedono la scrittura di codice (ad esempio i cosiddetti programmi batch del settore bancario, o gli shell script tipici del mondo UNIX).
Nel dettaglio, la fase di sviluppo consta materialmente nella scrittura di un insieme di file di testo contenenti istruzioni, organizzate secondo regole sintattiche molto precise e rispondenti alla grammatica del particolare linguaggio di programmazione scelto. L’insieme di tali file di testo che forma un’applicazione viene definito codice sorgente dell’applicazione stessa.
Nella maggior parte dei casi un apposito programma chiamato compilatore traduce poi tali moduli in una forma direttamente eseguibile dal computer. In altri casi il codice viene direttamente “interpretato” ed eseguito senza bisogno di compilazione ad opera di un altro tipo di programma chiamato appunto interprete.

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Codice e linguaggio? Andiamo alla sorgente…

Il codice sorgente viene scritto entro un programma apposito, chiamato editor, molto spesso facente parte di un ambiente integrato di programmazione (chiamato anche IDE, dalle iniziali delle parole inglesi Integrated Development Environment) che contiene tutte le funzioni per compilare il codice sorgente e trasformarlo in un programma eseguibile direttamente dal computer.
I linguaggi di programmazione in uso sul mercato oggi sono tanti, dall’antico e sempreverde COBOL, ai più moderni Java e C#, al Phyton, ai linguaggi PHP e JavaScript specifici per il Web, a linguaggi dedicati come l’ABAP di SAP, a linguaggi tipici per le App ecc… Molti di questi linguaggi hanno anche il proprio IDE di riferimento, come VisualStudio per il C#, oppure esistono IDE che possono consentire di scrivere in diversi linguaggi, come Eclipse con Java, C/C++, PHP ecc…
Il developer o sviluppatore è la figura professionale cui è demandato il compito di scrivere materialmente tutto il codice sorgente e/o le personalizzazioni. Questa figura professionale rientra fra quelle della normativa UNI11506-11621 ed esistono molte certificazioni proprietarie per developer, legate a linguaggi e tecnologie. Taluni paragonano ingiustamente il developer al muratore che costruisce i pilastri ed i muri che sono stati progettati da qualcun altro o all’operaio sulla linea di montaggio.
[bctt tweet=”Il developer è la figura professionale cui è demandato il compito di scrivere materialmente il codice sorgente.” username=”MapsGroup”]
In realtà, la scrittura del codice è un’attività non evitabile. Dietro ad ogni software, dai sistemi operativi (ossia i software di base che consentono ai computer, agli smartphone ed ai tablet di operare), ai programmi come Office, ai programmi gestionali, alle applicazioni Web, alle App, ai programmi che controllano robot e macchine industriali… c’è sempre questa fase di scrittura del codice sorgente che forma il software stesso.
La scrittura del codice è anche un’attività critica, in quanto errori commessi in questa fase si traducono in malfunzionamenti e/o costi maggiori durante le fasi successive di manutenzione ed evoluzione dei componenti software delle soluzioni. Molte delle problematiche di sicurezza informatica riscontrate negli ultimi anni sono proprio dovute ad errori commessi durante la fase di scrittura del codice. Il costo del software e del suo sviluppo in molti casi supera oggi di molto il costo dell’hardware che lo fa funzionare.
L’evoluzione quasi incredibile che c’è stata nell’hardware e nelle sue potenzialità non è stata purtroppo accompagnata da una contemporanea evoluzione del software. Nonostante fin dal 1968 siano state evidenziate le varie problematiche legate alla produzione del software[1] e al fatto che la scrittura di codice è un’attività compiuta a mano da operatori umani ancora oggi alcune problematiche permangono.

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La fase di sviluppo…

 
Per capire meglio occorre analizzare i dettagli. Anzitutto quali sono le tipologie di errori commessi durante la fase di sviluppo? Essenzialmente sono le seguenti:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Errori di interpretazione delle richieste del committente, che di solito sono risolti dall’esperienza del Business Analyst (o del Product Owner in un contesto di organizzazione Agile);
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Errori di strutturazione del software, ad esempio di suddivisione dei compiti fra i vari moduli che formano un applicativo, che dovrebbero essere ridotti od evitati a priori con un buon disegno tecnico del software stesso, demandato all’esperienza dei System Analyst e System Architect;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Errori veri e propri di scrittura del codice che possono essere dovuti a:

  • Problemi di trasmissione delle informazioni fra i membri del gruppo di lavoro (ad esempio ricadere nei casi precedenti, con analisi superficiali e/o incomplete).
  • Problemi di poca conoscenza del linguaggio e/o di sue librerie di funzioni.
  • Problemi di tempo, ossia di dimensioni del lavoro e quindi della quantità di codice da scrivere non adeguata ai tempi concessi per lo sviluppo.
  • Problemi di test e verifiche inadeguate.
  • Problemi di competenze di base degli sviluppatori.
  • Problemi di errori presenti entro strumenti utilizzati per lo sviluppo (in primis librerie di funzioni preconfezionate).

Alcune problematiche sorgono dal fatto che sino a pochi anni fa si pensava al software come un edificio, ossia come qualcosa che deve essere completato e poi rimane costante o quasi, mentre oggi è chiaro (o dovrebbe esserlo) che il software è un servizio, che evolve in continuazione per seguire le esigenze del business per cui esso è nato. Il software deve quindi essere sin dall’inizio progettato per poter evolversi nel tempo con la massima efficienza possibile.
[bctt tweet=”Il software è un servizio che evolve per seguire le esigenze del business per cui esso è nato.” username=”MapsGroup”]
Diversi rimedi sono stati applicati nel tempo:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Costruzione di software semi-lavorati con conseguente ridotta necessità di scrittura di codice, che si riduce a parametrizzazioni (ossia impostazioni di parametri di configurazione) per adattare software medio-piccoli alle esigenze dei clienti finali. Nel caso di software più grandi, le operazioni di adattamento richiedono comunque una parte di programmazione, detta personalizzazione.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Costruzione di librerie di funzioni molto ricche e molto testate, per ridurre la quantità di codice che gli sviluppatori devono scrivere (e quindi, statisticamente, anche gli errori che possono commettere), vendute commercialmente sul mercato.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Costruzione di strumenti grafici o semi-grafici (ad esempio i cosiddetti RAD) che consentono di generare il codice sorgente a partire da diagrammi e rappresentazioni grafiche di compiti, evitando di scrivere a mano il codice stesso.
Ma quasi tutti questi rimedi hanno portato anche svantaggi, principalmente inefficienza e vincoli di rigidità sui prodotti software ottenuti. Negli ultimi anni la rivoluzione agile, attraverso l’adozione di nuovi metodi di lavoro, ha portato finalmente un miglioramento deciso. In particolare l’adozione del DevOps [2], una metodologia che si concentra sia sullo sviluppo sia sulla fase di esercizio operativo del software, sta portando un miglioramento deciso nella qualità del software stesso.
Per poter essere veramente efficace tuttavia questa nuova organizzazione prevede che i singoli sviluppatori abbiano una notevole abilità ed esperienza o siano coadiuvati da un abile system architect, per costruire un software ben strutturato e ben scritto. E che i team di lavoro siano bene organizzati.
E questo è purtroppo in alcuni casi un punto dolente. Molti grandi progetti software italiani sono ancora basati su metodologie antiquate (anche per la non conoscenza delle nuove da parte dei capi progetto) e/o soggetti ad un rapido turn-over degli sviluppatori, oltre che a tempi compressi per sviluppo e test. Il risultato è software di cattiva qualità, che poco può competere sui mercati esteri.
Quindi, per poter raggiungere l’obiettivo di fornire produzione di software sul mercato internazionale, dato che la maggior parte dei paesi dell’est Europa e delle software house indiane ha già adottato le metodologie moderne, occorre migliorare la qualità dei processi interni, introducendo le nuove competenze necessarie.
E’ una questione strategica, necessaria se non si vuole perdere questa grande opportunità per il nostro sistema paese. E occorre anche che i nuovi programmatori siano adeguatamente preparati e che quelli esistenti siano adeguatamente aggiornati.


Bibliografia

1. G. Destri e C. Lombardi “I processi di Sviluppo Software: la storia” http://www.giuliodestri.it/documenti/D06_StoriaSviluppoSoftware.pdf
2. C. Lombardi e G. Destri “I processi di Sviluppo Software: l’evoluzione agile e il DevOps” https://www.slideshare.net/giuliodestri/i-processi-di-sviluppo-software-levoluzione-agile-ed-il-devops
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