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Futuristi visuali e conversazionali… et voilà le interfacce!

Futuristi visuali e conversazionali…

[dropcap3]P[/dropcap3]rendiamola alla larga e proviamo a tirare un filo tra immaginazione, futuristi visuali, il cityspeak, l’esperanto, la linguistica, la tecnologia, i progetti, le Interfacce vocali… C’è poi un aspetto non secondario della faccenda, ma lo affronteremo alla fine, con tutta calma.
Le interfacce vocali si basano sulla voce e trovano nella linguistica, pragmatica e semantica il loro ambito d’azione così come le interfacce grafiche lo trovano nel mondo della visione e della semiotica.
[bctt tweet=”Le interfacce vocali si basano sulla voce e trovano nella linguistica, pragmatica e semantica il loro ambito d’azione.” username=”MapsGroup”]
Finirà dunque che cominceremo a utilizzare una nuova lingua inventata per le macchine? Magari un linguaggio simile al baby-talk, per semplificarne l’apprendimento e la diffusione? Una lingua fittizia come il cityspeak, un misto di spagnolo, francese, cinese, tedesco, ungherese e giapponese che gli abitanti di Los Angeles utilizzano in Blade Runner nel 2019?
È pur vero che siamo un po’ in ritardo sulla tabella di marcia anche rispetto a quanto ipotizzavano i futuristi visuali – uno per tutti: Syd Mead che nel 1982 immaginava un’auto volante a decollo verticale che rimane tuttora un’ipotesi confinata al futuro distopico del cinema di fantascienza – eppure…

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[/sf_iconbox]Il sapere linguistico delle macchine

Immaginate per un momento di far parte dell’equipaggio della Dark Star e di dover convincere una bomba innescata erroneamente, per un malfunzionamento del sistema, a non farsi esplodere.
Immaginate che l’unico modo che avete per convincerla sia quello di parlare alla bomba che a sua volta disquisisce sul fatto che una macchina è in realtà un essere intelligente (Penso, dunque sono) e alla fine decide di farsi esplodere comunque, paragonandosi a Dio (In principio era il buio e io venni dopo il buio. E luce sia!).
Anche senza voler scomodare Dio e Carpenter basterebbe forse pensare al giorno in cui, grazie alle applicazioni IoT, potreste trovarvi, per un bug nel sistema, a conversare amichevolmente con la porta di casa vostra cercando di convincerla a farvi entrare – nella speranza che il progettista dell’interfaccia conversazionale non abbia saltato le lezioni sul trattamento degli errori del corso di design dell’interazione uomo-macchina – prima di rassegnarvi a passare la notte sul pianerottolo.
Ma come si parla a una porta?
Per l’essere “umano” la competenza del parlante è il sistema di regole che è nella mente di chi parla e che costituisce il suo sapere linguistico. La competenza del parlante incontra il sapere linguistico delle macchine (della porta, della bomba, …) anch’esso costituito da un sistema di regole.
[bctt tweet=”Interfaccia vocale: la competenza del parlante incontra il sapere linguistico delle macchine.” username=”MapsGroup”]
Un “sistema di regole” è alla base ad esempio dell’esperanto, una lingua artificiale, sviluppata tra il 1872 e il 1887 dall’oftalmologo polacco di origini ebraiche Ludwik Lejzer Zamenhof la cui logica si presta a minimizzare l’ambiguità, il che la rende adatta all’impiego in informatica, nella linguistica computazionale, per il riconoscimento automatico del linguaggio. Lo scopo dell’esperanto, è di introdurre, attraverso una cultura, appunto, esperantista, una lingua comune a tutto il genere umano. Una lingua perfetta.
[…] La storia delle lingue perfette è la storia di un’utopia, e di una serie di fallimenti. Ma non è detto che la storia di una serie di fallimenti risulti fallimentare. […] i vari progetti non si sono affermati ma hanno lasciato come una scia di strascichi benefici. […] Molte delle teorie che oggi pratichiamo o delle pratiche di cui teorizziamo (dalle tassonomie delle scienze naturali alla linguistica comparata, dai linguaggi formalizzati sino ai progetti di Intelligenza Artificiale e alle ricerche delle scienze cognitive) sono nati come effetti collaterali di una ricerca sulla lingua perfetta. E dunque è giusto riconoscere il merito di averci dato qualcosa, anche se non era quello che ci promettevano. (Umberto Eco, La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea).
[bctt tweet=”Conoscere la stessa lingua ci fa condividere la stessa visione del mondo.” username=”MapsGroup”]
Ma al di là del fatto che il tema della confusione delle lingue e il tentativo di porvi rimedio grazie al ritrovamento o all’invenzione di una lingua comune a tutto il genere umano attraversa la storia di tutte le culture, l’idea di una lingua universale non è pour parler visto che uno dei motivi per cui in Italia le interfacce vocali e i voice assistants sono ancora misconosciutinonostante la grande diffusione ad esempio negli USA – è il fatto che Amazon Alexa non parla ancora la lingua italiana. Se tutti invece parlassimo nel 2019 una lingua comune come in Blade runner, che sia essa progettata a tavolino o frutto di convergenza linguistica, i responsabili marketing avrebbero un problema in meno. Forse.
Conoscere la stessa lingua ci fa condividere la stessa visione del mondo. L’inglese per esempio, non distingue il genere. […] Invece in italiano il genere è accuratamente segnalato sia dagli articoli, sia dalle concordanze. La psicolinguistica ipotizza che certe differenze possono influenzare la percezione che i parlanti hanno delle cose. La casa, la madre, il fuoco, il sole e la luna, sebbene non possano avere un sesso, in fondo alla mente di un italiano è probabile che ce l’abbiamo: pensiamo a fratello sole e sorella luna, a madre terra.” (Yvonne Bindi, Language Design).
Le implicazioni legate alla lingua che si utilizza nello sviluppo delle interfacce conversazionali non sono dissimili da analoghe considerazioni dibattute in questa sede per le immagini nel machine learning, ma in fin dei conti l’output non può che dipendere dall’input .

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[/sf_iconbox]Tecnologie emergenti: interfacce ibride o multimodali

Quando si parla di “tecnologia” tendo a condividere, con un pizzico di apprensione, un pensiero di Jackie Lang che ho colto, per rimanere in tema cinematografico, nella sua recensione di Blade runner (quello vecchio ) sul magazine online dedicato al cinema i400calci e riferito alle storie di Philip Dick:la tecnologia mette in questione chi siamo, cioè che più avanza il progresso più è in questione l’identità individuale. L’impossibilità di capire chi si sia o dove si sia o anche solo se sì sia nella realtà o in un sogno è la componente più importante di queste storie stordenti. La tecnologia come la droga, fonte di spaesamento.”
Nella vita mi sono sempre tenuta alla larga dai paradisi artificiali, ma dalla tecnologia non riesco onestamente ad affrancarmi e preferisco allora avere almeno una qualche idea di cosa spinge l’umanità a parlare con una porta o a discutere con una bomba pronta a esplodere (penso, dunque sono;-)).
Gli esperti di progettazione di interfacce vocali affermano che è utile stabilire la personalità che dovrà avere l’assistente vocale, allo stesso modo in cui si crea il personaggio di un racconto, di un film, di una pièce teatrale… man mano poi che le interfacce evolveranno e le loro caratteristiche saranno sempre più rispondenti alle nostre aspettative, dovrà crescere contestualmente la nostra capacità di interagire e “comunicare” con loro nel modo giusto, nel modo cioè che permette di ottenere il risultato voluto.
[bctt tweet=”Nella progettazione delle interfacce vocali  è utile stabilire la personalità che dovrà avere l’assistente vocale.” username=”MapsGroup”]
Cosa dico alla bomba (per convincerla a tornare nel suo alloggiamento)?” Chiede il tenente Doolitle al Capitano Powell (che vive in uno stato di animazione sospesa criostatica dopo che la sua console gli è esplosa in faccia, viene interpellato solo nei casi di estrema emergenza e di solito fornisce risposte sconclusionate). “Devi parlargli da uomo e uomoTi consiglio la fenomenologia…” è la risposta.
Alcune interfacce vocali assolvono già al loro compito di educatori: “nella ricerca ho trovato la pagina tal dei tali. Vuoi che la legga?”. La domanda in questo caso introduce altre funzionalità che l’utente potrebbe non conoscere e permette allo stesso tempo l’(auto)apprendimento della “macchina” che sulla base della risposta saprà come “regolarsi” da allora in poi in situazioni simili. Non solo: man mano che l’intelligenza artificiale dei nostri dispositivi acquisirà una conoscenza sempre maggiore, i dispositivi stessi non si limiteranno a rispondere ai comandi ma inizieranno a conversare con frasi complete, arricchite della corretta intonazione ed emozione. 
Frotte di progettisti, sviluppatori, ingegneri, matematici, filosofi, designer e futuristi visuali, sulla base delle proprie capacità, competenze, conoscenze, inclinazioni – sulla base della propria cultura (cinematografica) – e delle indicazioni dei responsabili marketing, dei risultati delle analisi dei big data, dell’intelligenza artificiale ecc. introdurranno sul mercato interfacce conversazionali sempre più su misura e in connessione con il nostro mondo, in grado non solo di dialogare fluidamente di qualunque argomento (o quasi) con noi e con altre interfacce, ma anche di anticipare i nostri desideri, alleggerire le nostre incombenze, pianificare le nostre attività quotidiane: chiamare il nutrizionista per rivedere la dieta che non sta dando i risultati sperati, comunicargli il risultato delle ultime analisi messe a disposizione dai sistemi del centro diagnostico, aggiornare la lista della spesa da ordinare su Amazon, aprire la porta al corriere dando istruzioni su come riporre la spesa, senza dimenticare di ringraziarlo calorosamente della consegna…
[bctt tweet=”Si introdurranno sul mercato interfacce conversazionali sempre più su misura e in connessione con il nostro mondo.” username=”MapsGroup”]
Non siamo tuttavia ancora pronti, per molte interazioni, ad avere interfacce esclusivamente vocali (voice first) ma si va piuttosto verso l’ibridazione: sia attraverso l’estensione con interfacce di output visuali (interazione multimodale: acustico/visivo), sia attraverso applicazioni che integrano ad esempio contenuti audio preregistrati da esseri umani, con altri forniti su richiesta dell’utente da un voicebot.
L’impiego delle interfacce conversazionali avrà, secondo gli analisti, un intenso sviluppo nei prossimi anni. Del resto, come abbiamo visto, non è difficile immaginarne i molteplici impieghi, ma mi si permetta una digressione: in Blade Runner (quello vecchio) il giovane regista Scott, laureato all’accademia di belle arti e con una vastità di interessi che vanno dalla cartellonistica déco, al fumetto di Enki Bilal, all’arte classica, ha messo insieme un manipolo di gente tosta come Syd Mead, Vangelis, Douglas Trumbull, Jordan Cronenweth per immaginare e creare una visione nuova che può sembrare forgiata da zero e invece è mashup, è il contributo di molti talenti differenti.
Ecco, credo che il punto fondamentale, quello che non ci stanchiamo mai di ripetere in questa rubrica, sia sempre lo stesso, lo ribadisco per i distratti che si sono persi i post precedenti e hanno saltato l’inizio di questo capitolo, non si tratta solo di tecnologia: non è l’ultima versione di Alexa o Siri. Si tratta di noi, di sapere chi siamo, dove stiamo andando e soprattutto con chi stiamo facendo questo viaggio.

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Tutto chiaro fin qui?

Mentre studiavo per scrivere questo pezzo mi sono chiesta COSA stessi cercando di dire e a CHI. La risposta è stata: ai produttori di tecnologia. Non tutti s’intende. Quei produttori che – se dico “progettazione di interfacce conversazionali” – sanno già di cosa parlo perché hanno già nel loro organico team con competenze distintive, metodologie strutturate, processi ben definiti. Quelli che se dico “progettazione di interfacce conversazionali” rispondono “ok, e adesso ditemi qualcosa che non so;-)”.
Così mi viene di raccontare questa storia qui, la storia dell’impresa titanica di Jodorowsky – scrittore, fumettista, saggista, drammaturgo, regista teatrale, cineasta, studioso dei tarocchi, compositore e poeta cileno naturalizzato francese – che nel dicembre 1974, all’apice della sua fama come autore underground, si rinchiuse per settimane in un castello francese con la sola compagnia di “Dune, il romanzo fantascientifico di Frank Herbert, e ne uscì pronto a mettere insieme un team di guerrieri spirituali per la realizzazione del film più importante di tutti i tempi:

  • Jean Giraud, in arte Moebius, uno tra i più grandi fumettisti francesi di sempre, che inizia subito ad elaborare uno storyboard dettagliatissimo, inquadratura per inquadratura;
  • Dan O’Bannon per gli effetti speciali (lo stesso di Dark Star), Pink Floyd e Magma per le musiche; David Carradine; Salvador Dalì, con contratto che prevedeva un compenso di 100.000 dollari per ogni minuto effettivo di screentime, oltre alla possibilità di recitare perennemente seduto sopra un trono sontuoso, decorato da teste di delfino in oro che avrebbero avuto la funzione di “wc imperiali”;
  • e poi Amanda Lear, Gloria Swanson, Geraldine Chaplin, Orson Welles, Mick Jagger e Udo Kier…

Jodorowsky e il suo team diedero vita a un colossale libro contenente la sceneggiatura del film, gli storyboard completi (con descrizioni dettagliate di ogni singolo movimento di macchina) nonché i bozzetti di ogni singolo costume e di ogni veicolo spaziale, oltre alle note tecniche di O’Bannon relative ad ogni effetto visivo da realizzare per la pellicola.
Un lavoro monumentale, di oltre mille pagine, al punto da far dire che il film sia già pronto anche senza riprese ma nessun produttore sarà disposto a finanziare la parte mancante del budget e il film verrà cancellato ad un passo dall’entrata in produzione.
[bctt tweet=”La storia del cinema (e delle lingue perfette) è costellata di progetti mai portati a termine…” username=”MapsGroup”]
La storia del cinema (e delle lingue perfette, aggiungo io) è costellata di progetti mai portati a termine che ci fanno pensare spesso a come sarebbero cambiate le cose se, al contrario, fossero stati effettivamente realizzati e distribuiti. Tutti questi discorsi basati sul what if non valgono per questa storia: non valgono perché oggi sappiamo con certezza che questo film, pur non essendo mai stato girato, è stato comunque una delle opere più influenti del proprio tempo e fonte d’ispirazione per i successivi decenni di cinema e fumetto.
E se dunque pensate che un progetto sia troppo grande per essere realizzato assicuratevi quantomeno che chi vi sta prospettando l’idea di una nuova Torre di Babele non sia imparentato con qualche scrittore, fumettista, saggista, drammaturgo, regista, cineasta, studioso dei tarocchi, compositore e poeta, con una discreta storia di progetti fallimentari alle spalle e che è finito, per una di quelle eccentriche acrobazie del mercato del lavoro o del caso, nel vostro team di guerrieri.
Dopo di ché ringraziate la vostra buona stella, tirate fuori il vile denaro, sedetevi comodamente su un trono sontuoso e preparatevi a passare alla storia.
Interfacce conversazionali

Approfondimenti & Sitografia

Umberto Eco, La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea
Yvonne Bindi, Language Design
https://convcomp.it/il-2018-%C3%A8-lanno-delle-voice-user-interfaces-3134ca939497
https://convcomp.it/perché-utilizzare-le-interfacce-vocali-e-come-progettarle-a1b8e69e4274
https://www.tonifontana.it/architettura-dellinformazione-conversazionale/
https://hbr.org/2018/05/marketing-in-the-age-of-alexa
https://www.conflux.it/blog/alexa-google-siri-come-le-interfacce-vocali-cambieranno-il-business
https://www.intel.it/content/www/it/it/it-managers/conversational-ai.html
http://padis.uniroma1.it/bitstream/10805/2629/1/Tesi_dottorato_Poroli.pdf
https://medium.com/uxtales/progettare-per-la-voce-ea8e65827b7d
https://it.wikipedia.org/wiki/Portale:Linguistica
https://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_esperanto
http://www.segretidipulcinella.it/sdp48/temp_03.htm
http://www.simoneguidi.info/che-la-luce-sia-dark-star-e-il-fatto-che-le-bombe-non-dovrebbero-mai-citare-lantico-testamento/
https://auralcrave.com/2018/02/14/dune-di-jodorowsky-il-film-mai-realizzato-che-cambio-il-cinema/
 

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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

Molteplicità (parte uno): che sia tanto oppure poco, il MOLTO può essere ABBASTANZA?

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[/sf_iconbox]Molteplicità: la complessità in 2D.

[dropcap3]P[/dropcap3]roseguiamo il nostro itinerario nei meme di Lezioni Americane con una domanda. Che sia tanto oppure poco, il MOLTO è abbastanza?
Quello che sembra un gioco di parole non lo è poi tanto. Calvino, nelle sue Lezioni, ci ha del resto abituato a tag che puntano in alto, anzi altissimo, e si fermano appena di diventare assoluti.
Sono parole che, come vere e proprie pietre di paragone, indicano una soglia possibile, ma non la raggiungono e tuttavia vi anelano in una perenne rincorsa. Molteplicità è una di queste.
Evoca l’idea dell’abbondanza, un che di immaginario surplus, ma, subito dopo, dispiega la sua difficoltà intrinseca a essere misurata, comparata, e dunque concepita appieno.
Molteplicità, infatti, non si riferisce tanto a una moltitudine di soggetti od oggetti tutti uguali tra di loro, ma piuttosto a una moltitudine di soggetti/oggetti che, facilmente, possono essere differenti tra di loro, seppure appartenenti a una “casa” semantica comune. Molteplicità di fattori o di punti di vista, di effetti e di cause, di interessi e così via.
Non molto di qualcosa, dunque, ma molto di molte cose: “più d’uno e di vario genere o aspetto”.
[bctt tweet=”Il termine molteplicità evoca l’idea dell’abbondanza, un che di surplus, ma, subito dopo, dispiega la sua difficoltà intrinseca a essere misurata e dunque concepita appieno.” username=”MapsGroup”]
Come tutto ciò che esiste di interessante in questo mondo, il termine sembra approdare a un piano di realtà, quello dell’abbondanza, ma ne insegue in segreto un altro, quello della varietà. Nasconde così un nucleo di senso inattingibile, che varia tanto più si estende a causa della vastità che sottintende.
Una sorta di complessità in 2D, appunto, a cui può anche mancare la terza dimensione perché la si può immaginare in assenza di profondità, facendo affidamento al concetto di moltiplicazione.
Approfondiamo le connotazioni del termine.
Quando la si immagina, la parola ammicca a un carattere a prima vista gratificante. Avere molto di qualcosa, infatti, in generale (a meno che non si tratti di soggetti-oggetti con un valore negativo), è meglio rispetto all’averne poco…
Il famoso detto Melius abundare quam deficere la pensa esattamente in questo modo. Eppure non è detto che sia così. Facciamo un esempio banale.
Immaginiamoci il buffet di un Grand Hotel: sterminato, con tanti tavoli, piatti e portate, con molteplici varianti di dolce e salato, e una sezione per i cibi dietetici, uno per quelli vegani e anche una per chi soffre di celiachia. Aggiungiamoci poi la zona per la frutta fresca, essiccata e sciroppata, il pane fresco, quello confezionato o integrale o tostato, le torte di giornata, i cereali e tutte le bevande, oltre ai classici tè, caffè e cappuccino.
Il tutto in una molteplicità tale di possibilità che – all’inizio – inibisce addirittura la scelta di cosa prendere per colazione: mangiare tutto sarebbe impossibile anche per Ciacco!
La cosa più inaspettata, oltre al tempo perso a girare per i tavoli imbanditi? Alla fine, a colazione, chiunque potrà mangiare, di tale moltitudini di piatti, che so… un centesimo? Se il buffet è quello a cui penso io :), la percentuale sarà anche inferiore.
[bctt tweet=”Il prezzo da pagare della molteplicità? Il mare magnum della vastità che fa capolino, ma sai già che non la potrai afferrare.” username=”MapsGroup”]
Sarà in ogni modo molto meno quello che chiunque avrà gustato rispetto a quello che potrà rimpiangere di non aver assaggiato. A meno che uno non ci stia  tre o quattro settimane in quel Grand Hotel! Ma, anche in quel caso: e se ogni giorno cambiasse il menù? Il danno sarebbe irreparabile!
Tanto da pensare che – forse – era meglio quel B&B dell’anno prima dove di scelta ce ne era tanta, ma comunque alla portata reale sia del palato che dello stomaco. E dove, all’uscita della colazione, uno si sentiva soddisfatto e appagato senza rimpiangere tanto ben di dio abbandonato a se stesso.
Ed eccolo qui: il prezzo da pagare della molteplicità: il mare magnum della vastità che, anche se fa capolino, sai già fin dall’inizio che non lo potrai mai attraversare del tutto.
E questo potrebbe già spiegare molto dei tempi nostri. Potrebbe raccontare di come – nonostante le tante possibilità che ciascuno di noi incontri tutti i giorni (di comprendere e scoprire, scegliere o rifiutare, sapere o ignorare) – i nostri orizzonti non sembrano ampliarsi in proporzione. Anzi: a ben vedere sembrano invece ripiegarsi su se stessi, chiudersi, retrocedere…
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L’eccessiva “ambizione dei propositi”,
ovvero il groviglio

A volte è proprio un ventaglio troppo esteso di possibilità a rimbalzarci indietro,  alla ricerca di una nicchia rassicurante, di una tana, di un luogo conosciuto, limitato, circoscritto e dunque (in teoria) protetto. Una sorta di sindrome del foglio bianco al contrario: la paralisi causata dall’eccedenza piuttosto che dal vuoto.
E subito, nell’attualizzare il meme, ci troviamo sbalzati ai tempi nostri, in un’epoca dove la molteplicità – forma della complessità in potenza – rischia di annichilirsi, diventare istanza di riduzione, chiusura, respingimento. E qui la contemporaneità ci dà una varietà tale di esempi da invadere l’orizzonte.
[bctt tweet=”Una sindrome del foglio bianco al contrario: la paralisi causata dall’eccedenza invece che dal vuoto.” username=”MapsGroup”]
Calvino – nella sua genialità anche predittiva – affronta di petto la questione e introduce la lezione dedicata alla Molteplicità citando un altro genio della letteratura italiana, il meraviglioso Carlo Emilio Gadda, ingegnere intriso di cultura filosofica, letteraria e scientifica.
Calvino sceglie Gadda perché:

“Vede il mondo come un ‘sistema di sistemi‘, in cui ogni sistema singolo condiziona gli altri e ne è condizionato” e cerca “di rappresentare il mondo come un garbuglio (…) senza attenuarne affatto l’inestricabile complessità, o per meglio dire la presenza simultanea degli elementi più eterogenei che concorrono a determinare ogni evento.”

Proposito ambizioso e azzardato, certo, ma, continua Calvino, dando un vero e proprio “compito” alla cultura, non solo letteraria:

“Da quando la scienza diffida dalle spiegazioni generali e dalle soluzioni che non siano settoriali e specialistiche, la grande sfida per la letteratura è il saper tessere insieme i diversi saperi e i diversi codici in una visione plurima, sfaccettata del mondo”.

Ed ecco che ci viene lasciato tra le mani un salvacondotto, oltre a una direzione, una sorta di bussola per attraversare la molteplicità: saper tenere tutto insieme attraverso la tessitura della conoscenza, l’incrocio dei codici, la visione plurima, nonostante l’impossibilità certa di operare in una direzione certa, univoca, conclusiva. Ridando potere alla scelta del singolo, al primo passo, e al secondo, al terzo, in una griglia  di percorsi successivi.

Perché, citando il monito di Gadda:

“Le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto a dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa singolare – scrive Carlo Emilio Gadda – ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti”.

[bctt tweet=”Molto – che non è tutto – è tuttavia parecchio :)” username=”MapsGroup”]
Ed  è proprio qui – dove la molteplicità si mostra nella sua natura a tante teste, simile alla temibile Idra – che si rivela lo straordinario potere della scelta, della selezione e dell’indirizzo, capace di decidere il destino di un individuo, di un’organizzazione e infine di una società, con un bivio inequivocabile in cui occorre:

  • non abbandonare in partenza la sfida, lasciandosi andare a regressioni e semplificazioni auto-consolatorie all’apparenza, ma in realtà distruttive;
  • non scegliere il tutto e subito, riempiendosi la pancia sino ad abbuffarsi, e magari fare un’inutile razzia senza nulla lasciare agli altri;
  • godere sì del qui e ora, ma rinunciare al superfluo e procrastinare in un altro momento, in un altro luogo, e con qualcun altro, l’uso e lo sfruttamento della parte residua, così che faccia da carburante per la prosecuzione del viaggio.

Certo, è un modo di vedere – e di agire – complesso. In cui giocoforza bisogna introdurre una terza dimensione, quella del tempo, o della profondità.
[bctt tweet=”Occorre ridare potere alla scelta del singolo, al primo passo, e al secondo, al terzo, in una tessitura continua di percorso.” username=”MapsGroup”]
Ma è in ciascun singolo bivio, in ciascuna singola decisione, che si determina il primo passo “verso”, e si realizza l’unico modo sufficientemente vasto e vario da attraversare indenni la molteplicità.  Anche utilizzando le sterminate possibilità che le nuove scoperte – e conseguenti tecnologie – ci hanno imbandito dinanzi ai nostri occhi, come vedremo insieme nel prossimo articolo.
Parleremo ancora di molteplicità, ma in forma non più solo astratta, bensì anche concreta: di fonti e argomenti, mete e punti di partenza. Di molteplicità intriganti, ma anche invadenti, di complessità vertiginose, ma anche claustrofobiche, di algoritmi e di immagini parassita, di marketing automatico e pubblicità emotiva, oltre che di torte e pasticcini. 🙂
E vedremo di orientarci in questi labirinti insieme.
Molteplicità

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6MEMES TRENDS Information and communications technology

A me le "reti": la figura del buon amministratore (di sistema)!

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[/sf_iconbox]I servizi IT al lavoro: la fase di operations e le figure professionali deputate

In alcuni articoli precedenti, dopo il riconoscimento del ruolo fondamentale dell’IT nel XXI secolo, abbiamo trattato le figure professionali e la competenza che dovrebbe essere fornita dalla formazione accademica e nell’articolo precedente ci siamo occupati della fase di sviluppo e della figura professionale ad essa deputata, il developer.
La fase di sviluppo è importantissima per le qualità che il servizio IT realizzato avrà, ma il servizio esprime il suo valore per gli utenti, adempiendo lo scopo per cui è stato creato, nella successiva fase di operations o di run, indicata in italiano anche come fase di produzione (cui potremmo sottointendere produzione di valore) o di esercizio.
Questa è la fase principale della vita di un servizio IT o anche di un semplice strumento software. Questa è la fase in cui gli utenti usano il servizio o il software, traendone vantaggi. Ad esempio, in questa fase gli utenti interagiscono con un sistema di posta elettronica usando le caselle, con un sistema di geolocalizzazione e mappe virtuali, o con un software come la videoscrittura, traendone vantaggio per il proprio lavoro e la propria vita.
[bctt tweet=”La fase di operations, detta anche di run, è la fase principale della vita di un servizio IT. ” username=”MapsGroup”]
In molti casi, ingenuamente, si può pensare che questa fase avvenga in modo quasi automatico, ma non è così. Infatti, se consideriamo un PC o uno smartphone, l’uso di un software da parte dell’utente con quel dispositivo hardware presuppone che il dispositivo stesso sia stato configurato a dovere da parte di un tecnico specialista (o, in taluni casi, dall’utente stesso guidato da un sistema di aiuto scritto da un tecnico specialista) e può esservi necessità, in caso di guasti o errori gravi compiuti da parte dell’utente, di un intervento tecnico e specializzato.
A maggior ragione questo è vero per i grandi servizi che oggi consideriamo indispensabili per la nostra vita, come ad esempio Google Maps, e per i grandi software aziendali, come ad esempio l’ERP (il software di gestione delle operazioni dell’azienda).
Infatti, i sistemi informatici che rendono possibile il funzionamento dei servizi IT sono composti di molte parti, sia hardware sia software. Ad esempio, un sistema di posta elettronica è formato da tanti elementi diversi, come indicato in figura:
grafico ITC
[icon image=”ss-navigateright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Un sistema di memorizzazione permanente (storage) dove sono memorizzati tutti i file e le cartelle che formano le caselle di posta elettronica.
[icon image=”ss-navigateright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Una infrastruttura di rete, che collega le postazioni di lavoro, gli smartphone ed i tablet con cui gli utenti accedono alle caselle di posta con i server e i server di posta fra loro.
[icon image=”ss-navigateright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Un computer server, dove opera il programma applicazione di posta elettronica.
[icon image=”ss-navigateright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Un’applicazione di posta elettronica, che opera gestendo lo storage ed i file e cartelle che formano le caselle, nonché gli accessi in lettura e le spedizioni e recapiti dei vari messaggi.
[icon image=”ss-navigateright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Un sistema di directory (vale entro le aziende) che contiene la rubrica aziendale degli indirizzzi.
[icon image=”ss-navigateright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Una postazione di lavoro (o smartphone o tablet), non indicata in figura.
A sua volta, il server potrebbe essere virtuale ed operare entro un sistema di virtualizzazione con sottostante cluster hardware di server fisici, aggiungendo ulteriore complessità al sistema.
Tutti gli elementi, coordinati tra loro, contribuiscono al servizio “posta elettronica”. Un malfunzionamento in uno degli elementi può portare al blocco del servizio. L’utente vede il servizio come una unica entità, a cui accede attraverso una opportuna interfaccia utente (grafica, app o web nella maggior parte dei casi).
Il funzionamento ottimale dei sistemi informatici viene garantito da figure professionali dedicate, gli amministratori di sistema. Spesso essi sono coadiuvati da altre figure professionali, gli specialisti hardware e software.
La figura professionale dell’amministratore di sistema è in realtà suddivisa in vari profili specifici, definiti anche nella normativa UNI-11506 – UNI-11621-2:
[icon image=”ss-navigateright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]System Administrator, che opera normalmente su hardware, sistemi operativi come Windows o Linux, sistemi di gestione credenziali e diritti di accesso a risorse, applicativi specifici, svolgendo azioni di installazione, configurazione, monitoraggio e risoluzione di incidenti (ossia interruzioni non programmate del funzionamento normale) e di problemi (ossia le cause dei malfunzionamenti);
[icon image=”ss-navigateright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]DBA (DataBase Administrator), che opera specificamente sui DBMS, ossia i sistemi di gestione dei dati, per ottimizzarne il funzionamento e garantirne le prestazioni ottimali rispetto agli specifici insiemi di dati che contengono, oltre che per risolvere problematiche ed errori che si possono verificare sui dati stessi durante le normali operazioni; spesso deve anche realizzare strumenti di reportistica o integrazione fra basi dati diverse;
[icon image=”ss-navigateright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Nework Administrator, che opera sugli strumenti di rete, dai router agli switch, spesso gestisce anche i sistemi di cavi che collegano i computer tra loro, che stabilisce anche gli accordi con i fornitori di connettività dati/fonia, e di solito è anche responsabile dei firewall.
Nelle aziende molto piccole può esistere una unica figura, magari un professionista esterno, che fa tutto, mentre nelle aziende grandi e strutturate esistono team diversi che coprono ciascuno dei tre ruoli. Un compito trasversale, spesso affidato a più di una figura specializzata, è il backup o salvaguardia dei dati. E’ un compito fondamentale: i dati informatici devono essere salvaguardati da incidenti software e hardware, da disastri come inondazioni o incendi, e da attacchi e sabotaggi deliberati, oltre che da errori involontari degli utenti.
[bctt tweet=”Il funzionamento ottimale dei sistemi informatici è garantito da figure professionali dedicate, gli amministratori di sistema. ” username=”MapsGroup”]
Gli specialisti hardware e software, definiti nella UNI-11506 – UNI11621-2 dal ruolo Technical Specialist, sono tecnici altamente specializzati su un prodotto hardware (un tipo di server, un router, un dispositivo…) o software (un sistema di virtualizzazione, un ERP…), quasi sempre appartenenti a ditte partner del produttore dell’hardware o del software, che hanno seguito percorsi di formazione specifici e che si occupano sia della installazione iniziale sia della risoluzione di problematiche specifiche come i cambi di versione.
Quindi possiamo affermare che tutti i sistemi IT che rendono possibili i servizi IT funzionano grazie a team di lavoro composti da queste figure professionali. Le competenze dei singoli individui sono sicuramente importanti per il buon risultato, ma altrettanto lo è l’organizzazione dei team e, in particolare, l’uso di buone pratiche per la gestione delle attività, come quelle definite in ITIL e in ISO20000, framework e standard internazionale per la gestione dei servizi IT (IT Service Management) [1].
[bctt tweet=”I sistemi informatici che rendono possibile il funzionamento dei servizi IT sono composti di parti hardware e software.” username=”MapsGroup”]
Pertanto la qualità di un servizio IT dipende, quasi in egual misura, sia dalla qualità dei componenti software e hardware che lo formano, e quindi dalla qualità professionale degli sviluppatori che hanno scritto il codice e dalle metodologie di sviluppo (come visto nel precedente articolo), sia dalla qualità professionale degli amministratori e dalle metodologie da essi seguite.
Le figure sopra descritte hanno competenze e capacità che variano molto in funzione del ruolo e del contesto. In un ambiente piccolo/semplice possono essere sufficienti poche nozioni per svolgere al meglio il proprio lavoro. Nello specifico, quelle necessarie per governare i sistemi e i servizi IT affidati nelle operazioni “quotidiane”.
Per esempio una buona conoscenza di windows 10 può rendere un tecnico un ottimo amministratore di postazioni di lavoro (ossia del servizio IT “postazione di lavoro”). In contesti più grandi/complessi, come un data center, possono essere necessarie ottime conoscenze di più di un sistema operativo (es. Windows Server e Linux), di sistemi di virtualizzazione (es. VMWare ESX, KVM, Hyper-V…), di piattaforme e application server (es. JBoss, Docker…), di tanti DBMS (es. Oracle, MS SQL Server, IBM DB2…).
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Vediamo più da vicino i percorsi con cui si raggiungono tali traguardi professionali…

 
Recenti rapporti di UnionCamere (si vedano qui e qui) dimostrano che in Italia gli specialisti IT (sia nell’area dell’amministrazione di sistema sia in quella dello sviluppo di codice) sono tra le figure più difficili da trovare.
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]L’amministratore di sistema junior (cosi come, del resto, lo sviluppatore junior) è molto spesso il primo ruolo con cui si entra nel mondo del lavoro ICT. Un amministratore di sistema dovrà sempre tenersi aggiornato durante tutta la sua vita professionale, che potrà evolvere per diventare amministratore di sistemi complessi, o tecnico specialista, o system architect.
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Il System Architect è una figura professionale (anche essa definita nella UNI -11506 . UNI-11621-2) che ha il compito di progettare, integrare e realizzare soluzioni e servizi IT complessi da un punto di vista tecnico. Deve anche garantire che le soluzioni tecniche, le procedure e i modelli di sviluppo siano aggiornati e conformi agli standard, oltre che agire spesso da team leader verso tecnici specialisti.
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Un altro percorso conduce alla posizione di CIO (Chief Information Officer) o IT Manager, ovvero il responsabile dei sistemi informativi (spesso avente la qualifica di dirigente) di un’azienda o di una organizzazione [1].
La difficoltà di reperire tali figure non è una novità: anche in passato molte persone assorbite nel mondo IT e ICT avevano alle spalle percorsi di studi completamente diversi. Quello che ora cambia è la estrema complessità delle tecnologie, che rendono difficile (e soprattutto lungo, cosa molto pesante per le aziende che devono eventualmente finanziare un percorso di formazione e crescita professionale) l’apprendimento “sul campo” per chi non ha basi scolastiche e/o accademiche nel mondo ICT.
[bctt tweet=”Recenti rapporti di UnionCamere dimostrano che in Italia gli specialisti IT  sono tra le figure più difficili da trovare.” username=”MapsGroup”]
Molti posti di lavoro restano scoperti… mentre tante persone sono disoccupate, avendo seguito percorsi formativi con pochi sbocchi di mercato. E spesso queste persone devono “riconvertirsi”, frequentando corsi di formazione professionale “compatti” e limitati nel tempo, che rendono possibile acquisire le nozioni minime necessarie per un ingresso nel mondo del lavoro ICT, seppure a prezzo di enormi sforzi per gli allievi.
Unico neo di questa situazione: la scarsa presenza femminile. Nel mondo dello sviluppo software si varia da aziende in cui la presenza è inferiore al 10% ad aziende in cui si arriva al 40-45%, quindi quasi un rapporto di parità. Nel mondo della amministrazione di sistema invece la presenza femminile è più bassa, tipicamente inferiore al 20%, soprattutto nel comparto della amministrazione di infrastrutture o di data center complessi, dove esistono molti gruppi di lavoro numerosi composti da soli uomini. Questo è essenzialmente effetto di uno stereotipo culturale: i migliori sistemisti sono “nerd” e uomini. E, per la mia esperienza, completamente errato: ho conosciuto donne amministratore di sistema, tecnico specialista, system architect ed anche CIO, tutte estremamente competenti e valide nel loro ruolo.
Un’altra differenza che si osserva entro il mondo degli amministratori di sistema è quella tra coloro che per il loro ruolo (soprattutto gli amministratori di applicativi) hanno a che fare con gli utenti (e con la risoluzione dei loro problemi e necessità) e quelli che invece hanno poco a che fare con gli utenti (soprattutto gli amministratori di componenti infrastrutturali come i server) e “vedono” gli utenti attraverso gli amministratori di applicativi con cui interagiscono (e, spesso, si scontrano).
Chi opera a contatto con gli utenti deve sapersi mettere nei loro panni, stabilire la giusta comunicazione con loro. Ma, in generale, il contatto fra il reparto ICT di un’azienda e gli utenti è qualcosa che va governato e gestito a livello aziendale, come consigliano tutti i sistemi di buone pratiche. Altrimenti il rischio di incomprensioni e di nascita di fratture, con l’arroccamento del reparto ICT sulla difensiva, è molto alto. In generale tutto questo va gestito all’interno del ciclo di evoluzione dei servizi IT, di cui tratteremo nel prossimo articolo.

Per approfondimenti:

1. G. Destri “Sistemi Informativi il pilastro digitale di servizi e organizzazioni” Ed. FrancoAngeli, 2013

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Servizi digitali innovativi nella sanità: Maps Group investe su Artexe.

COMUNICATO STAMPA

L’azienda informatica di Parma entra nel capitale della società milanese specializzata nella gestione dell’accoglienza e delle attese all’interno delle strutture sanitarie.

 
Milano, 3 settembre 2018
Maps Group entra nel capitale della società milanese Artexe S.p.AIl software solution provider parmigiano, con un aumento di capitale di 2 milioni di euro e il conferimento della controllata IG Consulting s.r.l., ha dato vita a una realtà tra le più grandi nel settore dei servizi di accoglienza delle strutture sanitarie con un fatturato di circa 6 milioni di euro. Maps Group è stata assistita in questa operazione dall’advisor Thymos Business & Consulting.

Artexe è leader nello sviluppo di soluzioni tecnologiche innovative a supporto delle strutture sanitarie, in particolare per la gestione dell’accoglienza e delle attese.


L’obiettivo di questa operazione è creare un’azienda specializzata nel settore ICT per il mercato sanità, con un piano industriale che prevede investimenti per oltre 3 milioni di euro nei prossimi tre anni e l’apertura ai mercati internazionali.

Maps Group intende far crescere la nuova realtà, che conserva il nome Artexe, attraverso investimenti, un piano industriale e una vision per il futuro, che prevede per il mercato sanitario nazionale la nascita di nuovi attori, o la profonda modifica di quelli attuali, verso una sanità più efficiente e più attenta ai bisogni del paziente.


Secondo questa vision il paziente non è un malato, ma si andrà sempre di più verso un percorso di umanizzazione in cui al centro della cura vi è prima di tutto la persona. Tale cambio di paradigma comporterà un adeguamento delle esigenze di gestione dei rapporti tra paziente e struttura sanitaria e, di conseguenza, una maggiore attenzione sulla qualità e la tempestività dei servizi sanitari.
La mission della nuova realtà sarà quella di offrire i supporti tecnologici e consulenziali alle strutture sanitarie, al fine di contribuire alla loro trasformazione in data-driven company sostenibili per gestire la relazione con i loro pazienti in un ottica di servizi a misura d’uomo.
Nel futuro, Artexe:

  • si avvantaggerà delle esperienze R&D, gestionali, e commerciali di Maps;
  • potenzierà un’offerta basata su consulenza e tecnologie per la gestione della relazione tra paziente e struttura sanitaria, mediante strumenti per l’analisi dei dati (semantica, IA) e sistemi di supporto alla governance e alla comunicazione della struttura stessa;
  • rafforzerà ulteriormente il suo ruolo di player di riferimento, per questo tipo di offerta, nel mercato italiano.

È prevista anche l’espansione all’estero grazie a investimenti dedicati.