[dropcap3]È[/dropcap3]il caso di dirlo. Se fossimo a una ipotetica serata di premiazione dei “Big Data Oscar” alla categoria “miglior Big Data protagonista” la statuetta d’oro sarebbe assegnata a lui, il DNA.
La molecola che contiene le preziose informazioni per creare e modellare un organismo vivente può essere considerata uno dei protagonisti emergenti del mondo dei Big Data.
Lo dimostra un apprezzato studio nel quale un’enorme mole di dati scientifici sono stati messi a confronto per chiarire le modalità di evoluzione del DNA di eucarioti, ovvero tutti gli esseri viventi superiori inseriti nei cinque principali regni.
Circa 900.000 proteine, prodotte da 55 DNA eucariotici differenti, sono state confrontate con oltre 6 milioni di sequenze genetiche provenienti da organismi procarioti (cioè fatti da una sola cellula, come ad esempio i batteri) stabilendo che il trasferimento di geni dai genitori ai figli, con alcune acquisizioni di geni dai procarioti (vedi anche il nostro precedente articolo), è stato fondamentale per l’evoluzione del genoma eucariotico.
Ma questo è solo un esempio di come si può utilizzare l’imponente quantità di Big Data che provengono dall’ambito scientifico. Un’altra nuova, promettente frontiera di evoluzione scientifica, riguarda la possibilità di acquisire e rendere disponibili le informazioni genetiche di milioni di individui. Lo scopo è quello di creare modelli di diagnosi affidabili rispetto a specifiche malattie e relative cure, predicendone dove possibile i rischi di sviluppo per ciascun individuo.
Basti pensare che le spese per ottenere la sequenza completa di DNA di un essere umano hanno subito drastici cali.
Tutto è già in moto. Se nel 2010 infatti tale studio poteva costare sino a 100mila euro, il prezzo è progressivamente calato giungendo a 10mila euro proprio nel gennaio di quest’anno. È recente anche la notizia di nuove tecnologie in grado di ottenere il codice genetico di un uomo per solo 1.000 euro. Esistono inoltre molte società già capaci di fornire al cliente – a un costo variabile da poche centinaia di euro a qualche migliaio – una sequenza più o meno precisa del suo DNA.
Secondo il Wall Street Journal si tratta di un vero e proprio business in espansione che varrà all’incirca 11 milioni di dollari nel 2017 e che ha già suscitato l’interesse delle grandi aziende del web attive nel campo dell’informazione.
Lo scopo è quello di creare un modello applicabile di medicina preventiva e trovare specifici legami tra malati ed efficacia di una terapia a loro sottoposta. Non solo, i progressi della ricerca nel campo della genomica potranno servire per la diagnosi precisa di malattie oggi ancora temibili e a volte fatali come i tumori, consentendo di mettere in atto protocolli terapeutici completamente personalizzati.
Alcuni esempi concreti e già attuali? Eccoli.
Ibm ha da poco creato Watson, un super elaboratore il quale, messo a disposizione del New York Genome Center, collaborerà con lo staff medico analizzando migliaia di Big Data clinici per realizzare una cura genetica del glioblastoma, forma di tumore al cervello.
Google ha invece promosso il Baseline Study, un progetto medico-scientifico che, attraverso il coinvolgimento di migliaia di soggetti, intende acquisire varie tipologie di dati (come il DNA, la storia genetica famigliare, la reazione ai farmaci, i parametri vitali e altro) con l’obiettivo di creare un attendibile modello tipo di essere umano “in salute”.
In tal modo qualunque cambiamento che proietta verso la manifestazione di una malattia si paleserà come un allontanamento dai parametri del modello predefinito, dando la possibilità di intervenire precocemente sia per individuare la malattia sia per definire la strategia di cura più adeguata. La domanda finale da porsi ora è: siamo pronti a questo frugare in maniera minuziosa e quasi ossessiva nel nostro personale deposito di informazioni genetiche?
La creazione di una “Big Science” per ottenere una medicina della precisione pone quesiti morali che saranno risolvibili solo a partire da un equivalente etico all’altezza del compito, ovvero una “Big Ethics” in cui siano coinvolte le varie componenti delle nostre società.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
– www.huffingtonpost.it
– www.pikaia.eu
– www.glistatigenerali.com
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Tag: Coerenza
Il valore della coerenza non riguarda solo gli ambiti dell’umano pensiero e del suo agire, ma anche e soprattutto i “prodotti” del suo ingegno.
[dropcap3]I[/dropcap3]l progresso scientifico e tecnologico raggiunto alle soglie del terzo millennio ha modificato in modo sostanziale anche il mondo della medicina: se, da un lato, ha reso più agevoli diagnosi e terapie, dall’altro ha causato un’inevitabile crisi del rapporto medico-paziente a causa della progressiva perdita di un dialogo al quale era attribuito, da sempre, un notevole valore diagnostico.
Per questo, nell’ultimo decennio, la medicina ufficiale ha cercato di recuperare il senso di accoglienza e ascolto del malato attraverso la Narrative Based Medicine o, più semplicemente, Medicina Narrativa.
Infatti, in un momento storico e sociale in cui la medicina è al centro di polemiche riguardo la sua presunta disumanizzazione, si avverte sempre più l’urgenza, per chi opera nel settore sanitario, di integrare la cultura scientifica con un affinamento delle capacità di ascolto del paziente.
Sviluppata tra gli anni 90’ e l’inizio degli anni 2000 in Inghilterra grazie agli studi compiuti dai medici Rachel Naomi Remen e Rita Charon, la medicina narrativa è una nuova risorsa diagnostica che si focalizza su:
– il ruolo terapeutico attribuito alla narrazione dell’esperienza di malattia da parte del paziente;
– l’ascolto che ne fanno il medico e gli altri operatori sanitari;
– l’integrazione del racconto in un quadro complessivo di diagnosi e cura, rispettoso della persona malata.
Remen e Charon, nel loro lavoro pionieristico, cercarono infatti di sviluppare la relazione tra medico e paziente basandola su modalità narrative. In questo modo i racconti fatti non solo dai pazienti ma anche da medici, infermieri e tutti coloro che assistono il malato assumono un importante valore terapeutico dando spazio al vissuto del paziente anche in termini di dolore, sconforto e tristezza, e fornendo quindi la visione più ampia possibile della malattia per poterla affrontare in modo adeguato.
Attraverso la Medicina Narrativa medici e malati sono dunque educati a costruire un legame stretto di ascolto reciproco. Per questo, alla Columbia University di New York, esiste già da tempo un percorso di medicina narrativa che, tra le altre cose, allena i clinici all’utilizzo di un linguaggio semplice, piuttosto che la terminologia medica con la quale normalmente si rivolgono al paziente o redigono le cartelle cliniche. Ciò implica una continua acquisizione di competenze attraverso l’uso di molteplici strumenti che comprendono anche corsi di lettura e scrittura, e uso di strumenti basati su arti figurative, musica e cinema.
Qual è, invece, la situazione in Italia? Il nostro paese si sta timidamente aprendo a questo nuovo traguardo della medicina: dopo la nascita, nel 2009, della Società italiana di Medicina Narrativa, l’Istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con altri cinque paesi, sta coordinando un progetto europeo denominato S.T.o.Re – Story Telling on Record, per la creazione di una cartella clinica che accolga anche il modello diagnostico narrativo.
Non solo, sempre l’Istituto Superiore di Sanità è tra i promotori della campagna “Viverla tutta”: un progetto di raccolta on line di narrazioni intorno alla malattia che possano costituire un terreno di scambio e confronto.
Un altro aspetto su cui vale la pena soffermarsi, è quello della gestione delle risorse. Con la Medicina Narrativa ciò che il paziente racconta diviene uno strumento di diagnosi e cura: una perdita di tempo prezioso, in un periodo di restrizioni e risparmi per la sanità pubblica? Non tanto, se si considerano gli effetti benefici su paziente e sistema in generale.
La Medicina Narrativa infatti, investe sui rapporti tra i sanitari, il paziente e la sua cerchia famigliare, consente un’analisi diagnostica più ampia e rende protagonista il malato del suo stesso processo di cura.
Al contrario dunque, non uno spreco di risorse: migliorando il percorso di diagnosi, la Medicina Narrativa consente un risparmio sui tempi e sui costi del processo di guarigione.
Ecco che in quest’ottica di integrazione degli elementi più strettamente legati alla diagnosi e alla cura della malattia con il racconto autobiografico della malattia stessa, la Medicina Narrativa si configura come un elemento indispensabile per lo sviluppo della medicina del futuro.
Cosicché il paziente si senta di nuovo accolto dal medico che lo ha in cura e sorrida con gratitudine alle sue inaspettate parole: “Prego, un colpo di tosse e… mi parli della sua vita”!
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.pfizer.it
www.medicinanarrativa.it
www.healtharoundme.com
www.iodonna.it
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[dropcap3]S[/dropcap3]e provate una forte curiosità verso gli estranei e parlate spesso con chi vi è seduto vicino sul bus o mentre siete in fila allo sportello delle Poste, allora è probabile che voi siate persone altamente empatiche.
Ogni essere umano è, per natura, empatico, in grado, cioè, di percepire e riconoscere gli stati d’animo altrui, ponendosi nelle condizioni di quella persona. Tale capacità compare dai 14 mesi di vita per crescere e migliorare negli anni successivi, e consente di capire le emozioni nelle persone che ci circondano, siano queste espresse attraverso il volto o anche dalle poche parole di una frase.
Ci sono poi persone più empatiche di altre, facilmente riconoscibili poiché sono pazienti ascoltatori e non hanno remore nell’esplicitare i propri sentimenti, condizioni essenziali per creare un forte legame empatico.
Tali individui, mossi da un sano interesse di conoscenza, sono in grado più di altri di mettere in pratica esperienze reali e concrete di empatia, vestendo i panni dello sconosciuto.
Di là da questi casi “estremi”, la caratteristica unica e pregevole di ogni persona con uno sviluppato senso empatico è proprio quella di avvicinarsi anche a coloro che non fanno parte del suo contesto abituale, per scoprire ed esplorare situazioni di vita, opinioni e modi di pensare differenti, con un arricchimento di vissuto ed esperienza che farebbe invidia a qualunque social network.
Ma proprio la società dei media e la pressante diffusione telematica rischiano di inibire la naturale propensione all’empatia dell’essere umano fin dall’infanzia, proprio in ragione della pericolosa promiscuità che per loro tramite si instaura tra il mondo infantile e quello degli adulti.
Al bambino non si dà tempo di capire le proprie emozioni, né tantomeno di percepire quelle altrui, e ciò si traduce per lui nell’incapacità di ricreare o costruire relazioni uniche, mentre l’adulto è immerso in un contesto di indifferenza e di estremo narcisismo.
Com’è stato dimostrato da recenti ricerche compiute negli Stati Uniti quello che sta accadendo è un progressivo sgretolarsi delle capacità empatiche, e quindi dell’apertura delle persone verso realtà differenti, con risultati negativi anche sul piano sociale.
Per questo un gruppo di artisti, intellettuali e scrittori, guidati da Roman Krznaric, tra i più eminenti filosofi viventi della Gran Bretagna, e fiduciosi nell’empatia come difesa contro il degrado sociale, ha sviluppato un progetto unico: l’Empathy Museum. Sì, proprio il museo dell’empatia, inaugurato il 4 settembre a Londra, ai Riverside Gardens di Vauxhall. Concepito come serie di installazioni ispirate a vari temi, molte di queste, dopo un periodo di esposizione sulle rive del Tamigi, diventeranno itineranti intraprendendo un lungo viaggio che le porterà in altre città della Gran Bretagna per giungere, infine, a Perth, in Australia.
Non solo, è stata resa disponibile anche una libreria digitale, completa di film e libri selezionati per allenare ognuno di noi al risveglio del proprio stato empatico ormai assopito, e fruibile sul sito ufficiale dell’Empathy Museum.
La prima installazione interattiva, conclusa il 27 settembre scorso, è stata chiamata “A mile in my shoes”: un’esposizione di scarpe appartenenti ad altre persone. Il visitatore poteva scegliere il paio che più lo incuriosiva e, dopo averlo indossato, dedicarsi a una passeggiata lungo le rive del Tamigi mentre dalle cuffie appoggiate sulle orecchie poteva ascoltare la storia del proprietario delle scarpe. Ogni calzatura diveniva così la potente testimone di esperienze intense di dolore, speranza o coraggio che aveva coinvolto il suo possessore (rifugiato, contadino o prostituta che fosse).
E l’idea di questa prima installazione è stata proprio di Roman Krznaric, che si è ispirato a una frase tratta dal libro “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee, quando l’avvocato Atticus Finch dice a sua figlia: «Non puoi davvero capire un’altra persona fino a quando non consideri le cose dal suo punto di vista, fino a quando non entri nella sua pelle e non ci cammini dentro».
Basterà un recupero dell’empatia se non a salvare, almeno a contribuire a rendere migliore il mondo? Di certo la risposta è sì. Come già cerca di fare il Parents Circle, un forum di famiglie israeliane e palestinesi in lutto per la perdita dei propri figli uccisi dalla guerra che insanguina i due popoli e che, incontrandosi, cercano di promuovere la pace e favorire un accordo. Perché sforzandosi di andare oltre il proprio punto di vista individuale, e addirittura ascoltando coloro che si considerano nemici, già si può compiere un piccolo miracolo!
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.huffingtonpost.it
www.wired.it
sociale.corriere.it
www.lastampa.it
rpd.unibo.it
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[dropcap3]”E[/dropcap3] da grande cosa farai?”. Quante volte, ancora piccini, ci siamo sentiti rivolgere questa domanda… Se i mestieri più quotati alla fine del secolo scorso potevano essere il calciatore e la ballerina, oggi potrebbero giungere risposte inaspettate.
Quale adulto non si sorprenderebbe se, posta a un bimbo la consueta interrogazione, si sentisse rispondere: “Io voglio fare il Data Scientist!”.
E la scelta non potrebbe essere più oculata, tale da assicurare una brillante carriera lavorativa: il Data Scientist è infatti una tra le professioni destinate a una maggiore espansione nel prossimo futuro.
Non servono competenze particolari per accorgersi di quanto sempre più digitali e Big siano i dati che ci circondano: secondo le ricerche il 90% di essi è stato creato solo negli ultimi due anni e la crescita non conosce soste.
Questa accelerazione del processo di digitalizzazione ha coinvolto tutti i settori dell’industria, che hanno a disposizione enormi quantità di dati, archiviati così come sono stati ricavati. L’esigenza allora è quella di classificarli, trattarli opportunamente, analizzarli e saperne estrarre indicazioni strategiche, tali da orientare e sostenere le scelte dei soggetti economici interessati, in tutti i settori e a qualsiasi livello o dimensione.
Ecco allora che diventa necessaria la figura di un professionista specifico, il Data Scientist appunto, una sorta di addomesticatore di dati, ipertecnologico e più che mai attualizzato aruspice capace di configurare scenari futuri “leggendo” Big Data.
Il noto economista statunitense Hal Varian l’ha definita “la professione più sexy dei prossimi dieci anni”, ovvero secondo il significato inglese la più interessante e accattivante… Certamente la definizione delle caratteristiche di questo nuovo manager è ancora confusa.
Fa riflettere, a tal riguardo, l’analisi di Data Science Central che, su un campione Linkedin, ha enumerato 105 modi diversi di definire professioni legate a “Data Science” o “Analytics”: il più utilizzato è “Data Scientist”, poi “Business Analyst”, “Analyst”, “Data Analyst”, “Statistician”, “Business Intelligence manager” o “Analytics specialist”.
Questo perché il Data Scientist è una figura che riassume in sé molte competenze. Conosce la matematica, la statistica e l’informatica, inoltre possiede creatività e propensione alla comunicazione, ovvero al saper efficacemente trasmettere gli esiti della propria riflessione sui dati raccolti e analizzati.
E se non è ancora perfettamente a fuoco il profilo del Data Scientist, immaturo appare anche il mercato che dovrebbe servirsene. In effetti, se USA e Regno Unito hanno avviato da anni percorsi di formazione per questa figura, in Italia da poco si avverte il bisogno di impiegare personale specializzato nell’utilizzo dei Big Data come supporto alla determinazione delle strategie aziendali.
Nello scenario attuale inoltre la domanda di questa professionalità supera la disponibilità di risorse umane adeguatamente formate e anche il numero di aziende organizzate per sfruttare le opportunità offerte dai Big Data è passibile di un forte potenziamento nel futuro.
Per questo, se mai sentirete vostro figlio o vostra figlia esprimere il desiderio di diventare Data Scientist, incentivate senza indugi questa loro scelta.
Potrebbero diventare un eroico Teseo o una determinata Arianna che, con intelligenza e preparazione, affrontano il vasto e intricato labirinto dei Big Data, trovando, dopo aver riportato a più miti consigli tali temibili “creature digitali”, la giusta direzione per aiutare gli operatori economici a districarsi all’interno della crescente complessità globale.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
– Wired.it
– Ilsole24ore.com
– Corrierecomunicazioni.it
– Rainews.it
– Technopolismagazine.it
– Panorama.it
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[dropcap3]I[/dropcap3]l 19 settembre del 1985, a 62 anni, Italo Calvino spense la sua luce, che continua ancora oggi a illuminarci.
A poca distanza dalla celebrazione dei trent’anni dalla sua scomparsa non potevamo dunque non ricordarlo, riconoscenti per i tanti capolavori che ci ha consegnato e per le capacità anticipatorie che hanno costantemente accompagnato le sue opere.
Tanto che i suoi testi e le sue “lezioni” ci mostrano ogni giorno di più un modo di concepire il mondo lucido e visionario insieme, capace di ricondurre il pensiero letterario e quello scientifico a un unico sistema di valori e relazioni.
E in parte era “scritto”: figlio di un agronomo e di una botanica, Calvino ha ereditato dai genitori la vocazione scientifica, di cui ha mantenuto il rigore del linguaggio e l’onestà intellettuale, applicandola nella sua vita di letterato alla più nobile tradizione umanistica dell’Occidente.
Intellettuale unico e per certi versi irripetibile del panorama culturale italiano, insieme a Pasolini e Sciascia, Calvino resta un maestro del Novecento per lucidità e rigore, un faro sempre acceso per chi si occupi di letteratura, scienza e comunicazione.
L’orizzonte culturale da lui esplorato è vasto e multiforme, e l’eredità lasciata alle nostre e future generazioni è proprio il suo sguardo originale e innovativo, che abbraccia la poesia e la tecnologia, la filosofia e la scienza, in una sintesi ardita e affascinante, che ha anticipato sui tempi lo sviluppo del pensiero contemporaneo.
L’attualità di Calvino consiste proprio in questa capacità di contaminazione, di molteplicità dello sguardo, di visione stratificata, che rende il mondo – e l’uomo che lo abita – un universo sempre più misterioso, oltre ogni scoperta ed evidenza.
Ecco perché “leggerezza”, “rapidità”, “esattezza”, “visibilità” e “molteplicità” – i memos delle sue memorabili “Lezioni Americane” – rappresentano ancora oggi un modo di analizzare e, perché no, condizionare il futuro, in quanto modalità d’azione perfettamente adatte a connettere esperienze tra di loro all’apparenza inconciliabili.
Non è un caso se l’ultimo concetto solo abbozzato prima di morire, quello della “coerenza”, avesse in origine il titolo openness, intesa come apertura, qualità necessaria a qualsiasi forma di relazione, tra uomo e uomo e tra uomo e mondo.
Il suo incommensurabile dono, di cui siamo tutti grati, è dunque questa rinnovata prospettiva, eterna per natura e potenzialmente rivelatrice del nostro destino: la capacità di mettere insieme ciò che non sembra destinato ad esserlo, come il “cristallo” e la “fiamma”, l’uno algido, perfetto e immutabile, l’altra mobile e scostante, impetuosa tanto da bruciare se stessa.
Come Calvino stesso ci ricorda nel capitolo dedicato all’esattezza: “Quel che mi interessa ora è la giustapposizione di queste due figure (…). Cristallo e fiamma, due forme di bellezza perfetta da cui lo sguardo non sa staccarsi, due modi di crescita nel tempo, di spesa della materia circostante, due simboli morali, due assoluti, due categorie per classificare fatti e idee e stili e sentimenti”.
Cosa possiamo aggiungere?
Lieve fino ad essere invisibile, ma vivido di una luce imperitura, Calvino continua a risistemare le pietre del ponte, affinché l’arco che lo sostiene regga nel tempo.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
– Italo Calvino, Lezioni Americane. Sei proposte per il nuovo millenio. Milano, 1993.
– Ritratto di Italo Calvino a cura di Gerardo Lunatici.
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[dropcap3]N[/dropcap3] on è semplice riuscire a descrivere pienamente – o, come direbbe Italo Calvino – rendere visibili, concetti complessi, che intersecano a loro volta molteplici significati. Il Web e la sua rete pressoché illimitata di connessioni è uno di questi, proprio per il livello di complessità che ha raggiunto.
In questi casi, in cui il senso più preciso di un concetto rischia di sfuggire tra le mani scivolando di qua e di là, la metafora – come una freccia scoccata, rapida e veloce – è una delle modalità espressive che ci viene in soccorso, capace di tracciare una scorciatoia tra noi e il significato cui fa riferimento, illuminandolo in una luce più piena.
Alla Rete, intesa nella sua accezione più ampia di intreccio e produzione di significati multilivello, si connette in maniera sorprendente la metafora del “rizoma”.
Il termine, che non è proprio tra i più conosciuti, proviene dalla botanica: il Rizoma è infatti presente in molte piante erbacee, e si presenta all’apparenza come una radice molto diramata, ma è invece una vera e propria porzione di fusto che si sviluppa sotto il livello del suolo, possiede gemme proprie e funziona da deposito di sostanze nutrienti.
L’aspetto del Rizoma, per la sua ramificazione, connessione ed estensione, esprime una rappresentazione concettuale molto interessante: qualsiasi punto è connesso a ognuno degli altri attraverso un’espansione multidirezionale.
La sua specificità – configurata come potente metafora – è stata così sfruttata proficuamente da più pensatori e filosofi contemporanei.
Jung fu tra i primi ad affermare come la vita gli facesse pensare a una pianta che vive del suo Rizoma: qualcosa che esiste in un contesto nascosto, sotterraneo, capace di perpetuare il flusso vitale senza lasciare che si interrompa, ben oltre i cambiamenti ed il fluire di quanto accade in superficie.
Il medesimo concetto filosofico è il contenuto cardine di un poderoso volume scritto dal filososo Gilles Deleuze e dallo psicanalista Félix Guattari, entrambi francesi. Si tratta di “Mille Piani”*, prodotto editoriale concepito esso stesso su più livelli, in una struttura innovativa e originale dove ogni capitolo può essere letto sia partendo da qualunque altro che procedendo nella lettura in modo tradizionale e sequenziale.
Il concetto stesso di “Rizoma”, che rende visibili tali livelli trasversali di interpretazione, è sostenuto da una linea di pensiero opposta a quella tipica della filosofia tradizionale, definita “arborescente”, che procede in modo gerarchico e lineare, definendo categorie di significato rigide e definite una volta per tutte, secondo un approccio tuttora dominante in molte discipline.
I due studiosi francesi – attraverso i loro studi e le loro riflessioni – riconoscono tuttavia al pensiero veramente creativo e aperto al cambiamento la vera e propria necessità di diventare “rizomatico”, al fine di riverberarsi in maniera potenzialmente vantaggiosa sia per il singolo che per la collettività.
Il Rizoma, infatti, dotato di molteplici centri di partenza, è capace di progredire senza stabilire gerarchie interne, ed è vocato naturalmente a creare una comunicazione produttiva attraverso l’interazione tra due o più punti in qualsiasi direzione.
Come non riferirsi al Web, dunque, in questa serie di coincidenze e sovrapposizioni concettuali, sia strutturali che funzionali?
L’avvento di internet, nei fatti, ha già creato le condizioni per poter proseguire in questo cambiamento di paradigma, rappresentando la perfetta traduzione tecnologica del pensiero rizomatico: il web non obbliga ad una direzione, ma segnala concatenazioni e lascia liberi di giocare a creare connessioni, passando da un piano all’altro dello scibile.
Ai mille e uno dati che la rete accumula, con il rischio di diventare un inutile ristagno, si affianca la possibilità di sistema interpretativo “rizomatico’”, mobile, multidirezionale, assolutamente non rigido e in continua evoluzione, per accogliere la perenne espansione dei dati stessi. Il fine? nessuna barriera tra i vari campi del sapere, ma solo contaminazioni, affinché ogni informazione di oggi possa diventare la riserva vitale – o la gemma destinata a sbocciare – per il sapere di domani e dopodomani.
Di seguito i sei principi fondamentali che stanno alla base del Rizoma: alcuni di questi sono davvero molto somiglianti a quelli che caratterizzano il funzionamento della Rete:
– [highlight]Principio di Connessione[/highlight]: ricorda lo stato dei collegamenti ipertestuali della Rete, in cui “qualsiasi punto può essere collegato con qualunque altro”.
– [highlight]Principio di Eterogeneità[/highlight]: il Rizoma mette in collegamento tra loro sistemi semiotici diversi, raggruppando elementi di natura differenti ciascuno con una propria caratteristica identità.
– [highlight]Principio di Molteplicità[/highlight]: come tutti i sistemi aperti, il Rizoma – come la Rete – è percorribile secondo molteplici percorsi e associazioni, con la conseguente possibilità di innumerevoli interpretazioni che ne personalizzano in maniera partecipativa il significato, ampliandolo sempre più.
– [highlight]Principio di Rottura Asignificante[/highlight]: a diffferenza dei testi tradizionali, separati tra loro da “rotture” significanti che conducono in maniera univoca a sensi differenti, nel Rizoma – e nella Rete – il balzo da un testo all’altro acquista un valore di congiunzione, nel senso della navigazione complessiva che si sta portando a termine.
– [highlight]Principio della Decalcomania[/highlight]: indica la possibilità di un testo – o un di dato – il cui significato può essere riprodotto all’infinito, o duplicato, senza che il suo senso fondante venga alterato. Un esempio esaustivo è l’informazione genetica, che ricalca ogni volta lo stesso codice di individuo in individuo all’interno della medesima specie.
– [highlight]Principio della Cartografia[/highlight]: così come in una mappa i percorsi per una destinazione sembrano all’apparenza già predestinati, in una geometria immutabile di strade, piazze e vicoli, ciascuno può in realtà imprimervi infinite varianti, seguendo una serie successiva di bivi e svolte, arrivando tuttavia alla medesima destinazione. Allo stessomodo accade nel Rizoma e nella Rete, che consentono infinite scelte di percorso per arrivare alla stessa meta.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
– Inventati.org
– Treccani.it
– Quelcherestadelmondo.wordpress.com
– Mille Plateaux (Mille piani. Capitalismo e schizofrenia), di Gilles Deleuze e Felix Guattari. 1980.
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[dropcap3]T[/dropcap3]ra i meme tanto cari al nostro mentore Italo Calvino, la ricerca di leggerezza occupa un ruolo risolutivo, rappresentata come “reazione al peso del vivere”.
Prendiamo ad esempio la città-ragnatela di Ottavia, una tra “Le città invisibili” dell’autore: sospesa su uno strapiombo, è legata alle creste di due montagne soltanto da esili funi e catene che formano una rete di sostegno al di sopra del nulla, dove le case fatte a sacco, le scale, le amache e tutto il resto sta appeso al di sotto. Calvino conclude: “Sospesa sull’abisso, la vita degli abitanti d’Ottavia è meno incerta che in altre città. Sanno che più di tanto la rete non regge”.
Ed ecco che, all’interno del tema che tratteremo oggi, legato alle strabilianti performance del mondo naturale, quel “più di tanto” – riferito alla realizzazione delle ragnatele dal punto di vista scientifico – assume un valore specifico notevole.
Sottile da essere quasi invisibile, leggera e resistente, la ragnatela assume spontaneamente forme di sorprendente bellezza geometrica, confezionate in maniera “artigianale” dalle abilità di un piccolo artropode capace di stupirci per la sua efficienza.
Pur risultando meno densa dell’acciaio, la ragnatela è infatti un manufatto unico per capacità di resistenza, soprattutto se messa a confronto con un’apparenza così fragile: tale espressione di leggerezza in forma di “filo” è in grado di sostenere un carico di rottura pari a circa 1.3-1.65 gigapascal, ovvero dieci volte la pressione avvertita sul fondo della fossa delle Marianne.
Come è possibile una tale, straordinaria capacità?
Le strabilianti proprietà meccaniche della ragnatela, che possiede fili due volte più elastici del nylon e capaci di tendersi più di un terzo della loro lunghezza, si devono a due tipi di microscopici filamenti di seta.
Il primo tipo è rivestito da un liquido vischioso ed evidentemente creato per intrappolare gli insetti, mentre il secondo è un particolare tipo di seta denominata dragline, letteralmente “filo teso’” utilizzata sia per costruire il cerchio esterno della rete ed i fili che irradiano dal centro, sia per la corda di salvataggio, ossia il filamento tessuto dai ragni quando sono in caduta libera.
Attraverso l’elaborazione attuata da ghiandole specializzate dette seritteri, il ragno ottiene i filamenti di seta convertendo in fibre solide una sostanza liquida costituita da particolari proteine, la più forte ‘spidroin 1’ e la più elastica ‘spidroin 2’.
Nel passaggio dallo stato liquido a quello solido, entrambe le proteine cambiano la loro struttura ed acquistano stabilità a causa del PH acido presente nelle ghiandole filatrici: mentre una delle estremità della molecola di spidroin diventa sempre più salda all’aumentare dell’acidità, l’altra estremità si destabilizza, attivando una combinazione di effetti che porta all’accoppiamento di più molecole e bloccando la proteina in una rete molecolare altamente resistente ed elastica.
Ed ecco che dal mondo “naturale” tale eccezionale performance è stata oggetto non solo di studio, ma anche di importanti scoperte e innovazioni.
In ragione delle sue intrinseche proprietà di forza e resistenza – e come poteva non essere così? – la seta dragline è oggi la candidata ideale per un’ampia gamma di applicazioni industriali, come giubbotti antiproiettile, corde per i paracadute e cavi in genere. In aggiunta, gli alti tassi di biocompatibilità e biodegradabilità delle sete di ragno, in qualità di materiali proteici, promettono importanti passi avanti anche nel campo biomedico, dai fili per suturare le ferite alle operazioni di rigenerazione dei tessuti.
Non solo. Questo modello di “lavorazione”, focalizzato nel 2013 da ricercatori svedesi, ha rappresentato un importante spunto di avvio per la progettazione di nuovi metodi di sintesi artificiale, colti ed ulteriormente migliorati dall’attività del Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale e Meccanica dell’Università di Trento: il team ha condotto importanti tentativi di simulazioni al computer, finalizzati a progettare una fibra super-resistente a partire da quella prodotta dal ragno.
Attraverso la diversa combinazione di blocchi di amminoacidi, unità fondamentali delle proteine, sono stati creati modelli di fibre con potenziate proprietà meccaniche, ottiche, elettriche e termiche, per le quali si sta ora studiando il metodo di produzione più efficiente ed economico.
Un’ultima, illuminante informazione: i geni dei ragni responsabili della produzione della seta sono rimasti sostanzialmente inalterati attraverso 125 milioni di anni di storia dell’evoluzione, a conferma che Madre Natura conosce bene il fatto suo, e lascia inalterato ciò che funziona in maniera esemplare. Nello stesso tempo, ci consegna pratiche esemplari da seguire e perseguire.
Magari con la stessa grazia e “leggerezza”.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
– Greenreport.it
– Galileonet.it
– Encanta.it
– Archiviobolano.it
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[dropcap3]I[/dropcap3]ndifferenti al luogo comune che relega l’esperienza della lettura alla pratica diffusa dell’evasione dalla realtà, crediamo invece che parole e testi siano capaci letteralmente di invaderla, infiltrandosi concretamente nel pensiero e nei sensi che ci governano.
Apriamo quindi la nostra valigia – o zainetto, o anche kindle, come preferite – ed estraiamo un breve elenco di letture consigliate per l’estate, vademecum universale per le vacanze cui non potevamo sottrarci.
Pensiamo infatti che le radici nomadi insite nella specie umana si incarnino anche all’ombra di un ombrellone in una spiaggia affollatissima, come sotto al cielo terso di una montagna appena scalata o ancora sul comodino della camera d’albergo in una città da esplorare.
Il mezzo di trasporto ideale per questi viaggi (poi non così tanto virtuali) è un oggetto in sé banale – ma un vero e proprio feticcio – che ha preso nel tempo le forme più sorprendenti, dalle tavole incise nella pietra sino a piattaforme ancor più inconsuete: parliamo del “libro”, naturalmente!
Cosa di meglio infatti, in questi tempi così sovra-stimolati, ottimizzati, iper-accessoriati, di un viaggio nel viaggio, o, meglio ancora, di una vacanza nella vacanza, da prendersi tra le pagine, cartacee o meno, di un testo?
Perché la lettura stessa è un viaggio, con una partenza ben precisa, l’incipit (ancora prima, il titolo), uno svolgimento (la trama o l’argomentazione) e una meta finale: l’eco di quello che abbiamo letto (anzi, vissuto) dopo aver richiuso il libro.
Non sarebbe divertente, ad esempio, assaporare la brezza delle Alpi per trovare ristoro dal sole battente di una spiaggia infuocata della Sardegna? O lasciarsi trascinare dal ritmo incalzante di una storia d’azione nel mezzo di un altipiano verde e silenzioso?
La lista di letture possibili che vi proponiamo non è tuttavia così avventurosa. Anzi, lo è, ma in un modo differente.
Quelli che consigliamo sono libri che parlano di alcuni dei temi trasversali che abbiamo trattato – o che presto affronteremo – nel nostro blog, raccontati dal punto di vista sociale, antropologico, economico, scientifico e letterario. Libri insomma che parlano di scienza e di tecnica, ma attraverso un approccio comunicativo trasversale e multidisciplinare, che ne mette in luce le diverse anime nascoste.
Un’ultima avvertenza per l’uso di questa breve lista: ciascuno dei titoli proposti non solo non è di evasione, ma potremmo anzi definirlo di immersione, perché esplora aree e temi con un discreto peso specifico.
Sono adatti insomma a chi sa affrontare anche i viaggi all’inizio in salita, per poi godersi la discesa alla fine. Un’ultima cosa: non dimenticate – se non lo avete mai letto – Italo Calvino e le sue “Lezioni americane”. Non è mai troppo tardi per conoscerlo.
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[highlight]Libri consigliati per l’estate[/highlight]
“Dataclisma”, di Christian Rudder. Mondadori editore.
Chi siamo davvero quando pensiamo che nessuno ci stia guardando? Lo sguardo sull’umanità ai tempi dei Big Data a cura di Christian Rudder, matematico laureato ad Harvard, cofondatore e presidente di OkCupid, che afferma: “La cosa che sorprende dell’umanità? Che stereotipi e luoghi comuni sono veri”.
“Da animali a dèi”, di Yuval Harari. Bompiani editore.
Oggi sulla Terra c’è una sola specie di umani: noi, l’Homo sapiens, signori del pianeta. Il segreto del nostro successo è l’immaginazione, ed è per questo che dominiamo il mondo. In un’intensa e sorprendente storia dell’umanità, il resoconto di una civiltà di “schiavi alla ricerca della felicità” che da animali sono divenuti Dei.
“La Società a Costo Marginale Zero”, di Jeremy Rifkin. Mondadori editore.
In questo provocatorio saggio, Jeremy Rifkin spiega come “l’internet delle cose” stia dando luce a un inedito sistema economico, basato sulla condivisione collaborativa e destinato a mutare radicalmente il nostro modo di vivere. Uno sguardo illuminato verso il futuro.
“Retorica e scienze neurocognitive”, di Stefano Calabrese. Carocci editore.
Che cosa accade nel nostro cervello quando formuliamo una metafora? Che cosa comporta in termini di mappature neuronali l’esposizione agli stimoli esterni? Il mind reading – cioè il modo in cui distinguiamo la realtà dalla sua rappresentazione cognitiva – sembra assumere oggi la letteratura come una palestra privilegiata.
“Il cerchio, di Eggers Dave. Mondadori editore
“Mio Dio, questo è un paradiso” pensa Mae Holland un assolato lunedì di giugno quando fa il suo ingresso al Cerchio. Mai avrebbe pensato di lavorare in un posto simile: la più influente azienda al mondo nella gestione di informazioni web. Pur di far parte della comunità di eletti non esita ad acconsentire alla richiesta di rinunciare alla propria privacy per un regime di trasparenza assoluta. (E qui il cerchio si chiude!).
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[dropcap3]G[/dropcap3]enerare asset digitali è senza dubbio un’impresa complessa, ma per motivi diversi da quelli che si possono immaginare comunemente.
Il problema della loro creazione, infatti, non sta tanto nelle difficoltà di tipo operativo o strumentale che si possono incontrare nella loro generazione: il primo ostacolo sta piuttosto nella capacità, a monte, di intravederne o meno l’esistenza.
I dati rilevanti da cui iniziare questo processo sono infatti occultati o sommersi da altri dati, per lo più insignificanti, che vengono raccolti sotto forma di segni, stringhe di testo, numeri e codici vari.
Privi di qualunque connotazione, questi dati si comportano come veri e propri rifiuti informazionali e scarti di altre comunicazioni, del tutto sterili.
Tutto però cambia quando un’intuizione, un progetto o una visione accende all’improvviso il loro potenziale e – come un pifferaio magico che guida una fila sterminata di topolini ben disciplinati – li conduce non alla fine di un precipizio, ma all’origine di una nuova strada da percorrere insieme.
La meta comune è la ricerca di un vantaggio aggiunto e possibilmente inedito, che li faccia diventare appunto “rilevanti”.
Non usciamo da questo paragone un po’ fantasioso, ma entriamo piuttosto nei meandri specifici di questo approccio, seguendo anche noi il suono di un flauto immaginario.
Occorre innanzitutto ricordare che un asset, di qualunque tipo sia, è definibile come tale soltanto se crea valore. L’obiettivo è dunque quello di generare “ricchezza” in senso lato, che può essere intesa sia nelle sue declinazioni più concrete e tangibili, tradotte in business, che nelle sue accezioni più astratte, quali il benessere sociale, il progresso, l’aumento della consapevolezza etc.
In questo articolo ci occupiamo della prima eventualità, quella che porta alla creazione di ricchezza economica, mentre approfondiremo in un’altra occasione i valori più immateriali, ma non meno importanti, che questi stessi asset digitali possono accrescere o creare.
Ragionando in termini prettamente economici, dunque, cercando di definirne meglio il campo d’azione, un asset digitale di business si può dire tale se:
- [highlight]permette la creazione di una nuova fonte di ricavi[/highlight] o l’aumento degli stessi, anche consentendo la riduzione dei costi di un determinato business;
- [highlight]crea un elemento di unicità nella propria offerta di valore[/highlight], aprendo nuovi orizzonti di mercato.
Ragionando invece dal punto di vista operativo e metodologico, una delle “ricette” più efficaci per creare effettivo valore sta senz’altro nel combinare dati che provengono da fonti diverse e metterli in correlazione. Il fine ultimo è quello di creare nuove informazioni originali e possibilmente esclusive.
Una delle opportunità di business più interessanti di questo tipo è senz’altro quella di creare valore attraverso l’uso di dati accessibili e pubblici combinati con altri di tipo esclusivo e proprietario. È la promessa degli Open Data, resi disponibili da soggetti pubblici o privati che possono essere a loro volta combinati sia con algoritmi che con altri dati, entrambi esclusivi, per generare insieme nuovi asset digitali.
Un esempio particolarmente significativo di creazione di asset digitali a partire dagli open data è l’esperienza nata negli Stati Uniti che ha reso pubbliche le informazioni sulle condizioni meteo. Questa semplice “apertura” ha permesso a circa 400 imprese di sviluppare una propria offerta di servizi, con un giro d’affari tra i 400 e i 700 Milioni di USD, e di dare lavoro a circa 4.000 persone. Un altro esempio di asset digitali, anch’esso innovativo, è quello realizzato da IBM e riportato in questo articolo. In questo caso IBM ha creato un asset digitale combinando due fonti di dati: la prima, esclusiva, rappresentata dai vari modelli linguistici e psicologici, la seconda, pubblica, composta dai tweet del soggetto che viene classificato dalla piattaforma/sistema.
Due esemplificazioni emblematiche di come una “fila” sterminata di dati, assemblata, guidata e condotta per bene, può raggiungere nuove frontiere di utilizzo e generare valore di business in grado a sua volta, un giorno, di rifornire di Dati il prossimo pifferaio magico. A suon di musica, chiaro!
[dropcap3]P[/dropcap3]arlando di Dati e delle diverse tecnologie che li trattano, è sempre più evidente come la capacità di leggerli, analizzarli e interpretarli sia in primo piano, rispetto alle tecniche pur innovative utilizzate nei processi della loro elaborazione. Il passaggio cruciale è quello che va dai Big Data – definiti semplicisticamente dall’occorrenza di quattro variabili, ovvero volume, varietà, velocità e veridicità – fino ai Relevant Data, dati portatori di particolare interesse e valore. La materia prima non manca, anzi “deborda” in pressoché tutti gli ambiti.
I fiumi di dati generati negli ultimi decenni hanno prodotto giacimenti di informazioni riguardanti ogni attività, umana e non, tanto preziosi quanto spesso trascurati, sottovalutati e incompresi: si tratta di un potenziale di altissimo valore che si dispiega unicamente quando viene tradotto in informazioni utili.
E nonostante le imprese, le aziende e gli enti pubblici siano depositari di enormi riserve “auree” di dati, acquisiti grazie a sistemi di IT automatizzati ormai comunemente utilizzati, un tale diluvio di informazioni rischia di offuscare la potenziale qualità insita in tale sovrabbondanza.
Per tutelarsi dalla perdita di tali potenziali significati occorre agire sul processo di interpretazione di questi volumi di “anonimi” dati, mitigandone il rumore di fondo in modo da reperire e tracciare informazioni selezionate cui poter attingere, magari con nuovi automatismi utili a produrre benefici e utilità varie.
L’attuale processo innovativo sta proprio nello sviluppo di prodotti dedicati ai dati rilevanti che, attraverso soluzioni tecnologiche di ultima generazione, siano in grado di riconoscerli in quanto tali, trasformarli e metterli a sistema, al servizio di necessità peculiari.
È possibile descrivere la filiera di trasformazione dei Big Data in Relevant Data in un processo costituito da quattro fasi:
- [highlight]Feed[/highlight](acquisizione): è la fase in cui il dato grezzo, proveniente da sensori o da altri sistemi software, viene acquisito dal sistema e trasformato per renderlo il più possibile omogeneo.
- [highlight]Enrich[/highlight] (arricchimento): i dati acquisiti dalla fase precedente possono essere arricchiti, dal punto di vista semantico, per cercare di attribuire loro un significato. Le operazioni che vengono svolte in questa fase sono quelle di: estrazione di concetti, classificazione di documenti, annotazione semantica (identificazione di entità, disambiguazione).
- [highlight]Relate [/highlight](comprensione): in questa fase ci si occupa di identificare e validare dei fatti o degli eventi, trovare delle correlazioni ed eseguire quindi delle azioni di aggregazione tra dati omogenei.
- [highlight]Evaluate [/highlight](decisione): il risultato delle fasi precedenti viene messo a disposizione dei “decisori” (che possono essere altri software o persone). Possibili operazioni che vengono svolte in questa fase: ricerca in un archivio di eventi o fatti, produzione di flussi real time di eventi o fatti, cruscotti analitici, sistemi di alert…
Questo processo a step successivi rende i dati di partenza non solo visibili e leggibili, ma capaci di generare nuove informazioni di senso e nuovi significati, finalmente utili per le varie finalità attribuite in fase di progettazione.
Per fare qualche esempio concreto possiamo parlare di alcuni sistemi di ricerca che apprendono qualcosa di noi e delle nostre necessità osservando il nostro comportamento all’interno dei siti che consultiamo.
Questi algoritmi unfatti, grazie alla capacità di analizzare e contestualizzare le scelte da noi fatte in precedenza, ci mostrano in tempo reale altri risultati attinenti a ciò che stavamo cercando, facendoci risparmiare tempo con suggerimenti appropriati.
E’ il caso ad esempio del sito Walmart che, dopo aver inserito sul proprio sito di e-commerce un motore di ricerca con queste caratteristiche, ha aumentato del 15% le proprie vendite online.
O anche di FedEx, che ha implementato un sistema di supporto alle decisioni in grado di suggerire i percorsi ottimali per la sua filiera logistica con l’obiettivo di far arrivare le merci nei tempi previsti e con costi sempre più bassi.
I dati che vengono presi in considerazione per questo fine sono molteplici: la posizione dei mezzi, le condizioni e previsioni meteo, le condizioni del traffico e così via.
Le decisioni su come le merci devono proseguire nel loro percorso vengono prese in tempo reale, e questo permette di ridurre l’impatto negativo che eventuali e imprevisti accadimenti esterni possono avere sull’azienda stessa e la sua organizzazione.
I risultati sono stati straordinari e in breve tempo l’investimento si è abbondantemente ripagato (430% di ROI).
Tutti esempi decisamente concreti e positivi, dunque, che confermano come i Big Data, trasformati in Relevant Data, non solo sono in grado di generare utilità in senso assoluto, ma sono capaci di produrre valori di business vero e proprio.
Per vedere in maniera approfondita come si generano asset digitali di business, vi rimandiamo a un altro articolo. A presto!