[dropcap3]C[/dropcap3]he il Natale sia diventato quasi un sinonimo di consumismo, è un dato di fatto che non staremo a confutare. Allo stesso modo le motivazioni e le credenze personali, famigliari e sociali che ne ammantano il significato, rappresentano ancora oggi un valore rilevante, affettivo, culturale o religioso che sia. E anche qui non staremo a dimostrare l’ovvio.
Ma se l’anno scorso, più o meno in questo periodo, abbiamo affrontato il tema del Natale dal punto di vista dei “dati”, in questa occasione vogliamo porre l’accento su un altro topic, quello della scelta del regalo da farsi, lasciandoci ispirare come sempre dalla rete.
Nel bene e nel male, infatti, il “regalo di Natale” è un argomento di conversazione in cui tutti siamo coinvolti, in un turbinio di luci e colori, pranzi e cene, che racconta – a volte suo malgrado – tante cose.
Occasione imperdibile di comunicazione (e meta-comunicazione), il regalo può essere infatti “incartato” in tanti modi, che possono esaltare oppure mimetizzare le reali motivazioni del donatore, più o meno consce che siano, e può rappresentare non soltanto un dono, ma anche un premio, addirittura un tributo e infine un trofeo. Può infine rivelarsi un’ammonizione, una punizione e perfino una vendetta. Il tutto rigorosamente celato sotto a una sfavillante confezione.
Non a caso l’interesse per l’argomento sale mano a mano che si avvicina la data fatidica, come dimostra il grafico rilasciato da Google Trends sulla query di ricerca “Regali di Natale” nel mese di novembre 2016:

Forse per questo è nata un’applicazione inventata e realizzata da giovani italiani sparsi per l’Europa (i cui nome fanno: Rocco, Vittorio, Stella, Pasquale) che suggerisce regali a seconda delle caratteristiche della persona, in base all’occasione e al budget, trovando le migliori corrispondenze per il regalo perfetto, risparmiando pure tempo.
E, per fare le cose perbene, hanno pure pubblicato un EBook con tutte le istruzioni del caso. Perché “sappiamo che ogni regalo è più di un oggetto, è soprattutto un gesto, quindi ci impegniamo per offrire più possibilità agli utenti”.
Che la scelta del regalo “giusto” non sia impresa da poco lo dimostra del resto una volta ancora Google, che – non a caso – si impegna moltissimo (anche lui) nell’aiutarci a cercare quello giusto in base alle ricerche effettuate più spesso sulla rete. Alcuni esempi? Eccoli.
Si va dai regali di natale originali, per i più creativi, ai regali di natale originali e economici per quelli che vogliono la botte piena e la moglie ubriaca, sino ai regali di natale originali a poco prezzo, per coloro che proprio non hanno pudore nel fare le loro ricerche online. Per i più generosi ci sono invece i regali di natale fatti a mano e i regali di natale originali per bambini, con tutte le varianti di regali di natale per lui, per lei e per beneficenza… Insomma: regalo che chiedi, suggerimento che trovi.
E voi, di che specie di regalo siete??? Pensateci con calma, non c’è fretta: il nostro Blog va in vacanza. Ci ritroviamo con l’anno nuovo. Buoni regali a tutti!

Autore: Cabiria
[dropcap3]I[/dropcap3]mmaginate di essere un operatore o un ente per il turismo e di poter esattamente sapere cosa pensano i turisti che visitano il nostro paese: potervi basare su dati effettivi e reali, e non su scontati “stereotipi” o finte recensioni.
Immaginate di avere a disposizione un gigantesco database ricco delle più svariate informazioni e di poter estrapolare comportamenti, preferenze, abitudini, sentiment dei viaggiatori, o di conoscere reputazione ed efficienza delle strutture di accoglienza nei punti più remoti della nostra penisola. Avreste un patrimonio inestimabile di dati con cui organizzare servizi e offerte, programmare azioni di marketing e – nel caso di enti locali o nazionali – pianificare politiche di sviluppo del territorio sotto il profilo dell’incoming.
È la promessa dei Big Data turistici che possono fornirci una visione d’insieme esaustiva non solo per prevedere il futuro dei flussi turistici, ma anche per mettere in campo soluzioni in grado di fare la differenza. E ciò risulta particolarmente interessante per un paese come l’Italia, che potrebbe trarre dal turismo la linfa vitale di cui ha bisogno, mentre ancora oggi – come spesso si evidenzia – le risorse, le infrastrutture, i servizi non sono sufficienti o sufficientemente organizzati e integrati.
C’è poi un aspetto profondamente connesso al turismo, ed è quello della mobilità garantita dai trasporti. I Big Data per il turismo non offrono solo insight sui comportamenti collettivi, ma forniscono informazioni preziose anche sugli spostamenti dei singoli. Ed è in questi due ambiti – turismo e trasporto – che si stanno creando APP e software sempre più sofisticati.
Citiamo un caso, quello di Amadeus (un’azienda multinazionale leader nel mercato turistico e dei viaggi) che sta lavorando al progetto Global Travel Ecosystem con lo scopo di creare un unico sistema intelligente e dinamico che unisca compagnie aeree, agenzie di viaggio, aeroporti e alberghi, per rispondere in modo efficace alle esigenze di turisti e viaggiatori. Amadeus sarà in grado infatti di elaborare offerte ad personam, esclusive e dedicate al singolo utente.
Per quanto riguarda i trasporti, è interessante anche la partnership tra Uber – la famosa app per il trasporto urbano – e la città di Boston. Uber ha messo a disposizione della città i propri dati con lo scopo di migliorarne il traffico, ridurre l’inquinamento, monitorare le strade, registrare le ore di maggiore affluenza. I Big Data rilasciati da Uber saranno in grado di influenzare le future scelte in tema di trasporto e creare soluzioni innovative.
[bctt tweet=”Il turismo sta iniziando il suo viaggio verso il futuro: un biglietto solo andata targato Big Data…” username=”MapsGroup”]
I Big Data turistici inoltre possono svolgere un ruolo importante per servizi di customer care innovativi e profilati. Ad esempio le compagnie aree potranno assegnare i posti a sedere prevedendo le esigenze dei passeggeri (viaggiatori single, famiglie con bambini, coppie, persone anziane) e fornire la combinazione migliore. O ancora, incrociando i dati delle sim telefoniche, dei GPS, dei check–in, dei contenuti dei social network e degli acquisti dei trasporti online, le strutture ricettive potranno modellare un sistema di accoglienza diverso ogni giorno e magari potenziare/depotenziare lo staff, i trasporti, i collegamenti a seconda delle necessità.
A ricavarne vantaggio saranno i consumatori dunque, ma anche le aziende erogatrici di servizi che potranno adottare policy più efficienti, con un ritorno economico da non sottovalutare: perché un cliente soddisfatto è un cliente che è propenso a spendere e soprattutto a tornare.
Se il futuro del turismo è targato Big Data, domani potremmo dire addio alle lunghe code al casello, alle spiagge affollate, alle interminabili file ai musei, ai parcheggi esauriti, perché il nostro passaggio sarà già stato già predetto e analizzato.
E se invece vi sentite viaggiatori, più che turisti, e considerate avventura e imprevisti come elemento cruciale dell’esperienza, allora sparite dai radar e muovetevi in incognito, avendo cura di non lasciare tracce online!
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
http://mapsgroup.it/big-data-trasporti/
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[dropcap3]Q[/dropcap3]ualcuno doveva aver calunniato Josef K., poiché un mattino, senza che avesse fatto nulla di male, egli fu arrestato: questo l’incipit del romanzo Il processo di Kakfa, con l’arresto del protagonista per cause che resteranno ignote fino all’ultima riga.
Il tema di una giustizia occhiuta che agisce con modalità misteriose e subdole riecheggia in tanta letteratura, come in uno dei più celebri fra i romanzi distopici, 1984 di George Orwell dove si immagina un futuro in cui il ben noto Grande Fratello aleggia di casa in casa, spia, ascolta, sussurra e soprattutto sa tutto quello che accade ai cittadini.
Si tratta di scenari non lontani dalla realtà. E non solo perché evocano modalità e sistemi di regimi totalitari, rimandando anche a possibili subdole dinamiche coercitive e persuasorie di quelli democratici. Ma perché – fuor di metafora – il tema della prevenzione del crimine per via tecnologica sta in un qualche modo avverandosi. Software e programmi fondati sull’analisi dei Big Data, infatti, sono in grado di studiare i crimini e, in alcuni casi, addirittura di “prevederli”.
In questo ambito passi da gigante sono stati fatti dalla Cina che sta creando un software in grado di “stanare i sovversivi prima che compiano attività di sabotaggio verso il partito cinese”. L’enorme e ambizioso progetto – in corso di realizzazione da parte della società di telecomunicazioni China Technology – non a caso nell’articolo citato è paragonato al racconto di Philip K. Dick Minority Report, in cui la polizia è in grado di fermare i criminali prima ancora che commettano il reato cui sono fatalmente destinati, colpendone non solo l’intenzione, ma letteralmente predicendolo. Ecco che l’obiettivo del software è di operare una netta divisione della popolazione tra “sovversivi” e “non sovversivi”. I cittadini vengono etichettati in base ai risultati forniti dall’analisi di alcuni dati come chiamate internazionali, conto corrente, improvviso cambio di tenore di vita, livello dei consumi, orari, luoghi frequentati. In base agli esiti, a ogni individuo verrà dato un punteggio e relativa attribuzione del tasso di probabilità che egli sia un sovversivo. Fino all’ultimo e più inquietante step: i cittadini oltre un certo punteggio fissato saranno oggetto di misure preventive.
Esistono altri esempi di software impiegati dalle autorità inquirenti in diverse parti del mondo. PredPol, creato dalla polizia di Los Angeles in collaborazione con l’Università della California, è usato da oltre 60 città statunitensi e permette di prevedere dove verranno compiuti i delitti. Se da un lato si è registrato un effettivo abbassamento del tasso di criminalità, dall’altro un simile sistema suscita forti dubbi. Infatti il programma elabora le sue “sentenze” analizzando i reati passati e in questo modo finisce per puntare il dito contro i quartieri più disagiati, andando così a incidere sulle discriminazioni sociali.
[bctt tweet=”La prevenzione del crimine per via tecnologica sta in un qualche modo avverandosi…” username=”MapsGroup”]
Anche l’Italia ha il suo “Grande Fratello”: dal 2007 alla questura di Milano viene usato KeyCrime, un software che per ogni reato elabora una serie di dati – come luogo, orario, obiettivo, tipologia e comportamento – per dare luogo a statistiche con cui “studiare l’uomo nell’azione del crimine, con l’ambizione di predirne le evoluzioni comportamentali future, nonostante l’unicità e diversità degli individui, e dimostrando che […] ciò è davvero possibile”.
L’uso dei Big Data può essere dunque un’arma potentissima per analizzare i crimini e mettere in atto misure per prevenirli o scoprirne i colpevoli, con evidenti vantaggi, come l’ottimizzazione delle risorse, l’efficienza, la riduzione dei tempi di indagine. Ma è indubbio che simili modalità di gestione della sicurezza sollevino importanti domande etiche che riguardano la libertà degli individui. Laddove il perseguimento della pubblica sicurezza motivasse un controllo indiscriminato di ogni singolo spostamento, chiamata, movimento bancario, post pubblicato sui social, si attenterebbe immotivatamente alla privacy dei singoli, fino – chissà – a configurare le situazioni paradossali del nostro incipit.
Insomma, auspichiamo che i terribili scenari ipotizzati da Kakfa, Orwell o Dick rimangano lucide metafore e ammonimenti, non prefigurazioni letterarie di un prossimo futuro. E che questi software non abbiano mai “l’ultima parola”, ma siano uno strumento di supporto per le forze di polizia, lasciando al senno umano l’ultimo giudizio. Perché la presunzione di innocenza avvenga fino a prova contraria, non fino alla prossima “predizione” algoritmica.
[dropcap3]U[/dropcap3]n giro d’affari che nel 2015 sfiora i 29 miliardi d’euro nella sola Italia, mentre si conta che nel 2016 gli acquisti in Rete in Europa occidentale abbiano toccato i 351,4 miliardi di dollari, con un incremento del 10,5% rispetto al 2015. Si tratta di dati che evidenziano come la vendita online sia una fonte di introiti niente affatto secondaria, destinata a crescere e a mutare le abitudini di acquisto e il marketing stesso.
Abbiamo già affrontato il tema della “logistica” dell’e-commerce: la necessità che a una piattaforma di vendite online corrisponda una struttura ben organizzata, in grado di funzionare con precisione e tempestività.
Ma a monte della vendita, c’è un segmento determinante della catena commerciale, che ne costituisce forse l’elemento più dirompente, e che chiama in causa i Big Data: la profilazione dell’utente, protagonista con il commercio online, di esperienze, modalità e abitudini d’acquisto del tutto nuove.
Una case history interessante, che illustra queste dinamiche, è il recente model business applicato dalla piattaforma di e-commerce cinese Alibabà. Il fondatore Jack Ma ha lanciato, in occasione della giornata dei single, una serie di sconti speciali sui prodotti dell’e-commerce. Lo scorso 11 novembre, il successo è stato tale che nelle prime dodici ore la piattaforma online ha fatturato 11,9 miliardi di dollari. Alibabà ha sfruttato così un piano di marketing che ha colpito un target specifico, già interessato ai servizi che la società cinese era in grado di offrire. È in un contesto similare infatti che entra in gioco l’analisi del comportamento dell’utente e la sua conseguente profilazione.
[bctt tweet=”Il negozio online diventerà punto di riferimento per lo shopping…” username=”MapsGroup”]
Per profilazione si intende l’insieme di attività di raccolta ed elaborazione dei dati inerenti a un utente: mediante questa attività con i Big Data Analytics si possono per esempio identificare, per conto di un’azienda, età, sesso, locazione geografica, abitudini, gusti personali del target di riferimento.
Di conseguenza le imprese possono utilizzare queste informazioni per configurare strategie di marketing, piani di comunicazione, migliorare i parametri di visualizzazione del sito, personalizzare l’esperienza d’acquisto e creare prodotti e servizi “taylor-made”. Non solo per riproporre all’utente prodotti e servizi inerenti ad acquisti già fatti, ma anche per suggerirgli acquisti che rientrano nei suoi potenziali interessi. In questo modo le aziende non si limitano a seguire – e talvolta a “inseguire” il consumatore – ma anticipano i suoi bisogni e desideri.
Ogni singolo click, la navigazione sui siti internet, i post pubblicati sui social, i “mi piace”, le pagine che seguiamo, sono tracce del nostro DNA di acquirenti e consumatori, che vengono impiegate per attuare non solo marketing, ma remarketing. Con questo termine si intende infatti una forma di pubblicità online che si rivolge agli utenti in base alle loro precedenti azioni sul web: permette di ricontattare gli utenti che hanno precedentemente visitato un determinato sito e mostrare loro annunci online attraverso strumenti come la rete display di Google.
I vantaggi di questo tipo di sistema di vendita online sono evidenti: nel commercio attuale, dove lo spazio per il rischio e per le “scommesse” è sempre meno, la profilazione è uno strumento potente per ottimizzare i tempi, per velocizzare i processi di acquisto e di vendita, e ridurre di conseguenza gli errori e le spese.
E se si confermerà, con il passare del tempo, questa tendenza, il negozio online diventerà punto di riferimento per lo shopping, mutando ulteriormente le abitudini di acquisto e diffondendo un nuovo modo di fare marketing, cucito sulle esigenze del singolo consumatore, in cui – inutile dirlo – i Big Data giocheranno un ruolo fondamentale.
[dropcap3]I[/dropcap3]l tema della complessità e della molteplicità dei dati e delle informazioni disponibili – in realtà e in potenza – è sempre più frequente argomento di dibattito, soprattutto (ma non solo) quando si parla di Innovazione Tecnologica e di Internet of Thing.
Sono argomenti, ça va sans dire, complessi e di non facile interpretazione, ma ricchi di spunti e – perché no – di suggestioni. E che riguardano soprattutto pratiche di ottimizzazione, controllo e governance non solo di organizzazioni complesse, ma anche e soprattutto di settori interi delle nostre società, a livello globale. Si tratta dunque di questioni che non devono e non possono essere ignorate, e che debbono essere portate all’attenzione di tutti, opinione pubblica compresa.
Abbiamo così pensato di raccogliere in questa mini-sitografia – in realtà una vera e propria lista – i principali articoli e le fonti più consultate dal nostro Blog, così da condividerne la conoscenza e incentivare la natura “sertendipitica” dei nostri lettori.
I temi sono i più diversi: dagli Open Data alla digitalizzazione della cultura, dalle Performance alla Conoscenza, sempre alla ricerca di un’unica cosa: un filo di Arianna da seguire in questo Labirinto di informazioni.
Un’unica avvertenza, prima di consultare la Lista: l’ordine è quello alfabetico, e non di rilevanza. Buona… passeggiata. 🙂
SITOGRAFIA
www.agid.gov.it/agenda-digitale/open-data
www.archeomatica.it
www.armsglobe.chromeexperiments.com
www.blog.okfn.org/
www.bologna.repubblica.it
www.corrierecomunicazioni.it/agricoltura-iot-e-big-data-i-nuovi-alleati-in-campo
www.corrierecomunicazioni.it/assicurazioni-auto-il-futuro-e-nei-big-data
www.corrierecomunicazioni.it/come-cambiano-le-assicurazioni-ai-tempi-dei-big-data
www.culturadigitale.it/wp/biblioteca-digitale
www.culturadigitale.it/wp/digitalizzazione
www.data.gouv.fr
www.data.gov.uk
www.dati.comune.matera.it
www.datiopen.it/it/opendata-per-tematica
www.dati.piemonte.it
www.drones.pitchianteractive.com
www.engage.it/blog/big-data-sport-le-regole-un-oro-data-driven
www.ec.europa.eu/digital-agenda/en/open-data-portals
www.ec.europa.eu/programmes/horizon2020/
www.forumpa.it
www.ilsole24ore.com
www.industriaitaliana.it
www.infodata.ilsole24ore.com
www.informationweek.com
www.lastampa.it/2016/08/18/sport
www.lineaamica.gov.it/opendata
www.log.debiase.com
www.millepiani.eu
www.opendatafoundation.org
www.opendatahandbook.org
www.rainews.it
www.regione.emilia-romagna.it
www.sas.com
www.schoolofdata.org
[dropcap3]I[/dropcap3] Big Data e l’Internet of Things, come è noto, trovano applicazione in numerosi ambiti e producono innovazione foriera di prospettive future in tanti settori, dall’industria ai servizi.
L’innovazione portata dall’analisi dei dati e dalle tecnologie Internet of Things non coinvolge solo gli oggetti della produzione, ma anche il modus operandi di aziende e imprese e quindi la loro produttività. Si stima che il valore di Big Data e IoT equivarrà nel 2025 all’11% dell’economia mondiale. Un valore che riguarderà soprattutto proprio le attività produttive.
Ecco perché un’azienda dovrebbe investire tempo e risorse nei Big Data. Dal match di dati e dalla loro analisi possono derivare ad esempio informazioni utili ad anticipare la domanda dell’utente finale (e a dargli conseguente risposta). Attraverso l’utilizzo dei dati, le imprese possono gestire le informazioni in modo talmente proattivo da ottenere una profilazione precisa della clientela, migliorare la customer experience e intervenire tempestivamente per ovviare ai difetti di un prodotto, migliorarne l’efficienza, e ridurre così tempi e costi.
Se da questo punto di vista sono evidenti i benefici che l’innovazione targata Big Data e IoT può portare alle aziende, d’altra parte è interessante anche valutare come essa possa incidere sulla vita di chi lavora all’interno di un’impresa, un ente o un’azienda, e quindi di dirigenti e operatori, influenzando così la produttività.
A tal proposito citiamo il caso di Vodafone che ha deciso di adottare lo Smart Working, dando vita a un modello operativo basato sull’utilizzo di tecnologie digitali da parte dei dipendenti e finalizzato al telelavoro. Nel caso della compagnia telefonica, un dipendente su due (3.500 su 7.000) ha deciso di aderire facendo di Vodafone “l’esperienza italiana con il maggiore numero di dipendenti coinvolti nello Smart Working”.
Anche Barilla ha ideato il suo progetto di “lavoro intelligente”, affermando tra l’altro che entro il 2020 il lavoro degli impiegati potrà svolgersi da casa. O ancora BNL: con il Flexible Working ha creato un modo innovativo di concepire l’organizzazione produttiva e il lavoro del dipendente.
Queste tre case histories mettono in luce come, attraverso lo Smart Working, sia possibile ottenere diversi vantaggi. Si stima infatti un aumento della produttività delle aziende a cui si aggiungono l’abbattimento dei costi di gestione, l’influenza positiva sulla reputazione dell’impresa, il minor spreco di energie, il maggior tempo libero e l’alto livello di soddisfazione dei lavoratori.
Ciò ha un significativo riflesso anche sui metodi valutativi: con lo Smart Working, il lavoratore potrà essere giudicato sugli obiettivi raggiunti, sui servizi forniti, sui tempi rispettati, al di fuori delle logiche tradizionali che erano basate in primo luogo sulla fisica presenza oraria sul posto di lavoro.
Una vera rivoluzione insomma, soprattutto dal punto di visto umano: se lo Smart Working diventerà una realtà diffusa cambieranno profondamente il modo di lavorare, di vivere e anche un’importante fetta della vita di relazione di ciascuno.
[bctt tweet=”Ci attende forse l’avveramento di un uomo nuovo dialogante con la macchina…” username=”MapsGroup”]
Se è vero che le nuove tecnologie agevolano il lavoro rendendolo più flessibile (pensiamo ad esempio alla conciliazione tra cure parentali e vita professionale), dall’altro lato ci sono invece mansioni destinate a essere sostituite proprio dall’introduzione dell’intelligenza artificiale. Durante il summit “World Economic Forum 2016” si è annunciato che entro il 2020 si perderanno circa 5 milioni di posti di lavoro nel mondo. Altra testimonianza di questa “disruption” lavorativa è riportata da uno studio condotto dall’Università di Oxford, secondo il quale, nei prossimi 10 anni, il 47% delle professioni potrebbe scomparire; o ancora, ecco in questo articolo le 10 mansioni che potrebbero non esistere più entro il 2022.
Nonostante questo scenario “apocalittico”, esistono limiti all’automazione che rendono evidente come non tutte le tipologie di lavoro potranno essere svolte dalle macchine. Si dovrebbe parlare piuttosto di inversione, di nuove funzioni, skills e competenze che prenderanno il posto di quelle vecchie.
Si tratta di cavalcare l’onda del cambiamento di questa rivoluzione industriale 4.0 e di intraprendere percorsi nuovi che porteranno ad un’integrazione sempre più massiccia e massiva delle nuove tecnologie nei processi produttivi. Ci attende forse l’avveramento di quell’uomo nuovo dialogante con la macchina che tanta cultura dello scorso secolo aveva prefigurato: occorrerà (tutti) lavorare perché conservi la sua umanità… per un uomo digitale in una rete sociale!
[dropcap3]A[/dropcap3]bbiamo già affrontato il nodo Big Data e sicurezza e le misure da adottare per garantire la protezione dei dati.
Ma perché occorre proteggerli? Quali minacce possono derivare alle persone da un uso non regolamentato dei Big Data?
Ogni individuo lascia “scie” di dati dietro di sé, il più delle volte in modo inconsapevole. Le azioni compiute online e i dati che viaggiano sul web vengono registrati e analizzati per ricavarne informazioni: gli utenti vengono profilati in base a come trascorrono il loro tempo libero, a che musica ascoltano, ai luoghi che visitano, al lavoro che fanno, alle abitudini alimentari, a ciò che comprano online. E ancora: tramite l’analisi dei social network, è possibile monitorare le loro opinioni sui temi del momento, e farne oggetto di previsioni e strategie future di marketing, da parte, ad esempio, delle aziende.
Una società misurabile, insomma, dove ogni comportamento online può essere studiato, fornendo preziose informazioni qualitative e quantitative, che a loro volta trovano diverse applicazioni. Per esempio sono utilissime per creare annunci mirati di marketing o per minuziosi customer profile. E abbiamo già visto, ad esempio, come i dati potrebbero essere utilizzati – in un futuro neanche troppo lontano – dalle compagnie assicurative per creare polizze ad personam.
Il punto di rottura in questo contesto è rappresentato dal fatto che i Big Data possono essere disponibili anche a un’utenza non specializzata e non tecnicamente preparata.
La già citata scia di dati che lasciamo sul web può rimandare infatti a informazioni riconducibili a specifici individui, rendendo noti ad esempio nome e cognome, indirizzo IP, data di nascita.
Il vero pericolo si ha quando è possibile unire diverse informazioni provenienti da diverse fonti: per esempio dati sanitari, spese online, metodi di pagamento, opinioni espresse. Una profilazione sempre più puntuale e analitica che comporta il rischio di limitazioni alla libertà personale o di discriminazioni (in base allo stato di salute, per fare un solo eclatante esempio).
[bctt tweet=”Una società misurabile dove ogni azione compiuta online può essere studiata…” username=”MapsGroup”]
Più volte il tema Big Data e privacy è stato al centro di dibatti in sede europea. Nel mese di maggio 2016 è stato emanato il nuovo regolamento sulla protezione dei dati che entrerà in vigore a partire dal 25 maggio 2018.
La normativa europea – rivolta a tutti i soggetti titolari di dati – ruota attorno a diversi punti cardine che hanno lo scopo di garantire la massima protezione dei dati sensibili in tutti i Paesi membri, assicurando che le leggi nazionali dei singoli stati non abbassino gli standard definiti.
Le novità principali riguardano vari aspetti, tra cui l’introduzione della figura del Data Protection Officer (DPO), il responsabile della protezione dei dati; il Diritto all’oblio, ovvero la possibilità di ottenere la rimozione completa dei propri dati da uno specifico servizio; la Privacy by design (per cui le misure di protezione devono essere previste sin dalla fase di progettazione), e la Privacy by default che vincola il trattamento dei dati alle finalità previste e per i tempi strettamente necessari. Infine, il Principio di accountability, in base al quale il titolare del trattamento dei dati dovrà dimostrare di adottare politiche adeguate al Regolamento.
I passi mossi a livello europeo sono significativi, in quanto segnale di una presa di coscienza collettiva sul grande potenziale dei Big Data e – allo stesso tempo – sui rischi derivanti da un uso non sapientemente regolato.
Ma, analizzate e opportunamente limitate le minacce alla privacy, occorre dire che sono molteplici anche i vantaggi; nel prossimo articolo di questa rubrica vi mostreremo come i Big Data, per esempio, possono essere alla base di efficaci sistemi di prevenzione del crimine.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.garanteprivacy.it
http://owlitalia.com
www.corrierecomunicazioni.it
[/boxed_content]
[dropcap3]I[/dropcap3] social media sono utilizzati con tale e tanta disinvoltura da essere ormai oggetto di un’azione comune e quotidiana. Hanno conquistato una fetta sempre maggiore di pubblico e del nostro tempo, al punto che la vita di relazione di ciascuno di fatto si svolge tra due mondi, quello reale e quello digitale, in reciproca integrazione o meno.
A proposito di social media e dinamiche sociali, conviene sottolineare che esiste una netta distinzione tra due termini che spesso vengono, a torto, usati come sinonimi. Con social networks ci si riferisce a “strutture relazionali che hanno lo scopo di connettere le persone“. Queste relazioni sono sempre esistite, fin dalle origini della storia perché – scomodando Aristotele – l’uomo è un animale sociale e in quanto tale tende ad aggregarsi con altri individui.
Oggi il mezzo principale con cui avviene questo interscambio sono i social media, ovvero “applicazioni per facilitare l’interazione, la collaborazione e lo scambio di contenuti all’interno di gruppi di utenti”. I social media sono un prodotto esclusivo della Rete e del nostro tempo, di cui esistono diverse tipologie, a seconda del bisogno sociale e comunicativo che soddisfano. E proprio per questo non sfuggono alle regole di ogni mezzo di comunicazione.
Infatti, dove esistono messaggio, mittenti e destinatari, situazioni comunicative e mezzi di comunicazione, esistono anche specifici registri comunicativi, convenzioni espressive, argomenti consueti, adeguati o da evitare. Nel caso dei Social Media, dunque, tanti quante sono le piattaforme stesse. E se tali caratteristiche comunicative possono avere potenzialmente infinite varietà per gruppi omogenei di utenti (o di target se chi comunica è un’azienda ad esempio), qui ci occuperemo in generale di temi e registri “istituzionali” dei vari Social Media.
[bctt tweet=”La vita di relazione di ciascuno di fatto si svolge tra due mondi, quello reale e quello digitale…” username=”MapsGroup”]
Iniziamo allora da Facebook, il social più utilizzato al mondo, che potremmo definire “pop”, perché – così come la pop art voleva essere arte di massa in grado di rivolgersi a tutte le classi sociali – così Facebook è una piattaforma che raccoglie contenuti popolari, di ogni ispirazione e tone of voice. Su questa piattaforma il raggio d’azione è talmente ampio che si può spaziare tra i più diversi ambiti, affrontando argomenti anche importanti, ma con un livello di approfondimento sempre contenuto e un approccio divulgativo. Il pubblico a cui ci si rivolge su Facebook è costituto da reti di “amici”: per questo è utile un registro più informale, un tone of voice leggero e colloquiale, contenuti emozionali. A tale proposito, val la pena annotare che Facebook ha applicato il termine “amici” alle relazioni intessute sul web, alterandone profondamente il significato tradizionale, definendo amici persone che potrebbero anche non essersi mai incontrate, se non su Facebook appunto. Perciò se un registro informale è d’obbligo, è anche vero che talvolta gli utenti meno attenti dimenticano il contesto comunque scritto e personale, ma non del tutto privato, in cui si trovano ad agire.
Linkedin, in quanto social media specificamente dedicato al lavoro e al business, ha regole d’ingaggio comunicative molto diverse da Facebook. I post su Linkedin infatti non sono rivolti a una audience massiva, ma a un target specializzato e business oriented. I post su Linkedin dovrebbero far risaltare le competenze e le caratteristiche professionali o aziendali, incrementando di volta in volta brand awareness e brand identity o la reputazione personale. Per queste ragioni, si predilige un linguaggio formale, preciso e tecnico. Anche i contenuti, di conseguenza, si giovano di argomenti “alti” come l’attualità, la politica, innovazioni tecnologiche, notizie di finanza ed economia, a seconda del settore di riferimento.
Twitter si potrebbe collocare a metà strada tra Facebook e Linkedin. Per la sua natura “cinguettante” che vive di testi brevi e hashtag, ha il suo punto di forza in una comunicazione distillata, che arriva subito al punto, e che si presta ad essere usata sia dalla sfera privata che da quella istituzionale. Sintesi e rapidità del mezzo fanno sì che sia molto utilizzato per la comunicazione real time, ad esempio in caso di eventi, per le news e gli aggiornamenti di cronaca e attualità. I tweet ideali coniugano interesse e curiosità, per coinvolgere la community, e mentions di influencer per incrementare l’authority e creare buzz. Un registro bilanciato tra la colloquialità di Facebook e l’autorevolezza di Linkedin.
Infine un accenno a Instagram e Pinterest, i social delle immagini. Adottano un linguaggio prettamente visivo che si presta a temi come la moda, l’arte, il turismo e che può essere utilizzato anche per creare una comunicazione aziendale meno istituzionale e più “personale”. Numerosi brand e imprese, infatti, usano sia Pinterest che Instagram per mettere in evidenza “l’altro lato” della loro azienda, mettendo al centro il personale, i momenti di unione, e tutto quello che accade dietro alle quinte. I social fotografici vivono di un registro altamente personale: non ci sono regole fisse, solo creatività da liberare. Qui il testo ha una sua funzione importante sebbene didascalica, in grado di contestualizzare l’immagine, conferirle senso e valore.
Ma questi sono solo alcuni degli innumerevoli Social Media esistenti. Molti altri ne esistono: per ognuno si potrebbe vagliare lo specifico delle relazioni che vi si dispiegano, come i singoli si rispecchiano nel network di cui fanno parte e come questo a sua volta si rifletta nel linguaggio e nei registri comunicativi, giù per li rami fino a individuare – chissà! – una sorta di idioletto social.
[dropcap3]I[/dropcap3]l tema del riciclo dei rifiuti, oltre ad essere fondamentale per la salvaguardia dell’ambiente, riveste un’importanza primaria anche nella governance dei singoli comuni e, più in generale, nell’economia degli stati.
La responsabilità condivisa, infatti, di cui abbiamo parlato nella presentazione di questa Rubrica intitolata “Il ciclo del riciclo”, dovrebbe vedere imprese, cittadini e comuni attuare politiche virtuose in materia di riciclo e smaltimento dei rifiuti.
In Italia esistono esempi degni di nota, frutto di una efficace policy organizzativa, come i cosiddetti “comuni ricicloni”, amministrazioni locali impegnate in prima linea per risolvere il problema dei rifiuti. È il caso di Milano, dove la raccolta differenziata arriva al 53,4% o di Ponte delle Alpi (Belluno) che, con il suo 90%, si è classificato tra i primi a livello nazionale.
[bctt tweet=”Il rifiuto come elemento portante del business aziendale grazie al riciclo.” username=”MapsGroup”]
Se esistono case histories di eccellenze nel campo della raccolta differenziata, esistono anche esempi dove il rifiuto – grazie a un processo di innovazione – è diventato un elemento portante e redditizio del business aziendale.
Un esempio è l’impresa Mapei che, nei suoi laboratori di ricerca ha sviluppato Re-Con Zero (ovvero “Recycling concrete at zero impact”), un prodotto innovativo che permette di recuperare il calcestruzzo reso.
Altro esempio è l’azienda Lucart, che sfrutta la cellulosa contenuta nel Tetrapak per produrre tovaglioli, fazzoletti, carta igienica. Fungo Box è una cooperativa sociale milanese che – in collaborazione con Lavazza e Novamont – recupera il caffè per donargli non solo una seconda, ma una terza vita: il primo ciclo del riciclo trasforma il caffè in terriccio per produrre funghi di alta qualità, mentre il secondo riciclo avviene trasformando il terriccio residuo in fertilizzante.
Esempi, questi, di come possa esistere un’economia dai rifiuti “zero” che – ispirandosi a un modello circolare – è in grado di autogenerarsi: gli scarti diventano materie prime su cui investire per creare business reali e solidi.
Il percorso verso un’economia circolare diffusa è ancora lungo, ma anche in aziende dove il core business non è centrato sui rifiuti, possono essere applicate politiche ecosostenibili a basso costo, in grado di abbattere notevolmente l’impatto ambientale di un prodotto e di portare benefici in termini di risparmio di risorse produttive e finanziarie.
Ad esempio Barilla, semplicemente riducendo le dimensioni e modificando il packaging di uno dei suoi prodotti, ha ottenuto un risparmio del 39% di materia prima. Meno consumo, più quantità di prodotto all’interno del packaging, minor carico ambientale dell’imballaggio: ciò si traduce in minor emissioni di CO2, risparmio delle risorse idriche e di energia.
Sempre in tema di imballaggi, CONAI (Consorzio Nazionale Imballaggi), per il terzo anno consecutivo, ha lanciato il Bando Prevenzione con lo scopo di premiare imprese che hanno rielaborato il proprio packaging in un’ottica di sostenibilità. Come si legge sul sito, il progetto presentato deve far leva su almeno uno dei seguenti fattori: “riutilizzo, risparmio di materia prima, ottimizzazione della logistica, facilitazione delle attività di riciclo, utilizzo di materie provenienti da riciclo, semplificazione del sistema imballo e ottimizzazione dei processi produttivi”.
Anche un’altra iniziativa, gli “Oscar degli imballaggi”, dal 1957 premia gli involucri progettati o commercializzati in Italia: fra i requisiti oggetto di attenzione ci sono anche le performances ambientali.
Gli esempi citati dimostrano il valore della prevenzione nella filiera del packaging. Insomma, è meglio adottare misure finalizzate a ridurre l’impatto ambientale e impiegare meno materie prime, che dover poi gestire i rifiuti, recuperando così risorse e indirettamente profitto.
Ma, se per gli imballaggi “prevenire è meglio che curare”, non sempre è possibile mettere in pratica questa stessa regola per gli altri tipi di rifiuti (pensiamo ad esempio al legno o alla carta): è in questo contesto che il rifiuto può diventare un business a tutto tondo, costituire il know-how di un’impresa e diventare foriero di introiti e di guadagni.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
http://www.conai.org/prevenzione
http://www.istitutoimballaggio.it/
http://it.ibtimes.com/
http://www.conai.org/download-documenti
http://www.conai.org/prevenzione/pensare-al-futuro
http://www.conai.org/prevenzione/pensare-al-futuro/casi-di-successo
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[dropcap3]N[/dropcap3]el corso della nostra rubrica sull’innovazione e i suoi effetti sulle macro categorie sociali, abbiamo osservato più volte il diffondersi della tecnologia dell’informazione legata ai Big Data a imprese e aziende, nei più diversi ambiti.
Si sta registrando infatti un aumento costante di realtà imprenditoriali che investono in Big Data, in un panorama multiforme che vede differenti gradi di “approccio” ai dati.
A tal proposito è interessante una definizione delle aziende secondo uno schema piramidale che vede alla base i cosiddetti “data starters”, coloro che non hanno ancora sviluppato una governance in materia di Big Data. Sopra di loro i “data movers”, le aziende e gli imprenditori che hanno iniziato a impegnare risorse nel trattamento e analisi dei dati. Mentre il vertice è occupato dai “data innovators” che investono sui dati, ne estraggono valore, creano strutture di controllo e analisi avanzate.
Proprio le aziende innovatrici sono protagoniste di un fenomeno che riguarda la finanza e la movimentazione di capitali. I Big Data infatti, da oggetto di investimento, stanno diventando fattore di investimento da parte dei più importanti fondi internazionali. Il loro potenziale è talmente attrattivo da farli diventare leva per la finanza, in grado di “orientare” gli spostamenti finanziari in borsa. Tali investimenti possono riguardare proprio le aziende che producono “tecnologia Big Data” oppure imprese che impiegano risorse e capitali per sfruttare i Big Data a fini di governance.
[bctt tweet=”I Big Data, da oggetto di investimento, stanno diventando fattore di attrazione delle risorse.” username=”MapsGroup”]
Lo spiega Jacques–Aurélien Marcireau, lead portfolio manager di Edr Fund Global Data di Edmond de Rothschild Am, come riportato in questo articolo, dove si citano i casi di aziende che – investendo sui Big Data – hanno a loro volta attratto capitali. La maggior parte di questi flussi interessa società del mercato statunitense. Giganti come Google e società innovative come Illumina, che opera nel settore biotecnologico, oppure Inovalon, che è specializzata nell’analisi dei dati sanitari. Ma anche l’Europa è ormai pronta a ricevere le “attenzioni” degli investitori verso aziende innovatrici.
Uno dei titoli europei più attraenti è ad esempio Axa, il brand assicurativo diffuso a livello globale che investe in tecnologie all’avanguardia, come con lo sviluppo– grazie ai Big Data – di polizze auto personalizzate.
Ma da dove nasce l’interesse dei gruppi finanziari? Perché investire in aziende che hanno integrato strategie fondate sui dati? Come analizzato in uno studio condotto dall’ente di certificazione DNV GL – Business Assurance e dall’istituto di ricerca GFK Eurisko, le aziende che hanno investito e reso operativi piani relativi ai Big Data, ne hanno ricavato notevole vantaggio. Nello specifico, dall’analisi emerge come i benefici riscontrati siano reali e palpabili in termini di efficienza, “miglioramento dei processi decisionali” e della soddisfazione della clientela, risparmio di risorse economiche.
Il meccanismo è “esponenziale”: le aziende creano infrastrutture innovative e sistemi di governance supportati da analisi e informazioni ricavate dai dati, e i gruppi finanziari decidono di investire su quelle stesse imprese, proprio per il valore aggiunto del fattore Big Data. Così come il serpente di Nietzsche si morde la coda, i Big Data creano valore, in un ciclo di investimenti… Insomma, un “uruboro” applicabile in finanza!