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6MEMES TRENDS Trasparenza e Partecipazione nella PA

Amministrazione Pubblica e Innovazione: digitalizzare (o duplicare?) l'esistente. Di Michele Vianello.

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[/sf_iconbox]Il Codice dell’Amministrazione Digitale sancisce un diritto fondamentale per il cittadino

 
[dropcap3]Q[/dropcap3]uando un qualsiasi ente pubblico – un Comune in particolare – si pone il problema di applicare le norme previste dal Codice dell’Amministrazione Digitale, deve prima di tutto predisporsi a concepire la propria riorganizzazione.
Software, digitale, informatici preposti all’attività: tutto ciò va considerato dopo. Contrariamente a quanto comunemente si pensa, infatti, gli Enti Pubblici sono già abbondantemente digitalizzati. Forse anche troppo.
La realtà è che in questi anni tutte le contraddizioni e le storture burocratiche che angustiano il mondo pubblico italiano sono state codificate dai sistemi informativi. Per utilizzare un esempio che uso di frequente, possiamo dire che in questi anni si è digitalizzato l’esistente.
Avete presente la storiella – tanto vera quanto esemplare – secondo la quale assieme ad una mail si inoltra anche un fax? Ecco: questo è il tipico esempio di “digitalizzazione dell’esistente”.
Per carità: fenomeni come quello descritto si verificano anche nel privato, che non è certo scevro da esempi di cattiva digitalizzazione. Ma gli assetti organizzativi di tali attività, normalmente, sono molto meno codificati e burocratizzati di quelli della Pubblica Amministrazione. Di conseguenza, gli effetti di ridondanza sono meno impattanti.
Affermiamo ora un principio: il Codice dell’Amministrazione Digitale non è un complesso di norme relative al digitale all’informatica. Il Codice dell’Amministrazione Digitale è invece una legge sui procedimenti, che stabilisce come ci si organizza, come si lavora e come ci si relaziona con i cittadini nella Pubblica Amministrazione.
Il Codice dell’Amministrazione Digitale è dunque e soprattutto una legge che sancisce un diritto fondamentale per il cittadino: quello di poter utilizzare le piattaforme digitali nelle relazioni con la Pubblica Amministrazione.
Badate bene: quello che è un diritto per il cittadino è un vero e proprio obbligo per la Pubblica Amministrazione. Un diritto che pone fine ad ogni forma di autoreferenzialità della Pubblica Amministrazione nella sua forma organizzativa e gestionale.
[bctt tweet=”Le leggi che vincolano la Pubblica Amministrazione sono innanzitutto diritti per i cittadini.” username=”MapsGroup”]
La PA, sino ad ora, ha spesso improntato il proprio modello organizzativo senza pensare alla qualità e alla forma del servizio erogato, seguendo inoltre un principio base della produzione dei propri atti, dati e notizie: quello improntato al principio della riservatezza.
La nuova produzione normativa invece – a partire dall’introduzione del FOIA (Freedom of Information Act) – considera la trasparenza come il principio base su cui si fonda il rapporto tra i cittadini e l’Amministrazione pubblica, e stabilisce la necessità di riservatezza solo come una eccezione.
Si tratta di un cambio di paradigma non da poco, e per questo il tema della trasparenza sarà l’oggetto di un prossimo articolo.
Quello che mi preme sottolineare ora è che tutta la produzione normativa in materia organizzativa e gestionale è stata sino ad oggi sostanzialmente improntata sulla priorità del procedimento e del rispetto della norma.
Tradotto in un linguaggio informatico, possiamo dire che:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]le architetture dei software sono state pensate come verticali,
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]le banche dati sono state concepite per essere consultate all’interno e non per essere condivise.
Cerchiamo di capirne di più…
 

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Interoperabilità e aggiunta di valore dei dati digitalizzati

 
[dropcap3]I[/dropcap3]n sintesi, i software gestionali (ad esempio della scuola, del bilancio, dei lavori pubblici, dell’edilizia etc.) non sono stati concepiti per dialogare tra di loro. Anzi: la verticalità di ogni procedimento è stata “pietrificata” e codificata in un software.
Discorso analogo vale per le banche dati. I dati non si metticciano tra di loro, non si ibridano – generando così informazioni di valore – ma sono semplicemente raccolti e custoditi in silos verticali non interoperabili.
La nuova legislazione, invece – soprattutto il nuovo CAD, DL 217 dicembre 2017 – nel sancire il diritto del cittadino all’utilizzo del digitale in nome della cosiddetta cittadinanza digitale, afferma che i servizi debbono venire offerti attraverso processi di dialogo tra ambienti diversi, in larga parte residenti su piattaforme web.
[bctt tweet=”La nuova parola d’ordine è interoperabilità: dei formati, delle banche dati, dei software.” username=”MapsGroup”]
Aiutiamoci con un esempio.
Quando acquistiamo un bene su Amazon ci “logghiamo” ed entriamo in un ambiente orizzontale dove tra la fase di scelta del prodotto, il suo pagamento e la sua tracciabilità non esiste alcuna discontinuità. Non importa come è organizzato il back office di Amazon, non importa la verticalità dei suoi settori: parlano tutti tra di loro. E, ai nostri occhi, Amazon è un unicum.
citta-digitale-pa
La nuova legislazione chiede alla Pubblica Amministrazione di fare esattamente questo salto organizzativo e culturale. Ne deriva che i software dovranno adeguarsi di conseguenza. E questo non vale soltanto per ogni singolo ente: le banche dati delle diverse Pubbliche Amministrazioni devono tutte dialogare tra di loro.
La stessa cosa vale anche per i soggetti che erogano i servizi pubblici (acqua, rifiuti, trasporto pubblico locale), anche se sono organismi privati.
La nuova parola d’ordine è interoperabilità: dei formati, delle banche dati, dei software.
Lo SPID, ovvero il sistema unico di identificazione del cittadino, si basa esattamente su questo principio. Che un utente si logghi al sito del proprio Comune, dell’INPS, dei Vigili del Fuoco e via così, la user e la password dovranno essere le stesse. Un discorso analogo vale anche per le piattaforme di pagamento.
 

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La PA è pronta a questo salto culturale e operativo?

 
[dropcap3]I[/dropcap3]l processo è in corso, senza dubbio. Sarà un percorso difficile e non privo di ostacoli, ma la strada è ormai tracciata.
È già un nostro diritto, dal 1 gennaio del 2018, loggarci al sito del nostro Comune (in ambiente web), trovare un form di iscrizione all’asilo nido (in ambiente web), inviarlo all’ufficio scuola (in ambiente gestionale interno) e, se accolta la domanda, pagare, di nuovo in ambiente web.
Non importa come è organizzato il Comune e quali software gestionali ha acquistato: tutto questo a noi non deve interessare… Non importa dove siamo né che ora è. Ciò che ci deve interessare è poter esercitare il nostro diritto a fruire di servizi interamente on line.
È facile da intuire come la realizzazione di quanto previsto dalla legge comporterà – nel tempo – evidenti risparmi per la Pubblica Amministrazione e un miglior servizio per il cittadino.
Prevengo a questo punto una domanda: le Pubbliche Amministrazioni sono pronte a realizzare quanto previsto dalla legge? In verità il processo si sta cominciando a prefigurare, pur tra mille difficoltà, in molte Amministrazioni.
[bctt tweet=”Il processo di compiuta digitalizzazione della PA è ancora in corso, ma la strada è tracciata.” username=”MapsGroup”]
Quando parlo di Pubbliche Amministrazioni non parlo infatti solo dei Comuni, ma penso alla galassia sterminata del pubblico. Per fare un esempio, le banche dati dell’INPS e quelle dell’Agenzia delle Entrate non sono sempre perfettamente allineate.
Nel caso di una istanza avanzata da un cittadino, che preveda il parere di più Pubbliche Amministrazioni, attualmente non esiste – generalmente – una forma di interoperabilità tra i diversi software gestionali.
Le Pubbliche Amministrazioni comunicano tra di loro utilizzando la PEC. L’utilizzo del fax e dei supporti cartacei è vietato, e tuttavia qualche Amministrazione lo utilizza ancora.
La rivoluzione è dunque codificata dalla Legge e molte Amministrazioni stanno provvedendo ad adeguarsi, ma c’è ancora molto da lavorare. Un tassello decisivo per realizzare questa rivoluzione prevista in primo luogo dalla Legge è innanzitutto l’esercizio del diritto proprio da parte di noi cittadini.
Il pallino sta solo nelle nostre mani. Andiamo in un Ente Pubblico e cominciamo a chiedere di comunicare esclusivamente utilizzando una mail. Rechiamoci in Comune e chiediamo come poter partecipare al procedimento che ci riguarda accedendo via web al fascicolo che, come previsto dalla legge, non può che avere un formato digitale.
Questi diritti sono già codificati: pretendiamoli. Se il loro esercizio venisse praticato da tutti noi, ecco che la rivoluzione avrebbe trovato il suo attore principale: il Cittadino.

Michele Vianello

Michele Vianello
 

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6MEMES TRENDS Machine Learning e Intelligenza Artificiale

La rete intelligente del terzo millennio: tecnologie abilitanti per un nuovo paradigma energetico

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[/sf_iconbox]Reti intelligenti: la tecnologia come fattore abilitante

 
[dropcap3]I[/dropcap3]ndustria 4.0, Internet of Things, Big Data e, ancora, efficienza energetica ed energie rinnovabili, tecnologie green e sistemi di gestione avanzata delle risorse idriche e dei rifiuti… La promozione di un’efficiente economia circolare passa attraverso una serie di sistemi complessi che debbono necessariamente interagire tra loro, sino a costituire vere e proprie reti intelligenti.
Il tutto, possibilmente, includendo in tale processo inter-operativo e inter-culturale la partecipazione attiva da parte dei cittadini alla governance dei processi strategici, decisionali e operativi nell’ambito della Pubblica Amministrazione.
Si tratta, come è intuibile, di fenomeni che si sono imposti sia a livello globale che locale, affacciandosi di recente nella nostra vita quotidiana e contribuendo a modificare profondamente i nostri processi identitari e sociali.
È in questo preciso snodo che le tecnologie innovative divengono strumenti di supporto indispensabili – potremmo dire abilitanti – per il governo della complessità generata da una tale molteplicità e variabilità di istanze.
Sapere gestire al meglio le esigenze di queste strutture innovative è dunque la nuova sfida che riguarda ciascun territorio, da affrontare con razionalità, inventiva e competenza.

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[/sf_iconbox]Energie rinnovabili e incremento della domanda:
nuovi modelli energetici

 
[dropcap3]U[/dropcap3]n ambito di particolare rilievo – anche a fronte di un incremento della domanda a livello planetario – è quello relativo all’energia in generale e alle rinnovabili in particolare.
Secondo l’ultimo rapporto del GSE (Gestore Servizi Energetici), in Italia la quota dei consumi finali lordi di energia coperta da fonti rinnovabili nel settore elettrico ha raggiunto il 34% (e il 17.4% dei consumi energetici totali). Ancora più interessante notare come, tra le rinnovabili elettriche, solare e eolico siano passati dal 5.1% del totale nel 2005 al 35% nel 2016, energia per lo più prodotta da impianti di piccola o micro-generazione (nel 2015 ARERA, l’Autorità di Regolazione per l’Energia Reti e Ambiente, ha censito oltre 688.000 impianti fotovoltaici e più di 2500 impianti eolici).
Si configura dunque la nascita di una nuova community energetica che, incentivando l’abbandono delle tradizionali centrali elettriche, caratterizzate da un maggiore impatto ambientale, sarà in grado di operare grandi trasformazioni e introdurrà un modello di generazione distribuita formato da piccoli impianti di autoproduzione (o micro-grid) alimentati da energie rinnovabili e allacciati alla rete di distribuzione tradizionale che, oltre a coinvolgere in modo vantaggioso piccole imprese o consorzi, permetterà anche ai privati di produrre energia.
[bctt tweet=”La rete intelligente del terzo millennio: tecnologie abilitanti per un nuovo paradigma energetico!” username=”MapsGroup”]
La richiesta, attuale e contingente, è quella di adattare le reti elettriche alle nuove esigenze energetiche, in una realtà che vede il cliente non più solo come un consumatore tradizionale, ma anche come un soggetto attivo nella filiera produttiva..
Una delle risposte percorribili consiste nello sviluppo di progetti pilota che possano verificare la resistenza e l’affidabilità delle reti intelligenti di distribuzione energetica: in una parola le Smart Grid.

Le Smart Grid sono reti elettriche che combinano elettronica e tecnologie digitali per consentire una comunicazione bidirezionale tra i vari punti della rete. Questo consente il monitoraggio, l’analisi, il controllo e lo scambio di informazioni in tempo reale tra i soggetti coinvolti, per migliorare l’efficienza della rete, ridurre i consumi e i costi dell’energia, e massimizzare l’affidabilità e la trasparenza lungo tutta la filiera energetica. L’integrazione con le tecnologie digitali, infatti, rende la rete:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]in grado di rispondere tempestivamente alla richiesta di maggiore o minore consumo di uno o più utenti;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]resiliente alla variabilità del carico di energia elettrica prodotta in centrali che sfruttano energie rinnovabili con caratteristiche di aleatorietà, quali eolico e fotovoltaico;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]facilmente integrabile, per un costante dispacciamento di energia, alle centrali elettriche di produzione tradizionali e al servizio di bilanciamento energetico della rete di distribuzione nazionale.
Parallelamente alle Smart Grid, un ruolo fondamentale per una gestione efficiente delle energie rinnovabili è data dai sistemi di accumulo dell’energia. Questi, infatti, permettono di immagazzinare eventuali sovra-produzioni di energia, tipiche di fonti quali il solare e l’eolico, ovvero di acquistare energia dalla rete quando il prezzo è conveniente, per renderla fruibile in periodi in cui i consumi superano la produzione.
Oltre ai tradizionali sistemi di accumulo, un crescente interesse si sta sviluppando intorno ai veicoli elettrici (PEV) e al loro impatto sul sistema di distribuzione dell’energia.
Dunque, nuovi modelli energetici basati sull’integrazione di fonti rinnovabili, sistemi di storage e tecnologie intelligenti per la gestione della rete. La loro conseguente adozione introdurrà, a cascata, nuovi stakeholder e relativi modelli di business – assai diversi rispetto a quelli tradizionalmente adottati nel mercato dell’energia elettrica – che coinvolgeranno in modo vantaggioso non solo i big dell’energia, ma anche piccole imprese, consorzi e infine privati.

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[/sf_iconbox]Smart Grid: ovvero a domandA rispostE

 
[dropcap3]D[/dropcap3]i fronte a sistemi che operano su tali livelli differenziati di: bisogni, risorse, fornitori ed utenti, in un futuro prossimo saranno indispensabili specifiche interfacce d’uso in grado di supportare il Demand Response, modello che incentiva la partecipazione dei consumatori all’efficienza del sistema, cui è richiesto una risposta proattiva a eventuali richieste di limitazione o rimodulazione dei consumi da parte dell’operatore. Incentivi che possono attuarsi anche mediante l’adozione di un meccanismo di tariffazione che:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]sarà, in buona parte, proporzionale alla domanda complessiva sulla rete;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]potrà essere basata su incentivi offerti ai consumatori per ridurre il loro consumo energetico nei momenti di picco della domanda o quando il sistema è sotto stress.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Oppure che, in un’opzione ancora più interessante, prevederà l’utilizzo di soluzioni automatizzate (come ad esempio i sistemi domotici), in grado di spostare carichi di energia bilanciandoli tra i vari momenti della giornata.
Appare dunque sempre più chiaro come le dinamiche di Demand Response richiedano un elevatissimo livello di coordinamento e responsività tra i diversi soggetti coinvolti.
La capacità di rispettare gli impegni presi – come ad esempio la limitazione della potenza massima assorbita in un determinato periodo del giorno (Peak Shaving), il differimento alla fascia serale di certi consumi da parte di uno o più utenti – è infatti essenziale per assicurare una gestione ottimale della rete e limitare i rischi di congestione o sovra-produzione.
Per garantire tale coordinamento, è essenziale che i nuovi sistemi di gestione delle Smart Grid siano in grado di:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]prevedere con accuratezza da una parte i consumi energetici e dall’altra la capacità produttiva delle diverse fonti rinnovabili;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]gestire in modo ottimale i sistemi di accumulo di energia disponibili;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]adattarsi rapidamente ad eventuali scostamenti dalle previsioni, notificare la nuova pianificazione all’operatore ed, eventualmente, attivare una nuova contrattazione.
Che è quello che come Maps abbiamo cercato di realizzare, in collaborazione con i ricercatori dell’Università di Genova, nel progetto pilota di ottimizzazione della pianificazione elettrica della Smart Polygeneration Microgrid del Campus di Savona, una delle prime Smart Grid a livello europeo.
 

Smart Grid Savona
Smart Micro-grid di Savona

 

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[/sf_iconbox]Smart Grid e Reti intelligenti:
scenari e numeri verso il terzo millennio

 
[dropcap3]L[/dropcap3]e nuove tecnologie per l’utilizzo di fonti rinnovabili e lo storage saranno dunque i settori di sfida dei prossimi anni.
Il fine comune è quello di mettere a regime reti intelligenti che da un lato uniscano alti gradi di tecnologia a una distribuzione condivisa di elettricità (in un un’ottica sia di riduzione e razionalizzazione dei consumi che di Sharing Economy), e dall’altro minimizzino al contempo le perdite, il carico di rete, i sovraccarichi e le variazioni della tensione elettrica.
Quello delle Smart Grid – in questo un nuovo scenario di mercato, sia competitivo che di qualità – sarà in grado di facilitare i governi nazionali nel rientrare nei parametri previsti a livello comunitario per la riduzione della produzione di CO2, minimizzando l’impatto ambientale dovuto alla produzione e fornitura di energia.
Non a caso, tutti gli analisti sono concordi nel prevedere per i prossimi anni una forte crescita per il settore a livello globale. Secondo Bloomberg New Energy Finance, il mercato delle tecnologie digitali per il settore energetico passerà dagli attuali 52 miliardi di dollari ai 64 miliardi di dollari previsti per il 2025. Una crescita che si concentra nei segmenti più innovativi, quali i sistemi di automazione della distribuzione (da $4bn a $10bn), della gestione dell’energia domestica (da $1bn a $11bn) e per la flessibilità (come appunto il Demand Response) che varrà nel 2025 4 miliardi di dollari.
 

Conclusioni

Efficienza energetica e rinnovabili: sono questi i settori energetici sui quali investire per arrivare alla massima competitività di costo e le performances migliori in tal senso si potranno ottenere solo dando priorità allo sviluppo di sistemi di storage e delle Smart Grids.
Sostenute da un sistema articolato di piattaforme hardware e software, di reti neurali artificiali e soluzioni di networking, tali reti rappresentano infatti un mercato mondiale in continua crescita ed espansione.
Come ben mostra il primo Electricity Market Report, quello dei nuovi stakeholder, quali i prosumer, è una realtà che inizia a mostrarsi come trend anche in Italia, sebbene la maggior parte delle trasformazioni del mercato elettrico nazionale devono ancora manifestarsi.
Il quadro che esce dall’analisi dell’intensità dei macro trend che hanno effettivamente un impatto sul mercato è piuttosto conservatore.
Nonostante la riforma delle tariffe e l’incentivazione alla diffusione della generazione distribuita, la diffusione della mobilità elettrica e dei sistemi di storage è, ad esempio, appena accennata così come la presenza di “aggregatori” si manifesta ai suoi albori.
E ancora, malgrado l’incentivazione, nessuno dei meccanismi – carbon tax, PPA e aste a tecnologia neutra – in grado di garantire una gestione della generazione distribuita da rinnovabili sono ad oggi osservabili nel nostro Paese.
La generazione distribuita da fonti rinnovabili e una apertura maggiore del mercato dei servizi elettrici alternativi, come aggregatori intelligenti, in grado di coordinare in modo più efficiente un elevato numero di consumatori, e di consumi, potrebbe essere dunque una delle strade da percorrere per garantire un futuro più competitivo per il mercato elettrico in Italia.
 

Vieri Emiliani

 
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PROGETTO ROSE


Un laboratorio di studio in continua evoluzione made in Maps Group: questo è il progetto ROSE, in grado di proporre sistemi ICT avanzati da integrare nella creazione di piccoli e medi impianti di generazione di energia rinnovabile, e nella sperimentazione di sistemi di aggregazione di consumatori-produttori (prosumer), allo scopo di avviare esperienze significative e che possano fungere da modello, come la Smart Micro-grid del Campus di Savona.
L’efficienza di analisi delle informazioni ai fini predittivi, dimostrata dalla rete neurale intelligente sviluppata come parte integrante di ROSE (e applicate al caso della Smart Micro-Grid di Savona), dimostra come Maps Group voglia seguire l’evoluzione dei tempi per assicurare un servizio sempre efficiente e, il più possibile, all’avanguardia.
Un servizio che, con l’avvento di forme di energia alternativa, la cui produzione può avere picchi o cali imprevisti, renda più flessibile ed interattivo la regolazione di tali impianti per raggiungere i seguenti obiettivi:

  • Programmare la produzione energetica sfruttando le tecniche di previsione e ottimizzazione delle energie rinnovabili basate su reti neurali e intelligenza artificiale.
  • Operare un controllo ottimale in real time dei sistemi di produzione e stoccaggio dell’energia.
  • Ottimizzare i consumi di energia termica ed elettrica minimizzando le emissioni di CO2, i costi operativi annuali e il consumo di energia primaria.

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6MEMES TRENDS Information and communications technology

Servizi e IoT: la Salute secondo l'Internet of Thing…

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[/sf_iconbox]Società dei servizi e Internet delle Cose

[dropcap3]N[/dropcap3]el precedente articolo abbiamo parlato dell’evoluzione progressiva che sta avvenendo nella nostra società e nei nostri mercati, con una transizione progressiva dal concetto di vendita di prodotti “materiali” a quello della vendita di servizi, di cui i prodotti rappresentano la parte “materiale”, attraverso cui il cliente usufruisce del servizio.

Le grandi infrastrutture di calcolo disponibili in cloud, i sistemi Big Data che vi si appoggiano, le connessioni in rete disponibili sempre più universalmente e i dispositivi terminali come smartphone, smart device e smart meter (ad esempio, sensori di temperatura e contatori elettronici) hanno un ruolo determinante in questa trasformazione.

In questo articolo approfondiamo il concetto di Internet delle Cose (nota anche con l’acronimo IoT dalle iniziali della sigla inglese Internet of Thing), ossia l’insieme di dispositivi, più o meno autonomi, che dialogano fra di loro e con le grandi infrastrutture di calcolo (data center) attraverso la rete, già accennato negli articoli precedenti.

Per comprendere meglio tutto questo partiamo con esempi tratti dallo scenario della vita quotidiana.

[bctt tweet=”Gli elettrodomestici di ultimissima generazione “dialogano” in rete fra di loro… ” username=”MapsGroup”]

Nella nostra stessa casa, ad esempio, gli elettrodomestici di ultimissima generazione sono già in grado di “dialogare” in rete fra di loro per coordinare meglio le funzioni, per esempio per stabilire il momento migliore perché la lavatrice avvii il proprio ciclo di funzionamento in relazione al carico elettrico ed alla tariffa.

Sensori di temperatura, umidità ed altri parametri ambientali, posti in varie parti di edifici, possono dialogare con i sistemi di climatizzazione per ottimizzare il loro funzionamento e garantire un ambiente ottimale. Sensori di luminosità possono interagire con le lampade a led per garantire il livello di luminosità ottimale durante il giorno, minimizzando nel contempo i consumi.

Giocattoli “intelligenti” possono interagire con i bambini per aiutarli nell’apprendimento di nozioni e concetti. La smart TV può diventare il “pannello di controllo della casa” e noi possiamo usare lo smartphone come telecomando.

Nell’articolo precedente abbiamo esaminato quanto accade per l’auto, che sta evolvendo sempre più verso la frontiera della guida autonoma, permettendo al passeggero di usare il tempo del viaggio per attività più produttive. Esperti di economia affermano che questo avrà un impatto notevole sulla produttività del lavoro e sul PIL.

Similmente può avvenire in ambito industriale: già esistono, in varie regioni italiane, impianti di trattamento e depurazione delle acque che non richiedono presenza in loco di personale umano, se non in caso di guasti, e possono essere telecontrollati da centrali distanti anche decine di km.

Alcuni autori, per indicare questo scenario di umani, dispositivi e data center che dialogano fra loro attraverso la rete, usano il termine Internet di Ogni Cosa (IoE o IoX, derivato dalle parole inglesi Internet Of Everything).

Basandosi su questa infrastruttura diventano possibili tanti servizi per l’utente finale, dal calcolo di percorsi di viaggio che passano “automaticamente” attraverso i ristoranti e locali preferiti, al telemonitoraggio della casa delle vacanze, con possibilità di accendere il riscaldamento mentre si sta andando in montagna e trovare la casa calda al proprio arrivo.

Le aziende del settore stanno facendo a gara per inventare servizi sempre nuovi che possano aprire nuove opportunità di mercato. In particolare, nella restante parte dell’articolo vedremo le applicazioni dell’Internet delle Cose a una nuova frontiera della medicina, la diagnosi preventiva di massa.

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[/sf_iconbox]IoT e Salute: monitoraggio e diagnosi preventiva di massa

[dropcap3]N[/dropcap3]egli ultimi anni sono apparsi strumenti di wereable computing (ossia, essenzialmente, dispositivi elettronici contenuti in capi di abbigliamento od ornamento) legati al mondo del fitness.

App dedicate, come per esempio la tedesca Cardiofit, installate sui nostri smartphone, possono interagire con attrezzi sportivi “smart”, come per esempio ergometri, tapis roulant, biciclette… o anche con magliette con sensori, cinture o semplicemente il nostro smart watch.

La combinazione dei dati raccolti nel tempo da questi sensori ed immagazzinati in servizi cloud ci permette di controllare il nostro stato di forma fisica e anche, se vogliamo, di condividere percorsi di trekking o ciclismo con gli amici, magari corredati di foto e selfie scattati durante la nostra impresa sportiva.

Qual è il passaggio successivo? Pensiamo a cosa è l’ECG dinamico secondo Holter: una metodica diagnostica utilizzata per monitorare l’attività elettrica del cuore durante un intervallo di tempo più o meno lungo, solitamente corrispondente a 24-48 ore, e con i registratori di ultima generazione sino ad un massimo di sette giorni. La stessa metodica si può applicare anche alla pressione sanguigna o ad altri parametri vitali.

[bctt tweet=” La nostra storia personale, raccolta in banche dati, porterà a prestazioni sanitarie più personalizzate. ” username=”MapsGroup”]

Tramite uno strumento integrato nello smart watch o in un braccialetto si potrebbero ottenere combinazioni di questi parametri. Per esempio pulsazioni cardiache, pressione sanguigna, composizione chimica del sudore durante una prova sportiva, conducibilità elettrica della pelle in condizioni normali… e per periodi molto lunghi, praticamente con continuità.

Da alcuni anni grandi attori del mercato ICT come SAP, IBM e Google, stanno realizzando, usando le tecnologie dei Big Data, enormi banche dati di cartelle cliniche, con la storia di milioni di pazienti. Analizzando l’insieme di questi dati con le metodologie di intelligenza artificiale oggi disponibili diventa possibile stabilire rapporti statisticamente validi che conducono a relazioni causa-effetto (o, meglio, sintomo-malattia) fra parametri rilevabili tramite sensori, come quelli sopra descritti, e stati di malattia, prima del loro insorgere.

In sostanza, come funzionerà il servizio di diagnosi preventiva? Sensori contenuti in dispositivi indossabili monitoreranno un insieme di parametri fisiologici sul nostro corpo e, combinando questi dati con quelli delle attività principali che staremo svolgendo, rilevabili dal nostro smartphone, sarà possibile associare nel corso della giornata stato fisiologico ed attività, come si fa nell’ECG dinamico sopra descritto.

Questi dati potranno essere raccolti più volte nella giornata e immagazzinati in un archivio dati. Confrontando, a scadenze periodiche opportune, questi dati con i profili statistici a noi vicini come età, sesso, abitudini e profilo genetico sarà possibile scoprire discrepanze rispetto ai valori ottimali, che potrebbero essere indice di qualcosa. Segnalando tempestivamente tali discrepanze e suggerendo gli esami specialistici necessari per indagare nel merito i sistemi automatici, eventualmente corredati dal parere di medici esperti umani, realizzeranno la medicina preventiva di massa, per tutti gli utenti di questi servizi.

E al secondo livello, i risultati degli esami specialistici, confrontati con i modelli tratti dalle banche dati, consentiranno di arrivare in tempi rapidi ad una diagnosi precisa, prima che la malattia si manifesti con sintomi più evidenti. In sostanza si tratterà di un raffinamento progressivo della diagnosi, sempre più preciso. La nostra storia personale precedente, raccolta entro le banche dati nel corso degli anni, porterà a prestazioni ancora migliori per il sistema.

Dati statistici sul mercato USA, estrapolati, indicano che le diagnosi compiute dai soli medici umani sono corrette solo tra il 70 e l’80% dei casi. Sebbene le diagnosi puramente automatiche, con i sistemi odierni, abbiano un tasso di errore ancora superiore, la combinazione di medico umano e sistema di intelligenza artificiale consente di arrivare ad una diagnosi corretta in più del 90% dei casi già oggi. Sistemi basati sulle banche dati oggi in via di realizzazione potrebbero condurre a diagnosi corrette nel 99% dei casi.

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[/sf_iconbox]Lo scenario che si prospetta…

[dropcap3]C[/dropcap3]hiediamoci ora: lo scenario che abbiamo innanzi è quindi ottimale? Non del tutto: si intravede già anche la possibilità di situazioni piuttosto preoccupanti.

Il monitoraggio continuo di quello che facciamo e delle associate reazioni del nostro corpo, infatti, se i dati non saranno adeguatamente protetti, potrebbe portare a situazioni quanto meno imbarazzanti. Per esempio, se in presenza non del nostro coniuge, ma di un’altra persona (fattore rilevabile dalla vicinanza dei due smartphone) il nostro battito cardiaco aumenta sempre e sono presenti altri segnali di forte emozione, questo cosa significa?

In sostanza la nascita di sistemi di monitoraggio di massa di persone come quelli sopra descritti deve prevedere anche sistemi di sicurezza, ossia di garanzia di riservatezza, esattezza ed integrità e disponibilità dei dati adeguati. Il che probabilmente potrebbe essere realizzato riducendo al minimo o eliminando del tutto il fattore umano dal monitoraggio ed acquisizione dei dati stessi. Ed evitando le correlazioni dei dati fra persone diverse.

[bctt tweet=”In temi così strategici e sensibili non ci potrà essere alcuno spazio per l’improvvisazione, ” username=”MapsGroup”]

Tutto ciò premesso, si arriverà a una messa a sistema dei sistemi descritti? La risposta è quasi sicuramente sì, almeno nelle società occidentali, e basata su motivi essenzialmente economici:

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Il costo della sanità attuale è sempre più elevato, la riduzione della disponibilità finanziaria dello stato sta portando a tutte quelle conseguenze di peggioramento del servizio che siamo osservando.

 

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Molte delle malattie gravi oggi esistenti, se scoperte e trattate nelle primissime fasi del loro insorgere, sono curabili e le cure sono molto meno costose; alcuni check-up di massa già oggi realizzati sono convenienti economicamente anche per questo motivo.

 

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Il tasso di diagnosi sbagliate per un singolo medico umano è, come abbiamo visto, elevato: la disponibilità di basi di conoscenza basate sulla storia clinica di centinaia di milioni di persone ridurrà tali errori.

 

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]L’invecchiamento progressivo della popolazione condurrà le aziende che offrono le assicurazioni sanitarie a proporre ai propri assistiti servizi come quelli descritti, per guadagnare poco su tanti sani, riducendo le spese di cure con la prevenzione di massa.

La nostra salute, dunque, sarà monitorata  da sistemi automatici e sparirà progressivamente, o meglio cambierà ruolo, la figura del medico di famiglia attuale? Molto probabilmente si, e in un futuro non lontano.

Perché questo sia possibile occorre però che i sistemi a cui affideremo la nostra salute futura siano definiti nelle specifiche funzionali, progettati, realizzati, collaudati e mantenuti in esercizio in modo adeguato. Non ci potrà essere alcuno spazio per l’improvvisazione, ne andrà della nostra salute e della nostra vita. E i sistemi informatici su cui questi servizi si baseranno sono progettati da professionisti dell’IT.

Nei prossimi articoli riprenderemo in esame le professionalità dell’IT, con particolare riguardo ad alcuni ruoli fondamentali.


Clinika di Maps Group è una soluzione sviluppata per migliorare la clinical governance e l’efficienza in ambito sanitario.
Il sistema consente di valutare in ambito clinico il grado di appropriatezza prescrittiva e misurare l’efficienza della struttura sanitaria supportando così le scelte di management, anche riguardo al contenimento della spesa.rti.

Clinika inoltre rilascia analisi con cui monitorare la performance e l’efficienza del personale sanitario.
È quindi uno strumento essenziale in un’ottica di governance e spending review sanitaria, fornendo al management tutte le informazioni utili per la pianificazione, il contenimento dei costi e la razionalizzazione della spesa dell’attività clinica.


 

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6MEMES TRENDS So Social: traduzione e tradimento nella comunicazione digitale.

Rapidità versus Velocità: meta o viaggio? Tra intensità e densità del progresso.

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[/sf_iconbox]Rapidità docet!

“La vita si misura dalla rapidità del cambiamento, dalla successione delle influenze che modificano l’essere.”

[dropcap3]C[/dropcap3]osì scrive Mary Anne (Marian), una delle scrittrici britanniche di maggior rilievo dell’epoca vittoriana, sotto le mentite spoglie di George Eliot. E l’accento sulla parola rapidità, anziché velocità, non è causale, ma emblematico.
Erano anni, anche quelli, densi di innovazioni scientifiche e tecnologiche che non riuscirono, nemmeno allora, a calmierare i divari socio-economici che segnavano in profondità la società di quei tempi. Forse anche a causa della velocità con cui si imposero.
L’incipit sul tema della Rapidità secondo Calvino, attualizzato ai tempi nostri, si annuncia in questo modo da solo: la differenza tra velocità e rapidità esiste, e porta con sé conseguenze, anzitutto di senso.
Ma andiamo per gradi.
Non è una parola solitaria, rapidità: presuppone anzi la compagnia di almeno altri due concetti: quello di un punto di partenza (o perlomeno di transito) e quello di un punto di arrivo.
[bctt tweet=” La Rapidità sa dove vuole andare, in quanto tempo e seguendo quali itinerari.” username=”MapsGroup”]
Parente stretta della Velocità – che è però più sbrigativa e approssimativa nell’avanzare, perché completamente tesa a raggiungere il bersaglio nel minor tempo possibile – la Rapidità elude sia l’urgenza che la contingenza e si pone oltre, alla ricerca di un tragitto dotato non soltanto di una direzione, ma anche di un senso.
Non si limita infatti alla sola missione di avanzare velocemente, ma coincide con una fondata istanza di precisione nel seguire un percorso ottimizzato per lo scopo.
In poche parole la Rapidità sa dove vuole andare, in quanto tempo e seguendo quali itinerari. E cerca di arrivarci sì velocemente, ma non a tutti i costi.
Se lo merita, d’altronde. In fisica nucleare, la Rapidità è infatti una:

“grandezza definita da una relazione in cui compaiono l’energia totale di una particella, emessa in un’interazione, e la componente della quantità di moto della particella medesima nella direzione della particella incidente che dà luogo all’emissione; è utilizzata per lo studio delle modalità dell’interazione.”

Come se questo non bastasse, il sostantivo, rigorosamente femminile (dotato quindi di una certa e notoria complessità strutturale 🙂 è riconducibile secondo la Treccani al concetto di

“prontezza: nel decidere, di giudizio, di intuizione…”

Rapidità docet, dunque. Con buona pace non solo della tartaruga latente in ciascuno di noi, ma anche del Leopardo che sonnecchia tra gli sterpi del nostro pensiero.

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[/sf_iconbox]Velocità versus Flessibilità…


[dropcap3]N[/dropcap3]e deduciamo, ahinoi, che anche l’evoluzione della nostra epoca – similmente a quella vittoriana – è molto più veloce che rapida.

Le attuali tecnologie, infatti, non hanno ancora migliorato in profondità la nostra società (almeno per ora), e nemmeno hanno innalzato i termini della nostra responsività e produttività, nonostante l’impiego di innovazioni così straordinarie.
Anzi, come sostiene una ricerca condotta da Microsoft sui 20.000 lavoratori europei che ha preso in esame le opinioni in 21 nazioni europee,

“I lavoratori moderni hanno a disposizione una grande quantità di tecnologia, ma questa disponibilità non si traduce necessariamente in produttività (…). Solo l’11,4% dei lavoratori europei ha dichiarato di sentirsi molto produttivo.”

Il tutto, forse, in un nome di un errore già commesso più volte in molte occasioni, soprattutto nel primo millennio, come ci ricorda Saba, che parla di un’epoca che:

“pare abbia un solo desiderio: arrivare prima possibile al Duemila”.

Ma arrivare primi a tutti i costi, in maniera velocissima, fa davvero arrivare primi, e, soprattutto, prima? Direi di no, a questo punto.
Come abbiamo già notato nel nostro blog, la questione è in effetti strategica: la velocità del cambiamento, se non diretta, governata e opportunamente condivisa, è esponenzialmente correlata alla difficoltà di centrare davvero la meta.
Su un piatto della bilancia abbiamo l’intensità del cambiamento e la sua portata di rivoluzione – se non di evoluzione. Nell’altro piatto abbiamo la sua densità, ovvero la sua capacità di dirsporsi in maniera omogenea e coerente lungo il continuum dello spazio-tempo che incontra. Spazio-tempo, ricordiamolo, che noi abitiamo tutti i giorni nei secoli dei secoli.
[bctt tweet=”Arrivare primi a tutti i costi, fa davvero arrivare primi, e, soprattutto, prima?” username=”MapsGroup”]
Alla velocità occorre quindi affiancare qualcos’altro, per metterne a sistema l’evoluzione. E si tratta di un ingrediente del tutto umano. Anzi, più di uno, a sentire Calvino in proposito della rapidità:

“agilità, mobilità, disinvoltura; tutte qualità che s’accordano con una scrittura pronta alle divagazioni, a saltare da un argomento all’altro, a perdere il filo cento volte e a ritrovarlo dopo cento giravolte.”

Calvino parla di letteratura, certo. Ma a sentire termini come agilità, mobilità, disinvoltura, uno come minimo pensa a un altro termine: flessibilità.
Essere rapidi, dunque, sembrerebbe avvicinarsi al concetto di essere flessibili velocemente? Ancora non ci siamo. Manca qualcosa.

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[/sf_iconbox]La rapidità dello spirito… in real time!


[dropcap3]C[/dropcap3]anetti dedica alla “Rapidità dello spirito” la sua raccolta di appunti
vergati nella casa di Hampstead, in Inghilterra, negli anni che precedono e seguono la pubblicazione di Massa e potere.

“La rapidità dello spirito – tutto il resto che si dice dello spirito sono scappatoie che vogliono mascherare la sua assenza. Si vive per questi istanti di rapidità che zampillano come pozzi artesiani dalla desolazione dell’indolenza”.

Qui si parla di zampilli, addirittura. Altro che elogio dell’ozio. E il grande Giacomo Leopardi, ragionando intorno alla rapidità, rilancia:

“La rapidità (…) piace perché presenta all’anima una folla d’idee simultanee (..) e fa ondeggiar l’anima in abbondanza di pensieri, o’ immagini e sensazioni.”

Rapidità si muove dunque in gruppo. Non bastano più il punto di arrivo e di partenza, e nemmeno l’avanzare agili e flessibili: qui si parla di simultaneità, di abbondanza.
Ci avviciniamo al punto sostanziale: la velocità si muove Verso, la rapidità Attraverso. Ma attraverso cosa?
Potremmo dire che si muove attraverso la molteplicità, e, dunque, la complessità.
E il suo tragitto non è lineare. Non parte da un punto e attraverso una retta, uno schiocco veloce di freccia, ne raggiunge un altro.

Prende invece un suo ritmo, dilata e restringe il tempo. Con prontezza e flessibilità, interagisce. O agisce-intra.
[bctt tweet=” La velocità si muove Verso, la rapidità Attraverso. Ma attraverso cosa?” username=”MapsGroup”]
Il percorso che segue è per la maggior parte invisibile e imprevedibile. Perché se qui, a far da padrone è il tempo, dobbiamo ricordarci che lo stesso suo scorrere è diverso a seconda del punto di vista.
E non si tratta di un’intuizione filosofica. Ma di dati misurabili, come ci spiega David Melcher, principal investigator del progetto ERC e professore del CIMeC dell’Università di Trento, in un articolo dove dà conto dei recentissimi risultati sperimentali emersi in cinque anni di studio sulla coesistenza di più ritmi nell’attività cerebrale.
La ricerca è legata al progetto ERC CoPeST (“Costruzione dello spazio-tempo percettivo”), e analizza non solo l’esistenza di differenze individuali nella velocità del cervello, ma anche la capacità delle persone di aumentare o diminuire la velocità di questa attività cerebrale, con un impatto sul comportamento:

“La nostra esperienza soggettiva dell’ambiente circostante è data da oggetti ed eventi legati a un particolare momento (‘adesso’) e a uno specifico spazio tridimensionale (‘qui’). Nel processo attraverso il quale il cervello costruisce la percezione dello spazio e del tempo i singoli neuroni rispondono a specifici dettagli locali, nell’ambito di sistemi di coordinate spaziali e con intervalli di tempo diversi.(…) Il progetto ha studiato i meccanismi che sottostanno alle nostre esperienze soggettive di spazio e tempo continui per scoprire in che modo le risposte ‘frammentate’ danno luogo all’esperienza multi-sensoriale di spazio-tempo ‘unificata’.”

In sostanza la nostra rapidità di elaborazione degli stimoli – ovvero il nostro Spirito – è governato da una sorta di pattern a ritmo variabile che riconduce il real-time degli eventi a entità da noi percepibili, e dunque decifrabili.
Ed è impossibile non pensare agli attuali strumenti di analisi dei dati, nella nostra incessante ricerca di comprensione della realtà istante per istante.

[sf_iconbox image=”fa-fighter-jet” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Velocità e Rapidità: onore al merito.


[dropcap3]I[/dropcap3]l concetto stesso di Rapidità,
attualizzato secondo i risvolti più recenti sia in termini di scoperte scientifiche che speculazioni di pensiero, potrebbe essere oggi dunque valorizzato proprio nei suoi aspetti più complessi e articolati. Ed è forse uno dei tag a cui i nostri tempi dovrebbero più dedicarsi…
Se infatti in ogni epoca l’evoluzione tecnologica avanza veloce come un treno, a noi – come individui e come società – tocca l’arduo compito di essere invece rapidi.
Non solo immediati, responsivi e repentini nella nostra capacità di reazione, ma anche abili, tattici e strategici nella nostra propensione all’azione ella capacità di previsione degli effetti e delle conseguenze che il cambiamento porterà con sé.
Lo scopo? Cercare di prendere in mano l’evolvere degli scenari per lo meno dal punto di vista della consapevolezza, per cercare di governarne, almeno in parte, gli effetti.
Perché la velocità del cambiamento, per sua natura, somiglia a una pratica intensiva, a tratti speculativa, che segue spesso le cosìddette leggi del mercato, inseguendo i maggior numero di risultati nel minor tempo possibile.
[bctt tweet=”La velocità del cambiamento, per sua natura, somiglia a una pratica intensiva, a tratti speculativa…” username=”MapsGroup”]
A sua differenza, la nostra rapidità di azione e reazione, ci potrebbe consegnare una prontezza di risposta capace di mettere a frutto in maniera estensiva piuttosto che intensiva i traguardi raggiunti, se di traguardi si tratta.
Difficile sia a dirsi che a farsi. Ma doveroso, almeno, da dirsi!

***

Detto questo, vorrei spezzare una lancia (figurata) in onore della velocità, ricordando il debutto nello spazio del razzo pesante di SpaceX, partito la sera del 6 febbraio da Cape Canaveral. Si tratta del razzo più potente mai costruito che, partito dalla Terra, potrebbe un giorno portarci su Marte.
Le condizioni meteo locali sono state favorevoli al lancio 🙂
Buon viaggio!!!

 

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6MEMES TRENDS Data Complexity & Big Data

La conoscenza come strategia per superare il timore del cambiamento.

C’è chi guarda alle cose come sono e si chiede “perché”.
Io penso a come potrebbero essere e mi chiedo “perché no?”
Robert Kennedy

Inutile negarlo: abbiamo tutti – chi più e chi meno – timore del cambiamento. Di cambiare casa, amici, città. Ma anche collaboratori, fornitori, metodo di lavoro, strumenti d’uso… e chi più ne ha più ne metta.
Paura del nuovo, o al contrario del vecchio, paura di perdere qualcuno o qualcosa,  paura di dover rinunciare ai propri privilegi, paura delle strade inesplorate, paura di abbandonare vecchi paradigmi, paura dei social, paura dell’innovazione o dell’involuzione, paura dello straniero, paura della concorrenza, paura dell’informazione e della disinformazione, paura dell’algoritmo. Paura delle parole.
Si chiama – parlando difficile – neofobia. E non necessariamente è un disvalore.
Possono esserlo ad esempio a ragion veduta i bimbi perché il mondo intero, per loro, è sconosciuto, gigantesco e fuori misura. Una dose di neofobia appartiene anche agli anziani: l’attitudine esplorativa che, da giovani, è comune sia agli esseri umani sia a molti animali superiori, tende a ridursi con il crescere dell’età.
Eppure, con tutte le dovute premesse, la paura del cambiamento può essere deleteria. Un esempio per tutti e molto concreto in ambito business. La famosa questione del “price” e la paura nell’aumentare i prezzi. Come se – per inciso – mantenerli bassi garatisse davvero una buona salute in termini di rendiconto…
In questa nuova serie di articoli cercheremo così i pro e i contro (tanti) di questa nuova parolina un po’ inquietante. Con un consiglio: “Se volete continuare non a sentirvi, ma a essere giovani, non smettete mai di esplorare”. (Cit. NeU)
Da parte nostra non smettiamo certo ora, sul più bello. Parleremo quindi del cambiamento nella selezione del personale, nella gestione e selezione dei fornitori, nell’avvicinarci alle criptomonete e nel relazionarci con le interfacce vocali.
Buona lettura, Anna Pompilio

La conoscenza come strategia per superare il timore del cambiamento: selezione (non) naturale.

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[dropcap3]E'[/dropcap3] ormai certo che ci sarà – nemmeno tanto in là nel tempo – un momento in cui i robot saranno in grado di fare del tutto in autonomia lavori che oggi sono appannaggio esclusivo degli esseri umani. Non solo: lo faranno sperabilmente (per chi li sta progettando) meglio, più velocemente e in modo più economico.
Quale sarà dunque l’impatto della presenza dei nostri prossimi fratelli di latta sul mercato del lavoro? Si potrà parlare in tal caso di concorrenza, più o meno sleale? 🙂

In questo futuro prossimo è già  da ora ipotizzabile un periodo in cui conviveranno due tipologie di lavoratori, l’una umana e l’altra artificiale… Come si strutturerà tale bizzarra convivenza?
Si creerà una sorta di terra di mezzo in cui si potranno trovare professionalità simili in “razze” così diverse? Ci sarà  un momento in cui chi avrà bisogno di acquisire una determinata competenza, potrà rivolgersi ad un mercato misto, tra umano e non umano?
[bctt tweet=” Conviveranno due tipologie di lavoratori: l’una umana e l’altra artificiale.” username=”MapsGroup”]
L’ipotesi è suggestiva, niente da dire. Ma le ipotesi di realtà più probabili, quali sono? Come stanno cambiando le attuali funzioni di Human Resources dinnanzi al prossimo e certo cambiamento di paradigma? Come si stanno preparando i responsabili HR a tali trasformazioni?
E, nel caso si attui una selezione del “personale”, questa si spingerà fino al prodotto-robot, magari personalizzato, o si limiterà a selezionare a monte il fornitore e  l’azienda che quel prodotto lo realizzano? O ancora, vista la trasformazione in atto da merce a servizio – di cui ci ha parlato in maniera esaustiva Giulio Destri in questo articolo –  verrà valutato l’ìisieme del prodotto-servizio?
Proviamo per un attimo a riavvolgere il nastro…

L’acquisizione di risorse in settori tradizionali

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Se ci soffermiamo a osservare l’attuale acquisizione di risorse in un paio dei principali settori della nostra economia – nella pletora di piccole e piccolissime realtà che costituiscono oggi il tessuto economico di questo paese e la Pubblica Amministrazione – quanto fin qui ipotizzato sembrerebbe ben poco applicabile. Lontanissima fantascienza, direi.
Per prima cosa, infatti, notiamo che nel contesto delle Piccole e Medie Imprese una funzione specificatamente HR non solo spesso non esiste, ma nemmeno  vengono domandati all’esterno i compiti di quest’ultima.
Il motivo? All’apparenza si adducono questioni dimensioni aziendali e di costi troppo elevati.  La faccenda tuttavia ha ben poco a che fare con i numeri: il fulcro non sta tanto nella dimensione aziendale, quanto nella scarsa lungimiranza di chi ne fa unicamente un problema di costi.
Certo: un’accurata ricerca, selezione e acquisizione di candidature di valore costa e si può arrivare a spendere cifre importanti. Il costo, tuttavia, è in sé giustificato da un mercato del lavoro che richiede competenze sempre più distintive.
Cambiano infatti non solo le figure professionali richieste, ma gli stessi processi paradigmatici in atto (intelligenza collaborativa, telelavoro, smart working, cultura convergente e partecipativa, social organization, mass collaboration, Humanistic Management, etc.) e la tecnologia di riferimento (Big data, mobile, social recruiting, digital reputation, etc.).
[bctt tweet=”Cambiano le persone che cercano o offrono lavoro, cambia l’approccio alla conoscenza. ” username=”MapsGroup”]
D’altro canto, quelle stesse aziende che ritengono di poter competere nel loro settore di riferimento senza porre attenzione al modo con cui si dotano dei profili necessari al perseguimento dei loro obiettivi di business, non di rado sono le stesse che forniscono prodotti e servizi alla Pubblica Amministrazione. Il tutto in un ambito in cui vincere o perdere dipende da lievissime oscillazioni di prezzo e la minimizzazione dei costi finisce per essere la priorità massima.
La Pubblica Amministrazione, dal canto suo – che dovrebbe essere uno dei maggiori volani della crescita economica – utilizza come modalità di selezione quasi esclusivamente il criterio del prezzo più basso: il fornitore porta a casa un lavoro solo se è disposto a sottoscrivere offerte ridotte all’osso e dove, al momento dell’erogazione, l’unica possibilità di sopravvivenza è fornire il servizio al minor costo.
Non è più dunque (solo) una questione tra candidato ed esaminatore, non è più competizione ristretta all’interno di una cerchia di contendenti. È arena pubblica.
Si innesca così quella spirale non virtuosa che brucia ancora una volta risorse economiche (che poi si cerca di recuperare attraverso meccanismi ancora più perversi) e finisce per dar vita a eserciti di “automi” – seppure umani – che contano i giorni che mancano alla fine della fornitura, che smettono pian piano di combattere contro un sistema malato e, al più, scrivono di notte nei loro Blog. 🙂
 

Visioni limitate al possibile

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In uno scenario così stringente quasi nessuno sembra preoccuparsi dell’onere di un’opzione errata: nell’acquisizione di risorse inadeguate si pagano senza battere ciglio molti prezzi per una scelta sbagliata, quasi che non ci si possa permettere di fare la scelta giusta.
Come si fa dunque a immaginare un futuro prossimo in cui i responsabili HR possano addirittura individuare la migliore alternativa possibile tra umano e artificiale, se in molte aziende nemmeno è contemplata una competenza HR (interna o esterna poco importa) per selezionare noi umani e, nel caso ci sia,  è spesso deputata al recruitment di un esercito di cloni, magari in sedicenti factory mascherate da Competence Center?
[bctt tweet=”Restare ancorati allo status-quo e rinunciare a immaginare non può essere la risposta.” username=”MapsGroup”]
Come si fa a costruire un futuro prossimo in cui l’innovazione tecnologica cambierà per sempre il lavoro, se non c’è più posto nemmeno ora per le caratteristiche squisitamente umane?
Da questo punto di vista, dunque, non c’è bisogno di temere il cambiamento: quello che occorre, infatti, prima di fare disquisizioni tra lavoratori in carne e ossa piuttosto che sintetici, è restituire un giusto valore allo steso valore umano.
Lo sforzo, in questo senso, deve essere di competenza, conoscenza e immaginazione. Perché la verità è che in questi tempi confusi nulla è scritto sulla pietra, ma restare ancorati allo status-quo e rinunciare a immaginare altri mondi possibili non può essere la risposta.
L’unica strada è imparare a conoscere il “nemico” – il robot, l’IA, la macchina – per provare a trasformarlo in alleato: lavorare insieme, e non in antitesi. 
Un esempio di robot che con una mano toglie, vero, ma con l’altro dà, è quella proposta dall’indagine “Jobs of the future”, svolta dal gruppo Hays – uno dei leader globali nel recruitment specializzato – su un campione di 300 professionisti italiani, chiamati ad esprimere la propria opinione su quale sarà l’evoluzione del settore dell’Information Technology entro il 2025. Se infatti:

“diversi lavori verranno svolti dai robot o dalle ‘intelligenze artificiali’, nei prossimi anni l’innovazione tecnologica creerà comunque interessanti opportunità e nuovi posti di lavoro.”

E quando quel momento sarà giunto, se non si sarà arrivati a immaginare una convivenza felice, la scelta di chi opera unicamente sulla base di criteri di costo sarà ancora più facile. E altrettanto deleteria. Tutto, infatti, si gioca sul filo della conoscenza, citando ancora la ricerca:

“Lavori che un tempo non avevano nulla a che vedere con la tecnologia saranno inevitabilmente investiti dalla digitalizzazione, portando i lavoratori di qualsiasi settore a dover acquisire competenze informatiche per potersi mantenere competitivi e indispensabili sul mercato. Sarà necessario rivedere l’attuale concezione di figure come, ad esempio, il fabbro che, in futuro, potrebbe diventare un informatico con approfondite competenze in tecnologia e domotica.”

Post Scriptum

Qualche giorno fa, a seguito della segnalazione di una posizione lavorativa in linea con il mio profilo, ho provato a candidarmi direttamente dalla pagina LinkedIn dell’azienda (grande azienda nel settore pubblico).
Dopo aver riempito, con una sensazione via via più straniante, un paio di pagine di dati per lo più anagrafici, alla fine ho rinunciato.
L’esperienza – po’come lo stupore che si prova durante la visione di scene girate nella profonda provincia americana, dove solo quando compaiono i telefonini ci si rende conto che quelli che scorrevano fino a un attimo prima sullo schermo non erano gli anni ’60 – mi ha semplicemente impedito di immaginare il seguito. 🙂
 
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