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Sharing Knowledge Un Big Data al giorno White Paper

L'innovazione culturale e tecnologica ai tempi del digitale. White Paper di Anna Pompilio.

[dropcap3]N[/dropcap3]el nuovo mondo digitale, aperto a confini smisurati, essere vincenti significa creare innovazione che apporti reali forme di cambiamento ad ogni livello, tra le aziende e i consumatori, gli utenti e le istituzioni, i professionisti e il mercato. Tuttavia, tale innovazione non deve essere concepita e realizzata come il prodotto compartimentalizzato di un’unità operativa distinta, bensì come il risultato che viene a crearsi quando discipline diverse lavorano bene e insieme.
Ci si riferisce, in pratica, ad attività sperimentali che si basano su forme di collaborazione e networking, finalizzate a innescare cambiamenti nel sistema di condivisione e organizzazione socio-economico e dei contenuti culturali, il tutto accelerato dalla rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo.
La dottoressa Anna Pompilio, assieme a 6MEMES, ha realizzato un White Paper con il quale vuole proporre un’ampia visione sul tema. Passando per l’effetto dei Big data sulla ricerca semantica nel mondo del lavoro e nello sviluppo sociale e politico odierno, fino ad arrivare alle modalità di apprendimento delle macchine, la dottoressa Anna Pompilio suggerisce come governare l’universo Big Data sia ormai una priorità non più prorogabile.
Saper cogliere e reinterpretare il passato, alla luce dei cambiamenti del presente, è la sfida dei nuovi progettisti digitali-culturali. Perché il mutamento innescato dalla digital transformation, che riguarda da vicino cittadinanza, politica ed economia, deve coinvolgere non solo competenze tecniche ma anche il mondo del sapere e della cultura, affinché questo ridiventi uno dei protagonisti principali del cambiamento.
[highlight]Indice dei contenuti:[/highlight]
 
Introduzione.
0.1   Come cambia il mondo del lavoro: ricerca semantica ed effetto Big Data.
0.2   La buona gestione delle informazioni tra Scienza, Presidenti e Imprenditori dei dati.
0.3   Come apprendono le macchine? L’umanità degli algoritmi e della visione artificiale.
0.4   Lo sviluppo umano e il cambiamento: dove siamo e dove stiamo andando. Da Bauer ai Big Data.
Conclusioni.
Sitografia.
 

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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Big Data & Sicurezza: algoritmi e prevenzione del crimine.

[dropcap3]Q[/dropcap3]ualcuno doveva aver calunniato Josef K., poiché un mattino, senza che avesse fatto nulla di male, egli fu arrestato:  questo l’incipit del romanzo Il processo di Kakfa, con l’arresto del protagonista per cause che resteranno ignote fino all’ultima riga.
Il tema di una giustizia occhiuta che agisce con modalità misteriose e subdole riecheggia in tanta letteratura, come in uno dei più celebri fra i romanzi distopici, 1984 di George Orwell dove si immagina un futuro in cui il ben noto Grande Fratello aleggia di casa in casa, spia, ascolta, sussurra e soprattutto sa tutto quello che accade ai cittadini.
Si tratta di scenari non lontani dalla realtà. E non solo perché evocano modalità e sistemi di regimi totalitari, rimandando anche a possibili subdole dinamiche coercitive e persuasorie di quelli democratici. Ma perché – fuor di metafora – il tema della prevenzione del crimine per via tecnologica sta in un qualche modo avverandosi. Software e programmi fondati sull’analisi dei Big Data, infatti, sono in grado di studiare i crimini e, in alcuni casi, addirittura di “prevederli”.
In questo ambito passi da gigante sono stati fatti dalla Cina che sta creando un software in grado di “stanare i sovversivi prima che compiano attività di sabotaggio verso il partito cinese. L’enorme e ambizioso progetto – in corso di realizzazione da parte della società di telecomunicazioni China Technology – non a caso nell’articolo citato è paragonato al racconto di Philip K. Dick Minority Report, in cui la polizia è in grado di fermare i criminali prima ancora che commettano il reato cui sono fatalmente destinati, colpendone non solo l’intenzione, ma letteralmente predicendolo. Ecco che l’obiettivo del software è di operare una netta divisione della popolazione tra “sovversivi” e “non sovversivi”. I cittadini vengono etichettati in base ai risultati forniti dall’analisi di alcuni dati come chiamate internazionali, conto corrente, improvviso cambio di tenore di vita, livello dei consumi, orari, luoghi frequentati. In base agli esiti, a ogni individuo verrà dato un punteggio e relativa attribuzione del tasso di probabilità che egli sia un sovversivo. Fino all’ultimo e più inquietante step: i cittadini oltre un certo punteggio fissato saranno oggetto di misure preventive.
Esistono altri esempi di software impiegati dalle autorità inquirenti in diverse parti del mondo. PredPol, creato dalla polizia di Los Angeles in collaborazione con l’Università della California, è usato da oltre 60 città statunitensi e permette di prevedere dove verranno compiuti i delitti. Se da un lato si è registrato un effettivo abbassamento del tasso di criminalità, dall’altro un simile sistema suscita forti dubbi. Infatti il programma elabora le sue “sentenze” analizzando i reati passati e in questo modo finisce per puntare il dito contro i quartieri più disagiati, andando così a incidere sulle discriminazioni sociali.
[bctt tweet=”La prevenzione del crimine per via tecnologica sta in un qualche modo avverandosi…” username=”MapsGroup”]
Anche l’Italia ha il suo “Grande Fratello”: dal 2007 alla questura di Milano viene usato KeyCrime, un software che per ogni reato elabora una serie di dati – come luogo, orario, obiettivo, tipologia e comportamento – per dare luogo a statistiche con cui “studiare l’uomo nell’azione del crimine, con l’ambizione di predirne le evoluzioni comportamentali future, nonostante l’unicità e diversità degli individui, e dimostrando che […] ciò è davvero possibile”.
L’uso dei Big Data può essere dunque un’arma potentissima per analizzare i crimini e mettere in atto misure per prevenirli o scoprirne i colpevoli, con evidenti vantaggi, come l’ottimizzazione delle risorse, l’efficienza, la riduzione dei tempi di indagine. Ma è indubbio che simili modalità di gestione della sicurezza sollevino importanti domande etiche che riguardano la libertà degli individui. Laddove il perseguimento della pubblica sicurezza motivasse un controllo indiscriminato di ogni singolo spostamento, chiamata, movimento bancario, post pubblicato sui social, si attenterebbe immotivatamente alla privacy dei singoli, fino – chissà – a configurare le situazioni paradossali del nostro incipit.
Insomma, auspichiamo che i terribili scenari ipotizzati da Kakfa, Orwell o Dick rimangano lucide metafore e ammonimenti, non prefigurazioni letterarie di un prossimo futuro. E che questi software non abbiano mai “l’ultima parola”, ma siano uno strumento di supporto per le forze di polizia, lasciando al senno umano l’ultimo giudizio. Perché la presunzione di innocenza avvenga fino a prova contraria, non fino alla prossima “predizione” algoritmica.

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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Big Data. Perché (e come) proteggere la privacy?

[dropcap3]A[/dropcap3]bbiamo già affrontato il nodo Big Data e sicurezza e le misure da adottare per garantire la protezione dei dati.
Ma perché occorre proteggerli? Quali minacce possono derivare alle persone da un uso non regolamentato dei Big Data?
Ogni individuo lascia “scie” di dati dietro di sé, il più delle volte in modo inconsapevole. Le azioni compiute online e i dati che viaggiano sul web vengono registrati e analizzati per ricavarne informazioni: gli utenti vengono profilati in base a come trascorrono il loro tempo libero, a che musica ascoltano, ai luoghi che visitano, al lavoro che fanno, alle abitudini alimentari, a ciò che comprano online. E ancora: tramite l’analisi dei social network, è possibile monitorare le loro opinioni sui temi del momento, e farne oggetto di previsioni e strategie future di marketing, da parte, ad esempio, delle aziende.
Una società misurabile, insomma, dove ogni comportamento online può essere studiato, fornendo preziose informazioni qualitative e quantitative, che a loro volta trovano diverse applicazioni. Per esempio sono utilissime per creare annunci mirati di marketing o per minuziosi customer profile. E abbiamo già visto, ad esempio, come i dati potrebbero essere utilizzati – in un futuro neanche troppo lontano – dalle compagnie assicurative per creare polizze ad personam.
Il punto di rottura in questo contesto è rappresentato dal fatto che i Big Data possono essere disponibili anche a un’utenza non specializzata e non tecnicamente preparata.
La già citata scia di dati che lasciamo sul web può rimandare infatti a informazioni riconducibili a specifici individui, rendendo noti ad esempio nome e cognome, indirizzo IP, data di nascita.
Il vero pericolo si ha quando è possibile unire diverse informazioni provenienti da diverse fonti: per esempio dati sanitari, spese online, metodi di pagamento, opinioni espresse. Una profilazione sempre più puntuale e analitica che comporta il rischio di limitazioni alla libertà personale o di discriminazioni (in base allo stato di salute, per fare un solo eclatante esempio).
[bctt tweet=”Una società misurabile dove ogni azione compiuta online può essere studiata…” username=”MapsGroup”]
Più volte il tema Big Data e privacy è stato al centro di dibatti in sede europea. Nel mese di maggio 2016 è stato emanato il nuovo regolamento sulla protezione dei dati che entrerà in vigore a partire dal 25 maggio 2018.
La normativa europea – rivolta a tutti i soggetti titolari di dati – ruota attorno a diversi punti cardine che hanno lo scopo di garantire la massima protezione dei dati sensibili in tutti i Paesi membri, assicurando che le leggi nazionali dei singoli stati non abbassino gli standard definiti.
Le novità principali riguardano vari aspetti, tra cui l’introduzione della figura del Data Protection Officer (DPO), il responsabile della protezione dei dati; il Diritto all’oblio, ovvero la possibilità di ottenere la rimozione completa dei propri dati da uno specifico servizio; la Privacy by design (per cui le misure di protezione devono essere previste sin dalla fase di progettazione), e la Privacy by default che vincola il trattamento dei dati alle finalità previste e per i tempi strettamente necessari. Infine, il Principio di accountability, in base al quale il titolare del trattamento dei dati dovrà dimostrare di adottare politiche adeguate al Regolamento.
I passi mossi a livello europeo sono significativi, in quanto segnale di una presa di coscienza collettiva sul grande potenziale dei Big Data e – allo stesso tempo – sui rischi derivanti da un uso non sapientemente regolato.
Ma, analizzate e opportunamente limitate le minacce alla privacy, occorre dire che sono molteplici anche i vantaggi; nel prossimo articolo di questa rubrica vi mostreremo come i Big Data, per esempio, possono essere alla base di efficaci sistemi di prevenzione del crimine.
 
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.garanteprivacy.it
http://owlitalia.com
www.corrierecomunicazioni.it
[/boxed_content]

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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Big data e sicurezza: come proteggere un tesoro di dati.

[dropcap3]L'[/dropcap3] accumulo e la conservazione di dati interessa numeri per cui tocca scomodare unità di misura superiori allo zettabyte, come abbiamo visto nell’articolo Dalla ricerca all’innovazione: i Big Data e le magnifiche sorti e progressive.
L’aumento del volume, della velocità e della varietà dei dati apre numerosi scenari di gestione, fra i quali una posizione non secondaria occupa l’individuazione di una consapevole procedura finalizzata alla sicurezza di quello che potrebbe essere definito un tesoro. Dove la parola “tesoro” ha una valenza duplice: i dati come giacimento grezzo di informazioni da sfruttare a fini strategici, se opportunamente elaborati, strutturati e analizzati. Ma i dati anche come custodi di informazioni potenzialmente sensibili e quindi profondamente delicate.
Ecco perché abbiamo deciso di dedicare una rubrica all’argomento sicurezza e privacy dei dati, per passare in rassegna le possibili e varie implicazioni che comportano lo stoccaggio e l’utilizzo di Big Data.
Tali moli ingenti di dati infatti, se non adeguatamente classificate e protette, possono essere un ostacolo anziché una risorsa. O meglio, possono comportare considerevoli rischi, in termini di perdita e divulgazione di informazioni, con il conseguente corollario di danni economici e problemi legali.
Mettere in sicurezza i dati è un’operazione necessaria, dunque, ma particolarmente delicata e niente affatto ovvia. Richiede un approccio strategico, supportato da un’adeguata tecnologia che garantisca una protezione reale e continua.
Ecco allora che il primo passo da compiere è, ancora una volta, analitico. Effettuare una classificazione dei Big Data permette di determinarne il valore, stabilire eventuali implicazioni giuridiche, quotarne il livello di sensibilità e applicare diversi livelli di sicurezza in base alla tipologia delle informazioni da proteggere.
Se determinare il valore dei dati da mettere in sicurezza è un aspetto fondamentale, non sempre si tratta di un’operazione possibile nel caso dei Big Data. Anche dati non sensibili infatti possono svelare informazioni che invece lo sono, se messi in relazione con altri dati.
[bctt tweet=”Da una tutela responsabile dei Big Data passa la messa a frutto del loro potenziale tesoro…” username=”MapsGroup”]
Esistono allora delle best practice utili a limitare i rischi e ad attivare un’efficace politica di “difesa”.
Una prima azione suggerita è effettuare una razionale selezione dei dati: scegliere quali sono rilevanti e quali, invece, è possibile eliminare. In questo contesto è utile e necessario mettere sul piatto della bilancia le informazioni che possiamo trarre dai dati e il livello di rischio che portano con sé. A seconda che il piatto della bilancia penda da una parte o dall’altra si attueranno azioni diverse.
Il secondo step è creare un’efficiente policy d’accesso ai dati, custodendo ove possibile i dati offline, limitando l’accessibilità a utenti certificati e applicare, allo spazio di archiviazione, tecniche crittografiche. Queste soluzioni consentono di proteggere i dati sensibili archiviati, in transito o per il loro intero ciclo di vita. Anche le diverse fasi di trattamento dei dati, infatti, meritano una puntuale attenzione sotto l’aspetto della sicurezza, in particolare in alcuni passaggi cruciali, come la loro eliminazione o la migrazione da un sistema di archiviazione a un altro.
Con il prevedibile capillare diffondersi dell’Internet of Things, nell’interconnessione quotidiana delle nostre vite tra smart device e Rete, la privacy e la sicurezza dei dati conseguenti dovranno ricoprire un ruolo di primaria importanza. Perché da una tutela responsabile dei Big Data passa anche l’avveramento del loro potenziale “tesoro”, della loro promessa di contributo allo sviluppo e all’efficienza dei nostri sistemi sociali ed economici.

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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Lo Sport cambia passo: Big Data e Device Wearable sul podio?

[dropcap3]N[/dropcap3]el mentre che infuria la tempesta su “Olimpiadi a Roma sì” e “Olimpiadi a Roma no”, spostiamo lo sguardo di lato – com’è uso del nostro blog – e diamo conto di un’importante sviluppo nel mondo dello sport che ha ormai preso piede (e corpo) in tantissimi ambiti, e che ha di conseguenza connotato anche le Olimpiadi appena concluse.
Parliamo di un team recente, e tuttavia già affiatato, tra i Big Data e la cosiddetta device wearable, ovvero quella serie di dispositivi indossabili che, integrati con sensori, software etc., connettono il corpo umano con le sue funzioni, consentendo di monitorarle e misurarle in real time sia durante l’allenamento, allo scopo di migliorarne la performance, sia durante la gara vera e propria, così da ottenere informazioni utili per quelle successive.
Con tale approccio innovativo nel rapporto tra il corpo umano, i suoi limiti e le nuove tecnologie – come anche le paralimpiadi ci hanno ben mostrato – si possono raggiungere risultati sorprendenti, e questo vale non solo per il futuro, ma per il nostro presente.
Come riportato infatti in questo articolo, sono stati diversi gli sport che ne hanno già beneficiato durante le olimpiadi del Brasile, anche se il vero e proprio debutto dei Big Data è stato a Londra nel 2012, come ricorda Sky Christopherson, ex primatista nel ciclismo: «Sperimentammo sensori sul corpo e sulla bici di ogni atleta, per studiarne biomedica e fisica. (…) Abbiamo così tarato nutrizione, allenamenti, galleria del vento per ciascuna, eliminando la routine e vincendo un argento che nessuno sognava».
Le Olimpiadi 2016 di Rio, infatti, saranno di certo ricordate per l’utilizzo massiccio di soluzioni tecnologiche in tantissimi ambiti, non da ultima anche la preparazione degli atleti, i quali si sono affidati a device wearable e alla potenza dei big data per “monitorare aspetti quali la potenza resa dagli atleti nell’esercizio”.
Ad essere utilizzati, in questo caso, sono stati ad esempio occhiali speciali, gli smart glass, in grado di seguire le le corse dei ciclisti da ogni punto di vista (atleta, mezzo e utilizzo del circuito) e istante per istante, la soluzione iBoxer, che ha fornito ai giocatori di Boxe report dettagliati sulle caratteristiche degli atleti, e ancora le squadre di velisti che hanno potuto “allenarsi utilizzando modelli virtuali basati su dati e analisi di condizioni ambientali e atmosferiche (correnti, vento…)”.
[bctt tweet=”Le Olimpiadi 2016 sono state il consolidamento di una nuova intesa tra l’Uomo e le Macchine.” username=”MapsGroup”]
Ma quali sono i temi di studio qualificanti di questa nuova “intesa” tra l’Uomo e le Macchine in ambito sportivo?
[icon image=”ss-star” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Innanzitutto il corpo stesso, che, durante gli sforzi cui viene sottoposto (pensiamo alla corsa, alla boxe o al nuoto) viene monitorato istante per istante nelle sue funzioni vitali, ma anche appunto nei suoi risultati agonistici, consentendo di scoprirne punti forza e Talloni d’Achille.
[icon image=”ss-star” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]  In secondo luogo i circuiti di gara, per mettere meglio a punto le strategie di approccio agli ostacoli e ai percorsi previsti. È il caso della vela, della canoa, o del ciclismo, in cui gli itinerari possno essere studiati un millimetro alla volta.
[icon image=”ss-star” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]  Per non dimenticare schemi e strategie di gioco, facilmente studiabili e interpretabili alla luce dei nuovi strumenti di analisi. Pensiamo ad esempio al calcio, all’hockey e al rugby, che possono essere rivisti “col senno di poi” in ogni loro anche più piccola mossa.
Il tutto finalizzato da un lato ad “aggredire” gli ostacoli agonistici e gli avversari, grazie a una conoscenza più dettagliata deelle loro carattersitiche, e dall’altra migliorare le performance degli atleti con una nuova frontiera del “doping”: quello tecnologico che, almeno sembra per ora, ha certo meno effetti collaterali.
Per non dimenticare, infine, le possibilità terapeutiche di tali conoscenze approfondite dei vari atleti in caso di infortunio, e le relative possibilità di intervenire dal punto di vista terapeutico in maniera più mirata e a ragion veduta.
E tuttavia l’imprimatur tecnologico di queste Olimpiadi non si ferma all’azione, ma corre velocemente verso la condivisione globale della stessa. Secondo questo studio, infatti, le Olimpiadi di Rio 2016 lo hanno confermato che “il digital è imprescindibile” nel caso di evenyti sportivi globali. Lo attestano cifre di tutto rispetto, ovvero i 187 milioni di tweet postati sulla manifestazione, che hanno generato a loro volta  75 miliardi di impression.
Se la contemporaneità si gioca sui numeri, dunque, questi sono tali da farci facili profeti: l’Uomo, che ha già toccato i propri limiti fisici contingenti con uno sforzo “naturale”, seppure per certi versi sovrumano, ha davanti a sé traguardi prima inimmaginabili, da porsi oggi e superare domani.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
approfondimenti
[highlight]Per saperne di più:[/highlight]
 
www.pcprofessionale.it
www.engage.it
www.lastampa.it
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Big Data & C. Un Big Data al giorno

OTA, Big Data e Turismo. Viaggio all'interno delle prenotazioni online.

[dropcap3]P[/dropcap3]arlare di OTA (Online Travel Agencies) e Big Data vuol dire entrare in un argomento per certi versi positivo e per altri critico che riguarda il settore del turismo, come accade per quelle medaglie a due facce che, pur essendo l’una specchio dell’altra, raffigurano al rovescio elementi tra loro conflittuali.
Se infatti da un lato queste agenzie online consentono al turista di scegliere tra tantissime strutture, confrontandole tra loro, dall’altro ne “cancellano” di fatto altrettante, ovvero quelle che – per motivi diversi – non sono presenti nelle pagine dei loro siti.
Questo, in nome di una grande capacità di penetrazione nel mercato online, spesso grazie a ingenti investimenti cross-mediatici, e con il rischio di un vero e proprio monopolio comunicativo a scapito di molti stakeholder del settore.
In ambito turistico, un primo epocale passaggio nel rapporto tra il viaggiatore e la sua meta di destinazione è stato quello della “disintermediazione”, ottenuta grazie a internet. Le agenzie di viaggio ne hanno a suo tempo fatto le spese, ma per un certo periodo gli utenti, semplicemente navigando su internet, hanno “incontrato” siti web che promuovevano la propria struttura ricettiva con foto ammiccanti e pagine vetrina in grado di attirare direttamente l’attenzione.
Tali “contatti”  facevano capo a una telefonata o una mail inviata direttamente al gestore per chiedere la disponibilità di una o più stanze, facilitando così il rapporto uno a uno tra fornitore di servizi e consumatore, altrimenti detto “B2C”.
Interazione privilegiata, questa, che è durata poco tempo.
[bctt tweet=”La presunta disintermediazione tra turisti e strutture ricettive si è già eclissata da molto.” username=”MapsGroup”]
Quasi da subito infatti sono nati portali e portalini che si sono messi in mezzo tra i due attori protagonisti, seppure in maniera discreta. A questi si aggiungevano i siti di recensioni – tra tutti Tripadvisor e Trivago – in grado di fornire ai naviganti anche le valutazioni degli ospiti (vere o presunte vere che fossero).
Nello stesso tempo, iniziarono a fiorire altri siti ancor più strutturati che consentivano la prenotazione diretta online delle strutture: Venere.com, Booking.com, Expedia e via così.
Tutto ciò per dire che la presunta disintermediazione tra turisti e strutture ricettive si è già eclissata da molto, spostandone a prima vista gli oneri tutti a carico dei gestori (che pagano una salata commissione sulle prenotazioni). Oneri che però, una volta usciti dalla porta, rientrano dalla finestra dei turisti, con un inevitabile rincaro dei prezzi.
Oggi gli scenari stanno per cambiare ancora una volta grazie ai Big Data.
Come descritto in questo articolo  e in quest’altro,  i dati raccolti dalle OTA – e non solo – si stanno sedimentando, filtrando e confrontando in maniera da creare modelli predittivi in grado di “consigliarci” sui nostri comportamenti d’acquisto anche in questo settore, come già accade in altri campi, ad esempio l’editoria e la musica, solo per citarne un paio.
Una domanda allora, come si diceva un tempo, sorge spontanea: Chi beneficerà alla fine di tutto ciò? I big dell’industria del turismo, senza dubbio, come illustrato in questo interessante rapporto pubblicato sul sito di Amadeus.
Non certo i titolari di piccole strutture ricettive, ai quali non resterà probabilmente altro che raggrupparsi e consorziarsi, pena il rischio di chiusura, così come è già accaduto nel settore del commercio.
Una (non piccola) isola attuale in questo panorama, che non possiamo non citare, è tuttavia rappresentata da AirBnB che, non a caso, sta diventando sempre più conosciuto e utilizzato.

Ma, a parte le eccezioni esistenti, come fare, per recuperare un rapporto diretto e reale, caldo e personalizzato, tra noi e la nostra agognata meta? Ad oggi sembrano i social, gestiti a volte ancora dai titolari delle strutture, a consentire una reale disintermediazione tra turista e struttura ricettiva, ma è probabile che i Data Lake invadano prima o poi in maniera definitiva anche quest’orizzonte, grazie alla capacità – a monte – degli algoritmi delle stesse piattaforme di filtrare “domanda” e “offerta” del mercato turistico in base al cosiddetto stile di vita attraverso lo studio, l’analisi e il trattamento delle scelte precedenti degli utenti.
Così che tutti ovunque ci “diranno” dove andare, quando, come e magari con chi.
Come potremo fare, per mantenere un po’ di imprevedibilità e accontentare il nostro sacrosanto desiderio di avventura? In un modo solo, come una volta: prendendo un mappamondo, facendolo girare e poi, col dito puntato e gli occhi chiusi, fermarlo e scegliere la meta. Ecco, così la nostra scelta sarà di sicuro libera. Magari un po’ azzardata???
PS: per gli interessati direttamente al settore del turismo, consigliamo la lettura di questo articolo di Francesco Russo sul Blog www.briowe.eu che propone un’interessante panoramica sulle strategie di marketing possibili per le strutture ricettive, alternative o complementari agli investimenti nelle cosiddette OTA. Da non perdere!

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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Tempo libero? Io ozio, tu ozi, egli rallenta. Big data permettendo.

[dropcap3]L'[/dropcap3]ozio ha avuto da sempre – nella storia dell’uomo, della cultura e delle società – ben più di un estimatore.
Da Steven Robertson e Bertrand Russel, entrambi con un’opera dal medesimo titolo, “L’elogio dell’ozio”, al libro che naviga su un’onda affine, “L’utilità dell’inutile, di Nuccio Ordine, fino al celebre “Elogio della lentezza” di Lamberti Maffei, per non parlare poi del rallentato stile di vita promulgato dalla filosofia “Slow Food”…
E nonostante Calvino celebrasse la velocità – almeno all’apparenza 😉 – la domanda che molti si fanno in proposito, seguendo proprio il ragionamento di Lamberti Maffei, è la seguente: “Siamo davvero programmati per la velocità?” Perché se è vero che “Viviamo in un mondo veloce, dove il tempo sembra via via contrarsi: continuamente connessi, chiamati a rispondere in tempi brevi a e-mail, tweet e sms, iper-sollecitati dalle immagini, in una frenesia visiva e cognitiva dai tratti patologici”, in molti invitano a “scoprire i vantaggi di una civiltà dedita alla riflessività e al pensiero lento”.
I celebri Flâneur  dei tempi andati – e pure quelli contemporanei – il cosiddetto tempo libero, non a caso, lo frequentavano con una certa assiduità e il fatto stesso che si chiami libero avrà bene un suo perché!
Eppure è inutile negarlo: a molti di noi non piace “perdere tempo” e, quando ne abbiamo un po’ in eccesso, diventa un tempo che di più occupato non ce ne è, come succede spesso in vacanza, in cui l’occasione di svago e ozio diventa una vera e propria gara a vivere più esperienze, tanto che spesso si torna a casa più affaticati che alla partenza.
[bctt tweet=”I Flâneur, il cosiddetto tempo libero, lo frequentano con una certa assiduità…” username=”MapsGroup”]
Un altro subdolo attentatore alla lentezza, per tornare al topic del nostro articolo, lo è – e lo sarà sempre più spesso – il giochino degli “stili di vita” consentito dall’utilizzo ad hoc dei Big Data anche in questo campo. Per chi utilizza questi dati, infatti, il tempo libero rappresenta un target ben preciso per campagne di marketing e re-marketing che hanno un unico scopo: riempire il nostro carrello-tempo di attività, eventi, proposte, spettacoli e chi più ne ha più ne metta.
Non è semplice sfuggire a tali sirene ammaliatrici, perché ci conoscono bene. Come spiega questo articolo, ad esempio, ogni nostro passo online è tracciato, filtrato, segmentato e decifrato… Al fine di realizzare i nostri desideri, si dice. O di soddisfare tante necessità di business, aggiungiamo noi per amor di chiarezza.
Eppure tale pratica, seppure da molti contestata, non è necessariamente un male. In effetti, “qualcuno” che ci orienti nel mare sterminato di offerte indifferenziate è davvero utile e – bada bene – può farci davvero risparmiare tempo nella nostra ricerca di qualcosa che corrisponda ai nostri desideri.
Questo accade ormai in tutti i settori. Da quello della musica, in cui “Le società specializzate nei big data nel settore musicale lavorano ormai intensamente sulle affinità di generi e stili, sulle affinità tra gli artisti, sulla varietà di stili e generi suddivisi per segmentazione social”, a quello dell’editoria, ça va sans dire, in cui le principali case editrici utilizzano i Big Data per trarre massimo profitto dalle proprie scelte editoriali. Addirittura la casa editrice Tor Books sta “per pubblicare il primo libro scelto attraverso i big data.”
Non è immune da tali pratiche nemmeno il settore della formazione. Il tempo libero è infatti spesso dedicato allo studio, per necessità o virtù, grazie anche alla diffusione del Digital Learning:Non si tratta semplicemente di una diffusione di contenuti online: case editrici, scuole e università stanno modificando le loro strategie di investimento per rivoluzionare non solo il modo e i tempi in cui gli studenti apprendono, ma anche come gli insegnanti interagiscono con loro nel seguirne i progressi nel tempo.”
Per non parlare dei viaggi veri e propri, in cui portali come Tripadvisor, Booking, Venere etc… irrompono nelle nostre ricerche online con seduttive offerte di pernottamenti vantaggiosi in posti irresistibili.
Come fare, allora, per non riempire – anzi farcire – il nostro tempo libero difendendolo con le unghie e i denti?
Un’alternativa c’è, la solita di sempre: chiudere le finestre. Staccare con tutto e tutti, non pensare a niente e chiudere gli occhi. Quello che apparirà sarà, finalmente, il vero tempo libero: quello dell’esistere fine a se stesso!

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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Big Data, memoria digitale e condivisione del sapere.

[dropcap3]L[/dropcap3]a memoria, si sa, può essere dono o condanna, a seconda dei punti di vista. E non è di certo un caso – come non lo è mai quando si parla di mito – che la madre delle muse fosse appunto Mnemosine, dea della memoria. O che, al polo opposto del paradigma storico, tante opere contemporanee – dal Fu Mattia Pascal in giù – abbiano fatto proprio dello smarrimento e della rinuncia alla memoria, individuale o collettiva, il segno della perdita di riferimenti dell’uomo contemporaneo.
Da oggi in poi, tuttavia, il problema di memorizzare o meno le conoscenze potrebbe interessare sempre di meno gli uomini e sempre di più le organizzazioni e le strutture deputate a svolgere questo lavoro specifico di raccolta ed elaborazione.
Grazie ai Big Data e alle tecnologie digitali infatti si può attingere a una miniera sterminata di dati raccolti nei luoghi virtuali più disparati, come archivi, piattaforme e database. Ma l’attività di semplice deposito non è sufficiente: servono infatti coordinate condivise per mettere in comune e rendere significanti tali dati.
Del resto – così come è fondamentale per un singolo individuo il sapersi parte delle memorie di un piccolo gruppo sociale o familiare – è proprio con la definizione di memoria collettiva, che si deve al sociologo francese Maurice Halbwachs, che si sottolinea l’importanza per le società degli uomini di riconoscersi in un patrimonio comune di saperi ed esperienze che fondi i valori e le regole dello stare insieme. E se in passato questi saperi ed esperienze erano affidati a mezzi di raccolta fragili e limitati anche nelle possibilità contenitive, con l’evolversi della tecnologia questi spazi di archiviazione sono cresciuti esponenzialmente. Fino ad arrivare all’oggi e a quel digitale che pare poter farsi carico della memoria di ognuno e di tutti.
Ma quali prospettive lascia intravedere questa possibilità di digitalizzare come patrimonio comune e condiviso un’immensa quantità di dati, dalle notizie storiche alle opere dell’ingegno umano? Il nodo centrale è proprio quello dell’elaborazione dei dati: la possibilità di pescare nei Big Data per mettere in relazione le conoscenze, fare emergere tratti rilevanti, riversare i dati nella memoria collettiva, attraverso la loro condivisione. Perché la questione non è affatto scontata, in quanto agisce nel senso del recupero e della conservazione del passato, così come nella costante digitalizzazione del presente.
Vediamo allora alcuni aspetti e ambiti di questa “raccolta” dati in quei contesti che più si prestano a essere accostati al concetto di memoria collettiva, come l’ambito del patrimonio storico, librario o più genericamente culturale e artistico. Qui la digitalizzazione offre senz’altro grandi opportunità perché rende disponibile in modo gratuito e immediato il sapere e ne permette la condivisione, in ogni parte del mondo e a chiunque, purché dotato di device e connessione, oltre a permettere avanzate tecniche di ricerca e ricostruzione.
Primo fra tutti, il patrimonio librario. Sono molte infatti le biblioteche e gli archivi che hanno progetti di digitalizzazione del patrimonio che è sottratto così ai rischi della perdita, ma anche reso più fruibile. E molte anche le piattaforme che svolgono il ruolo di biblioteche digitali (eccone un elenco tratto da Liber Liber) con iniziative come il Progetto Manuzio, appunto di Liber Liber, che – con l’ambizioso obiettivo “la cultura a disposizione di tutti” – digitalizza e rende disponibili appunto libri, testi, documenti, tesi.
E poi c’è il settore archeologico, come nel caso della città di Palmira. Anche con la collaborazione dell’Istituto per i beni archeologici e monumentali italiano (Ibam-Cnr) e grazie a raffinate tecniche come il rilievo 3D e il telerilevamento da drone, combinati con materiale fotografico e satellitare, si vuole ricostruire il volto della città per i necessari restauri dopo le distruzioni del conflitto siriano.
Praticamente tutti i settori culturali sono dunque coinvolti dalle nuove risorse dell’archiviazione digitale, che sono anche il presupposto per inedite modalità di fruizione. È il caso dei musei virtuali, come quello di Ercolano e Pompei, per fare un esempio. Ma è il caso anche del progetto di conservazione del patrimonio immateriale della Regione Lombardia dove trovano uno spazio, seppur virtuale, tutte quelle conoscenze che sono pertinenti alla cultura orale o tecnica, come lingue, riti, feste, e tradizioni. Una cultura immateriale che altrimenti andrebbe perduta, anche perché per definizione non scritta.
Ma questo tipo di operazioni non manca di criticità e pone anche problemi tecnici e legislativi, a seconda del tipo di dato che si digitalizza e come lo si condivide o se lo si rende più o meno pubblico.
Ad esempio è recente la notizia riguardante la sentenza della Corte Suprema americana che ha confermato come Google Books possa digitalizzare parte dei libri, anche oltre il diritto di copyright, accogliendo così la tesi della prevalente importanza del principio della diffusione del sapere.
Vedremo in un prossimo articolo se e come – in quali spazi e con quali strumenti – questa digitalizzazione della memoria si traduca in vera memoria collettiva.
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Big Data & C. Medicina & Narrazione Un Big Data al giorno

Medicina di precisione: diagnosi e cura con i Big Data sanitari.

[dropcap3]S[/dropcap3]arebbe difficile per un contemporaneo malato immaginario alla stregua del personaggio di Molière, crogiolarsi impunemente nelle sue fissazioni, a fronte dei progressi della medicina, sempre più orientata verso un esercizio puntuale della diagnosi e della cura, per così dire quasi ad personam.
E, al di là di facili battute, davvero tra tutte le scienze che hanno ricadute applicative sulla vita quotidiana e sul benessere degli esseri umani, la medicina nella sua lunga storia è fra quelle che hanno subito un maggiore mutamento. L’età della vita si è allungata, molte malattie mortali sono state debellate, altre sono state ricondotte nell’alveo della normale attività clinica.
E oggi nuovi affascinanti scenari si aprono grazie a una tecnologia sempre più raffinata e puntuale, in cui i Big Data sanitari giocano un ruolo centrale, pur nella molteplicità di approcci e applicazioni.
Il tema infatti è sterminato e coinvolge il settore sanitario in modo globale, incidendo su diagnosi e cura, medici e pazienti – insomma sul sistema del welfare in generale – con una portata tale da richiedere l’allineamento della società e della politica, nonché la progettazione di un quadro normativo adeguato.
E se si rincorrono le notizie di algoritmi utili nel diagnosticare malattie o di medicine intelligenti, abbiamo scelto qui di osservare la materia da uno scorcio particolare, quello della cosiddetta medicina di precisione. Si tratta di una nuova frontiera tecnologica che promette di fornire gli strumenti per indagare, con sempre maggiore dettaglio, stato di salute e malattie di gruppi di persone omogenei, quando non dei singoli individui, conducendo il sistema di prevenzione, diagnosi e cura verso un radicale riassetto.
È un approccio che scavalca il metodo clinico tradizionale che utilizza protocolli di cura per le varie malattie, e punta invece a individuare quali farmaci e modalità di cura utilizzare in ragione non della malattia genericamente intesa, ma di una specifica modalità di manifestazione della malattia in un determinato paziente, così come sarà stata studiata sulla base dei dati ricavati dagli studi genetici e clinici, e della loro successiva rielaborazione e messa a sistema.
Di recente, a dimostrazione dell’importanza cruciale del tema, il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha annunciato lo stanziamento di oltre duecento milioni di dollari per sostenere progetti di raccolta dei dati genetici delle persone in modo da mettere a fuoco lo specifico dell’interrelazione tra di essi, l’ambiente e la storia dei singoli, e ottenerne così un riorientamento anche delle modalità di gestione del sistema sanitario, con benefici attesi in termini di razionalizzazione delle risorse e dei costi. Se è possibile infatti utilizzare la cura giusta per la persona giusta, se è possibile conoscere quali emergenze o criticità sanitarie possono svilupparsi in un determinato contesto o territorio, si potrà anche gestire al meglio l’offerta dei servizi sanitari, oltre che ovviamente far conto sull’efficacia di una cura avanzata e mirata.
Della medicina di precisione si parla anche in Italia. Umberto Veronesi l’ha descritta nei termini di quattro “P” per altrettante parole chiave: personalizzata, preventiva e predittiva (perché appunto declinata nello specifico clinico dei singoli e potenzialmente capace di prevedere la malattia), ma anche partecipativa, perché frutto di condivisione da parte della comunità medica e scientifica, e dei pazienti stessi. E all’argomento è stato dedicato nell’autunno scorso un evento a Venezia “The future of Science”, che voleva appunto riflettere sullo stato dell’arte di questa materia anche in Europa.
Uno scenario così articolato va poi a incrociare con altri temi centrali, come ad esempio il nuovo ruolo del medico in una medicina così sofisticata. Anche di questo riportiamo il pensiero di Umberto Veronesi, in un suo intervento sulla medicina di precisione: la tecnologia dovrebbe in realtà liberare il medico da molte delle sue incombenze più pratiche, lasciandogli modo di mettersi in ascolto del paziente in un’ottica di “medicina della persona, che è sorella della medicina di precisione”.
Il medico infatti – una volta resa standard e disponibile per tutti questa tecnologia – avrà accesso a una quantità prima impensabile di dati, anche dei pazienti, e magari in real time grazie al monitoraggio garantito da wearables e app, oltre che a indagini genetiche confrontabili con i nuovi parametri e le coordinate fornite dai Big Data sanitari.
E se tutto questo apre anche un’altra serie di problemi di cui la società e la politica dovranno farsi carico, dalla sicurezza dei dati, alla privacy delle persone, fino all’eccesso – che pare opposto – dell’asetticità di un trattamento clinico così tecnologicamente orientato, è chiaro che si tratta di una sfida tutta da raccogliere, nel senso di un nuovo ulteriore e possibile grande passo della scienza medica.
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Big Data & C. Data Mining Un Big Data al giorno

Dati e post in viaggio: chi arriva e chi parte… ma verso dove?

[dropcap3]L[/dropcap3]a metafora del viaggio è ricorrente proprio perché intrinseca alla nostra natura primordiale di ex-nomadi alla ricerca di condizioni favorevoli in cui vivere. E tuttavia anche oggi, anche se abbiamo ormai colonizzato l’intero pianeta, non per questo viaggiamo di meno.
Solo che lo facciamo anche in altri modi, oltre che fisicamente: su assi temporali che convergono, ad esempio, e, a volte, anche in più posti contemporaneamente, rasentando l’ubiquità.  Come? Attraverso le recenti tecnologie sia mobile che social che, affiancate alle pratiche del viaggio tradizionale, si arricchiscono vicendevolmente di nuove possibilità ed esperienze “itineranti”.
Ma quali sono allora i temi culturali e turistici più frequentati dalle conversazioni in rete, in special modo sulle piattaforme di Facebook e Twitter? Per scoprirlo abbiamo deciso di dare il via a un piccolo esperimento, attivando – grazie al nostro tool Webdistilled un monitoraggio che rende conto di quali sono i topic più frequentati, facendo una sorta di “gara” tra Regioni e luoghi culturali di destinazione, che abbiamo suddiviso secondo varie tipologie.
L’intervallo temporale che abbiamo analizzato è quello dei primi due mesi dell’anno, un periodo di bassa stagione, dunque, i cui risultati non mancheremo di confrontare più avanti nel tempo, con quelli che raccoglieremo e analizzeremo al termine dell’estate, per vedere come incideranno le vacanze sulle conversazioni turistiche degli italiani.
Per ora accontentiamoci dei primi mesi dell’anno e vediamo qualche “meta” in forma di numero, o meglio, di grafico.

Grafico Turismo Italia
Clicca per ingrandire l’immagine. 104.383 clip raccolte.

Nell’istogramma sopra illustrato possiamo già trarre alcune conclusioni di tipo quantitativo. Intanto che le cinque regioni “Regine” d’Italia per citazioni sono nell’ordine, come immaginabile, il Lazio, la Lombardia, la Toscana, l’Emilia Romagna e il Veneto.
Possiamo ben vedere inoltre che, tra i due social analizzati, quando si parla di mete e destinazioni turistiche è Twitter a farla da padrone, e alla grande, con la maggior parte delle clip raccolte.
Meno prevedibile è invece la classifica dei temi culturali maggiormente “frequentati” in rete, in ordine di gradimento.
Ai primi posti troviamo le Piazze, con i Musei e i Teatri, dimostrando una volta ancora l‘appeal delle Città d’Arte, seguite a ruota dalle Fiere e dalle Sagre, come a sottolineare che gli italiani sono sempre i soliti;-). Al quarto, onorevole posto, troviamo le Torri e i Castelli che, nella cattolica Italia, battono seppur di poco le Chiese e i Santuari. Capita poi che – attenzione attenzione – il numero di post e di tweet sul tema Archivi e le Biblioteche sia maggiore di quelli sulla Musica e i Concerti. E questo è sorprendente.

Incuriositi da questi dati abbiamo provato a confrontare tra loro le prime due regioni in classifica, il Lazio e la Lombardia, con l’Emilia Romagna (per puro spirito campanilistico, scrivendo noi dalla città di Parma) per vedere di nascosto l’effetto che fa.
I risultati fanno sorridere, per quanto prevedibilmente sorprendenti. Se infatti la Lombardia si allinea nella propria classifica conversazionale quasi perfettamente al resto della media italiana, l’Emilia Romagna ha, al primo posto, i post e i tweet  riguardanti Fiere e Sagre (e ti pareva!).
grafico lombardia
Clicca sull’immagine per ingrandire il grafico.

Grafico emilia romagna
Clicca sull’immagine per ingrandire il grafico.

Il tutto mentre il Lazio – galeotta fu Roma capitale – risulta la prima della classe in tema culturale, mettendo al primo posto sì le Piazze, ma mostrando un picco sorprendente di conversazioni sul tema Archivi e Biblioteche. Chi l’avrebbe mai detto?
Ah, un’ultima curiosità. Spulciando tra i vari post e tweet una cosa ci ha colpito: la classica foto con la torre di Pisa sorretta dal modello di turno è uno dei topic più divertenti e frequentati. L’Italia che si fa i selfie, insomma è proprio così come sembra: ghiotta, colta e un po’ svagata.
Grafico Lazio
Clicca sull’immagine per ingrandire il grafico.


CARATTERISTICHE DEL MONITORAGGIO

Monitoraggio riguardante: le principali città d’arte nelle regioni italiane.
Periodo: dal 26/06/2015 fino ad oggi.
Lingua: italiana.
Fonti: Weblog, Q&A, Social Network, Forum e Review.

Numero clip: le clips considerate sono state oltre 104.383.

TEMI ANALIZZATI

Offerta turistica: sono state individuate le tipologie di prodotto turistico individuate nei settori:
– Archeologia.
– Archivi e Biblioteche.
– Chiese e Santuari.
– Musei e Teatri.
– Palazzi storici.
– Torri e Castelli.
– Concerti.
– Fiere e Sagre.
Gli argomenti di conversazione sono stati classificati in:
– Ambiente e territorio.
– Enogastronomia.
– Eventi.
– Servizi al turista.
– Storia e arte.