[dropcap3]S[/dropcap3]mART: sembra un gioco di parole (e lo è 🙂 eppure, come spesso accade, dietro ai giochi si nasconde qualcosa di significativo.
Nel nostro caso, celato sotto alla sottile patina ludico-verbale, c’è un vero e proprio asset in grado di rendere l’ARTE parte non solo integrante, ma trainante dell’economia di un territorio, in primo luogo delle cittĂ , ma non solo. Il tutto in una nuova idea di Rinascimento che metta finalmente di nuovo insieme Arte e Scienza anche alle nostre latitudini, e non solo oltreoceano.
Gli esempi ci sono giĂ , ed è un vero piacere illustrarli ai nostri lettori con una serie di buone pratiche che “cavalcano” davvero quell’idea di eccellenza tanto spesso cercata e così di rado toccata con mano.
Ci spieghiamo meglio.
Si fa un gran parlare di Smart in riferimento a quelli che possiamo definire i massimi sistemi: energia, applicazione, mobilitĂ , sostenibilitĂ varie – settori senz’altro strategici e basilari per ogni società – eppure quello che non va dimenticato è che alla base d’ogni salto qualitativo nello sviluppo duraturo di una comunitĂ , sono quelle pratiche che dal loro basso (o dall’alto, a seconda della prospettiva e del tema) coinvolgono in primo luogo energie e talenti del luogo cui appartengono.
Il nostro focus esplora dunque un tema che ci sta particolarmente a cuore:Â le pratiche culturali e artistiche di una comunitĂ e di un territorio declinate secondo il sapere e le opportunitĂ dell’innovazione anche tecnologica.

L’Italia è del resto un “ambiente”, per questi aspetti, esemplare.
Nei due sensi: sia in quello positivo, ovvero come luogo deputato dalla storia dell’arte ad essere tra i piĂą ricchi del pianeta (forse il piĂą ricco), sia come esempio invece di una non piena messa a frutto di tali e tanti ricchezze…
Ebbene, con una certa soddisfazione, possiamo affermare che qualcosa sta cambiando, ed entrambi i sensi di tale prospettiva stanno convergendo in una serie di progetti emblematici.
Citiamo in primo luogo noi stessi, con questo articolo su HETOR, un progetto formativo di eccellenza e con il monitoraggio realizzato sui venti musei italiani a seguito della designazione dei loro nuovi Direttori.
[bctt tweet=”Confidiamo in una nuova idea di Rinascimento che metta insieme Arte e Scienza alle nostre latitudini.” username=”MapsGroup”]
SarĂ poi un caso, ad esempio – o forse no – che proprio la cittĂ di Palermo sia stata da poco eletta Capitale della cultura per il 2018 dopo che, solo due anni fa, è stato presentato il progetto Smart City Italia “Innovazione e cultura per una cittĂ “intelligente”” con il compito di “creare un nuovo rapporto di consapevolezza dei cittadini con il territorio e a far comprendere ai giovani che è possibile vivere processi di innovazione senza andare all’estero”.
Lo scorso anno, inoltre, è stata la cittĂ di Savona ad ospitare Be Sm/ART , un progetto artistico-scientifico che “per due mesi ha animato il Campus di Savona con azioni performative e interventi site specific ideati dagli artisti dell’associazione Cherimus chiamati a interpretare creativamente la sperimentazione sulla Smart City condotta nelle aule del Polo Universitario ligure.”
Come illustrato in questo articolo, del resto, sembra proprio che il 2015 sia stato l’anno spartiacque per le “Smart Cities” italiane, anno in cui è stato messo a punto a cura dall’Osservatorio dell’ANCI di uno strumento “per il campionamento delle attivitĂ svolte, o in corso di svolgimento, sul territorio nazionale (…) con la voglia di confrontarsi, tenersi in contatto, stringere collaborazioni e scambiare best practice”.
Da parte nostra, dopo questa breve excursus sul tema, continueremo a monitorare – come si dice – la query, con un occhio (ormai allenato) a cogliere le più sottili sfumature e i più impercettibili indicatori che dimostrino che, sì, Smart è bello, ma SmART lo è ancora di più!
Stay tuned!
Mese: Febbraio 2017
“[dropcap3]A[/dropcap3] volte sono in giro per lavoro e, specie a colazione, mi capita di provare una strana sensazione, guardandomi in giro e riflettendo. Spesso negli alberghi si tengono riunioni o convention di grandi aziende, di gloriose Big Company che hanno fatto i soldi e il successo in un mondo che non esiste piĂą …”
Il mondo che c’è, ma non esiste.
Qualche settimana fa Rudy Bandiera ha pubblicato su Facebook lo status da cui è tratto l’inciso e leggendolo mi sono resa conto di quanto sia profondamente e semplicemente vero: c’è un mondo che non esiste più, se non per qualche nostalgico dell’edonismo reaganiano. E molti attribuiscono la responsabilità della sua scomparsa all’innovazione tecnologica, al digitale, all’intelligenza artificiale, alla scienza, ai “robot”, alla IV rivoluzione industriale, ai Big data, alle cavallette…
Sottotraccia, è chiaro, il rumor che si agita minaccioso è quello che riguarda il lavoro, o meglio, la possibilitĂ affatto remota di perderlo e di non essere piĂą all’altezza di tali e tanti cambiamenti. Come se le antiche profezie letterarie, piĂą o meno fantascientifiche, si stessero per avverare, con un’UmanitĂ destinata a soccombere sotto al peso (o alla leggerezza) della tecnologia.
Ora, con l’informatica ho a che fare ogni giorno, è il settore in cui ho investito professionalmente e costruito le mie maggiori competenze. Così, quando sento dire che i lavori più richiesti oggi non esistevano 10 anni fa e che l’universo del lavoro verso cui stiamo viaggiando è destinato a dissolversi, provo ad approfondire, consapevole del fatto che, spesso, la resistenza al cambiamento è il principale nemico di ognuno di noi.
[bctt tweet=”Il rumor che si agita minaccioso è quello che riguarda il lavoro e la possibilitĂ di perderlo.” username=”MapsGroup”]
Ma andiamo per gradi. Secondo il World Economic Forum, giĂ nei prossimi 5 anni:
“I fattori tecnologici e demografici influenzeranno profondamente l’evoluzione del lavoro. Alcuni (come la tecnologia del cloud e la flessibilizzazione del lavoro) stanno influenzando le dinamiche giĂ adesso e lo faranno ancora di piĂą nei prossimi 2-3 anni. L’effetto sarĂ la creazione di 2 nuovi milioni di posti di lavoro, ma contemporaneamente ne spariranno 7, con un saldo netto negativo – quindi – di oltre 5 milioni di posti di lavoro”.
L’analisi è basata sulle indicazioni dei Responsabili RU di più di 350 imprese in 15 tra i maggiori Paesi nel mondo:
“La maggior parte delle imprese coinvolte ritiene che la chiave per gestire con successo queste dinamiche di lungo termine del mercato del lavoro sia investire nelle competenze, piĂą che assumere lavoratori a termine o telelavoratori“.
Oltre alla tecnologia, la seconda grande protagonista invocata quando si vuole attribuire una responsabilità in questo nuovo contesto lavorativo internazionale è la crisi. Dice Luca De Biase
“Questa crisi non è un periodo che termina con il ritorno alla crescita. Questo è un periodo di trasformazione che termina quando ci saremo adattati. Nella dinamica culturale questo adattamento parte dalla presa di coscienza dei cambiamenti strutturali che sono intervenuti. L’avvento del digitale non è il futuro ma il passato“.Â
Qualcosa sembra muoversi, proprio in questi giorni alla Camera dei Deputati si è tenuto il convegno Lavoro 2025: come evolverà il lavoro nel prossimo decennio, anche se poi, da altre fonti, leggo che per risolvere la crisi servono “le startup”. Ma, anche qui, basta qualche numero per smorzare i facili entusiasmi e le ricette definitive. Citando ancora Luca De Biase:
“Le startup sono una soluzione necessaria per l’innovazione dell’ecosistema. Ma di certo non sono la soluzione sufficiente. Ci vuole finanza, ci vuole ascolto da parte della grande impresa, ci vuole educazione e ci vogliono professionalitĂ . (…) stiamo parlando di un mondo che potrebbe valere al massimo 200mila addetti, diretti e indiretti. Non è sufficiente di per sĂ©. E anche raddoppiando quella cifra saremmo sempre in proporzioni limitate per un paese grande come l’Italia. Significa che vogliamo che almeno una parte di quelle startup diventino grandi aziende”.
Nessuna facile soluzione all’orizzonte, dunque. Anzi, sul mercato del lavoro e sulla sua frammentazione vale la pena di spendere qualche riflessione. Come di consueto in questa rubrica, dunque, cerchiamo di farci almeno le domande giuste, in attesa che le risposte arrivino.

Risorse Umane o Umane Risorse?
Chiarito che il mondo del lavoro è cambiato ed è destinato a farlo sempre di piĂą, il primo quesito è addirittura banale: se giĂ da qualche anno si parla di Intelligenza collaborativa, di telelavoro, di smart working, di cultura convergente e partecipativa, di social organization, di mass collaboration… se da almeno un decennio si discute della necessitĂ di un superamento dello Scientific Management a favore di un Humanistic Management basato sulla centralitĂ del lavoratore e dell’individuo… se tutto ciò vale oggi per le grandi imprese, ma varrĂ nel futuro per tutte, indipendentemente dalle dimensioni, cosa mai impedisce l’applicazione dei nuovi paradigmi e il passaggio dalle risorse umane alle umane risorse, su vasta scala?
Non c’è, com’è prevedibile, una risposta univoca. Un fatto tuttavia sembrerebbe auspicabile da molti studiosi dei fenomeni fin qui accennati: non può più valere nelle circostanze attuali la “contrapposizione” tra azienda e lavoratore, ma entrambi devono trarre vantaggio da politiche di engaged o advocacy employee. Allo stesso modo non può né potrà esserci contrapposizione tra identità personale e sociale (estesa alle componenti più strettamente “social”) e non potrà esserci a maggior ragione contrapposizione tra cultura tecnologica e cultura umanistica.
[bctt tweet=”Cosa impedisce il passaggio dalle risorse umane alle umane risorse?” username=”MapsGroup”]
La creazione di Valore si fonda già e lo farà sempre di più sulla collaborazione e l’apertura dei confini organizzativi, sulla trasparenza e la partecipazione, sulla condivisione di informazioni, opinioni ed esperienze di tutti gli attori coinvolti.
Torniamo ora alla nostra UmanitĂ in cerca di nuove prospettive. A partire dai presupposti appena esposti sembra assai probabile che saranno soprattutto le persone in grado di destreggiarsi tra le nuove competenze richieste dal mercato ad avere maggiori chances di scivolare indenni nel nuovo millennio lavorativo.
Stiamo parlando dell’Industria 4.0 e della nuova economia social, del codice umanistico, dei big data e della linguistica computazionale, della metadisciplinaritĂ . Ma anche qui c’è chi invece sostiene che non saranno tanto le competenze a fare la differenza, quanto le attitudini, i comportamenti, le motivazioni. In una parola sola, l’ingegno.
In entrambi i casi è fin troppo facile ipotizzare che chi ha acquisito competenze o attitudini rendendosi necessario a un’azienda in trasformazione avrà maggiori opportunità di mantenere o migliorare i propri livelli occupazionali, così come dall’altra parte saranno proprio le aziende che sapranno riconoscere e mantenere quelle stesse competenze e attitudini nel loro organico ad avere maggiori possibilità di trovare nuovi modi per connettersi e dialogare con i mercati.
Andiamo quindi avanti nel nostro discorso, e riposizioniamo la lente di ingrandimento sull’incipit del nostro vagabondare tematico, ovvero l’onda d’urto dell’innovazione che, veloce e dirompente, rischia di travolgere tutto e tutti, soprattutto in termini di occupazione.
Nell’evoluzione (non solo digitale) del lavoro, saranno le Direzioni RU, volenti o nolenti, a giocare un ruolo cruciale nel determinare gli esiti di tali scenari, con il non facile compito di attrarre le migliori risorse e soprattutto permettergli di esprimere liberamente se stessi e il proprio talento, ovvero di essere fautori della mass collaboration, incentivare le politiche di engagement ecc.
E – per fare questo – dovranno anch’esse seguire la regola prima dell’innovazione, quelle relativa alla capacitĂ di trasformazione, dotandosi di strumenti e pratiche idonee per governare al meglio tali cambiamenti e ripensando i propri processi di azione e selezione, così da adattarsi al cambiamento in atto, in special modo per quanto riguarda la ricerca e la valutazione dei candidati.
[bctt tweet=”Nell’evoluzione non solo digitale del lavoro, saranno le Direzioni RU a giocare un ruolo cruciale.” username=”MapsGroup”]
Attenzione: non parliamo qui dell’uso più o meno spinto di Recruitment Management Software (per gli anglosassoni Applicant Tracking System), con cui si finisce spesso per controllare che, nel curricula, siano inserite parole chiave precedentemente scelte scartando magari candidati potenzialmente interessanti, quanto piuttosto di immaginare di poter innescare, nella fase di Candidate Acquisition, i dati provenienti dall’attività di social listening.

Vediamo ora se e come è possibile, facendo una serie di esempi concreti.
L’analisi Semantica Online per la valutazione preliminare dei candidati
Gli strumenti a disposizione per questo tipo di selezione, volendo, sono già identificabili nella metodologia di analisi definita “ricerca in chiave semantica”, che si attua attraverso una serie di azioni ad oggi messe in atto per lo più dalle organizzazioni e dai brand (ma non solo, pensiamo ad esempio alle ultime vicende elettorali oltreoceano) soprattutto in ottica marketing, con il preciso intento di profilare il proprio target.
Mi spiego meglio: immaginiamo una persona che esprime un giudizio su un libro in un social post… un altro utente lo segue lascia un commento… un altro ancora decide di regalare il libro a un amico che a sua volta apprezza l’autore dell’opera, e così via… Ognuno di questi fatti altro non è che una traccia digitale, e ciascuna traccia costituisce un frammento informativo.
Ne consegue che la registrazione delle nostre impronte (digitali, sì, seppure in questo caso virtuali :-)) – e soprattutto la loro mappatura attraverso l’analisi semantica, gli algoritmi, l’ipotesi distribuzionale, la linguistica computazionale ecc. – permette ai brand sopracitati il monitoraggio (e di conseguenza l’analisi) non solo delle loro preferenze e dei loro stili di vita, ma anche della loro reputazione online e del sentiment che provano rispetto ai vari prodotti e servizi intercettati.
Le aziende, attraverso questi strumenti detti di social listening, si mettono dunque “in ascolto” al fine di intercettare tempestivamente aria di tempesta, cogliere occasioni di marketing, aggiustare il tiro della comunicazione…
Facciamo ora un piccolo salto in avanti, e immaginiamo di utilizzare lo stesso approccio – nonostante i limiti ancora esistenti derivanti dall’applicazione di modelli matematici e statistici al linguaggio – nella gestione delle Risorse Umane, applicando l’analisi semantica della reputazione online anche ai potenziali candidati a un ruolo aziendale… Un po’ come accade giĂ in alcuni ambiti, vedi quello assicurativo, in cui le aziende tentano di ridurre il rischio proprio grazie all’analisi dei dati. (Non potrebbe del resto essere anche questo il caso? Ovvero la possibilitĂ di valutare in via preliminare i candidati al fine di ridurre il rischio di assumere persone non adatte al ruolo?).
Nell’ambito della ricerca del personale, ad esempio, sarebbe possibile comprendere, analizzando le sue tracce digitali (utilizzando strumenti di analisi semantica online come accade giĂ per un prodotto o servizio) se il candidato ideale per una posizione chiave possiede, oltre alle competenze, le famose attitudini richieste da un ambiente contraddistinto da continue trasformazioni sociali, culturali, tecnologiche e di mercato.
E non nascondiamoci dietro pretestuosi fattori di privacy, partendo dal presupposto che la raccolta dei dati deve naturalmente tenerne conto nella massima tutela delle informazioni sulla vita personale e non deve essere strumento di discriminazione… GiĂ oggi, infatti, anche in assenza di strumenti dedicati, molti responsabili del personale fanno giĂ da tempo verifiche sui candidati online per vedere ad esempio come sono attivi sui social ed esistono, d’altro canto, diverse piattaforme che permettono agli utenti stessi di monitorare la propria reputazione online.
Un esempio concreto…
Supponiamo di essere titolari di una grande azienda che, spontaneamente, riceve e deve processare 100 CV al giorno. E ipotizziamo che la maggior parte dei candidati, sapendo che il CV da solo non basta, abbia anche un Blog e svariati profili social. Come “sfoglio” io, responsabile delle Risorse Umane, la margherita dei profili disponibili per arrivare ad una rosa appetibile di candidati già idonei e selezionati per un eventuale colloquio?
Una volta definiti i criteri di esclusione o inclusione o i parametri che definiscono il mio candidato ideale, potrei, perché no, affidare la mia selezione iniziale a un software, in grado di seguire le tracce online dei miei candidati e di profilarli a ragion veduta anche secondo le loro attitudini e le loro preferenze, e non soltanto i loro profili curricolari.
E se ci fosse, tra i “petali” della margherita, qualche candidato particolarmente avveduto, potrebbe anche essere il caso che il mio software non faccia altro che seguire le briciole di pane che lui stesso ha appositamente seminato, così da farsi trovare per primo e trasformarsi da preda a cacciatore!
Si tratta solo di ipotesi immaginifiche?
Senz’altro no, a prescindere dall’attuale contingenza in cui i robot e l’intelligenza artificiale sono ancora ben lontani dal poter davvero sostituire gli umani nelle loro attivitĂ piĂą complesse ed elevate. É solo che molto spesso, nella “malattia” e nelle situazioni di crisi – in questo caso i cambiamenti ipotizzati nel mercato del lavoro – sono giĂ insiti i semi della “cura” e gli indicatori delle soluzioni possibili.
Facile o difficile a farsi?
Senza dubbio difficile. Ed è per questo che la maggior parte delle nostre risorse e del nostro “lavoro” deve andare in una sola direzione: aumentare la creativitĂ , accrescere l’ingegno, favorire la nostra propensione al cambiamento e diminuire il piĂą possibili le criticitĂ del digital divide.
PerchĂ© solo chi ha capacitĂ di cambiare, plasmarsi, adattarsi e non smette mai di imparare può cavalcare l’onda dell’innovazione e non farsi travolgere dalla stessa.
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[highlight]Per saperne di piĂą[/highlight]
blog.debiase.com
www.economyup.it
www.educare.it
www.informazionesenzafiltro.it
guidovetere.nova100.ilsole24ore.com
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mapsgroup.it (innovazione e produttività )
mapsgroup.it (big data e lavoro)
[/boxed_content]
[dropcap3]P[/dropcap3]iĂą che una mela al giorno, a toglierci d’intorno i tanto temuti medici, sono e saranno sempre di piĂą i dati clinici a farlo, a patto che siano analizzati, trattati e utilizzati in chiave predittiva e in piena “scienza e coscienza”, come si dice. Le novitĂ in ambito clinico e medico – le stiamo vedendo piĂą o meno tutti – sono infatti ormai quasi quotidiane, a partire da una coppia dirompente: l’aumento della vita media e l’evoluzione tecnologica.
E sembra proprio che a questi Dati sia data oggi – scusate il gioco di parole – la chances di migliorare la qualità della nostra esistenza, e non solo di allungarne la durata, a partire da invenzioni e applicazioni che ci accompagnano e accompagneranno istante dopo istante, fedeli come veri e propri angeli custodi della nostra salute.
Ne proponiamo una rapida panoramica a partire da uno studio proposto nell’articolo Digital Health: i 10 trend del 2016.
A farla da padrone in questo nuovo orizzonte è il paradigma della prevenzione, grazie allo “sviluppo di nuove pratiche e nuovi processi e di conseguenza di nuove e utili soluzioni di digital health che faranno parte del continuum terapeutico”.
Altra parola parole chiave del prossimo futuro in ambito clinico e medico è sempre lei, l’IA (intelligenza artificiale) che declina la prevenzione come leva di riduzione del rischio anche in presenza di fattori critici.
Il monitoraggio in real time delle nostre condizioni di salute, infatti, grazie alle applicazioni d’intelligenza artificiale, sarĂ in grado di “dialogare” con il nostro corpo e, attraverso sensori, dispositivi, app e nuove tecnologie, di allertare chi di dovere nel caso di dati clinici sospetti.

Insomma, il nostro stresso organismo sarà messo in grado di interagire con una vera e propria rete di guardiani della salute composta da cloud, dati e, perché no, dai nostri smartphones, sempre più polivalenti e multifunzionali.
Alcuni esempi già attuali? Eccone uno, legato al cuore, in cui un “software incrocia i dati degli esami del sangue con quelli di una risonanza magnetica che analizza i movimenti del muscolo cardiaco ad ogni battito in 30mila punti diversi”. Ma si parla anche di diagnosi precoce in ambito oncologico, grazie a un “sistema high-tech per la diagnosi precoce del cancro” in cui “gli algoritmi ad alta velocità e l’intelligenza artificiale sono fondamentali per la diagnosi precoce di malattie”.
[bctt tweet=”Uno dei trend piĂą promettenti è legato alla ricerca omica, cioè alle discipline biomolecolari. ” username=”MapsGroup”]
Tutti i sistemi sanitari più avanzati si stanno insomma dirigendo verso un approccio “intelligente” alla salute, grazie anche “ai progressi in settori come la robotica, l’intelligenza artificiale e la scienza comportamentale” e alla loro relazione sempre più stretta con i Big Data. Non solo. Grazie alle attuali sofisticate tecnologie, uno dei trend più promettenti è quello legato alla cosiddetta ricerca “omica”, neologismo che indica un ampio numero di discipline biomolecolari che hanno come oggetto di studio ad esempio il nostro genoma.
Il paziente come individuo, dunque, sembra essere messo la centro di terapie preventive e prescrittive altamente mirate dal punto di vista qualitativo anziché quantitativo, come lo studio Growth Opportunities for Healthcare Big Data—An Analysis of Global Case Studies illustra. “Nei prossimi cinque anni diversi paesi in Europa e nella regione Asia-Pacifico adotteranno modelli di cura che premiano il personale clinico che migliora gli esiti a lungo termine nei pazienti, specialmente per le malattie croniche, piuttosto che il volume delle cure erogate”.
Tutte notizie positive per il presente e il futuro, dunque, almeno in questo ambito.
Come si dice? Chi si curerĂ vedrĂ .
[dropcap3]L'[/dropcap3]ambiente e la sua tutela rappresentano una tematica di grande attualitĂ che – senza alcuna pretesa di esaustività – cercheremo di approfondire insieme.
Il focus scelto è un punto di vista non solo tecnico, ma anche culturale, che parte dalla prevenzione del danno e arriva alla sua eventuale riparazione.
Nel mezzo vi è la normativa, indagata criticamente mediante un excursus che approdi a quello che poi è il tema centrale della rubrica, ossia quello di rintracciare il senso fondante della legge, pur nella logica del divenire, e di interpretarne alla luce dell’attualitĂ i nodi piĂą significativi.
La Genesi Legislativa
La Carta Costituzionale, risalente al 1948, pur non contenendo norme che indicavano l’ambiente come oggetto di tutela, aveva in nuce alcuni riferimenti al diritto alla salute e ai valori legati alla tutela ambientale.
Un primo importante input alla disciplina legislativa connessa espressamente con gli interessi ambientali si è avuto con la legge 13 agosto 1966, n. 615.
Ma sappiamo che l’ambiente è costituito da fattori molteplici, a volte assai complessi e connessi in vario modo gli uni con gli altri e, dunque, suscettibili di valutazione da una molteplicità di soggetti, mossi da interessi e idee spesso in irrimediabile conflitto.
Tuttavia, rispetto al rapporto con l’essere umano il concetto di ambiente si può ricondurre in due categorie concettuali:
- la concezione “antropocentrica” che vede l’uomo porsi come soggetto attivo nei confronti dei beni e degli equilibri ambientali
- la concezione “ecocentrica” che vede l’ambiente e la natura come valori a sé stanti e l’uomo come elemento vitale, ma che trova il suo posto, indipendente, nell’equilibrio della biosfera.
Diciamo che se la prima concezione trova riscontro nella normativa, la seconda vi trova all’apparenza meno spazio, e tuttavia, nei fatti, la prospettiva ecocentrica risulta essere la fonte principale dei cambiamenti piĂą rilevanti in essere, riguardanti questioni basate sul riconoscimento dei diritti dell’ambiente e della sua tutela.
Prodromico all’elogio della legge è, non a caso, il principio di precauzione, ossia una rivisitazione in chiave moderna del principio di Ippocrate “Primum non nocere”, da cui deriva una condotta cautelativa per quanto riguarda le decisioni politiche ed economiche sulla gestione delle questioni scientificamente controverse.
Il principio di precauzione si applica non a pericoli già identificati, come può essere per il principio di prevenzione, ma a pericoli potenziali, di cui non si ha ancora conoscenza. Vi è, difatti, differenza tra:
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] il concetto di “prevenzione”, ovvero la limitazione di rischi oggettivi e provati,
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] il concetto di “precauzione”, ovvero la limitazione di rischi ipotetici o basati su indizi.
Gli organismi: Nazionali, Europei, Internazionali.
Il moderno dibattito sul principio di precauzione è nato durante gli anni ’70, promosso dai primi movimenti ambientalisti ed ecologisti e successivamente analizzato in termini economici ovvero relazioni causa-effetto, incertezza, rischi, irreversibilitĂ delle decisioni da vari autori come Arrow e Fischer (1974), Epstein (1980), Gollier (2000).
La Dichiarazione di Rio del 1992, fra i principi proposti per lo sviluppo sostenibile, al punto 15 ha stabilito: «Al fine di proteggere l’ambiente, un approccio cautelativo dovrebbe essere ampiamente utilizzato dagli Stati in funzione delle proprie capacitĂ . In caso di rischio di danno grave o irreversibile, l’assenza di una piena certezza scientifica non deve costituire un motivo per differire l’adozione di misure adeguate ed effettive, anche in rapporto ai costi, dirette a prevenire il degrado ambientale».
A livello internazionale, tale principio di precauzione è riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, in particolare nell’Accordo sulle misure sanitarie e fitosanitarie e nell’Accordo sugli ostacoli tecnici al commercio.
Nell’ambito di questi accordi, uno Stato membro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, ha il diritto di porre delle barriere all’importazione basandosi sul principio di precauzione allorquando siano identificati rischi ambientali o sanitari su cui non c’è certezza scientifica.
[bctt tweet=”A livello internazionale, il principio di precauzione è riconosciuto dall’OMC.” username=”MapsGroup”]
Gli accordi tuttavia ribadiscono il principio che tali misure debbano considerarsi provvisorie e che lo Stato che le attua deve fare lo sforzo di ottenere tutte le informazioni necessarie per completare la valutazione del rischio entro un termine ragionevole.
La Commissione Europea ha inoltre specificato che il campo di intervento deve comprendere tutte le situazioni in cui si identifichi un rischio potenziale.
Tra le piĂą importanti applicazioni di tale punto di vista c’Ă© ad esempio quella della sicurezza alimentare, concetto visto nel contesto piĂą ampio di protezione della salute. La legge quadro in materia di sicurezza alimentare (Regolamento EC No. 178/2002) riporta infatti il principio di precauzione come uno degli strumenti da utilizzare per assicurare un elevato livello di protezione dei consumatori.
Al riguardo, va ricordato tuttavia che il principio di precauzione non è un metodo di ricerca nĂ© un principio scientifico, ma uno strumento politico di gestione del rischio, e che in quanto tale, a livello legislativo, è stato piĂą volte strutturalmente modificato tenendo conto della necessitĂ di un equo rapporto tra gli eventuali costi-benefici cui l’applicazione della legge espone ipoteticamente coloro che sono tenuti ai vari adempimenti.
L’utilitĂ e opportunitĂ dell’utilizzo di tale principio è così giocoforza – anche a livello decisionale – un punto ampiamente controverso sia in ambito politico che scientifico, anche perchĂ© essendo l’ambiente – per definizione – il contesto in cui noi tutti viviamo, il suo legame con il nostro benessere va di pari passo.
[bctt tweet=”Il principio di precauzione non è un principio scientifico, ma uno strumento di gestione del rischio.” username=”MapsGroup”]
I suoi sostenitori ritengono, non a caso, che il principio di precauzione sia imprescindibile e che, ad esempio, se si fosse applicato il principio ai primi sospetti sulla cancerogenicitĂ dell’amianto (risalenti agli anni sessanta), si sarebbe evitato l’eccessivo diffondersi di materiali edili dannosi che ha generato danni alla salute (asbestosi e mesotelioma polmonare) ed enormi costi per le successive bonifiche.
Altri esempi clamorosi sono:
[icon image=”ss-dislike” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] il piombo e il benzene (additivi nella benzina),
[icon image=”ss-dislike” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Â il cadmio (nelle batterie),
[icon image=”ss-dislike” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Â i clorofluorocarburi (nei circuiti refrigeranti).
I detrattori criticano il principio in quanto freno eccessivo allo sviluppo e alla diffusione di nuove tecnologie. In questo contesto, in effetti, l’applicazione troppo rigida del principio potrebbe e può portare a un rallentamento o addirittura a uno stop della ricerca, oltre che a strumentalizzazioni protezionistiche in ambito economico.
Ad esempio, nel caso degli alimenti derivati da OGM, il principio di precauzione è stato invocato da alcuni Paesi Europei, tra cui l’Italia, per bloccarne sia la coltivazione che la commercializzazione. In questo caso, nell’ambito del dibattito sugli OGM, il ricorso al principio di precauzione, secondo alcuni, era motivato piĂą da ragioni di ordine economico e protezionistico, che da reali indizi di potenziali rischi.
Ciò è stato tra l’altro supportato dal fatto che gli Stati in questione non sono stati in grado di fornire prove scientifiche a supporto di tali misure, motivazione che è stata alla base dell’annullamento di alcune delle misure stesse. Ne è un esempio per l’Italia il Decreto cosiddetto “Amato” del 2000, annullato dal TAR del Lazio quattro anni dopo per mancanza di prove della presenza di rischi.
Questo esempio, che vale chiaramente solo per sĂ©, mette tuttavia in luce un punto sostanziale in questo ambito: lo stretto rapporto tra la necessaria tutela dell’ambiente in cui viviamo e le novitĂ che l’evoluzione tecnologica e scientifica comportano, con le relative e potenzialmente contrastanti conseguenze per le comunitĂ di riferimento.
Alcune riflessioni…
Concludiamo, dunque, questa rapida panoramica sui fondamenti della legislazione ambientale con alcune conseguenti riflessioni, consapevoli dell’importanza della tutela dell’ambiente in cui viviamo rispetto alle numerose minacce provenienti dalle svariate forme di inquinamento che la societĂ produce…
Non v’è dubbio che la coscienza del problema sia ormai fortemente radicata, tanto da essere alla base di numerose leggi la cui finalità è quella di tutelare l’ambiente dalle immissioni nocive, siano esse costituite da rifiuti, da liquami, da vapori, polveri e simili.
[bctt tweet=”Il tema ambientale è un frequente terreno di scontro tra istanze e interessi differenti.” username=”MapsGroup”]
E tuttavia, in un ambito che vede lo sviluppo produttivo espandersi sotto molteplici punti di vista, il tema è un potenziale se non un frequente terreno di scontro tra istanze differenti, ciascuna con i propri portatori d’interesse al seguito.
Mai come in questo caso, dunque, possiamo tessere un elogio alla legge, soprattutto nel caso in cui il principio di precauzione che ne sta alla base, rappresenti l’antecedente non solo logico, ma anche culturale, in grado di sensibilizzare le coscienze e di generare circuiti virtuosi di progresso e crescita, piuttosto che costituire un ineludibile snodo di meri adempimenti burocratici.
Vedremo insieme come, nei prossimi articoli, le normative ambientali attraversino differenti settori e riguardino soggetti diversi tra di loro, attraverso una serie di leggi che, direttamente o indirettamente, si prefiggono di tutelare l’ambiente.
Avvocato Maria Bonifacio
Studio Legale Associato Quid Juris?