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Comunicazione extra specie

Internet of Things: un esercito di oggetti smart rivoluzionerà la nostra vita quotidiana.

[dropcap3]C'[/dropcap3]è un’idea del futuro che ciascuno di noi ha interiorizzato nella propria giovinezza in immagini vivide, frutto di libri e film predittivi, di solito appartenenti al genere della fantascienza. Oggi quel passato, non poi così lontano cronologicamente, ci sembra non più prossimo, come è in verità, ma piuttosto già remoto, quasi appartenesse al secolo scorso.
Oggetti, case, indumenti sembrano infatti sempre più vicini a quelle immagini un tempo “fantastiche” che il mondo occidentale diffondeva con la sua cultura pop, mentre la nostra quotidianità di allora ci appare quasi preistorica.
In mezzo c’è stata la rivoluzione di Internet, la cui onda lunga ci spinge sempre più rapidamente verso nuovi sorprendenti approdi. È l’Internet of Things, il mondo della Rete e delle nuove tecnologie estese agli oggetti, che si connettono con noi e fra di loro, con un potenziale di impatto sulle nostre vite di tutti i giorni destinato a risolvere molti problemi, ma forse a sollevarne tanti altri.
Il fenomeno è in forte espansione. L’ultimo report dell’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano riferisce per l’Italia di dati in crescita nell’anno 2014: 8 milioni di oggetti connessi tramite rete cellulare, in crescita del 33% rispetto al 2013, per 1,15 miliardi di euro di valore che arrivano a 1,55 miliardi di euro se si aggiungono le connessioni di altro tipo. Su scala mondiale invece gli oggetti connessi sono 7 miliardi e si stimano cifre nell’ordine delle decine di miliardi entro il 2020.
Gli ambiti di applicazione sono i più vasti, dal faceto al serio, si potrebbe dire. Nel giugno scorso si è svolta Computex 2015, la fiera più importante del settore del mondo asiatico, dove molti erano gli oggetti smart prodotti o in attesa di sviluppo. Non solo gli ormai noti smartwatch, ma tanti semplici oggetti che lasciano presagire la futura capillare diffusione di questo tipo di nuove “cose”. Dalla borraccia che informa sulla quantità e la purezza dell’acqua bevuta, all’anello che comunica allo smartphone dati sulla nostra salute, e serve anche per aprire porte, pagare, ricordare le password.
Se pensiamo agli sviluppi in settori come la domotica, i trasporti, l’ambiente, l’organizzazione delle città, l’agricoltura, i beni culturali – solo per fare qualche esempio – comprendiamo la reale portata innovativa per la nostra vita di tutti giorni, in termini di semplificazione, crescita economica, risparmio energetico e sicurezza.
Gli scenari più promettenti, proprio per quanto possono concretamente cambiare la vita di ciascuno, sono quelli che si prospettano per la salute e l’autonomia della persona. IoT e wearables a sostegno di anziani e disabili ad esempio. I wearables, accessori e abiti high tech, sono un particolare segmento degli smart object che ha già un promettente futuro in molti settori, come quello sportivo. Abiti, orologi e relative APP – veri e propri coach digitali – che raccolgono i parametri biometrici degli atleti sono già una realtà.
I medesimi sistemi promettono di essere di grande utilità sociale per categorie di persone malate o non autosufficienti. A partire dai dispositivi indossabili che possono rilevare lo stato di salute degli anziani, prevedere possibili emergenze e contattare sanitari e familiari, con una ricaduta potenzialmente positiva per una società che sta sempre più invecchiando.
Ma anche la tecnologia a sostegno della disabilità è al centro di molti progetti di ricerca, come caschi ed esoscheletri connessi al cervello, arti bionici, sensori per il tatto e chip che ricostruiscono tessuti danneggiati, software a sostegno di ipovedenti. È di qualche tempo fa una notizia riguardante un caso celebre, quello di Stephen Hawkins. Per il noto astrofisico, che comunica con il mondo esterno tramite un sintetizzatore e un sensore a infrarossi ad esso collegato, è stata sviluppata una tastiera che permette allo scienziato di digitare solo una piccola parte di ciò che intende esprimere: al resto pensa la tastiera stessa, “sintonizzata” sulle consuetudini linguistiche e culturali di Hawkins perché istruita attraverso i suoi scritti.
Le nuove frontiere della tecnologia applicate alla medicina sembrano poter travalicare i confini stessi del corpo: ricercatori dell’Università del Texas ad Austin hanno divulgato la realizzazione di un micro robot di DNA che può muoversi e potrà in futuro farlo nel corpo umano alla ricerca di eventuali tumori o per “consegnare” i farmaci per così dire in loco.
Il mondo dell’Internet of Things presenta tuttavia anche risvolti di possibile criticità. Se da un lato – guardando la questione dal punto di vista produttivo, in termini cioè di futuri scenari di business – la cosiddetta Industria 4.0 rappresenta un’opportunità, si tratta comunque di una sfida da vincere con investimenti consistenti sul piano delle infrastrutture tecnologiche e del sostegno alla ricerca e alle startup, senza i quali il tema del digital divide rischia di farsi sempre più sensibile.
Occorre inoltre tenere presente che una tecnologia così interconnessa alle nostre vite solleva inevitabili quesiti legati all’utilizzo della mole di dati e di flussi di informazioni trasferiti da questi oggetti dialoganti che riempiranno le nostre case e le nostre città.
Un’attività legislativa regolatrice a vari livelli si renderà probabilmente indispensabile, non solo per le ovvie ragioni di tutela della privacy e dell’intimità di ciascuno, ma anche per motivi di sicurezza individuale e collettiva.
Occorre insomma che l’Internet delle “cose” continui ad avere il focus sulle “persone”.
Ci riusciremo? Non è detto. E non è nemmeno certo che questo sia un bene: se le macchine, invece, si rivelassero più umane di noi???
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.sentieridigitali.it
www.techeconomy.it
www.wired.it
www.repubblica.it
www.ilfattoquotidiano.it
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Gli autori di 6Memes Open Data Pillole di Open Data e PA

Pillole di Open Data e Pubblica Amministrazione. Di Paola Chiesa.

[dropcap3]G[/dropcap3]li Open Data non sono un adempimento normativo, sono l’occasione che abbiamo, grazie anche all’impianto giuridico, di contribuire allo sviluppo di un territorio, conoscendone i dati e le informazioni che ne possiamo ricavare.
Così, in un percorso che si snoda tra trasparenza amministrativa, social media, produzione di dati aperti, misurazione di valore pubblico, Governance del  territorio e disruptive innovation, cercheremo – con il prezioso contributo di Paola Chiesa – di diffondere pillole di conoscenza utili ad aumentare la consapevolezza sul tema.


[highlight]About Paola Chiesa[/highlight]
 
Faccio sempre fatica a definirmi, ma dovendo contestualizzare, sono una giurista di formazione, creativa ed innovatrice per carattere, con un percorso lavorativo che da una ventina d’anni a questa parte si snoda tra servizi informatici, amministrazione, e-commerce, social media, blogging e comunicazione.
Qual è il comune denominatore che collega le varie attività? L’innovazione e la condivisione, di fatto i due pilastri che sorreggono e caratterizzano il mio stile lavorativo e che sono alla base delle mie strategie sociali ed idee imprenditoriali.
L’innovazione mi vede impegnata in progetti di divulgazione su tematiche quali la digitalizzazione dei processi aziendali, e-commerce, open data, responsabilità sociale; la condivisione connota la mia modalità lavorativa e attribuisce un valore sociale alle attività che porto avanti.
A questo aggiungo poi il plus della cornice giuridico-normativa che creo attorno ai progetti sviluppati, anche attraverso l’attività nel Centro Studi di Informatica Giuridica di Ivrea-Torino, membro della Coalizione nazionale per le competenze digitali di AgID (Agenzia per l’Italia Digitale). Il che mi consente a volte di mitigare la creatività con una sana dose di realismo, altre volte mi aiuta a superare gli ostacoli, altre ancora invece stuzzica la mia vena critica, accentuando così la mia naturale propensione all’attivismo civico.
E poi c’è Adriano Olivetti, a cui nel tempo ho scoperto di ispirarmi.
Nelle sue Comunità, vedeva i mattoni per costruire il grande edificio di una “democrazia integrata”, che partendo dalle nostre cento “piccole patrie” ricostruisca lo Stato e la sovranità popolare ponendo al centro i valori scientifico, sociali, estetici.
Ecco, è probabilmente proprio quel desiderio di riappropriarsi dal basso di cittadinanza e sovranità, la voglia di costruire attorno ai beni comuni e l’importanza della responsabilità individuale, come della solidarietà sociale, che mi ha animato nel fondare una nuova comunità: #adotta1blogger.
Si tratta di una community online di più di 800 blogger sparsi in tutta Italia, che scrivono sulle tematiche più disparate: filosofia, psicologia, turismo, cucina, letteratura, cinema, arte, design, sharing economy, marketing. Best practice di condivisione, partecipazione attiva e ricerca, veicola conoscenza, informazione, e formazione. L’attivismo digitale sinergico che contraddistingue il suo operato l’ha resa di fatto una smart community, ed è ospitata sulle pagine de La Stampa con una rubrica settimanale.
Ci piace creare connessioni di valori spaziando tra tematiche diverse, e restituire conoscenza alla collettività attraverso la comunicazione.
“Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia a lavorarci. E allora può diventare qualcosa di infinitamente più grande”. (Adriano Olivetti)

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Open Data Pillole di Open Data e PA

Trasparenza e partecipazione. Di Paola Chiesa.

[dropcap3]P[/dropcap3]rima un bel defrag, poi i fondamentali della logica. Sfatiamo il luogo comune secondo cui il tema della trasparenza amministrativa sia un tema riservato agli addetti ai lavori, complice il retaggio di una cultura che ancora stenta a valorizzare il cittadino non solo come destinatario dei servizi, ma ancor più come soggetto da coinvolgere per rendere l’operato della Pubblica Amministrazione efficace. E affranchiamoci anche dai condizionamenti di una esuberante e spesso opaca produzione normativa, che di fatto allontana chiunque sia animato dai migliori propositi di cittadinanza attiva. Concentriamoci piuttosto sul senso che può avere la trasparenza amministrativa per un cittadino, un’azienda e per il territorio. Non senza ricorrere ad un bel defrag per ripartire dai fondamentali della logica.
In informatica la deframmentazione, secondo la definizione di Wikipedia, è un’operazione di ottimizzazione dell’archiviazione dei dati nella memoria di massa di un computer. Di fatto consiste nel ristrutturare ed ottimizzare l’allocazione di dati, riducendo i tempi di accesso e la lettura dei file. È un’operazione che può essere svolta in modo automatico oppure eseguita su esplicita richiesta dell’utente. Nel nostro caso attiviamo simbolicamente la seconda opzione, perciò organizziamo la tematica della trasparenza amministrativa, ma utilizzando la logica.
Secondo un’interessante interpretazione di Piergiorgio Odifreddi (Che cos’è la logica, Luca Sossella Editore), quando studiamo le strutture del linguaggio con la ripartizione in sostantivi, aggettivi e verbi, impariamo a conformare il nostro pensiero in termini di oggetti, proprietà e azioni. Come ci ricorda Piergiorgio Odifreddi nel suo Nelle lingue moderne vi sono molti più sostantivi che verbi: non a caso tendiamo a pensare al mondo come oggetti piuttosto che come eventi ed azioni. Nella lingua greca, ad esempio, la prevalenza di verbi rispetto ai sostantivi rispecchia un diverso modo di pensare, una visione del mondo concentrata sulle azioni.
E allora è forse giunto il tempo di agire, lasciando ad altre sedi l’elaborazione teorica e le diverse connotazioni filosofiche al riguardo.
[highlight]Cos’è la trasparenza amministrativa?[/highlight]
Occuparsi di trasparenza, dal nostro punto di vista, significa smantellare una sovrastruttura ridondante e fuorviante e concentrarsi sulle azioni necessarie per renderla una materia viva, stimolante e coinvolgente per il cittadino, l’impresa e il territorio. In altri termini, utile, oltre che necessaria.
Norma alla mano, “la trasparenza è intesa come accessibilità totale delle informazioni concernenti l’organizzazione e l’attività delle pubbliche amministrazioni, allo scopo di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche.” (art. 1 d.lgs 33/2013).
La trasparenza di fatto viene esercitata attraverso il diritto di accesso civico e la pubblicità dei dati: è gratuito, non deve essere motivato e chiunque può esercitarlo per chiedere la pubblicazione di documenti, informazioni o dati per i quali sussistono specifici obblighi di trasparenza; alimenta il rapporto di fiducia tra cittadino e PA, promuove la cultura della legalità e la prevenzione dei fenomeni corruttivi. Si traduce in un potere di controllo dei cittadini e sancisce il principio di uguaglianza.
[highlight]Dove la troviamo?[/highlight]
Trasparenza e partecipazione PALa pubblicazione dei documenti e delle informazioni nei siti della PA avviene all’interno dell’apposita sezione “amministrazione trasparente”. I documenti, le informazioni e i dati oggetto di pubblicazione obbligatoria, sono pubblicati in formato di tipo aperto e sono riutilizzabili senza ulteriori restrizioni diverse dall’obbligo di citare la fonte e di rispettarne l’integrità.
Ma un atto pubblico, è di per sé trasparente o è un mero adempimento ? In effetti l’Autorità Nazionale Anticorruzione, nella sua attività di vigilanza, verifica non solo la mera pubblicazione dei dati previsti dal d.lgs. 33/2013, ma anche la qualità delle informazioni, con specifico riferimento alla loro completezza, aggiornamento e apertura del formato.
Da una verifica effettuata nel corso del 2014, emerge come alcuni Comuni abbiano correttamente pubblicato le informazioni, ma in modo non completo. Non c’è dubbio che una pubblicazione simile, risponde più alle caratteristiche di un adempimento normativo, che ad un’applicazione del principio di trasparenza. È lo stesso motivo per il quale la Bussola della Trasparenza di per sé non può essere considerata uno strumento utile a garantire la qualità delle informazioni presenti sui siti della PA.
Forse, sarà anche per questo che la sezione “amministrazione trasparente” dei siti istituzionali delle pubbliche amministrazioni ha pochissime visite e non suscita interesse nei cittadini.
[highlight]Dalla trasparenza alla partecipazione[/highlight]
Come si arriva allora a interessare il cittadino, e a renderlo partecipe dell’attività della PA?
Sembrerà banale, ma la risposta è: coinvolgendolo. Occorre renderlo protagonista attivo e non spettatore passivo, alimentando la cultura della disponibilità delle informazioni, attraverso ad esempio la pubblicazione di dati ulteriori rispetto a quelli previsti dalla legge, fatti ovviamente salvi i limiti derivanti dalle disposizioni in materia di segretezza e riservatezza. La pubblicità dei dati diventa un requisito necessario per sollecitare ed agevolare la partecipazione degli utenti. È ad esempio il caso di Palermo, dove il processo di contaminazione culturale sulla trasparenza ha generato una consapevolezza sull’importanza dei dati pubblici riusati al fine di migliorare la qualità della vita di tutti.
Caratteristica fondamentale dei dati è che devono essere pubblicati in formato di tipo aperto, senza restrizioni di copyright, brevetti o altre forme di controllo che ne limitino la riproduzione, e devono essere riutilizzabili, da parte di chiunque: cittadini, imprese ed associazioni. Ecco gli Open Data, nobile strumento per applicare la trasparenza e per incentivare la partecipazione del territorio, diffondendo di fatto la cultura dell’”Open Government”. E secondo il principio dell’”open data by default”, “i dati e i documenti che le amministrazioni titolari pubblicano senza l’espressa adozione di una licenza si intendono rilasciati come dati di tipo aperto” (art. 52 Codice amministrazione digitale).
[highlight]Misurare la trasparenza?[/highlight]
Se la PA e il cittadino lavorano in partnership, si creano le premesse per creare un valore pubblico, con risultati misurabili, rispetto a domande che provengono dal territorio e che normalmente non trovano risposta nei documenti e informazioni pubblicati nei siti della PA. Ecco che allora la cifra della trasparenza può diventare la misura del tasso di coinvolgimento e partecipazione dell’utenza di una PA, quale esempio di interazione, contaminazione tra pubblico e privato, e stimoli che possano tradursi in attività che abbiano ricadute economiche sul territorio.
Lavorare per obiettivi, valutare i risultati e comunicarli è la nuova sfida per una PA 2.0 che voglia occuparsi di governance, con la consapevolezza di ciò che produce, perché e come. In tutto ciò la trasparenza sarà la vera innovazione incentivata da un processo partecipativo dal basso, l’unico che possa effettivamente misurare la bontà dell’operato di un ente pubblico. Vedremo se in quest’ottica la riforma della Pubblica Amministrazione oggetto della legge delega 124/2015 potrà essere di incentivo.
Paola Chiesa
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
L. 124/2015: Delega per la riforma delle amministrazioni pubbliche
Decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33 – Decreto Trasparenza
Elenco obblighi di pubblicazione vigenti
Decreto Legislativo 7 marzo 2005, n. 82 – Codice dell’amministrazione digitale
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Medicina & Narrazione Sharing Knowledge

L’evidence based medicine: quando la diagnosi clinica incontra l’etica.

[dropcap3]L[/dropcap3]a diagnostica, ovvero l’approccio metodologico all’individuazione delle cause di un sintomo, è stata un aspetto centrale della lunga storia della medicina. Se nel mondo antico la malattia era sottoposta a pratiche sciamaniche e magiche, sin dalla medicina ippocratica l’approccio al paziente e alla cura è stato oggetto di un progressivo processo di laicizzazione, seppur con secolare lentezza.
Decisive sono state le conquiste scientifiche e l’imporsi del metodo sperimentale fino alle moderne rivoluzioni tecnologiche che hanno definitivamente reso disponibili strumenti sofisticati e determinanti nel processo diagnostico.
Tuttavia, a lungo e ancora oggi nel rapporto medico paziente la diagnosi della malattia si fonda su un approccio “istintivo” che cerca conferme nella prescrizione di indagini strumentali e di laboratorio che non sempre si rivelano efficaci ed “economiche” nel quadro della storia clinica del malato o del paziente. Il rapporto tra medico e paziente al contrario genera spesso atteggiamenti di eccesso prescrittivo, proprio nel tentativo del medico di soddisfare l’aspettativa del suo assistito e di rincorrere un contenimento del rischio di errore.
Negli ultimi decenni si è fatta strada una nuova modalità di diagnosi che non si limita a cercare le cause di una manifestazione sintomatica sulla base di consuetudini cliniche, ma che mette al centro del suo metodo la rilevanza statistica dei dati scientifici a disposizione.
Si tratta dell’evidence based medicine (EBM), termine inglese che designa appunto la medicina basata sull’evidenza scientifica. In un tale approccio metodologico l’efficacia della cura non è più il solo obiettivo, ma entrano in campo altri fattori che hanno a che fare con la morale e l’economia: i parametri di sicurezza del metodo diagnostico o curativo proposto, i costi e i benefici che comporta, le conseguenze sulla qualità della vita del paziente.
L’evidence based medicine presuppone un costante aggiornamento degli operatori e dei ricercatori sanitari e soprattutto un patrimonio di dati clinici e scientifici strutturati ai quali attingere. Operano in questo senso associazioni come l’inglese Cochrane, dal nome di uno dei primi studiosi a impostare il metodo dell’EBM, Archibald Leman Cochrane. La raccolta di dati, studi e ricerche ha dato vita alla Cochrane Library, un insieme di data base di studi e di ricerche controllati e aggiornati, disponibili per chi debba prendere decisioni di natura sanitaria.
In Italia, oltre al Centro Cochrane Italia, è attiva la fondazione GIMBE, che ha fra i suoi scopi quello di fare delle evidenze il supporto alle scelte di medici, cittadini e dirigenza sanitaria. Quindi non solo per la pratica clinica, ma anche per la gestione e il miglioramento dei servizi in termini di “sicurezza, efficacia, appropriatezza, equità, coinvolgimento degli utenti, efficienza”.
Si tratta di temi di profondo interesse, specialmente nell’ottica – di grande attualità – di un utilizzo razionale delle risorse in ambito sanitario, non solo per l’ovvia ragione di un necessario taglio agli sprechi, ma soprattutto perché questo significa destinare in maniera oculata i fondi a vantaggio delle reali necessità dei pazienti e per una pianificazione consapevole del population health management, con le conseguenze che questo comporta sul versante delle scelte di politica sociale ed economica.
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www.gimbe.org
www.cochrane.it
www.cochranelibrary.com
www.treccani.it

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La comunicazione del corpo: questione di gesti!

[dropcap3]L[/dropcap3]e madri si lamentano spesso di come i propri figli, in particolare se adolescenti, poco propensi a spiegazioni verbali sulle scelte fatte o sulle loro emozioni, si esprimano a gesti e grugniti, facendo della comunicazione non verbale il loro linguaggio elettivo.
Con il termine “linguaggio” infatti si intende non solo quello verbale, ma ci si riferisce anche a tutte le modalità di comunicazione basate su segni visivi, sonori o generati da un movimento, intesi come un’organizzata compagine di diversi registri gestuali o corporei.
E se il linguaggio del corpo può essere definito un insieme di segnali derivanti da posture, mimica facciale e gestuale, utili per concretizzare l’espressione di emozioni e affettività in gran parte inconsce, il linguaggio gestuale si affida appunto all’uso di gesti consapevoli e convenzionali definiti su base culturale e sociale, o determinati da un fine pratico, come il linguaggio dei segni per i sordomuti o altri sistemi di segni in contesti anche molti specifici (lo sport, le discipline artistiche, il gioco ad esempio).
L’importanza del linguaggio non verbale è immediatamente quantificabile: circa il 70-80% dell’informazione recepita dal cervello giunge dagli occhi, contro il 10-15% che proviene dall’udito. In pratica si è prima visti e poi sentiti. Così, la gestualità comunicativa svolge un ruolo importante di supporto alle parole, di conferma o involontaria smentita di quanto detto e, assieme all’espressione del volto, costituisce una ricca fonte di stimoli da interpretare e ai quali attribuire uno specifico significato.
Significato che, occorre tenere presente, non ha un valore univoco perché dipende dal contesto personale, sociale, ma soprattutto culturale nel quale avviene il dialogo. Per definire il corretto significato del gesto siamo dunque chiamati a tradurre una serie di informazioni aggiuntive date dal tono di voce, dall’atteggiamento del corpo e da altri comportamenti non verbali del nostro interlocutore.
Certamente le specificità dell’essere umano in quanto a utilizzo del linguaggio in generale e di quello verbale in particolare – di cui è in natura l’unico depositario – sono un tema estremamente affascinante e oggetto di studi costanti, anche grazie all’approccio neuro-linguistico.
Interessanti paiono i risultati di uno studio pubblicato nella rivista scientifica PNAS sul sistema comunicativo delle scimmie, gli unici animali, oltre l’uomo, ad utilizzare un linguaggio che combina i gesti con richiami vocali e cenni facciali. La predominanza di comunicazione per mezzo di gesti e la combinazione di diversi tipi di segnali per rinforzare il passaggio di informazioni, riscontrate in diversi gruppi di scimmie, sarebbero state determinanti nell’evoluzione del linguaggio verbale umano.
La prevalenza di tale tipologia di linguaggio inoltre pare avere una predestinazione genetica. Oltre alle aree del Wernicke e del Broca, entrambe legate all’elaborazione del linguaggio e alla sua comprensione, è stata infatti identificata nell’emisfero destro del cervello una porzione di pochi millimetri di lunghezza definita superior temporal asymmetrical pit (STAP), riscontrata già nei feti (il che confermerebbe una probabile origine genetica della quale si accennava) e indipendente dal sesso. La STAP potrebbe essere una caratteristica specifica dell’uomo. Infatti, la presenza di tale piccola struttura, collocata proprio nelle aree del cervello adibite allo sviluppo della comunicazione, è praticamente assente negli scimpanzé.
Un risultato che offre nuovi, interessanti elementi per lo studio dell’evoluzione delle abilità cognitive e linguistiche nell’uomo. E che – lo diciamo con un po’ di malizia e con molto affetto per quegli acerbi esseri umani che sono gli adolescenti – forse potrà essere suggestivo per le molte madri dubbiose sulle modalità di espressione dei loro giovani figli…
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
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www.comunicazionenonverbale.org
www.pikaia.eu
www.pnas.org
www.comunicobene.com

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La Parigi che è dentro di noi: Eufemia di Italo Calvino.

[dropcap3]S[/dropcap3]e il nostro blog è – come è – dedicato alla condivisione della conoscenza in tutte le sue declinazioni, i drammatici fatti di Parigi non possono non influenzarne in qualche modo la “vita”, così come è accaduto per ciascuno di noi.
E se oggi era prevista l’uscita di un articolo che trattava un tema fondante, il rapporto tra le donne e la tecnologia, ne rimandiamo a giorni più sereni – confidiamo – la pubblicazione,  e dedichiamo invece le nostre pagine a una donna in particolare, Valeria Solesin, la giovane italiana che ha vissuto pienamente le sue idee ed è morta assieme agli altri in un’ora oscura e non ancora tramontata.
In questo articolo del 2013, ripubblicato ieri, dedicò la sua voce proprio alle donne, al loro lavoro, ai loro figli e alla loro vita, tra l’Italia e la Francia. Così come la madre ha chiesto, «Se il ricordo di Valeria può essere diffuso, questa è l’unica cosa che ci preme», rispondiamo volentieri al suo appello, facendo nostre le sue parole.
E per non sottrarci allo stringente, ineluttabile confronto con i temi che i fatti di Parigi sottopongono alla nostra coscienza, vogliamo condividerne uno emblematico, quello della Città, intesa come luogo d’elezione in cui si esplicitano i valori della cultura occidentale, ferita in questi giorni nei suoi spazi sacri, seppure quotidiani, dedicati al piacere di esistere.
Molti commentatori hanno giustamente sottolineato come siano stati colpiti i luoghi simbolo del nostro modo di vivere insieme nel senso più pieno del termine: il teatro, il caffè, il ristorante, lo stadio. Luoghi e spazi di incontro e di scambio fra le persone, oggi come nel passato.
Pensiamo ad esempio – percorrendo per un attimo la storia a grandi balzi  – al ruolo della città in Europa attraverso i secoli, dalla città stato greca, all’urbe di Roma, ai Comuni medioevali, in altrettante tappe di un processo di civilizzazione che ha conosciuto – e ancora oggi conosce – i suoi arresti, le sue incongruenze, i suoi inciampi. E proprio prendendo la Città come luogo simbolo di elaborazione di quei valori cui ci appelliamo, quella città nei cui caffè si incontravano gli intellettuali, per disegnare insieme le coordinate attorno a cui costruiamo a tutt’oggi  il nostro vivere civile, abbiamo trovato una volta ancora in Calvino sia gli enzimi del pensiero razionale che gli anticorpi alla paura.
Siamo andati così a sfogliare le pagine di quel meraviglioso racconto che Marco Polo riporta al Gran Kan, del suo viaggio attraverso le Città invisibili. E tra le molte incontrate, una in particolare ci ha ricordato l’essenza della Città intesa come luogo d’incontro, di osmosi di culture e di pensiero. È Eufemia, la città degli scambi, che Calvino ci descrive così: «Non solo a vendere e a comprare si viene a Eufemia, ma anche perché la notte accanto ai fuochi tutt’intorno al mercato, seduti sui sacchi o sui barili o sdraiati su mucchi di tappeti, a ogni parola che uno dice – come “lupo”, “sorella”, “tesoro nascosto”, “battaglia”, “scabbia”, “amanti” – gli altri raccontano ognuno la sua storia di lupi, di sorelle, di tesori, di scabbia, di amanti, di battaglie. E tu sai che nel lungo viaggio che ti attende, quando per restare sveglio al dondolio del cammello o della giunca ci si mette a ripensare tutti i propri ricordi a uno a uno, il tuo lupo sarà diventato un altro lupo, tua sorella una sorella diversa, la tua battaglia altre battaglie, al ritorno da Eufemia, la città in cui ci si scambia la memoria a ogni solstizio e a ogni equinozio.»
Continuare a confidare nella necessità e nell’utilità dello scambio tra persone e culture è – oggi più che mai, ci pare – la barra del timone da mantenere diritta. Continuare a vivere le nostre città come tante Eufemia che ci insegnano a condividere le nostre storie con le storie altrui fino a mescolarle per ritrovarci diversi e migliori.
La strada da perseguire sempre è la fiducia nella conoscenza e – per tornare alle “Città invisibili” di Calvino e alla chiusa lasciata alla voce di Polo – nella nostra capacità di non rassegnarci al male, scegliendo di non «diventarne parte», percorrendo un cammino che è «rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.» Spazio condiviso, sempre.

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Reazioni non pericolose Sharing Knowledge

La relazione non pericolosa tra un pipistrello e una pianta carnivora: un matrimonio che s'ha da fare!

[dropcap3]C[/dropcap3]oppie di fatto? Unioni civili? Matrimoni interrazziali? Tanto rumore per nulla visto che la natura, abituata a seguire il suo percorso di adattamento evolutivo, se non fosse per l’intervento dell’uomo con la sua continua e fastidiosa opera di “disturbo”, ha già ampiamente accettato unioni “particolari”.
Vi presentiamo i protagonisti di una strana ma vantaggiosa storia coniugale: Nepenthes hemsleyana e Kerivoula hardwickii.
La prima è un’elegante pianta carnivora dotata di ascidio, una larga foglia modificata in un contenitore dalla forma simile a una brocca, dove vengono intrappolati e digeriti gli insetti sue prede. Kerivoula è invece un pipistrello di piccole dimensioni, del peso di soli 10 grammi, soprannominato anche Pipistrello sussurrante poiché, a differenza dei suoni emessi dalla maggior parte dei suoi simili, produce segnali sonori a bassa intensità e frequenza modulata.
La vita dei due abitanti nelle foreste del Borneo non è semplice. La dieta “carnivora” di Nepenthes hemsleyana le consente di colmare la povertà di azoto di rocce, torbiere o paludi dove cresce, assimilando proteine animali derivate dagli insetti. Di norma le piante carnivore usano il loro nettare zuccherino, sgargianti livree o particolari odori per attirare gli insetti ma per Nephentes, non particolarmente attraente né produttrice di buon nettare rispetto alle sue simili, la situazione è più complicata.
Nemmeno la vita notturna del piccolo Kerivoula hardwickii e, in generale, di tutti i pipistrelli, appare semplice. Attraverso l’ecolocalizzazione i pipistrelli lanciano segnali sonori a frequenze specifiche che “rimbalzano” sulle superfici circostanti. Ascoltando gli echi prodotti, i pipistrelli sono in grado di percepire l’ambiente che li circonda e di individuare sia gli ostacoli, sia le prede.
Non solo, sembra che alcune specie di pipistrelli imparino la gamma di suoni emessi dagli altri pipistrelli e poi emettano vocalizzazioni simili a quelle impiegate nell’ecolocalizzazione, per riconoscere e distinguere i propri simili.
In uno scenario di liane pendenti e rami di alberi, immaginiamo i pipistrelli competere fra di loro per riconoscersi e accaparrarsi le prede migliori attraverso l’arma dell’ecolocalizzazione. Attrezzato a suo modo per una competizione agguerrita sembra essere inoltre un particolare tipo di pipistrello, quello della specie Tadarida brasiliensis, che è in grado di produrre frequenze tali da confondere gli individui della sua stessa specie impegnati a cacciare.
Come uscirne dunque vincenti e satolli? È stato grazie alla selezione naturale che si è creata una particolare relazione di mutuo aiuto, nel fitto caos della foresta del Borneo, tra il nostro piccolo pipistrello sussurrante e l’insolito partner Nepenthes hemsleyana.
Pare infatti che la particolare forma concava del recipiente formato dalla foglia della pianta funzioni da perfetta cassa di risonanza per gli ultrasuoni emessi dai pipistrelli durante il processo di ecolocalizzazione, riflettendoli da diverse direzioni.
 Attraverso l’instaurarsi di questa relazione di tipo acustico, la pianta segnala la sua presenza nel folto della vegetazione tropicale rendendosi facilmente raggiungibile dai pipistrelli.
In tal modo, il piccolo mammifero volante trova nel recipiente della pianta carnivora un riparo confortevole e sicuro durante il suo riposo diurno. E la pianta? La carenza di azoto che normalmente l’affligge può essere colmata dalle deiezioni che il pipistrello rilascia non solo dentro la pianta dove trova rifugio ma anche nelle vicinanze…
Un matrimonio che, per quanto improbabile possa apparire, per Madre Natura “s’aveva da fare”!
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– www.cell.com
– www.pikaia.eu
– www.greenreport.it
 
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Performance da 10 e lode! Sharing Knowledge

L'ippocampo: un cavalluccio unico nel suo “genere”…

[dropcap3]I[/dropcap3]n Italia e in Europa – ma più estesamente anche a livello internazionale – il tema di “genere” è molto dibattuto, oggetto di una riflessione sociologica che si riverbera nella politica e nell’attività legislativa, entrambe investite da decisioni cruciali.
E se tradizionalmente tale fondante questione, negli esseri umani, ha mantenuto a lungo saldi i poli opposti del femminile e del maschile assieme alle reciproche peculiarità, dando quasi sempre per scontata la connotazione “naturale” della divisione dei ruoli, è la Natura in prima persona a smentire questo punto di vista, con un’eccezione davvero esemplare.
Parliamo dell’ippocampo, più noto come “maschio” del cavalluccio marino, in cui questa differenza di genere non è affatto marcata né dal punto di vista comportamentale né da quello delle funzioni biologiche a lui attribuite da Madre Natura. L’ippocampo, infatti, può vantare la peculiarità di sostituirsi alla compagna non solo nelle cure parentali – cosa che in sé potrebbe non stupire più di tanto – ma addirittura nella fase della gestazione. Sentite un po’ come!
Partiamo innanzitutto con la sua presentazione, anche se forse non ce ne sarebbe bisogno: si tratta di una creatura diffusa nelle acque temperate e poco profonde di tutti i mari, e la sua forma lo rende immediatamente riconoscibile, soprattutto per via del lungo collo e del profilo della testa simile a quella di un cavallo, appunto.
Ma se il cavalluccio marino è uno dei pesci più presenti alla memoria di ciascuno, per lo meno dal punto di vista estetico, un’altra caratteristica comportamentale lo distingue: ha infatti subito un’evoluzione tale (grazie alla riduzione o addirittura alla perdita di molte delle pinne originarie, e con la trasformazione della pinna caudale in una coda prensile) da fargli assumere la tipica posizione “verticale” con cui avanza nell’acqua, a differenza degli altri animali marini che solitamente procedono orizzontalmente.
E se tutto ciò non bastasse a renderlo speciale, parliamo allora di quanto lo rende veramente straordinario: il comportamento amoroso e infine riproduttivo, per cui annovera una serie di singolari ed eccezionali performance.
Vediamo quali.
Innanzitutto la fedeltà tra i partner, che si esprime, tra l’altro, in una danza di oltre 15 minuti perfettamente sincronizzata, eseguita in un’affascinante sequenza di movimenti e cambiamenti di colore: attraverso gli studi di etologia si è potuto comprendere come questa danza rituale abbia anche una sorta di funzione “emotiva”, tanto che il legame fra i due pesci continua fino alla morte di uno dei due.
Assolutamente eccezionale poi è la pseudo gravidanza dell’ippocampo maschio: quando lo stato ormonale è appropriato, durante il rituale della danza di corteggiamento, il cavalluccio accoglie nella propria tasca, posta sul ventre, un filamento di uova provenienti dalla femmina.
Dopo averle fecondate, il futuro padre inizia ad occuparsene con pazienti ed amorevoli cure. Nel periodo d’incubazione inoltre, la pelle della sacca si arricchisce di vasi sanguigni e di speciali cellule che producono sostanze nutritive per gli embrioni, e al suo interno si creano condizioni simili a quelle che, una volta nati, i figli troveranno all’esterno.
Dopo diverse settimane, giunto al termine della “gravidanza”, attraverso una serie di contrazioni ritmiche dei muscoli della sacca, con il respiro affannoso e persino con un cambio di colore della livrea, il futuro padre espelle da 20 a 1000 minuscoli ippocampi lunghi circa 7 millimetri.
E lo stretto legame tra il neo padre e i pesciolini non si esaurisce qui: il “mammo cavalluccio”, infatti, continua a seguirli anche dopo il parto, perché li accoglie nella sua sacca per nutrirli, fino al momento in cui sono in grado di provvedere da soli a se stessi. E se anche un altro animale del regno marino potrebbe contendergli un qualche primato (parliamo del pesce ago, capace anch’esso di partorire i propri piccoli) non può certo sottrargli il primato della fedeltà e dell’amore per la prole, espressioni caratteristiche solitamente di istanze affettive di genere femminile.
Nella scacchiera ben disegnata e preordinata di significati tra loro opposti o complementari, quali bianco e nero, femmina e maschio, madre e padre e via dicendo, il cavalluccio marino scombina dunque ogni schema precostituito, dandoci ancora una volta una lezione: l’evoluzione non si formalizza più di tanto tra “culturale” e “naturale”, facendosi a sua volta madre e padre di se stessa.
PS: non credete anche voi che in un ipotetico mondo animale organizzato come la nostra società umana, il cavalluccio marino sarebbe davvero il marito ideale?
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
– www.focus.it
– www.nationalgeographic.it
– www.archiviostorico.corriere.it
– www.autori.fanpage.it/
 
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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Data Artist: Big Data, creatività e il mistero dell'Arte

[dropcap3]G[/dropcap3]li artisti sono materia densa e leggera al tempo stesso, e possiedono ciò che qualifica la creazione come arte: la capacità di vedere ciò che gli altri non vedono. L’artista, si potrebbe dire, è un chiaroveggente del mondo: attraverso una personale “divinazione” consente l’emergere di segni altrimenti nascosti e invisibili, e li modella e li restituisce in quel racconto narrato per colori, parole o materia che è la sua opera. E siccome gli spettatori cambiano, anche l’opera d’arte è sottoposta a continuo mutamento. Consegnata al mistero e al buio della creazione, procede alla ricerca della luce capace di illuminarla, gli occhi dello spettatore.

Ma in una società digitalizzata e inquadrata in molteplici schemi di decodificazione dove ogni segno è sottoposto ad analisi e interpretazioni per carpirne la più utile delle informazioni, gli uomini hanno ancora occhi per riconoscere un’opera d’arte? O l’artista rischia di smarrire la forza della visione sprigionata dall’atto creativo, se il suo valore è quanto debbono attribuirgli gli spettatori delle sue opere?

Ci siamo chiesti se, nell’era della tecnologia dell’informazione, si possano ravvisare nuovi atti creativi, differenti scorci di visione, e un inedito patrimonio creativo nel vasto, e opaco ai più, contenitore dei Big Data, sempre in espansione, senza confini e apparente direzione.

La suggestione dell’analogia tra Big Data, creatività e arte risiede prima di tutto proprio in questo: sono necessari visione ed esercizio euristico per poter leggere, nella massa informe e camaleontica dei Dati, sentieri e percorsi di senso utili sia alla comprensione dell’oggi che alla predizione del domani.

E come l’artista, nel creare il suo mondo, ci restituisce un’immagine del nostro mondo, quello stesso mondo da cui pare astrarsi, c’è una figura che lavora con i Big Data, il Data Scientist, che si candida ad essere l’artista di una nuova era, capace di andare oltre la superficie per vedere quello che è nascosto. Scavare nella miniera dei Dati, delle loro opzioni e possibilità, far emergere una risposta, porsi inediti interrogativi: è questa la creatività che occorre per governare la potenzialità dei Big Data. E se al Data Scientist sono richieste competenze tecniche, culturali e semantiche insieme, non si può forse dire lo stesso dell’artista?

Ma le corrispondenze inattese tra creatività e Big Data investono anche – e più semplicemente – aspetti formali e per così dire diretti.

A partire da come possono essere tradotte visivamente le analisi compiute sui Big Data, ad esempio attraverso una specifica tecnica rappresentativa chiamata Data Visualization che si giova di forme e colori per rendere icasticamente evidenti contenuti complessi. È utilizzata in vari ambiti, di marketing, divulgativi e informativi, e rappresenta una nuova forma di comunicazione creativa.

Non solo… interessanti e allo stesso modo creativi sono stati i progetti presentati lo scorso agosto dagli studenti della prima edizione del Master in Big Data Analytics e Social Mining dell’Università e del CNR di Pisa, durante il quale si apprende a “scavare” nelle informazioni restituite dal WEB per ricavarne studi e analisi. Uno su tutti, il progetto “Web Gallery of Art and Colors”: attraverso un database di opere d’arte è stata compiuta una ricerca riguardo i colori, analizzandoli all’interno delle opere lungo 850 anni di storia dell’arte.

Eppure non solo l’uomo ma anche i computer potrebbero essere “dotati” di estro. Esiste a questo proposito un settore di studi, la “creatività computazionale”, che indaga le dinamiche creative attraverso programmi informatici. A partire dal 1997 quando Deep Blue di IBM fu il primo computer a sconfiggere il campione del mondo in una partita di scacchi sono stati compiuti enormi progressi. Sempre L’IBM ha costruito un computer creativo in grado di mettere a punto nuove ricette basandosi su un ampio data set di ingredienti, stili culinari, gusti e preferenze dell’uomo. È stato invece finanziato dall’UE il progetto “What-if Machine” (WHIM), un software in grado di concepire trame narrative, storie e idee di fantasia e di giudicarne il valore.

Ecco allora che rovesciando la prospettiva tra uomo e macchina, giungiamo a un’ennesima “suggestione” creativa che riguarda la possibilità dei Big Data di travalicare la loro specifica funzione – quella di individuare un senso nell’indistinto delle informazioni che ci circondano – per arrivare a esprimere un vero giudizio di valore. Possono insomma i Big Data giudicare la creatività e l’arte? La Rutgers University avrebbe creato un algoritmo in grado di valutare le opere più innovative ed influenti per ogni cinquantennio di storia, a partire dal 1400 fino ad oggi. Il risultato ribadisce un (prevedibile) primato italiano, retto per quasi 200 anni. Una conclusione che solleva il dubbio se un algoritmo possa realmente spiegare in cosa consiste la creatività.

Si potrebbe rispondere riflettendo su come – pur avendo compiuto tanti progressi nella conoscenza dei fenomeni del mondo e dell’umano – ancora dobbiamo accettare il fatto che ci sono questioni e materie insondabili, mai del tutto spiegabili con il puro metro della razionalità. E che tra queste rientrano anche i meccanismi della creatività e la bellezza, complessa e mutevole, di quella vulnerabile creatura chiamata arte.

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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
– “Un algoritmo giudica la creatività. Ma si può?”. Corriere della Sera, La Lettura, domenica 11 ottobre 2015
– www.insideart.eu
– www.guglielmopiacentini.novagrant.ilsole24ore.com
– www.delfinsblog.it
– www.technologyreview.it
– www.alphagalileo.org
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Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

L'urlo delle stelle è arrivato sino a noi!

[dropcap3]C[/dropcap3]i sono “voci” che non possiamo udire, perché non siamo dotati di apparati sensoriali e percettivi in grado di identificarne il suono.
Questo non vuol dire che tali voci non abbiamo nulla di interessante da raccontare, anzi. Un esempio tra i più imperscrutabili ci riguarda da vicino, ed è legato alla nostra stessa origine, legata a doppio filo al destino delle stelle.
Per nostra fortuna, là dove il nostro orecchio e i nostri occhi non riescono ad arrivare, la tecnologia può molto di più, traducendo in forme percettibili e in qualche maniera significanti anche per noi il loro racconto.
È quello che sta facendo il telescopio spaziale Nuclear Spectroscopic Telescope Array (NuSTAR) della NASA, messo in orbita nel 2012 per esplorare e fornire immagini della Via Lattea, noto come Centro Galattico.
Rimasto a lungo avvolta nel mistero, il “racconto” della Via Lattea si è così arricchito di nuovi dettagli, sino all’identificazione di un misterioso eccesso di emissione diretta di raggi X, detta “alta energia in banda X”, che è stato definito da alcuni scienziati una sorta di “urlo” emesso dalle stelle morte.
Il tutto in una regione osservata di spazio estesa per circa 40 anni luce attorno a Sagittarius A*, il “buco nero supermassiccio” della Via Lattea, generato dal nucleo di una stella molto grande (almeno sette volte il Sole) collassata sotto il proprio peso.
Ma il racconto non si ferma qui.
Stando ai dati raccolti da NuSTAR il Centro Galattico si conferma essere un luogo cosmico frenetico e molto affollato, in cui sembra esistere una moltitudine di corpi stellari in differenti stadi della loro evoluzione e in piena attività di trasformazione.
Quest’attività porta a una emissione diretta di raggi X, che – a differenza del suono, che non si propaga nel vuoto dello spazio – è rilevabile dagli ingegnosi telescopi spaziali, e consente quindi di poterne tracciare l’attività, e infatti le nuove immagini raccolte hanno permesso di identificare tale misterioso eccesso di emissione energetica sotto forma di raggi X che sovrasta la consueta attività stellare.
L’osservazione di tali emissioni infatti rappresenta un flusso di radiazioni che, in quanto rilevabili e tracciabili, sono potenzialmente “traducibili” in informazioni, scoperte e dunque aumento della nostra conoscenza, proprio come accade in qualsiasi altro tipo di comunicazione extra specie.
Resta tuttavia ancora misteriosa l’origine di tali emissioni, che gli astronomi non hanno ancora individuato con certezza. Una delle teorie al riguardo, particolarmente suggestiva, parla di una sorta di attrazione di materia da parte di una stella morta verso un’altra vicina, che provocherebbe in conseguenza un’esplosione violenta di raggi X, tale da giustificare il fenomeno. Ma le ipotesi ancora aperte sono anche altre, e tutte in attesa di risposte.
Da parte nostra, in attesa di raccogliere altri dati, o meglio, altri racconti, restiamo in silenzio ad ammirare la notte stellata. Più universale di così…
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
– www.wikipedia.org
– www.sites.google.com
– www.media.inaf.it
– www.ansa.it
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