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6MEMES TRENDS Digital Healthcare Design – il valore dell'accoglienza nel percorso di cura.

Patient Journey ed erogazione dei servizi sanitari: approccio data driven. Andata e ritorno delle informazioni di valore nella cura del paziente.

[dropcap3]N[/dropcap3]el primo articolo-intervista di questa rubrica abbiamo visto come un approccio corretto verso i dati e le informazioni “in entrata” dei pazienti in ambito sanitario sia cruciale per garantire un supporto reale, efficiente e personalizzato alle persone che entrano in contatto con l’ambiente medico-sanitario lungo tutta la durata del loro percorso di cura.
Vorrei ora soffermarmi su un punto specifico di questo percorso, quello dell’erogazione dei servizi “in uscita” forniti al pubblico da parte delle organizzazioni preposte.
Per un approccio più intuitivo alla questione, quello che propongo è un parallelo con un settore diverso da quello della sanità: quello relativo ai viaggi e in particolare al trasporto aereo.
[bctt tweet=”Ormai cruciale, in ambito sanitario, è la messa a sistema di una stretta relazione tra i dati e le informazioni dell’utente in ingresso e quelle in uscita, passando per il loro utilizzo pertinente e strutturato.” username=”MapsGroup”]
Questo, allo scopo di valutare in maniera più semplice e immediata cosa potrebbe rappresentare – a livello di incremento dell’efficienza e di riduzione degli sprechi – la messa a sistema di una stretta relazione tra i dati e le informazioni dell’utente in ingresso e quelle, appunto, in uscita, passando per il loro utilizzo pertinente e strutturato.
Andiamo quindi ora al nostro esempio, ambientato in… Aeroporto. Proviamo a immaginare l’inutile disagio che dovremmo affrontare se, per prenotare un volo, ci fosse chiesto, nell’ordine, di:

  • recarci di persona in un’agenzia di viaggio per avviare la “pratica”,
  • prenotare e pagare in largo anticipo il biglietto,
  • recarci direttamente ai banchi dell’Aeroporto per confermare la prenotazione.

Come se non bastasse immaginiamo che – una volta arrivato il fatidico giorno del volo – ci venisse chiesto di portare al banco i bagagli senza:

  • il tracking attraverso codice a barre,
  • il controllo automatico e telematico del passaporto,
  • il self check-in.

Il tutto senza avere avuto prima le necessarie informazioni sulle partenze e gli arrivi (oppure sui ritardi dei voli) attraverso i tabelloni delle sale d‘attesa…
Ecco: basta immergersi per un istante in un tale sistema di prenotazione ed erogazione di servizi (seppure in un’area differente da quella sanitaria) che ciascuno percepisce immediatamente l’irrazionalità di tali procedure, quelle stesse che sono invece, nel settore sanitario, una prassi ordinaria e quotidiana, come ognuno ha probabilmente sperimentato.
Ma proviamo ad andare oltre al disagio personale del singolo cittadino e ragioniamo invece in un’ottica di efficienza dal punto di vista dell’ente erogatore.
Immaginiamo, sempre nel caso di un Aeroporto, che tali procedure per la prenotazione del volo e dell’imbarco non fossero doverosamente integrate e automatizzate, e moltiplichiamo il disagio conseguente per il numero di voli, passeggeri, mezzi e operatori tecnici coinvolti ogni ora per ogni giorno dell’anno…
Riuscite a farvi un’idea dei costi (insostenibili) di tali ridondanti procedure, e di come non solo lieviterebbero i costi dei biglietti aerei, ma di quanto dovrebbero diminuire di conseguenza i voli disponibili, nell’impossibilità di gestire l’attuale elevatissima disponibilità di collegamenti?
Bene! Credo che ogni ulteriore commento su questo tema specifico sarebbe superfluo.
[bctt tweet=”Anche la sanità sta muovendo i primi passi in un processo di digitalizzazione  che è inevitabilmente articolato, a causa della complessità dei processi e dell’attenzione che si deve mettere in campo nel gestire un tema tanto sensibile.” username=”MapsGroup”]
Ma l’esempio dell’Aeroporto ci fa comprendere in maniera rappresentativa come l’integrazione tra la richiesta iniziale di un servizio e la sua erogazione finale sia un processo potenzialmente critico, se non opportunamente gestito.
E mette in piena luce la comparazione che ognuno può fare con esperienze analoghe (e, ahimè, ancora attuali) che ciascuno vive in ambito medico e sanitario in molte delle strutture di cui ha conoscenza diretta.
Ora, rispetto a questo esempio, fortunatamente anche la sanità sta muovendo i primi passi in un processo che è inevitabilmente molto articolato, a causa della complessità dei processi di accoglienza e della massima attenzione che si deve mettere in campo nel gestire un tema tanto sensibile come quello della salute rispetto, ad esempio, a quello dei trasporti aerei.
E tuttavia possiamo già capire come gli auspicati processi di innovazione digitale potranno portare vantaggi inimmaginabili dal punto di vista dell’efficienza nell’erogazione dei servizi.
Questo, perché lo scenario di innovazione non si ferma a termini meramente “numerici”. Più in generale, infatti, la messa in opera di un adeguato sistema di gestione delle informazioni in ambito sanitario consente di attingere a una serie di valori irrinunciabili, una volta messi a fuoco.
Facciamo riferimento a due aree distinte di valori.

I primi li chiameremo, per semplificazione, “valori intangibili” e sono quelli che portano a una riduzione dei possibili sentimenti negativi (preoccupazione, stress, senso di precarietà e incertezza) che spesso si accompagnano lungo i percorsi di diagnosi e cura cui dobbiamo sottoporci.
Là dove si trovano migliori condizioni di efficienza e organizzazione, i valori intangibili di tranquillità, sicurezza e senso di accudimento, si traducono infatti in termini immediati di maggior benessere e fiducia. E questo vale non solo per i pazienti e i cittadini, ma anche per i Medici e gli operatori sanitari, concorrendo in maniera determinante a migliorare la rispettiva l’interazione e ad offrire la migliore scelta possibile nell’erogazione dei servizi sanitari.
I secondi, seguendo il medesimo schema, li chiameremo “valori tangibili”e sono quelli misurabili in termini quantitativi rispetto ai risparmi nei costi di erogazione dei servizi sanitari, risparmi che sono davvero consistenti e che – essendo riduzione di sprechi – si riverberano in un vantaggio economico e produttivo sia per l’ente che per i cittadini, e dunque per l’intera comunità.

Vediamo ora insieme un esempio dei vantaggi “intangibili” applicati a un evento all’apparenza banale: il fatto stesso di recarsi in una struttura ospedaliera.
Inutile sottolinearlo, credo: quante volte ognuno di noi, cercando di orientarsi all’interno di una di queste strutture – spesso molto grandi, articolate in più piani e in diversi reparti – ha provato una sensazione innanzitutto di smarrimento?
[bctt tweet=”Lo scenario di innovazione in ambito sanitario non si ferma a termini meramente numerici. La messa in opera di un adeguato sistema di gestione delle informazioni consente di attingere a una serie di valori irrinunciabili.” username=”MapsGroup”]
Chi non ha sperimentato sulla propria pelle il disagio di non sapere da che parte andare per recarsi allo sportello – piuttosto che al banco d’accettazione o all’ambulatorio del Caposala – e poter adempiere a una serie di interminabili pratiche amministrative, il tutto prima di raggiungere (finalmente) la propria Sala di attesa, senza tuttavia avere la minima idea del tempo che si dovrà ancora attendere prima di essere chiamati?
La percezione rispetto a tali esperienze è, inutile negarlo, estremamente sgradevole: il senso di frustrazione provato è direttamente proporzionale alla sensazione di essere abbandonati a se stessi… Come se non bastasse, è probabile che una sottile sensazione di inefficienza e precarietà inizia ad insinuarsi sotto pelle, minando fin dall’esordio la nostra fiducia verso la prestazione che attendiamo di ricevere.
Eppure – come abbiamo visto nel caso dell’imbarco in Aeroporto – la maggior parte di tali trafile sarebbe ampiamente evitabile.
Il che ci porta a parlare dei modelli di “customer-journey”, in cui le modalità di relazione tra utente e servizio passano proprio attraverso il ridisegno e la riorganizzazione dei punti di contatto tra gli stessi nonché attraverso la completa integrazione di tutte le informazioni disponibili in “entrata” e in “uscita”.
Come? Ad esempio attraverso l’utilizzo e la messa in opera delle tecnologie digitali cosiddette “touch point” che assistono le persone attraverso percorsi di orientamento ed erogazione di informazioni di tipo “self service”.
Tali tecnologie, infatti, disponendo di una perfetta rappresentazione delle mappe dei locali in cui vengono insediati – e facendo un uso appropriato delle diverse informazioni necessarie, rese accessibili attraverso i vari sistemi informatici coinvolti – sono in grado di affiancare e assistere i cittadini-pazienti già dal momento del loro ingresso nella struttura.
Grazie a tali sistemi, ad esempio, non è necessario attivarsi direttamente per orientarsi: già dal momento dell’entrata, infatti – attraverso un’App sul proprio dispositivo mobile e grazie a monitor e strumenti di segnaletica digitale – ogni visitatore-paziente viene immediatamente riconosciuto e indirizzato al punto d’accoglienza a lui necessario, tecnicamente chiamato “Kiosk Self-service.”
Una volta raggiunto il punto informativo digitale, il paziente potrà quindi, con poche e semplici interazioni con il sistema stesso:

  • essere riconosciuto nel pieno rispetto del propria privacy,
  • pagare direttamente la prestazione (nel caso sia necessario),
  • essere infine orientato verso la propria Sala d‘aspetto.

Questo, attraverso l’emissione di un “ticket d’accodamento intelligente” contenente tutte le informazioni necessarie.
[bctt tweet=”Molto utile, in ambito sanitario, è l’utilizzo e la messa in opera delle tecnologie digitali cosiddette touch point che assistono le persone attraverso percorsi di orientamento ed erogazione di informazioni di tipo self service.” username=”MapsGroup”]
Una volta raggiunta la Sala d’attesa lo attenderà un monitor informativo contenente tutti gli orari e la relativa previsione dei tempi necessari a ricevere la propria prestazione, così che potrà attendere tranquillamente il proprio turno oppure – se i tempi lo consentono – di accedere nel frattempo ai servizi di ristoro offerti (come la macchinetta del caffè, l’erogatore di bibite, merendine etc.) o, ancora, di usufruire di servizi di intrattenimento digitale.
La chiamata del Medico o dell’Operatore sanitario avverrà infine attraverso il proprio device (nel caso si sia optato per tale opzione) oppure attraverso i tabelloni informativi. In questo caso lo stile comunicativo sarà il medesimo, appunto, della chiamata “on boarding” tipica dell’Aeroporto, e tutto avverrà in maniera semplice e fluida, evitando inutili preoccupazioni e stress intermedi.
Ecco: basta questo esempio, solo all’apparenza banale, per capire immediatamente i vantaggi di tali soluzioni, vantaggi che abbiamo chiamato per convenzione “intangibili, ma che in realtà impattano moltissimo nel nostro vissuto e stato d’animo durante il percorso di cura e che – nello stesso tempo – appesantiscono il personale medico e sanitario con incombenze non pertinenti alla loro professione.
Il raggiungimento di questi importanti obiettivi è reso possibile attraverso l’adozione del cosiddetto “patient journey”, capace da un lato di unire le informazioni e i punti di contatto tra il paziente e la struttura sanitaria, e dall’altro di sollevare il personale dell’ente da incombenze e adempimenti burocratici ridondanti, consentendogli di dedicare il suo tempo e la sua attenzione al paziente, anzi, alla persona che ha davanti.
Vedremo insieme nel prossimo articolo di entrare nel dettaglio di un altro “valore intangibile”: il rapporto – fondante e fondamentale – tra Medico e Paziente. Scopriremo insieme come, anche da questo punto di vista, il margine di miglioramento attraverso l’innovazione digitale è alto, consentendo di liberare importanti energie e risorse. Stay tuned!


CREDITS IMMAGINE DI COPERTINA (rielaborata)
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6MEMES TRENDS Alti e bassi del cibo italiano

Dagli hamburger “impossibili” ai grilli fritti. Viaggio intorno al mondo del foodtech e dei nuovi stili alimentari.

Prima tappa: Gerusalemme

[dropcap3]L[/dropcap3]a notizia della partnership tra Jerusalem Venture Partners, fondo internazionale di venture capital, e Mars Incorporated, che produce alcuni dei marchi alimentari più di successo al mondo (tra questi, M&M’s®, SNICKERS®, TWIX®) per sviluppare in Israele soluzioni tecnologiche innovative in ambito agricolo, alimentare e nutrizionale, fa letteralmente il giro del mondo. In collaborazione con i principali centri di ricerca israeliani, il progetto intende sostenere startup e percorsi di innovazione aziendale, con l’obiettivo di fornire soluzioni scalabili alle sfide di nutrire l’umanità e preservare l’ambiente.
Già da questa prima ipotetica tappa si intuisce la cifra del ragionamento globale sul cibo del futuro: innovazione, ricerca tecnologica, impatto sociale e ambientale. A livello internazionale non si contano le startup, gli acceleratori d’impresa, i premi e i finanziamenti dedicati al foodtech, ovvero all’innovazione tecnologica in ambito agroalimentare.
Da Israele agli States, il salto è veloce. Qui le startup dell’agrifood tech – quelle che innovano “from farm-to-fork” (dalla fattoria alla forchetta) – hanno raccolto nel 2018 16,9 miliardi di dollari di investimenti e si attestano in un range di incremento annuo del 43%, confermando gli Stati Uniti come paese leader del settore.
Due notizie, in particolare, nelle ultime settimane, hanno scosso i media americani e internazionali: Amazon che investe 575 milioni di dollari in Deliveroo (società delle consegne a domicilio con base a Londra e attività in 14 Paesi) e Beyond Meat, la prima startup – che produce carne “alternativa” – a quotarsi in borsa.

Distribuzione delle fonti del monitoraggio effettuato.
Media della distribuzione delle fonti del monitoraggio effettuato dal 1 gennaio 2019 ad oggi. Piattaforma Monitoring Emotion.

 
Il tema della “carne senza carne” è molto caldo, soprattutto nel mondo anglosassone, da quando catene internazionali come Burger King hanno proposto l’impossible burger (hamburger “impossibile” che sanguina come fosse carne fresca ma non è prodotto da animali ma da piante). Personalità famose come il rapper Jay-Z, Serena Williams o Beyoncé ne sostengono la produzione. L’interesse raggiunge il grande pubblico (non solo vegani o vegetariani).
Gli scaffali dei supermercati che offrono questi prodotti sono presi d’assalto. Per capire la portata del fenomeno, basta constatare che persino l’Asia – con la Cina capofila a livello mondiale per consumo di carne di maiale – se ne sta interessando e sta nascendo una richiesta importante di questi prodotti.
[bctt tweet=”Il tema della ‘carne senza carne’ è molto caldo, soprattutto nel mondo anglosassone, da quando catene internazionali come Burger King hanno proposto l’impossible burger…” username=”MapsGroup”]
I gusti dei consumatori globali cambiano, siamo più sensibili e informati sulla sostenibilità ambientale, le opzioni a disposizione sono sempre più innovative e numerosa. Dalla Silicon Valley all’Italia, il passo sembra lungo ma in realtà non lo è poi così tanto.
A Milano a gennaio è stato inaugurato il FoodTech Accelerator con l’obiettivo di trasformare la città in un hub internazionale dell’innovazione per il food e il retail (settori che da sempre fanno del Made in Italy un marchio riconosciuto in tutto il mondo), mentre Talent Garden a giugno aprirà il primo campus per foodtech e sostenibilità. Situato nel quartiere Isola (a nord del centro di Milano) offrirà postazioni di lavoro per circa 180 professionisti di startup, aziende, incubatori, venture capital, università che si occupano di tecnologia applicata al cibo.
C’è chi twitta “senza #innovazione anche il #cibo #MadeinItaly può estinguersi” ma la realtà dei fatti non sembra proprio confermare questa paura, tenuto conto che solamente Milano, nelle ultime settimane, ha ospitato “Seed&Chips”, the leading food innovation summit in the world (il principale vertice sull’innovazione alimentare nel mondo); “TUTTOFOOD”, the leading international B2B fair focused on food and beverage (la principale fiera internazionale B2B dedicata a cibo e bevande), e in questi giorni “Cibo a Regola d’Arte”, un festival sul futuro dell’alimentazione” – confermando il ruolo di primo piano a livello internazionale della città lombarda sul tema dell’agroalimentare.
Cibo del Futur: buzz dal 1 gennaio 2019 ad oggi
Cibo del Futuro: buzz dal 1 gennaio 2019 ad oggi. Piattaforma Monitoring Emotion.

Ultima tappa: Londra

La capitale inglese batte tutti per creatività grazie alla mostra “FOOD: Bigger than the Plate” visitabile al Victoria&Albert Museum dal 18 maggio al 20 ottobre. L’esposizione propone oltre 70 progetti visionari (ma realizzabili e realizzati) sull’alimentazione e sulla sostenibilità ambientale, ideati da artisti e designer in collaborazione con chef, scienziati e agricoltori.
Dall’installazione di funghi che crescono a partire dai fondi del caffè provenienti dal V&A Benugo Café (e che ci ritorneranno per essere cucinati in una logica di economia circolare), al “bicitractor a pedali” sviluppato da Farming Soul per sostenere l’agricoltura su piccola scala, l’esposizione presenta opere in prospettiva sperimentale e spesso provocatoria, immaginando futuri alimentari alternativi. Tra queste “the Sausage of the Future” (la salsiccia del futuro) di Carolien Niebling con immagini di insaccati contenenti vermi e insetti.
Il tema del consumo di insetti come fonte nutrizionale ad alto contenuto proteico, in realtà, è oggetto di un dibattito piuttosto acceso. Ci sono startup che stanno investendo in produzione e ricerca, e approfondimenti scientifici che ne calcolano l’impatto dal punto di vista nutritivo e ambientale. Sui social, il tema si presta a facili battute e commenti sarcastici – specialmente da noi italiani: “Se il cibo del futuro sono i grilli fritti, preferisco che non esista nessun futuro. Estinguiamoci e facciamola finita.”!
Campagna ZeroHunger
Nei social media, tra i contenuti a tema agroalimentare, non manca però lo spazio per campagne più serie come quella della FAO #ZeroHunger (ZeroFame) contro la fame nel mondo. Tra i messaggi più virali, questo bel invito: “Youth are the future. The future of agriculture. The future of food. Our future without hunger. Investing in them is investing in our #ZeroHunger future” (I giovani sono il futuro. Il futuro dell’agricoltura. Il futuro del cibo. Il nostro futuro senza fame. Investire su di loro significa investire in un futuro senza fame).
 

Sara Di Paolo

 

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L’articolo si basa sulle informazioni raccolte grazie alla piattaforma di analisi semantica Web Distilled che è stata impostata in italiano e inglese per analizzare tutte le fonti, nazionali ed internazionali, disponibili – i social media, il web, i blog e le testate giornalistiche online, la carta stampata, le trasmissioni radio e tv digitalizzate – intorno al tema del cibo e del futuro, inteso come innovazione, tecnologia, nuovi stili di vita. Il monitoraggio è attivo dal primo gennaio 2019.

La piattaforma in questi mesi ha raccolto più di 15.700 contenuti tra articoli, blog, post e trasmissioni radiotelevisive. Il 77% sono in lingua inglese e il 23% in italiano. La maggior parte dei contenuti è stata pubblicata online (78,9%), seguono i social con il 17,8% e carta stampata, radio e TV con il 3,3%. Il 16% dei contenuti complessivi cita le “startup”, il 9% parla di spreco alimentare e il 9,4% di insetti da mangiare.

 


CREDITS IMMAGINE DI COPERTINA (rielaborata):
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6MEMES TRENDS Information and communications technology

La Digital Transformation: luci ed ombre del cambiamento. Di Giulio Destri.

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[/sf_iconbox]L’avvento del digitale sta trasformando la società nel suo insieme e le singole unità che la compongono.

[dropcap3]L[/dropcap3]’azienda è una unità organizzativo-economica umana fondamentale per la nostra società. L’azienda produce beni e servizi per i propri clienti, mercato per i propri fornitori e genera ricchezza (monetaria e non), sia per i suoi proprietari sia per il territorio in cui si colloca. Altrettanto importanti sono anche altre unità organizzative come enti pubblici, associazioni, ecc… che forniscono servizi, sia direttamente ai cittadini, sia alle aziende stesse.

Negli ultimi anni è in atto un processo di trasformazione profonda, originato inizialmente dalla disponibilità dalle nuove tecnologie, che influisce sia su tutta la società nel suo insieme, sia sulle singole unità organizzative. Nel resto dell’articolo indicheremo come “organizzazioni” tutte queste unità organizzative che, insieme alla famiglia, sono le cellule costitutive fondamentali della nostra, cosi come della maggior parte delle società passate, a partire almeno dal Rinascimento, se non addirittura, in Europa, dall’Impero Romano.

[bctt tweet=”Negli ultimi anni è in atto un processo di trasformazione profonda, originato inizialmente dalla disponibilità dalle nuove tecnologie, che influisce sia su tutta la società nel suo insieme, sia sulle singole unità organizzative.” username=”MapsGroup”]

L’inserimento massivo delle nuove tecnologie sta cambiando il modo di lavorare delle aziende, esternamente e internamente, sta cambiando i mercati, le attese dei clienti… Sta cambiando, anche in Italia, il rapporto fra il cittadino e la pubblica amministrazione e le organizzazioni in genere. In alcuni casi addirittura sta creando mercati del tutto nuovi e in altri sta facendo sparire mercati prima floridi. Il nome che viene oggi dato al cambiamento è Trasformazione Digitale o, direttamente col termine inglese, Digital Transformation.

In questo articolo partiremo da ciò che sta producendo la trasformazione digitale ed esamineremo alcuni effetti. Poi, concentrandoci sull’interno delle organizzazioni, esamineremo come si dovrebbe procedere per coglierne i vantaggi e limitare gli effetti negativi, confrontandoci anche con errori compiuti nel passato. In articoli successivi parleremo di metodi per cogliere al meglio le sue potenzialità.

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[/sf_iconbox]Cosa è la trasformazione digitale e da cosa nasce

Tante sono le definizioni che si trovano associate alla locuzione “trasformazione digitale”. I cambiamenti singoli che compongono questo macro-cambiamento storico sono non solo tecnologici, ma anche sociali, culturali, organizzativi, manageriali, creativi… e impattano tutto l’insieme della nostra società.

Il processo non è iniziato di colpo oggi, è in atto da alcuni decenni, ma è negli ultimi anni che è diventato sempre più veloce e sempre più influente. Come già visto in alcuni articoli precedenti, negli ultimi decenni, in modo più massiccio a partire dal 2010 circa, sono avvenute diverse “rivoluzioni” tecnologiche ed organizzative che hanno consentito di collegare fra di loro settori socio-economici prima completamente disgiunti, creando uno scenario unitario di “convergenza digitale” che investe sia la vita personale e sociale degli individui, sia il mondo delle aziende.

Gli elementi fondamentali che hanno reso possibile questo possono essere raggruppati come segue.

  1. Internet come infrastruttura comune di comunicazione, estesa a tanti dispositivi diversi tra loro: oggi possiamo accedere alla rete e ai suoi contenuti da PC, da smartphone, da tablet, da tanti dispositivi diversi e lo stesso vale anche per strumenti automatici come auto, elettrodomestici, macchine…

  2. Una parte importante dei contenuti di Internet sono i social media, con la loro interattività, le relazioni sociali che incorporano e la mole di informazioni su abitudini, opinioni, scelte di prodotti che raccolgono a partire dalle nostre azioni

  3. Il mondo dell’info-edu-tainment (contrazione dei termini information, education ed entertainment), quindi di informazione ed intrattenimento, sempre più integrato con Internet e i social media; oggi praticamente tutti i canali radio e televisivi sono accessibili anche tramite la rete, i giornali hanno le loro edizioni on-line; i libri si acquistano su portali appositi come Amazon e diventano contenuti fruibili sui nostri dispositivi; distributori di contenuti video come Netflix e Amazon Prime Video, che addirittura creano proprie serie di film e telefilm; le trasmissioni televisive e radiofoniche si intrecciano con i canali social come Instagram, Twitter e Facebook in un dialogo interattivo con i fruitori; la realtà e la fiction si mescolano come nel recente caso delle elezioni in Ucraina;

  4. I canali di vendita e-commerce e di interazione fra cliente ed azienda fornitrice di prodotti e servizi, anche esso interni ad Internet e legato ai social media, che trasformano il rapporto fra azienda e cliente, il modo del cliente di scegliere e accedere ai prodotti e servizi…

  5. Le reti ed i terminali mobile (smartphone, tablet…), che hanno reso accessibile la rete Internet praticamente da ogni luogo e attraverso dispositivi più facili da usare dei PC, abbattendo barriere che ancora esistevano; inoltre hanno reso possibile accedere praticamente a chiunque anche a servizi come chiamare un taxi, acquistare un biglietto della metropolitana, effettuare micropagamenti come quello di un caffè o di un parcheggio…

  6. L’avvento degli smart device, dispositivi con funzionalità avanzate e integrabili in rete (solo per citare alcuni esempi: smart meter per la telelettura di consumi elettrici, idrici ecc…, elettrodomestici in grado di segnalare autonomamente guasti ai centri di controllo dei produttori, smart TV con dentro PC per usufruire di tutti i servizi di Internet, sistemi di monitoraggio ambientale e personale, auto in grado di segnalare ingorghi ecc…)

  7. La diffusione di tecnologie produttive facilmente riconfigurabili e disponibili a costi sempre più bassi (stampanti 3D, celle robotiche programmabili, macchine a controllo numerico di ultima generazione…) e integrabili in rete; uno degli effetti è il Cloud Manufacturing, con la possibilità di trasportare progetti da fare realizzare “vicino” al cliente da appositi “artigiani digitali”, oppure di acquistare progetti di design da “stampare” in propri (Janne Kyttanen è stato uno dei precursori) o vestiti o calzature su misura (ad esempio 3DShoes.com);

  8. L’aumento della potenza di calcolo dei microprocessori (CPU) e dei processori grafici (GPU), che ha reso disponibili potenze di calcolo impensabili solo pochi anni fa: anche se usata in modo diverso, c’è più potenza di calcolo in un nostro smartphone di quella esistente nei calcolatori usati per i calcoli delle missioni Apollo verso la Luna;

  9. L’avvento dei sistemi cloud, ossia la concentrazione di servizi di calcolo in pochi data center, accessibili attraverso la rete e con costi enormemente inferiori alle strutture precedenti interne alle aziende; questo sta producendo effetti su molte piccole imprese e studi professionali, per cui non risulta più economico avere presso la propria sede servizi di memorizzazione dati e calcolo, con conseguente trasformazione del mercato italiano dell’IT;

  10. La realizzazione, entro sistemi cloud, di grandi banche dati, che raccolgono moli di dati enormi, eterogenee e le analizzano per estrarne informazioni utili (spesso indicate con il termine Big Data); le applicazioni commerciali, sociali, mediche sono nuove ed enormi…;

  11. La nascita dei sistemi di Intelligenza Artificiale, come evoluzione delle “piccole” applicazioni esistenti già dagli anni’60, e resa possibile soprattutto dalla disponibilità di enormi potenze di calcolo (punto 8); prodotti che conosciamo nel mercato di massa sono gli assistenti vocali come Siri di Apple o Alexa di Amazon;

  12. L’avvento di nuovi sistemi di analisi, in parte basati su strumenti di intelligenza artificiale, in grado di costruire autonomamente correlazioni e di trasformare i dati grezzi, raccolti da strumenti come quelli descritti ai punti precedenti e collezionati entro basi di dati in cloud, in informazioni e conoscenza utile per il business.

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[/sf_iconbox]L’effetto disruptive: alcuni casi storici

La trasformazione digitale ha prodotto negli anni molti effetti ed è diventato di uso frequente il termine disruptive, in italiano traducibile come dirompente, ad indicare l’effetto sconvolgente che spesso essa ha avuto sui mercati e sulla stessa esistenza di alcune aziende. E’ utile esaminare alcuni casi storici del recente passato, per trarne indicazioni comuni:

Home video: da Blockbuster a Netflix

Per molti anni Blockbuster ha rappresentato il principale canale mondiale per la diffusione di contenuti audiovisivi a noleggio. Nata nel 1985 negli USA, la catena di negozi si era diffusa in tutto il mondo ed aveva attraversato bene la rivoluzione tecnologica del passaggio dalle videocassette VHS ai DVD. L’avvento dello streaming video e dei connessi servizi di vendita di contenuti audiovisivi tramite la rete, inizialmente sottovalutato dall’azienda, ne ha cancellato il mercato. Oggi Netflix, Amazon Prime Video e gli altri distributori di contenuti hanno occupato l’intero “ecosistema” prima saldamente in mano a Blockbuster, fallita nel 2013 e ridottasi ad un unico negozio nel nordovest degli USA, divenuto quasi una attrazione turistica per la città che lo ospita.

Vistaprint e le tipografie

Vistaprint ed altri fornitori di servizi di stampa online (concettualmente analoghi del cloud manufacturing) entrano nel mercato alla fine degli anni’90. Nati inizialmente per colmare lacune di mercato si sono progressivamente imposti come fornitori unici di servizi come i biglietti da visita, mandando in crisi molte tipografie “fisiche” artigianali che prima, specialmente in paesi della provincia italiana, non avevano concorrenti.

I viaggi online

L’avvento dei sistemi di prenotazione online come booking.com, expedia ecc… ha cambiato i rapporti tra clienti, hotel ed agenzie di viaggio. Oggi pochissimi si rivolgono alle agenzie per pianificare le proprie vacanze, a meno di viaggi organizzati in paesi stranieri. E, allo stesso tempo, la maggior parte delle prenotazioni dall’estero degli alberghi italiani arrivano tramite i portali turistici, tutti di proprietà straniera, che traggono una buona percentuale degli incassi turistici da questa loro posizione di intermediari.

[bctt tweet=”La trasformazione digitale ha prodotto negli anni molti effetti ed è diventato di uso frequente il termine disruptive, in italiano traducibile come dirompente.” username=”MapsGroup”]

Che lezioni possiamo trarre da questi e tanti altri esempi simili? Alcune regole pratiche operative:

  1. Non importa che posizione di un particolare mercato si occupa o quanto si è grandi: a parte pochissimi casi nessuno è al sicuro da un fallimento o da una acquisizione dovuti ad una contrazione, sparizione o trasformazione del mercato stesso, in special modo nei mercati più influenzati dalla tecnologia; chi si ricorda oggi di marchi un tempo prestigiosi come Digital o Compaq?
  2. L’evoluzione fa si che alcuni mercati particolari cambino la loro importanza nella economia globale nel tempo; a tal proposito è utile il confronto fra le USA aziende con i maggiori fatturati a 30 anni di distanza presente in questo sito;
  3. I diversi mercati prima non connessi sono ora sempre più integrati: il proprio nuovo concorrente può essere qualcuno che non appartiene allo stesso settore; pensiamo ad esempio all’ingresso di Amazon nella distribuzione fisica con l’acquisto della catena Whole Foods o con i negozi a marchio Amazon Go;
  4. Gli intermediari possessori di piattaforme online (in alcuni casi marketplace) come Amazon stessa, Uber, Air B&B, Zalando ecc… hanno influenza sul mercato e possono condizionare alcuni produttori o fornitori primari di servizi; se il 50% del tuo fatturato è legato alla vendita attraverso una piattaforma, tu azienda sei dipendente da questa piattaforma, che può importi sconti o altro;
  5. I clienti, soprattutto appartenenti a paesi come USA e del nord Europa si sono ormai abituati ad un certo tipo di approccio, con tempi di consegna ridotti, magari con possibilità di tracciare il percorso del prodotto mentre è in consegna; i clienti fanno confronti e esprimono il proprio parere sui prodotti o servizi attraverso i social media (ricordiamo il caso “storico” di Dave Carrol con la United Airlines attraverso la sua canzone di protesta);
  6. L’uso di strumenti apparentemente semplici per ottenere servizi o informazioni nella propria vita personale stimola le persone a richiedere strumenti analoghi anche sul proprio posto di lavoro, provocando spesso contrasti con chi governa e fa funzionare i sistemi informatici interni alle aziende.

[sf_iconbox image=”ss-star” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Cogliere i vantaggi è indispensabile

Cavalcare proficuamente il processo di trasformazione digitale è necessario per la stessa sopravvivenza di aziende ed organizzazioni. L’azienda infatti esiste in un mondo “digitalizzato” e per operare ai ritmi imposti dal nuovo ambiente deve incorporare certi meccanismi al proprio interno. Troppo spesso però nel corso degli anni si è ritenuto che bastasse l’inserimento degli strumenti tecnologici, magari corredati da brevissimi corsi di formazione, per produrre i risultati di efficienza, efficacia, risparmio (e in tempi più recenti) agilità e velocità di reazione, snellezza e semplificazione che venditori più o meno abili avevano prospettato. In altri contesti si è ritenuto necessario “adattare l’azienda allo strumento informatico integrato” acquisito, con risultati di ingessamento ed irrigidimento del modo di funzionare dell’azienda stessa e, spesso, conseguente rallentamento di tutti i meccanismi amministrativi.

[bctt tweet=” Troppo spesso nel corso degli anni si è ritenuto che bastasse l’inserimento degli strumenti tecnologici, magari corredati da brevissimi corsi di formazione, per produrre i risultati di efficienza, efficacia e risparmio.” username=”MapsGroup”]

L’inserimento degli strumenti deve avere un approccio sistemico, partire con un ripensamento del modo di operare, evitando gli errori di semplice “meccanizzazione” delle funzioni con l’inserimento delle nuove tecnologie compiuti nel passato.

A titolo di esempio, mi ricordo una storia, raccontatami da un dirigente d’azienda degli anni’80, la cui segretaria, abituata alla macchina da scrivere, dopo avere ricevuto il PC (“che bello, ora posso correggere il testo prima di stamparlo”) nel giro di poco tempo ne provocò il blocco avendo riempito il disco fisso con i file di tutti i documenti realizzati con il sistema di videoscrittura installato.

Io stesso, negli anni’90, ottenni plauso e meraviglia in un ente pubblico per l’idea di scrivere i verbali delle riunioni e dei consigli di amministrazione col PC (che avevano in dotazione) in luogo della macchina da scrivere e realizzare i file con i modelli adattabili della maggior parte dei documenti. Questo cambiamento consentì un ampio risparmio di tempo e carta all’ente stesso, ed ebbe successo anche perché in quel periodo entrarono due nuove persone giovani nel reparto amministrativo.

Nel momento presente possiamo pensare cosa significa per un’azienda la dematerializzazione documentale e la digitalizzazione delle pratiche amministrative. Non soltanto la fattura elettronica, ma tutti i documenti necessari per le funzioni amministrative e dirigenziali diventano elettronici. La ricerca delle informazioni, anche da luoghi remoti rispetto alla sede amministrativa, diviene molto più rapida. Il passaggio di un documento tra i vari uffici diventa più rapido e con un tasso di errori inferiore.

Le stampe vengono ridotte, con conseguente riduzione delle spese di carta, toner e stampanti… Oppure pensiamo a cosa vuol dire effettuare il carico e lo scarico da un magazzino attraverso strumenti come i lettori di codici a barre o qr-code in luogo dell’azione di un operatore su un terminale.

La trasformazione, per avere successo, deve quindi coinvolgere le persone, con le loro competenze e modi di operare, le procedure e i regolamenti aziendali, e prima ancora deve avere un obiettivo chiaro e essere suddivisa in obiettivi parziali raggiungibili in tempi utili senza impattare troppo, nel transitorio, sulla produttività. Quindi deve essere tagliata in modo specifico, se necessario “sartoriale” sulle necessità ed obiettivi e sulle situazioni di partenza della specifica azienda.

E questa necessità ne crea un’altra: conoscere in modo sufficiente l’azienda, ovvero partire da modelli delle organizzazioni più adatti alle trasformazioni digitali e quindi, in molti casi, creare questi nuovi modelli.

Questo sarà il tema dei prossimi articoli.


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Progetto LISI: la collaborazione tra Maps e Università di Parma.

LISI è il nome del progetto ideato dall’Unione Parmense degli Industriali, che ha preso forma con la collaborazione tra le aziende aderenti del territorio (circa 40) e l’Università di Parma.

Le aziende coinvolte, tra le quali figura anche MAPS, forniranno importanti contributi alla sostenibilità dell’iniziativa, non solo in forma economica. Esse saranno infatti chiamate principalmente a svolgere un ruolo attivo nella programmazione e nel coordinamento di parte dei seminari previsti, ed alla loro erogazione tramite l’impiego di personale interno.

Per Maps è stato scelto Fabio Strozzi, Senior Software Developer con esperienza nella progettazione e sviluppo di applicazioni web che, nei giorni 3, 8 e 10 maggio, ha tenuto due seminari presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Parma dal titolo: ‘Evoluzione delle architetture a servizi in ambienti Enterprise’ e ‘Programmazione ad Attori’.

I seminari erano rivolti a studenti del secondo anno di Laurea Triennale in Ingegneria dei Sistemi Informativi che sosterranno l’esame in ‘Tecniche di sviluppo software in ambito industriale’, tenuto dal prof. Francesco Zanichelli.
Racconta Fabio Strozzi:

Nel primo seminario ho parlato dell’evoluzione che hanno subito le architetture dei software in ambiente enterprise passando, negli anni 90′ del secolo scorso, da architetture monolitiche ad architetture a servizi. L’evoluzione si è poi spinta oltre per dare risposte migliori ad alcune necessità delle quali, da sempre, dobbiamo tenere conto, ossia che sono necessari moduli più disaccoppiati (in inglese si dice che vogliamo moduli ‘loosly coupled’), più coesi, più robusti ai guasti e più resilienti, e come sia necessario garantire le migliori tempistiche nella risposta agli utenti.

Proprio questo tipo di esigenze ha spinto le architetture a servizi fino alla definizione delle architetture a micro-servizi.

Agli studenti, Fabio Strozzi ha presentato come caso d’uso le prestazioni della suite Clinika (tra i quali Qbox e VAP) e l’evoluzione che questi hanno subito negli anni scorsi verso una architettura a micro-servizi.
Nel secondo seminario, con prova pratica annessa, è stato discusso il modello della ‘Programmazione ad Attori’, dove per attori si intende un paradigma di programmazione concorrente sviluppato negli anni 60’ del secolo scorso, e poi tornato alla ribalta negli anni 2000 con Scala e Akka.
Il nome Scala deriva da ‘Scalable Language’, ossia linguaggio scalabile dove, per scalabilità si intende la possibilità di creare nuove parti del linguaggio o modificare quelle preesistenti per poterlo adattare alle proprie necessità.
Si tratta quindi di un linguaggio capace di adattarsi bene a una varietà di situazioni che, oggi, riguardano i linguaggi di programmazione: Scala può dunque essere usato come un linguaggio di scripting o come un linguaggio per sviluppare applicazioni complesse.
Akka è invece un framework che permette, in maniera semplice e intuitiva, di modellare una applicazione ad Attori. Contraddistinto da un linguaggio multi-paradigma, permette di scrivere un codice molto più coinciso ed è tuttora oggetto di fervente sviluppo.
Akka rappresenta dunque il primo framework completo, affidabile, scalabile e open source usabile anche in applicazioni ‘normali’ e in ambienti informatici tra loro diversi.
Come ricorda Fabio Strozzi:

Gli obiettivi del modello di ‘Programmazione ad Attori’ sono semplificare lo sviluppo di applicazioni concorrenti che siano in grado di macinare numerosi eventi asincroni nel tempo. Come casi d’uso ho presentato i prodotti ‘Clinika Studio’ e ‘Smart Arbitrage’, che sono proprio basati su tale modello.

Agli studenti ho poi fornito del codice da provare e li ho aiutati nel farlo funzionare sui loro portatili.

Perché competenze specifiche, in ambito teorico e pratico, debbono necessariamente interagire tra loro per sviluppare poi le migliori soluzioni.
Conclude Fabio Strozzi:

Complessivamente è stata una bella esperienza e ho ricevuto feedback positivi da molti studenti. Inoltre, quasi tutti quelli che hanno assistito ai primi due seminari teorici hanno poi preso parte anche alla sessione pratica di sviluppo.

Approda così anche in ambito universitario la rotta del cammino aziendale Maps: studio e aggiornamento continui in modo che competenze specifiche di settore si traducano in strumenti innovativi, condivisi e condivisibili, al passo con la contemporaneità.

 


Credits Immagini:
Immagine di copertina da 1234rf. ID 82427415; Photo by Monsit Jangariyawong
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Innovazione, energia e co-produzione di valore: ne parliamo con la professoressa Paola Girdinio.

Proseguiamo il nostro ciclo di interviste a cura di Natalia Robusti con una protagonista d’eccezione, la professoressa Paola Girdinio.

Consigliere d’Amministrazione ENEL
, Fondazione Costa Crociere, è anche Presidente dell’Osservatorio Nazionale per la Cyber Security, Resilienza e Business Continuity dei Sistemi Elettrici, nonché del Centro di Competenza per la Sicurezza e l’Ottimizzazione delle Infrastrutture Strategiche 4.0.

Membro del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulla Sicurezza di Eurispes
Professore ordinario di Elettrotecnica presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi di Genova, è stata selezionata nella 2018 European awards short list BCI.
Per il suo impegno in ambito accademico e professionale è stata infine inserita nell’albo degli esperti in innovazione tecnologica istituito dal Ministero dello Sviluppo Economico.

Approfittando delle sue competenze ed esperienze,
di così alto profilo, le abbiamo chiesto il suo punto di vista su temi preminenti, come lo stato dell’arte nel nostro paese in merito alla digitalizzazione e alle pratiche di co-generazione di valore, passando attraverso istituzioni quali l’Università in ambiti produttivi quali l’energia, l’ambiente e l’innovazione.

Buona lettura.

 

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La prima domanda è di tipo personale: cosa l’ha spinta all’inizio della sua carriera verso i temi di cui si occupa, che risultano oggi strategici e decisivi in tema sia ambientale che di sviluppo?

In realtà – all’inizio della mia carriera (purtroppo nel lontano 1980 🙂 – mi occupavo di progettazione assistita al calcolatore di dispositivi elettromagnetici.
Si trattava comunque di un argomento, ai tempi, di grande attualità. All’epoca, infatti, progettare dispositivi con software dedicato rappresentava la frontiera della ricerca.
Ho quindi avuto la fortuna di iniziare la mia carriera universitaria con persone capaci di grandi visioni che mi hanno insegnato a guardare oltre il confine.
Questo mi ha consentito, tra l’altro, di sviluppare una sorta di sesto senso che mi ha permesso di vedere in anticipo ciò che sarebbe diventato, più avanti nel tempo, di grande attualità.
Ma il punto di partenza per tutto il mio operato, io credo, è il fatto che amo sia il mio lavoro che lo studio, e che – soprattutto – mi piace cercare di capire tutto ciò che mi circonda.
Nel 2008, dunque, quando ero Preside della Facoltà di ingegneria di Genova, ho pensato assieme al Professor Federico Delfino di realizzare il primo Campus Universitario che potesse diventare un laboratorio applicativo per testare tecnologie di avanguardia connesse alla generazione distribuita.
A partire da questa felice idea abbiamo così sviluppato il primo Campus Universitario dotato di una Polygeneration Microgrid a cui è connesso un edificio prosumer, ovvero un edificio che produce e consuma energia. E i risultati sono stati sono molto positivi: attualmente siamo il modello di riferimento per importanti Università in Polonia e a Singapore.

Intanto congratulazioni: non sono risultati da poco. E poi una domanda, diciamo così, contestuale, riguardante il suo territorio di appartenenza.
La vocazione all’interscambio che vede protagonista da sempre la sua regione – che, lo ricordiamo, è la Liguria – che valore aggiunto le ha portato in dote (se così è stato) durante il suo percorso sia formativo che professionale?

Il mio territorio di appartenenza, la Liguria appunto, è una terra complessa che si presta ad essere amata intensamente, ma che presenta alcune obiettive criticità.
Sicuramente la vocazione all’interscambio le è propria, in quanto regione, abitata (e attraversata) sia da commercianti che da marinai, in senso sia concreto che simbolico. Ma, al tempo stesso, questa è una terra che a volte si chiude su stessa, con tutto ciò che ne consegue.
Dovessi quindi indicare un valore aggiunto che i miei natali mi hanno messo a disposizione potrebbe essere proprio questo: la determinazione a non arrendermi mai, nemmeno di fronte a difficoltà che a volte sono all’apparenza insormontabili.
Questa è la “lezione” – rimanendo in ambito didattico – che mi ha portato in dote la mia terra.

Grazie anche in questo caso per la sua franchezza!
Veniamo ora a questioni di attualità: l’innovazione tecnologica sembra portare con sé un potenziale di interoperabilità che è difficile da innescare, ma che è altrettanto promettente una volta messo a sistema. Come sono disposte le nuove generazioni rispetto a questo tema?

L’innovazione tecnologiche porta sicuramente con sé un altissimo potenziale di interoperabilità.
La difficoltà a innescarla, tuttavia, non credo che dipenda da come le nuove generazioni approcciano il tema, ma piuttosto dal fatto che l’attuale classe dirigente non ha ancora la reale contezza della straordinaria trasformazione culturale che stiamo vivendo.
Questo si traduce in una serie di sottovalutazioni – sia strategiche che operative – che rendono questo processo più lento e difficoltoso di quanto potrebbe invece essere, pur nella complessità del contesto.

Parliamo invece a livello istituzionale. In termini di digitalizzazione e co-generazione di valore, con che sguardo approcciano il tema della condivisione della conoscenza le Istituzioni che lei amministra o con cui si confronta quotidianamente?

Anche in questo caso ci riallacciamo alla domanda di prima.
Nonostante il loro indubbio potenziale, né la Scuola né l’Università – a mio parere – hanno ancora la necessaria e completa consapevolezza che i modelli didattici debbono essere cambiati in maniera sostanziale, per adattarsi alle nuove istanze e alle possibilità emergenti.
Non parlo ovviamente degli aspetti riferiti alla cultura di base, che valuto indispensabile per attrezzare gli studenti e le persone in genere della necessaria apertura mentale che occorre per affrontare processi di apprendimento complessi. Mi riferisco piuttosto agli aspetti più specifici della didattica, che dovrebbe (e dovrà) evolversi verso sistemi più di interscambio piuttosto che chiusi e stratificati. Questo, per essere all’altezza di modelli e pratiche che saranno sempre più digitali.
In sintesi: il concetto di sistema chiuso non esiste più, e di questo occorrerà tenerne conto anche nell’ambito cruciale dell’Istruzione e della Formazione.

Entriamo ora in ambiti più specifici riguardo l’energia, l’ambiente e la produttività: verso quali orizzonti si sono evolute negli ultimi anni le organizzazioni di cui lei fa parte e/o presiede?

Io ritengo di essere una donna molto fortunata: far parte in questo momento storico del CDA di ENEL è infatti un’esperienza fantastica.
L’azienda – che l’anno scorso è stata premiata come quella che più ha innovato al mondo – ha infatti colto e massimizzato le opportunità legate alla transizione energetica, e lo ha fatto grazie alle sinergie generate da un modello di business integrato e grazie a una forte spinta all’innovazione.
Questo si è realizzato sia attraverso la decarbonizzazione del mix di generazione – con un’offerta di servizi di flessibilità, progettati e messi in opera in un’ottica di digitalizzazione ed economia circolare – sia attraverso la digitalizzazione delle infrastrutture (con un notevole aumento dei fattori di resilienza) e lo sviluppo di un nuovo, innovativo ruolo di distributore, in grado di abilitare a sua volta nuovi modelli di business a piattaforma.

A partire da tali opportunità e possibilità di innovazione, crede che le nuove urgenze ambientali, economiche e infrastrutturali possano velocizzare i processi di innovazione – in primo luogo culturale – che la nostra classe dirigente deve adottare a tutti i livelli?

Sì, ne sono assolutamente convinta. E porto ad esempio quanto fatto a Genova, dove è stato costituito il Centro di Competenza sulla Sicurezza e l’Ottimizzazione delle Infrastrutture Strategiche 4.0 (START 4.).
Compiti del Centro, non a caso, sono la formazione, l’orientamento e l’attuazione di progetti di innovazione, ricerca industriale e sviluppo sperimentale nell’ambito della digitalizzazione che riguardano cinque infrastrutture critiche, ovvero quelle inerenti a: energia, trasporti, sistemi idrici, porto e industria 4.0.
Il Centro – che è un partenariato pubblico-privato costituito da tredici Grandi Imprese, venti PMI e quattro Enti pubblici, con a capofila il Consiglio Nazionale delle Ricerche – si sviluppa come strumento strategico di supporto alle imprese per affrontare le sfide che la quarta rivoluzione industriale pone. Il tutto in una sinergia realmente virtuosa tra soggetti locali, nazionali e internazionali.

La ringrazio molto. Ci sta dando informazioni davvero interessanti! Le pongo un’ultima domanda che non potevo non farle. Pensa che il fatto di essere una donna di una chance in più in termini di capacità di raccordare aree e competenze ad alto livello tecnico e intellettivo con altre più empatiche e relazionali? O si tratta invece di leggende, marittime o metropolitane che siano?

Dando per assodate le competenze tecniche che sono richieste nei vari settori professionali, è indubitabile che le donne dimostrano attitudini molto spiccate in termini di soft skill.
In particolare, i Responsabili delle Risorse Umane sottolineano come, rispetto ai colleghi maschi, noi donne siamo più inclini al problem solving (75%), al multitasking (62,5%), alla gestione dei rapporti interpersonali e al team working (45,8%). Il 41,7%, inoltre, riconosce alle donne anche maggiore creatività e propensione all’innovazione…
Tutti numeri che confermano quanto abbiamo premesso. 🙂

***

Grazie mille professoressa. Sia per l’esaustività delle sue considerazione che per la franchezza delle sue risposte. È stato un piacere e un onore averla tra le nostri “firme”, e confidiamo che ci saranno altre occasioni per incontrarla. Per ora le auguriamo buon lavoro per ciascuno degli importanti ruoli che la vedono protagonista!

 


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[/sf_iconbox]About Paola Girdinio

Professoressa Paola GirdinioLa professoressa Paola Girdinio è Consigliere d’Amministrazione ENEL, Fondazione Costa Crociere.
Precedentemente ha ricoperto il medesimo ruolo presso Ansaldo STS, Banca Carige, Ansaldo Energia, D’Appolonia (Gruppo RINA) e l’Ateneo di Genova.
È inoltre Presidente dell’Osservatorio Nazionale per la Cyber Security, Resilienza e Business Continuity dei Sistemi Elettrici, e del Centro di Competenza per la Sicurezza e l’Ottimizzazione delle Infrastrutture Strategiche 4.0, membro del comitato scientifico dell’Osservatorio sulla Sicurezza di Eurispes ed è stata selezionata nella 2018 European awards short list BCI.

È Professore ordinario di Elettrotecnica presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi di Genova, è stata Preside nella Facoltà di Ingegneria per 4 anni. Per il suo impegno in ambito accademico e professionale è stata inserita nell’albo degli esperti in innovazione tecnologica istituito dal Ministero dello Sviluppo Economico.


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Dai Big Data alla condivisione della conoscenza. Intervista a Maurizio Pontremoli

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Dalla conoscenza dei Dati alla loro condivisione passando da Calvino: è online “6memes”, il nuovo blog di Maps Group.

Big Data, Open Data e Relevant Data declinati in maniera trasversale su temi non solo tecnici ed economici, ma anche sociali e culturali: è da poco online “6memes”, il nuovo blog di Maps Group. In proposito, Natalia Robusti ha intervistato Maurizio Pontremoli, amministratore del gruppo, per dare voce ad alcune curiosità riguardanti sia la nuova pubblicazione che le tematiche che interpreta in maniera originale e innovativa.
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Innanzitutto il titolo del blog, un po’ ermetico: da dove deriva e cosa vuole significare?
“6memes” prende ispirazione da un’affinità stringente con le sei parole-chiave culturali che Calvino aveva già individuato nel 1985 e alle quali ha dedicato le sue ‘Lezioni americane’: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, coerenza (quest’ultima in realtà incompiuta).
Ognuna di esse può essere utilizzata come punto di vista e riferimento per identificare o analizzare quelli che sono definiti i Big Data, la materia prima, diciamo così, del nostro lavoro.italo_six_memos_cover Dal titolo inglese dell’opera, “Six Memos for the Next Millennium”, abbiamo creato il gioco di parole “Six Memes for Our Millenium”, abbreviato in “6memes”, che rappresenta innanzitutto il nostro omaggio a un autore italiano ammirato universalmente.
Consapevoli dell’azzardo al quale in parte ci esponiamo, cercheremo in questo blog di evidenziare e approfondire le intersezioni tra varie forme di sapere, guidati e – perché no – divertiti dai temi individuati da Calvino, cercando di rendere più leggeri da un lato e più visibili dall’altro quelli che sono il cuore della nostra attività: i dati extralarge.
Questo ci conduce alla seconda domanda: il pay-off del gruppo, Sharing  Knowledge, è esaustivo rispetto all’intenzione appena chiarita. Come si coniuga però questa vocazione alla condivisione con le necessità di business di ogni impresa che opera sul mercato, compresa la vostra?
I due aspetti sono assolutamente conciliabili, anzi ancor meglio complementari, costituendo un percorso circolare virtuoso.
Non c’è innovazione senza condivisione della conoscenza e, allo stesso modo, non c’è business sostenibile nel tempo senza innovazione e scambio continuo.
Nel nostro settore questo paradigma vale ancora di più. Il punto di vista espresso nel pay-off del nostro marchio non rappresenta quindi un puro valore culturale e ideale, ma possiede una sua valenza concreta.
Ogni giorno trattiamo dati complessi, che sono per loro natura il risultato di molteplici interazioni che si stratificano in differenti unità di spazio e di tempo. Essi stessi, in sintesi, sono condivisione di informazioni e dunque terreno di coltura ideale per essere trasformati in ulteriori forme di conoscenza.
Così resta un po’ troppo vago. Non riesce a farci esempi più concreti?
Ci provo volentieri. Ciascuno è abituato, nel suo quotidiano, allo scambio di dati di ogni genere, in tempo reale e in modo quasi automatico, cosi che tali azioni ci sono tanto familiari da non avere niente di straordinario.
E attenti come siamo solo all’informazione scambiata in quel momento, trascuriamo sia la valenza che è alla base stessa di tale scambio, ovvero il motivo per cui questo è avvenuto, che le sue conseguenze, che possono produrre livelli di complessità informativa anche per altri destinatari, aggiungendo significato a ogni ulteriore passaggio di conoscenza.
In concreto, basta pensare al settore della sanità, in cui in ogni istante scorrono flussi di dati la cui unità di misura è nell’ordine di Terabyte al giorno.
Si tratta di nomi, cognomi e indirizzi, date di ingresso e uscita dalle strutture sanitarie, ma anche di patologie individuate, di medicinali prescritti e somministrati, di guarigioni effettuate o meno in base alla diagnosi.
Il tutto raccolto ed espresso in una mole indistinta di dati all’apparenza insignificante, o per lo meno prive di un immediato valore tangibile.
Ecco che questi stessi dati, estratti ed elaborati da mani esperte, capaci di individuarne il potenziale significativo secondo precisi parametri, si possono trasformare in studi clinici sulle varie malattie, indicatori di buone performance di cura o rivelare nodi cruciali di inefficienza. Il tutto traducibile in breve tempo in un valore non solo di conoscenza, ma anche di business, che in questo caso è l’ottimizzazione delle risorse investite in ambito sanitario in base ai risultati ottenuti.
Quindi l’attività di scambiarsi informazioni possiede virtù in sé? Se sì, quali?
Quando mi fanno questa domanda ho una risposta in tasca che mi piace spendere: il filosofo americano Fred Dretske definisce la conoscenza come “informazione disponibile per l’azione”, implicando in essa un duplice significato: conoscere è indubbiamente utile per prendere decisioni valide, ma è il destinatario dell’informazione stessa che stabilisce ciò che è importante valutare o trascurare, modulandolo rispetto ai propri obiettivi.
In questo modo attribuisce un valore aggiunto all’informazione iniziale, e così via.
Tra i sistemi informativi che si occupano di trattare la conoscenza, quelli che operano in ambiti dove più soggetti cooperano tra loro condividendo le proprie informazioni si confermano indubbiamente oggi, e non a caso, i più interessanti e promettenti.
In questa ottica, ci può fare qualche esempio di sistemi o modelli che contestualizzano le informazioni in base al destinatario e che usiamo magari tutti i giorni, senza scomodare i massimi sistemi?
Il servizio di Gmail è senz’altro esemplare. Il destinatario dei messaggi può stabilire cosa deve essere recapitato nei ‘Principali’ e cosa in ‘Social’ o ‘Promozioni’, mentre in mancanza di sue particolari indicazioni ci pensa l’algoritmo super segreto di Google a gestire il tutto. In questo senso, bisogna dare atto a Google di aver modellizzato e applicato egregiamente il concetto di livello di importanza di una mail, assicurandoci un servizio che ci semplifica la vita nel decidere cosa merita la nostra attenzione, o almeno con quale priorità.
Non meno utile e interessante è il sistema che governa la musica in streaming come il canale musicale Pandora, guidato dall’ascoltatore stesso mediante i suoi ‘mi piace’ e ‘non mi piace’ che istruiscono un algoritmo nel selezionare brani sempre più in linea con i suoi gusti musicali.
Esattamente la possibilità di intervenire sulla proposta musicale, personalizzata man mano dal fruitore e affiancata da un potente motore che identifica i gusti musicali, ha decretato il pieno successo di questa piattaforma di streaming. E potrei dire lo stesso per molti altri prodotti o piattaforme che ciascuno di noi utilizza ogni giorno.
In sintesi, quindi, la conoscenza condivisa si perfeziona e si potenzia in funzione di chi raggiunge e coinvolge, e quindi si “evolve”?
Io credo di sì. La vera conoscenza, quella adeguata ai contesti dei suoi possibili e diversi destinatari, si esprime pienamente quando il sistema informativo che la condivide è in grado di selezionare le informazioni utili e separarle da quelle ridondanti, in maniera da restituire all’utente una reale possibilità di scelta in base alle proprie priorità.
Questo almeno è il nostro approccio, finalizzato come dicevamo prima alla produzione concreta di beni e prodotti utili in termine di valore e usabilità. Certo il discorso della condivisione della conoscenza è solo un aspetto di tutta la filiera  di analisi e produzione di servizi di questo tipo, ed è quello che il più delle volte dà il via ai processi di selezione dei Big Data.
Il nostro blog vuole servire esattamente a questo: a condividere con gli altri – anche i non addetti ai lavori – il mondo dei Dati che ogni giorno raccogliamo, analizziamo e trasformiamo, e, con essi, tutte le idee e le suggestioni, le analisi e i riferimenti che incontriamo durante questa attività.
Nel farlo, misureremo a nostra volta noi stessi, sulla base degli obiettivi che ci siamo posti e i risultati che abbiamo raggiunto o meno. Il nostro viaggio all’interno di 6Memes è del resto appena iniziato. Ci ritroviamo magari tra un anno, a tracciare un bilancio, come si dice, a consuntivo. E i Dati certo non ci mancheranno.
Alla prossima primavera, allora. E buon lavoro! (Natalia Robusti)

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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

Il Mondo dei Dati ha un nuovo esploratore: MEMEnto6, la newsletter del Blog 6MEMES.

[dropcap3]D[/dropcap3]al momento della sua nascita, nel 2015, ad oggi, il blog 6MEMES ha percorso un lungo cammino durante il quale non ha mai smesso di guardarsi attorno, attingendo dall’attualità e dai cambiamenti dettati dal multiforme mondo dei Dati.
Quelli con la “D” maiuscola (dunque codici, numeri e algoritmi), per intenderci! Perché i DATI non sono soltanto numeri, ma rappresentano le PAROLE ancora da venire.
Il tutto raccontato da autori competenti – veri e propri cultori delle materie trattate –  capaci di condividerne gli orizzonti di senso attraverso un linguaggio comprensibile e coinvolgente, espressione di un sempre più auspicato dialogo tra l’Innovazione tecnologica e la Cultura umanistica.
Universi, questi, che sempre più si mostrano solo all’apparenza distanti e che il Blog 6MEMES, da sempre, cerca di fare incontrare tra le sue pagine. 

Il tutto grazie anche al nutrimento culturale proveniente dai six memos del genio Italo Calvino contenuti nel memorabile capolavoro che è Lezioni Americane, di cui citiamo un passaggio più che esemplare:
 

«Chi è ciascuno di noi se non una combinatoria di esperienze, di informazioni, di letture, di immaginazioni?

Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili»

(Lezioni americane, 1988)

 


 
E visto che il mondo cambia velocemente – e le informazioni di valore non sono mai abbastanza – 6MEMES ha scelto un compagno di viaggio per proseguire la sua avventura e affrontare le nuove sfide: il suo nome è MEMEnto6.
Di cosa si tratta? Della nuova Newsletter del blog 6MEMES!
Discreta, dal design grafico pulito ed elegante, la pubblicazione in forma di mail raggiungerà i suoi lettori con una cadenza trimestrale, offrendo interessanti spunti e argomenti di conversazione.
Oltre alla rassegna degli articoli del blog più premiati dal pubblico -e i consigli su libri e film da non perdere (direttamente ispirati a uno dei memos, ogni volta diverso, di Calvino) – gli iscritti a MEMEnto6 potranno infatti scoprivi contenuti esclusivi, come  infografiche e approfondimenti, rubriche e casi di studio
 

Ecco, nel dettaglio, cosa si potrà leggere nel primo numero di MEMEnto6:

 
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]MEMEnto TOP: gli articoli di 6MEMES più apprezzati dal popolo dei social;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]6MEMES TREND: conversazioni su Big Data, Healtcare e condivisione di conoscenza;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]BUSSOLA di MEMEnto6: consigli di lettura e… ‘visione’ dedicati ai six memos;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]EXTRA MEME… ossia il ‘cadeau’ di MEMEnto6 ai suoi iscritti, che in questo numero sarà un glossario dei tempi nostri, con le parole più usate del fantastico mondo di Dati.

Conviene, allora, iscriversi a MEMEnto6? Certo! Perché la semplicità guarda vicino, ma la complessità punta lontano. Come 6MEMES e MEMEnto6, del resto!

 
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CREDITS:
Ritratto di Italo Calvino dalla penna di Gerardo Lunatici.