Categoria: Chi trova un dato trova un tesoro
Chi trova un dato trova un tesoro: la scoperta e la lavorazione dei dati allo stato grezzo consentono la creazione di veri e propri giacimenti di un sapere pronto a innumerevoli usi. Le tecniche di estrazione di tali tesori sono nelle mani di veri e propri scienziati di settore che tra modelli, statistiche e “presentimenti” realizzano asset digitali di business.
[dropcap3]C[/dropcap3]osa sono i Big Data? A cosa servono? Come si raccolgono e come si utilizzano?
Queste alcune delle domande cui cercheremo di dare una risposta alla maniera di 6Memes, facendo cioè parlare tra loro “linguaggi” e punti di vista diversi.
Perché se fino a qualche anno fa parlare di Big Data voleva dire farlo con pochi interlocutori interessati, oggi il tema si affaccia sempre più spesso nell’orizzonte delle conversazioni, aprendo anche a noi comuni mortali finestre d’interesse verso parole quali Big Data, Open Data, Big Data Analytics etc.
Non c’è nulla, oggi, di più complesso e articolato del quantitativo di informazioni, dati e numeri che la nostra società produce ogni istante in tutto il pianeta a partire dal fenomeno della digitalizzazione, che genera una vera e propria esplosione di dati in tutti i settori della nostra società, nessuno escluso.
Ne parliamo insieme in questo EBook made in 6MEMES.
[highlight]Indice dei contenuti:[/highlight]
0.1 Introduzione.
0.2 Premessa: cosa sono i Big Data?
0.3 Dal digitale alla datizzazione del mondo.
0.4 Fonte e origine dei dati: Data Mining, Data Driven, Open Data.
0.5 Dati che parlano tra loro… e a volte anche con noi.
0.6 Una palla di vetro al posto di montagne di Dati.
0.7 Conclusioni.
0.8 Sitografia.
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[dropcap3]V[/dropcap3]edo, dunque sono. I Big Data alla prova della visibilità.
Cosa intendiamo, innanzitutto, per visibilità? Si tratta di un termine la cui origine rimanda immediatamente a ciò che è visibile, e che dunque in qualche modo si manifesta.
Nei nostri due articoli precedenti sul tema della visualizzazione, “Big Data Vision: Ultra, Extra, Large, Medium, Small… Invisible!” e “Se la bellezza è negli occhi di chi guarda… anche i Big Data raccontano l’Arte”, abbiamo parlato di visualizzazione dei dati, pur sotto aspetti differenti, iniziando a mettere a fuoco come, attraverso simboli, icone e metafore, concetti o informazioni all’apparenza impalpabili (se non del tutto incomprensibili) possano essere invece visti, o meglio mostrati, in tutto il loro significato, seppure complesso.
Il tema della visibilità – lo abbiamo sperimentato direttamente – è stato del resto anche il leitmotiv sotto traccia del blog 6memes: nel nostro report annuale “Visibilità, originalità e semplicità: ecco i numeri di “6memes”, il nuovo blog del divenire”, infatti, è stato proprio questo, tra i sei tag “calviniani” proposti, a trovarsi in pole position, seguito non a caso dal concetto di “coerenza”.
Vediamo ora insieme come la necessità di rendere visibile ciò che in prima istanza non lo è – sia che si tratti di dati, numeri o concetti – è più che mai attuale, innanzitutto per conoscere meglio denotazioni e connnotazioni della realtà, in secondo luogo per diffonderne le implicazioni e infine per fare di tali dati finalmente “visibili” il punto di partenza per nuove inferenze.
L’attualità del topic nasce dalla contingenza e dallo stato dell’arte dell’innovazione, come bene illustrato nell’articolo riportato da Luca De Biase “Ci possiamo capire qualcosa? Dirk Helbing: la crescita esponenziale di tutto aumenta la complessità” in cui si sottolinea come “la dinamica della conoscenza umana è meno veloce dell’innovazione tecnologica e delle sue conseguenze sul conoscibile.”
Da qui la necessità di rendere più accessibili, e quindi visibili, argomenti, scoperte, coincidenze e modelli che altrimenti sarebbero offuscati dall’opacità in cui sono immersi.
E se oltreoceano tale evidenza è già non solo operativa, ma in fase di diffusione e utilizzo di massa secondo standard e linee guida già messe a fuoco, come illustrato in questo articolo e in questo post, che individua una lista che raccoglie i migliori dieci tools per la visualizzazione dei dati, anche in Italia si muovono passi decisivi in questa direzione.
Citiamo ad esempio il corso formativo “L’estetica dei flussi: Open e Big Data Visualization”, che “affronta la complessa tematica degli open e big data e i processi necessari per renderli fruibili attraverso la loro visualizzazione” perché “la visualizzazione’ dei dati e delle informazioni è la nuova frontiera per il design della comunicazione visiva e le attività artistico-creative” e che, come approfondimento al suo programma, invita a seguire i link:
– armsglobe.chromeexperiments.com
– drones.pitchinteractive.com
– maulik-kamdar.com
e i numerosi articoli che piattaforme specializzate – e non solo – iniziano a diffondere sul tema.
[bctt tweet=”Complessità e visibilità: la visualizzazione dei dati come nuova forma di conoscenza.” username=”MapsGroup”]
Data la materia, così articolata e composita alla partenza, è tuttavia evidente che non tutti gli strumenti di visualizzazione sono in grado di mettere in forma d’immagine argomenti e informazioni così complessi o criptici.
Quello che occorre fare, infatti, è un’opera di traduzione vera e proprio, così da far “parlare i dati”, ovvero renderli immediatamente percepibili e comprensibili, seppure trasformati nella loro materia espressiva.
E questo non può avvenire senza utilizzare vere e proprie tecnologie comunicative, ovvero strumenti del linguaggio capaci di creare scorciatoie di pensiero tra aree divergenti, sovrapposte o intersecate. Parliamo infatti di icone, simboli, diagrammi e metafore.
Nel ricordare la celebre citazione di Deleuze: “Il diagramma è una macchina per pensare“, ci avviciniamo quindi alle varie forme che possono prendere tali dati opportunamente elaborati, con un breve, non certo esaustivo, elenco.
Quelli che più si prestano a tale opera di traduzione sembrano essere – almeno sino ad oggi – innanzitutto diagrammi e grafici in varie forme, ma anche mappe mentali e infografiche, e infine slide e video.
Ogni strumento possiede infatti alcune tipiche caratteristiche d’uso, ed è capace di connotare i dati rappresentati secondo precise convenzioni e metafore espressive. Se ad esempio un diagramma circolare (a torta, per intenderci) ha una funzione di evidenza che possiamo definire meramente comparativa, mettendo in relazione e a confronto più dati tra loro, riferiti a un “tutto” di cui fanno parte, gli istogrammi hanno un approccio più, diciamo così, competitivo, disponendosi in verticale e quindi raggiungendo, o meno, performance di estensione.
In diverso modo operano le mappe mentali o le infografiche, collocando i dati in uno scenario consecutivo, creando costruzioni rappresentative più articolate da un lato, ma anche più agevolanti per il lettore da un altro, realizzando vere e proprie narrazioni che lo accompagnano nel decifrare il “testo” illustrato.
I grafi così rappresentati, se resi applicativi, possono a loro volta interagire più o meno attivamente coi propri interlocutori, essere interpellati, modificati dal’interno, e rilasciare altri “risultati in forma di immagine” in pratica on demand, in modo da rendere sempre più specifica la visualizzazione in una sorta di mise en abyme potenzialmente illimitata.
Perché – e con questo chiudiamo il cerchio del nostro articolo – ogni messa in evidenza di realtà (e ogni dato è senza dubbio un punto di vista sull’esistente, seppur particolare) non è solo il punto di arrivo di un’opera di traduzione, ascolto, vista o lettura, ma è soprattutto l’inizio di una successiva interpretazione. Una soglia, insomma, che solo la “visibilità” è in grado di far percepire come tale, per essere, per l’appunto, oltrepassata.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.etimo.it
blog.debiase.com
www.sas.com
www.informationweek.com
www.millepiani.eu
armsglobe.chromeexperiments.com
drones.pitchianteractive.com
maulik-kamdar.com
support.google.com
[/boxed_content]
[dropcap3]L[/dropcap3]e recensioni, si sa, hanno origini “nobili”. Un tempo severamente limitate ai veri – inarrivabili e temibili – esperti del settore, erano in grado con poche parole di stroncare un’opera, un’attività o una carriera sul nascere. Esempi ne erano l’editoria e la ristorazione, ma anche la moda, l’arte o i vini…
In una battaglia a colpi di connotazioni positive, negative o, peggio ancora, neutre, ai poveri “produttori” d’opere, beni o servizi – a volte, o forse spesso dei veri e propri artisti – non restava che attendere con ansia le recensioni, di frequente impietose, dei cosiddetti “maestri” del settore, spesso capricciosi, benché sapienti. Ricordate “Il diavolo veste Prada”?
Tutto ciò ben sapendo che, in caso di una critica o una recensione negativa, nessun oggetto-soggetto di recensione avrebbe avuto alternative se non il chinare il capo in segno di umiltà e reverenza.
Da tempo, tuttavia – per lo meno in ampissime aree di business e informazione – non è più così, anche se tale pratica d’impronta a tratti “feudale” si mantiene ancora viva nei così detti salotti buoni.
Oggi, quasi per una sorta di contrappasso, le regole delle recensioni si sono ribaltate, e il rapporto è uno a uno, addirittura, il che porta con sé un vagone di conseguenze, anch’esse positive o negative.
Ad esempio il fatto che attribuire il giusto valore a un commento o a una critica non è più così tanto semplice. In mancanza della marcatura di autorevolezza, infatti, come capire se una recensione è stata fatta da una persona competente o magari solo indispettita da qualche particolare personalmente sgradito?
[bctt tweet=”Big data e recensioni: questione di numeri, stelle e stellette…” username=”MapsGroup”]
A dirimere la questione ci pensano i Big Data, innanzitutto facendone una questione di … numeri, oltre che di stellette.
Come? Lo spiega questo articolo.
Ad esempio: “Grazie allo smartphone e alla connessione mobile, la nostra presenza sui social media è perfettamente parallela alle nostre attività quotidiane. In altre parole, le piattaforme sociali accumulano una notevole quantità di conoscenze degli utenti riguardanti il loro comportamento (…) tanto che (…) ci sono sempre più applicazioni che analizzano tutti questi dati per proporre nuove funzionalità, in particolare nel settore delle attività e recensioni turistiche.”
Eppure, come riportato qui, non è tutto oro – è il caso di dirlo – quello che luccica: “Ma davvero i social media big data sanno essere più esaustivi e obiettivi dell’opinione degli utenti? A un viaggiatore o a un forestiero cosa davvero interessa sapere: qual è il locale più di moda o quello dove si mangia bene, magari piccolo intimo e alla buona?”
Il dubbio è legittimo. Ma lo era anche quello sul parere dei cosiddetti esperti di un tempo, che più di una volta – al pari degli editori – hanno preso sonori abbagli in fatto di capacità di giudizio.
Un settore invece in cui le recensioni sono sicuramente molto utili – lato utente, ma non solo – è quello del turismo. Tant’è che i titolari delle strutture ricettive si danno (giustamente) un gran daffare per ottenerne di buone. Qui un articolo molto esaustivo su come, dove e perché farne e ottenerne, in cui si parla anche di Brand reputation e di recensioni “false”.
Il tema è quindi, come ben si vede – tuttora – aperto. Ai dati futuri, dunque, l’ardua sentenza: recensire sì o recensire no?
[dropcap3]S[/dropcap3]e fino a qualche anno fa parlare di Big Data voleva dire farlo a proprio rischio e pericolo, con pochi interlocutori interessati, oggi il vento sembra cambiato.
Il tema, infatti, e la relativa terminologia, si affacciano sempre più spesso nell’orizzonte delle conversazioni e negli articoli di varie pubblicazioni, online e non.
Influencer globalizzati si ingegnano nel produrre infografiche, diagrammi e “torte” varie per far comprendere al mondo del business gli infiniti potenziali insiti in tale inusitata mole di dati, aprendo anche a noi comuni mortali finestre d’interesse verso parole quali Big Data, Open Data, Big Data Analytics etc.
Questo perché – dato ormai per acclarato che il presente e il futuro dell’efficienza in senso lato non possono prescindere dal governo della complessità – non c’è nulla, oggi, di più complesso e articolato del quantitativo di informazioni, dati e numeri che la nostra società produce ogni secondo in tutto il pianeta.
A partire anche dal fenomeno della digitalizzazione, che – con un’accelerazione straordinaria – genera una vera e propria esplosione di dati in tutti i settori della nostra società, nessuno escluso.
Oggi dunque, che le nostre capacità di calcolo – o meglio, quelle delle “macchine” che abbiamo opportunamente costruito prima e istruito poi – sono in grado di applicarsi in poderose prove di forza, tali Dati sono in procinto di essere esplorati e selezionati, scartati e trattati, allocati e trasformati in ogni dove, diventando veri e propri strumenti di efficienza e business, gestione e controllo.
Noi di 6memes, allora, fedeli all’imprimatur fondante del nostro stesso esistere, vocato alla trasmissione della conoscenza e alla divulgazione in termini più facilmente comprensibili di realtà tecniche altrimenti intraducibili, risaliamo oggi la fonte ontologica di questi strani dati, e cerchiamo di descriverli.
Innanzitutto usando la terminologia di settore che vede in un pool di “V” – velocità, varietà, volume, variabilità, veridicità – le caratteristiche necessarie e sufficienti a definirli.
Ma innanzitutto: cosa sono i Big Data? Sono senz’altro aggregazioni di informazioni di vario tipo (raccolte con diverse modalità) la cui mole non può essere processata attraverso strumenti di analisi standard, e che, come riportato in questo articolo: “What is Big Data? A meme and a marketing term, for sure, but also shorthand for advancing trends in technology that open the door to a new approach to understanding the world and making decisions.” sono anche una sorta di scorciatoia in grado di far progredire la tecnologia aprendo le porte a un nuovo modo di “comprendere” il mondo.
Le 4 + 1 “V” allora si spiegano in questi termini, laddove non solo il volume basta a identificarli – fraintendimento cui potrebbe ad esempio portare il termine Big – ma concorrono anche criteri di Velocità, intesa nel senso di velocità di generazione dei dati, di Varietà, riferita appunto alla diversità sia di fonte che di tipologia dei dati, di Variabilità, legata al fatto che il senso o l’interpretazione di un medesimo dato cambia in base al contesto in cui viene raccolto ed analizzato, cui si è recentemente aggiunto un ultimo fattore che inizia sempre con la lettera “V”, quello della Veridicità.
[bctt tweet=”Le 4 + 1 V dei Big Data si dispiegano laddove non solo il Volume basta a identificarli… ” username=”MapsGroup”]
Termine più che mai attuale, quest’ultimo, in quanto si riferisce alla connotazione qualitativa del dato raccolto e analizzato (in termini di interoperabilità e affidabilità), fattore davvero cruciale, essendo questi dati alla base di una serie di attività inferenziali il cui esito dipende appunto dalla qualità della materia prima da cui si parte. Come a dire: è bene fare Castelli, a patto che questi non siano di sabbia. A meno che non stiamo giocando in riva al mare…
Queste dunque sono le parole chiave che governano questo mondo in cifre e lettere che a giorni alterni incontriamo di qua e di là del web e che incorniciano un mondo parallelo di informazioni – da noi stessi generate – che possono e probabilmente debbono tradursi appunto non solo in numerosità, ma in altrettante “verità” su cui fare conto, se vogliamo organizzare e governare la complessità con cui noi stessi ci stiamo circondando.
Come per tutte le cose importanti di questo mondo, del resto: la verità e la consapevolezza come patto implicito su cui si fonderanno le decisioni che prenderemo, con tutte le conseguenze che tali azioni porteranno con sé. Dato dopo Dato.
[dropcap3]C[/dropcap3]ensire la popolazione e le sue abitudini è un’operazione di estrema rilevanza per ogni sistema statale, come ben sapevano già gli Antichi Romani che si trovavano ad amministrare la cosa pubblica in un sistema complesso come un impero. E se – da quando una famiglia tra le più celebri, quella di Gesù, dovette spostarsi nella città d’origine per farsi censire – il sistema di rilevazione e valutazione della cittadinanza si è modernamente strutturato attraverso metodologie fondate sulla scienza statistica, oggi ci troviamo di fronte a una nuova svolta che, ancora una volta, porta il nome dei Big Data.
In una società complessa come l’attuale, dove gli elementi sottoposti a monitoraggio sono plurimi e la stessa cittadinanza è un oggetto più che mai variabile e articolato, che si candida pure a essere soggetto produttore di dati, anche la scienza statistica ha bisogno di nuovi strumenti. Per questo il grande patrimonio di informazioni potenzialmente disponibile grazie ai Big Data si pone come un’importante fonte, al cospetto anche di nuove problematicità. Tra queste, la necessità di contenere e razionalizzare i costi delle indagini e anche una crescente reticenza delle persone a contribuire alla raccolta dei dati attraverso lo strumento statistico tradizionale.
L’inserimento di una metodologia statistica basata sui Big Data in realtà può passare attraverso fasi parziali e consecutive: dalla raccolta dei dati attraverso risorse digitali, all’integrazione dei Big Data a metodi di indagine statistica tradizionale, fino alla sostituzione di tali metodi con nuovi strumenti interamente basati sui Big Data.
Ciò comporta numerose problematiche da affrontare che riguardano ad esempio la molteplicità delle fonti e della proprietà dei Big Data, la loro qualità e applicabilità agli standard statistici, gli aspetti legali e di sicurezza, prima fra tutti la privacy. Si tratta insomma di generare le competenze e i metodi analitici adeguati alle peculiarità dei Big Data, a partire dalle canoniche 4 V: volume, varietà, velocità, veridicità.
Intanto, il processo di modernizzazione dell’Istat in Italia è già in pieno svolgimento. A partire dai censimenti che non saranno più periodici, ma in fieri, costantemente monitorati, utilizzando la rilevazione statistica tradizionale, e i dati amministrativi (quelli derivati cioè dalle pratiche della PA). E si stanno sperimentando fonti di Big Data da impiegare nei modelli, come quelli derivanti dalla telefonia e dai social media.
Nell’era digitale infatti, una qualunque popolazione obiettivo di indagine, produce informazioni statistiche complesse, proprio per la combinazione di queste differenti fonti, che comprendono – come abbiamo detto – i dati statistici e i dati frutto di procedure amministrative, ma anche la varietà dei dati originati dall’uso di dispositivi digitali, tra cui interessanti risultati promette l’utilizzo dei data scanner (ossia gli archivi elettronici delle transazioni di vendita e acquisto negli esercizi commerciali), ad esempio per la stima dei prezzi dei prodotti.
Proprio l’Istat, fra le sue sperimentazioni, contempla i dati di telefonia mobile, con cui si può costruire una mappa virtuale dei movimenti delle persone sul territorio, ottenendo in modo rapido e puntuale informazioni da reimpiegare ad esempio nella gestione dei trasporti. E ancora, l’utilizzo di Google trend, il tool gratuito che dà una risposta grafica dei diversi termini più ricercati sul web in un dato momento storico: le informazioni ottenute dalle ricerche effettuate in rete possono essere utili per elaborare stime dell’andamento del mercato del lavoro, come il tasso di disoccupazione.
Pensiamo inoltre all’applicabilità dei Big Data nell’analisi di fenomeni sociali complessi come il rilevante e preoccupante fatto statistico ottenuto da una recente indagine: a fine 2015 erano ben 150.000 gli italiani “spariti” rispetto all’anno precedente. Un cedimento demografico piuttosto impressionante, paragonabile alla scomparsa dell’intera popolazione di una piccola città, e che gli esperti attribuiscono a quattro principali motivi: scarso numero di nascite, aumento della percentuale dei decessi, drastico calo dell’immigrazione che genera occupazione e la cosiddetta fuga all’estero dei cervelli (un dato preoccupante anche in sé, considerando che l’articolato percorso di istruzione di ogni studente italiano costa ai contribuenti circa 100.000 euro…).
Capire, attraverso le interrelazioni analitiche che permette la strutturazione di dati così numerosi, quali cause stanno dietro la “semplice” rilevazione statistica dei fenomeni, è la strada per tratteggiare il nuovo volto di una società sempre più complessa. Ma qui stiamo già navigando al di là del mare della statistica per approdare alle scienze demografiche… e a un nuovo articolo!
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[highlight]Per saperne di più:[/highlight]
– www.forumpa.it
– www.rainews.it
– www.ilsole24ore.com
– www.forumpa.it
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[dropcap3]U[/dropcap3]na volta esistevano le agenzie di collocamento, il passaparola e – non sveliamo certo nulla di nuovo del “costume” italiano – perfino le raccomandazioni. Oggi per farsi conoscere e trovare il tanto agognato stabile posto di lavoro e – rovesciando il punto di vista dalla parte delle imprese – anche per andare a caccia di talenti, c’è il WEB. E con esso i Big Data.
L’interazione tra mercato del lavoro, dati, algoritmi, e mezzi di comunicazione digitali è così ampio che abbiamo scelto qui di darne una panoramica, senza pretese di esaustività, affrontando l’argomento nei suoi principali aspetti e avvertendo che si tratta di una realtà, per definizione, in costante mutamento al progredire della tecnologia e all’imporsi di strumenti sempre nuovi.
Osservatorio Big Data
La prima, e forse più ovvia, interazione tra dati e lavoro è la potenzialità che questi possono esprimere nell’analisi della complessità di domanda e offerta, i Big data insomma come strumento per osservare le dinamiche del mondo del lavoro e ricavarne dati utili per tutti gli attori coinvolti.
Citiamo un solo esempio, la piattaforma WOLLYBI, nata dalla collaborazione tra una società dell’Università Bicocca di Milano e CRISP – Centro di ricerca interuniversitario per i servizi di pubblica utilità. Utilizzando “Big Data e tecniche di analisi semantica” la piattaforma scandaglia le offerte di lavoro sul WEB, le cosiddette job vacancies, e – con un complesso lavoro di verifica e validazione scientifica – si rivolge a agenzie, enti e istituti del mondo del lavoro per offrire analisi utili alla pianificazione delle politiche e dei servizi, spingendosi anche a valutare i settori strettamente connessi a quello lavorativo, come l’istruzione e la formazione.
Domanda e offerta sul WEB
Dall’analisi di come si muove il mercato del lavoro passiamo al cruciale incontro tra domanda e offerta. Navigando tra le numerose piattaforme esistenti ne abbiamo selezionate alcune d’esempio, scegliendole tra quelle specializzate per tipologia di lavoro, come quelle rivolte ai freelance, e App di vario tipo e genere.
Per cominciare, Monster: il colosso internazionale che permette di sfogliare gli annunci di lavoro, inserire il proprio curriculum e candidarsi per un posto. Italiana è invece la piattaforma Face4job, un luogo virtuale di incontro che mette in contatto diretto chi cerca lavoro con le aziende che hanno bisogno di personale, raccogliendo così dati sulle offerte di lavoro e potendo di conseguenza valutare anche quali settori e posizioni sono più richiesti. La piattaforma utilizza strumenti tipici del digitale, come i video di presentazione e le video-interviste quali mezzi di selezione, superando il concetto di curriculum vitae e velocizzando le operazioni di valutazione dei candidati.
Rimaniamo in Italia con Ekoodo, un social network che permette ai professionisti e ai lavoratori di fare conoscere il proprio valore attraverso la voce di chi ha usufruito dei loro servizi, secondo un modello che vale per molti settori di attività come la ristorazione o la ricettività alberghiera, ma che – declinato nella sfera professionale – recupera e insieme rivoluziona il concetto di raccomandazione.
E – se ciò che accomuna questi mezzi digitali per trovare lavoro è il loro rispondere all’esigenza delle persone di farsi conoscere, di mettersi in relazione e fornire garanzie di competenza (elementi che sono alla base di ogni scatto di crescita in un percorso professionale) – in questo ambito il social media per eccellenza è Linkedin. Da lungo tempo punto di riferimento del settore, ha raggiunto nel mondo oltre 400 milioni di iscritti e si fonda proprio sulla costruzione di reti di relazione e sulla valorizzazione da parte degli iscritti della propria reputazione professionale, validata dal riconoscimento di competenze ottenuto da coloro che appartengono ai propri collegamenti.
Social recruiting
Questo concetto di personal branding esce dal recinto stesso del network professionale per investire ogni altro luogo di pubblica esibizione delle persone. I canali social insomma – in un’epoca di atrofizzazione delle relazioni sociali e famigliari tradizionali – giungono a vicariarle e sono il luogo in cui anche le aziende possono verificare le qualità o la scarsa raccomandabilità, non solo professionali, di eventuali candidati.
I social inoltre, oltre a luogo virtuale in cui intrattenere relazioni professionali, si candidano a essere sempre più spesso anche il canale di ricerca dei candidati da parte delle aziende, secondo una tendenza in crescita, chiamata appunto social recruiting che in Italia tuttavia non ha ancora un impatto decisivo come si può leggere in questo articolo, dove si riferisce anche di come gli Italiani non sfruttino appieno le potenzialità dei social nella ricerca di un lavoro e si affidino ancora al passaparola, alle agenzie di selezione, quando non al contatto diretto con le imprese.
Per concludere: se nonostante tutti questi strumenti non trovi il lavoro che fa al caso tuo, o se il datore di lavoro non trova te, potrebbe essere proprio quello dei Big Data – come il digitale in generale – un settore da tenere d’occhio!
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
blog.workable.com
www.corrierecomunicazioni.it
www.itespresso.it
www.ilsole24ore.com/art/tecnologie
www.ilsole24ore.com/art/notizie
[/boxed_content]
[dropcap3]C[/dropcap3]he la Cultura – quella con la “c” maiuscola, ma non necessariamente solo quella – si possa trasformare sotto mani e “cervelli” sapienti in un’impareggiabile risorsa economica è risaputo.
A maggior ragione in un paese come l’Italia, che annovera una densità di valore culturale equiparabile a un vero e proprio giacimento di beni ancora non valorizzato a sufficienza, soprattutto dal punto di vista economico.
Iniziamo dunque a sgomberare il campo dalle possibili obiezioni e dire che sì, quello riversato nella Cultura è spesso un investimento ben riuscito anche in termini economici. Pensiamo ad esempio alla creazione di un’opera d’arte, di un monumento o di una pinacoteca…
Quale altro settore d’investimento – messo in campo centinaia, quando non migliaia, di anni prima – è capace di attualizzare un ritorno economico altrettanto durevole, continuativo e ricco di indotto, senza tra l’altro gli effetti collaterali, anche gravi, tipici delle attività speculative o intensive?
Ed è proprio nel rapporto tra l’opera d’arte e il suo possibile pubblico che si gioca la partita. Sono infatti molte le esperienze, a volte anche italiane, che dimostrano come il legame tra Cultura e Business possa farsi stretto e proficuo, in una reciproca valorizzazione.
Soprattutto quando si fanno dialogare in maniera continua, organizzata e strutturata il patrimonio culturale e i “numeri” propri delle tecnologie più attuali e dirompenti: Big Data e IoT.
Tutto ciò premesso, entriamo nel vivo di quello che possiamo definire come un vero e proprio percorso di valorizzazione di un bene culturale – e dunque della sua messa a frutto – che si snoda attraverso tre fasi ideali e imprescindibili per un’offerta culturale di qualità.
Fasi che, declinate con le odierne tecnologie, concorrono in maniera sostanziale a decretarne o meno il successo, altraverso la:
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– PROGETTAZIONE
La sua finalità consiste nella messa a punto di una strategia idonea ad attirare un pubblico pertinente, a partire da un’adeguata analisi di mercato. Ha dunque una componente che possiamo chiamare predittiva, in virtù del valore anticipatorio dei dati raccolti: la loro elaborazione in informazioni strutturate permette – oggi – di conoscere le esigenze e i comportamenti dell’utenza, di focalizzare gli ostacoli del contesto e quindi di ottimizzare i servizi.
– ESPERIENZA E CONDIVISIONE
La fruizione dell’esperienza culturale ha al centro l’utente, che vive le opere d’arte, non solo in modo sempre più “ipertestuale” attraverso le nuove tecnologie e i nuovi dispositvi, ma anche può immergervisi dal suo punto di vista. Ora infatti esperienza e condivisione sono un tutt’uno e se in passato l’esperienza poteva solo in parte riverberarsi in promozione, ora potenzialmente questa immersione nei Social Media e nella Rete può trasformare gli utenti in community, e l’esperienza dei singoli in un valore aggiunto impareggiabile per la notorietà di un istituto culturale.
– MISURAZIONE
Ai tradizionali sistemi di valutazione della riuscita di un progetto culturale, come ad esempio i dati di affluenza, le recensioni effettuate, il livello di fidelizzazione verso l’ente organizzatore dell’evento, oggi si affiancano nuove metriche rese possibili dall’analisi dei dati sia di fruizione che di condivisione che passano per la Rete e i Social Media. E dalla misurazione arrivano nuovi dati che – in un circolo virtuoso – vanno a plasmare sia la progettazione che l’esperienza.
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Andiamo ora ad alcuni esempi concreti, a partire dagli aspetti progettuali. Già nel 2014 il MIBAC istituì in proposito il Laboratorio del Turismo Digitale con il compito di fissare un piano dello sviluppo digitale del settore, di cui fu coordinatore Euro Beinat, Professore di Geoinformatics e Data Science all’Università di Salisburgo. Il lavoro di studiosi come Beinat – come si può leggere in questo articolo – riguarda proprio lo studio dei Big Data dei social media e del traffico di carte di credito e conversazioni telefoniche ad esempio, per capire esigenze, comportamenti (anche economici) e percorso dei turisti, nonché concentrazioni dei flussi nelle varie zone, dati da cui partire per strutturare un’offerta adeguata.
Veniamo ora all’esperienza e alla condivisione. Dispositivi collegati alla Rete, realtà virtuale e aumentata, tecnologia 3D, wearables possono estendere la fruizione di una visita museale, come è il caso – per fare un solo esempio italiano – degli ArtGlass adottati dal Museo Civico di San Gemignano che permettono una visita tridimensionale e ricca di particolari di tre cicli di affreschi medievali.
Ma la fruizione può essere anche solo virtuale, come per il progetto Google World Wonders che permette a ciascuno di conoscere posti lontani, preparandosi magari a un viaggio “vero”. E anche la distanza nel tempo non è più un ostacolo e immensi patrimoni archivistici potrebbero essere resi fruibili a tutti, sull’esempio del “Facebook” della Venezia del Cinquecento ricostruita attraverso i Big Data ricavati dalla digitalizzazione evoluta dei documenti dell’Archivio di Stato.
Se l’esperienza è condivisione, come abbiamo detto dalla condivisione arriva engagement, notorietà e promozione per gli istituti culturali capaci di servirsi della Rete e dei Social Media in maniera efficace e insieme costruttiva. La Tate Gallery ad esempio, con il progetto 1840s-GIF-Party ha invitato gli utenti di Tumblr a creare gif animate con le opere più celebri, creando così partecipazione e avvicinando il pubblico alla fruizione dell’arte, seppur qualche dubbio sull’effettiva creazione di valore dell’operazione possa essere sollevato, come si legge in questo articolo.
Arriviamo infine alla misurazione, sia in termini di quantità di dati di engagement che di qualità del sentiment sviluppato dagli utenti nei confronti di un determinato progetto o settore culturale. Museum Analytics, ad esempio, è una piattaforma online che raccoglie i dati dei contenuti più performanti sui Social di 3000 musei.
E anche qui in Italia si fa sentire l’esigenza di valutare le performance dei Musei messa in campo da parte del Ministero analizzando il sentiment sui social, argomento che abbiamo già affrontato in questo nostro articolo su 6memes.
I dati dei Musei possono poi divenire open e costituire un patrimonio condiviso: la Fondazione Torino Musei ad esempio, prima in Italia, “rende accessibili e utilizzabili: l’elenco delle opere con le immagini, le informazioni su restauri, i prestiti, l’affluenza del pubblico e le metriche web e social” con l’obiettivo dichiarato di realizzare “trasparenza e creazione di valore”.
Possiamo ora concludere questo viaggio immaginario nella realizzazione di un “ideale” progetto culturale – in grado di generare a sua volta valore – sottolineando che, dei tre punti sopra descritti, la misurazione è probabilmente il più “sensibile”.
Se infatti è indubitabile che la riuscita di un servizio culturale sia misurabile anche coi numeri (l’affluenza di visitatori in un museo, gli incassi di un film prodotto con fondi pubblici, il consenso dei Social Media per un’iniziativa), certo non va dimenticato che vi sono successi ben più impalpabili e valori in sé incommensurabili. Quanto vale ad esempio la partecipazione di una scolaresca alla rappresentazione di un’opera lirica? Quanto la possibilità di una comunità di accedere a una biblioteca pubblica? Quanto l’opportunità per ogni cittadino di avere accesso alla Rete e al patrimonio di informazioni e saperi che custodisce?
A ciascuno di noi la risposta, magari dopo la visita al più vicino Museo. Ricordando che amministrare un patrimonio culturale significa sempre e comunque proteggere e investire, custodire e innovare.

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[dropcap3]A[/dropcap3]lla prima automobile prodotta in serie nel 1908 attraverso una catena di montaggio – la qual cosa diede inizio a una nuova era nel settore dei trasporti – venne attribuito il nomignolo Tin lizzie, ossia “lucertolina di latta”.
La Ford T, questo il nome della vettura, che non era certo sinuosa e silenziosa come il piccolo rettile di cui portava il nome, rappresentò infatti l’avvio di una nuova tecnologia capace di sovvertire il mercato economico e la mentalità dei cittadini.
Da allora, in cent’anni e oltre di esistenza, la tecnologia automobilistica e dei trasporti in generale ha camminato di gran lena: dal motore a scoppio a quello controllato da sofisticate centraline elettroniche, per approdare oggi a Big Data e Internet of Things che – macinando insieme chilometri e chilometri di dati e innovazioni – promettono una nuova drastica evoluzione nel settore.
Un primo esempio? L’Intelligent Transport System (ITS), con cui è possibile accrescere il livello qualitativo dell’esperienza di viaggio e anche tramutare automobili, camion e treni in veri e propri informatori, capaci di generare e condividere dati.
E se l’automobile intelligente, ovvero senza guidatore, del colosso americano Google, ad oggi ha già percorso oltre un milione di chilometri raccogliendo, ogni secondo di viaggio, più di 750 Mb di dati tramite sensori, telecamere, sonar e GPS, anche l’Italia ha dato un prezioso contributo con BRAiVE, l’auto intelligente che si guida “da sola”, creata da VisLab dell’Università di Parma. Piccola parentesi: sembra proprio l’auto ideale per tutti i ritardatari mattutini, che, in un futuro non troppo lontano, potranno concedersi una buona colazione seduti in auto, mentre si dirigono al lavoro.
A parte gli scherzi, tornando all’oggi, sono molte altre le novità tecnologiche che rappresentano già una realtà, sia nel settore del trasporto su strada che su rete ferroviaria.
Protagoniste di questo cambiamento sono da un lato infatti le case automobilistiche, che si adoperano per investire sempre più risorse nello sviluppo della tecnologia Machine-to-machine, creando così un legame costante tra i mezzi di trasporto e le infrastrutture stradali, con l’intento di monitorare in real time il traffico, le emissioni, la qualità dell’aria e lo stato delle strade.
Fiat Chrysler Automobiles ad esempio ha da poco sviluppato la quarta generazione di software Uconnect installati su dispositivi touch screen con i quali equipaggerà i suoi modelli. Dotati di una maggior potenza e velocità di elaborazione, essi permetteranno ai guidatori di interfacciarsi e utilizzare iPhone o i device Android per avere a disposizione servizi per la guida, come sistemi di navigazione vocale e informazioni sul traffico, ma anche di intrattenimento come data base musicali on demand.
Per le ferrovie invece i nuovi Intelligent Transport System offrono soluzioni innovative ed efficienti, utili per monitorare le reti ed intervenire in tempo reale nella manutenzione dei mezzi e delle infrastrutture. È il caso di Trenitalia che ha annunciato l’avvio del progetto Dynamic Maintenance Management: grazie ad una rete di sensori digitali sarà possibile raccogliere il flusso continuo di dati generato dalla rete ferroviaria e, attraverso il software Predictive Analysis, intervenire con manutenzioni mirate in remoto e abbattere così i costi, oltre a migliorare l’efficienza del servizio.
Nel mondo dei Big Data insomma circolano anche quelli relativi ai trasporti, come nel caso di Viasat, azienda leader in Europa nel settore telematico per la sicurezza satellitare. Con più di 7 miliardi di rilevazioni annuali dai dispositivi satellitari di veicoli privati e aziendali, e circa 1 miliardo per i mezzi di trasporto pesanti, questi dati rappresentano un prezioso patrimonio. L’analisi e l’utilizzo di questa imponente mole di informazioni sono dunque un’opportunità per la gestione dei trasporti in termini di risparmio, efficienza e sicurezza.
Senza dimenticare nuovi scenari in corso di sperimentazione, come nel caso del progetto Resolute, in cui proprio in Europa, “si sperimentano nuove soluzioni di resilienza urbana, a partire da soluzioni smart city e piattaforme big data e open data”, in cui i Big Data raccolti sono la base per poter “ricavare dei modelli e delle simulazioni che possano prevenire le condizioni critiche, accrescere l’efficienza operativa delle operazioni dei soccorsi, ottimizzare l’assegnazione e l’utilizzazione delle risorse disponibili, riducendo al minimo incidenti, infortuni e danni ecologici.”
Niente male, no, come performance? E così, mentre il ricordo va alla piccola lucertola di latta, in viaggio sulle vie cittadine di più di un secolo fa, i trasporti del futuro sono già qui! Con più pro che contro, sembrerebbe di intravedere!
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[dropcap3]L[/dropcap3]e conquiste della civiltà nel corso della storia sono passate spesso per le città, crocevia di persone e idee e crogiolo naturale di ogni possibile contaminazione.
A partire dalle proprie necessità di rispondere alle esigenze generate dalla convivenza di persone e realtà culturali ed economiche molto differenti tra loro, hanno spesso dato la spinta iniziale al cambiamento delle varie società, cambiamento che a volte non si è rivelato positivo.
Anche le città dei giorni nostri, soprattutto le più grandi, conoscono questo tipo di problematiche, connesse oggi soprattutto all’intensa attività di un’urbanizzazione non sempre razionale. Traffico e isolamento delle periferie, inquinamento e inefficienza dei servizi sono solo alcune delle criticità che le Amministrazioni debbono e dovranno fronteggiare sempre più, essendo il popolamento delle città in costante crescita.
L’UNICEF – in un recente rapporto – ha infatti stimato che la percentuale di abitanti urbani salirà fino al 66% della popolazione mondiale alla metà del secolo, dal 50% attuale. E poiché non è pensabile che il tessuto cittadino allarghi costantemente le sue maglie, la partita si giocherà piuttosto sul versante di una maggiore efficienza dei servizi e di una più stringente razionalizzazione delle risorse.
In questo fronte, Big Data e Open Data possono fare davvero la differenza, perché consentono oggi di rendere le città, come si usa dire, “intelligenti”.
Parliamo delle cosiddette Smart Cities: caratterizzate da un’elevata qualità della vita che favorisce la partecipazione dei cittadini, puntano sull’organizzazione degli spazi urbani e sull’uso razionale delle dotazioni economiche degli enti e del tempo delle persone, e hanno nella tecnologia connessa alla Rete e all’analisi di dati e informazioni il loro motore.
Grazie all’Internet of Things, infatti, arredi urbani, edifici pubblici e monumenti possono divenire veri sensori in grado di acquisire e distribuire informazioni ad esempio sulla mobilità, sul consumo energetico, sull’assistenza al cittadino, sull’offerta culturale e turistica e molto altro ancora.
Connessi tra di loro da una tecnologia machine to machine per raccogliere e condividere informazioni di ogni tipo, questi dati sono inoltre trasmissibili a un database centrale, dal quale è possibile analizzarli e ottenere informazioni in tempo reale sulla situazione dei vari servizi pubblici in città.
Così, grazie ai sensori e all’utilizzo dei Big Data, i cittadini potrebbero da un lato vivere in ambienti più salutari e dall’altro risparmiare denaro, grazie a una migliore gestione delle risorse.
Tuttavia, nonostante questo grande potenziale, ad ora solo in alcune grandi città europee e mondiali si sono avviati purtroppo adeguati progetti di utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione al fine di renderle più smart.
Secondo l’ultimo report redatto nel febbraio 2015 da Juniper Research, società esperta in consulenze e ricerche, tra le città più “intelligenti” nel mondo figurano Barcellona, al primo posto, seguita da New York, Londra, Nizza e Singapore.
E se in Europa l’obiettivo di far decollare le Smart Cities è sostenuto dall’Unione con appositi finanziamenti, negli Stati Uniti ad esempio è stato progettato Cite (Center for Innovation Testing and Evaluation), che prevede la costruzione di una cittadina nel deserto del New Mexico, totalmente disabitata per non mettere a rischio le persone: vi verranno testate nuove infrastrutture stradali, droni capaci di trasportare carichi, fonti di energia alternativa e smart grid, ovvero una rete elettrica più efficiente grazie all’integrazione di dati e informazioni. Superati i test, l’obiettivo è quello di produrre su scala industriale le tecnologie più promettenti.
E in Italia? Trascorsi ormai tre anni dall’avvio dell’Agenzia Digitale Italiana con l’articolo 20 del D.L. 179/1 (il provvedimento “Crescita 2.0” del governo Monti), sembra progredire con lentezza la visione “digitale e intelligente” delle città.
Non è solo un problema di finanziamenti, ma anche di indirizzo evidentemente, se soltanto il 30% delle città ha intrapreso un processo di innovazione. È stato notato inoltre come molto spesso i finanziamenti disponibili siano stati convogliati su singole iniziative, e non in politiche globali che coinvolgessero le città nella loro interezza, mettendo in relazione dati, Amministrazione e cittadini.
Proprio la partecipazione dei cittadini è il valore aggiunto di questo tipo di progettualità. Perché l’Italia si immetta nel flusso virtuoso del cambiamento, i cittadini sono chiamati infatti a un ruolo attivo e dialogante con la politica e le Amministrazioni, a stimolare il cambiamento dunque in modo diretto, ma anche passivo. Questo nella misura in cui la loro opinione e la loro esperienza – “captata” anche attraverso le nuove consuetudini digitali di condivisione della cittadinanza (la Rete e le piattaforme social) – possono fungere da segnali di cosa non va e può essere migliorato.
La domanda è quindi più che mai strategica: riusciranno così le nostre città a divenire il cuore pulsante (e digitale) del cambiamento e a porsi di nuovo come centri protagonisti di una rinascita civile?
Per ora un obbiettivo è chiaro: diffondere la conoscenza di tali possibili realtà può fare la differenza, almeno in termini di consapevolezza. Perchè non sempre la via conosciuta da lasciare è meglio di quella sconosciuta da esplorare.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
– www.fastweb.it
– www.rinnovabili.it
– www.nova.ilsole24ore.com
– www.agendadigitale.eu
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