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Data Driven Medicina & Narrazione Sharing Knowledge

Dica 33… come ti “disegno" l'influenza!

[dropcap3]E[/dropcap3]sistono parole in grado di evocare nel tempo, con effetto più o meno dirompente, scenari se non apocalittici perlomeno inquietanti. Così accade per il termine “influenza”, sia nel suo significato afferente all’area semantica della malattia sia in quello relativo al possibile senso di condizionamento che la parola porta con sè, declinazioni che sono entrambe in grado di evocare un elevato quanto sottinteso potenziale di “contagio” e “diffusione”.
E se nell’antichità varie tipologie di influenza (intese nel loro più ampio spettro virologico) e di malattie sono state protagoniste di eccidi e vere e proprie pulizie etniche, come la peste nera nel Trecento o l’influenza spagnola di inizio secolo, per citarne solo alcune, le malattie di ritorno, che nuove condizioni di vita ai limiti della sopravvivenza riportano letteralmente in vita, interessano oggi anche noi.
I contatti fra le varie parti del mondo, resi più facili dai processi della globalizzazione, richiamano infatti di nuovo l’attenzione su malattie come tubercolosi, colera, tifo e malaria. Ma si riverberano anche in nuove tendenze sociali (ad esempio in un differente atteggiamento verso i vaccini, più sospettoso, in grado poi di comportare un incremento di “vecchie” malattie, quali ad esempio il morbillo e la meningite.
Senza contare i vari allarmi – più o meno fondati in quanto a effettiva diffusione planetaria – che a mesi alterni i media annunciano a piena voce, con malattie dai nomi sempre più “marcati” anche dal punto di vista comunicativo, come Ebola, che ha causato migliaia di morti in Africa, e il virus Zika che va diffondendosi in tutto il mondo causando in Sud America un’emergenza sanitaria, come si può vedere in questa cartina.
D’altra parte, come abbiamo già dato conto in questo articolo, la malattia è un fatto sociale in sé, con il suo carico da novanta non solo in termini fisici, ma anche culturali, che ci ricorda – se per caso ce ne fosse bisogno – della caducità non solo di noi esseri viventi in quanto singoli, ma anche e forse soprattutto delle nostre organizzazioni sociali che, come ogni entità complessa, si rivelano molto fragili una volta che ne venga minato qualche “mattoncino” di base.
Con un impatto molto meno catastrofico, ma crediamo interessante, 6memes ha voluto metterci del suo, attivando dal mese di novembre 2015 un monitoraggio su Twitter sull’influenza, quella nostrana, di casa nostra, portatrice di sintomi fastidiosi, a volte anche complicati in caso di forme particolarmente virulente od organismi ospiti debilitati. Ne abbiamo seguito il diffondersi non solo nelle case degli italiani, ma anche nelle loro conversazioni che, come visibile nella cartina dinamica qui sotto, si contagiano e condizionano a vicenda parlando di gradi di febbre, sintomi delle vie aeree o gastrontestinali, cure drastiche o fai da te. Con un avviso: guardate la cartina d’Italia: vedrete il “virus” muoversi come uno sciame d’api! All’occorrenza, dunque, fuggite! O almeno tappatevi in casa…

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monitoraggio-influenza
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CARATTERISTICHE DEL MONITORAGGIO

Temi oggetto del monitoraggio: bronchite, febbre, mal di gola, influenza.
Periodo: dal 1/11/15 al 22/3/16.
Lingua: italiano.
Fonti: Twitter.
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Big Data & C. Data Mining Un Big Data al giorno

Dati e post in viaggio: chi arriva e chi parte… ma verso dove?

[dropcap3]L[/dropcap3]a metafora del viaggio è ricorrente proprio perché intrinseca alla nostra natura primordiale di ex-nomadi alla ricerca di condizioni favorevoli in cui vivere. E tuttavia anche oggi, anche se abbiamo ormai colonizzato l’intero pianeta, non per questo viaggiamo di meno.
Solo che lo facciamo anche in altri modi, oltre che fisicamente: su assi temporali che convergono, ad esempio, e, a volte, anche in più posti contemporaneamente, rasentando l’ubiquità.  Come? Attraverso le recenti tecnologie sia mobile che social che, affiancate alle pratiche del viaggio tradizionale, si arricchiscono vicendevolmente di nuove possibilità ed esperienze “itineranti”.
Ma quali sono allora i temi culturali e turistici più frequentati dalle conversazioni in rete, in special modo sulle piattaforme di Facebook e Twitter? Per scoprirlo abbiamo deciso di dare il via a un piccolo esperimento, attivando – grazie al nostro tool Webdistilled un monitoraggio che rende conto di quali sono i topic più frequentati, facendo una sorta di “gara” tra Regioni e luoghi culturali di destinazione, che abbiamo suddiviso secondo varie tipologie.
L’intervallo temporale che abbiamo analizzato è quello dei primi due mesi dell’anno, un periodo di bassa stagione, dunque, i cui risultati non mancheremo di confrontare più avanti nel tempo, con quelli che raccoglieremo e analizzeremo al termine dell’estate, per vedere come incideranno le vacanze sulle conversazioni turistiche degli italiani.
Per ora accontentiamoci dei primi mesi dell’anno e vediamo qualche “meta” in forma di numero, o meglio, di grafico.

Grafico Turismo Italia
Clicca per ingrandire l’immagine. 104.383 clip raccolte.

Nell’istogramma sopra illustrato possiamo già trarre alcune conclusioni di tipo quantitativo. Intanto che le cinque regioni “Regine” d’Italia per citazioni sono nell’ordine, come immaginabile, il Lazio, la Lombardia, la Toscana, l’Emilia Romagna e il Veneto.
Possiamo ben vedere inoltre che, tra i due social analizzati, quando si parla di mete e destinazioni turistiche è Twitter a farla da padrone, e alla grande, con la maggior parte delle clip raccolte.
Meno prevedibile è invece la classifica dei temi culturali maggiormente “frequentati” in rete, in ordine di gradimento.
Ai primi posti troviamo le Piazze, con i Musei e i Teatri, dimostrando una volta ancora l‘appeal delle Città d’Arte, seguite a ruota dalle Fiere e dalle Sagre, come a sottolineare che gli italiani sono sempre i soliti;-). Al quarto, onorevole posto, troviamo le Torri e i Castelli che, nella cattolica Italia, battono seppur di poco le Chiese e i Santuari. Capita poi che – attenzione attenzione – il numero di post e di tweet sul tema Archivi e le Biblioteche sia maggiore di quelli sulla Musica e i Concerti. E questo è sorprendente.

Incuriositi da questi dati abbiamo provato a confrontare tra loro le prime due regioni in classifica, il Lazio e la Lombardia, con l’Emilia Romagna (per puro spirito campanilistico, scrivendo noi dalla città di Parma) per vedere di nascosto l’effetto che fa.
I risultati fanno sorridere, per quanto prevedibilmente sorprendenti. Se infatti la Lombardia si allinea nella propria classifica conversazionale quasi perfettamente al resto della media italiana, l’Emilia Romagna ha, al primo posto, i post e i tweet  riguardanti Fiere e Sagre (e ti pareva!).
grafico lombardia
Clicca sull’immagine per ingrandire il grafico.

Grafico emilia romagna
Clicca sull’immagine per ingrandire il grafico.

Il tutto mentre il Lazio – galeotta fu Roma capitale – risulta la prima della classe in tema culturale, mettendo al primo posto sì le Piazze, ma mostrando un picco sorprendente di conversazioni sul tema Archivi e Biblioteche. Chi l’avrebbe mai detto?
Ah, un’ultima curiosità. Spulciando tra i vari post e tweet una cosa ci ha colpito: la classica foto con la torre di Pisa sorretta dal modello di turno è uno dei topic più divertenti e frequentati. L’Italia che si fa i selfie, insomma è proprio così come sembra: ghiotta, colta e un po’ svagata.
Grafico Lazio
Clicca sull’immagine per ingrandire il grafico.


CARATTERISTICHE DEL MONITORAGGIO

Monitoraggio riguardante: le principali città d’arte nelle regioni italiane.
Periodo: dal 26/06/2015 fino ad oggi.
Lingua: italiana.
Fonti: Weblog, Q&A, Social Network, Forum e Review.

Numero clip: le clips considerate sono state oltre 104.383.

TEMI ANALIZZATI

Offerta turistica: sono state individuate le tipologie di prodotto turistico individuate nei settori:
– Archeologia.
– Archivi e Biblioteche.
– Chiese e Santuari.
– Musei e Teatri.
– Palazzi storici.
– Torri e Castelli.
– Concerti.
– Fiere e Sagre.
Gli argomenti di conversazione sono stati classificati in:
– Ambiente e territorio.
– Enogastronomia.
– Eventi.
– Servizi al turista.
– Storia e arte.
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Reazioni non pericolose Sharing Knowledge

La sorpresa è nella carta: uova di Pasqua, packaging e riciclo.

[dropcap3]I[/dropcap3]n prossimità della Pasqua – anche se ormai alle spalle – vogliamo aprire una parentesi di riflessione su un tema che riguarda l’ambiente e il riciclo. Più in particolare vogliamo parlare di “quel che resta della festa”, una volta che si è consumata: imballaggi, carte e nastri colorati, e chi più ne ha più ne metta. Tutti prodotti di scarto che tendiamo a non connotare come veri e propri rifiuti, ma che di fatto lo sono, eccome.
Senza nulla togliere al valore simbolico dell’uovo, che affonda le radici della sua simbologia nella notte dei tempi ed è presente in molte culture, a ogni latitudine, oggi dell’uovo pasquale conosciamo soprattutto la versione più commerciale: di cioccolato, a sua volta contenitore di sorprese, avvolto in una crocchiante carta colorata.
E se per i bimbi la sorpresa è al suo interno, finita la festa la (brutta) sorpresa rischia di essere tutta nella quantità di scarto di quell’attraente packaging che ci ha invogliato all’acquisto: non solo la carta della confezione, ma anche il “bicchiere” di plastica che sostiene l’uovo, e il contenitore della sorpresa stessa. Tutti scarti destinati ad aumentare la già cospicua mole di rifiuti che produciamo quotidianamente.
Avere di tutto ciò una maggiore consapevolezza, potrebbe non solo renderci più responsabili nello smaltimento di tali rifiuti, ma anche aiutarci a diventare più creativi utilizzando in maniera alternativa e talvolta insospettabile questi materiali di scarto.
La questione potrebbe parere oziosa, ma non lo è. In Inghilterra, dove il problema è sentito e sono state lanciate campagne di sensibilizzazione e iniziative ecologiche, è stato valutato – con una stima che risale a qualche anno fa – che vengano prodotte tremila tonnellate di rifiuti a causa delle uova di Pasqua. Numeri che non sembrano esagerati se solo si pensa che ogni famiglia acquista almeno un uovo, quando non più d’uno laddove il pranzo pasquale sia allietato dalla presenza di più bambini, ognuno desideroso di aprire il suo uovo e ottenere la relativa sorpresa.
Insomma da simbolo di rinascita, il nostro comportamento di consumatori – come per molti altri prodotti – rischia di trasformare l’uovo di Pasqua in rifiuto da smaltire e veicolo di inquinamento per l’ambiente.
Ma veniamo allo specifico dell’imballaggio tipico delle uova pasquali. La carta della confezione – che impropriamente è definita carta – può essere di vari materiali. Quella più comune è in poliaccoppiato: è fatta cioè di plastica e alluminio insieme. Altre uova hanno confezioni interamente in alluminio, altre ancora sono in tessuto non tessuto. E a seconda del materiale, le modalità conferimento nei rifiuti sono differenti e possono variare da Comune a Comune. Se l’alluminio potrà essere riciclato come tale, e la confezione in tessuto non tessuto non è riciclabile e va gettata nel rifiuto indifferenziato, dove conferire il poliaccoppiato, in quanto materiale misto?
Ecco allora che sin dallo smaltimento in famiglia, la questione rischia di farsi complicata e poco praticabile.
Quali soluzioni allora? La prima e più evidente potrebbe essere quella di utilizzare confezioni ecosostenibili, interamente e facilmente riusabili o riciclabili, come alcune ditte si sono attrezzate a fare. Ad es. Altromercato  che già da qualche anno vende uova di Pasqua prodotte con ingredienti e materiali del mercato equo e solidale e le confeziona con carta seta fabbricata a mano da donne del Bangladesh, sostenendo così anche il commercio di paesi lontani.
Ma molti sono in Rete anche i consigli per un riciclo casalingo, che possono essere realizzati anche con i bambini, per fare seguire alla festa e al divertimento la sensibilizzazione verso i temi ambientali e stimolare nei più piccoli l’assunzione di responsabilità verso il consumo e le sue conseguenze.
E visto che la carta è colorata e resistente, ben si presta a essere reimpiegata in oggetti per la casa o in giochi fai da te. Ecco allora qualche idea…
La carta variopinta e specchiata insieme della confezione può essere l’ideale per fabbricare un aquilone o dei festoni per una festa di compleanno. Ma può diventare anche un colorato segnalibro o ricoprirli i libri, quelli scolastici, perché non si rovinino. In casa la si può utilizzare per foderare i cassetti, o nell’orto per fare da spaventapasseri dopo la semina. Riguardo al bicchiere di plastica che sostiene l’uovo può diventare un portacandele o – ricoperto di tela – un supporto per sostenere gli orecchini quando non si utilizzano. L’uovo di plastica che contiene la sorpresa invece – quando c’è – può essere riutilizzato per conservare la pasta da modellare, per farne delle maracas o per contenere delle piantine.
Sono solo alcuni dei suggerimenti trovati, quelli che ci hanno incuriosito di più, ma il messaggio è chiaro: non rinunciamo a una bella e antica tradizione, ma acquistiamo e regaliamo le uova di cioccolato in modo consapevole e informato perché l’uovo rimanga – come è sin dalle radici archetipiche del mito – simbolo di vita e di rinascita.
E allora a tutti Buona Post-Pasqua, con alcuni consigli per un riciclo creativo…
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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Shopping in Rete con i Big Data.

[dropcap3]S[/dropcap3]embra tramontato il tempo in cui Julia Roberts, la protagonista del film “Pretty Woman”, percorreva disinvolta la celebre Rodeo Drive a Beverly Hills, facendo acquisti nelle boutique dei più rinomati brand di alta moda: le moderne cenerentole infatti, carta di credito alla mano, oggi trovano in Rete le vie dello shopping.
Del resto ormai tutti i settori merceologici sono interessati dal mercato delle vendite online. Studi usciti nel 2015 stimano in almeno 11 milioni di persone gli Italiani che fanno abitualmente i loro acquisti sul WEB. Nel 2015 poi sono stati spesi 16,6 miliardi di euro negli acquisti online, con un incremento del 16%. Un’espansione che va di pari passo con l’utilizzo sempre più pervasivo delle tecnologie mobile e che mette i marchi di fronte alla necessità di strategie oculate per cogliere questa indubitabile occasione di business.
Dall’analisi di mercato alla vendita, dalla gestione del cliente alla consegna, passando per l’organizzazione dell’offerta e delle scorte di magazzino, anche l’e-commerce infatti trova nei Big Data e nello IoT una miniera di informazioni su cui strutturare il proprio mercato.
A partire dalle strategie di vendita: la versione digitale del celebre adagio “il cliente ha sempre ragione” prevede un rapporto ben più articolato tra chi vende e chi acquista. Acquisire le informazioni dei clienti in modo diretto (attraverso la compilazione dei form variamente richiesti per ottenere ad esempio newsletter, informazioni, agevolazioni all’acquisto) è solo la più basilare delle modalità di tracciarne il profilo per comprenderne le esigenze e orientare così l’offerta in una logica di predictive selling.
I Big Data raccolti dai Social Media, dalla Rete e dal comportamento stesso degli utenti sui siti degli e-commerce permettono infatti di definire non solo il target della propria clientela, ma di individuarne i segmenti interni, per personalizzare l’offerta. Questo ad esempio ha grande rilievo qualora si intenda creare campagne promozionali con contenuti personalizzati e mirati, allo scopo di migliorare la user experience e facilitare così la conversione dei clienti da occasionali a fidelizzati. Fino al limite estremo di Analytics in real time, ovvero feedback del comportamento del cliente mentre è online, che permettano di assecondarne, indirizzarne e sostenerne le intenzioni di shopping mentre si manifestano.
Naturalmente perché i vantaggi dell’acquisto online si avverino – velocità, ampiezza della scelta, contenimento dei prezzi – occorre che i comparti del magazzino e della distribuzione di un e-commerce funzionino con precisione e tempestività. Proprio per questo, una delle aree aziendali più coinvolte e “stravolte” dalle nuove abitudini di acquisto che coinvolgono l’online e il mobile, è senza dubbio il magazzino.
Le operazioni di Warehouse Management che gestiscono tutto il ciclo delle merci dall’arrivo in magazzino alla consegna al cliente, si fondano su sistemi di business intelligence che hanno – per così dire – nei Big Data il loro carburante e nello IoT i loro mezzi.
L’interattività di strumenti connessi tra loro consente una comunicazione veloce, facilita l’automazione del magazzino e il mantenimento delle scorte e razionalizza i costi di trasporto e di distribuzione, oltre a rendere più efficaci le spedizioni grazie alla costante tracciabilità delle merci da parte di ogni comparto aziendale. Il che si traduce anche in un customer service efficiente e sempre disponibile.
E le consegne? Se negli USA esistono zone adibite al ritiro dei prodotti acquistati online, in Italia è diffuso anche il click and collect, ossia l’acquisto online e il successivo ritiro del prodotto in un negozio di fiducia. Altro modello di consegna è quello subscription: prevede la possibilità, per i clienti, di acquistare un abbonamento con consegna automatica per i cosiddetti beni commodity, ossia quelli d’uso frequente, come alimenti e prodotti d’uso domestico. Ma la vera rivoluzione sarà quella delle consegne a domicilio “robotizzate” da parte dei droni, come è ad esempio nei progetti di Amazon secondo quanto annunciato già da un paio d’anni.
E per finire, e anticipare così il possibile tema di un prossimo articolo, la vendita online non è affatto destinata a essere una strada univoca. La tendenza infatti – come ci spiega questo articolo – è quella di un consumatore che non solo è multicanale (si informa in Rete e compra nello store, oppure al contrario soppesa dal vero i prodotti per poi acquistarli al prezzo più vantaggioso online), ma è pure omnicanale: fa esperienza d’acquisto simultaneamente attraverso più canali, online e offline. E d’altronde, come spiegare altrimenti da parte del marketplace più imponente, Amazon, l’apertura di una libreria “vera” a Seattle (cui – forse – ne seguiranno altre)?
Insomma, se non sono proprio tramontati i bei tempi in cui, con un’accurata selezione di aggettivi, commessi e proprietari incantavano l’ego del cliente, ora si tratterà di venditori (a vario titolo) digitali e saranno i Big Data la componente più efficace dell’arte adulatoria da esercitare sull’acquirente…
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Big Data & C. Chi trova un dato trova un tesoro

Un tesoro di cultura: BigData e Iot al servizio del Bel Paese.

[dropcap3]C[/dropcap3]he la Cultura – quella con la “c” maiuscola, ma non necessariamente solo quella – si possa trasformare sotto mani e “cervelli” sapienti in un’impareggiabile risorsa economica è risaputo.
A maggior ragione in un paese come l’Italia, che annovera una densità di valore culturale equiparabile a un vero e proprio giacimento di beni ancora non valorizzato a sufficienza, soprattutto dal punto di vista economico.
Iniziamo dunque a sgomberare il campo dalle possibili obiezioni e dire che sì, quello riversato nella Cultura è spesso un investimento ben riuscito anche in termini economici. Pensiamo ad esempio alla creazione di un’opera d’arte, di un monumento o di una pinacoteca…
Quale altro settore d’investimento – messo in campo centinaia, quando non migliaia, di anni prima – è capace di attualizzare un ritorno economico altrettanto durevole, continuativo e ricco di indotto, senza tra l’altro gli effetti collaterali, anche gravi, tipici delle attività speculative o intensive?
Ed è proprio nel rapporto tra l’opera d’arte e il suo possibile pubblico che si gioca la partita. Sono infatti molte le esperienze, a volte anche italiane, che dimostrano come il legame tra Cultura e Business possa farsi stretto e proficuo, in una reciproca valorizzazione.
Soprattutto quando si fanno dialogare in maniera continua, organizzata e strutturata il patrimonio culturale e i “numeri” propri delle tecnologie più attuali e dirompenti: Big Data e IoT.
Tutto ciò premesso, entriamo nel vivo di quello che possiamo definire come un vero e proprio percorso di valorizzazione di un bene culturale – e dunque della sua messa a frutto – che si snoda attraverso tre fasi ideali e imprescindibili per un’offerta culturale di qualità.
Fasi che, declinate con le odierne tecnologie, concorrono in maniera sostanziale a decretarne o meno il successo, altraverso la:
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– PROGETTAZIONE
La sua finalità consiste nella messa a punto di una strategia idonea ad attirare un pubblico pertinente, a partire da un’adeguata analisi di mercato. Ha dunque una componente che possiamo chiamare predittiva, in virtù del valore anticipatorio dei dati raccolti: la loro elaborazione in informazioni strutturate permette – oggi – di conoscere le esigenze e i comportamenti dell’utenza, di focalizzare gli ostacoli del contesto e quindi di ottimizzare i servizi.
– ESPERIENZA E CONDIVISIONE
La fruizione dell’esperienza culturale ha al centro l’utente, che vive le opere d’arte, non solo in modo sempre più “ipertestuale” attraverso le nuove tecnologie e i nuovi dispositvi, ma anche può immergervisi dal suo punto di vista. Ora infatti esperienza e condivisione sono un tutt’uno e se in passato l’esperienza poteva solo in parte riverberarsi in promozione, ora potenzialmente questa immersione nei Social Media e nella Rete può trasformare gli utenti in community, e l’esperienza dei singoli in un valore aggiunto impareggiabile per la notorietà di un istituto culturale.
– MISURAZIONE
Ai tradizionali sistemi di valutazione della riuscita di un progetto culturale, come ad esempio i dati di affluenza, le recensioni effettuate, il livello di fidelizzazione verso l’ente organizzatore dell’evento, oggi si affiancano nuove metriche rese possibili dall’analisi dei dati sia di fruizione che di condivisione che passano per la Rete e i Social Media. E dalla misurazione arrivano nuovi dati che – in un circolo virtuoso – vanno a plasmare sia la progettazione che l’esperienza.
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Andiamo ora ad alcuni esempi concreti, a partire dagli aspetti progettuali. Già nel 2014 il MIBAC istituì in proposito il Laboratorio del Turismo Digitale con il compito di fissare un piano dello sviluppo digitale del settore, di cui fu coordinatore Euro Beinat, Professore di Geoinformatics e Data Science all’Università di Salisburgo. Il lavoro di studiosi come Beinat – come si può leggere in questo articolo – riguarda proprio lo studio dei Big Data dei social media e del traffico di carte di credito e conversazioni telefoniche ad esempio, per capire esigenze, comportamenti (anche economici) e percorso dei turisti, nonché concentrazioni dei flussi nelle varie zone, dati da cui partire per strutturare un’offerta adeguata.
Veniamo ora all’esperienza e alla condivisione. Dispositivi collegati alla Rete, realtà virtuale e aumentata, tecnologia 3D, wearables possono estendere la fruizione di una visita museale, come è il caso – per fare un solo esempio italiano – degli ArtGlass adottati dal Museo Civico di San Gemignano che permettono una visita tridimensionale e ricca di particolari di tre cicli di affreschi medievali.
Ma la fruizione può essere anche solo virtuale, come per il progetto Google World Wonders che permette a ciascuno di conoscere posti lontani, preparandosi magari a un viaggio “vero”. E anche la distanza nel tempo non è più un ostacolo e immensi patrimoni archivistici potrebbero essere resi fruibili a tutti, sull’esempio del “Facebook” della Venezia del Cinquecento ricostruita attraverso i Big Data ricavati dalla digitalizzazione evoluta dei documenti dell’Archivio di Stato.
Se l’esperienza è condivisione, come abbiamo detto dalla condivisione arriva engagement, notorietà e promozione per gli istituti culturali capaci di servirsi della Rete e dei Social Media in maniera efficace e insieme costruttiva. La Tate Gallery ad esempio, con il progetto 1840s-GIF-Party ha invitato gli utenti di Tumblr a creare gif animate con le opere più celebri, creando così partecipazione e avvicinando il pubblico alla fruizione dell’arte, seppur qualche dubbio sull’effettiva creazione di valore dell’operazione possa essere sollevato, come si legge in questo articolo.
Arriviamo infine alla misurazione, sia in termini di quantità di dati di engagement che di qualità del sentiment sviluppato dagli utenti nei confronti di un determinato progetto o settore culturale. Museum Analytics, ad esempio, è una piattaforma online che raccoglie i dati dei contenuti più performanti sui Social di 3000 musei.
E anche qui in Italia si fa sentire l’esigenza di valutare le performance dei Musei messa in campo da parte del Ministero analizzando il sentiment sui social, argomento che abbiamo già affrontato in questo nostro articolo su 6memes.
I dati dei Musei possono poi divenire open e costituire un patrimonio condiviso: la Fondazione Torino Musei ad esempio, prima in Italia, “rende accessibili e utilizzabili: l’elenco delle opere con le immagini, le informazioni su restauri, i prestiti, l’affluenza del pubblico e le metriche web e social” con l’obiettivo dichiarato di realizzare “trasparenza e creazione di valore”.
Possiamo ora concludere questo viaggio immaginario nella realizzazione di un “ideale” progetto culturale – in grado di generare a sua volta valore – sottolineando che, dei tre punti sopra descritti, la misurazione è probabilmente il più “sensibile”.
Se infatti è indubitabile che la riuscita di un servizio culturale sia misurabile anche coi numeri (l’affluenza di visitatori in un museo, gli incassi di un film prodotto con fondi pubblici, il consenso dei Social Media per un’iniziativa), certo non va dimenticato che vi sono successi ben più impalpabili e valori in sé incommensurabili. Quanto vale ad esempio la partecipazione di una scolaresca alla rappresentazione di un’opera lirica? Quanto la possibilità di una comunità di accedere a una biblioteca pubblica? Quanto l’opportunità per ogni cittadino di avere accesso alla Rete e al patrimonio di informazioni e saperi che custodisce?
A ciascuno di noi la risposta, magari dopo la visita al più vicino Museo. Ricordando che amministrare un patrimonio culturale significa sempre e comunque proteggere e investire, custodire e innovare.
cultura-iot
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Big Data & C. Open Data Pillole di Open Data e PA White Paper

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Nato dalla rubrica “Pillole di Open Data”, a cura di Paola Chiesa e pubblicata sul nostro blog tra novembre 2015 e febbraio 2016, l’eBook in allegato – scaricabile in modalità free – affronta il tema degli Open Data in un percorso che si snoda tra trasparenza amministrativa e social media, misurazione di valore pubblico e governance del territorio, disruptive innovation e produzione di dati aperti. Il tutto attraverso uno sguardo che tratta gli Open Data non come un mero adempimento normativo, ma piuttosto come l’occasione, grazie anche all’impianto giuridico, di contribuire in maniera concreta e condivisa allo sviluppo di un territorio o di una società.

[highlight]Indice dei contenuti:[/highlight]

 
01. Premessa
02. Trasparenza e partecipazione
03. Social media e Pubblica Amministrazione
04. Open Data e Data driven decision
05. Valore pubblico e partecipazione
06. Disruptive innovation
07. Conclusioni
08. Sitografia

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Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

La stanza digitale: web, comunicazione e scrittura al femminile

[dropcap3]Q[/dropcap3]uando si parla di comunicazione al “femminile”, soprattutto – ma non solo – in materia di scrittura, si ricorre a una metafora assai potente, cui anche noi non ci sottrarremo, per l’insuperato valore simbolico che riveste.
Parliamo della “stanza tutta per sé” che Virginia Woolf nell’omonimo saggio descriveva come conditio sine qua non dell’assumere da parte delle donne un ruolo sia nella letteratura che, più in generale, nella società.
La stanza in cui scrivere e pensare – spazio fisico di autonomia riflessiva – è infatti equivalente, per la celebre scrittrice, allo spazio mentale del valore dell’indipendenza, senza la quale non c’è ruolo per le donne nel mondo perché non c’è, innanzitutto, la possibilità di un pensiero originale e dunque libero.
La storia della partecipazione delle donne alla vita intellettuale è da sempre – salvo rare eccezioni – una storia di destini individuali, occasionalmente capaci di emergere per meriti personali e specifiche contingenze sociali, comete in un universo femminino generalmente confinato nell’anonimato.
Fu la Francia tra il Sei e il Settecento, con i suoi salotti e la sua “civiltà della conversazione” – come la definì Benedetta Craveri nel suo celebre saggio “La civiltà della conversazione” (Adelphi, Milano 2001) – a mostrare per prima una densità di figure femminili protagoniste incisive del loro tempo, a dimostrazione dell’importanza di uno spazio di confronto come prerequisito dell’espressione individuale diffusa.
Inquadrato quindi il topic da un punto di vista generale – senza entrare nel merito di un eventuale specifico femminile nell’argomentare delle donne nella scrittura in generale – vorremmo valutare insieme quali spazi di espressione si siano aperti oggi, anche per loro, con il dilatarsi dei luoghi dell’incontro, seppur virtuali, in quei grandi canali di comunicazione che sono la Rete e i Social Media. E considerare se questi spazi possano essere una base così densa di relazioni e saperi da costituire precondizione per l’emergere di talenti e individualità di spicco.
La domanda che ci poniamo è questa: c’è una stanza digitale in cui oggi le donne possano trovare quello spazio di autonomia e di pensiero che auspicava la nostra Virginia Woolf?
Perché se è vero che tanta strada è stata fatta verso una piena dignità delle donne come scrittrici e più in generale come soggetti attivi nel dibattito culturale, ancora tanta – crediamo – resta da farne.
Un dato può essere utile: la presenza delle donne sulla Rete e sui Social Media. Secondo il rapporto dell’ISTAT Cittadini, imprese e ICT per l’anno 2015: “…le differenze di genere sono forti, con un gap a favore degli uomini di 9,2 punti percentuali (55,8% delle donne contro 65,0% degli uomini), soprattutto dopo i 44 anni, mentre si annullano tra i più giovani (15-24 anni), i quali mostrano livelli prossimi alla saturazione”.
Riguardo ai Social invece, assumendo come punto di riferimento Facebook quale piattaforma più utilizzata a livello globale, in Italia – secondo l’indagine 2016 di We Are Social – le donne costituiscono il 46% dell’utenza contro il 54% maschile.
Negli Stati Uniti poi il campione femminile supera quello maschile con proporzioni rovesciate rispetto all’Italia, a segnalare quindi una tendenza non effimera e destinata anzi ad acuirsi, se è vero che la società occidentale d’oltreoceano prefigura cambiamenti a venire anche in Europa.
Del resto – anche sotto l’aspetto specifico della scrittura femminile – nei paesi anglosassoni le donne scrittrici fanno rete da tempo, tanto che anche in Italia sono nate iniziative su quel modello.
Come il Womens Fiction Festival che si svolge annualmente a Matera, dove si incontrano scrittrici, case editrici e lettrici.
Nell’ambito di questa esperienza è nata una casa editrice di e-book al femminile, Emma Books: una “letteratura scritta dalle donne per le donne”, secondo una tendenza generale che vede appunto le donne protagoniste della letteratura digitale e del self-publishing sulle innumerevoli piattaforme che hanno reso più facile la scrittura di un’opera e la sua condivisione. Anche un’altra realtà come EWWA – European Writing Women Association nasce per riunire le figuri femminile che operano nel mondo editoriale, e creare occasioni di incontro e collaborazione.
E basta navigare la Rete e i Social Media per imbattersi in gruppi e siti che raccolgono le voci di scrittrici, non sono solo romanzi e novelle. Con i blog molte donne, proprio attraverso la Rete, hanno potuto infatti costruirsi una professione con la scrittura – trattando anche, ma non solo, di tematiche specifiche e vicine a loro, come la moda, la cucina, la cura dei figli – combattendo nei fatti quel digital divide che è il crinale oltre il quale rimanere per non essere esclusi dalla contemporaneità.
In questo senso opera un’iniziativa come Rosa digitale che, dal 7 al 13 marzo in ogni Regione italiana, organizza incontri ed eventi per la promozione della cultura digitale alle donne. Tra queste “Il blog come strumento di comunicazione”, a Torino il 10 marzo, è a cura della rete #adotta1blogger che ha tra i suoi affiliati tante interessanti voci di scrittrici.
Chissà cosa avrebbe detto allora Virginia Woolf di queste donne del futuro che dalle loro stanze digitali si affacciano sul mondo per portarvi il loro sguardo e il loro contributo?
Le avrebbe forse esortate al rigore dello studio, come chiave per aprire quella stanza e fare risuonare la loro voce al di fuori…
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]

– www.letteratura.rai.it
– www.ansa.it
– www.crowdm.com
– www.scrivo.me
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Big Data & C. Chi trova un dato trova un tesoro

IOT, Big Data e motori: quando i numeri “trasportano”…

[dropcap3]A[/dropcap3]lla prima automobile prodotta in serie nel 1908 attraverso una catena di montaggio – la qual cosa diede inizio a una nuova era nel settore dei trasporti – venne attribuito il nomignolo Tin lizzie, ossia “lucertolina di latta”.
La Ford T, questo il nome della vettura, che non era certo sinuosa e silenziosa come il piccolo rettile di cui portava il nome, rappresentò infatti l’avvio di una nuova tecnologia capace di sovvertire il mercato economico e la mentalità dei cittadini.
Da allora, in cent’anni e oltre di esistenza, la tecnologia automobilistica e dei trasporti in generale ha camminato di gran lena: dal motore a scoppio a quello controllato da sofisticate centraline elettroniche, per approdare oggi a Big Data e Internet of Things che – macinando insieme chilometri e chilometri di dati e innovazioni – promettono una nuova drastica evoluzione nel settore.
Un primo esempio? L’Intelligent Transport System (ITS), con cui è possibile accrescere il livello qualitativo dell’esperienza di viaggio e anche tramutare automobili, camion e treni in veri e propri informatori, capaci di generare e condividere dati.
E se l’automobile intelligente, ovvero senza guidatore, del colosso americano Google, ad oggi ha già percorso oltre un milione di chilometri raccogliendo, ogni secondo di viaggio, più di 750 Mb di dati tramite sensori, telecamere, sonar e GPS, anche l’Italia ha dato un prezioso contributo con BRAiVE, l’auto intelligente che si guida “da sola”, creata da VisLab dell’Università di Parma. Piccola parentesi: sembra proprio l’auto ideale per tutti i ritardatari mattutini, che, in un futuro non troppo lontano, potranno concedersi una buona colazione seduti in auto, mentre si dirigono al lavoro.
A parte gli scherzi, tornando all’oggi, sono molte altre le novità tecnologiche che rappresentano già una realtà, sia nel settore del trasporto su strada che su rete ferroviaria.
Protagoniste di questo cambiamento sono da un lato infatti le case automobilistiche, che si adoperano per investire sempre più risorse nello sviluppo della tecnologia Machine-to-machine, creando così un legame costante tra i mezzi di trasporto e le infrastrutture stradali, con l’intento di monitorare in real time il traffico, le emissioni, la qualità dell’aria e lo stato delle strade.
Fiat Chrysler Automobiles ad esempio ha da poco sviluppato la quarta generazione di software Uconnect installati su dispositivi touch screen con i quali equipaggerà i suoi modelli. Dotati di una maggior potenza e velocità di elaborazione, essi permetteranno ai guidatori di interfacciarsi e utilizzare iPhone o i device Android per avere a disposizione servizi per la guida, come sistemi di navigazione vocale e informazioni sul traffico, ma anche di intrattenimento come data base musicali on demand.
Per le ferrovie invece i nuovi Intelligent Transport System offrono soluzioni innovative ed efficienti, utili per monitorare le reti ed intervenire in tempo reale nella manutenzione dei mezzi e delle infrastrutture. È il caso di Trenitalia che ha annunciato l’avvio del progetto Dynamic Maintenance Management: grazie ad una rete di sensori digitali sarà possibile raccogliere il flusso continuo di dati generato dalla rete ferroviaria e, attraverso il software Predictive Analysis, intervenire con manutenzioni mirate in remoto e abbattere così i costi, oltre a migliorare l’efficienza del servizio.
Nel mondo dei Big Data insomma circolano anche quelli relativi ai trasporti, come nel caso di Viasat, azienda leader in Europa nel settore telematico per la sicurezza satellitare. Con più di 7 miliardi di rilevazioni annuali dai dispositivi satellitari di veicoli privati e aziendali, e circa 1 miliardo per i mezzi di trasporto pesanti, questi dati rappresentano un prezioso patrimonio. L’analisi e l’utilizzo di questa imponente mole di informazioni sono dunque un’opportunità per la gestione dei trasporti in termini di risparmio, efficienza e sicurezza.
Senza dimenticare nuovi scenari in corso di sperimentazione, come nel caso del progetto Resolute, in cui proprio in Europa, “si sperimentano nuove soluzioni di resilienza urbana, a partire da soluzioni smart city e piattaforme big data e open data”, in cui i Big Data raccolti sono la base per poter “ricavare dei modelli e delle simulazioni che possano prevenire le condizioni critiche, accrescere l’efficienza operativa delle operazioni dei soccorsi, ottimizzare l’assegnazione e l’utilizzazione delle risorse disponibili, riducendo al minimo incidenti, infortuni e danni ecologici.”
Niente male, no, come performance? E così, mentre il ricordo va alla piccola lucertola di latta, in viaggio sulle vie cittadine di più di un secolo fa, i trasporti del futuro sono già qui! Con più pro che contro, sembrerebbe di intravedere!
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