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6MEMES TRENDS Data Complexity & Big Data Data Driven

Innovazione, non rivoluzione. Parliamo di Data Driven e luoghi comuni passando da Magritte. Di Anna Pompilio.

Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia.

Arthur C. Clarke

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[/sf_iconbox]Perché un pittore Belga in questa rubrica?

Quando, nel 1933, dipinge la “Magia nera“, Magritte è già ben cosciente dei suoi mezzi di artista. Rientrato a Bruxelles, dopo un soggiorno a Parigi dove ha aderito con convinzione al Surrealismo, si è stabilito, con l’inseparabile moglie Georgette, al pianterreno di una casetta di periferia. Per vivere disegna manifesti pubblicitari in un atelier che si è costruito in giardino. I suoi quadri, invece, li dipinge a un cavalletto, piazzato vicino alla porta che dà sul cortile. Per le riunioni con il gruppo dei surrealisti belgi c’è appena un tavolo tra la cucina e il salotto dipinto d’azzurro, dove Georgette suona il piano, mentre dall’attaccapanni dell’ingresso è appesa l’immancabile bombetta.”

[dropcap3]L[/dropcap3]eggevo ultimamente in un’intervista alla scrittrice polacca Olga Tocarczuck:la letteratura è una forma di resistenza, perché nemica di ogni idioma che tenti di rendere l’universo semplificato e uniforme, a scapito delle contraddizioni e delle identità multiple e polimorfe” e riflettevo su quanto il tema “il mio è un atto politico” oppure analogamente “è una forma di resistenza” sia ricorrente nelle esternazioni degli artisti – siano essi pittori, scrittori, intellettuali. Ci sono poi artisti – pittori, scrittori, intellettuali – che rafforzano l’atto politico della loro opera con la loro stessa esistenza: con le azioni e le piccole gesta quotidiane. Magritte, io credo, è uno di questi: si è convinto che, solo immergendosi fino in fondo entro gli schemi, sarà libero di scardinare, dall’interno, tutte le convenzioni.
Magritte sceglie dunque di scardinare i luoghi comuni con il grimaldello e per questo si candida a diventare il manifesto di questa rubrica.
Scardinare (con o senza grimaldello) i modelli ricorrenti e convenzionali dovrebbe essere l’urgenza della cultura dominante, del tessuto economico, della cultura aziendale e di chi vuole seriamente occuparsi di innovazione: che non vuol dire digitalizzare (parola ormai abusata e spesso svuotata di senso) o rifare in formato elettronico quello che si faceva prima con il cartaceo ma approfittare delle tecnologie disponibili per ripensare i processi in modo sostenibile, tenendo conto del contesto, dell’esperienza, delle mancanze ma anche delle cose buone fatte fino a quel momento, senza ricominciare da zero ad ogni cambio dell’organigramma o del contratto di fornitura ma trasformando il cambiamento in opportunità di crescita continua per tutti.
[bctt tweet=”All’interno di un circuito virtuoso di innovazione, il riciclo delle buone pratiche va di pari passo con la ricerca di rinnovamento.” username=”MapsGroup”]
Il riciclo delle buone pratiche deve andare di pari passo con la ricerca di rinnovamento. La tecnologia DEVE cambiare il modo di lavorare ma la perdita di memoria all’interno dell’organizzazione non aiuta, così come l’incapacità di tener conto dei molteplici punti di vista: “il mondo è troppo complesso per essere racchiuso in un’unica narrazione”.
Innovare è quel lavoro da fare ogni giorno, con partecipazione, con costanza, senza sbandieratori e senza rivoluzioni (anche perché la rivoluzione è cosa da giovani e il nostro si sa, è un paese di non proprio giovanissimi ;-)).

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[/sf_iconbox]Il peso della maturità: la margarina, i processi e l’anagrafica aziendale

Rimanendo in tema di innovazione sostenibile cosa succede in un Paese dove la popolazione con più di 60 anni supera gli under 30? A dar retta al chimico francese Michel Eugène Chevreul e a quello che si legge in internet l’innovazione non è questione anagrafica, anzi. Per cui superati gli anta, se abbiamo un po’ di chimica nel sangue contribuiamo a inventare la margarina, se invece siamo sommersi di carta proviamo a innovare i processi, a rincorrere l’interoperabilità, l’integrazione, il data driven.
La questione anagrafica se così si può sintetizzare ha una duplice chiave di lettura: da un lato c’ è la media anagrafica dei collaboratori ma qui le considerazioni lungi dall’essere generalizzate possono solo riferirsi alla singola realtà: un conto è una start up che sviluppa videogiochi, un conto è una società di ingegneria dei trasporti che esiste da qualche decennio.
La seconda riguarda invece il ciclo di vita dell’azienda: una realtà presente sul mercato da illo tempore ha al suo attivo un background di procedure, standard, adempimenti in qualità, dati, processi di integrazione, carta nei cassetti e armadi pieni di faldoni – ma anche banalmente partite contabili ancora da ammortizzare, privilegi da preservare – ecc. che si sono sedimentati nel tempo e qui l’innovazione deve essere per forza pesata: una “rivoluzione” che spazza via il passato come una bomba di antica memoria lascia macerie da smaltire e rischia di essere francamente insostenibile.
[bctt tweet=”La rapidità di innovazione e il contesto globale apre orizzonti di senso che non sono gestiti e non sono molte le persone in possesso degli strumenti critici necessari per rispondevi culturalmente…” username=”MapsGroup”]
Perseguire nel pregiudizio romantico dell’innovazione come punto di “rottura” violenta con il passato – affidata a generazioni spesso (tecnicamente) inconsapevoli da un management che ha difficoltà a silenziare le notifiche del cellulare – senza tener conto del pregresso, del contesto attuale e dei rapporti spesso conflittuali tra le persone, delle inevitabili lotte intestine, dei divari di competenze e senza gestire il cambiamento non può che condurre al fallimento. La rapidità di innovazione e il contesto globale apre orizzonti di senso che non sono gestiti e non sono molte le persone in possesso degli strumenti critici necessari per rispondere culturalmente alla complessità o provare a ridurla senza per questo banalizzarla.
(Per inciso la storia di Michel Eugène è affascinante: nella prima parte della sua vita contribuisce all’ invenzione della margarina, a cinquant’anni pubblica studi sulla luce e sul colore che influenzeranno i pittori divisionisti, dopo i novanta diventa uno dei pionieri di una nuova disciplina – la gerontologia – e pubblica il suo ultimo libro a centodue anni. Il suo nome è scritto sulla torre Eiffel. Tra l’altro la margarina a mio avviso fa molto Belgio e Magritte, il che è surreale considerando che i belgi (come i francesi del resto) preferiscono sicuramente il burro…:-)).

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[/sf_iconbox]Di anagrafica in anagrafica: il lato umano del dato

Quello che tipicamente si tenta di fare oggi a partire dal patrimonio aziendale dei dati è la loro elaborazione attraverso piattaforme innovative e integrate basate sull’utilizzo condiviso (cloud collaboration) di basi dati di formati diversi ed eterogenei (dati cartografici, anagrafici, catastali, immagini georeferenziate ecc.).
C’è tuttavia un prerequisito da tenere a mente ai fini di una corretta gestione del dato aziendale: per essere a disposizione di tutti deve essere prima di proprietà di qualcuno. Mi spiego meglio: il dato da aggregare deve essere responsabilità in primis di chi lo inserisce e aggiorna su uno o più sistemi (solitamente in una anagrafica, per restare in tema) da cui tutti gli altri attingono. Attenzione: non c’è nulla di innovativo in tutto questo, succede da anni.
Succede anche (da anni) che chi ha la responsabilità di quel dato non sempre ha l’opportunità di aggiornarlo tempestivamente per cui si creano situazioni in cui non è possibile ad esempio rilasciare un’autorizzazione per un lavoro in cantiere perché non è stato aggiornato sui sistemi aziendali il codice fiscale dell’impresa esecutrice (invento, ma mica tanto). In questo scenario ci saranno ritardi nel chiudere l’attività, nel gestire l’avanzamento fisico e contabile, l’impresa esecutrice non riceverà il pagamento tempestivo delle fatture, dovrà ricorrere al credito e tutto questo come minimo finirà per erodere le risorse destinate agli investimenti in innovazione.
Succede dicevo da anni, ma oggi c’è un altro tipo di incognita di cui tener conto: il timore della risonanza del dato, intendendo per risonanza quanta visibilità ha il dato in azienda e quanti potrebbero puntare il dito verso il responsabile dell’aggiornamento per la propagazione di un’informazione errata.
[bctt tweet=”Quello che tipicamente si tenta di fare oggi a partire dal patrimonio aziendale dei dati è la loro elaborazione attraverso piattaforme innovative e integrate basate sull’utilizzo condiviso di basi dati di formati diversi ed eterogenei. ” username=”MapsGroup”]
Se per errore raddoppio l’importo di una commessa e questo nuovo importo si diffonde rapidamente su tutti i sistemi, chiunque lo utilizzi sarà portato, a cascata, ad aggiungere altri errori al primo con una sorta di effetto domino che potrebbe essere drammatico se utilizzato da sistemi basati sull’Intelligenza Artificiale, qualora non dovessero essere in grado di accorgersi immediatamente dell’incoerenza. Oltretutto se un tempo la questione poteva essere risolta all’interno, oggi il colloquio continuo e la trasmissione verso banche dati di soggetti esterni – enti pubblici, pubblica amministrazione, forze dell’ordine, prefetture, … – aggiunge un ulteriore livello di complessità.
Le incognite quindi sono molteplici: come e dove far aggiornare tempestivamente un dato distribuito? Come si supera la ritrosia di chi pensa che il male minore sia il mancato aggiornamento piuttosto che il rischio di errore o imprecisione? O che si tratti sempre e comunque di una inutile perdita di tempo: il dato è mio e se l’azienda lo vuole mi convinca a “cederlo”.
La risposta a questi e mille altri quesiti quella sì, dovrebbe essere basata sulla capacità di immaginare nuovi mondi possibili, di uscire dalla logica degli “standard” (standard grafici, standard di sviluppo, ecc.) e di creare un substrato (software) che si auto alimenta e arricchisce grazie all’utilizzo di piattaforme diverse e integrabili sviluppate da anime differenti in una sorta di pluralismo che rispecchia quelle identità multiple e polimorfe di cui narrano gli scrittori e che possono dar vita a soluzioni innovative ma sostenibili: applicazioni che permettono all’utente di correggere autonomamente e tempestivamente gli errori o che consentono di monitorare fasi predefinite del processo in modo facilitato attraverso semplici app; piattaforme multi cloud; sistemi predittivi; intelligenza artificiale…
Ma anche nuovi modelli formativi, informazione tempestiva diffusa attraverso nuovi strumenti di uso quotidiano (e non necessariamente con le solite mail), nuovi paradigmi di rappresentazione (questo non è un numero: 50.8419058 4.3590139 è il museo Magritte:-) e così via.

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[/sf_iconbox]Un esempio di innovazione sostenibile

Supponiamo che ci venga richiesto di gestire “informaticamente” le attività che concorrono alla produzione della documentazione per la presentazione della SCIA antincendio e la trasmissione delle Attestazioni di prestazioni energetica degli edifici.

Di cosa si tratta? La presentazione della SCIA antincendio ricorre quando le opere realizzate in un appalto comprendono anche attività soggette ai controlli dei Vigili del Fuoco, mentre la produzione degli attestati di prestazione energetica degli edifici si rende necessaria quando è applicabile la normativa sul contenimento dei consumi energetici e l’impiego di energia da fonte rinnovabile.

Se ci limitassimo a digitalizzare il processo si potrebbe banalmente pensare di sviluppare funzionalità di archiviazione della documentazione prodotta, di mettere a disposizione la modulistica in formato digitale o di gestire le scadenze… Ma invece di partire dalla conta delle scartoffie perché non cominciare dal progetto dell’edificio?
[bctt tweet=”Se ci limitassimo a digitalizzare il processo si potrebbe pensare di sviluppare funzionalità di archiviazione della documentazione,  mettere a disposizione la modulistica in formato digitale o gestire le scadenze… ” username=”MapsGroup”]
Il flusso in tal caso potrebbe iniziare dal caricamento nella piattaforma applicativa scelta di un progetto, magari realizzato in BIM – questo potrebbe aprire un ulteriore scenario di innovazione per il passaggio ad es. da CAD a BIM – e a partire dal dato progettuale andare ad effettuare i controlli richiesti dalla normativa attraverso il caricamento tramite un’app di foto scattate nell’edificio e la segnalazione di eventuali non conformità che saranno assegnate automaticamente dal sistema a un utente che dovrà poi mettere in pratica le misure necessarie al superamento della segnalazione…
Tutto questo mentre l’ente esterno, che accede alla stessa piattaforma, controlla lo stato avanzamento della “pratica” evitando inutili scambi di file, mail, pec, protocolli, allegati, errori di trasmissione, sigle incomprensibili, slittamenti dei termini, incertezza, ritardi, richieste di deroga. Senza contare la possibilità di utilizzare gli stessi dati per fini statistici. Troppo poco innovativo? Si fa sempre in tempo ad aggiungere un drone che scatta foto dall’alto all’edificio e scannerizza gli impianti:-).
 

La complessità delle organizzazioni e dei processi (anche quando sono ben definiti e normati come nell’esempio: presentazione dell’ istanza di valutazione del Progetto ai fini della SCIA) richiede un approccio organizzativo sistemico: non si tratta di “scomporre” classicamente il progetto secondo un flusso lineare ma guardare all’intera organizzazione, ai legami, alle dipendenze, alle integrazioni…

 

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[/sf_iconbox]In nome del Papa Re

Per chi mi conosce un po’ la scelta di utilizzare come fonte di ispirazione Magritte, il grimaldello, parole chiave come “sostenibilità” (così del resto come il mio recente acquisto di un classico e intramontabile capo di abbigliamento, il cappotto cammello:-) – ha un che di sorprendente, sapendo della mia spiccata inclinazione alla rissa.
Si potrebbe dire quasi, tornando alla famosa questione anagrafica, che si tratta di una scelta di maturità. O forse molto più semplicemente, come disse Monsignor Colombo nel famoso film di Luigi Magni: “i ribelli morono sempre a vent’anni, pure quanno nun morono”.
E… Già che si è parlato all’inizio di Georgette e Magritte, c’è una famosa foto della famiglia intitolata “René and Georgette Magritte with their dog after the war” da cui Paul Simon ha tratto ispirazione per una delle sue bellissime canzoni, intitolata esattamente “René and Georgette Magritte with their dog after the war“. Quando i geni comunicano e lo fanno – incredibilmente – senza ausilio di piattaforme di collaborazione;-)
 
[highlight]FONTI E APPROFONDIMENTI[/highlight]


Credits immagine di copertina:
Rielaborate:

ID: 7075441, di Melanie Lemahieu§
ID: 107812667 e 25022353 di Kheng Ho Toh

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Data Driven

Raccogli il Dato e mettilo da parte. Dalla digitalizzazione alla datizzazione.

[dropcap3]I[/dropcap3]n uno dei nostri articoli precedenti, Big data e Shahrazàd: mille e un dato”, abbiamo parlato della possibilità di raccogliere, analizzare e utilizzare i dati come della fine di un percorso che fatalmente ne apre un altro, richiamando concetti quali ciclicità, replicabilità e serialità.
E con una similitudine delle nostre – rievocando il Sultano delle “Mille e una Notte”– abbiamo messo l’accento su un dato di fatto: “Nel mondo dei Dati (…) il passaggio tra la fine di una cosa e l’inizio di un’altra è assai meno cruento: qui davvero niente si distrugge ma tutto – potremmo dire in parafrasi – si moltiplica, trasformandosi.
I dati, proprio come varianti di una storia, mattoncini di un’infrastruttura o molecole di atomi differenti, possono dare vita, grazie ai diversi legami che si possono intrecciare tra loro o con qualcos’altro, a un numero pressoché inesauribile di altri tracciati informativi.”

Per proseguire ora il discorso e cercare di capire cosa avviene prima e dopo tale limina, facciamo riferimento alla tassonomia proposta dall’indice del libro “Big data. Una rivoluzione che trasformerà il nostro modo di vivere, di Mayer-Schönberger Viktor e Cukier Kenneth N., che illustra procedimenti di raccolta, analisi e riuso dei Dati che attraversano più limine, più soglie.
Come in tutti i processi successivi, infatti, tali dati – ancor prima di essere analizzati, filtrati e riorganizzati – seguono percorsi di trattamento differenti, ma tutti con la medesima finalità: trasformare dati disomogenei e di varia natura, assieme ai loro contenuti, in dati comparabili tra loro, certo, ma solo per andare oltre, in un’attività affatto nuova.
Sottolineiamo infatti come l’inizio del processo di “registrazione”, raccolta ed elaborazioni delle informazioni da parte degli esseri umani, corrisponde di fatto al superamento della linea di demarcazione tra società primitive e società avanzate.
Tutta la nostra evoluzione, in fondo, non è altro che questo, pur con drammatiche cadute ed errori anche d’interpretazione: cercare di decifrare la realtà in cui siamo immersi, non solo per garantire la nostra sopravvivenza, ma anche per dare una risposta alla nostra innata necessità di conoscenza.
Oggi, tale processo di estrapolazione, allocazione e riuso delle informazioni, avviene su larghissima scala attraverso quello che viene definito processo di Datizzazione, volto, per citare Mayer-Schönberger Viktor e Cukier Kenneth, N., aquantificare il mondo”.
In tale processo – che, ricordiamolo, è altra cosa rispetto alla digitalizzazione, attività con cui le informazioni si convertono in codici binari affinché possano essere processati dai computer – sono innumerevoli le fonti da cui attingere, in pressoché illimitate forme, trasformando tutto – anche le parole, le immagini, le geo-localizzazioni e le interazioni – in Dati.
[bctt tweet=”Dalla digitalizzazione alla datizzazione, informazioni per quantificare il mondo.” username=”MapsGroup”]
Più in specifico, tornando al tema dei Big Data, tale processo di conoscenza, catalogazione, analisi e ri-aggregazione delle informazioni, si può effettuare a partire da due macro-tipologie di Dati, quelli diciamo così “sedimentati” – Data Mining, e quelli invece “in azione” – Data Driven.
Ed è importante mettere a fuoco come, da una materia prima all’apparenza così differente – in una serie successiva di attività cicliche, replicabili e serializzabili – si possano estrarre da entrambe le tipologie di dati informazioni da un lato “pulsanti” e per niente cristallizzate (nel loro potenziale significato) e dall’altro “stabili” e attendibili nella loro capacità in potenza di rappresentare o predire ulteriori evenienze.
Una caratteristica dei dati sedimentati, infatti, è sì quella di essersi stratificati nel tempo, e tuttavia la loro natura si presta all’azione, là dove la scintilla di una domanda, una ricerca o un’analisi può accendere tali dati, movimentandoli e infine estrapolandoli in informazioni complesse capaci di raccontarci ben di più della loro semplice storia.
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[highlight]Alcuni esempi di dataset in cui rintracciare tali dati (DATA MINING):[/highlight]
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] database con i nostri dati personali;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] cataloghi di prodotto;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] librerie online;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati bancari e finanziari;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati produttivi;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati clinici;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati di vendita;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati su review.
[/boxed_content]
Allo stesso modo i dati raccolti nei flussi in cui sono immersi, se guardati attraverso la lente in real time di un Grande Fratello appositamente istruito, catturano, rappresentano e rilasciano modelli e dati aggregati, che si muovono nell’insieme in cui dispiegano i loro (potenziali) significati, e attraverso tali informazioni si può arrivare a conclusioni e informazioni capaci di durare nel tempo e costituire base solida di partenza per altre esplorazioni.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
[highlight]Alcuni esempi di flussi di dati (DATA DRIVEN) in cui agire in real time:[/highlight]
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] tutte le comunicazioni che avvengono sui Social;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] informazioni sui consumi in tempo reale di materie prime (energia, acqua, gas…);
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati relativi ai trasporti e alla movimentazioni di persone e merci;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati relativi alle telecomunicazioni;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati relativi al clima e alle condizioni dell’ambiente;
[/boxed_content]
Basta insomma “grattare” appena sotto la superficie all’apparenza fredda e opaca di questa materia per trovarsi immersi in un oceano – o meglio in un Data Lake – nelle cui acque possiamo raccogliere e convertire ogni sostanza in “essenza”. Alla ricerca mai compiuta di risposte concrete anche alle nostre domande all’apparenza più immateriali.

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Big Data & C. Data Driven

Turismo e Sentiment online: Pizza e mandolino in Real Time!

[dropcap3]S[/dropcap3]embra una frase fatta, quella del nostro titolo, ma è proprio così. D’altra parte, come cantava il rimpianto Pino Daniele, Fatte ‘na pizza c’a pummarola ‘ncoppa, vedrai che il mondo poi ti sorriderà.
Il monitoraggio che abbiamo avviato sulle conversazioni online in ambito turistico, attivo dal primo gennaio alla fine di maggio di quest’anno, sembra confermare che la pizza – o meglio le pizzerie – sono nelle citazioni ed espressioni di davvero tanti italiani. Intanto una prima classifica di propensione alla chiacchiera su social – dove (ma che lo diciamo a fare) Twitter impera: Lazio, Lombardia, Veneto, Toscana ed Emilia Romagna sono le aree geografiche in cui si posta, condivide, cita di più online.
E, come si vede dal grafico a torta riportato qui sotto, i canali Social hanno surclassato le altre fonti online: web, forum, blog, mainstream…
 

turismo-social-media

 
Certo, i primi argomenti di conversazione sono un po’ più, come dire, culturali… sono le città stesse, le loro piazze, i loro musei e i loro capolavori artistici, ad avere il primato delle conversazioni. A seguire gli eventi musicali, gli spettacoli e i concerti. Quindi non possiamo tacciare i nostri connazionali né di insensibilità culturale e tanto meno di superficialità di argomenti.
E tuttavia, approfondendo il focus sul tema “enogastronomia”, scopriamo che gli argomenti più gettonati riguardano – come anticipato – i ristoranti e le pizzerie, che magari propongono una serie di “eventi culinari” a volte molto originali.
[bctt tweet=”Non in tutte le regioni italiane la Pizza ha un’egemonia incontrastata :-)” username=”MapsGroup”]
Analizzando ancora più in profondità le conversazioni, vediamo però che non in tutte le regioni italiane la Pizza ha un’egemonia così incontrastata: in Toscana, ad esempio, anche la categoria di conversazioni sulle proposte enogastronomiche più “natural” (relative ad esempio agli agriturismi) si difende bene, con iniziative culturali inedite, ad esempio sul “Cibo da strada”.
Un’ultima curiosità? Mentre twitter si conferma campione per la comunicazione in diretta, Facebook mostra la sua attitudine anche in questo campo rispetto alla funzione di customer care: tra viaggiatori stessi, ad esempio, che si danno reciproche indicazioni su dove andare e come…
Pizza e mandolino sì, dunque, ma rigorosamente online.


CARATTERISTICHE DEL MONITORAGGIO
Monitoraggio riguardante: le principali città d’arte nelle regioni italiane.
Periodo: dal 1 gennaio al 1 giugno 2016
Lingua: italiana.
Fonti: Weblog, Q&A, Social Network, Forum e Review.
TEMI ANALIZZATI
Offerta turistica. Sono state individuate le tipologie di prodotto turistico nei settori:
– Archeologia.
– Archivi e Biblioteche.
– Chiese e Santuari.
– Musei e Teatri.
– Palazzi storici.
– Torri e Castelli.
– Concerti.
– Fiere e Sagre.
Argomenti di conversazione. Sono stati classificati in:
– Ambiente e territorio.
– Enogastronomia.
– Eventi.
– Servizi al turista.
– Storia e arte.
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Big Data & C. Data Driven Data Mining

Big Data Vision: Ultra, Extra, Large, Medium, Small… Invisible!

[dropcap3]A[/dropcap3]ccade spesso che la parola “visione” sia utilizzata in una declinazione che – attribuendo al termine stesso un’aura toti-potente, rimanda a scenari ultra-naturali, capaci di produrre effetti dirompenti. Una delle sue definizioni etimologiche, d’altra parte, cita: “Vista, spettacolo che colpisce in modo particolare, sia positivamente sia negativamente”.
Questa parola multi-forma, dalle tante varianti, può anche lambire le aree semantiche dell’utopia o addirittura del delirio, anche nella sua accezione subdolamente dispregiativa: “Fantasticheria priva di reale fondamento, utopia, progetto irrealizzabile”.
Eppure, almeno altrettante volte, lo stesso termine, nella sua variante inglese vision, richiama ambiti più prosaici, come accade nel marketing aziendale, dove al termine corrisponde addirittura uno dei due pilastri tradizionali dell’identità d’azienda (l’altro è quello pertinente all’inflazionatissima mission): “Modo di vedere, concetto o idea personale che si ha in merito a qualcosa”. Il tutto, non dimentichiamolo, finalizzato al business, concetto più che mai concreto.
A quale pro dunque l’esistenza di una parola che abbraccia orizzonti semantici capaci di passare dalla magia alle strategie di marketing – sempre che nel marketing non vi sia davvero qualcosa di, come dire… fuffologico 😉 ? Ma soprattutto: cosa c’entra tutto ciò con l’innovazione, il futuro e i Big Data?
Ancora un po’ di pazienza. Risaliamo insieme la radice della parola sino al suo sememe originario, la cui etimologia deriva dal latino visio-onis, derivazione di videre «vedere», e il cui participio passivo è visus, che attinge fin dal suo esordio a un’azione nitida e ben definita, quella relativa alla capacità di sguardo che, per sua natura, “vede”. Ovvero registra, osserva, raccoglie, trattiene, conserva, in un “processo di percezione degli stimoli luminosi, la cui funzione è la capacità di vedere.”
Questa parola-azione configura quindi, e innanzitutto, la capacità-possibilità di accogliere in sé qualcosa che non ha (ancora) una rappresentazione né codificata e tanto meno condivisa, ma che, in una serie di attività cognitive capaci di riveberi passivi e istanze transitive, si dispiega in un vero e proprio “processo di azione (…) capace di (…) vedere una cosa per esaminarla, trarne notizie utili”.
Tale ricchezza di varianti, dunque, implicita nella definizione di visione, mette a fuoco una serie di azioni che sono tra loro non tanto complementari, quanto sequenziali: per poter vedere qualcosa occorre innanzitutto distinguerla dall’orizzonte sterminato delle altre possibilità di significato e, nello stesso tempo, occorre reimmergerla in un contesto, attribuendovi un giusto contorno semantico. Per poter vedere qualcosa, insomma, non basta percepirne l’esistenza, ma occorre saperla circoscrivere, descrivere, o meglio, connotare.
È in questa capacità all’apparenza contraddittoria e quindi strabiliante – squisitamente umana – che ciascuna visione prende la forma innanzitutto di colui che guarda, ancor prima che di ciò che è visto.
Non a caso, visionari, sono stati descritti sì poeti e pittori, ma anche architetti e scienziati, politici e imprenditori, e certamente esploratori, filosofi, inventori… tutti coloro, cioè, che – procedendo probabilmente per balzi, anziché seguire percorsi lineari – non solo hanno guardato, e visto, quel che avevano innanzi, ma anche quello che c’era (o poteva esserci) intorno e oltre, molto più avanti, o magari indietro.
E qui ci ricongiungiamo finalmente al topic della nostra visionaria – psichedelica, psicolabile? – divagazione: se sino a pochi decenni fa quello che era visibile era circoscritto da confini percettivi (non necessariamente sensoriali, ma comunque fisico-chimici o al limite astratto-matematici) oggi le attuali capacità di analisi, elaborazione e calcolo – se agite e “lette” insieme – rendono questa capacità di visione estendibile all’ennesima potenza, grazie a una mole di informazioni mai rese disponibili prima e a una possibilità di elaborazione mai sperimentata. Del tutto astratta, all’apparenza, eppure più che mai reale e concreta, e infine predittiva.
Cosa manca ancora a tutto ciò per poter risplendere nel proprio corollario di luce? Manca come al solito – come sempre – la capacità di una visione preliminare. Quella cioè che permette di immaginare gli eventi prima che questi si mostrino nella forma che prenderanno, quella che consente di fantasticare su tutto ciò che, seppure di là ancora da essere veduto, ha solide fondamenta di probabilità, capaci di sostenere non più utopie, ma ipotesi concrete e realizzabili di progresso.
Non a caso, allora, l’attenzione di chi tenta di esplorare e governare questi potenziali orizzonti di conoscenza – come bene illustra questo articolo – si sposta verso la Data Visualization, una pratica che insegue la forma e il contenuto dei Dati prima che i loro significati si concretizzino, al fine di darne una rappresentazione in grado di “guidare” ogni inferenza e azione di immaginazione, ancora prima che di strategia e messa in opera.
Scopriremo quindi insieme come, nel prossimo articolo, i dati possono essere disegnati ancor prima di essere visti… Sempre che nel frattempo non siamo stati, noi stessi, preda di strane visioni!

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Data Driven Medicina & Narrazione Sharing Knowledge

Dica 33… come ti “disegno" l'influenza!

[dropcap3]E[/dropcap3]sistono parole in grado di evocare nel tempo, con effetto più o meno dirompente, scenari se non apocalittici perlomeno inquietanti. Così accade per il termine “influenza”, sia nel suo significato afferente all’area semantica della malattia sia in quello relativo al possibile senso di condizionamento che la parola porta con sè, declinazioni che sono entrambe in grado di evocare un elevato quanto sottinteso potenziale di “contagio” e “diffusione”.
E se nell’antichità varie tipologie di influenza (intese nel loro più ampio spettro virologico) e di malattie sono state protagoniste di eccidi e vere e proprie pulizie etniche, come la peste nera nel Trecento o l’influenza spagnola di inizio secolo, per citarne solo alcune, le malattie di ritorno, che nuove condizioni di vita ai limiti della sopravvivenza riportano letteralmente in vita, interessano oggi anche noi.
I contatti fra le varie parti del mondo, resi più facili dai processi della globalizzazione, richiamano infatti di nuovo l’attenzione su malattie come tubercolosi, colera, tifo e malaria. Ma si riverberano anche in nuove tendenze sociali (ad esempio in un differente atteggiamento verso i vaccini, più sospettoso, in grado poi di comportare un incremento di “vecchie” malattie, quali ad esempio il morbillo e la meningite.
Senza contare i vari allarmi – più o meno fondati in quanto a effettiva diffusione planetaria – che a mesi alterni i media annunciano a piena voce, con malattie dai nomi sempre più “marcati” anche dal punto di vista comunicativo, come Ebola, che ha causato migliaia di morti in Africa, e il virus Zika che va diffondendosi in tutto il mondo causando in Sud America un’emergenza sanitaria, come si può vedere in questa cartina.
D’altra parte, come abbiamo già dato conto in questo articolo, la malattia è un fatto sociale in sé, con il suo carico da novanta non solo in termini fisici, ma anche culturali, che ci ricorda – se per caso ce ne fosse bisogno – della caducità non solo di noi esseri viventi in quanto singoli, ma anche e forse soprattutto delle nostre organizzazioni sociali che, come ogni entità complessa, si rivelano molto fragili una volta che ne venga minato qualche “mattoncino” di base.
Con un impatto molto meno catastrofico, ma crediamo interessante, 6memes ha voluto metterci del suo, attivando dal mese di novembre 2015 un monitoraggio su Twitter sull’influenza, quella nostrana, di casa nostra, portatrice di sintomi fastidiosi, a volte anche complicati in caso di forme particolarmente virulente od organismi ospiti debilitati. Ne abbiamo seguito il diffondersi non solo nelle case degli italiani, ma anche nelle loro conversazioni che, come visibile nella cartina dinamica qui sotto, si contagiano e condizionano a vicenda parlando di gradi di febbre, sintomi delle vie aeree o gastrontestinali, cure drastiche o fai da te. Con un avviso: guardate la cartina d’Italia: vedrete il “virus” muoversi come uno sciame d’api! All’occorrenza, dunque, fuggite! O almeno tappatevi in casa…

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monitoraggio-influenza
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CARATTERISTICHE DEL MONITORAGGIO

Temi oggetto del monitoraggio: bronchite, febbre, mal di gola, influenza.
Periodo: dal 1/11/15 al 22/3/16.
Lingua: italiano.
Fonti: Twitter.
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Big Data & C. Data Driven

Cultura e innovazione in Italia: eppur si muovono!

[dropcap3]S[/dropcap3]ul legame indissolubile tra l’arte e la sua divulgazione non mancano certo le argomentazioni, più o meno retoriche. Su come questo legame, una volta rinsaldato, possa trasformarsi in una fonte di sviluppo culturale ed economico non solo sostenibile, ma fortemente auspicabile, neppure.
Tuttavia, quando solleticato, il tema si mostra sensibile.
È di quest’estate l’onda di polemiche roventi indirizzate al Ministro Franceschini che ha indicato sette Direttori stranieri sui venti nominati alla guida dei principali poli museali.
L’iniziativa ha provocato uno slancio di campanilismo da parte di molti, verso quegli stessi musei che tanto spesso sono ignorati, magari proprio dalla Madre Patria.
Ecco allora che le conversazioni degli italiani stessi – o meglio di quella parte che utilizza i social – analizzate online, sono interessanti nel rivelare un picco di engagement mai più raggiunto, come si vede da questo grafico:

Conversazioni Musei
Grafico delle conversazioni online sul tema dei musei italiani.

Certo simili rumors non sono sufficienti per un’inversione di tendenza. In Italia infatti l’accoppiata tra lo sterminato patrimonio artistico esistente e le indispensabili pianificazioni strategiche per farne un vero e proprio valore, è ancora relegata allo status di relazione occasionale, lasciata alla passione dei singoli operatori culturali, e non certo strutturata all’interno di politiche condivise.
I motivi traggono i loro fondamenti da molte questioni, tra cui una gestione accentrata del sapere da parte dei cosiddetti intellettuali che ne hanno fatto per decenni un uso esclusivo, eludendo spesso la propria funzione divulgativa e di mediazione, oltre a una certa visione dell’arte come bene superiore e intangibile, da non contaminare e “abbassare” a qualsivoglia performance.
Il settore è stato penalizzato anche dallo scarso investimento da parte di una classe dirigente impegnata su altri fronti più speculativi e dunque più remunerativi, con una certa miopia di breve e lungo periodo sulle fonti strategiche di valore diretto e indotto – culturale, certo, ma anche economico – reperibile nel nostro territorio.
Eppure, fatti ed esperienze – spesso oltre confine – dimostrano, numeri alla mano, che non è vero che la qualità culturale è per forza legata a nicchie di consumatori sparuti e saccenti, e che anzi si può benissimo diffondere e moltiplicare, come ogni sapere che si rispetti, e generare valore anche economico, con beneficio per tutti, imprenditori compresi.
Un esempio significativo lo porta questo articolo del Daily Bruin, che mostra come la condivisione sui Social abbia portato nuovo interesse intorno ai Musei e all’arte. Anche iniziative come il Museum Selfie Day, tenutosi lo scorso 21 gennaio, dimostrano il potenziale di interazione tra i Social Media e la rete in generale e il diffondersi di una sensibilità verso cultura e arte come beni comuni e veramente “condivisi”.
E, finalmente, qualcosa sembra muoversi anche da noi. È di questi giorni un’altra notizia uscita tramite un comunicato del Ministero della Cultura che mostra un’inversione di tendenza apprezzabile: una Startup italiana ha siglato un accordo per fornire ai principali musei italiani e al Ministero uno strumento per monitorare e misurare l’appeal e la reputazione online dei musei interessati.
Anche il nostro blog, del resto, ha deciso fin dal mese di Agosto, proprio nei giorni del dibattito sulle nomine, di monitorare proprio quei venti musei: animati da uno spirito non polemico, e tuttavia “birichino” grazie a Webdistilled di Maps Group – abbiamo dato il via a un monitoraggio online che raccoglie i dati a partire da Luglio, per vedere chi, tra i nuovi grandi Direttori, si sarebbe mosso meglio a livello di comunicazione online e non solo. Ci siamo così immaginati una sfida, una gara, tra chi di loro fosse riuscito a movimentare meglio le acque dell’informazione sul proprio museo. E i risultati ci sono, come si può vedere in questo grafico che mette in evidenza quantitativa la capacità di ogni museo di far parlare di sé su Socialnetwork, Mainstream, Press e Weblog:

Analisi comunicazioni online musei italiani
Clicca sull’immagine per ingrandire il grafico

Il monitoraggio*, che intercetta le conversazioni secondo numerosi indicatori, riferibili sia a tutti gli elementi afferenti alla sfera turistica in generale (come le visite a siti archeologici e monumenti, la partecipazione a eventi, la fruizione di strutture ricettive e le esperienze enogastronomiche) che ai servizi e alla gestione dei Musei (come ad esempio l’accessibilità, la sicurezza, i costi, l’innovazione tecnologica…), è tuttora attivo, così che a cadenza bimestrale rilasceremo un report che darà conto dei nuovi sviluppi museo per museo, con un’importante precisazione: come tutti i test di questo tipo, anche il nostro non pretende né di essere esaustivo né statisticamente significativo.
La nostra, infatti, non è una Giuria: ma è la raccolta del “chiacchiericcio” dei Social, quello tuttavia che muove  l’onda, trasmette le notizie, si trasmuta in possibili visitatori in carne ed ossa, e in altrettante anime toccate magari dalla bellezza.
Un’arte anche questa, del resto: diffondere. Come l’eco insegna, e pure l’onda!


*Caratteristiche del monitoraggio

Monitoraggio:  i 20 musei i cui direttori sono stati nominati dal ministro Franceschini lo scorso agosto.
Periodo: dal 26/06/2015 fino ad oggi.
Lingua: lingua italiana.
Fonti: Weblog, Q&A, Social Network, Forum e Review.
Numero clip: le clips considerate sono state oltre 1.350.000.
Temi analizzati: offerta turistica.
Prodotti individuati (in breve): archeologia, archivi e biblioteche, chiese e santuari, musei e teatri, palazzi storici, concerti, fiere, sagre.
Strutture ricettive: tipo di struttura utilizzata per il pernottamento.
Argomenti (in breve):  ambiente e territorio, dati (relativi alle presenze nel museo, orari, info, gestione del personale), enogastronomia, eventi, istruzione, innovazione, storia e arte.
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Data Driven

Via la corrente? Non c'è problema: tutti al telefono!

[dropcap3]D[/dropcap3]i tutti gli effetti collaterali che la mancanza di elettricità può generare, quello del conseguente picco di comunicazioni è il meno sorprendente di tutti, almeno a prima vista. È infatti tipico, in caso di imprevisti, cercare immediatamente di orientarsi rispetto alla nuova situazione, ed è normale che questo tentativo di adattamento passi in primo luogo dall’intercettare informazioni dai propri simili.
Ma se un tempo, non appena andava via la corrente elettrica, bastava affacciarsi dalla finestra di casa per chiedere a un vicino se anche a lui (o lei) mancava la luce, oggi il metodo più rapido per avere notizie certe è quello di chiamare qualcuno al telefono. Anzi, con l’invasione dei social media da cui tutti siamo presi, non serve più nemmeno telefonare. Bastano un post o un tweet ben piazzati, e il gioco è fatto.

Alla finestra di questo flusso di conversazioni, da qualche mese – come preannunciato dal precedente articolo – ci siamo messi noi. Ad osservare, attraverso la lente di Webdistilled, come quando e perché le persone parlano di corrente elettrica. Che manca. Che forse tornerà. Ma quando???
Per fortuna di tutti, in linea di massima e salvo imprevisti, le organizzazioni complesse che necessitano in maniera vitale di corrente elettrica (ospedali, aeroporti etc) sono dotati di gruppi elettrogeni in grado di supplire all’assenza della fonte usuale di elettricità.
Ma cosa accade invece al singolo cittadino, che invece la mancanza di corrente la subisce, eccome?
Siamo andati a curiosare tra i commenti e le cifre che il nostro monitoraggio – VISIBILE CLICCANDO IL PULSANTE QUI SOTTO, e tuttora attivo – ha prodotto dal febbraio ad oggi, alla ricerca di spunti e conversazioni sul tema.
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Che cosa ci raccontano i flussi di dati di questo “video” in tempo reale? Ci svelano una serie di cose che noi umani potevamo forse immaginare, e altre invece no.
Per quanto riguarda i picchi di conversazioni in occasione dei blackout, come è visibile dal grafico sottostante, tra le tante, piccole impennate di conversazioni registrate, si mettono in evidenza due picchi principali: uno generatosi attorno alla prima settimana di Luglio, dovuto in gran parte all’accensione di tanti condizionatori – anche se qualcuno ne ha approfittato per dare la colpa ad Expo – e l’altro in Agosto, dovuto all’incendio nell’aeroporto di Fiumicino, con le relative agitazioni.

Grafico flusso comunicazioni blackout
Per quanto concerne invece le performance delle pittaforme social più interessate da questo tipo di comunicazioni, qui si mostra l’evidenza: in questo tipo di conversazioni è Twitter a farla da padrone, come illustra il grafico seguente, che surclassa Facebook alla grande, proprio per le sue caratteristiche di immediatezza.
Andando invece più a fondo nelle analisi una per una, di cosa parlano gli italiani quando va via la corrente casa per casa, ufficio per ufficio ? distribuzione conversazioni socialI temi e i registri utilizzati nelle conversazioni sono i più disparati, anche se l’ironia è abbastanza frequentata, almeno nel campione che abbiamo analizzato.
Come era immaginabile la gran parte delle conversazioni riguarda proprio il fatto in sé: la mancanza di corrente elettrica agisce come un  vero e proprio interruttore che spegne non solo la luce, ma interrompe le varie attività. Il tono va dall’irritazione spinta: “Io pago la bolletta e voi mi regalate un blackout” all’ironia che alleggerisce le cose: “La cosa ridicola è che le case sono spente ma i lampioni accesi”.
Ma esistono anche topic ben precisi e condivisi che spopolano anche in questo tipo di chiacchiere, e che si distinguono dalla gran parte degli argomenti di conversazione.
Innanzitutto il tema del caldo, che questa estate l’ha fatta, e ancora la fa, da padrone. E poi i problemi di origine quotidiana.
C’è chi parla così, per lamentarsi: “Bello stare senza corrente mentre ci sono 8000°”, e chi, in maniera pragmatica, risale alla fonte (ipotizzata) del problema: “Troppi condizionatori accesi, black-out in tutta la città”.
C’è poi chi la mette sul romantico, acchiappando la palla al balzo: “E stasera si cena a lume di candela…” e chi invece va alla ricerca di tecnici che risolvano il disservizio con una certa, malcelata irritazione: “Tra quanto mi fate tornare la corrente?”
Inaspettatamente poi, anche in questo caso, il fenomeno di Expo – che soprattutto nell’area lombarda sembra fagocitare molte delle conversazioni in atto – riesce a mettersi in primo piano, spesso  per fare da capro espiatorio: “Ma quanto consuma ‘st #AlberodellaVita acceso?”. O, ancora: “Casualità o l’albero della vita si nutre dell’energia dei cittadini?”.
Ed ecco che, subito dopo le presunte tentazioni vampiresche di Expo, gli italiani ritornano, come si dice, “a mamma”.
Il primo premio nelle conversazioni non legate al caldo, infatti, lo vince… il frigorifero, custode di leccornie e prelibatezze a cui il Bel Paese, come da tradizione, evidentemente, non vuole rinunciare.
Un esempio di tale differenziazione di contenuti è visibile nella mappa sottostante, che rappresenta la distribuzione dei temi di conversazione nella città di Milano durante i blackout di Luglio:
cartina milano conversazioni twitter
E se vogliamo spulciare ancora più a fondo tali chiacchierate, ecco l’estrapolazione di alcune conversazioni ad esempio sul tema del cibo da conservare, e qui non si ride mica tanto: “La roba in freezer un disastro!”, oppure: “Ritorno a casa con sorpresa… freezer sbrinato causa blackout”.
Il tono delle chiacchiere si riprende invece in una sorta di metacomunicazione, quando si parla di un altro oggetto “mitologico”: tra le prime preoccupazioni che la gente comune si pone, c’è infatti quella per un oggetto indispensabile, il cellulare.
E qui ci si divide tra le cicale: “Sono con il 5% di batteria e senza corrente elettrica…” e le formiche, come al solito previdenti: “Per fortuna sono intelligente e ho la batteria esterna carica per le emergenze”.
Tutti, in ogni modo, sono sul pezzo. Sino a che il cellulare avrà un briciolo di batteria carica, ovviamente.
Cosa possiamo quindi dedurre da tutto ciò, alla fine di questo monitoraggio tra il serio e il faceto? Innanzitutto che spesso i luoghi comuni sono veri, come dimostra l’attaccamento a un elettrodomestico come il frigorifero. Primo: la pancia piena :-).
In secondo luogo che il cellulare e i dispositivi mobile in generale sono salvagenti da utilizzarsi in più occasioni, e il solo pensiero di doverne fare senza genera una sorta di astinenza preventiva.
Terzo, che gli italiani non si smentiscono mai, e, tra una battuta, un’ipotesi di complotto e un reclamo insistente, hanno sempre la battuta pronta. E un pizzico di ironia che non guasta mai!
Buona corrente a tutti!
distribuzione tematiche twitter corrente

 

[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Monitoraggio realizzato da:[/highlight]
Webdistilled, Gruppo Maps
Lingue: solo italiano.
Periodo: dal 1 Febbario 2015 ad oggi (tuttora attivo).
Fonti: Social network.
Temi monitorati: mancanza energia elettrica, mancanza luce, mancanza energia, mancanza corrente, blackout.
[/boxed_content]
 

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Data Driven

Diario italiano in real time dei blackout di luce!

[dropcap3]A[/dropcap3] volte diamo per consolidato il funzionamento di sistemi complessi che non sono affatto scontati, ma invece – proprio in quanto articolati, e quindi complessi anche da gestire e tenere sotto controllo – possono andare incontro a veri e propri “blocchi” improvvisi, tanto inattesi quanto pericolosi, soprattutto se ne siamo fortemente dipendenti.
È il caso della corrente – quella elettrica, per intenderci – la cui scomparsa anche per un breve lasso tempo è in grado di mettere in grosse difficoltà ciascuno di noi, visto l’uso che ne facciamo in pressoché tutte le attività quotidiane.
E se allarghiamo appena lo scenario, riflettendo sugli effetti più a larga scala di una mancanza improvvisa di corrente, ecco che le conseguenze di un tale malfunzionamento possono farsi infauste. Basti pensare all’industria, i cui cicli produttivi dipendono completamente dall’erogazione di elettricità, o ai settori più sensibili e delicati della nostra società, riguardanti ad esempio la salute, la sicurezza, la viabilità… Un esempio, in questa estate torrida, viene dai nostri vicini di casa francesi, come raccontato in  questo articolo.
Si tratta di una dipendenza tanto strutturale quanto silente, nel caso che tutto vada nel verso giusto, e a cui dovrebbe invece corrispondere la necessaria consapevolezza per essere pronti in caso di “guai”.
Non a caso quello dell’energia in genere e della fornitura di elettricità in particolare è un tema cruciale e strategico sotto ogni punto di vista, oggetto di studi, verifiche e proiezioni meticolose e stringenti, il tutto proporzionale all’entità della questione.
In uno studio particolarmente accurato e pubblicato il 31 dicembre 2014 dal Gruppo Terna (operatore di reti per la trasmissione dell’energia che gestisce sia la Rete di Trasmissione Nazionale che le nuove opportunità di business in questo settore anche all’estero) vengono infatti illustrate per l’Italia le nuove previsioni di medio-lungo termine sia della domanda elettrica che del fabbisogno di potenza necessario.
Da questi dati, articolati e strutturati a trecentosessanta gradi, si possono estrapolare alcune considerazioni. Innanzitutto le cifre del fabbisogno, che prevedono “una evoluzione della domanda di energia elettrica per il prossimo decennio compresa tra uno scenario di sviluppo, che prevede una crescita ad un tasso medio annuo del +1,0% (cagr), e uno scenario base – con il quale si intende valorizzato al massimo grado il potenziale di risparmio energetico – che conduce ad un cagr -0,5%”. Queste, affiancate alle cifre relative allo scenario di sviluppo, che disegna “una evoluzione della punta di carico ad un tasso medio tra +1,8% p.a. [estate torrida] e +1,2% p.a. [inverno medio]”. Viene infine valutata “in 78-85 GW la capacità di generazione disponibile per la copertura del carico massimo nel 2024, alle condizioni specificate”.
Nella stessa relazione, che prevede tra le altre cose un aumento del risparmio energetico dovuto alle politiche di riduzione degli sprechi e un possibile incremento dell’uso dell’energia per attività future (ad esempio per i veicoli elettrici), si inferisce che nel 2024 la domanda di energia elettrica in Italia raggiungerà i 357 miliardi di kWh nello scenario di sviluppo e i 302 miliardi di kWh in quello di base.
A questi dati, allo stesso anno obbiettivo, si affiancano le relative ipotesi di previsione della domanda di potenza alla punta, con “valori compresi tra i 66 GW nella condizione di estate torrida, rappresentativa della punta massima, e i 61 GW nella condizione di inverno medio”. Il quadro della previsione viene completato con le stime relative all’anno intermedio 2020, in cui “la domanda elettrica raggiungerà i 334 miliardi di kWh circa nello scenario di sviluppo, mentre nello scenario base sarà contenuta in circa 305 TWh. In corrispondenza dello scenario di sviluppo, il carico atteso sarà compreso tra 57 e 59 GW, a seconda delle citate condizioni climatiche convenzionalmente definite.”
Si tratta di numeri da pelle d’oca (sia per il caldo che per il freddo) e che mostrano da soli l’entità del problema in caso di qualsiasi evento che inceppi le rotelle di questo meccanismo così complesso quanto delicato.
Per capire quanto di tutto ciò si riverberi concretamente nel nostro quotidiano – al di là di tali sterminati scenari – abbiamo avviato da febbraio e per i prossimi mesi, in real time, un’analisi lato social di quanto e come il problema della mancanza di elettricità viene registrato e con quale frequenza e intensità, il tutto differenziato per aree geografiche italiane.
Ne risulta il “film” dell’Italia che, in assenza di questo bene così prezioso, cerca di porvi rimedio. Come? Prima di tutto informandosi: “Qui manca la luce. Sta succedendo anche a voi?” Poi preoccupandosi: ”Qualcuno ha già avvisato?” E infine attrezzandosi di conseguenza: “Quanto durerà?… Oddio, così tanto?” E via così, sino a che qualcuno, provvidenzialmente, riaccenderà la luce.
La mappa mostra i segnali che provengono dai social che evidenziano una problematica nella fornitura di energia elettrica. All’aumentare del numero delle segnalazioni aumenta l’intensità del colore, dal blu verso il rosso.
È interessante notare come vengono riportati sia eventi significativi avvenuti nel mese di febbraio che riguardano la nevicata che ha colpito l’Emilia così come altri che hanno avuto minor eco mediatica, come il blackout al S. Raffaele del 26 Aprile, o le ultime, estive, assenze di energia elettrica. L’altro dato che si può già ricavare, analizzando più in dettaglio i numeri, è il fatto che la tempestività di queste segnalazioni è alta, a dimostrazione della priorità attribuita dagli utenti al servizio erogato. (In ogni caso, un paio di candele pronte, nel cassetto, non guastano mai!)
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Questo studio sarà oggetto di ulteriori analisi alla fine dell’estate, momento in cui potremo vedere direttamente come – in caso di elevato utilizzo dell’elettricità (ad esempio per l’accensione dei condizionatori) – il nostro sistema agisce e reagisce. Rigorosamente in diretta! [boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
approfondimenti
[highlight]Monitoraggio realizzato da:[/highlight]
Webdistilled, Gruppo Maps
Lingue: solo italiano.
Periodo: dal 1 Febbario 2015 ad oggi (tuttora attivo).
Fonti: Social network.
Temi monitorati: mancanza energia elettrica, mancanza luce, mancanza energia, mancanza corrente, blackout.
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Data Driven

I sentimenti dei dati o i dati dei sentiment?

[dropcap3]S[/dropcap3]piare dal buco della serratura non va più di moda. Oggi basta un qualsiasi ipad per curiosare in tutta tranquillità nella vita di chiunque vogliamo, o quasi. E ad essere analizzati non sono solo i semplici “fatti altrui”, ma qualcosa di più: con l’avvento dei social e degli strumenti che li aggregano e analizzano possiamo scoprire con facilità anche i gusti, le inclinazioni e le avversioni dei profili seguiti. In una parola sola, i loro sentimenti.
Niente di male, abbastanza di buono, molto di divertente e un po’ – ma solo un po’ – di ossessivo.
C’è però un’altra faccia della medaglia, probabilmente un’emoticon: allo stesso modo con cui noi “curiosiamo” nei profili e nelle conversazioni altrui, anche gli altri possono fare lo stesso nei nostri confronti, alla ricerca di quello che di noi li attira o magari li irrita. E, come se non bastasse, tutti noi finiamo nelle maglie più o meno strette di strumenti dai nomi seduttivi (MediaMiser, NUVI, Social Intelligence, Collective Intellect) che in realtà ci scansionano letteralmente dalla testa ai piedi e lo fanno, come si dice, in real time.
Si parla non a caso di programmi che analizzano il sentiment, ovvero le caratteristiche connotative, e non solo denotative, delle conversazioni online, schedandole e marcandole secondo criteri di giudizio che riguardano eventuali espressioni non solo di positività e negatività, ma anche di frequenza e ricorrenza. Il tutto suddiviso o suddivisibile per aree geografiche, lingue di appartenenza, età… insomma tutto ciò che riguarda il “dire, fare, baciare, lettera e testamento”!
E visto che questi programmi si fanno, come dire, i fatti nostri, allora è il caso di rendere loro la pariglia e cercare di svelare qualche loro segreto, così da giocare più o meno ad armi pari.
Vediamo quindi più in dettaglio come avviene questa analisi del sentiment da parte di tali strumenti, cercando di tradurla in un linguaggio più “umano” di quello che utilizzano questi programmi per funzionare.
Intanto un concetto importante: un viaggio nei dati in real time è un viaggio che inevitabilmente ci porta nel futuro a partire sia da quello che è accaduto prima che da ciò che accade nel frattempo. Tutto il flusso di dati, infatti, viene analizzato mentre avanza nel tempo.
Tale processo, che tecnicamente è piuttosto articolato, può essere sintetizzato nei seguenti passaggi:

  • le informazioni vengono innanzitutto acquisite attraverso pagine html, post, like, immagini etc;
  • i dati così raccolti vengono “puliti” mantenendo solo ciò che è rilevante in termini di contenuto informativo, eliminando ad esempio i messaggi pubblicitari;
  • questo flusso ancora grezzo viene filtrato ulteriormente, scartando quei contenuti che non sono significativi per la tematica che si sta analizzando o per il brand monitorato;
  • il materiale così selezionato viene analizzato semanticamente (attribuendovi cioè un valore in termine di significato) e vengono messi in evidenza alcuni dei messaggi pertinenti che vi sono presenti: keyword, argomenti, nomi di persone, nomi di brand, luoghi etc;
  • tale mole di dati, filtrata e categorizzata, viene analizzata in tempo reale al fine di rilasciare i relativi report (analitici o sintetici) che ne individuano il valore e il sentiment, appunto;
  • il tutto attivando – se richiesto – appositi alert nel caso vengano citate parole o situazioni identificati in precedenza come rilevanti, sia in positivo che in negativo.

Alla fine di questo complesso processo di lavorazione i dati vengono rilasciati all’utente attraverso un’interfaccia semplice da consultare, così da condividerne sia i valori che i vari trend risultanti.
Quelli che erano insomma atti comunicativi singoli e differenti, espressi in luoghi e momenti anche diversi tra loro, vengono prima selezionati e infine raggruppati secondo veri e propri percorsi di senso e quindi di valutazione. E probabilmente ben al di là delle intenzioni iniziali degli emittenti, o per lo meno della loro consapevolezza.
Come dire: attenzione a ciò che scriviamo, filmiamo e commentiamo online! Qualcuno, prima o poi, ci renderà pan per focaccia, fossero anche solo i sistemi di re-marketing, in grado di inseguire i nostri passi di consumatori per deliziarci di offerte e opportunità sempre più convenienti. O il politico di turno, che vuole sapere cosa ne pensa di lui l’opinione pubblica. O ancora un celebre cantante che cerca di promuovere la sua musica in rete con maggiore efficacia…
E se qualcuno ha dei dubbi sull’efficacia di tali strumenti, cambierà facilmente idea guardando questo grafico, realizzato “spiando” un singolo profilo di twitter in modo da scoprire i suoi interessi:
torta-sentiment-twitter
Alla rete, insomma, non la si fa. Meglio dedicarsi, come vuole la migliore tradizione, a “seminare” il proprio marito o la propria moglie!