[dropcap3]È[/dropcap3]il caso di dirlo. Se fossimo a una ipotetica serata di premiazione dei “Big Data Oscar” alla categoria “miglior Big Data protagonista” la statuetta d’oro sarebbe assegnata a lui, il DNA.
La molecola che contiene le preziose informazioni per creare e modellare un organismo vivente può essere considerata uno dei protagonisti emergenti del mondo dei Big Data.
Lo dimostra un apprezzato studio nel quale un’enorme mole di dati scientifici sono stati messi a confronto per chiarire le modalità di evoluzione del DNA di eucarioti, ovvero tutti gli esseri viventi superiori inseriti nei cinque principali regni.
Circa 900.000 proteine, prodotte da 55 DNA eucariotici differenti, sono state confrontate con oltre 6 milioni di sequenze genetiche provenienti da organismi procarioti (cioè fatti da una sola cellula, come ad esempio i batteri) stabilendo che il trasferimento di geni dai genitori ai figli, con alcune acquisizioni di geni dai procarioti (vedi anche il nostro precedente articolo), è stato fondamentale per l’evoluzione del genoma eucariotico.
Ma questo è solo un esempio di come si può utilizzare l’imponente quantità di Big Data che provengono dall’ambito scientifico. Un’altra nuova, promettente frontiera di evoluzione scientifica, riguarda la possibilità di acquisire e rendere disponibili le informazioni genetiche di milioni di individui. Lo scopo è quello di creare modelli di diagnosi affidabili rispetto a specifiche malattie e relative cure, predicendone dove possibile i rischi di sviluppo per ciascun individuo.
Basti pensare che le spese per ottenere la sequenza completa di DNA di un essere umano hanno subito drastici cali.
Tutto è già in moto. Se nel 2010 infatti tale studio poteva costare sino a 100mila euro, il prezzo è progressivamente calato giungendo a 10mila euro proprio nel gennaio di quest’anno. È recente anche la notizia di nuove tecnologie in grado di ottenere il codice genetico di un uomo per solo 1.000 euro. Esistono inoltre molte società già capaci di fornire al cliente – a un costo variabile da poche centinaia di euro a qualche migliaio – una sequenza più o meno precisa del suo DNA.
Secondo il Wall Street Journal si tratta di un vero e proprio business in espansione che varrà all’incirca 11 milioni di dollari nel 2017 e che ha già suscitato l’interesse delle grandi aziende del web attive nel campo dell’informazione.
Lo scopo è quello di creare un modello applicabile di medicina preventiva e trovare specifici legami tra malati ed efficacia di una terapia a loro sottoposta. Non solo, i progressi della ricerca nel campo della genomica potranno servire per la diagnosi precisa di malattie oggi ancora temibili e a volte fatali come i tumori, consentendo di mettere in atto protocolli terapeutici completamente personalizzati.
Alcuni esempi concreti e già attuali? Eccoli.
Ibm ha da poco creato Watson, un super elaboratore il quale, messo a disposizione del New York Genome Center, collaborerà con lo staff medico analizzando migliaia di Big Data clinici per realizzare una cura genetica del glioblastoma, forma di tumore al cervello.
Google ha invece promosso il Baseline Study, un progetto medico-scientifico che, attraverso il coinvolgimento di migliaia di soggetti, intende acquisire varie tipologie di dati (come il DNA, la storia genetica famigliare, la reazione ai farmaci, i parametri vitali e altro) con l’obiettivo di creare un attendibile modello tipo di essere umano “in salute”.
In tal modo qualunque cambiamento che proietta verso la manifestazione di una malattia si paleserà come un allontanamento dai parametri del modello predefinito, dando la possibilità di intervenire precocemente sia per individuare la malattia sia per definire la strategia di cura più adeguata. La domanda finale da porsi ora è: siamo pronti a questo frugare in maniera minuziosa e quasi ossessiva nel nostro personale deposito di informazioni genetiche?
La creazione di una “Big Science” per ottenere una medicina della precisione pone quesiti morali che saranno risolvibili solo a partire da un equivalente etico all’altezza del compito, ovvero una “Big Ethics” in cui siano coinvolte le varie componenti delle nostre società.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
– www.huffingtonpost.it
– www.pikaia.eu
– www.glistatigenerali.com
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Mese: Ottobre 2015
[dropcap3]I[/dropcap3]l progresso scientifico e tecnologico raggiunto alle soglie del terzo millennio ha modificato in modo sostanziale anche il mondo della medicina: se, da un lato, ha reso più agevoli diagnosi e terapie, dall’altro ha causato un’inevitabile crisi del rapporto medico-paziente a causa della progressiva perdita di un dialogo al quale era attribuito, da sempre, un notevole valore diagnostico.
Per questo, nell’ultimo decennio, la medicina ufficiale ha cercato di recuperare il senso di accoglienza e ascolto del malato attraverso la Narrative Based Medicine o, più semplicemente, Medicina Narrativa.
Infatti, in un momento storico e sociale in cui la medicina è al centro di polemiche riguardo la sua presunta disumanizzazione, si avverte sempre più l’urgenza, per chi opera nel settore sanitario, di integrare la cultura scientifica con un affinamento delle capacità di ascolto del paziente.
Sviluppata tra gli anni 90’ e l’inizio degli anni 2000 in Inghilterra grazie agli studi compiuti dai medici Rachel Naomi Remen e Rita Charon, la medicina narrativa è una nuova risorsa diagnostica che si focalizza su:
– il ruolo terapeutico attribuito alla narrazione dell’esperienza di malattia da parte del paziente;
– l’ascolto che ne fanno il medico e gli altri operatori sanitari;
– l’integrazione del racconto in un quadro complessivo di diagnosi e cura, rispettoso della persona malata.
Remen e Charon, nel loro lavoro pionieristico, cercarono infatti di sviluppare la relazione tra medico e paziente basandola su modalità narrative. In questo modo i racconti fatti non solo dai pazienti ma anche da medici, infermieri e tutti coloro che assistono il malato assumono un importante valore terapeutico dando spazio al vissuto del paziente anche in termini di dolore, sconforto e tristezza, e fornendo quindi la visione più ampia possibile della malattia per poterla affrontare in modo adeguato.
Attraverso la Medicina Narrativa medici e malati sono dunque educati a costruire un legame stretto di ascolto reciproco. Per questo, alla Columbia University di New York, esiste già da tempo un percorso di medicina narrativa che, tra le altre cose, allena i clinici all’utilizzo di un linguaggio semplice, piuttosto che la terminologia medica con la quale normalmente si rivolgono al paziente o redigono le cartelle cliniche. Ciò implica una continua acquisizione di competenze attraverso l’uso di molteplici strumenti che comprendono anche corsi di lettura e scrittura, e uso di strumenti basati su arti figurative, musica e cinema.
Qual è, invece, la situazione in Italia? Il nostro paese si sta timidamente aprendo a questo nuovo traguardo della medicina: dopo la nascita, nel 2009, della Società italiana di Medicina Narrativa, l’Istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con altri cinque paesi, sta coordinando un progetto europeo denominato S.T.o.Re – Story Telling on Record, per la creazione di una cartella clinica che accolga anche il modello diagnostico narrativo.
Non solo, sempre l’Istituto Superiore di Sanità è tra i promotori della campagna “Viverla tutta”: un progetto di raccolta on line di narrazioni intorno alla malattia che possano costituire un terreno di scambio e confronto.
Un altro aspetto su cui vale la pena soffermarsi, è quello della gestione delle risorse. Con la Medicina Narrativa ciò che il paziente racconta diviene uno strumento di diagnosi e cura: una perdita di tempo prezioso, in un periodo di restrizioni e risparmi per la sanità pubblica? Non tanto, se si considerano gli effetti benefici su paziente e sistema in generale.
La Medicina Narrativa infatti, investe sui rapporti tra i sanitari, il paziente e la sua cerchia famigliare, consente un’analisi diagnostica più ampia e rende protagonista il malato del suo stesso processo di cura.
Al contrario dunque, non uno spreco di risorse: migliorando il percorso di diagnosi, la Medicina Narrativa consente un risparmio sui tempi e sui costi del processo di guarigione.
Ecco che in quest’ottica di integrazione degli elementi più strettamente legati alla diagnosi e alla cura della malattia con il racconto autobiografico della malattia stessa, la Medicina Narrativa si configura come un elemento indispensabile per lo sviluppo della medicina del futuro.
Cosicché il paziente si senta di nuovo accolto dal medico che lo ha in cura e sorrida con gratitudine alle sue inaspettate parole: “Prego, un colpo di tosse e… mi parli della sua vita”!
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.pfizer.it
www.medicinanarrativa.it
www.healtharoundme.com
www.iodonna.it
[/boxed_content]
[dropcap3]S[/dropcap3]e avete sempre considerato bizzarri coloro che parlano alle piante, dovrete ricredervi almeno un poco. Le piante non potranno forse sentirci, ma è certo che possiedono meccanismi piuttosto evoluti di comunicazione con la realtà che le circonda.
La neurobiologia vegetale infatti, disciplina scientifica di recente istituzione, studia proprio la capacità delle piante di rielaborare gli stimoli ricevuti e captati dall’ambiente esterno, sia a proprio vantaggio ma anche, cosa più sorprendente, per comunicarli ad altre piante vicine.
Il centro di questa intelligenza vegetale starebbe negli apparati radicali, che non a caso vengono avvicinati per similitudine alla rete per eccellenza del mondo umano: il WEB. Come noi scambiamo informazioni attraverso gli snodi di Internet, così le piante sono in grado di scambiare non solo nutrienti, ma addirittura informazioni.
È recente ad esempio l’interesse della scienza per le peculiari connessioni che intercorrono tra le piante e gli appartenenti ad un altro regno, i funghi, attraverso l’intreccio dei filamenti che costituiscono il micelio del fungo, il suo corpo sotterraneo.
Questi filamenti, detti ife, corrono sottoterra anche per molti metri, lasciando spuntare sopra il suolo il frutto, ovvero il fungo con il gambo e il cappello che tutti conosciamo.
A livello di questa rete di filamenti si instaura la micorriza, una vera e propria simbiosi tra pianta e fungo. Entrambi gli esseri viventi traggono beneficio dal rapporto con l’altro: le piante ottengono dai funghi un aiuto nell’assorbire l’acqua dal terreno e alcuni nutrienti minerali, in cambio i funghi ricevono carboidrati per la loro crescita.
E se questo non è un argomento sorprendente, lo è invece il fatto che le micorrize possono agire anche come sistema di allarme contro l’attacco di insetti erbivori e altri parassiti. Numerosi sono i casi riportati nell’ambito della letteratura scientifica che si occupa di divulgare tali argomenti.
Nell’articolo scientifico che potete trovare a questo link, ad esempio, i ricercatori hanno dimostrato come piante di fava e fagioli producano e rilascino nell’ambiente sostanze volatili capaci di richiamare i nemici naturali degli afidi se aggredite. Questo avviene anche in piante poco distanti, sebbene non ancora infestate dagli insetti, ma collegate alle altre vicine da micorrize: in pratica, la rete di miceli comunica l’informazione dell’attacco alle piante vicine che hanno così modo e tempo di organizzarsi per l’imminente arrivo dei nemici.
Casi simili accadono anche per malattie indotte da funghi parassiti. Poiché i funghi possono contribuire al benessere delle piante, ma anche sfruttarle: come l’alternaria, un fungo responsabile di un tipo di muffa che cresce su frutta e verdura.
Lo hanno dimostrato un gruppo di scienziati cinesi nei risultati qui riportati, suggerendo come piante sane possono “spiare” i segnali prodotti da individui vicini attivando le proprie difese prima di essere attaccate. Una rete di micorrize ricreata in laboratorio infatti, attraverso piante di pomodoro, ha dimostrato di funzionare come canale di comunicazione inducendo la comparsa di una maggior resistenza al fungo in piante ancora sane.
Ma come in ogni sistema di informazioni che si rispetti, avviene che lo scambio non sia sempre pacifico e fruttuoso, e anche qui esistono esempi di “frodi” da parte di piante che tendono a comportarsi come veri e propri “hacker vegetali”. È questo il caso di Cephalanthera austiniae, una particolare orchidea senza foglie o con bozze di foglie rudimentali, caratterizzata da petali e stelo completamente bianchi. Questa pianta, diffusa nelle zone più fitte e buie di alcune foreste, sfrutta – è proprio il caso di dirlo – le ife dei funghi che formano micorrize, per intercettare lo scambio di elementi nutritivi tra le piante a lei vicine e appropriarsene. Si tratta di un caso di parassitismo, piuttosto che di simbiosi, poiché l’unica a trarre vantaggio da questo legame è proprio l’orchidea.
Ecco che ancora una volta ci scopriamo a sorprenderci della complessità del regno naturale. Sebbene la conoscenza della rete “internet” fungina sia recente, essa esisteva ben prima che comparisse il concetto di condivisione globale di dati e informazioni attraverso la rete web informatica.
In base alle ultime ipotesi scientifiche infatti, lungo i filamenti potrebbero scorrere, oltre a sostanze nutritive, anche segnali di natura elettrica con i quali si potrebbe spiegare la natura dello scambio di informazioni tra piante vicine per l’attivazione dei sistemi difensivi contro insetti e funghi nocivi.
Saremmo perciò di fronte alla più grande rete di comunicazione assolutamente naturale: e a noi uomini non resta che trarre ispirazione da essa per sviluppare reti informatiche sempre più avanzate.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.oggiscienza.it
www.journals.plos.org
onlinelibrary.wiley.com
www.fastweb.it
[/boxed_content]
[dropcap3]S[/dropcap3]e provate una forte curiosità verso gli estranei e parlate spesso con chi vi è seduto vicino sul bus o mentre siete in fila allo sportello delle Poste, allora è probabile che voi siate persone altamente empatiche.
Ogni essere umano è, per natura, empatico, in grado, cioè, di percepire e riconoscere gli stati d’animo altrui, ponendosi nelle condizioni di quella persona. Tale capacità compare dai 14 mesi di vita per crescere e migliorare negli anni successivi, e consente di capire le emozioni nelle persone che ci circondano, siano queste espresse attraverso il volto o anche dalle poche parole di una frase.
Ci sono poi persone più empatiche di altre, facilmente riconoscibili poiché sono pazienti ascoltatori e non hanno remore nell’esplicitare i propri sentimenti, condizioni essenziali per creare un forte legame empatico.
Tali individui, mossi da un sano interesse di conoscenza, sono in grado più di altri di mettere in pratica esperienze reali e concrete di empatia, vestendo i panni dello sconosciuto.
Di là da questi casi “estremi”, la caratteristica unica e pregevole di ogni persona con uno sviluppato senso empatico è proprio quella di avvicinarsi anche a coloro che non fanno parte del suo contesto abituale, per scoprire ed esplorare situazioni di vita, opinioni e modi di pensare differenti, con un arricchimento di vissuto ed esperienza che farebbe invidia a qualunque social network.
Ma proprio la società dei media e la pressante diffusione telematica rischiano di inibire la naturale propensione all’empatia dell’essere umano fin dall’infanzia, proprio in ragione della pericolosa promiscuità che per loro tramite si instaura tra il mondo infantile e quello degli adulti.
Al bambino non si dà tempo di capire le proprie emozioni, né tantomeno di percepire quelle altrui, e ciò si traduce per lui nell’incapacità di ricreare o costruire relazioni uniche, mentre l’adulto è immerso in un contesto di indifferenza e di estremo narcisismo.
Com’è stato dimostrato da recenti ricerche compiute negli Stati Uniti quello che sta accadendo è un progressivo sgretolarsi delle capacità empatiche, e quindi dell’apertura delle persone verso realtà differenti, con risultati negativi anche sul piano sociale.
Per questo un gruppo di artisti, intellettuali e scrittori, guidati da Roman Krznaric, tra i più eminenti filosofi viventi della Gran Bretagna, e fiduciosi nell’empatia come difesa contro il degrado sociale, ha sviluppato un progetto unico: l’Empathy Museum. Sì, proprio il museo dell’empatia, inaugurato il 4 settembre a Londra, ai Riverside Gardens di Vauxhall. Concepito come serie di installazioni ispirate a vari temi, molte di queste, dopo un periodo di esposizione sulle rive del Tamigi, diventeranno itineranti intraprendendo un lungo viaggio che le porterà in altre città della Gran Bretagna per giungere, infine, a Perth, in Australia.
Non solo, è stata resa disponibile anche una libreria digitale, completa di film e libri selezionati per allenare ognuno di noi al risveglio del proprio stato empatico ormai assopito, e fruibile sul sito ufficiale dell’Empathy Museum.
La prima installazione interattiva, conclusa il 27 settembre scorso, è stata chiamata “A mile in my shoes”: un’esposizione di scarpe appartenenti ad altre persone. Il visitatore poteva scegliere il paio che più lo incuriosiva e, dopo averlo indossato, dedicarsi a una passeggiata lungo le rive del Tamigi mentre dalle cuffie appoggiate sulle orecchie poteva ascoltare la storia del proprietario delle scarpe. Ogni calzatura diveniva così la potente testimone di esperienze intense di dolore, speranza o coraggio che aveva coinvolto il suo possessore (rifugiato, contadino o prostituta che fosse).
E l’idea di questa prima installazione è stata proprio di Roman Krznaric, che si è ispirato a una frase tratta dal libro “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee, quando l’avvocato Atticus Finch dice a sua figlia: «Non puoi davvero capire un’altra persona fino a quando non consideri le cose dal suo punto di vista, fino a quando non entri nella sua pelle e non ci cammini dentro».
Basterà un recupero dell’empatia se non a salvare, almeno a contribuire a rendere migliore il mondo? Di certo la risposta è sì. Come già cerca di fare il Parents Circle, un forum di famiglie israeliane e palestinesi in lutto per la perdita dei propri figli uccisi dalla guerra che insanguina i due popoli e che, incontrandosi, cercano di promuovere la pace e favorire un accordo. Perché sforzandosi di andare oltre il proprio punto di vista individuale, e addirittura ascoltando coloro che si considerano nemici, già si può compiere un piccolo miracolo!
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.huffingtonpost.it
www.wired.it
sociale.corriere.it
www.lastampa.it
rpd.unibo.it
[/boxed_content]
[blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [spb_text_block pb_margin_bottom=”no” pb_border_bottom=”no” width=”2/3″ el_position=”first”]
Ecco come Clinika consente di monitorare i criteri di appropriatezza prescrittiva e rispettare la legge 125 del 6 agosto 2015
Con la legge 125 del 6 agosto scorso il Ministero della Salute ha introdotto un articolo (il 9 quater) relativo alla riduzione delle prestazioni inappropriate. L’articolo mira a ridurre il fenomeno dell’eccesso di prescrizioni che ogni anno, secondo le cifre diffuse dal Ministero della Salute, costa al sistema sanitario nazionale circa 13 miliardi (fonte: www.sanita24.ilsole24ore.com).
La legge instaura un dispositivo di controllo per il quale i medici prescrittori dovranno motivare eventuali prescrizioni non conformi alle indicazioni previste dal decreto ministeriale e, nel caso di mancata risposta o giustificazioni non esaustive, si vedranno applicata una riduzione del trattamento economico accessorio da parte del Servizio sanitario nazionale. Ma la legge ipotizza anche che la mancata adozione da parte dell’ente dei provvedimenti nei confronti del medico prescrittore comporti una responsabilità del direttore generale, responsabilità che sarà valutata nella verifica del raggiungimento degli obiettivi assegnati al direttore da parte della Regione.
Un doppio livello di responsabilità quindi che spinge i medici prescrittori ad attenersi alle disposizioni regionali e i direttori generali a controllarne l’operato. In questo nuovo scenario si inserisce Clinika, che nasce proprio per aiutare medici e dirigenti sanitari a rispettare le nuove disposizioni di legge.
Il sistema permette di misurare, in modo metodico e automatico, il livello di aderenza delle prescrizioni di esami di specialistica ambulatoriale e diagnostica strumentale e può essere configurato per operare in una doppia modalità: con verifica ex-post o con verifica ex-ante.
Questo significa che Clinika può, nel primo caso, acquisire le prescrizioni effettuate in un dato periodo di tempo e valutarne l’appropriatezza rispetto ai protocolli; nel secondo caso invece opera in real-time sulla singola prescrizione, producendo immediatamente la valutazione dell’appropriatezza rispetto al rispettivo protocollo.
In altri termini il sistema può essere impostato come strumento di supervisione e controllo dell’operato dei medici prescrittori ma anche come sistema di supporto a questi ultimi, che potranno valutare in modo immediato l’aderenza ai protocolli ministeriali delle prescrizioni che stanno rilasciando e procedere di conseguenza.
Clinika opera attraverso l’analisi semantica del contenuto di un testo clinico non strutturato. Il sistema è in grado di riconoscere e identificare, all’interno di un quesito diagnostico (ad esempio), parti del corpo, patologie, sintomi, procedure e farmaci, associandoli ai concetti definiti nella propria ontologia di riferimento, un’ontologia multilingue con una base di conoscenza estremamente ampia, composta da oltre 2 milioni di concetti medico-scientifici.
Grazie a questo processo Clinika riesce a riconoscere, annotare e incrociare le informazioni presenti all’interno del testo clinico con i protocolli previsti e quindi informare il dirigente, il medico prescrittore oppure entrambi, circa l’appropriatezza delle prescrizioni rilasciate.
E proprio per questa sua capacità di interpretare i testi non strutturati e di misurare in modo automatico l’appropriatezza prescrittiva, riesce ad essere di grande aiuto sia ai medici prescrittori, sia ai manager che si occupano di governance aziendale.
Una soluzione che non solo facilita il rispetto delle nuove nome di settore ma si propone come vero e proprio strumento a supporto della governance generale di una struttura sanitaria od ospedaliera.
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Alcune delle aziende sanitarie che hanno scelto Clinika:
ASL Reggio Emilia
ASL Modena
ASL Parma
ASL Verona
ASL Piacenza
ASL Ferrara
“Il sistema permette di misurare, in modo metodico e automatico, il livello di aderenza delle prescrizioni di esami di specialistica ambulatoriale e diagnostica strumentale e può essere configurato per operare in una doppia modalità: con verifica ex-post o con verifica ex-ante”.
[/boxed_content] [impact_text include_button=”yes” button_style=”standard” title=”Clicca qui” href=”http://clinika.mapsgroup.it/wp-content/uploads/sites/6/2015/10/comunicato_stampa_clinika.pdf” color=”accent” target=”_self” position=”cta_align_right” alt_background=”alt-one” width=”1/1″ el_position=”first last”]
Scarica il comunicato ufficiale Clinika
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[dropcap3]P[/dropcap3]itagora, celebre filosofo e matematico greco, ha influenzato profondamente con il suo genio l’evoluzione dell’approccio scientifico di tutta la cultura occidentale, nel riconoscere alla matematica un ruolo cruciale per la descrizione del mondo.
Non a caso è proprio il suo il nome scelto da chi i big data li porta in superficie – è il caso di dirlo – anche dal profondo delle acque dei laghi.
Con “Pitagora” è stato infatti battezzato il nuovo progetto di monitoraggio, in tempo reale, delle acque del Lago D’Orta e del Lago Maggiore, finanziato dalla Regione Piemonte.
In sintesi, si tratta di una piattaforma tecnologica creata per la raccolta di dati chimici, biologici e meteo-idrologici, allo scopo di generare e acquisire nuove e preziose informazioni da condividere con la comunità scientifica e da ridistribuire, opportunamente rielaborate, ai cittadini.
E vista la vocazione dell’ambizioso progetto, crediamo che l’illustre matematico sarebbe stato onorato, di dedicargli il proprio nome.
Ci piace anzi immaginare che, se Pitagora fosse entrato in contatto con l’era digitale e i suoi innumerevoli prodotti virtuali, i big data, avrebbe innescato un’appassionata attività di ricerca e di studio, mirata ad escogitare un complesso di teoremi in grado di disciplinare questi stessi dati in modo da permetterne l’utilizzo.
L’utilità dei Big Data per la preservazione ambientale delle acque dolci non è del resto sfuggita nemmeno oltreoceano, come ci riporta questo articolo: nello stato di New York, un analogo sistema monitora in real time la situazione delle acque del lago George, in un progetto che vede la collaborazione di Ibm Research.
Quello dei laghi è infatti un ecosistema complesso e dinamico, dove si interseca una fitta rete di relazioni tra gli organismi animali e vegetali presenti, così come con l’ambiente circostante.
Tornando in “casa nostra”, in particolare al territorio specifico del lago D’Orta nel quale si è sviluppato il progetto Pitagora, tutto italiano, questo è stato segnato da una storia ambientale piuttosto tormentata, tanto da rendere necessario un intervento che fosse davvero risolutivo.
In un recente passato, infatti, un inquinamento di origine industriale particolarmente invasivo ha compromesso la qualità delle sue acque, rendendo necessaria un’azione di risanamento che ha incluso un intervento di liming (ovvero l’aggiunta di carbonato di calcio alle acque per neutralizzarne l’acidità).
In questo contesto, la piattaforma Pitagora offre un insostituibile sistema di misurazione ed acquisizione, prima, e di trasmissione ed utilizzo, poi, dei dati, utile al costante controllo della qualità ambientale lacustre.
Il processo include boe e sensori ad energia rinnovabile, che eseguono le misurazioni ed acquisiscono dati relativi a numerosi elementi, come l’innalzamento e l’abbassamento del livello delle acque, la loro acidità, l’influenza delle precipitazioni e molti altri, rendendoli fruibili per le analisi degli esperti ambientali.
Il volume di dati raccolti dalla piattaforma è un insieme di Big & Fast Data: oltre a costituire un patrimonio di preziose informazioni da utilizzare a scopo preventivo e gestionale, offrono un quadro, aggiornato in tempo reale, dello stato delle acque.
Una volta elaborati, i dati sono poi diffusi attraverso applicazioni mobili rivolte sia alla cittadinanza, agli amministratori e ai turisti a scopo informativo – anche nell’ottica della diffusione sempre maggiore di una sensibilità ecologica e ambientale – che a operatori del settore.
Così ‘Pitagora’, canale di raccolta, validazione e fruibilità di Big Data, riesce a disciplinare l’equazione complessa dei laghi in una forma sapiente, così come sarebbe piaciuto al filosofo Pitagora, perfetto padrino spirituale del progetto, rendendo il giusto onore al suo nome.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.treccani.it
www.datamanager.it
www.telecomitalia.com
www.progettopitagora.it
www.lifegate.it
[/boxed_content]
[dropcap3]”E[/dropcap3] da grande cosa farai?”. Quante volte, ancora piccini, ci siamo sentiti rivolgere questa domanda… Se i mestieri più quotati alla fine del secolo scorso potevano essere il calciatore e la ballerina, oggi potrebbero giungere risposte inaspettate.
Quale adulto non si sorprenderebbe se, posta a un bimbo la consueta interrogazione, si sentisse rispondere: “Io voglio fare il Data Scientist!”.
E la scelta non potrebbe essere più oculata, tale da assicurare una brillante carriera lavorativa: il Data Scientist è infatti una tra le professioni destinate a una maggiore espansione nel prossimo futuro.
Non servono competenze particolari per accorgersi di quanto sempre più digitali e Big siano i dati che ci circondano: secondo le ricerche il 90% di essi è stato creato solo negli ultimi due anni e la crescita non conosce soste.
Questa accelerazione del processo di digitalizzazione ha coinvolto tutti i settori dell’industria, che hanno a disposizione enormi quantità di dati, archiviati così come sono stati ricavati. L’esigenza allora è quella di classificarli, trattarli opportunamente, analizzarli e saperne estrarre indicazioni strategiche, tali da orientare e sostenere le scelte dei soggetti economici interessati, in tutti i settori e a qualsiasi livello o dimensione.
Ecco allora che diventa necessaria la figura di un professionista specifico, il Data Scientist appunto, una sorta di addomesticatore di dati, ipertecnologico e più che mai attualizzato aruspice capace di configurare scenari futuri “leggendo” Big Data.
Il noto economista statunitense Hal Varian l’ha definita “la professione più sexy dei prossimi dieci anni”, ovvero secondo il significato inglese la più interessante e accattivante… Certamente la definizione delle caratteristiche di questo nuovo manager è ancora confusa.
Fa riflettere, a tal riguardo, l’analisi di Data Science Central che, su un campione Linkedin, ha enumerato 105 modi diversi di definire professioni legate a “Data Science” o “Analytics”: il più utilizzato è “Data Scientist”, poi “Business Analyst”, “Analyst”, “Data Analyst”, “Statistician”, “Business Intelligence manager” o “Analytics specialist”.
Questo perché il Data Scientist è una figura che riassume in sé molte competenze. Conosce la matematica, la statistica e l’informatica, inoltre possiede creatività e propensione alla comunicazione, ovvero al saper efficacemente trasmettere gli esiti della propria riflessione sui dati raccolti e analizzati.
E se non è ancora perfettamente a fuoco il profilo del Data Scientist, immaturo appare anche il mercato che dovrebbe servirsene. In effetti, se USA e Regno Unito hanno avviato da anni percorsi di formazione per questa figura, in Italia da poco si avverte il bisogno di impiegare personale specializzato nell’utilizzo dei Big Data come supporto alla determinazione delle strategie aziendali.
Nello scenario attuale inoltre la domanda di questa professionalità supera la disponibilità di risorse umane adeguatamente formate e anche il numero di aziende organizzate per sfruttare le opportunità offerte dai Big Data è passibile di un forte potenziamento nel futuro.
Per questo, se mai sentirete vostro figlio o vostra figlia esprimere il desiderio di diventare Data Scientist, incentivate senza indugi questa loro scelta.
Potrebbero diventare un eroico Teseo o una determinata Arianna che, con intelligenza e preparazione, affrontano il vasto e intricato labirinto dei Big Data, trovando, dopo aver riportato a più miti consigli tali temibili “creature digitali”, la giusta direzione per aiutare gli operatori economici a districarsi all’interno della crescente complessità globale.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
– Wired.it
– Ilsole24ore.com
– Corrierecomunicazioni.it
– Rainews.it
– Technopolismagazine.it
– Panorama.it
[/boxed_content]
[dropcap3]C'[/dropcap3] è uno strano personaggio che si muove in un insospettabile far west in cui compie gesta degne di nota: è il Gambero Pistolero! A volte, infatti le performance più spettacolari avvengono infatti all’insaputa di tutti, come nel caso di questo strano animaletto che però non si sporca nella polvere che copre le cittadine di lande deserte, attraversate da cespugli sibilanti e sospinti dal vento… i suoi duelli, infatti, si consumano sul fondo dei mari.
Sì, proprio così! Si tratta di un piccolo crostaceo lungo circa 5 centimetri, di colore rosso, bianco e crema, con tante colorazioni da renderne difficile la classificazione per la difficoltà a distinguere la specie.Dal Mar Mediterraneo ai Tropici, non solo è conosciuto come l’animale più rumoroso dei fondali marini, ma è dotato di chele multi-funzione.
Vediamo perché: una delle sue chele, più sviluppata dell’altra, ha curiose tenaglie a forma di canna di pistola con tanto di grilletto.
Armato della sua potente chela, il piccolo gambero si nasconde per cacciare e, quando la sua disgraziata preda – granchio o pesciolino che sia – si avvicina, ecco che sbuca all’improvviso e “spara” potenti e assordanti bolle d’acqua, veri e propri proiettili in grado di tramortire e uccidere il malcapitato, che viene poi portato nella tana e mangiato.
Ma come fa questo animaletto a produrre schioccanti bolle d’acqua?
La sua tecnica di caccia sfrutta il fenomeno fisico della “cavitazione”. La chela infatti, chiudendosi di scatto e rapidamente, produce un violento spruzzo, alla velocità di circa 100 Km/h, contenente minuscole bolle (cavità) di vapore caldissimo.
È proprio quando le bolle implodono che si propaga un’onda d’urto ad alta pressione sonora (circa 80 kilopascal a 4 cm di distanza dalla chela), tale da produrre lo stupefacente rumore. Superiore a 200 dB, il rumore – che un orecchio umano può sentire perfino sott’acqua – è davvero sorprendente, se si pensa che un razzo al decollo ne produce 180.
Ma non è l’unica sorpresa che ci riserva questo prodigioso gamberetto: possiede anche l’invidiabile capacità di ricostruirsi la chela-pistola, nel caso dovesse perderla, modificando e accrescendo quella più piccola.
Inoltre, con la medesima grande chela è capace di scavare tane profonde quasi un metro, tra la roccia e nel fondo sabbioso. Continuamente allargata dallo scavo di altre gallerie, la sua tana è mantenuta pulita e in efficienza dalla costante ricerca di materiale e detriti con i quali il Gambero Pistolero ne rinforza le pareti.
E proprio la sua tana fa sì che questo gambero non sia il classico pistolero dalla vita solitaria. Infatti, privo di una buona vista e per questo facile vittima di predatori, il crostaceo più veloce del west marino stabilisce una sorta di scambio con il ghiozzo, un pesce che invece ha vista acuta, ma è incapace di scavare tane sicure. Così, mentre il gambero pistolero costruisce e mantiene la tana che ospita entrambi, il ghiozzo fa la guardia, avvisando se si avvicinano predatori.
Una coppia degna di sfidare il leggendario giustiziere Tex Willer e il suo compagno Kit Carson.
Chi, tra il gambero e Tex sparerà il proiettile più veloce (e rumoroso)?
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
– It.notizie.yahoo.com
– Focus.it
– Youtube.com/watch?t=31&v=eKPrGxB1Kzc
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