[dropcap3]L[/dropcap3]‘idea di abbondanza, nell’epoca del consumismo, si accompagna inevitabilmente a un effetto collaterale che sembra ormai sorpassarne i benefici: lo speco di beni, la sovrabbondanza che diviene rifiuto. Quasi che nell’idea stessa del benessere individuale si nascondesse un prezzo da pagare, il più delle volte collettivo.
Una sorta di maledizione? Un retaggio culturale che obbliga a “espiare” in qualche maniera la nostra tendenza naturale all’appagamento? O piuttosto una regola dell’universo, per cui quando qualcuno ha una cosa, qualcun altro deve pagarne il pegno?
In natura non è affatto così. E – strano a dirsi – questo non avviene solo in un’ottica di risparmio e sacrificio, anzi! Gli animali, infatti, sanno destreggiarsi assai meglio di noi nell’arte della felicità, capaci come sono di mettere a frutto le risorse che la natura stessa dispensa.
Darwin scriveva del resto ne “L’origine delle specie”: “(…) quando contempleremo ogni prodotto della natura considerandolo come qualcosa che abbia avuto una storia; quando considereremo qualsiasi struttura complessa e qualsiasi istinto come la somma di molti elementi, ciascuno utile al suo possessore, (…) quanto diventerà più interessante lo studio della storia naturale!”
Di questo sono da tempo consapevoli i “mirmecologi”, ovvero coloro che osservano la vita delle formiche. Tutto ebbe inizio quando gli stessi si resero conto di come i loro piccoli soggetti di studio non fossero solo carnivori o consumatori di detriti e animali morti, ma che molte delle loro diverse sotto-specie erano ghiotte di nettare, il mitologico nutrimento degli dei. Da lì la scoperta, altrettanto sorprendente, che non solo le formiche hanno un palato fino, ma fanno anche le schizzinose e ne selezionano più varietà in base ai loro gusti e necessità.
Come è possibile tutto ciò? Entriamo più nel dettaglio di questa mirabolante “catena produttiva”.
Il nettare è una secrezione zuccherina prodotta da tessuti specializzati posizionati alla base dei fiori (nettàri fiorali) e in altre parti non riproduttive delle piante, quali ad esempio le foglie (nettàri extrafiorali); le formiche, ingorde di tale prelibatezza, non si sono limitate nel loro ciclo evolutivo a consumarlo, ma ne hanno influenzato la composizione in un modo a dir poco ingegnoso.
Tra i microorganismi trasportati da questi piccoli e intraprendenti insetti, infatti, vi sono anche dei lieviti, i quali – una volta dispersi sulle piante – sono in grado di interagire chimicamente con gli zuccheri esistenti dei nettàri fiorali, modificandone la composizione originaria.
La nuova sostanza nutritiva così prodotta contiene più fruttosio e glucosio e meno saccarosio, risultando allo stesso tempo meno appetibile per gli altri insetti loro “concorrenti”. Le formiche si assicurano in questa maniera una fonte di zucchero “esclusiva”, fungendo loro stesse da impollinatrici dirette.
Anche i nettàri extrafiorali di molte piante hanno del resto una funzione di ricompensa: si tratta di una simbiosi mutualistica dalla quale non solo le formiche, ma anche le piante ricevono vantaggi: il tasso riproduttivo della pianta aumenta del 49%, mentre gli attacchi degli insetti fitofagi (che si cibano cioè delle stesse) sono ridotti del 62%. Il tutto senza sprechi né scarti né rifiuti!
Impariamo, gente, impariamo… 🙂
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[highlight] Per saperne di più [/highlight]
– Shenoy M. et al. (2012). Composition of extrafloral nectar influences interactions between the myrmecophyte Humboldtia brunonis and its ant associates. J Chem Ecol. 2012 Jan;38(1):88-99.
– Trager et al. (2010) Benefits for Plants in Ant-Plant Protective Mutualisms: A Meta-Analysis. PLoS ONE, vol. 5, no. 12.
– Pikaia, il portale dell’evoluzione.
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Tag: Coerenza
Il valore della coerenza non riguarda solo gli ambiti dell’umano pensiero e del suo agire, ma anche e soprattutto i “prodotti” del suo ingegno.
[dropcap3]L[/dropcap3]a comunicazione tra specie diverse ha tante strade, nessuna uguale all’altra perché ciascuna, a modo suo, ha una natura affascinante ed eccezionale.
Certo il primo passaggio comunicativo è questo: Chi sei tu? Chi sono io, rispetto a te? A seguire, si stabilisce solitamente un contatto, fondato spesso sul concetto di reciprocità: Cosa possiamo “scambiarci” io e te, in termini di conoscenza, interesse o, perché no, utilità concreta?
In questo gesto, essenzialmente pragmatico, sta il seme di una convivenza proficua che genera valore intorno a sé.
Questa operazione, solitamente innata e spontanea all’interno della stessa “specie”, è oggi possibile anche tra il mondo vegetale e quello delle “macchine”, grazie a un’intuizione davvero geniale di Jessica Rosati, che è riuscita a unire innovazione e comunicazione, mettendola al servizio della tecnologia.
Giovane studentessa del dottorato di ricerca in “Ingegneria Elettrica e dell’Informazione” presso l’Università di Bari, l’intraprendente Jessica si è lanciata in un’avventura alquanto audace: creare una vera e propria “comunicazione on demand” per le piante, le quali, grazie all’elaborazione di uno specifico algoritmo e monitorando diversi parametri (tra cui la concentrazione d’acqua nelle colture, il caldo e l’umidità), rilasciano un “segnale” agli irrigatori in base al bisogno reale d’acqua, evitando inutili sprechi.
La meraviglia anche a livello comunicativo di questo progetto, premiato dall’Ibm PhD fellowship Award, è che queste piante interagiscono non solo tra loro, ma con il contesto (in questo caso gli irrigatori), comunicando i loro bisogni e soddisfacendoli attraverso un reciproco riconoscimento.
Inoltre, entrando nel processo di elaborazione, emerge una predominanza di verbi transitivi, che implicano non solo l’esistenza di un messaggio da trasmettere mediante un canale, ma anche la presenza a tutti gli effetti di un emittente e di un destinatario, in grado di comunicare tra loro.
Gli stessi Shannon e Weaver, i celebri matematici che hanno dato vita alla “teoria della comunicazione”, sarebbero così particolarmente fieri di sapere che, nel 2015, una giovane ragazza ne ha pienamente realizzato il modello, aldilà di ogni possibile barriera fisica o intellettiva, interferenza o rumore capace di ostacolare il percorso del messaggio.
Come in qualsiasi altro rapporto comunicativo, infatti, la pianta e l’irrigatore condividono uno stesso codice che, per una reciproca comprensione e una comune possibilità di apprendimento, concretizza uno scambio di informazioni e la possibilità di elaborare e appagare richieste e necessità. Davvero una bella lezione sulle potenzialità di una corretta comunicazione!
Manifestare i propri bisogni, rendendoli chiari e comprensibili, sembra del resto il nuovo confine del cambiamento, già abituati come siamo a sentir parlare di “Internet of Things” o “Internet degli oggetti”… Scarpe da ginnastica che trasmettono dati sulla velocità tenuta per gareggiare in tempo reale con persone geograficamente distanti da noi, sveglie che suonano prima in caso di traffico e contenitori delle pastiglie che ci avvisano se scordiamo di prenderne una.
Chiedono, informano e ricevono: in una parola sola comunicano, termine ancora oggi sorprendente che significa propriamente condividere, “mettere qualcosa in comune con gli altri”.
E non importa come – o tra chi – tale scambio di informazioni si esprime: quello che conta è la concreta possibilità di farlo. L’integrazione tra tecnologia e biologia – al punto in cui siamo – non può più essere considerata un’eccezione, dunque, ma, al contrario, deve essere interpretata come una vera e propria interazione in grado di garantire una reciproca utilità.
E adesso… tutti a parlare con le piante del balcone, del giardino e soprattutto con quelle dell’orto. Non si sa mai che rispondano!
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[highlight] Per saperne di più[/highlight]
– Shannon, C.E. e Weaver, W. 1983, La teoria matematica delle comunicazioni, Milano, ETAS LIBRI (1a ed. 1971), ed. it. di The Mathematical Theory of Communication, University of Illinois Press, 1949.
– Kevin Ashton: That “Internet of Things” Thing. In: RFID Journal, 22 luglio 2009.
– News24Web.
– Impronta Unika.
– Informatica Libera.
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[dropcap3]U[/dropcap3]n tempo c’erano gli oracoli, i tarocchi, i riti scaramantici e le visionarie profezie di uomini e donne illuminati spesso da tragici destini.
Poi sono arrivate le teorie del gioco – che gioco tanto non è – e i loro dati statistici, che ci hanno insegnato come le probabilità possano divenire possibilità.
Oggi le carte che abbiamo in mano, in termini anche predittivi, sono ben altre, e derivano da cumuli e depositi di dati – espressi in testi, numeri, immagini e tutto ciò che è informazione allo stato puro – che, se giocati nel modo giusto, nei giusti tempi e con i passaggi opportuni, possono permetterci non solo di comprendere meglio il presente, ma di “predire” il futuro.
Di cosa stiamo parlando? Dei processi cosiddetti di “data mining”, ovvero di tutte quelle attività di scansione, analisi ed estrazione di dati per lo più insignificanti e irrilevanti attraverso delle griglie o dei percorsi interpretativi, che li contestualizzano e utilizzano secondo inediti e imprevisti percorsi di senso. Questi processi sono in grado, dopo tale lavorazione, di rappresentare vere e proprie proiezioni di dati nel futuro, con conseguenze non solo operative, ma anche riflessive ed auto-riflessive.
Ma cosa fanno di preciso questi processi di selezione dei dati? Come si muovono all’interno del trattamento cui sono sottoposti? Occorre innanzitutto partire da una capacità tutta umana, quella di porsi le giuste domande.
È l’interrogativo iniziale, infatti, che dà il via alla ricerca del campo d’azione, magari a sua volta ispirato dalla scoperta di una vera e propria “miniera” di dati, anche intercettata per caso.
Una volta compreso il tesoro potenziale che sta alla base di tale giacimento di dati, tutto è nelle mani del “data scientist”, ovvero quella figura professionale in grado di estrapolare valore concreto da una mole quasi inimmaginabile di informazioni del tutto prive di appeal e senso, per lo meno all’apparenza.
Che potrebbe ad esempio, all’interno di uno scenario inquietante come la mole di effrazioni denunciate in un determinato territorio, trattare, filtrare e associare tali dati in maniera proficua tra loro, rivelando in anticipo quali zone di una città saranno più probabilmente oggetto di tali spiacevoli attenzioni, e per quali tipologie di reato.
È il caso ad esempio di Transcrime, che “ha dimostrato come una parte dei furti in abitazione possa essere prevista partendo dall’analisi dei dati disponibili”.
Come è stato possible arrivare a questo risultato sorprendente? Rispondiamo a questa domanda con le parole dei relatori del progetto: “La ricerca – è stato osservato – ha da prima evidenziato caratteristiche e andamenti dei furti in abitazione in tutta Italia utilizzando i dati fino a dicembre 2014. Poi ha utilizzato un approccio innovativo per sviluppare un modello preventivo testato su tre città italiane (Milano, Roma e Bari) per dimostrare come pochi luoghi critici concentrino un numero considerevole di reati”.
Si tratta quindi di una capacità predittiva non trascurabile, capace di attingere le proprie radici in un’analisi del pregresso che si articola e riverbera in successive elaborazioni di Dati attraverso passaggi complessi e articolati, in grado di “proiettare” tali inferenze in un contesto futuro, immaginandone i possibili scenari.
Caratteristiche, queste, comuni anche a Gzoom, l’innovativo sistema di analisi in grado di effettuare la medesima tipologia di inferenza su un tema altrettanto delicato: il potenziale corruttivo nascosto all’interno di un’organizzazione sottoposta a forti pressioni di questo tipo da parte del proprio contesto socio-economico.
Certo, tali “predizioni” non saranno mai sicure al 100%, e il margine d’errore esiste sempre. Anche gli oracoli più celebri, del resto, si esprimono spesso in profezie intellegibili.
Ma tutto ha inizio – e sempre lo avrà – dai medesimi, intramontabili interrogativi: Chi siamo? Da dove veniamo? E soprattutto: dove stiamo andando? La risposta, in questo caso, sarà… data!
[dropcap3]I[/dropcap3]l tema della diversità è oggetto di interesse che suscita reazioni opposte: dall’implacabile rifiuto alla curiosità intellettuale sino alla piena disponibilità all’inclusione.
La paura del diverso, in generale, è spesso conseguenza di un sé fragile, attento oltre misura a restare aderente al proprio simulacro per non perdere la propria identità. E quando ciò che risulta differente si avvicina troppo, il timore di una contaminazione, o – peggio ancora – di perdere il controllo sulla rassicurante consuetudine, può scatenare risposte imprevedibili.
Chi riconosce invece a se stesso un’identità definita e sicura di sé, si avvicina volentieri a ciò che non gli somiglia, e lo fa senza riserve. Il diverso è infatti intrinseco all’esistenza stessa ed è in primo luogo la Natura a testimoniarlo, nell’incessante processo di trasformazione di cui è capace.
Facciamo un esempio all’apparenza semplice, ma che in realtà non lo è, prendendo come riferimento una patata, più precisamente l’Ipomoea batatas, conosciuta come “patata dolce americana” o “batata”.
Questa radice tuberosa, originaria del Centro-Sud America e coltivata anche in Italia, già dall’aspetto è differente dalle altre, e custodisce questa sua peculiarità non come un problema, bensì come un segreto in grado di avvantaggiarla rispetto ad altre specie.
Un team di ricerca internazionale, infatti, ha individuato al suo interno alcune sequenze omologhe al DNA di Agrobacterium, un batterio normalmente patogeno per i vegetali in genere, ma non per lei. I dati raccolti sembrano confermare che – proprio grazie a uno scambio di geni avvenuto in natura migliaia di anni fa tra la Batata e il Batterio – le siano state conferite caratteristiche molto favorevoli dal punto di vista agricolo. Peculiarità che, nel corso della sua evoluzione, sono state selezionate e mantenute, facendo della patata dolce un vero e proprio OGM naturale.
Il processo di acquisizione di geni di altre specie, noto come “trasferimento orizzontale”, è del resto conosciuto da tempo ai ricercatori, ed è esemplare di quanto la cap
acità di trasformarsi in diverso da sé – grazie anche a contaminazioni genetiche – possa offrire più di un vantaggio in termini evolutivi.
Tra le specie “donatrici” di geni – anche nei confronti del regno animale – compaiono sia batteri, che i virus e i funghi.
È il caso di un gruppo di geni caratteristici dei vertebrati (tra cui l’uomo), “donato” agli animali con molta probabilità da un fungo, e il cui prodotto è un enzima in grado di guidare la costruzione dell’acido ialuronico, componente principale della matrice extracellulare del derma a cui fornisce sostegno e volume, come ben sanno gli uomini e le donne alla ricerca dell’eterna giovinezza.
Anche in questo caso la selezione naturale ha scelto di modificare geni già esistenti adattandoli a un uso inedito piuttosto che creare qualcosa di nuovo dal nulla.
Perché il cambiamento – e dunque il passaggio attraverso livelli successivi di “diversità” – fa parte del concetto stesso di evoluzione di una specie, e accettare le differenze (di genere, di razza, di DNA…) rappresenta la pre-condizione di qualsiasi progresso. Naturale: né più, né meno, ma solo diverso.
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[highlight]Per saperne di più:[/highlight]
– Crisp A et al. Expression of multiple horizontally acquired genes is a hallmark of both vertebrate and invertebrate genomes. Genome Biol. 2015 Mar 13;16(1):50.
– Pikaia
– Il potere del sé
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