[dropcap3]N[/dropcap3]el corso della nostra rubrica sull’innovazione e i suoi effetti sulle macro categorie sociali, abbiamo osservato più volte il diffondersi della tecnologia dell’informazione legata ai Big Data a imprese e aziende, nei più diversi ambiti.
Si sta registrando infatti un aumento costante di realtà imprenditoriali che investono in Big Data, in un panorama multiforme che vede differenti gradi di “approccio” ai dati.
A tal proposito è interessante una definizione delle aziende secondo uno schema piramidale che vede alla base i cosiddetti “data starters”, coloro che non hanno ancora sviluppato una governance in materia di Big Data. Sopra di loro i “data movers”, le aziende e gli imprenditori che hanno iniziato a impegnare risorse nel trattamento e analisi dei dati. Mentre il vertice è occupato dai “data innovators” che investono sui dati, ne estraggono valore, creano strutture di controllo e analisi avanzate.
Proprio le aziende innovatrici sono protagoniste di un fenomeno che riguarda la finanza e la movimentazione di capitali. I Big Data infatti, da oggetto di investimento, stanno diventando fattore di investimento da parte dei più importanti fondi internazionali. Il loro potenziale è talmente attrattivo da farli diventare leva per la finanza, in grado di “orientare” gli spostamenti finanziari in borsa. Tali investimenti possono riguardare proprio le aziende che producono “tecnologia Big Data” oppure imprese che impiegano risorse e capitali per sfruttare i Big Data a fini di governance.
[bctt tweet=”I Big Data, da oggetto di investimento, stanno diventando fattore di attrazione delle risorse.” username=”MapsGroup”]
Lo spiega Jacques–Aurélien Marcireau, lead portfolio manager di Edr Fund Global Data di Edmond de Rothschild Am, come riportato in questo articolo, dove si citano i casi di aziende che – investendo sui Big Data – hanno a loro volta attratto capitali. La maggior parte di questi flussi interessa società del mercato statunitense. Giganti come Google e società innovative come Illumina, che opera nel settore biotecnologico, oppure Inovalon, che è specializzata nell’analisi dei dati sanitari. Ma anche l’Europa è ormai pronta a ricevere le “attenzioni” degli investitori verso aziende innovatrici.
Uno dei titoli europei più attraenti è ad esempio Axa, il brand assicurativo diffuso a livello globale che investe in tecnologie all’avanguardia, come con lo sviluppo– grazie ai Big Data – di polizze auto personalizzate.
Ma da dove nasce l’interesse dei gruppi finanziari? Perché investire in aziende che hanno integrato strategie fondate sui dati? Come analizzato in uno studio condotto dall’ente di certificazione DNV GL – Business Assurance e dall’istituto di ricerca GFK Eurisko, le aziende che hanno investito e reso operativi piani relativi ai Big Data, ne hanno ricavato notevole vantaggio. Nello specifico, dall’analisi emerge come i benefici riscontrati siano reali e palpabili in termini di efficienza, “miglioramento dei processi decisionali” e della soddisfazione della clientela, risparmio di risorse economiche.
Il meccanismo è “esponenziale”: le aziende creano infrastrutture innovative e sistemi di governance supportati da analisi e informazioni ricavate dai dati, e i gruppi finanziari decidono di investire su quelle stesse imprese, proprio per il valore aggiunto del fattore Big Data. Così come il serpente di Nietzsche si morde la coda, i Big Data creano valore, in un ciclo di investimenti… Insomma, un “uruboro” applicabile in finanza!
Mese: Ottobre 2016
[dropcap3]L'[/dropcap3] accumulo e la conservazione di dati interessa numeri per cui tocca scomodare unità di misura superiori allo zettabyte, come abbiamo visto nell’articolo “Dalla ricerca all’innovazione: i Big Data e le magnifiche sorti e progressive”.
L’aumento del volume, della velocità e della varietà dei dati apre numerosi scenari di gestione, fra i quali una posizione non secondaria occupa l’individuazione di una consapevole procedura finalizzata alla sicurezza di quello che potrebbe essere definito un tesoro. Dove la parola “tesoro” ha una valenza duplice: i dati come giacimento grezzo di informazioni da sfruttare a fini strategici, se opportunamente elaborati, strutturati e analizzati. Ma i dati anche come custodi di informazioni potenzialmente sensibili e quindi profondamente delicate.
Ecco perché abbiamo deciso di dedicare una rubrica all’argomento sicurezza e privacy dei dati, per passare in rassegna le possibili e varie implicazioni che comportano lo stoccaggio e l’utilizzo di Big Data.
Tali moli ingenti di dati infatti, se non adeguatamente classificate e protette, possono essere un ostacolo anziché una risorsa. O meglio, possono comportare considerevoli rischi, in termini di perdita e divulgazione di informazioni, con il conseguente corollario di danni economici e problemi legali.
Mettere in sicurezza i dati è un’operazione necessaria, dunque, ma particolarmente delicata e niente affatto ovvia. Richiede un approccio strategico, supportato da un’adeguata tecnologia che garantisca una protezione reale e continua.
Ecco allora che il primo passo da compiere è, ancora una volta, analitico. Effettuare una classificazione dei Big Data permette di determinarne il valore, stabilire eventuali implicazioni giuridiche, quotarne il livello di sensibilità e applicare diversi livelli di sicurezza in base alla tipologia delle informazioni da proteggere.
Se determinare il valore dei dati da mettere in sicurezza è un aspetto fondamentale, non sempre si tratta di un’operazione possibile nel caso dei Big Data. Anche dati non sensibili infatti possono svelare informazioni che invece lo sono, se messi in relazione con altri dati.
[bctt tweet=”Da una tutela responsabile dei Big Data passa la messa a frutto del loro potenziale tesoro…” username=”MapsGroup”]
Esistono allora delle best practice utili a limitare i rischi e ad attivare un’efficace politica di “difesa”.
Una prima azione suggerita è effettuare una razionale selezione dei dati: scegliere quali sono rilevanti e quali, invece, è possibile eliminare. In questo contesto è utile e necessario mettere sul piatto della bilancia le informazioni che possiamo trarre dai dati e il livello di rischio che portano con sé. A seconda che il piatto della bilancia penda da una parte o dall’altra si attueranno azioni diverse.
Il secondo step è creare un’efficiente policy d’accesso ai dati, custodendo ove possibile i dati offline, limitando l’accessibilità a utenti certificati e applicare, allo spazio di archiviazione, tecniche crittografiche. Queste soluzioni consentono di proteggere i dati sensibili archiviati, in transito o per il loro intero ciclo di vita. Anche le diverse fasi di trattamento dei dati, infatti, meritano una puntuale attenzione sotto l’aspetto della sicurezza, in particolare in alcuni passaggi cruciali, come la loro eliminazione o la migrazione da un sistema di archiviazione a un altro.
Con il prevedibile capillare diffondersi dell’Internet of Things, nell’interconnessione quotidiana delle nostre vite tra smart device e Rete, la privacy e la sicurezza dei dati conseguenti dovranno ricoprire un ruolo di primaria importanza. Perché da una tutela responsabile dei Big Data passa anche l’avveramento del loro potenziale “tesoro”, della loro promessa di contributo allo sviluppo e all’efficienza dei nostri sistemi sociali ed economici.
[dropcap3]L[/dropcap3]a preminenza della tutela dell’ambiente sulle attività produttive e sociali dell’Uomo è – almeno così sembra – un dato di fatto condiviso da molti degli Stati del nostro pianeta, oltre che dall’opinione pubblica.
E tuttavia le difficoltà, soprattutto economiche e a maggior ragione nelle parti del mondo ancora in via di sviluppo o in fase di crescita, non ne fanno un percorso agile da seguire e tanto meno rapido.
Se infatti il mondo occidentale, che – ignaro o meno che ne fosse a suo tempo – ha attinto abbondantemente alle risorse naturali del nostro pianeta, con un larghissimo e spesso avventato impiego delle risorse, oggi sembra tentare di ricondurre i propri comportamenti sulla retta via, lo sforzo principale è chiesto oggi proprio alle zone del mondo in cui uno sviluppo eco-compatibile cozza inesorabilmente contro la possibilità (o le volontà) di sostenerne i relativi costi a livello micro e macro economico.
Non è certamente questo il luogo in cui analizzare compiutamente un processo così streategico e complesso per il nostro futuro.
Ma siccome a ogni azione consegue una reazione (possibilmente non pericolosa) ci piace portare all’attenzione del nostro pubblico una serie di buone pratiche in tema ambientale che abbiamo trovato nelle nostre “attività serendipitiche” online.
Perchè ciascuno di noi, nel suo piccolo, può, anzi DEVE, farsi carico di questa attenzione per il nostro pianeta.
[bctt tweet=”La preminenza della tutela dell’ambiente sulle attività dell’Uomo è oggi fondamentale.” username=”MapsGroup”]
Iniziamo con il link al sito di LifeGate che ha una sezione “interamente dedicata a case history e azioni messe in pratica da aziende e imprese a livello nazionale e internazionale” con una serie davvero sorprendente di “eccezioni” virtuose che mostrano concretamente come sia “possibile fare business riducendo le emissioni di CO2 e degli altri gas serra che influiscono sul clima.”
Un altro spunto eccezionale, tutto Made in Italy, è quello che ci offre Ecosistema Urbano di Legambiente che “misura la qualità ambientale dei centri urbani e, insieme, le performance delle pubbliche amministrazioni” e che riporta nello studio “buone pratiche che hanno il pregio di introdurre significativi cambiamenti in un determinato settore e che potrebbero essere riprodotte o utilizzate come spunto per interventi analoghi anche in altre realtà locali.”
Un’ultima considerazione, prima di congedarci.
Anche noi di Maps Group abbiamo dato, nel nostro piccolo, un contributo concreto per le aziende nel settore della sicurezza ambientale. Si tratta di Greennebula, il cloud System Software e Gestionale per la gestione delle autorizzazioni ambientali pensato per le aziende che si trovano a dover smaltire i propri rifiuti gestendone e controllandone le varie autorizzazioni ambientali.
Il software, infatti, permette di invitare la rete dei fornitori a caricare sul sistema dati e autorizzazioni ambientali, evitando di dedicare risorse interne a tale compito, come spiegano queste brevi slide che mostrano il funzionamento di Greennebula step by step.
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Non ci sono più scuse, dunque, per nessuno. Ognuno deve “mettersi in moto” e fare il suo piccolo pezzo di eco-strada. Buon cammino a tutti!
Inaugurazione della nuova sede: il Genius Loci di Maps Group
[dropcap3]L[/dropcap3]o sapevano bene i romani che introdussero un apposito concetto, quello del Genius Loci, ovvero il Genio che vive – respira, traspira – nel luogo abitato e frequentato dall’uomo: lo spazio in cui ci troviamo ha una sua anima, e trasmette ed evoca ben precise assonanze (o dissonanze).
Dicendolo in termini più espliciti, lo spazio fisico in cui ci troviamo e in cui trascorriamo il nostro tempo è capace di interferire e condizionare la qualità del nostro stesso esistere.
Nel nostro caso – in occasione della serata di inaugurazione della nuova sede del gruppo Maps – il Genio cui ci siamo voluti riferire è quello delle persone con cui condividiamo la nostra avventura professionale: è grazie a loro e ai loro talenti che Maps Group sta proseguendo il proprio cammino, un giorno dopo l’altro, verso i suoi obiettivi.
[bctt tweet=”Il Genius Loci di Maps Group? Una terrazza, buon cibo, buona musica e soprattutto buona compagnia.” username=”MapsGroup”]
Nel video presentato durante l’evento – che vuole essere un tributo all’impegno di tutti – raccontiamo così un giorno in Maps, dalla mattina alla sera, con la partecipazione diretta di chi ci vive e lavora assieme alle immagini di tutto ciò che ogni giorno ci circonda e accompagna nel nostro “luogo” di lavoro.
Il nostro Genius Loci lo si può vedere bene così, in primo piano, nelle foto della serata inaugurale pubblicate di seguito, che abbiamo voluto trascorrere così, in semplicità, tra noi.
Con una bella vista dalla terrazza, buon cibo, buona musica in sottofondo, e soprattutto una buona compagnia. Perché il genio, così come il talento, è sì in parte innato, ma soprattutto va alimentato. Giorno dopo giorno.
Maps Group
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“Una bugia fa in tempo a viaggiare per mezzo mondo mentre la verità si sta ancora mettendo le scarpe.” – scriveva Mark Twain. E se era vero nei primi anni del ‘900, immaginiamo oggi con le piattaforme Social che accompagnano il flusso stesso dei nostri pensieri.
Scrivere – a qualsiasi titolo lo si faccia, per amor di letteratura o per finalità più concrete quali i motori di ricerca e gli algoritmi di Facebook – ha a che fare inevitabilmente con questo: le Verità. In forma rigorosamente plurale e basate su diversi punti di vista, ciascuno vero a suo modo.
Tattica di sopravvivenza evoluta, parente stretta della mimesi e del travestimento, la possibilità di evocare, alludere e omettere – sino a mentire – è una delle caratteristiche più potenti del linguaggio, unicum della nostra specie.
Comunicazione persuasiva, si definisce dunque quella di cui mi occupo principalmente nella mia attività professionale. Sul web e i social, in forma di post, claim e metadati… E – come per ogni ossimoro che si rispetti – utilizzo tecniche che fanno viaggiare di pari passo verità e bugie. O meglio, che “condividono un preciso punto di vista”.
E quasi sempre, mi credono… Facebook e Google compresi 😉
Natalia Robusti
Se vuoi connetterti con me, mi trovi qui:
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Cambiare è quello che la gente fa quando non ha più nessun’altra scelta.
Holly Black
[dropcap3]N[/dropcap3]ei primi anni del ‘900 la compagnia telefonica statunitense AT&T decide di costruire la prima linea continentale per collegare New York a San Francisco e per superare i non pochi problemi tecnici di un progetto di tale portata, si convince a investire in un’ organizzazione di ricerca interdisciplinare: La Fabbrica delle Idee.
La Factory di AT&T riunisce fisici, ingegneri, esperti di materiali, tecnici del telefono e segna l’ inizio di un esperimento – i Bell Labs – che porterà gli Stati Uniti a ricoprire un ruolo di leader del settore per oltre un secolo e a sfornare un numero impressionante di innovazioni (il primo transistor, nel 1947, tassello di base per un’ ondata di applicazioni che segneranno l’ era della televisione, poi, attraverso il salto nei semiconduttori, quella del computer) e di Premi Nobel. Il resto è storia nota.
“Le innovazioni – dice Walter Isaacson, autorevole firma del giornalismo tecnologico americano – avvengono quando persone con diversi talenti, diverse conoscenze, diverse mentalità, vengono riunite insieme possibilmente in una vicinanza fisica, in modo da potersi incontrare spesso”.
Questo dunque il principio ispiratore dei Bell Labs, più volte ripreso da quel primo esperimento del 1909, non ultimo da Steve Jobs che aveva a suo modo replicato il modello unendo «dei geni creativi insieme con degli esperti di prodotto e dei grandi ingegneri, in modo da collegare fra loro la tecnologia e l’ immaginazione».
[bctt tweet=”L’esperienza può e deve gestire la complessità: per correre avanti bisogna a volte guardare indietro.” username=”MapsGroup”]
Un principio che continua ad avere una sua valenza e attualità e a cui si ispira la nuova rubrica del Blog: Data Complexity & Big Data Digital Labs, che mira proprio a far incontrare talenti diversi in uno spazio non più fisico (come fu all’inizio del secolo scorso) ma virtuale, in accordo con la geografia e l’idea di prossimità ridisegnata dal digitale e dai paradigmi della network knowledge. Questo per quanto riguarda il metodo. Sui contenuti invece la parola chiave è, appunto, “Labs” ovvero fornire esempi concreti di progetti, esperienze, case study tenendo conto dello scenario sociale, economico, tecnologico e culturale nel quale nascono e si sviluppano, al fine di analizzarne possibili applicazioni e prospettive future per aziende e pubblica amministrazione.
Del resto “l’intelligenza collettiva, la cooperazione, la condivisione e la diffusione del sapere stanno cambiando le nostre vite”. E lo stesso si può dire dei famigerati Big data. ma per comprenderne la genesi e la portata, circoscriverne l’ambito, analizzarne gli impatti, valutarne i rischi e opportunità progettare, infine, cambiamento e innovazione non partiamo da zero: partiamo dall’esperienza tangibile nella gestione della complessità dei dati nella convinzione che per correre avanti bisogna a volte guardare indietro.
Guardare indietro mentre si corre in avanti ha una duplice accezione: si può guardare indietro non solo per non ripetere gli stessi errori, ma anche per cambiare e migliorare le cose che a loro modo già funzionano. In un orizzonte di crescita ed evoluzione, e non solo di necessità.
Si parte da qui. Enjoy! 🙂
[highlight]About Anna Pompilio[/highlight]
Business Analyst con la passione del Blogging e Blogger con la passione dell’ informatica.
Quale informatica? Quella attiva: l’informatica dell’ascolto, del trovare insieme la migliore Soluzione che non è sempre, o non necessariamente, quella più avanzata tecnicamente. Quella del Cliente al centro anche se il paradigma può ormai sembrare “vintage”, della fiducia che si rinnova ogni giorno, della responsabilità personale, della diversità culturale e del pluralismo nei gruppi di lavoro.
L’informatica che non è Internet, o i droni o la lavatrice che dialoga con l’auto ma quella che viene prima, quella dell’intuizione, quella che non ha paura di forzare le regole e che non affida il cambiamento alla (sola) applicazione tecnica.
E dunque scrivo. Scrivo perché c’è già un romanzo che si intitola il giorno in cui un computer scrive un romanzo, scrivo perché la tecnologia è una faccenda tremendamente seria 🙂
Anna Pompilio
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[highlight]Fonti e approfondimenti[/highlight]
Jon Gertner, The Idea Factory. Bell Labs and the Great Age of American Innovation
www.nuovoeutile.it
www.wikipedia.org
[/boxed_content]
[dropcap3]N[/dropcap3]ell’ambito della nostra rubrica sugli impatti concreti dell’innovazione sulla società, abbiamo preso in considerazione vari settori, come le infrastrutture, la scuola, la salute.
C’è un ambito però che si annoda all’innovazione, nel senso che la precede e la segue: la ricerca – ovvero l’indagare e lo studiare con criteri scientifici per scoprire e approfondire fatti, fenomeni e processi – produce innovazione e insieme ne è condizionata.
L’innovazione tecnologica, ad esempio, permette di compiere ricerche in campi anche lontani tra loro, che producono a loro volta innovazione, contribuendo a nutrire quelle che un celebre italiano (Giacomo Leopardi, con intento ben diverso, ci sia scusata la forzatura!) chiamava le “magnifiche sorti e progressive”.
È il caso dei Big Data: ogni giorno ne vengono prodotti flussi che hanno superato l’ordine degli Zettabyte: per trattarli e analizzarli è necessario un approccio scientifico integrato, che ha bisogno di adeguati strumenti tecnologici, infrastrutture e figure di specialisti come il data scientist capaci di riversarne il potenziale nel reale.
Abbiamo parlato in un articolo precedente del modello Emilia-Romagna, che si candida a polo europeo dei Big Data grazie a un tessuto fitto di enti, università e imprese che hanno investito risorse e ricerca.
La ricerca e la sua applicazione reale dialogano proficuamente anche in un progetto recentemente annunciato che vede protagonista la Fondazione trentina Bruno Kessler: grazie a un accordo di collaborazione con il Mit (Massachussets Institute of Technology), si punta a “sviluppare innovazioni applicabili alle aziende e al settore pubblico”.
[bctt tweet=”La ricerca produce innovazione e insieme ne è condizionata…” username=”MapsGroup”]
E pare che nel nostro paese sia stata colta almeno l’opportunità di questa sinergia tra ricerca e innovazione: secondo l’indagine effettuata dell’ente di certificazione Dnv Gl – Business Assurance e dall’istituto di ricerca Gfk Eurisko un’azienda su due in Italia ha investito sui Big Data.
Il capitale della ricerca tecnologica (come il cloud e l’Internet of Things) e quello umano di chi la studia, possono dunque incidere profondamente su numerosi settori del reale, che a loro volta diventano altrettante palestre di ricerca.
Ecco alcuni esempi di come la ricerca inneschi innovazione a effetto domino.
È il caso della cosiddetta Industry 4.0 con la digitalizzazione della produzione manifatturiera. Grazie all’Internet of Things ad esempio, è possibile mettere in contatto la fabbrica produttrice con il suo prodotto finito. Da questo incontro nascono masse enormi di informazioni che l’azienda può utilizzare per creare nuovi modelli di business, intervenire sui problemi tecnici e migliorare le prestazioni (pensiamo ad esempio al settore automobilistico).
La smart agricolture è la coltivazione abbinata a sistemi informatici e tecnologici.
Grazie all’analisi dei Big Data è possibile monitorare i parametri ambientali, avere informazioni sulle colture e sulle condizioni climatiche, migliorare la qualità del raccolto, raggiungere nuovi livelli di produttività e redditività, ma anche procedere in direzione di uno sviluppo più sostenibile.
C’è un tema infine sul quale la ricerca sui Big Data sta muovendo i primi passi, l’ambito assicurativo. Utilizzando le grandi moli di dati online le assicurazioni potrebbero godere di informazioni sui comportamenti degli assicurati e creare servizi ad personam.
Questo esempio lascia trapelare non solo le opportunità, ma le criticità che possono comportare gli effetti dell’innovazione sulla società, con riferimento a temi come la privacy e la sicurezza, che saranno oggetto di un prossimo articolo di 6memes.
E torniamo così al nostro Giacomo Leopardi, cui rubiamo ancora le parole, per chiudere dicendo che solo una ricerca scientifica seria – intesa in senso lato – porta con sé la consapevolezza della responsabilità necessaria per un’applicazione efficace e insieme valoriale dell’innovazione, perché le sorti siano – almeno un po’ più – magnifiche e progressive.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.lastampa.it
www.corrierecomunicazioni.it/assicurazioni-auto-il-futuro-e-nei-big-data
www.corrierecomunicazioni.it/agricoltura-iot-e-big-data-i-nuovi-alleati-in-campo
www.industriaitaliana.it
www.corrierecomunicazioni.it/come-cambiano-le-assicurazioni-ai-tempi-dei-big-data
[/boxed_content]
[dropcap3]L[/dropcap3]’Emilia-Romagna, come è noto, primeggia in diversi settori, dalla cucina, al settore automobilistico, fino alla musica. Oggi può vantare un altro primato: l’incontro “Emilia–Romagna Big data Community, una piattaforma per l’innovazione, lo sviluppo e la competitività regionale” ha messo in luce come la Regione sia punto di riferimento per il calcolo e l’analisi dei Big Data, dal momento che “Il 70% della capacità nazionale di super calcolo è in Emilia–Romagna”.
Un dato cui si devono aggiungere altre cifre importanti che mostrano come la Regione sia interessata da un sistema diffuso di ricerca in questo ambito: 1.800 ricercatori (dei quali 230 stranieri), 60 corsi di alta formazione, a cui vanno aggiunti numerosi eventi internazionali, lauree magistrali e master.
[bctt tweet=”Big Data, l’Emilia-Romagna una Regione all’avanguardia…” username=”MapsGroup”]
Numeri significativi, soprattutto se letti in un’ottica economica, per il portato di sviluppo produttivo e di progresso sociale che sono in grado di rappresentare: lo scopo di questa Emilia-Romagna Big Data Community è quello di essere un punto di riferimento non solo per il mercato nazionale, ma anche per il contesto europeo, attraverso la realizzazione di un polo di ricerca in linea con i precetti di Horizon 2020.
Horizon infatti è il programma dell’Unione Europea per il finanziamento della ricerca e dell’innovazione nel periodo 2014 – 2020: un piano strategico che mira a creare nuove opportunità lavorative, uno sviluppo economico sostenibile e di crescita a lungo termine, per mettere in condizione l’Europa di affrontare le sfide del futuro.
In questo ampio e complesso contesto si inseriscono anche i Big Data, elemento cardine dello sviluppo, poiché dalla loro gestione e analisi può derivare una generale evoluzione di tutti i campi del sapere, oltre a quelli scientifici e tecnologici. E, come per le precedenti, anche questa quarta rivoluzione industriale ha il suo fattore cruciale: le infrastrutture indispensabili ai processi di estrazione di informazioni, conoscenza e saperi sedimentati nei Big Data.
Si evince allora come sia importante per lo sviluppo economico nazionale questo primato conquistato dall’Emilia-Romagna, che ha avviato anche il Piano Alte Competenze rivolto a giovani e imprese, puntando sulla formazione di profili specializzati, capaci di guidare la sfida all’innovazione.
Ma come mai sul primo gradino del podio c’è proprio l’Emilia-Romagna? La Regione deve questo primato alla presenza sul suo territorio di importanti enti nazionali, integrati da un lato con il mondo universitario (nello specifico con le Università di Bologna, Modena, Reggio Emilia, Parma e Ferrara) e dell’altro con il mondo industriale locale.
Per fare qualche esempio sono presenti in Emilia-Romagna, Cineca, il maggiore centro di supercalcolo d’Italia e d’Europa, Aster (Agenzia Innovazione Emilia Romagna), CMCC (Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici), ENEA (Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie), e il Cnr (Consiglio Nazionale Ricerche). E numerose realtà private – tra cui siamo anche noi di Maps Group 🙂 che costituiscono un tessuto capillare di ricerca e applicazione dei Big Data, e che contribuiscono a fare dell’Emilia-Romagna una Regione all’avanguardia. Ecco perché i Big Data all’emiliana sono meglio!
[dropcap3]D[/dropcap3]ire che il mondo è piccolo è una consuetudine retorica, un’iperbole per sottolineare come gli intrecci relazionali fra le persone siano tante volte più “diretti” di quanto ci si aspetti. Oggi però il mondo sembra davvero molto piccolo: mettersi in contatto quotidiano con persone anche molto lontane è diventato semplice quasi quanto comunicare con il proprio dirimpettaio.
La nostra è infatti una società sempre più connessa grazie ai fili invisibili che Internet e i social media stanno tessendo fittamente tutto intorno a noi. A questo proposito il report di We Are Social fornisce un’interessante panoramica numerica sull’uso dei social network e su tutto ciò che ruota attorno all’universo digital. La ricerca restituisce statistiche e trend di 240 paesi con un focus approfondito su 30 tra le nazioni più influenti a livello economico.
Il primo, prevedibile, dato relativo all’anno scorso è un sostanziale aumento delle persone che accedono ad internet (3,4 miliardi di oggi contro i 3 miliardi del report precedente), con più di 2 miliardi di utenti attivi sui social network.
Lo studio mostra come sono sempre più numerosi gli utenti che navigano tramite dispositivi mobili (+4%), un dato che mette in luce un maggior uso dello smartphone a discapito del computer.
Fra le piattaforme social, Facebook è il canale più utilizzato al mondo con 1,5 miliardi di utenti, al secondo posto troviamo WhatsApp, seguito da QQ (il social network cinese).
Il report ospita anche un focus sull’Italia e anche il bel paese non si discosta dai trend mondiali: si contano oltre 37 milioni di utenti attivi su internet (con un aumento del 6% rispetto al 2015). Sono 28 milioni le persone attive sui social media e più di 24 milioni vi accedono tramite smartphone (mentre l’anno precedente erano 22 milioni).
Per quanto riguarda le piattaforme social, Facebook è lo strumento più utilizzato in Italia (33%), al secondo posto WhatsApp e al terzo Facebook Messanger. Anche il social fotografico per eccellenza, Instagram, ha registrato un sostanziale aumento, passando da una penetrazione del 6% a una del 12%.
I Social, così come internet, stanno acquistando un’importanza sempre maggiore nella vita di ciascuno, dato testimoniato dal 79% degli italiani che ha dichiarato di accedere alle piattaforme ogni giorno. Internet è molto usato anche per gli acquisti: il 48% degli italiani compra prodotti o servizi online e il 56% si informa online sui prodotti prima di procedere con l’acquisto.
[bctt tweet=”È indubbio che l’uso dei social media possa portare con sé inevitabili effetti collaterali…” username=”MapsGroup”]
Ma cosa c’è dietro ai dati e ai numeri? Quali conseguenze ha sulle nostre vite questa costante immersione nel virtuale? Da un lato infatti, sono certi e innumerevoli gli aspetti positivi di questa rivoluzione. D’altro canto però, come per ogni “mutazione” socio-antropologica, è indubbio che l’uso dei social media possa portare con sé inevitabili effetti collaterali, sin dagli aspetti apparentemente più banali o, se vogliamo, curiosi.
La docente americana Amy Cuddy dell’università di Harvard ad esempio, in un’intervista al New York Times, ha affermato che gli smartphone stanno modificando la nostra postura, facendo addirittura emergere quella che è stata definita “iGobba” (iHunch) dal fisioterapista neozelandese Steve August, dovuta alla posizione innaturale che ogni giorno assumiamo, mentre guardiamo il telefono o il tablet. Questo potrebbe avere ripercussioni anche sul nostro umore, perché la postura è in grado di amplificare uno stato emotivo: stare curvi può farci sentire depressi, impassibili, senza energie.
Anche il sociologo Zygmunt Bauman ha parlato delle possibili ripercussioni negative sulla nostra vita sociale dell’uso così pervasivo dei social media.
In un’intervista al quotidiano El Pais definisce i social network “una trappola”, perché in realtà non sono semplici aggregatori, ma costruzioni effimere che danno agli utenti l’illusione di essere parte di un gruppo: “le comunità non sono un’invenzione, o appartieni loro o ne sei fuori. Ciò che i social network possono creare è solo un surrogato.
La differenza tra una comunità e una rete è che a una comunità si appartiene, mentre una rete appartiene a voi.”
Per Bauman i social network non solo non creano relazioni, ma finiscono per operare un’azione “distruttiva”: “è così facile aggiungere o rimuovere gli amici sui social media che le persone dimenticano le regole del comportamento sociale, necessarie quando si va per strada, al lavoro, o quando ci si trova costretti ad instaurare una relazione empatica con le persone che ci stanno attorno”.
Ciò che ne deriva dunque è l’incapacità di rapportarsi agli altri, facendo scaturire quella che potremmo definire una “solitudine 2.0”: una sempre maggiore connessione digitale e una sempre più carente interazione fisica.
Sherry Turkle, docente di sociologia della scienza al Mit di Boston e definita l’”antropologa del cyber-spazio”, si interroga proprio su questo inaridimento della nostra vita di relazione. Nel libro di recente uscita “La conversazione necessaria” riafferma il valore dei legami vissuti nella realtà, “faccia a faccia”, e non perduti in un altrove digitale che rischia di dissociarci perfino da noi stessi.
Il tema “web e le sue controindicazioni” non interessa solo studiosi e filosofi, ma anche artisti. Citiamo ad esempio il reportage “Lonely Windows” della fotografa francese Julien Mauve: nei suoi scatti emergono la solitudine e il ripiegamento su se stesse delle persone intente nella comunicazione virtuale.
Condivisibili o meno nello specifico, questi punti di vista possono essere l’occasione per riflettere. Perché i social media non siano portatori di una nuova solitudine, occorre farne un uso sapiente e consapevole: sfruttarli per condividere emozioni e saperi, in modo che aggiungano (e non sottraggano) valore alla nostra socialità, quella esercitata “dal vero”.
Maps Group: la “dedica” come valore aggiunto in un sistema di valori aziendali condiviso.
[dropcap3]N[/dropcap3]on è semplice per un’azienda parlare dei propri valori: si rischia facilmente la retorica, così come l’auto-referenzialità. Maps Group – in occasione della realizzazione della nuova sede di Parma, da poco inaugurata ufficialmente – ha pensato così di “far parlare” altre voci e altri volti, raccontando i valori cui il gruppo si ispira attraverso i ritratti, le parole e le note biografiche di uomini e donne che li hanno non solo rappresentati, ma soprattutto incarnati in maniera esemplare durante la loro vita. L’occasione è stata la serie di “dediche” delle otto sale meeting della sede, che propongono un itinerario sì simbolico, ma anche concreto e ben visibile a tutti, grazie all’allestimento di una serie di “targhe” iconografiche*.
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Le targhe realizzate – comprendenti un ritratto del protagonista, una citazione e una breve nota biografica – sono infatti state installate all’interno delle sale stesse a rappresentare vari Maestri scelti, ciascuno esemplare a suo modo nei valori individuati da Maps.
In primis la motivazione all’agire del gruppo, in un’ottica sia interna che esterna: mettere al centro la persona, individuare possibilità e pratiche in cui l’individuo è il perno non solo di attività tecniche e professionali, ma anche significative dal punto di vista personale, esperienziale e relazionale.
Allo scopo sono stati scelti come testimonial d’eccezione le figure di Edgar Morin, la cui “Testa ben fatta” è ancora oggi un modello d’eccezione nel campo della ricerca di senso dell’Uomo, Ada Lovalace, raro esempio di emancipazione intellettuale e tecnica, Tiziano Terzani, infaticabile esploratore del cammino umano, e Loris Malaguzzi, Maestro di scuola esemplare nelle proprie linee educative e formative, ciascuno scelto in nome di uno straordinario spirito d’iniziativa e ampiezza di sguardo, sia sul presente che sul futuro.
[bctt tweet=”Maps Group e le sue dediche: otto Maestri per rappresentare valori condivisi e condivisibili.” username=”MapsGroup”]
In secondo luogo, l’attenzione espressiva e comunicativa delle “dediche” si è spostata sui valori del controllo e dell’agire consapevole, finalizzati all’esplorazione e alla condivisione della conoscenza.
Qui i Maestri citati sono Alan Turing, straordinario precursore dell’Intelligenza Artificiale, e Italo Calvino, visionario interprete del sapere umano, entrambi capaci di integrare più linguaggi in un unico filo conduttore, lucido e fattivo.
Infine si è tracciato il Nord aziendale nei valori forse più importanti a governare il tutto: quelli etici. Coraggio e professionalità, spirito pionieristico e capacità di condurre se stessi e gli altri verso una meta affatto utopica, sono rappresentati da Giorgio Ambrosoli, raro esempio di coraggio e coscienza civile, assieme ad Adriano Olvetti, cui è dedicata la sala principale della sede – in nome della sua inconfondibile capacità strategica di capitano d’azienda – la cui vita è stata dedicata alla ricerca, sperimentazione e messa in azione di un modo etico ed efficace per lavorare “insieme”.
Figura, la sua, capace di imprimersi come stella polare in un universo di valori il cui significato più profondo non va mai perso di vista.
* I ritratti sono stati eseguiti dal pittore e illustratore tosco-emiliano Gerardo Lunatici.