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Interoperabilità Uomo-Macchina: dalla coerenza alla sincronia attraverso 6MEMES e oltre…

[dropcap3]S[/dropcap3]iamo arrivati all’ultimo meme di Calvino in questo nostro viaggio all’incrocio tra i tag del blog 6MEMES e il concetto di Interoperabilità.
La sesta lezione di Italo Calvino – incompiuta a causa della sua prematura scomparsa – sarebbe stata infatti dedicata a un tema di cui purtroppo non sapremo mai il titolo definitivo, anche se restano a nostra disposizione i suoi appunti, dai quali scopriamo in primo luogo le ragioni del titolo che Calvino avrebbe voluto dare alla lezione:

“in origine, il titolo della sesta lezione doveva essere Openness, «da intendersi non come ‘franchezza’, bensì nel senso di apertura, proporzione spaziale tra uomo e mondo». In seguito il titolo fu mutato in Consistency, da tradursi con coerenza.”

Da parte mia, sulle orme di quanto indicato, chiuderò la mia serie di riflessioni scegliendo la strada della Coerenza, anche perché mi sembra quella più interessante e appropriata rispetto al nostro contesto.
Mi spiego meglio, o almeno cerco di farlo.
È chiaro che all’interno del nostro inedito rapporto Uomo-Macchina le variabili in gioco (come abbiamo visto negli articoli precedenti) sono innumerevoli, alcune visibili e altre no, ma tutte sicuramente tutte in rapida evoluzione.
E se la pandemia in corso ha accellerato da un lato il nostro ricorso alla “Macchina” attraverso quel mezzo di traduzione universale che è il linguaggio digitale, dall’altro ha aperto scenari interi di complessità, spesso aggovigliati tra punti critici e incapacità ad inter-operare (appunto).
Proprio in un orizzonte così incerto e frammentato, dunque, la Coerenza  può essere il necessario punto di convergenza tra noi e la Macchina, se vogliamo che questa “storia” vada a finire bene…
[bctt tweet=”All’interno del nostro inedito rapporto Uomo-Macchina le variabili in gioco sono innumerevoli, alcune visibili e altre no, ma tutte in rapida evoluzione…” username=”MapsGroup”]
Mi voglio quindi riallacciare a un articolo illuminante di Marinella De Simone,  che ho scoperto in rete e che prende il via con una citazione sulla “sincronia”, come vedremo insieme nel prossimo paragrafo.

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[/sf_iconbox]Andante, leggero e sincronico…

 

“Da molto tempo l’esistenza di un ordine spontaneo nell’universo sconcerta gli scienziati.
Le leggi della termodinamica sembrano infatti prescrivere il contrario, cioè che la natura sia inesorabilmente destinata a degenerare verso uno stato di maggior disordine, di maggiore entropia.
Eppure, tutto intorno a noi vediamo strutture magnifiche – galassie, cellule, ecosistemi, esseri umani – che in qualche modo sono riuscite ad assemblarsi.”

Sincronia. I ritmi della natura, i nostri ritmi – Steven Strogatz

Questa capacità di visione ricordata nell’articolo di Marinella De Simone mi ha fatto subito venire in mente un “meme” molto comune ai giorni nostri: l’inquadratura della terra vista da lontano (o meglio da uno dei vari satelliti in orbita) che mano mano si stringe su particolari anche minimi del nostro pianeta e viceversa.
Il fatto che noi – finalmente – oltre che immaginare l’Universo grazie alle parole visionarie di poeti e scrittori, possiamo in qualche modo vedere tutto ciò dal vero, lo dobbiamo, in pratica, alla “Macchina”, che ci consente di uscire dal nostro naturale contesto percettivo per avventurarci in luoghi (anche del pensiero) un tempo inimmaginabili.
Vorrei allora proseguire il mio ragionamento proprio con le parole  dell’autrice. Cosa ci racconta, infatti, nel proseguire la sua riflessioni a proposito della seconda legge della termodinamica?
Innanzitutto che essa

“stabilisce un criterio di tempo – peculiare al nostro essere uomini – come un criterio di ordine.
È un confine di probabilità tra passato e presente, presente e futuro.
Il passato è ordinato: poche forme possibili, che hanno una bassa probabilità di manifestarsi (…) mentre il futuro è disordinato: tante forme possibili – tutto può accadere – su cui riteniamo di poter influire con le nostre decisioni, con le nostre scelte, con i nostri comportamenti.”

Dopo aver sottolineato come questa differenza tra un prima e un dopo dipende dalla “sfocatura” con cui osserviamo la nostra realtà, l’autrice ci illustra infine che, tuttavia,

“c’è una forza che si manifesta in senso opposto all’entropia, ed è la sincronia.
La sincronia è forse la spinta più pervasiva dell’universo: riguarda qualunque elemento, dal più piccolo al più grande, dall’animato all’inanimato.
È una tendenza profonda che porta all’ordine spontaneo in natura e che contrasta l’entropia.”

Trovo questo testo memorabile e particolarmente significativo alla luce delle nostre riflessioni.
E mi viene in mente, ad esempio, il lavoro incessante di ogni scrittore – ma anche musicista, pittore, o inventore – in cui, come scrive Calvino:

“Fino al momento precedente a quello in cui cominciamo a scrivere, abbiamo a nostra disposizione il mondo – quello che per ognuno di noi costituisce il mondo, una somma di informazioni, di esperienze, di valori – il mondo dato in blocco.
E noi vogliamo estrarre da questo mondo un discorso, un racconto, un sentimento: o forse più esattamente vogliamo compiere un’operazione che ci permetta di situarci in questo mondo.”

Ecco allora che, alla fine, possiamo ricongiungerci in una sola, corale e fin struggente considerazione: cos’altro è la nostra esistenza se non un tentativo continuo, duraturo e coerente di dare un ordine al caos?
Questo, in fin dei conti, è il tentativo che ci accomuna tutti: Uomini, Animali e perfino Macchine.
[bctt tweet=”Alla fine, possiamo ricongiungerci in una sola, corale e fin struggente considerazione: cos’altro è tutta la nostra esistenza se non un tentativo continuo, duraturo e coerente di dare un ordine al caos?” username=”MapsGroup”]
Ed è in questa esatta, comune e doppia contingenza che possiamo trovare la nostra zona franca, il nostro terreno comune l’area semantica di traduzione, come direbbe la nostra Anna Pompilio, o la nostra zona di inter-mediazione e comunanza, come ha scritto Giulio Destri che ci riunisce tutti insieme in unico, coerente, cerchio: un disegno del mondo condiviso.
Un mondo condiviso, aggiungo, che lo è anche nostro malgrado, come si dice nella buona e nella cattiva sorte, nonostante le spinte davvero forti e all’apparenza inarrestabili che vediamo in ogni angolo del mondo verso l’individualismo, la brutalità e la pulsione nei fatti suicida, anche in termini ambientali, a prendere la cassa e scappare!
Ci voleva giusto una pandemia, forse, a ricordare che nessun luogo può essere davvero sicuro se è accerchiato da caos e anarchia, violenza e individualismo cieco, incapace di cercare – ancor prima che di trovare – per lo meno un senso comune  condiviso e corente, se non proprio un destino inter-dipendente.
Vorrei così chiudere questo “viaggio” nell’Interoperabilità con alcune frasi che ho scritto alcuni anni fa sempre a proposito di Coerenza e costruzione di senso comune. Parlavo di Arte, ma si può applicare pari pari alla Scienza:

“Il patto soggiacente [tra l’Uomo e la sua Arte, o la sua SCienza], è che ci sia una sorta di disegno, a condurre il gioco. Una strategia, una ragione o un fine, piuttosto che un mero – anche se a prima vista coerente – si o no.
Il che non vuol dire che tale disegno debba per forza essere palese: deve però essere in qualche modo riconoscibile, o meglio, ricostruibile.  E, a quel punto, la sua apparenza varrà di più della sua sostanza.”

In questa ricerca un tempo ad armi impari è ormai chiaro che, oggi, abbiamo una freccia/variabile in più, al nostro arco, ed è rappresentato dal linguaggio digitale e dalla sua possibilità di farci dialogare tra noi Umani con/attraverso le Macchine da noi realizzate.
Ed è esattamente da qui, che partirà il nostro tragitto 6memesiano del prossimo anno! 🙂
Alla prossima, Natalia


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La rete in azione: scenari collaborativi fra umani e sistemi digitali. Di Giulio Destri

[dropcap3]N[/dropcap3]ell’articolo precedente è stato trattato come la rete, pilastro fondamentale nella comunicazione, fra le persone e fra le persone e sistemi automatici, deve essere resa anche robusta e sicura, in grado di reggere questo ruolo “sociale”.
In questo articolo analizzeremo alcuni scenari collaborativi basati sulla nuova interoperabilità resa possibile dalla rete. Partiamo da una considerazione della situazione attuale con gli effetti della pandemia.
 

[sf_iconbox image=”fa-question-circle” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Una situazione VUCAniana[/sf_iconbox]

La situazione che si è venuta a creare in seguito alla pandemia è Volatile, Incerta, Complessa ed Ambigua (il concetto espresso dalla sigla VUCA, come spiegato in dettaglio in questo articolo).
Uno dei modi per affrontarla è organizzare il proprio lavoro in modo adattabile ai cambiamenti (agile), calcolando opportunamente i margini dei rischi che si corrono e decidendo quali sono affrontabili.
Nell’articolo precedente è stato rilevato quanto accaduto durante la pandemia con la necessità di remotizzazione di molti lavori. Ma quali sono, oggi, grazie alle infrastrutture esistenti o in corso di realizzazione, i lavori realmente remotizzabili?
I lavori fisici (ad esempio aziende alimentari o manifatturiere) richiedono la presenza in loco. Esperimenti di lavori svolti da robot controllati/supervisionati a distanza sono ancora agli albori, anche se con risultati promettenti.
[bctt tweet=”La situazione creatasi con la pandemia è Volatile, Incerta, Complessa ed Ambigua (concetto espresso dalla sigla VUCA). Uno dei modi per affrontarla è organizzare il proprio lavoro in modo adattabile ai cambiamenti (agile)” username=”MapsGroup”]
Mentre i lavori in cui l’oggetto è l’informazione sono (almeno in linea di principio) tutti remotizzabili già con la tecnologia di oggi. Ecco alcuni esempi di questi lavori:

  • Amministrazione (gestione finanziaria, del personale, acquisti, vendite…).
  • Banche ed assicurazioni.
  • Comunicazione e informazione (giornali, radio, televisione…).
  • Pubblica amministrazione (in teoria, purtroppo nella pratica, almeno in molti casi, mancano organizzazione ed infrastrutture adatte…).
  • Servizi fiscali (CAF, contabilità, commercialisti…).
  • Consulenze legali, organizzative…
  • Formazione aziendale.
  • Sviluppo informatico.
  • Progettazione e design di prodotti (senza la fase di prototipazione “fisica”).

 

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]I componenti del lavoro[/sf_iconbox]

Per meglio capire ora serve esaminare nei dettagli il lavoro che agisce sulle informazioni. I lavori sono molti diversi fra loro, ma in generale troveremo al loro interno:

  • attività ripetitive (procedurizzabili),
  • attività non ripetitive (comunque improntabili a linee guida) tra cui fondamentali sono quelle creative, come per esempio il design di prodotti e soluzioni, e il problem solving,
  • attività di coordinamento all’interno di un gruppo di lavoro e fra gruppi di lavoro,
  • attività di relazione con un cliente o con un fornitore.

E, semplificando ulteriormente, avendo come obiettivo la pianificazione del lavoro entro un gruppo, più o meno ampio, le attività possono essere suddivise in:

  • Attività individuali “pure”, ossia compiti che possono essere svolti in autonomia da una sola persona, che può quindi decidere, rispettando la scadenza del lavoro, come allocarle nella propria agenda; esempi di queste attività vanno dal disbrigo di pratiche, alla registrazione di fatture, alla realizzazione di disegni cad, alla scrittura di componenti di codice sorgente (software)…
  • Attività di coordinamento/confronto (tipiche le riunioni), ossia compiti che richiedono l’inserimento nella agenda di diverse persone (potenzialmente molte), con un orario preciso ed una durata; la riunione con un cliente può entrare in questa categoria.
  • Attività di lavoro a due/tre persone che richiedono l’inserimento in agenda di poche persone e possono anche essere decise su necessità immediate; un esempio può essere la collaborazione fra una persona con esperienza maggiore ed una con esperienza minore per un compito che quest’ultima deve svolgere per la prima volta; una intervista ad un cliente per raccogliere le specifiche di progetto può rientrare in questa categoria.

In questo schema, per semplicità, sono comprese solo le attività “lavorative produttive”. Il rapporto informale fra le persone e quindi attività come il pranzare insieme o il “trovarsi alla macchinetta del caffè”, che possono essere fondamentali per il buon rapporto fra le persone, non sono qui considerate.
In casi molto particolari il gruppo di lavoro può, in autonomia, dividersi gli incarichi che corrispondono alle singole attività svolte da una sola o da un numero molto limitato di persone. È l’approccio tipico degli standard di sviluppo Agile come SCRUM. In (molti) altri casi è il coordinatore (capo ufficio/capo area) che decide come assegnare l’insieme degli incarichi alle varie persone che fanno parte del gruppo di lavoro.
Anche nel caso in cui il gruppo di lavoro collabori in remoto tutte le attività sopra descritte possono essere comunque svolte con efficienza. Alcuni strumenti tipici del mondo agile come la “bacheca di status” (Scrum Board o Kanban Board, per esempio), che indicano la situazione istantanea del completamento dei vari incarichi e, quindi, del lavoro nel suo insieme, sono in questo caso indispensabili per dare a tutti i componenti del gruppo di lavoro l’indicazione dello status.
[bctt tweet=”Strumenti del mondo agile come Scrum Board o Kanban Board, che indicano lo stato di completamento dei vari incarichi di lavoro, sono indispensabili per dare ai componenti del gruppo di lavoro l’indicazione dello status” username=”MapsGroup”]
Micro riunioni periodiche (ad esempio, tutti i giorni al mattino, in un quarto d’ora) in alcuni casi possono essere un complemento utile, E, soprattutto, occorre una buona coordinazione per l’assegnamento degli incarichi alle persone e una gestione “ferrea” delle riunioni cui partecipano tante persone: una riunione ha un “gestore”, un’agenda, un insieme di obiettivi ed un tempo entro il quale si devono prendere decisioni sugli obiettivi stessi. Le riunioni come “momento di esibizione”, svolte in remoto hanno molto meno senso…
L’esperienza ha dimostrato che nella maggior parte dei casi, se esiste anche un rapporto di fiducia fra i membri del gruppo di lavoro, il modo di operare in remoto sopra descritto è quello in cui si raggiunge il massimo dell’efficienza.
[bctt tweet=”L’esperienza ha dimostrato che se esiste anche un rapporto di fiducia fra i membri del gruppo di lavoro, il modo di operare in remoto è quello in cui si raggiunge il massimo dell’efficienza” username=”MapsGroup”]
 

[sf_iconbox image=”ss-crosshair” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il “centro di servizio”: umano, artificiale o ibrido[/sf_iconbox]

Se fino ad ora abbiamo considerato un team di lavoro che fa parte di una organizzazione che ha adottato il lavoro da remoto ben organizzato, ora passiamo a “generalizzare” il tutto, con riferimento al modello della azienda vista come insieme di centri di servizio.
A livello del gruppo di lavoro, ogni membro è un “centro di servizio” che svolge il proprio ruolo rispetto agli altri ed al coordinatore, completando gli incarichi uno dopo l’altro. A livello di divisione (o dell’intera piccola azienda) ogni gruppo è un centro di servizio che svolge incarichi “più grossi”, ripetitivi o non. A livello di azienda questa svolge un servizio rispetto all’ecosistema dei propri clienti e fornitori.
Quindi l’idea del centro di servizio è applicabile (con gli opportuni adattamenti) indipendentemente dalla scala, dal singolo individuo entro il suo gruppo ad agglomerati molto più grandi.
[bctt tweet=”A livello del gruppo di lavoro, ogni membro è un “centro di servizio” che svolge il proprio ruolo rispetto agli altri ed al coordinatore, completando gli incarichi uno dopo l’altro” username=”MapsGroup”]
La rete e gli strumenti tecnologici rendono ora possibile la delocalizzazione di questo modello, con la creazione di gruppi (o di gruppi di gruppi) distribuiti entro una nazione, un continente o il mondo.
E, allo stesso tempo, i servizi cloud di

  • Piattaforme per il lavoro condiviso;
  • Sistemi di archiviazione ed elaborazione dati e documenti (Big Data e dintorni…);
  • Sistemi di Intelligenza Artificiale on-demand,

rendono possibile la dotazione di risorse di calcolo ed elaborazione dati, nonché piattaforme per la creazione di servizi applicativi per clienti finali per questi gruppi.
[bctt tweet=”La rete e gli strumenti tecnologici rendono possibile la delocalizzazione del modello a ‘Centro di Servizi’, con la creazione di gruppi di lavoro (o di gruppi di gruppi) distribuiti entro una nazione, un continente o il mondo” username=”MapsGroup”]
Diventa quindi possibile, ad esempio, avendo un progetto ben pianificato e buoni coordinatori del lavoro (Project Manager e non solo…) costruire un’azienda (startup) raccogliendo nel mondo specialisti dei ruoli necessari e dotarli delle infrastrutture cloud con cui potranno interagire fra loro, stando ognuno nel proprio paese. Ovvero realizzare attraverso la rete delle interazioni tra persone e strumenti IT, di durata variabile da pochi giorni a molti anni, avendo un obiettivo di business.
Questo approccio non è nuovo ed anzi è stato applicato più volte con successo nel tempo, per esempio nel mondo dello sviluppo distribuito open source di sistemi come Linux, Apache ecc…, oppure nel mondo dei comitati tecnici di sviluppo delle norme UNI, come quello delle professioni tecniche non regolamentate di cui faccio parte, costituiti quasi sempre da team completamente delocalizzati e che operano ed effettuano riunioni periodiche pianificate tramite le infrastrutture IT messe a disposizione dall’ente. Insomma, un approccio che esiste e funziona, grazie soprattutto all’azione dei coordinatori operativi dei gruppi.
 

[sf_iconbox image=”ss-user” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Le conseguenze per le singole persone e per le piccole aziende di servizi[/sf_iconbox]

E ora vediamo cosa significa questo in pratica per singoli professionisti o piccole e medie imprese italiane che offrano servizi.
Intanto la possibilità di competere in toto su un mercato molto più ampio di quello locale, entrando a fare parte di progetti più grandi cui prestare la propria opera specialistica, facendo valere le proprie esperienze specifiche. Ancora una volta è importante comprendere che premessa indispensabile è il saper lavorare entro gruppi di persone o di aziende in remoto e attraverso piattaforme cloud.
[bctt tweet=”Per i professionisti o le PMI che offrano servizi c’è ora la possibilità di competere su un mercato molto più ampio di quello locale, entrando a fare parte di progetti più grandi in cui far valere le proprie esperienze specifiche” username=”MapsGroup”]
Questa è la generalizzazione del fenomeno, già in atto da alcuni anni, in cui alcune aziende IT hanno trasformato proprie soluzioni software in servizi cloud vendibili come SaaS (Software-as-a-Service) ampliando enormemente il proprio mercato. E che, magari, diventano singoli componenti di sistemi più ampi come l’universo Office365.
Il farsi conoscere attraverso contatti, anche “personali”, ottenibili con strumenti come LinkedIN (ovvero “interoperare” con i propri potenziali clienti), diventa allora uno dei canali necessari per poter operare in questo mercato, come definito, ad esempio, in [1].
Approcci alla vendita come il freemium (servizio livello base gratuito, con dei plus apprezzabili a pagamento), possono essere usati da giganti come Google così come da aziende molto più piccole.
L’altra faccia della medaglia è data dal rischio della scomparsa delle “nicchie geografiche” di mercato. Ossia, se si compete sul mercato internazionale attraverso la rete, si è un singolo professionista o una singola azienda in mezzo a tanti. Ed è necessario:

  • Avere forti competenze specifiche per il proprio lavoro.
  • Saperle presentare in modo efficace.
  • Stabilire relazioni dirette con i propri clienti e diventare loro “partner”, all’interno di filiere di servizi costruite attraverso la rete
  • Essere molto organizzati nella scelta dei propri fornitori, usando tutti gli approcci basati sulla gestione del rischio, per evitare che un problema del fornitore possa diventare un problema per il proprio cliente.
  • Operare in modo agile, valutare periodicamente il proprio posizionamento sul mercato e la propria offerta rispetto alla evoluzione del mercato stesso.

E stare attenti alle trappole, come alcuni marketplace ove la regola è il prezzo più basso. Servizi professionali degni di questo nome non possono essere erogati al ribasso e un cliente che cerca solo il prezzo più basso per un servizio importante per il proprio business corre enormi rischi. In generale potremmo definire questo con il principio di rispettare il lavoro altrui e fare rispettare e valere il proprio, entro un contesto di gestione oculata del rapporto costi-benefici.
In questo contesto l’organizzazione interna di un’azienda deve essere per forza agile e adattabile, le persone devono operare per obiettivo, pianificando traguardi realistici rispetto alle proprie capacità e forze. Il pensiero “io voglio vedere i miei collaboratori in azienda” (anche se in questo momento non ci sono lavori da fare), per cui vengono mantenuti gli straordinari il sabato mattina “per mantenere abituate le persone” è oggi, semplicemente, un nonsenso (e non solo nel mondo dei servizi online).
E un giovane (o una startup) che voglia crescere in questo contesto deve essere estremamente deciso e buone capacità di apprendimento continuo [2]. E chi vuole cambiare lavoro o entrare in circuiti internazionali deve, come già detto anche prima, curare molto il proprio modo di apparire, soprattutto su piattaforme professionali come LinkedIN [3]. E per questo servono sia soft skill, sia hard skill, soprattutto il saper gestire bene il proprio tempo e le proprie energie, per “interoperare” in modo costruttivo (di relazioni) ed efficace (per il business) con i propri clienti e fornitori.
[bctt tweet=”Chi vuole cambiare lavoro o entrare in circuiti internazionali deve curare molto il proprio modo di apparire. E per questo servono sia soft skill, sia hard skill e, soprattutto, saper gestire bene il proprio tempo e le proprie energie” username=”MapsGroup”]
Alcune esperienze di consorzi entro distretti industriali, in cui le aziende mettono in comune alcuni servizi, come ad esempio l’amministrazione contabile o la gestione del personale, riducendo i costi, devono essere generalizzate ed entrare nel modello presente, per far superare uno dei limiti più diffusi delle aziende italiane: la dimensione troppo piccola.
 

[sf_iconbox image=”ss-layers” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Alcuni scenari[/sf_iconbox]

Durante il lockdown insieme ad un collega abbiamo realizzato una consulenza per una importante azienda di Torino. Le riunioni di definizione iniziale del lavoro sono state fatte su piattaforma cloud, in collegamento ciascuno dal proprio “ufficio di casa”. Attraverso la stessa piattaforma abbiamo condiviso i documenti e gli altri elementi della consulenza che venivano via via prodotti con il nostro referente, il quale aveva quindi una visione precisa dell’avanzamento dei lavori. Durante le riunioni periodiche lui ci dava il feedback, stabiliva chi altro doveva essere coinvolto. In poche giornate abbiamo realizzato il servizio di consulenza richiesto con soddisfazione del cliente.
Una mia attività di formazione e coaching di Project Management per un gruppo di lavoro di un cliente, iniziata prima in aula, è poi proseguita con successo online nei mesi del lockdown e anche dopo, con le persone collegate dalle proprie case, sia per le sessioni di formazione sia per quelle di coaching.
Prendendo spunto da questi, così come da altri casi reali, ecco uno scenario possibile. Una persona lavora per un’azienda di Londra da Parma (o da altre città italiane, purché servite da un buon collegamento in rete), inserito in un team internazionale con gli altri partecipanti che lavorano a distanza da vari paesi europei e non. Il team usufruisce di strumenti cloud per la realizzazione del proprio lavoro, in particolare di un grosso sistema di analisi dati basato sull’intelligenza artificiale disponibile come S.a.a.S. e collocato negli USA. La persona svolge il proprio compito seguendo una organizzazione del lavoro come quella presentata sopra. Anche se il lavoro è molto impegnativo riesce (in media…) a gestire la propria giornata dividendola fra il lavoro e le altre parti (famiglia, tempo libero…). E questi sono sicuramente aspetti vantaggiosi.
Ma esistono anche svantaggi:

  • L’orario: le riunioni periodiche del team avvengono a orari “strani” (nel caso di Londra la differenza di fuso orario è solo 1 ora, se l’azienda fosse negli USA le ore potrebbero diventare fra 6 e 9…). Questa non è certo una novità, come ben sanno tutte le aziende italiane che lavorano molto con l’estero. Già nel 2000, durante il progetto di un grande sistema di E-Commerce in cui ero uno dei gestori, due riunioni di coordinamento la settimana avevano luogo tra le 18 e le 19 essendo il partner coinvolto in tali riunioni situato in California, con 9 ore di differenza di fuso orario.
  • “Agendizzazione” dei rapporti all’interno del gruppo di lavoro: le persone svolgono il proprio compito individuale, partecipano alle riunioni e al lavoro in piccoli gruppi, sempre online e secondo le pianificazioni; tutto è improntato alla massima efficacia ed efficienza per raggiungere gli obiettivi; si possono sviluppare rapporti che vadano oltre il semplice lavorare insieme solo al più con le persone con cui si lavora in due o al massimo in tre… e comunque molto difficilmente i rapporti saranno allo stesso livello di profondità che si avrebbe nel caso di presenza fisica nello stesso luogo.

Questo scenario mostra un possibile modo di lavorare. Nel prossimo futuro tante persone lavoreranno in questo modo, tante altre in modo ibrido (parte in ufficio, parte a casa), altre ancora proseguiranno nel recarsi nel luogo “fisico” di lavoro. In tutti i casi però, per far fronte alla situazione generale sempre più VUCAna, serviranno organizzazione e buona interoperabilità interna nei gruppi di lavoro.
[bctt tweet=”Nel prossimo futuro, per far fronte alla situazione generale sempre più Volatile, Incerta, Complessa ed Ambigua, serviranno organizzazione e buona interoperabilità interna nei gruppi di lavoro” username=”MapsGroup”]


[highlight]Bibliografia e Approfondimenti[/highlight]

[1] Valentina Vandilli – LinkedIn Formula: La formula rapida per potenziare il passaparola e trovare clienti attraverso LinkedIn
[2] Marta Basso – La duplice alleanza. Aziende e startup insieme per l’innovazione
[3] Silvia Vianello – The Proven Secret of an Outstanding LinkedIn Profile: How to Speed Up Your Social Media with AI


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6MEMES TRENDS Digital Healthcare Design – il valore dell'accoglienza nel percorso di cura. White Paper

SALUTE E INNOVAZIONE DIGITALE: il Cittadino al centro, tra Uomo e Macchina. Il nuovo White Paper di Mauro Di Maulo

[dropcap3]L[/dropcap3]a Sanità è sicuramente il sistema sociale più rilevante per la nostra specie (come la contingenza sanitaria che stiamo affrontando dimostra), nonchè quello più strategico e cruciale. Proprio in questo settore, infatti, l’innovazione tecnologica ha portato indubbi vantaggi, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. 
E, in questo settore, l’Interoperabilità Uomo-Macchina in ambito sanitario è un elemento indispensabile grazie al quale l’uso dei vari processi digitali e innovativi potrà generare un risparmio di risorse, in primo luogo economiche.
Tra ostacoli e cambiamenti, l’ambiente sanitario si sta comunque avviando verso la soluzione più affidabile: il Connected Care, modello che crea una serie di relazioni bidirezionali tra il paziente, la sua salute e tutti i soggetti deputati ad aiutarlo nel suo percorso di benessere e cura.
Ne parla, in questo nuovo White Paper, Mauro di Maulo.
Di seguito l’indice dell’elaborato:
 

Introduzione

01 – Intelligenza Artificiale e salute: panoramica su come l’IA ci viene – e verrà – in aiuto in ambito sanitario.

02  – Salute, Uomo e Macchina in ambito sanitario: verso il modello Connected Care.

03 –  Salute e Innovazione digitale: “il cittadino al centro” non solo come un modo di dire, ma di fare.

 


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6MEMES TRENDS Data Complexity & Big Data White Paper

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE INTEROPERABILE: il nuovo white Paper di Anna Pompilio.

[dropcap3]D[/dropcap3]i interoperabilità nella Pubblica Amministrazione si parla ormai da qualche decennio ed esiste un quadro europeo di interoperabilità dei servizi pubblici europei già dal 2010.
Eppure, nonostante sforzi ed evoluzione in atto, ancora manca qualcosa: ecco perché gli “addetti ai lavori”, non solo nel settore pubblico ma anche nel privato, saranno i protagonisti di sfide, molteplici e variegate. Alla base di tutto dovrà esserci la semantica e il significato perché – infine – oltre i progetti, le tecnologie e gli standard già maturi, occorrerà provare a comprendersi nella diversità.
La via da seguire sarà dunque quella di una tecnologia che supporti e integri le esperienze umane, sociali e collettive, non per controllare e monitorare ma per aiutare nella costruzione di un nuovo modello metasemantico, che risponde a precise regole di collaborazione e il cui significato ha senso sole se riferito all’ambiente in cui lavora, vive, ama, talvolta muore.
Ne parla, in questo nuovo White Paper, Anna Pompilio.


Indice

Introduzione

01. L’insostenibile leggerezza dell’Essere Interoperabile.

02. Vecchie e nuove emergenze, digitali e non: l’infrazione dell’aspettativa e la risposta dell’Uomo CON la Macchina.

03. Interoperabilità dei sistemi informativi della Pubblica Amministrazione: perché non basta l’ottica trasformativa.

04. L’interoperabilità metasemantica: oltre il significato delle parole.

Conclusioni

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ID Immagine: 89091254, di: Galina Peshkova
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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Information and communications technology

La rete, oggi, oltre i confini digitali: un'infrastruttura immateriale a supporto dell'interoperabilità sociale. Di Giulio Destri.

La rete oggi: il supporto alla interoperabilità sociale

[dropcap3]N[/dropcap3]ell’articolo precedente è stato trattato come nei mesi della tragedia che ha colpito il mondo la rete sia stata un pilastro fondamentale nella comunicazione fra le persone e come stia evolvendo sempre più in tal senso. Dopo avere visto a livello sociale cosa questo stia iniziando a comportare, in questo articolo analizzeremo cosa effettivamente serve per rendere la rete anche robusta e sicura, in grado di reggere questo ruolo sociale.
 

[sf_iconbox image=”ss-flag” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]L’Italia (o il mondo) “unica città digitale”[/sf_iconbox]

Durante la pandemia, abbiamo scoperto che, per un numero molto grande di lavori, non esiste realmente la necessità di essere presenti in un ufficio o in un’aula, magari in un grande palazzo di una grande città. Almeno non tutti i giorni.
E non esiste quindi per chi compie questi lavori la necessità reale di prendere un’auto (e magari stare 2 ore in coda in una tangenziale), di prendere un treno (e magari partire alle 5.30 per poter arrivare al posto di lavoro prima delle ore 9), di stare chiusi pigiati come sardine in un vagone della metropolitana di una grande città…
In tanti, non solo in Italia, hanno compiuto questo tipo di analisi e riflessioni. A Palermo è nato addirittura il movimento South Working, analizzato oggettivamente, fra gli altri, da Dario Di Vico, e in testate come il Sole 24 ore. La proposta è quella di riportare al Sud e nelle aree montane, oggi “periferiche”, lavoratori della conoscenza, anche giovani, attualmente impegnati nelle grandi città come Milano, attraverso l’uso dello Smart Working ben organizzato, come previsto anche dalla legge 81/2017 del 22/05/2017, che ha definito lo Smart Working nell’ordinamento italiano come “modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività”.
In molti casi il lavoro a distanza, che è stato necessario mettere in piedi in tempi ristrettissimi per affrontare l’emergenza, è abbastanza distante da questa definizione, anche se comunque rappresenta un passo in quella direzione. Quindi l’evoluzione, secondo le idee del South Working, potrebbe portare a rivitalizzare le piccole città ed i borghi che, collegati in modo capillare da una rete a larga banda, diventerebbero quartieri di un’unica città, grande come l’intera Italia. O grande come l’intera Europa.
È realizzabile questo scenario? Forse in parte, negli stessi articoli sopra citati sono state affrontate analisi in tal senso… Ed è auspicabile? Gli impatti sociali ed economici sono notevoli e anche non tutti positivi, come documentato anche dalla crisi di numerosi locali di ristorazione il cui business si fondava sulla pausa pranzo, soprattutto in luoghi come l’EUR a Roma. Molto probabilmente il futuro prossimo sarà un misto di lavoro in distanza ed in presenza, come del resto contenuto nella stessa definizione suddetta.
Lasciando da parte analisi sociali ed economiche ora ci concentriamo solo su quella tecnologica. La rete Internet, in Italia, è pronta?
 

[sf_iconbox image=”fa-car” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]La rete Internet: l’autostrada dell’informazione[/sf_iconbox]

La struttura della rete in Italia, come del resto anche in altri paesi, è basata su alcuni percorsi principali ad alta velocità (di solito realizzati fisicamente con insiemi di fibre ottiche), chiamati dorsali, che, paragonando Internet alla rete stradale, corrispondono alle grandi autostrade. Le dorsali appartengono ai grandi fornitori di servizio come TIM, Vodafone, Wind Tre, e si connettono le une alle altre e con le dorsali europee negli  Internet Exchange Point (IXP).
Un IXP è, in sostanza, un casello in cui il traffico proveniente da una dorsale può dirigersi verso una o più delle altre dorsali collegate. Gli IXP presenti in Italia sono 11 ed il più grande (MIX, da Milan Exchange, chiamato spesso in gergo “Mega-MIX”) permette l’interconnessione di tutte le dorsali (e quindi di tutti i grandi provider) con tutte le altre ed è un osservatorio privilegiato per l’analisi del traffico in Italia. Oltre al MIX, anche da altri IXP è possibile il collegamento verso l’estero, ad esempio dall’IXP di Palermo.
Dalle dorsali, poi, ogni provider ha proprie infrastrutture che collegano alla dorsale le utenze finali (case, uffici, aziende, enti pubblici…), con capacità di trasmissione sempre più piccole, in modo analogo a come, usciti dalla rete autostradale, si entra in strade statali, provinciali, comunali durante il viaggio verso una casa in campagna. Dalla velocità di connessione tra il punto di accesso di casa o ufficio e la dorsale dipende la possibilità di usare o meno alcuni servizi come la video conferenza.
Le piattaforme cloud, che offrono tantissimi servizi (fra cui la video conferenza), sono basate su grandi centri di elaborazione dati, per la grande maggioranza situati in Europa del nord o in nord America. Per cui il poter usare tali servizi richiede che il flusso di dati che realizza la connessione fra due utenti che stanno collaborando attraverso di essi passi

  • dalle loro sedi, attraverso l’infrastruttura di collegamento del provider sino alla dorsale,
  • attraverso questa sino ad un IXP,
  • dall’IXP nella rete internazionale,
  • dalla rete internazionale sino alla rete di ingresso del fornitore di servizi cloud
  • dalla rete di ingresso sino al centro elaborazione dati che fornisce il servizio cloud in uso
  • e viceversa per il collegamento inverso.

[sf_iconbox image=”ss-phonedisabled” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Le problematiche che si sono manifestate[/sf_iconbox]

Le problematiche legate all’uso massiccio di servizi cloud come sopra descritto possono riassumersi nei seguenti punti:

  1. L’accesso alla rete è ancora poco capillare, come mostrato dalle mappe dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCom): in molte zone d’Italia (soprattutto al Sud, nelle campagne, in montagna ecc…) le connessioni sono a bassa velocità, basate su cavi telefonici (ADSL di prima generazione, pochi megabit al secondo se va bene) o su ponti radio non veloci;
  2. Anche in caso di connessione veloce, spesso, l’infrastruttura che la connette alla dorsale del provider non è in grado di sostenere tutto il traffico se tutti gli utenti usano la propria connessione a piena velocità (nella rete stradale questo è ciò che accadrebbe se un certo numero di strade statali, trafficate, confluisse di colpo in una strada appena più grande);
  3. Infine le dorsali stesse non sono tutte in grado di sostenere il traffico, come mostrato dai frequenti rallentamenti della rete avvenuti durante il lockdown.

In sostanza occorrono investimenti per realizzare una infrastruttura che sia in grado di fornire connettività ad alta velocità e robusta rispetto a guasti alla maggior parte del territorio italiano. Dopo anni di stasi iniziative come Open Fiber sembrano andare nella giusta direzione, seppure a rilento.
Non è realmente pensabile una Italia digitale senza un accesso veloce alla rete capillarmente diffuso.
Inoltre servono accordi (anche a livello europeo) con i grandi fornitori di servizi cloud. Occorre portare i data center del cloud anche nel territorio italiano, per ridurre il traffico sulle dorsali internazionali e di conseguenza la dipendenza da queste (non dimenticando anche gli effetti del recente decadimento dell’accordo Privacy Shield sulla regolamentazione dei flussi di dati tra Unione Europea e USA).
[bctt tweet=”Non è pensabile una Italia digitale senza un accesso veloce alla rete capillarmente diffuso. Servono accordi (anche a livello europeo) con i grandi fornitori di servizi cloud per portare i data center del cloud nel territorio italiano” username=”MapsGroup”]
 

[sf_iconbox image=”ss-pixels” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]La rete e le infrastrutture critiche[/sf_iconbox]

La rete diventa quindi una infrastruttura critica, insieme agli altri servizi essenziali, definiti nella Direttiva Europea NIS, come “quelli necessari per il mantenimento di attività sociali e/o economiche fondamentali.”
Bastano poche riflessioni per comprendere che:

  • sistemi di produzione e trasmissione dell’energia (centrali, elettrodotti, metanodotti, oleodotti…),
  • sistemi di fornitura e distribuzione di acqua potabile (acquedotti, serbatoi di raccolta…),
  • reti di trasporto (aeroporti, ferrovie, porti, strade e interporti),
  • sistemi finanziari (banche, borsa, sistemi di pagamento elettronico…),
  • sanità,
  • servizi di sicurezza (polizia, esercito…),
  • infrastrutture digitali (la rete sopra descritta…), motori di ricerca, servizi cloud e piattaforme di commercio elettronico

sono pilastri della società, il cui venir meno potrebbe provocare problemi catastrofici. E ciascuno degli elementi suddetti dipende ormai, per il proprio funzionamento, da grandi sistemi informatici.
Questi sistemi sono adeguatamente protetti da guasti accidentali ed attacchi informatici? Esiste la consapevolezza della necessità di protezione adeguata, a livello di chi prende le decisioni? La citata Direttiva NIS (recepita dalla legislazione italiana nel 2018), va sicuramente nella giusta direzione,  documenti come le linee guida e le Misure Minime di AgID (Agenzia per l’Italia Digitale) o il CyberSecurityFramework italiano definiscono tutti i dettagli per realizzare protezioni di alta qualità.
Ma, all’interno della pubblica amministrazione e anche di molte aziende, ci sono le competenze necessarie a tradurre in pratica tali dettagli? Ci sono i fondi? C’è una volontà di agire e di investire il necessario da parte di chi può prendere le decisioni?
Casi come il recente attacco all’ENAC (Ente Nazionale Aviazione Civile) lasciano dubbi su quanto si sia ancora lontani dalla reale attuazione delle protezioni richieste dalla NIS per le infrastrutture critiche.
Con una metafora storica potremmo dire che come la “pax mongolica” dovuta alle conquiste dell’impero mongolo lungo la via della seta portò ad un fiorire dei commerci e delle comunicazioni (è l’epoca descritta dal mercante veneziano Marco Polo nel Milione) sotto la protezione delle armi dell’esercito mongolo, così oggi, per garantire i nostri servizi essenziali, le nostre comunicazioni, la nostra “interoperabilità sociale” dobbiamo proteggere i nostri sistemi informatici e le grandi autostrade della comunicazione digitale con le opportune armi cibernetiche di difesa.
[bctt tweet=”Oggi, per garantire i servizi essenziali, le comunicazioni, l’“interoperabilità sociale” occorre proteggere i sistemi informatici e le grandi autostrade della comunicazione digitale con le opportune armi cibernetiche di difesa” username=”MapsGroup”]

[sf_iconbox image=”ss-unlock” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]L’evoluzione: infrastrutture private o pubbliche?[/sf_iconbox]

Una considerazione importante su cui riflettere è il fatto che tutti (o quasi) i componenti della rete sopra descritti sono privati. Infatti, tranne che nei rari casi di reti civiche con servizi di connettività per il cittadino, dalla propria connessione domestica, sino al cloud, tutti gli elementi sono privati…
In sostanza, un elemento indispensabile per la nostra vita e per la nostra società è in mani di più operatori privati, molti dei quali stranieri e addirittura extra europei. E molta della tecnologia su cui i sistemi si appoggiano viene da paesi come USA e Cina… Senza entrare in considerazioni politiche, occorre semplicemente applicare una buona analisi del rischio ai vari elementi costituenti la base informatica dei sistemi critici (e, in verità, anche su altri settori), per avere un quadro oggettivo della situazione e prendere decisioni logiche.
L’Unione Europea e gli stati più grandi che ne fanno parte sono, ad oggi, il cuore della democrazia e dei diritti individuali, nonché all’avanguardia nelle iniziative per uno sviluppo sostenibile che possa consentire la sopravvivenza dell’umanità nei prossimi secoli. Per poter rimanere in questo ruolo occorre avere basi forti per la propria società, specialmente in un mondo sempre più complesso ed instabile come quello in cui stiamo vivendo.
[bctt tweet=”L’UE e gli stati più grandi che ne fanno parte sono il cuore della democrazia e dei diritti individuali, nonché all’avanguardia nelle iniziative per uno sviluppo sostenibile che consenta la sopravvivenza dell’umanità nei prossimi secoli” username=”MapsGroup”]
Nel prossimo articolo vedremo come la rete può dare origine a un ulteriore contesto di interoperabilità fra umani e sistemi, molto utile in un mondo “poco stabile”.


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Immagine di copertina (rielaborata):

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6MEMES TRENDS Sharing Knowledge Trasparenza e Partecipazione nella PA

PA e Interoperabilità: mettere in rete risorse e competenze che rafforzino l'identità territoriale comune. Di Paola Chiesa.

[dropcap3]N[/dropcap3]ello scorso articolo mi sono soffermata sull’etica della comunicazione nella pubblica amministrazione, quale capacità di creare un senso di comunione attraverso il dialogo tra gli interlocutori.
Dialogo che, nelle possibili modalità di sviluppo, può anche ricordare la dialettica hegeliana e lo spirito infinito che la giustifica.
 

[sf_iconbox image=”ss-view” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]La filosofia di Hegel applicata alla pubblica amministrazione[/sf_iconbox]

Nella visione della vita di Hegel, esiste sempre il conflitto. La sua è una filosofia del continuo movimento verso la libertà. La realtà stessa è lo spirito infinito che si realizza, come posizione del finito e superamento del finito stesso. Lo spirito produce ogni volta contenuti de-terminati e quindi negativi. L’infinito è il positivo che si realizza attraverso la negazione di quella negazione che è propria di ogni finito (diceva Spinoza, “omnis determinatio est negatio”).
Come in un circolo, inizio e fine coincidono in maniera dinamica, il particolare si risolve nell’universale, l’essere si risolve nel dover essere, il reale si risolve nel razionale.
Nella Fenomenologia dello Spirito del 1807, il filosofo tedesco descrive il percorso che ogni individuo deve compiere, partendo dalla sua coscienza, per identificare le manifestazioni (la “scienza di ciò che appare”, la “fenomenologia”) attraverso le quali lo spirito si innalza dalle forme più semplici di conoscenza a quelle più generali fino al sapere assoluto.
Rappresenta l’avventura di come si diventa umani e di come la coscienza raggiunge la piena consapevolezza di sé. Il fattore particolarmente interessante, è che la coscienza non è qualcosa di individuale, ma è collettiva, pur manifestandosi attraverso diversi individui.
Ora, visto che la filosofia dovrebbe servire per capire il presente, potrebbe essere utile e arricchente cogliere lo spirito in termini hegeliani per incoraggiare e dare una direzione alla ripresa economica del Paese, anche attraverso una interpretazione innovativa di alcuni provvedimenti emanati di recente dagli enti centrali della pubblica amministrazione.
[bctt tweet=”Visto che la filosofia dovrebbe servire per capire il presente, potrebbe essere arricchente cogliere lo spirito in termini hegeliani per incoraggiare e dare una direzione alla ripresa economica del Paese” username=”MapsGroup”]
 

[sf_iconbox image=”ss-signpost” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Opportunità da cogliere in seguito all’emergenza sanitaria da Covid-19[/sf_iconbox]

In questo periodo di ricostruzione del Paese in seguito all’emergenza sanitaria da Covid-19, come possiamo trasformare in opportunità una conclamata situazione di crisi? Abbiamo degli ottimi punti di partenza, costituiti da recenti provvedimenti adottati dal Governo. Vediamone alcuni.

Decreto semplificazioni

Con il D.L. 76 del 16/7/2020, il Governo è intervenuto per “incentivare gli investimenti pubblici nel settore delle infrastrutture e dei servizi pubblici”, nonché con il preciso scopo di far fronte alle ricadute economiche negative dovute alle misure di contenimento dell’emergenza sanitaria da COVID-19. A tale riguardo:

  • Sono state introdotte delle misure eccezionali per snellire l’iter di affidamento negli appalti, con efficacia fino al 31 luglio 2021.
  • Particolarmente incentivante per i piccoli comuni la disposizione che permette di affidare direttamente lavori, servizi e forniture fino a 150.000 euro, alzando considerevolmente la soglia che prima era stabilita in 40.000 euro.

Essendo ora sufficiente una determina a contrarre, l’iter procedimentale si semplifica, così come si riducono i tempi per l’individuazione del contraente.
In che cosa si traduce tale provvedimento? Per un piccolo comune, significa tempi più rapidi per l’espletamento di circa l’80% delle pratiche che vengono gestite: appalti di servizi, manutenzioni ordinarie e straordinarie, investimenti. Decisamente un tentativo pregevole per sburocratizzare le procedure.

Governance

Rappresenta un’opportunità sicuramente da cogliere, l’avviso del Dipartimento della Funzione pubblica rivolto ai comuni con popolazione inferiore ai 5.000 abitanti a manifestare interesse per l’attuazione del progetto “Rafforzamento della capacità amministrativa dei piccoli Comuni”.
Nel quadro della strategia programmatica definita dal PON “Governance”, la Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento della funzione pubblica, in qualità di Organismo Intermedio, ha definito obiettivi volti a:

  • produrre impatti sulla qualità dei servizi rivolti a cittadini e imprese, attraverso opportuni interventi di riorganizzazione in chiave digitale,
  • aumentare la trasparenza e l’accesso ai dati, con riferimento alle politiche di open government, nonché migliorare la gestione del personale,
  • riorganizzare la struttura dell’amministrazione pubblica, rafforzare la governance multilivello e accompagnare il processo di riforma degli Enti locali, con l’obiettivo specifico di migliorare le capacità delle pubbliche amministrazioni locali nell’attuazione delle policy sostenute dai Fondi strutturali e di investimento europei.

In particolare, il supporto a modelli organizzativi e strumentali improntati all’efficienza dei servizi a cittadini e imprese, alla trasparenza e all’open data, al public procurement e all’anticorruzione, alla semplificazione e all’innovazione digitale, si incardina su logiche di smart working.
[bctt tweet=”Il supporto a modelli organizzativi e strumentali improntati all’efficienza dei servizi a cittadini e imprese, alla trasparenza e all’open data, alla semplificazione e all’innovazione digitale, si incardina su logiche di smart working” username=”MapsGroup”]

Scuola

Sul fronte scolastico sono stati stanziati dei fondi destinati a comuni, province, città metropolitane, per l’edilizia scolastica cosiddetta ‘leggera’, cioè per l’adeguamento e l’adattamento funzionale, per le forniture di arredi e attrezzature scolastiche idonei a favorire il necessario distanziamento tra gli studenti.
L’avviso rientra nell’ambito del Programma Operativo Nazionale (PON) “Per la scuola, competenze e ambienti per l’apprendimento” 2014-2020.

Turismo

Si rivela una risorsa il turismo lento e il turismo di prossimità, incentivati dal bonus vacanze e da altre iniziative, quali ad esempio la misura adottata dalla Regione Piemonte in base alla quale, acquistando una notte presso una struttura ricettiva dei consorzi turistici piemontesi, altre due notti le offrono Regione Piemonte e la struttura ricettiva prescelta.
 

[sf_iconbox image=”ss-fastforward” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Lo scatto in avanti: mettere in rete risorse e competenze[/sf_iconbox]

Il cosiddetto decreto semplificazioni individua tra i suoi stessi scopi il “far fronte alle ricadute economiche negative dovute alle misure di contenimento dell’emergenza sanitaria da COVID-19”.
Da donna amministratrice, che pratica e coltiva da anni la cultura della condivisione, della rete e dell’innovazione, non posso che individuare, ancora una volta, la chiave di volta delle politiche pubbliche al servizio dei cittadini, nel lavoro di squadra tra pubbliche amministrazioni e altri soggetti del territorio, pubblici e privati. Superando il particolare per risolversi nell’universale, in un circolo hegeliano virtuoso di miglioramento continuo. Vale quindi anche per le tematiche della governance, della scuola, del turismo.
[bctt tweet=”La chiave di volta delle politiche pubbliche al servizio dei cittadini sta nel lavoro di squadra tra pubbliche amministrazioni e altri soggetti del territorio, pubblici e privati. Superando il particolare per risolversi nell’universale” username=”MapsGroup”]
Per il turismo, risulta strategico puntare su politiche che rafforzino l’identità territoriale comune, ad esempio sfruttando lo strumento delle Fondazioni di Comunità. Questo per:

  • conservare e valorizzare le singole peculiarità ed eccellenze;
  • trovare una linea comune di azione in diversi settori di interesse, stimolando una collaborazione concreta tra gli enti per condividere bisogni, interventi, competenze ed opportunità;
  • aumentare il peso specifico del territorio nel contesto regionale e nazionale, agevolandone anche la riconoscibilità;
  • incrementare le possibilità di intercettare finanziamenti regionali, nazionali ed europei.

Per la scuola, è strategico puntare su politiche territoriali di distretto che valorizzino i diversi plessi scolastici dei comuni limitrofi in modo complementare e non esclusivo, agevolandone la specializzazione in base alle caratteristiche e alle particolari conformazioni del territorio, così come l’innovazione in termini di  didattica in presenza  e a distanza (D.A.D.)
Per la governance e le competenze, la sinergia tra enti consente di ottimizzare le risorse per raggiungere risultati migliori in termini di servizi da erogare ai cittadini.
L’interoperabilità ente-ente non è quindi un semplice rapporto tra soggetti, nel quale ognuno mette a disposizione qualcosa. Se vogliamo che sia dirompente, dovrà essere un flusso ciclico di amministratori, funzionari, norme e provvedimenti che si traducono in politiche sempre da ripensare, da superare e da migliorare. Ma in tutto questo c’è un unicum, che deve rappresentare lo “spirito assoluto” che governa razionalmente i cambiamenti: le competenze, da parte di amministratori pubblici e funzionari.
[bctt tweet=”L’interoperabilità ente-ente non è un semplice rapporto tra soggetti. Se vogliamo che sia dirompente, dovrà essere un flusso ciclico di amministratori, funzionari, norme e provvedimenti che si traducono in politiche sempre da migliorare” username=”MapsGroup”]


[highlight]Approfondimenti su Hegel[/highlight]


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ID Immagine 2: 51532968. Diritto d'autore: kantver
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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie

Il meglio di #6MEMES: saranno le strategie di cambiamento strutturate e la comunicazione mirata a dare vita all’Essere Interoperabile.

[sf_iconbox image=”fa-cubes” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il meglio di 6MEMES di questi ultimi mesi…[/sf_iconbox]

 Dal vocabolario online Treccani:

Repetita iuvant (lat. «le cose ripetute piacciono, giovano»):
Sentenza latina d’incerta origine, che si pronuncia spesso, nell’uso corrente, quando si sta per ripetere qualche cosa che già si sia sperimentata come piacevole, e talora in altro senso, per affermare l’utilità
di ripetere una raccomandazione, un precetto, un ammaestramento.

 
[dropcap3]S[/dropcap3]anità e gestione del processo di cura. Strategie di cambiamento nella Pubblica Amministrazione. Coworking, uno stile lavorativo che coinvolge la condivisione di un ambiente di lavoro e si integra perfettamente nell’utilizzo sostenibile delle risorse tipico della co-economy: sono stati questi gli argomenti che il nostro pubblico di lettori ha prediletto da maggio e luglio 2020.
A ben guardare, gli stessi premiati nel trimestre precedente – come un utile ripetizione di precetti che potrebbero migliorare uno stato economico e sociale ormai obsoleto – ma, stavolta, più declinati in un’ottica comunicativa.
Il tutto per un’auspicabile collaborazione tra ingegno e talenti, a ribadire quanto l’interoperabilità relazionale tra tecnologia e uomini dotati di competenze sia il giusto percorso da seguire attraverso la digital trasformation.
 
E se, durante il nostro cammino, corressimo il rischio di trovare lunghe code (agli sportelli) o, peggio, tutte le sedie occupate (in sala d’attesa) e il dubbio di aver preso un ticket sbagliato?
Fabrizio Biotti ha chiara la soluzione, almeno in ambito sanitario:

“Alla luce degli attuali scenari, al primo pilastro della necessaria razionalizzazione dei flussi, occorre affiancarne un altro, quello legato al tema imperativo della digitalizzazione che consente di gestire sia l’affluenza ordinaria che straordinaria in termini strategici e operativi.”

Per tali motivi occorrerà digitalizzare in termini di accoglienza non tanto singoli segmenti, comparti e flussi (di servizi come di persone e merci) ma piuttosto l’intero processo, in un ottica di best practice nonché della necessaria migliore interoperabilità tra enti e strutture: temi decisivi, questi, per gestire in maniera ottimale la presa in carico del paziente fin dal momento in cui entra in contatto con la struttura, indipendentemente dal motivo per cui ne ha la necessità. Solo in questo modo

La tecnologia diventerà il fattore abilitante per una corretta gestione e razionalizzazione dell’accoglienza integrata ai differenti processi aziendali e non come un qualcosa di astratto e non sufficientemente integrato con gli altri attori dell’ecosistema sanitario”.

 
Tuttavia, l’incertezza che sempre accompagna le fasi di trasformazione – ancor più in questo periodo di emergenza sanitaria – richiede continue strategie di cambiamento strutturate.
Non basta dunque l’ottica trasformativa, la passione, la buona volontà – per Anna Pompilio – almeno nell’ambito trasformativo della Pubblica Amministrazione:

È di fondamentale importanza, nell’attuazione di strategia di cambiamento, analizzare a fondo la struttura organizzativa in modo che l’impatto (positivo o negativo) dell’innovazione sia ben compreso e non rigettato. Come? Le modalità possono essere molteplici, ad esempio attraverso una buona progettazione, intesa come organizzazione puntuale di tutti i vari aspetti del progetto in senso ampio, comunicazione compresa.”

L’approccio metodologico per gestire un progetto – che presuppone come prerequisito l’abilitazione di sistemi interoperabili – deve partire dall’analisi del gap in termini di capabilities (o abilità) ma, in fase d’opera, considerare anche l’etica delle virtù.

Virtù e abilità sono entrambe capacità di mettere in campo azioni per raggiungere un fine ma, nella virtù, c’è anche l’elemento morale del produrre in questo un bene per sé e per gli altri. L’etica della virtù ci dice che si possono avere ottime capacità che tuttavia si potrebbero usare in maniera disfunzionale ed è quindi necessario formare persone non solo abili ma virtuose”.

È giunto il tempo di distogliere la concentrazione dalla Macchina e ricordarci che esiste anche l’Uomo: l’unico, vero, Essere Interoperabile è colui che può tendere a una cooperazione virtuosa con la tecnologia e all’utilizzo delle competenze verso domini di eccellenza che costituiscono un valore in sé, scevri da qualunque tornaconto personale. Tenendo sempre conto che abilità e virtù necessarie all’evoluzione sono vive e da nutrire.
Se non si sente la necessità di imparare ma si va solo alla ricerca di conferme, se non si passa dall’abilità alla virtù, se non si ragiona in termini di sostenibilità, allora non ci potrà essere innovazione che tenga, perché:

“il digitale, l’interoperabilità, l’Intelligenza Artificiale, il Design non sono altro che un sistema, aperto, di pensiero strutturato”.

Certo, rimane indubbia la valenza e l’importanza del fattore tecnologico e del suo continuo sviluppo verso la miglior performance nell’ambito applicativo per il quale è stato pensato.
[bctt tweet=”È giunto il tempo di distoglierci dalla Macchina e ricordarci che esiste anche l’Uomo: l’unico, vero, Essere Interoperabile è colui che può tendere a una cooperazione virtuosa con la tecnologia e all’utilizzo delle competenze” username=”MapsGroup”]
E proprio in questi mesi di emergenza sanitaria il fattore tecnologico è divenuto un elemento essenziale, a garanzia e supporto dei legami umani e relazionali che la pandemia ha reso più difficili da gestire.
Lo mostrano anche i risultati del monitoraggio, attivato attraverso la piattaforma Webdistilled, condotto da Sara di Paolo e dedicato ai nuovi trend del vivere e dell’abitare gli spazi condivisi (di lavoro e non solo).

In tutto il mondo gli spazi di coworking stanno infatti vivendo un nuovo (forse inaspettato) grande rilancio, per vari motivi:

“la capacità degli spazi collaborativi di adeguarsi per garantire ai propri ospiti le misure necessarie a ridurre il rischio di contagio, è diventato uno dei punti di forza dei coworking rispetto ad altri luoghi del lavoro più tradizionali.”

Non solo, anche riuscire ad alimentare il senso di comunità attraverso momenti di partecipazione e intrattenimento non-fisici ha portato le realtà di gestione di spazi condivisi a concentrarsi maggiormente sui propri servizi, in particolare su quelli digitali. Proprio questo ha consentito a molti coworking di mantenere, in tempo di Covi19, relazioni, clienti e incassi in tempo.

[sf_iconbox image=”ss-key” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Cosa, allora, resta da (o si deve iniziare a) fare?[/sf_iconbox]

Costruire comunità globali e interoperabili – radicate come realtà uniche e pregevoli nell’ambito di uno specifico territorio, e formate da individui abili e virtuosi in grado di usare tecnologie efficaci nel loro ambito di applicazione – è, forse, l’ultimo passo utopico da compiere.
Solo con questo tipo di approccio gli individui potranno utilizzare i migliori strumenti di lavoro e le migliori applicazioni, lavorando insieme e liberamente. E, inoltre, potranno scambiarsi e mettere in circolo dati utili per accrescere le proprie competenze e creare biblioteche virtuali di informazioni eccellenti alle quali chiunque, o qualunque delle comunità, potrà accedere.


Credits immagine di copertina
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ID Immagine: 86797695Diritto d'autore: Daniil Peshkov.
(Per i credits delle immagini di copertina degli articoli vedere gli articoli stessi).
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6MEMES TRENDS Sharing Knowledge

Le letture per l’estate consigliate da #6MEMES. Parola d’ordine: interoperabilità

[dropcap3]A[/dropcap3]nche quest’anno, in questa estate così problematica, non potevamo rinunciare ai nostri consigli di lettura. 
Il tema proposto  (non sarà una sorpresa, immaginiamo 🙂  coincide con l’Interoperabilità, il topic non solo tecnico, ma anche linguistico, culturale e scientifica attraverso cui, confidiamo, l’innovazione tecnologica sarà capace di rivoluzionare, migliorandolo, il rapporto tra tecnologia e sistemi (sociali ed economici in primis).
In questi consigli per l’estate vorremmo dunque mostrarvi l’importanza di una più efficace interoperabilità tra i dati, sorgente primaria di ogni innovazione tecnologica e, in questo momento storico di connessione globale (più o meno forzata dall’attuale pandemia), fonte indispensabile di informazioni e conoscenza.

[sf_iconbox image=”ss-bookmark” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]I consigli di lettura…[/sf_iconbox]

Partiamo da “Library linked data. Verso l’interoperabilità tra le istituzioni culturali”.
Il libro, di Ester Marinelli, presenta e spiega inizialmente il concetto di Giant Global Graph (o Grafo Gigante Globale), idea sviluppata Tim Berners-Lee (l’informatico britannico insignito del premio Turing 2016 e co-ideatore, insieme a Robert Cailliau, della base concettuale per il futuro sviluppo del World Wide Web).
Nell’era digitale della rete distributrice di qualunque informazione, il “Grafo globale” si configura come un web semantico ossia un luogo virtuale dove effettuare una migliore e più puntuale ricerca delle informazioni mediante collegamenti tra documenti ma anche tra dati, e che chiunque può contribuire a incrementare.
Un luogo “abitato” dalla famiglia dei Linked Open Data (LOD), i dati liberamente accessibili e in continua connessione tra loro, ricercabili dai motori di ricerca e comprensibili dalle macchine. Nonché una delle principali tecnologie che sottostanno alla realizzazione del concetto di Grafo Gigante Globale.
E l’autrice prosegue descrivendo la tecnologia dei LOD per comprenderne livello di sviluppo, criticità e punti di forza attuali per esplorare infine il panorama internazionale e nazionale in merito alla produzione di Library Linked Data, cioè dati bibliografici “collegati”.
Un’idea di futuro, quella dei LLD, che attraverso l’interoperabilità di sistemi potrebbe aprire il varco verso un’interoperabilità di Istituzioni culturali (biblioteche, musei, associazioni culturali), garantendo la correttezza delle informazioni fornite e la possibilità di accrescimento della cultura personale e, dunque, della propria libertà.
[bctt tweet=”Library Linked Data: i dati  bibliografici collegati, potrebbe aprire il varco verso un’interoperabilità di Istituzioni culturali, garantendo la correttezza delle informazioni fornite e la possibilità di accrescimento della cultura” username=”MapsGroup”]
Il Grafo Gigante Globale non che può essere sostenuto da una solida rete tecnologica aggiornata e sempre migliorabile. In “Apriti standard! Interoperabilità e formati aperti per l’innovazione tecnologica”, Simone Aliprandi sostiene l’urgente necessità di poter disporre di strumenti software che siano distribuiti in modalità libera dai tradizionali vincoli della proprietà industriale e, dunque, disponibili in forme e modi del tutto aperti, gratuiti e trasparenti.
L’attenzione del dibattito scientifico, prosegue Aliprandi, deve essere spostata dagli strumenti con cui si producono informazioni alle informazioni stesse e sugli standard con cui esse sono codificate, comunicate e memorizzate. Interoperabilità e neutralità tecnologica diventano quindi categorie e valori centrali di libertà per un ecosistema digitale efficiente ed equo.
[bctt tweet=”Interoperabilità e neutralità tecnologica: categorie e valori centrali di libertà necessari per un ecosistema digitale efficiente ed equo” username=”MapsGroup”]
Basteranno i software aperti e una trasparente circolazione di informazioni interconnesse a garantire una nuova frontiera della vita comune? Potrebbe rispondere alla domanda Serenella Iovino con il suo libro “Filosofie dell’ambiente” nel quale si auspica la realizzazione di una necessaria “Cultura dell’ambiente”, attenta alle relazioni tra mondo umano e mondo naturale non-umano.
È infatti più che mai necessario un “pensiero dell’ambiente” che non si muova solo sul territorio della morale e del valore ma richieda l’interoperabilità di più discipline come sociologia, scienze cognitive, letteratura e critica letteraria, estetica e storia delle idee. 
Un’interpolazione di concetti per una multi pluralità di idee, insomma, per mettere in discussione la struttura della società e offrire più letture del mondo contemporaneo.
[bctt tweet=”È più che mai necessario un “pensiero dell’ambiente” che richieda l’interoperabilità di più discipline come sociologia, scienze cognitive, letteratura e critica letteraria, estetica e storia delle idee” username=”MapsGroup”]
Eccoci, infine, ad augurarvi una estate il più serena possibile, di divertimento, ma anche riflessione. 
Per capire, magari, come la messa in in opera di una interoperabilità più efficace possa aiutare le nostre società a rompere muri virtuali che ci imbrigliano spesso in spazi troppo esigui.


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6MEMES TRENDS Data Complexity & Big Data Sharing Knowledge

L’interoperabilità metasemantica: oltre il significato delle parole. Di Anna Pompilio.

Il Lonfo*

Change occur within a contest.
Change is the act of transformation in response to a need.


(BABOK®, International Institute of Business Analysis,
Toronto, Ontario, Canada)

 
Il Lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce
sdilenca un poco e gnagio s’archipatta.
È frusco il Lonfo! È pieno di lupigna
arrafferia malversa e sofolenta!
Se cionfi ti sbiduglia e ti arrupigna
se lugri ti botalla e ti criventa.
Eppure il vecchio Lonfo ammargelluto
che bete e zugghia e fonca nei trombazzi
fa lègica busìa, fa gisbuto;
e quasi quasi in segno di sberdazzi
gli affarferesti un gniffo. Ma lui zuto
t’alloppa, ti sbernecchia; e tu l’accazzi.
(Fosco Maraini)
 

[sf_iconbox image=”fa-toggle-on” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]L’interoperabilità metasemantica[/sf_iconbox]

 

[dropcap3]C[/dropcap3]ito da Wikipedia:

la metasemantica, nell’accezione proposta dal Maraini, va oltre il significato delle parole e consiste nell’utilizzo di parole prive di significato, ma dal suono familiare alla lingua a cui appartiene il testo stesso e di cui deve seguire le regole sintattiche e grammaticali.

Ho voluto ripartire (con quest’ultimo di quattro post sull’interoperabilità) dalla metasemantica per ribadire innanzitutto che nella comunicazione solo l’Essere Interoperabile può andare al di là del significato delle parole, della lingua, del linguaggio e tale ricchezza di mezzi, pur aggiungendo complessità, porta con se bellezza e creatività.
Il secondo motivo è che, invece, i sistemi per comunicare tra loro necessitano, al contrario, di regole ferree, significati puntuali, standard condivisi (affinché un processo possa essere completamente digitale è necessario che tutte le informazioni siano completamente comprensibili sia alla sorgente sia alla destinazione). Ma queste stesse regole, significati, standard sono dettate da qualcuno che ha capacità di dare un senso al non-sense: il padre dell’interoperabilità semantica (l’uomo) è capace di giocare con le parole, di sfruttare gli interstizi del linguaggio e la sua percezione, di seguire percorsi inconsueti e luminosi.
[bctt tweet=”I sistemi per comunicare tra loro necessitano di significati puntuali e standard condivisi. E questi sono dettati da qualcuno che ha capacità di dare un senso al non-sense: il padre dell’interoperabilità semantica, l’uomo” username=”MapsGroup”]
 

[sf_iconbox image=”ss-view” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il contesto interoperabile[/sf_iconbox]

 

Change occur within a contest…

Context may include attitudes, behaviours, beliefs, competitors, culture, demographics, goals, governments, infrastructure, languages, losses, processes, products, projects, sales, seasons, terminology, technology, weather, and any other element meeting the definition. (BABOK®)

Chi fruisce di un servizio digitale vive nel contesto, un progetto vive nel contesto, il team vive nel contesto, i fornitori vivono nel contesto, ogni stakeholder coinvolto in un processo di cambiamento vive nel contesto. Un contesto è fatto di scuole, università, di tessuto produttivo e culturale, un contesto è fatto di diritti, di valori, di sostenibilità… Un contesto è fatto di linguaggio così come di infrastrutture.
Per questo è così complicato cambiare direzione, per questo ci arrabattiamo da anni con un Lonfo che ci sbernecchia.
Anche l’interoperabilità non è fine a se stessa ma, come tutto ciò che è concepito dall’essere umano, vive nella circostanza. Circostanza, o contesto, che dev’essere essa stessa interoperabile. Che senso avrebbe investire per rendere interoperabili i sistemi del catasto finalizzati all’integrazione con i sistemi legacy di facility management di un ente, se non ci fossero più immobili dell’organizzazione destinati per assurdo ad uso ufficio?
[bctt tweet=”Anche l’interoperabilità non è fine a se stessa ma, come tutto ciò che è concepito dall’essere umano, vive nella circostanza. Circostanza, o contesto, che dev’essere essa stessa interoperabile” username=”MapsGroup”]
Non sarebbe più utile investire in sistemi che permettano che i dati del catasto siano immediatamente fruibili dal dipendente di quello stesso ente, che deve cambiare abitazione-ufficio da una città all’altra spesso e in tempi brevi? Non sarebbe più efficace abilitare quella stessa persona al controllo  a distanza dei luoghi fisici dove arriva o se ne va?
 

[sf_iconbox image=”ss-shuffle” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Azione, trasformazione, collaborazione[/sf_iconbox]

 

Change is the act of transformation in response to a need.

L’interoperabilità dei sistemi rientra in quei wicked problems che non possono essere risolti da un’innovazione tecnologica o dall’azione della singola organizzazione ma richiedono il concorso, il coinvolgimento, la relazione di molteplici attori e l’azione coordinata di tutti coloro che operano in un dato ambito, ognuno nel suo ruolo, siano essi azionisti, dipendenti, fornitori, consumatori, industria, politica, società civile: Collaboration is the act of two or more people working together towards a common goal.
Se lavorare insieme al superamento degli ostacoli verso un mondo digitale interoperabile e interconnesso era già un obiettivo importante fino a pochi mesi fa, non limitarsi oggi a sostenere sacche di innovazione costituite da gruppi in competizione tra loro, come le bande di guerrieri del Bronx nei film degli anni ’80, è ancora più rilevante. Il contesto è cambiato drammaticamente e la vera sfida è portare a bordo tutti gli attori coinvolti nel processo.
[bctt tweet=”Lavorare per un mondo digitale interoperabile e interconnesso, e non sostenere sacche di innovazione costituite da gruppi in competizione tra loro, portando a bordo tutti gli attori coinvolti nel processo: è questa la vera sfida oggi” username=”MapsGroup”]
Più complicato ancora di questi tempi? Può essere, specie se si continua a pensare in termini di collaborazione uguale prossimità quando in realtà bisognerebbe forse studiare un algoritmo di collaborazione uguale affinità.
Ricominciare dunque con metodo, ma facendo ancora un passo avanti, applicando le regole – i framework – che abbiamo finora destinato allo sviluppo delle fantomatiche “macchine” prima di tutto allo studio e all’osservazione dell’essere umano nel nuovo contesto, per comprenderne le pulsioni più intime e le spinte all’azione, cogliendo i segnali di cambiamento perché un’economia della consapevolezza (come ipotizzava già qualche anno fa Niccolò Branca) non può che partire da una chiara visione di se. È vero che siamo tutti nella medesima circostanza, ma non siamo tutti uguali anzi, è precisamente il contrario.
E chi si interroga sui motivi che hanno impedito finora di arrivare a concretizzare il dialogo tra sistemi diversi deve riposizionare sulla matrice qualcosa di più della paura della condivisione (i fantomatici silos) o della perdita dei propri privilegi, aggiungendo inevitabilmente ai parametri paure nuove e potenti: la perdita della stessa vita o del senso di essa. Se superare il problema tecnico è affare complesso ma non certo impossibile, superare il problema umano, qui e ora, continua ad essere un compito arduo proprio perché l’essere umano non è affatto di facile interpretazione, del resto Il Lonfo non vaterca né gluisce e molto raramente barigatta.
Occorre quindi tendere a una tecnologia che supporti e integri le esperienze umane, sociali e collettive, non allo scopo di controllare e monitorare ma di aiutare nella costruzione di un nuovo modello metasemantico, che risponde a precise regole di collaborazione ma il cui significato ha senso sole se riferito all’ambiente in cui lavora, vive, ama, talvolta muore.
[bctt tweet=”Occorre una tecnologia che supporti e integri le esperienze umane, sociali e collettive, non per controllare e monitorare ma per  aiutare nella costruzione di un nuovo modello metasemantico che risponde a precise regole di collaborazione” username=”MapsGroup”]
Stiamo vivendo il tempo in modo diverso, stiamo diventando più consapevoli del nostro ritmo privato, i rapporti duraturi con famiglia e amici vengono mantenuti in vita a distanza, le parole casa e ufficio assumono significati diversi e c’è chi ipotizza che le città in un futuro prossimo diventeranno solo un agglomerato di edifici temporanei.
I nuovi sistemi dunque dovranno tenere conto di questi e altri scenari possibili e ancora una volta identificare dalle diverse fonti le informazioni pertinenti, raggrupparle in base a parametri specifici per identificare i modelli emergenti, collegare i pattern per definire campioni significativi, combinare le diverse intuizioni per immaginare il futuro. Soprattutto dovranno saper intercettare il Lonfo.
Applichiamo modelli, sempre e comunque (anche qui ne suggerisco uno che permette di cogliere le interrelazioni: il Business Analysis Core Concept Model™ di IIBA) o sviluppiamone di nuovi, perché aiutano, guidano, strutturano, mettono ordine. Ma è solo l’inizio del film, non la fine. Soprattutto impariamo a riconoscere il Gorilla, aspettiamoci di vederlo arrivare e stiamo pronti all’azione.
Altrimenti sarà solo l’ennesimo anno da dimenticare.


[highlight]Approfondimenti[/highlight]


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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Information and communications technology

La rete oggi: dialogo fra persone (e le cose del mondo) attraverso i sistemi digitali. Di Giulio Destri.

[dropcap3]N[/dropcap3]ell’articolo precedente abbiamo ricostruito come si è arrivati alla rete Internet odierna con un unico standard di dialogo fra sistemi digitali che consente in sostanza a tutti i dispositivi dotati di un’interfaccia di rete di collegarsi e scambiare informazioni fra loro, ovvero uno standard che permette una interoperabilità globale fra i sistemi digitali.
In questo articolo, dunque, analizzeremo gli effetti di questo sulle persone, ossia come nei mesi della tragedia che ha colpito il mondo la rete sia stata un pilastro fondamentale nella comunicazione fra le persone.

[sf_iconbox image=”ss-alarmclock” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Un salto indietro nel tempo…[/sf_iconbox]

In [1] è stato trattato il tema di come la rete sta evolvendo nella Internet di Ogni Cosa (IoX) che collega fra loro dispositivi ed esseri umani a livello planetario. La drammatica situazione vissuta anche in Italia a partire dalla fine di febbraio 2020 ha accelerato ed in parte estremizzato tendenze che erano già in atto. Per capire meglio facciamo un salto indietro nel tempo…
Cosa sarebbe avvenuto se la situazione di oggi si fosse verificata, su scala globale, all’epoca della prima SARS, nel 2002-2003? Quindi solo 17 anni fa…
I mezzi di comunicazione dell’epoca erano limitati: non esistevano ancora i social media e nemmeno sistemi di messaggistica istantanea come WhatsApp e Telegram… Gli unici strumenti disponibili erano la posta elettronica, limitata come dimensioni dei messaggi rispetto ad oggi, e gli SMS.
Inoltre non c’erano gli smartphone, e la maggior parte dei telefoni cellulari non aveva la possibilità di collegarsi ad Internet, ma solo di inviare o ricevere chiamate audio e, appunto, SMS, con i loro 160 caratteri di lunghezza massima, e, in alcuni casi piuttosto rari MMS, con contenuti multimediali di dimensioni limitate (e con un costo notevole).
Gli accessi ad Internet avevano velocità limitata: solo in zone di grandi città come Roma e Milano era già presente la “banda larga”. Stava appena iniziando a diffondersi sul territorio la prima ADSL, dopo anni di modem con tariffa a tempo, in cui si pagava in base al tempo di connessione… Quindi non sarebbe stato possibile fare videoconferenze in quantità come oggi.
Le Webcam non erano ancora integrate nei PC come oggi e in pochi le acquistavano come accessori.
Non esistevano le piattaforme cloud per videoconferenza come Zoom, Google Meet, Teams e nemmeno sistemi usabili da tutti per la condivisione immediata di file e dati. Non esistevano i servizi cloud…
L’e-commerce non era ancora diffuso e capillare come oggi.
[bctt tweet=”La rete Internet è oggi un servizio essenziale, una infrastruttura critica per tutta la nostra società. Sia per il lavoro e l’economia, sia per le relazioni sociali” username=”MapsGroup”]
Quindi possiamo ipotizzare che:

  • Data l’impossibilità pratica di telelavoro nella maggior parte dei casi, i sistemi amministrativi delle aziende si sarebbero bloccati, così come molte banche, la maggior parte della pubblica amministrazione…
  • Le teleconferenze tra capi di governo sarebbero state realizzate con molto maggiori difficoltà.
  • I contatti e le trasmissioni di dati tra ospedali e strutture sanitarie sarebbero avvenuti con molto maggiori difficoltà.
  • Le trasmissioni televisive non avrebbero potuto fare tutte le interviste tramite skype ed altri strumenti di videochiamata.
  • La scuola a distanza non sarebbe stata possibile.
  • La formazione universitaria e quella aziendale e professionale obbligatoria non sarebbero state possibili.
  • Le riunioni di associazioni, enti, i contatti delle amministrazioni locali con i propri cittadini non sarebbero stati possibili come invece sono stati.
  • I contatti via videochiamate con medici, psicologi, coach ecc… non sarebbero stati possibili.
  • Le videochiamate fra parenti lontani, fidanzati, amici… che hanno contribuito non poco a mantenere la nostra coesione sociale, non sarebbero stati possibili.
  • Tutti gli eventi virtuali che hanno consentito ad artisti di mantenere i contatti col loro pubblico non sarebbero stati possibili.
  • Gli eventi sociali come le cerimonie religiose “locali” in cui si partecipa alla messa nella propria parrocchia, ma anche le lezioni di yoga, fitness, strumenti musicali ecc… non sarebbero stati possibili.
  • L’acquisto online di prodotti, in primis il cibo, non sarebbe stato possibile al di fuori di pochi casi a Roma e Milano.

Da tutto questo che lezione possiamo trarre? Che la rete Internet è oggi un servizio essenziale, una infrastruttura critica per tutta la nostra società. Sia per il lavoro e l’economia, sia per le relazioni sociali.
E d’altra parte, che la situazione che abbiamo vissuto ha costretto molti decisori a prendere atto delle possibilità offerte dalle nuove tecnologie per lo svolgimento a distanza del lavoro. E che in alcuni casi il passaggio è permanente e non si tornerà alla situazione precedente.
Vediamo ora alcuni casi…

[sf_iconbox image=”ss-usergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il caso fiera virtuale: da Aedile a Wecosmoprof[/sf_iconbox]

Il concetto di fiera virtuale esiste da molti anni: nel corso degli anni’90, mentre ero ancora in Università, ho collaborato con una delle prime web agency italiane, che creò Aedile, la estensione online di SAIE, Cersaie e SAIE2, ossia le fiere dell’edilizia di Bologna.
L’idea era sostanzialmente quella di un marketplace, ogni azienda integrava il proprio sito web al portale che riportava l’elenco di espositori presenti nella fiera. I siti web avevano un catalogo dei prodotti e, in alcuni casi la possibilità di fare ordini via mail.
All’epoca comunque i siti web erano sostanzialmente l’estensione online di una brochure più che non di uno stand. I contatti e le trattative avvenivano comunque in massima parte offline.
In questi giorni di inizio giugno, dato che le manifestazioni fieristiche sono ancora sospese, si sta tenendo Wecosmoprof, la versione online della fiera Cosmoprof, l’evento annuale tra i più importanti in ambito cosmetico.
L’evoluzione è notevole. Non soltanto sono presenti filmati, documenti e tanto materiale a presentare le aziende partecipanti, ma sono stati “trasposti” nel virtuale anche tutti gli eventi tipici di una grande fiera. Ci sono videoconferenze su vari temi, cui le persone si possono iscrivere attraverso l’autorizzazione di uso dei dati forniti alla fiera. Ci sono dibattiti, annunci.
C’è, soprattutto, Cosmoprof MyMatch, una piattaforma per creare incontri tra domanda e offerta, con tanto di stanze virtuali per gli incontri, esattamente come avviene in una fiera quando ci si siede ai tavolini di uno stand per trattare affari. Inoltre, per i partecipanti, è possibile chiedere ad una intelligenza artificiale di selezionare i candidati potenziali alla partnership attraverso il matching dei profili.
[bctt tweet=”La relazione umana che porta al business può avvenire attraverso piattaforme in grado di creare incontri tra domanda e offerta, con tanto di stanze virtuali per gli incontri” username=”MapsGroup”]
Insomma, tutta la relazione umana che porta al business è compresa può avvenire attraverso la piattaforma.
Questo strumento per favorire incontri non è nuovo, è infatti in realtà un adattamento di un sistema nato in origine sui siti di incontri on-line per favorire la selezione di potenziali partner. Durante il periodo di lockdown è aumentato ulteriormente l’uso di tali strumenti e le stime indicano che una notevole percentuale di relazioni sempre più inizierà attraverso la rete.
Per cui, accanto all’uso dello strumento per conoscere potenziali partner e incontrarsi virtualmente prima che fisicamente, in alcuni casi è possibile anche affidarsi alle intelligenze artificiali per una pre-selezione.

[sf_iconbox image=”ss-search” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il caso ispezione di sistemi di gestione[/sf_iconbox]

I sistemi di gestione di qualità (ISO9001) e sicurezza delle informazioni (ISO27001), certificati da enti terzi (ossia dalle società di certificazione) richiedono un audit annuale, ossia una verifica approfondita di documenti con procedure codificate.
In particolare, ogni tre anni avviene un audit di più approfondito con un nuovo auditor, che poi seguirà normalmente l’azienda anche negli audit di mantenimento dei successivi due anni.
Costrette dal lockdown, molte società di certificazione sono passate ad eseguire gli audit da remoto, almeno nel caso di quelli di mantenimento.
L’auditor o la squadra degli auditor accede per prima cosa ai documenti, ad esempio tramite un accesso sicuro all’archivio documentale dell’azienda da esaminare. Successivamente viene condotta l’ispezione sul campo, in cui la persona che funge da guida nel caso della ispezione fisica, conduce una telecamera (o anche solo un buon smarphone) nell’azienda, muovendosi su indicazione degli auditor che possono in tal modo vedere impianti e sistemi nei dettagli, interagire intervistando le persone presenti ecc…
Nel caso delle aziende di servizio in cui magari le persone stesse stanno lavorando da remoto le interviste possono essere condotte direttamente in colloquio con le persone dell’azienda.
Analogamente avviene per la consulenza da remoto. In questo periodo ho partecipato a numerose riunioni virtuali per consulenze organizzative che erano già in corso o sono iniziate addirittura in modo totalmente virtuale.

[sf_iconbox image=”ss-usergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il caso formazione online[/sf_iconbox]

Anche la formazione aziendale è stata trasposta online.
Qui sono presenti maggiori difficoltà rispetto all’aula, perché, specialmente se le classi sono numerose, non sempre è possibile vedere in viso gli allievi (principalmente per non sovraccaricare la rete) e quindi è indispensabile chiedere con maggiore frequenza rispetto ad un’aula se gli allievi stanno seguendo efficacemente.
E anche parlare più lentamente, scandendo bene i termini nuovi, considerando che spesso anche alcuni allievi non hanno collegamenti veloci e possono sentire un audio non perfetto.

[sf_iconbox image=”ss-laptop” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]La comunicazione fra persone attraverso strumenti digitali[/sf_iconbox]

Con un numero limitato di interlocutori, in particolare nel caso di due sole persone, la comunicazione è in tempo reale, in qualunque parte del mondo. Si vede l’interlocutore in faccia e, in parte, anche nel corpo e non si sente solo la voce come al telefono. Si possono condividere documenti, anzi, si può lavorare a più mani scrivendo insieme documenti, disegnando insieme, verificando calcoli ecc…
Quindi il passaggio dal dialogo “solo scritto” della email e delle chat alla moderna videoconferenza è stato epocale. Se prima era presente solo il linguaggio scritto verbale, sia pure parzialmente arricchito dagli emoticon, ora si vedono le persone in volto. Si può cogliere tutto il linguaggio verbale (ossia le parole pronunciate), il paraverbale (il modo di pronunciarle) e il non verbale (espressioni del viso e della parte del corpo visibile).
Rispetto ad un dialogo “fisico” nello stesso luogo ci sono alcune piccole differenze, come evidenziato anche da psicologi ed esperti di comunicazione come Giorgio Nardone.
[bctt tweet=”La Rete, oggi. Il passaggio dal dialogo “solo scritto” della email e delle chat alla moderna videoconferenza è stato epocale: la comunicazione è ora in tempo reale, in qualunque parte del mondo” username=”MapsGroup”]
Intanto occorre posizionare il dispositivo alla distanza giusta per essere inquadrati completamente ed evitare di mostrare solo parti del viso. Inoltre le persone tendono a non guardare la telecamera ma il volto dell’interlocutore che appare sullo schermo. Bisogna parlare più lentamente e valutare la reazione non verbale alle proprie parole da tutto il volto, mancando il contatto oculare diretto fra gli interlocutori.
A tal proposito i formatori di AIF raccomandano, di fronte ad un pubblico virtuale potenzialmente vasto, di guardare per la maggior parte del tempo proprio la telecamera, esattamente come fanno da decenni giornalisti e personaggi televisivi.

[sf_iconbox image=”fa-cogs” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il lavoro tramite la rete[/sf_iconbox]

Il lavoro tramite la rete, per essere efficiente, deve cambiare rispetto all’organizzazione nello spazio fisico.
Alle persone devono essere affidati compiti che possano essere portati avanti da soli per la maggior parte del tempo, limitando le interazioni con altri al giusto necessario. Soprattutto devono essere limitate e ben finalizzate le riunioni, l’interazione che trasposta online rischia di diventare molto inefficiente se non ben condotta.
Il lavoro online rende al meglio se l’organizzazione è “a centri di servizio”, come presentato in [2]. E vanno tenuti presente con ancora più attenzione gli aspetti emotivi della comunicazione, come presentato in [3], soprattutto per mantenere desta l’attenzione, che in una video chiamata tende a sfuggire maggiormente rispetto ad un colloquio di persona.
[bctt tweet=”Il lavoro online rende al meglio se l’organizzazione è “a centri di servizio”. E vanno tenuti presente con ancora più attenzione gli aspetti emotivi della comunicazione” username=”MapsGroup”]
Siamo quindi nel bel mezzo di una rivoluzione storica? Per alcuni tipi di lavoro si, principalmente per motivazioni economiche: una trasferta per partecipare ad un evento che costa decine di migliaia di euro e può essere sostituita da una videoconferenza, viene sostituita semplicemente. Per altri no, non in tempi brevi per lo meno.
Quindi la rete diventa anche il canale primario per la interoperabilità fra le persone, oltre che i dispositivi, consentendo alle aziende di essere resilienti rispetto ad eventi come quello che abbiamo vissuto.
[bctt tweet=”La rete diventa il canale primario per il lavoro e la interoperabilità fra le persone, oltre che i dispositivi, consentendo alle aziende di essere resilienti rispetto ad eventi di emergenza come quello vissuto” username=”MapsGroup”]
Proprio l’emergenza affrontata ci insegna però che:

  1. Il lavoro online deve essere ben progettato, con l’adattamento opportuno dei processi, per essere realmente efficiente;
  2. La rete, intesa come struttura di comunicazione e insieme di piattaforme con cui lavorare, deve essere progettata, gestita e configurata in modo diverso da adesso, pena grandissimi rischi di blocchi catastrofici.

E questo sarà il tema del prossimo articolo.

Giulio Destri


[sf_iconbox image=”ss-bookmark” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Bibliografia[/sf_iconbox]

[1] Giulio Destri – Servizi e IoT: la Salute secondo l’Internet of Thing… 
[2] Giulio Destri – Un modello per l’azienda-tipo italiana: l’Azienda come insieme di centri di servizio 
[3] Giulio Destri – Comunicazione interpersonale nei settori tecnici e specialistici. Di Giulio Destri.


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Immagine di copertina (rielaborata):
ID Immagine: 95477703Diritto d'autore: Daniil Peshkov  
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