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L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE INTEROPERABILE: il nuovo white Paper di Anna Pompilio.

[dropcap3]D[/dropcap3]i interoperabilità nella Pubblica Amministrazione si parla ormai da qualche decennio ed esiste un quadro europeo di interoperabilità dei servizi pubblici europei già dal 2010.
Eppure, nonostante sforzi ed evoluzione in atto, ancora manca qualcosa: ecco perché gli “addetti ai lavori”, non solo nel settore pubblico ma anche nel privato, saranno i protagonisti di sfide, molteplici e variegate. Alla base di tutto dovrà esserci la semantica e il significato perché – infine – oltre i progetti, le tecnologie e gli standard già maturi, occorrerà provare a comprendersi nella diversità.
La via da seguire sarà dunque quella di una tecnologia che supporti e integri le esperienze umane, sociali e collettive, non per controllare e monitorare ma per aiutare nella costruzione di un nuovo modello metasemantico, che risponde a precise regole di collaborazione e il cui significato ha senso sole se riferito all’ambiente in cui lavora, vive, ama, talvolta muore.
Ne parla, in questo nuovo White Paper, Anna Pompilio.


Indice

Introduzione

01. L’insostenibile leggerezza dell’Essere Interoperabile.

02. Vecchie e nuove emergenze, digitali e non: l’infrazione dell’aspettativa e la risposta dell’Uomo CON la Macchina.

03. Interoperabilità dei sistemi informativi della Pubblica Amministrazione: perché non basta l’ottica trasformativa.

04. L’interoperabilità metasemantica: oltre il significato delle parole.

Conclusioni

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L’interoperabilità metasemantica: oltre il significato delle parole. Di Anna Pompilio.

Il Lonfo*

Change occur within a contest.
Change is the act of transformation in response to a need.


(BABOK®, International Institute of Business Analysis,
Toronto, Ontario, Canada)

 
Il Lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce
sdilenca un poco e gnagio s’archipatta.
È frusco il Lonfo! È pieno di lupigna
arrafferia malversa e sofolenta!
Se cionfi ti sbiduglia e ti arrupigna
se lugri ti botalla e ti criventa.
Eppure il vecchio Lonfo ammargelluto
che bete e zugghia e fonca nei trombazzi
fa lègica busìa, fa gisbuto;
e quasi quasi in segno di sberdazzi
gli affarferesti un gniffo. Ma lui zuto
t’alloppa, ti sbernecchia; e tu l’accazzi.
(Fosco Maraini)
 

[sf_iconbox image=”fa-toggle-on” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]L’interoperabilità metasemantica[/sf_iconbox]

 

[dropcap3]C[/dropcap3]ito da Wikipedia:

la metasemantica, nell’accezione proposta dal Maraini, va oltre il significato delle parole e consiste nell’utilizzo di parole prive di significato, ma dal suono familiare alla lingua a cui appartiene il testo stesso e di cui deve seguire le regole sintattiche e grammaticali.

Ho voluto ripartire (con quest’ultimo di quattro post sull’interoperabilità) dalla metasemantica per ribadire innanzitutto che nella comunicazione solo l’Essere Interoperabile può andare al di là del significato delle parole, della lingua, del linguaggio e tale ricchezza di mezzi, pur aggiungendo complessità, porta con se bellezza e creatività.
Il secondo motivo è che, invece, i sistemi per comunicare tra loro necessitano, al contrario, di regole ferree, significati puntuali, standard condivisi (affinché un processo possa essere completamente digitale è necessario che tutte le informazioni siano completamente comprensibili sia alla sorgente sia alla destinazione). Ma queste stesse regole, significati, standard sono dettate da qualcuno che ha capacità di dare un senso al non-sense: il padre dell’interoperabilità semantica (l’uomo) è capace di giocare con le parole, di sfruttare gli interstizi del linguaggio e la sua percezione, di seguire percorsi inconsueti e luminosi.
[bctt tweet=”I sistemi per comunicare tra loro necessitano di significati puntuali e standard condivisi. E questi sono dettati da qualcuno che ha capacità di dare un senso al non-sense: il padre dell’interoperabilità semantica, l’uomo” username=”MapsGroup”]
 

[sf_iconbox image=”ss-view” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il contesto interoperabile[/sf_iconbox]

 

Change occur within a contest…

Context may include attitudes, behaviours, beliefs, competitors, culture, demographics, goals, governments, infrastructure, languages, losses, processes, products, projects, sales, seasons, terminology, technology, weather, and any other element meeting the definition. (BABOK®)

Chi fruisce di un servizio digitale vive nel contesto, un progetto vive nel contesto, il team vive nel contesto, i fornitori vivono nel contesto, ogni stakeholder coinvolto in un processo di cambiamento vive nel contesto. Un contesto è fatto di scuole, università, di tessuto produttivo e culturale, un contesto è fatto di diritti, di valori, di sostenibilità… Un contesto è fatto di linguaggio così come di infrastrutture.
Per questo è così complicato cambiare direzione, per questo ci arrabattiamo da anni con un Lonfo che ci sbernecchia.
Anche l’interoperabilità non è fine a se stessa ma, come tutto ciò che è concepito dall’essere umano, vive nella circostanza. Circostanza, o contesto, che dev’essere essa stessa interoperabile. Che senso avrebbe investire per rendere interoperabili i sistemi del catasto finalizzati all’integrazione con i sistemi legacy di facility management di un ente, se non ci fossero più immobili dell’organizzazione destinati per assurdo ad uso ufficio?
[bctt tweet=”Anche l’interoperabilità non è fine a se stessa ma, come tutto ciò che è concepito dall’essere umano, vive nella circostanza. Circostanza, o contesto, che dev’essere essa stessa interoperabile” username=”MapsGroup”]
Non sarebbe più utile investire in sistemi che permettano che i dati del catasto siano immediatamente fruibili dal dipendente di quello stesso ente, che deve cambiare abitazione-ufficio da una città all’altra spesso e in tempi brevi? Non sarebbe più efficace abilitare quella stessa persona al controllo  a distanza dei luoghi fisici dove arriva o se ne va?
 

[sf_iconbox image=”ss-shuffle” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Azione, trasformazione, collaborazione[/sf_iconbox]

 

Change is the act of transformation in response to a need.

L’interoperabilità dei sistemi rientra in quei wicked problems che non possono essere risolti da un’innovazione tecnologica o dall’azione della singola organizzazione ma richiedono il concorso, il coinvolgimento, la relazione di molteplici attori e l’azione coordinata di tutti coloro che operano in un dato ambito, ognuno nel suo ruolo, siano essi azionisti, dipendenti, fornitori, consumatori, industria, politica, società civile: Collaboration is the act of two or more people working together towards a common goal.
Se lavorare insieme al superamento degli ostacoli verso un mondo digitale interoperabile e interconnesso era già un obiettivo importante fino a pochi mesi fa, non limitarsi oggi a sostenere sacche di innovazione costituite da gruppi in competizione tra loro, come le bande di guerrieri del Bronx nei film degli anni ’80, è ancora più rilevante. Il contesto è cambiato drammaticamente e la vera sfida è portare a bordo tutti gli attori coinvolti nel processo.
[bctt tweet=”Lavorare per un mondo digitale interoperabile e interconnesso, e non sostenere sacche di innovazione costituite da gruppi in competizione tra loro, portando a bordo tutti gli attori coinvolti nel processo: è questa la vera sfida oggi” username=”MapsGroup”]
Più complicato ancora di questi tempi? Può essere, specie se si continua a pensare in termini di collaborazione uguale prossimità quando in realtà bisognerebbe forse studiare un algoritmo di collaborazione uguale affinità.
Ricominciare dunque con metodo, ma facendo ancora un passo avanti, applicando le regole – i framework – che abbiamo finora destinato allo sviluppo delle fantomatiche “macchine” prima di tutto allo studio e all’osservazione dell’essere umano nel nuovo contesto, per comprenderne le pulsioni più intime e le spinte all’azione, cogliendo i segnali di cambiamento perché un’economia della consapevolezza (come ipotizzava già qualche anno fa Niccolò Branca) non può che partire da una chiara visione di se. È vero che siamo tutti nella medesima circostanza, ma non siamo tutti uguali anzi, è precisamente il contrario.
E chi si interroga sui motivi che hanno impedito finora di arrivare a concretizzare il dialogo tra sistemi diversi deve riposizionare sulla matrice qualcosa di più della paura della condivisione (i fantomatici silos) o della perdita dei propri privilegi, aggiungendo inevitabilmente ai parametri paure nuove e potenti: la perdita della stessa vita o del senso di essa. Se superare il problema tecnico è affare complesso ma non certo impossibile, superare il problema umano, qui e ora, continua ad essere un compito arduo proprio perché l’essere umano non è affatto di facile interpretazione, del resto Il Lonfo non vaterca né gluisce e molto raramente barigatta.
Occorre quindi tendere a una tecnologia che supporti e integri le esperienze umane, sociali e collettive, non allo scopo di controllare e monitorare ma di aiutare nella costruzione di un nuovo modello metasemantico, che risponde a precise regole di collaborazione ma il cui significato ha senso sole se riferito all’ambiente in cui lavora, vive, ama, talvolta muore.
[bctt tweet=”Occorre una tecnologia che supporti e integri le esperienze umane, sociali e collettive, non per controllare e monitorare ma per  aiutare nella costruzione di un nuovo modello metasemantico che risponde a precise regole di collaborazione” username=”MapsGroup”]
Stiamo vivendo il tempo in modo diverso, stiamo diventando più consapevoli del nostro ritmo privato, i rapporti duraturi con famiglia e amici vengono mantenuti in vita a distanza, le parole casa e ufficio assumono significati diversi e c’è chi ipotizza che le città in un futuro prossimo diventeranno solo un agglomerato di edifici temporanei.
I nuovi sistemi dunque dovranno tenere conto di questi e altri scenari possibili e ancora una volta identificare dalle diverse fonti le informazioni pertinenti, raggrupparle in base a parametri specifici per identificare i modelli emergenti, collegare i pattern per definire campioni significativi, combinare le diverse intuizioni per immaginare il futuro. Soprattutto dovranno saper intercettare il Lonfo.
Applichiamo modelli, sempre e comunque (anche qui ne suggerisco uno che permette di cogliere le interrelazioni: il Business Analysis Core Concept Model™ di IIBA) o sviluppiamone di nuovi, perché aiutano, guidano, strutturano, mettono ordine. Ma è solo l’inizio del film, non la fine. Soprattutto impariamo a riconoscere il Gorilla, aspettiamoci di vederlo arrivare e stiamo pronti all’azione.
Altrimenti sarà solo l’ennesimo anno da dimenticare.


[highlight]Approfondimenti[/highlight]


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Interoperabilità dei sistemi informativi delle Pubblica Amministrazione: perché non basta l’ottica trasformativa

[dropcap3]N[/dropcap3]on sono sicura di ricordare come sono passata dall’interoperabilità nella Pubblica Amministrazione all’autobiografia come infrazione di Andrea Tarabbia, ma poi a ragionarci su, mi è sembrato un buon punto di ri-partenza.

[…] nell’autobiografia, intesa come racconto di sé in senso molto ampio, amo la lontananza dagli schemi della narratologia. So bene che anche il racconto autobiografico ha le sue regole, eppure lo vivo, da lettore, come meno vincolato rispetto alla forma romanzo. In un’autobiografia non ci sono per forza il principe, la principessa, il drago, il bosco da attraversare, gli aiutanti. Non c’è Propp, non c’è lo strutturalismo, non c’è la tecnica necessaria a far stare in piedi un romanzo: l’opera qui si regge sul fatto che chi racconta ha cose da raccontare e l’autorità necessaria per farsi ascoltare. Quando c’è da divagare, si divaga, quando c’è da tornare su cose già dette, si ritorna, quando c’è da inserire pagine di saggistica, lo si fa. […]

Cosa c’entra la propensione dell’autore verso l’autobiografia con l’interoperabilità nella PA? Ha a che fare appunto con l’attitudine, il metodo, la tecnica, le regole e la necessità di essere strutturati.
A chi del resto non piacerebbe scordarsi di Propp e dello strutturalismo?
Ma in periodi come quello che stiamo vivendo in cui uno strappo improvviso, un’infrazione rispetto ad un orizzonte d’attesa rende tutto molto più incerto, non basta più avere cose da raccontare e l’autorità per farsi ascoltareL’incertezza richiede strategie di cambiamento strutturate allo scopo di testarne le assunzioni. Non basta l’ottica trasformativa, la passione, la buona volontà, l’eroe solitario che si allontana nel tramonto infuocato alzando nuvole di polvere, lasciando dietro di sé i fumi della battaglia vinta e una città libera dal male.
 

Elementi per una strategia di cambiamento strutturata

Di cultura organizzativa nella Pubblica Amministrazione e di come la resistenza al cambiamento abbia impedito finora di raggiungere molti dei delineati obiettivi di interoperabilità, ma non solo, abbiamo accennato nel secondo post di questa rubrica, attraverso il racconto dei suoi protagonisti. Proviamo ora a capire meglio i motivi per cui non è così immediato superare gli ostacoli legati all’opposizione culturale, allargando il concetto a due degli elementi chiave della Change Strategy: struttura e capacità organizzativa.

[sf_iconbox image=”ss-layergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Struttura e Cultura Organizzativa (Organizational Structure and Culture)[/sf_iconbox]

Il termine struttura organizzativa si riferisce alle relazioni formali tra le persone che lavorano nell’organizzazione. Ma la struttura organizzativa guida anche i canali di comunicazione e le relazioni informali all’interno della stessa.
È quindi di fondamentale importanza, nell’attuazione di strategia di cambiamento, analizzare a fondo la struttura organizzativa in modo che l’impatto (positivo o negativo) dell’innovazione sia ben compreso e non rigettato. Come? Le modalità possono essere molteplici, ad esempio attraverso una buona progettazione, intesa come organizzazione puntuale di tutti i vari aspetti del progetto in senso ampio, comunicazione compresa. Comunicazione che non significa attivare tutti i possibili flussi tra le persone coinvolte.

“In una rete sociale di N stakeholder ci sono N * (N-1) / 2 potenziali flussi di comunicazione, che sarebbe controproducente attivare tutti, l’ingaggio degli stakeholder viene garantito progettando questi flussi per trovare un equilibrio tra efficacia (poche connessioni) ed efficienza (pochi passaggi di informazione) applicando ad esempio la teoria dei grafi (network analysis).”

Marco Caressa, da Project Management: comunicazione e modello di rete piccolo mondo”

Ma anche assumendo di aver risolto con un buon piano la faccenda della comunicazione, attivando ad esempio la mappa degli Stakeholders in forma di grafo; definendo la matrice Power-Interest o la Stakeholders Engagement Assessment Matrix; anche qualora avessimo una risposta chiara e inequivocabile alla domanda: “che cosa cerca, normalmente, un lettore di autobiografie altrui? La verità?” avremmo ancora una volta garantito solo un primo livello di interoperabilità tra i soggetti coinvolti a vario titolo nel cambiamento, quella sintattica.
Ognuno dei nodi del grafo è infatti portatore di discrepanze non facili da cogliere ed è proprio quel groviglio intimo dell’essere umano che dell’interoperabilità continua a rendere complessa la semantica, ovvero il riuscire a comprendersi per cooperare nonostante ci si sia resi conto ultimamente (con un piccolo aiuto esterno) di essere e agire tutti nella medesima circostanza.
[bctt tweet=”È importante, nell’attuazione di strategia di cambiamento, analizzare a fondo la struttura organizzativa in modo che l’impatto (positivo o negativo) dell’innovazione sia ben compreso e non rigettato” username=”MapsGroup”]

[sf_iconbox image=”fa-cubes” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Capacità e Processi (Capabilities and Process)[/sf_iconbox]

In uno dei primi giorni della pandemia, una sera senza particolari intenzioni ho cominciato ad ascoltare per caso un intervento di Bruno Mastroianni – filosofo, giornalista, social media manager di trasmissioni televisive – dal titolo “competere, cooperare, decidere, per un modello di dibattito deliberativo”.
Spiegava, con la limpidezza espressiva che lo contraddistingue, come due persone in un dibattito finiscono spesso per abbandonare il merito dell’argomento per cominciare a orientare il dialogo sulle caratteristiche personali dell’interlocutore.
Quando si smette di discutere del tema, accusandosi magari l’un l’altro, una delle conseguenze peggiori è la perdita di fiducia nel dibattito stesso e nelle persone interessate, mentre sarebbe necessario andare verso un modello deliberativo in cui diventa centrale l’argomentatore (colui che riesce a stare nella discussione) e diventa soprattutto importante riuscire a mantenere la centralità dell’argomento.
In altri termini si guarda all’argomentazione considerando non l’abilità ma la virtù dei contendenti.
Ora, il concetto di abilità, capacità o capabilities che dir si voglia fa parte di un vocabolario per me legato al business e che trova riscontro, nel caso in esame, più o meno nell’assunto che capabilities and processes are all the functions performed within the organisation, including products, services, and decision-making methods e si riassume nell’idea che l’approccio metodologico per gestire un progetto – che presuppone come prerequisito l’abilitazione di sistemi interoperabili – parte proprio dall’analisi del gap in termini di capabilities.
Analisi che serve a identificare se sono già disponibili o facilmente approntabili le nuove capacità richieste dal cambiamento in atto, o se invece sarebbe maggiormente vantaggiosa un’innovazione nei processi.
[bctt tweet=”L’approccio metodologico per gestire un progetto – che presuppone come prerequisito l’abilitazione di sistemi interoperabili – parte dall’analisi del gap in termini di capabilities.” username=”MapsGroup”]
L’etica delle virtù tuttavia ci dice un’altra cosa. Ci dice innanzitutto che la differenza tra abilità e virtù sta nel fatto che nell’abilità le mancanze intenzionali (o i fantomatici silos) possono essere scusate da mancanza di capacità in quello che si sta facendo, nella virtù no. Una mancanza intenzionale nella virtù non ti scusa ma aggrava perché c’è l’elemento morale. Virtù e abilità sono dunque entrambe capacità di mettere in campo azioni per raggiungere un fine ma nella virtù c’è anche l’elemento morale del produrre in questo un bene per se e per gli altri. L’etica della virtù ci dice che si possono avere ottime capacità che tuttavia si potrebbero usare in maniera disfunzionale ed è quindi necessario formare persone non solo abili ma virtuose.
Per lungo tempo ci siamo soffermati sull’interoperabilità intesa come cooperazione applicativa. Per lungo tempo ci siamo concentrati sulla macchina dimenticando l’uomo ma l’Essere Interoperabile è l’unico che può tendere a una cooperazione virtuosa, all’utilizzo delle competenze verso domini di eccellenza che costituiscono un valore in sé, che non sono legate a fattori esterni o a un tornaconto personale.
Per fare innovazione dunque, servono senza dubbio strategie di cambiamento strutturate ma non basta, perché poi bisogna avere capacità e virtù per ascoltare la voce dei filosofi, per allontanarsi dagli schemi della narratologia, per inseguire non la verità ma il vero, per investire nel capitale sociale e semantico.
[bctt tweet=”l’Essere Interoperabile è l’unico che può tendere a una cooperazione virtuosa e all’utilizzo delle competenze verso domini di eccellenza che costituiscono un valore in sé” username=”MapsGroup”]

[sf_iconbox image=”ss-usergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Cooperazione applicativa e team virtuosi[/sf_iconbox]

Per tirare dunque le fila del discorso, siamo partiti da qui nel caso a questo punto vi foste distratti :), e citare ancora una volta un filosofo: le persone esperte dovrebbero lavorare con le persone competenti.
Gli esperti di dominio o della politica o delle organizzazioni dovrebbero necessariamente prendersi le responsabilità delle scelte strategiche ma dovrebbero avere anche la possibilità di farsi aiutare a portarle avanti da persone competenti nel senso virtuoso del termine.
Mauro Porcini, in un recente intervento sul Design Thinking  ha raccontato che quando ha iniziato il suo percorso in Pepsi gli hanno dato l’opportunità di “scegliere i migliori Designer sul mercato” per formare il suo team. Alcune sporadiche concessioni a questa linea di pensiero e azione sono frutto di una direzione illuminata, molto spesso invece la frase che ci si sente ripetere è: si fa il fuoco con la legna che si ha, con il risultato che spesso e volentieri si alzano solo bellissime nuvole di fumo a beneficio di chi sta su una Grande Mesa e osserva da lontano con un cannocchiale. Si parla sempre molto nei webinar, nei meeting, negli speech di multidisciplinarità, della necessità di mettere insieme i saperi, di non tenerli isolati ma poi?
Bisognerebbe avere il coraggio, di questi tempi, di smettere di distribuire etichette per anzianità di servizio a chi non ha la necessaria competenza, giustificando in tal modo le mancanze intenzionali: un ottimo sviluppatore senior non diventa automaticamente un bravo Project Manager e potrebbe benissimo ignorare i principi della network analysis. Se non si studia, continuo  a ripeterlo, ogni santo giorno, se non si sente la necessità di imparare da qualcuno più bravo ma si va solo alla ricerca di conferme alle nostre convinzioni, se non si decide scientemente tutti di metterci scomodi, se non si passa dall’abilità alla virtù, se non si ragiona in termini di sostenibilità, allora non c’è innovazione che tenga perché il digitale, l’interoperabilità, l’Intelligenza Artificiale, il Design non sono altro che un sistema, aperto, di pensiero strutturato.
[bctt tweet=”Se non si sente la necessità di imparare, se non si passa dall’abilità alla virtù, allora non c’è innovazione che tenga perché digitale, interoperabilità, AI, non sono altro che un sistema, aperto, di pensiero strutturato.” username=”MapsGroup”]


[highlight]Approfondimenti[/highlight]


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Vecchie e nuove emergenze, digitali e non: l'infrazione dell'aspettativa e la risposta dell'Uomo CON la Macchina. Di Anna Pompilio.

[sf_iconbox image=”ss-phone” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Vecchie e nuove emergenze (digitali e no)[/sf_iconbox]

[dropcap3]Q[/dropcap3]uando ho cominciato a ragionare sull’interoperabilità per questa rubrica mi è tornato in mente un post di Luca Attias – ora a Capo del Dipartimento per la Trasformazione Digitale della PCM – che mi aveva molto colpito: da un lato per la sincerità con cui l’autore faceva autocritica rispetto al suo operato come Commissario Straordinario per l’attuazione dell’Agenda Digitale, dall’altra perché sembrava ribadire che la strada intrapresa decenni prima sul tema era ancora tutta in salita.
Così ho pensato di chiedere direttamente alla fonte un confronto sull’argomento e ho mandato una mail all’Ing. Attias, non sperando troppo a dire il vero in una risposta, che invece è puntualmente arrivata dalla Segreteria del Capo dipartimento e che riporto di seguito.

Il tema che poni all’attenzione di Luca (e indirettamente ai suoi collaboratori tecnici) è senz’altro di interesse, a tal punto che Attias, nella quasi totalità dei suoi interventi pubblici di questi ultimi anni, pone la problematica che tu evidenzi come punto centrale delle sue presentazioni (su Internet puoi trovare alcuni di questi interventi o slide). 

Le “12.000 monarchie assolute” che egli individua all’interno della P.A., ognuna delle quali mantiene gelosamente il diritto “divino” ad operare sui propri datacenter e sulle proprie applicazioni, è un’anomalìa tutta italiana che va assolutamente superata. Come? La risposta è duplice.

La prima è relativa ad un approccio culturale, cioè va affrontato con un’incisiva opera formativa sui temi dell’innovazione digitale orientata alle figure apicali delle singole amministrazioni, che ignorano le potenzialità ed i vantaggi in termini economici e tecnici dell’utilizzo dei servizi IAAS (Infrastructure As A Service), cioè in cloud, senza contare i minori rischi di vulnerabilità di questa soluzione, o SAAS (Software As A Service), con l’utilizzo di applicazioni condivise operanti sul medesimo oggetto (es. protocollo informatico, controllo di gestione, ecc.) .

La seconda è operare in perfetta sinergia e coordinamento con la governance politica del Paese che dovrebbe avere questo obiettivo come vision, aldilà delle sterili suddivisioni partitiche, che impediscono un’azione continuativa degli obiettivi prefissati, ma che vengono continuamente messe in discussione solo perché programmate dal precedente governo. Concludendo, Luca è rimasto favorevolmente colpito dalla lettura della tua e-mail, e questo è un atteggiamento positivo, segno che nella società civile ed in quella professionale, le tematiche da lui evidenziate, anche se con notevoli difficoltà, iniziano ad essere percepite non come estranee, ma come una vera e propria “emergenza digitale”.

[bctt tweet=”Interoperabilità delle P.A.: occorre operare in perfetta sinergia e coordinamento con la governance politica del Paese.” username=”MapsGroup”]
Se c’è una cosa che penso si possa dire senza timore di smentita sulle emergenze in genere, mettendo per un attimo da parte qualunque altra considerazione, è che hanno tutte un costo molto alto in termini economici e, in ogni caso, una misura presa in un clima di emergenza, seppure ad impatto positivo come nel caso del lavoro “agile” di cui si parla in questi giorni,  “per essere davvero una svolta non deve restare misura di emergenza, ma diventare un modello da sperimentare e applicare anche in tempi ordinari” (Gianni Dominici, qui).
Se c’è un’altra cosa che abbiamo ormai tutti compreso è che i modelli da sperimentare e applicare, possibilmente in tempi non sospetti, passano non tanto per il nodo tecnologico –  benché anche quello abbia la sua importanza relativa – bensì attraverso la centralità di  altri fattori:

  • Governance: per la definizione delle strategie di innovazione e dei relativi piani di attuazione
  • Approccio culturale: per generare consapevolezza e coinvolgimento
  • Formazione: per colmare il gap di competenze.

Ragionavo su questo. Poi però si è scatenato il putiferio.

[sf_iconbox image=”ss-rainumbrella” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]L’emergenza digitale ai tempi della pandemia[/sf_iconbox]

Se avessi scritto questo pezzo solo quindici giorni fa probabilmente starei riflettendo sul Change Management, il tuning tecnologico, l’AS IS, il TO BE e via di seguito, cercando di individuare e comprendere i motivi per cui il dialogo tra sistemi diversi non sta ancora funzionando, dopo più di un ventennio che se ne parla.
Nel frattempo però è arrivato un virus a minacciare la fine del mondo, ci si è resi conto che è necessario chiudersi in casa per non morire e mi chiedo se può ancora avere senso parlare di interoperabilità in questo preciso momento storico.
La risposta a questa domanda non può che essere affermativa anzi, direi che non solo ha senso, ma paradossalmente adesso ne ancora di più perché gli aspetti tecnologici si innestano su un sistema culturale che sta cambiando velocemente per adattarsi ai nuovi contesti creati dall’emergenza sanitaria. Non solo: il sistema culturale sta cambiando a livello mondiale e la portata di tutto questo è forse impossibile da valutare ora, nel momento in cui ne siamo ancora immersi.
Il primo effetto tuttavia si tocca con mano ed è l’accelerazione: fino a ieri sembrava impossibile smettere di uscire di casa tutti i giorni per incrociarci nel saliscendi di scale polverose di palazzi costruiti negli anni ’60, dove ancora risiedono i detentori di quel potere tossico raccontato da uno degli osservatori più acuti del nostro tempo. Palazzi di vetro nel verde di quartieri residenziali, all’ingresso di grandi arterie, nelle periferie dei poli tecnologici.
Se fossimo bravi paesaggisti, se fossimo Lorrain o Corot, attraverso quegli alberi e quei palazzi potremmo riuscire a restituire una visione del mondo, un modo di sentire la vita, ma siamo, in fondo, solo buoni mestieranti senza particolare talento e adesso, che non usciamo più di casa la mattina e il paesaggio non cambia dalla notte al giorno, dal giorno alla notte, la nostra visione del mondo è racchiusa qui, nei nostri schermi lucidi di disinfettante.
Ma non si possono più ignorare i vantaggi del superamento di alcuni pregiudizi – uno per tutti dicevamo verso il lavoro agile – perché se il sistema economico non sta già collassando è proprio grazie a chi ha creduto che quello interoperabile  fosse uno dei mondi possibili ed è ancora più importante non fermarsi adesso, continuare, ripensare e riprogettare i modelli organizzativi compresi quelli volti a realizzare la necessaria e incisiva opera formativa in una modalità che sia realmente nuova e duratura e non misura di emergenza.
[bctt tweet=”In questo tempo di emergenza se il sistema economico non sta collassando è grazie a chi ha creduto che quello interoperabile fosse uno dei mondi possibili.” username=”MapsGroup”]

[sf_iconbox image=”ss-unlock” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]L’infrazione dell’aspettativa[/sf_iconbox]

Mi chiedo, a questo punto della storia, se saremo finalmente capaci di lavorare insieme, di superare le suddivisioni partitiche e le monarchie assolute, se saremo finalmente capaci non solo di rispettare le regole ma di renderle inutili, mi chiedo se era davvero necessaria un’emergenza per mitigarne un’altra, se l’emergenza sanitaria sta curando quella digitale e se il virus umano alla fine farà bene alle macchine.
Non ho in proposito una risposta, come spesso capita tra queste righe, ma ho la certezza che sia necessario sovvertire il nostro pensiero: se fino a ieri era la nostra esperienza dal vivo ad essere mediata da un processo di conoscenza inconsapevole e sedimentata, in questa nuova quotidianità è esattamente il contrario, sono i nostri processi di conoscenza ad essere mediati dalla nostra esperienza dal vivo.
Ne usciremo solo se saremo ancora capaci di sorprenderci.


[highlight]Approfondimenti[/highlight]


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L’insostenibile leggerezza dell’Essere Interoperabile. Di Anna Pompilio

Come tra voi alcuni sono stati così illuminati da parlare e capire la nostra Lingua, come Apollonio di Tiana, Anassimandro ed Esopo, e molti altri di cui taccio il nome, perché non ne avete mai sentito parlare, del pari tra noi si trovano alcuni che parlano e intendono la vostra. Ma come si incontrano uccelli che non dicono motto, altri che cinguettano, altri che parlano, se ne incontrano di più perfetti ancora che sanno usare ogni sorta d’idioma.

Cyrano De Bergerac

 
[dropcap3]L[/dropcap3]a definizione di interoperabilità, per la precisione di interoperabilità sintattica, ha un che di limpido e leggero: è la capacità dei sistemi (ognuno dei quali utilizza per funzionare differenti linguaggi, tecnologie, interfacce, …) di comunicare e scambiare tra loro dati e servizi. Il modo con cui sistemi diversi cooperano, e quindi si scambiano informazioni, è attraverso l’utilizzo di standard e protocolli
Ad esempio uno degli standard più conosciuti in campo medico è DICOM (Digital Imaging and COmmunications in Medicine, immagini e comunicazione digitali in medicina) che definisce i criteri per la comunicazione, la visualizzazione, l’archiviazione e la stampa di informazioni di tipo biomedico quali ad esempio immagini radiologiche
Esiste tuttavia un’altra definizione di interoperabilità, che porta forse con sé maggiori suggestioni: l’interoperabilità semantica che si ha quando i dati scambiati sono comprensibili dai differenti sistemi coinvolti.
Di interoperabilità si parla ormai da qualche decennio: di cooperazione applicativa si questiona dagli anni ’90, esiste un quadro europeo di interoperabilità dei servizi pubblici europei già dal 2010, esistono da anni le tecnologie abilitanti, un quadro normativo di riferimento, standard e protocolli conosciuti, tutti ne riconoscono gli indubbi vantaggi eppure la sensazione è che manchi sempre qualcosa: la governance, le risorse, le competenze; e che il tema dell’Interoperabilità – così come la sostenibilità – non ci riguardi direttamente ma sia ancora una volta faccenda di qualcun altro: dell’IT, dello Stato, dei governi, del parlamento europeo, dei colossi della Silicon Valley, … 
Rimanendo in ambito PA, in quest’articolo di un paio d’anni fa si rimarcava come nonostante l’evoluzione tecnologica e nonostante gli sforzi compiuti nel corso dell’ultimo decennio sia a livello normativo sia di “evangelizzazione” dei dipendenti pubblici l’interoperabilità delle piattaforme e dei sistemi in uso nelle amministrazioni pubbliche fosse ancora un dossier irrisolto
Il problema dell’interoperabilità nella Pubblica Amministrazione (ma non solo), dicono alcuni analisti, non è (guarda caso) di natura tecnica o connesso al formato dei dati, ma è più che altro una questione semantica e la sfida principale per la realizzazione di una interoperabilità semantica è nell’adozione e nell’uso di open-standard già esistenti.
[bctt tweet=”Di interoperabilità si parla ormai da qualche decennio: di cooperazione applicativa si questiona dagli anni ’90…” username=”MapsGroup”]
Ne sanno forse qualcosa i due commissari straordinari che si sono succeduti per l’attuazione dell’Agenda Digitale.
Nel settore privato lo scenario sembra per certi versi meno drammatico: Telepass, per fare un esempio, la controllata del Gruppo Atlantia nata come provider di pedaggio sul mercato nazionale, sta diventando una piattaforma in grado di offrire soluzioni interoperabili per il settore dell’autotrasporto dei mezzi pesanti. 
Ogni Paese che, all’interno dell’Unione Europea, ha diritto di riscossione di un pedaggio possiede infatti un proprio sistema per il pagamento, per cui per i mezzi pesanti si rende necessario avere più apparati di bordo distribuiti dai provider locali. 
Un onere che comporta inevitabilmente maggiori costi e ad una gestione amministrativa non di poco conto. L’interoperabilità dei servizi di pedaggio di Telepass consente invece di pagare agevolmente in Europa con un unico contratto di pedaggio utilizzando un unico apparato di bordo. 

[sf_iconbox image=”ss-bookmark” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Un po’ di storia: l’eGovernment Competence Center[/sf_iconbox]

Negli anni 80 e 90, lo sviluppo delle tecnologie digitali era soprattutto orientato all’automazione dei processi interni alla singola amministrazione. Non esisteva ancora Internet (almeno come la conosciamo noi e con questo grado di diffusione); i personal computer erano ancora uno strumento diffuso a fasce ristrette della popolazione; il software in azienda era sviluppato per supportare il lavoro dei dipendenti e funzionari (non erano disponibili servizi digitali offerti al pubblico).
Nel 2000, il Piano di Azione (bello il termine “azione”!) sviluppato dall’allora Ministro Franco Bassanini e da Alessandro Osnaghi prevedeva da un lato lo sviluppo di servizi di front-end (o front-office), cioè rivolti a cittadini e imprese, ma anche, e soprattutto, l’integrazione dei back-end (o back-office).
Alfonso Fuggetta, SPC, niente di fatto: l’urgenza di un cambio di paradigma. Ecco come.

Nel 2002 partecipai alla progettazione e realizzazione dell’eGovernment Competence Center di Microsoft, progetto ambizioso di cui c’è ancora questa traccia in rete

“Nell’ambito dell’iniziativa eGovernment .NET per l’Italia, avviata per contribuire all’attuazione del Piano di Azione promosso dal Ministero per l’Innovazione e le Tecnologie, Microsoft ha realizzato – in collaborazione con Hp – un Competence Center che supporterà le Pal nel processo di innovazione tecnologica delle Amministrazioni.
All’interno della struttura, consulenti ed esperti tecnologici forniranno gratuitamente ai responsabili degli enti pubblici locali e agli operatori IT che si rivolgono a questo mercato le competenze e gli skill necessari per realizzare in piena autonomia progetti di eGovernment facilmente replicabili.”

[bctt tweet=”La sfida principale per la realizzazione di una reale interoperabilità semantica è legata all’adozione e uso di open-standard esistenti. ” username=”MapsGroup”]

“L’eGovernment Competence Center, operativo da ottobre, si articolerà in due strutture, una a Milano e una a Roma, che avranno il compito di proporre alle piccole e medie amministrazioni un piano formativo di alto livello e un’assistenza nella realizzazione di progetti replicabili basati su tecnologia Microsoft .NET e sulle soluzioni e servizi Hp. Tali progetti, a garanzia della massima flessibilità di utilizzo, scalabilità e affidabilità, saranno conformi alla normativa italiana e saranno realizzati attraverso l’utilizzo di standard Internet aperti quali Xml.”

Nel progetto di eGovernement Competence Center di MS e HP, facevo parte della schiera di Evangelist reclutati dal buon Bill, che aveva proposto all’allora Ministro Franco Bassanini di realizzare l’integrazione applicativa tra i sistemi informativi delle pubbliche amministrazioni con una soluzione tecnica basata su Biztalk. I nostri architetti si erano preparati per mesi studiando soluzioni di cooperazione applicativa direttamente in casa Microsoft, avevamo definito un modello concettuale per lo sviluppo di soluzioni di interoperabilità comprensivo delle fasi di assessment, progettazione, sviluppo e training ed eravamo pronti a dare supporto a chiunque nella Pubblica Amministrazione Locale  volesse intraprendere questo cammino.
Per mesi presentammo a dirigenti e impiegati della PAL in tutta Italia il progetto per aiutarli ad avviare azioni locali da sviluppare di concerto con il Piano di azione di eGovernement del Ministro Bassanini, azioni che all’epoca avrebbero potuto beneficiare di sostanziosi finanziamenti dell’Unione Europea (se non ricordo male erano stati stanziati circa 500 milioni di euro).
Come è andata a finire è un fatto noto. 

[sf_iconbox image=”fa-eye” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Interoperabilità semantica: un sogno ancora aperto[/sf_iconbox]

La sfida principale per la realizzazione di una interoperabilità semantica è nell’adozione e nell’uso di open-standard già esistenti si è detto qualche paragrafo sopra, riportando la sintesi del parere di esperti, tuttavia alla luce delle considerazioni fatte fin qui si capisce bene come le sfide per l’attuazione di vere soluzioni di interoperabilità semantica siano forse molteplici e variegate, non solo nel settore pubblico ma anche nel privato, posto che ognuno subisce e influenza l’altro vicendevolmente, basti pensare alla fatturazione elettronica.
Non si ha qui la presunzione di indicare il cammino per l’ integrazione e la cooperazione, per quello non basterebbe neanche un long post, ma unicamente il proponimento di sottolineare – una volta di più – come alla base di tutto ci sia il linguaggio, la semantica, il significato perché infine: i progetti sappiamo come farli, le tecnologie sono mature, gli standard li conosciamo, le linee guida le abbiamo definite… Non resta dunque che provare a comprendersi nella diversità.


[highlight]Approfondimenti[/highlight]


CREDITS IMMAGINI
Immagine di copertina
ID Immagine 1: 119823215. Diritto d'autore: Kheng Ho Toh
ID Immagine 2: 21619574. Diritto d'autore: Kheng Ho Toh 
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6MEMES TRENDS Data Complexity & Big Data White Paper

Data Driven, realtà e "sostenibilità". Passando da Magritte. White Paper di Anna Pompilio.

[dropcap3]I[/dropcap3]n questo white paper, Anna Pompilio ci conduce attraverso un viaggio sui dati e il loro utilizzo “sostenibile” nelle organizzazioni e nella società, e lo fa scegliendo un pittore surrealista come guida spirituale di un percorso non lineare tra tecnologia e resto del mondo.
I motivi di questa scelta sono fondamentalmente due.
Il primo riguarda la provenienza. “Se cerchiamo un puntino su una mappa – ci illustra Anna – Magritte lo posizioniamo a pochi km da Bruxelles. E a Bruxelles non c’è solo il museo Magritte, con la collezione più importante al mondo per le sue opere, ma poco più in là sulla mappa c’è qualcosa che ci riguarda tutti: il parlamento europeo, e la normativa europea non si può ignorare, neanche in tema di sostenibilità. (Incredibile: c’è perfino chi sostiene che l’Europa siamo noi!).”
Il secondo riguarda un gioco di semantica sulla parola glitch – da glitchen, scivolare – termine usato in origine in campo elettrotecnico ad indicare la presenza di un errore imprevedibile, ma che ha poi definito un’intera estetica basata sul difetto digitale.
“L’errore che diventa creazione artistica ha (non a caso) – prosegue infatti Anna – ispirato tutti gli artisti per secoli e i surrealisti in modo particolare”.
E questo è molto interessante perché, come ci ricorda l’autrice, “l’essere umano vede il mondo attraverso la propria esperienza, ed è grazie ad essa che gli attribuisce un significato, a maggior ragione oggi, all’interno di un mondo in versione digitale in cui, tra confini sfumati, il senso lo si trova nel flusso fra realtà e algoritmo, talvolta perfino nel glitch:!”
Buona lettura, dunque!


Indice

Introduzione
01 Il peso della maturità: la margarina,
i processi e l’anagrafica aziendale

02 Storie di innovazioni passate, (NON)sostenibilità
e nuove frontiere sociopolitiche: l’autoriflessività dei dati.

03 Surrealismo in salsa Data Driven:
quando i conti (da soli) non tornano.

About


CREDITS
IMMAGINI COPERTINA (rielaborate)
ID Immagine: 6855723, di: Wilm Ihlenfeld
ID Immagine : 100783248, di: Bruce Rolff
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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

La mappatura dei dati, tra informazioni, territori e inferenze (più o meno ardite)! Di Anna Pompilio.

C’è chi fa parte del problema, chi della soluzione, chi fa parte del paesaggio.
Robert De Niro, Ronin

[sf_iconbox image=”ss-view” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Di cosa parliamo?

[dropcap3]U[/dropcap3]n po’ di tempo fa leggo su Facebook questo post di Amedeo Balbi, il mio astrofisico preferito:

“Questa è una mappa di Marte realizzata nel 1894 dall’astronomo Eugène Antoniadi. All’epoca non c’erano immagini fotografiche del pianeta, e gli astronomi dovevano disegnare quello che vedevano (o credevano di vedere) nell’oculare del telescopio. La mappa di Antoniadi non è poi male, se la si confronta con un’immagine moderna (la seconda, presa dal telescopio spaziale Hubble). Ma oggi è chiaro che c’era dentro anche roba che in realtà non esiste davvero.”

 

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]La mappa

Una mappa, dunque, o una carta geografica – come spiega approfonditamente nel primo articolo di questa trilogia Giulio Destri – ci permette di realizzare un processo di costruzione di informazione e conoscenza a partire da “pochi dati”.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Il processo

Il processo (di costruzione di conoscenza) appena accennato consiste, in estrema sintesi, nell’osservare l’ambiente e nel raccogliere, elaborare e utilizzare dati eterogenei.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]L’osservazione e la raccolta

Nizza. Panoramica in avanti sul totale, sui tetti del centro e infine sulla finestra di un appartamento.
Nell’appartamento i cinque protagonisti  del film discutono il piano per impossessarsi di una valigetta. Rober De Niro accosta la porta dove è attaccata le mappa dei luoghi dove dovranno agire e inizia a enumerarli: “la villa, l’hotel, l’auto, otto/dieci uomini, … l’unica cosa è che la mappa, la mappa…, la mappa non è il territorio…”.
Le mappe sono rappresentazioni grafiche intese a facilitare la comprensione spaziale di cose, concetti, condizioni, processi o eventi nel mondo umano e lo spazio non è mai solo fisico (il luogo, il territorio) ma è anche sociale (il sistema) e mentale (il pensiero) cosicché l’incrocio delle tre dimensioni dà luogo a innumerevoli (infiniti) livelli spaziali.
[bctt tweet=”Le mappe sono rappresentazioni grafiche che  facilitano la comprensione spaziale di cose, concetti, processi o eventi nel mondo umano e lo spazio non è mai solo fisico,  ma è anche sociale e mentale” username=”MapsGroup”]
Osservare l’ambiente, lo spazio, induce dunque da sempre l’analisi del rapporto tra mente e mondo; tra linguaggio, mappa e territorio e tra percezione e assegnazione ad una classe (classificazione) così che dare un nome è sempre un classificare e tracciare una mappa è assimilabile a dare un nome (Alfred Korzybski).
Al tempo di Eugène Michel Antoniadi gli astronomi rappresentavano quello che vedevano nell’oculare del telescopio, con tutte le incertezze che questo tipo di osservazione implicava, oggi il problema non è tanto la raccolta e la disponibilità di dati ma, ancora una volta, l’elaborazione e l’uso che si fa degli stessi nel disegnare lo spazio in cui ognuno di noi può trovare il proprio.
Ma anche a voler fermare il nostro sguardo all’indietro a (solo) qualche decennio fa – ne è passata di acqua sotto i ponti da quando nel 1977 la sonda è stata lanciata nello spazio – nel 2012 la Voyager 1 è stata la prima sonda spaziale a superare l’eliopausa, la regione che rappresenta, convenzionalmente, il confine del nostro sistema solare. Insomma, racconta Balbi, la Voyager 1 è il primo oggetto costruito dall’uomo a essere entrato nello spazio interstellare.
E sta ancora inviando dati a terra.
E tuttavia la disponibilità pressoché illimitata di dati e informazioni possibile oggi grazie all’innovazione tecnologica rende, paradossalmente, ancora più complessa la loro rappresentazione.
C’è un capitolo de Il nome della Rosa  – Terzo giorno, Vespri – in cui frate Guglielmo di Baskerville e Adso da Melk cercano di decifrare l’enigma del labirinto.

“Certo si potrebbe…”.
“Cosa?” chiesi.
“Pensavo a un modo di orientarci nel labirinto. Non è semplice da realizzare ma sarebbe efficace… In fondo, l’uscita è nel torrione orientale, e questo lo sappiamo. Ora supponi che noi avessimo una macchina che ci dice dove sta settentrione. Cosa accadrebbe?”

Frate Guglielmo descrive ad un incredulo Adso la bussola, tuttavia quello che infine permetterà ai due di risolvere l’enigma non sarà la tecnologia ma osservare la biblioteca dall’esterno e comprenderne le regole e le conoscenze matematiche utilizzate dal costruttore per tracciarne una mappa: “Prova infatti a tracciare un disegno di come possa apparire la biblioteca vista dall’alto. Vedi che in corrispondenza a ogni torre devono esserci due stanze che confinano con la stanza eptagonale e danno su due stanze che confinano con il pozzo ottagonale interno.”

[sf_iconbox image=”ss-globe” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]L’elaborazione e l’uso

Paolo Benanti, altro frate e studioso di etica, bioetica ed etica delle tecnologie ci racconta qui di come Facebook abbia messo a disposizione mappe ad alta risoluzione che stimano non solo il numero di persone che vivono all’interno di tessere della griglia di 30 metri, ma forniscono anche approfondimenti sui dati demografici.
Queste mappe non sono costruite usando solo i dati di Facebook e si basano invece su una combinazione di strumenti di AI – mediante strumenti di computer vision – con immagini satellitari e informazioni di censimento. Combinando questi set di dati pubblicamente e commercialmente disponibili con le funzionalità di intelligenza artificiale di Facebook, sono state create mappe di popolazione che sono 3 volte più dettagliate di qualsiasi altra fonte.
Eppure… lo ricordiamo: “la mappa non è il territorio”.
Nel film, De Niro risolve il problema con un sopralluogo dal vivo prima di decidere come procedere poiché ha bisogno dell’osservazione reale dei luoghi per agire consapevolmente; frate Guglielmo attiva invece un processo di conoscenza osservando la biblioteca dal di fuori, dall’esterno.
Ma nel caso di un’organizzazione sanitaria che deve prendere una decisione con conseguenze che potrebbero ripercuotersi su intere popolazioni non si corre il rischio di confondere la bussola con la mappa?
[bctt tweet=”Nel caso di un’organizzazione sanitaria che deve prendere una decisione con conseguenze che potrebbero ripercuotersi su intere popolazioni non si corre il rischio di confondere la bussola con la mappa?” username=”MapsGroup”]
Il dilemma etico calato nel contesto tecnologico resta attuale e aperto: salute o libertà? Efficienza o libertà? Convenienza economica o libertà? Sicurezza o libertà? “Chi baratta la libertà con la sicurezza non merita né libertà né sicurezza” diceva Benjamin Franklin. Senza voler troppo semplificare la questione, tenderei a dargli credito…
A voler restare in tema sanitario, peculiare oggi è il modello tedesco basato sulle nuove tecnologie, sulla robotizzazione, sull’informatizzazione e sul concetto di “cura ottimale” che prevede l’incrocio tra profilazione algoritmica attraverso smartphone, costo della polizza assicurativa “su misura” e governo dello stile di vita.
Ma restringendo il campo di osservazione c’è da dire che non si tratta di faccende legate ai singoli Stati o di modelli, di dicotomie o tecnofobie, della contrapposizione tra ricchi e poveri; non si tratta di immaginare macchine dotate di autocoscienza o di essere fautori di una tecnologia della sorveglianza o il ritorno nostalgico a un tempo in cui qui era tutta campagna.
Si tratta (forse) di trascinare l’omino di street view sulla mappa e veder scorrere nei frame dei nostri schermi luoghi sconosciuti e decidere di comprenderne il significato guardandoli dall’alto o al contrario immergendosi nel territorio muniti delle nostre moderne bussole parlanti sapendo che la scelta di eseguire il comando di svoltare a destra o a sinistra dipende da un algoritmo che in quel momento assume il percorso sulla mappa come quello più veloce o più razionale, rivendicando tuttavia, ancora una volta e sempre, la libertà di tirare dritto o di perdersi in luoghi sconosciuti guidati dal caso, dall’errore, dal libero arbitrio o seguendo le nostre mappe in cui abbiamo messo anche roba che in realtà non esiste davvero.

Gli edifici che abbiamo edificato, i quadri che abbiamo dipinto, la musica e i versi che abbiamo composto, le vite stesse che abbiamo vissuto: niente di tutto ciò avrebbe potuto essere predetto, perché niente di tutto ciò era inevitabile.
Ted Chiang


[highlight]Approfondimenti[/highlight]


CREDITS IMMAGINI COPERTINA (rielaborate):
Foto di Melk (Austria): Alessandro Borgogno
ID Immagine: 29384951. Diritto d'autore: Aleksandra Alekseeva
ID Immagine: 85724093. Diritto d'autore: allexxandar

 
 

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6MEMES TRENDS Data Complexity & Big Data

Surrealismo in salsa Data Driven: quando i conti (da soli) non tornano. Di Anna Pompilio.

[sf_iconbox image=”fa-image” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Perché un surrealista in questo percorso tra i Dati?

[dropcap3]P[/dropcap3]er chi mi leggesse per la prima volta, questo è un doveroso preambolo: la citazione del surrealismo nel titolo si riferisce al primo post  di questa rubrica, e riguarda la scelta di un pittore belga come guida spirituale di questo percorso non lineare tra tecnologia e resto del mondo. I motivi di questa scelta – oltre quelli già addotti in altri scritti di questo Blog – sono fondamentalmente due.
Il primo riguarda la provenienza: se cerchiamo un puntino su una mappa Magritte lo posizioniamo qui, a pochi km da Bruxelles. E a Bruxelles non c’è solo il museo Magritte, con la collezione più importante al mondo per le sue opere, ma poco più in là sulla mappa c’è qualcosa che ci riguarda tutti: il parlamento europeo, e la normativa europea non si può ignorare, neanche in tema di sostenibilità. (Incredibile: c’è perfino chi sostiene che l’Europa siamo noi!).
Il secondo  riguarda un gioco di parole, ma ve ne parlo più avanti, perché prima voglio raccontarvi di un corso Agile (per la certificazione Scrum Master) a cui ho partecipato il mese scorso: tra le tante parole che ho ascoltato durante questo evento formativo ce ne sono state alcune dalla cui fascinazione mi è stato difficile prescindere.
Una di queste, incontrata il primo giorno del corso, è retrospettiva: l’utilizzo di una parola comunemente usata in altri ambiti per un framework di sviluppo software (ma non solo) mi è parsa una buona idea proprio per quella sottesa volontà di meticciato, di ricerca, di conoscenza condivisa per rispondere alla crescente complessità del mondo e non solo dei progetti applicativi.
Tant’è che quando si parla di Agile, delle origini, del manifesto etc. nella mia immaginazione c’è questa grande villa liberty con colonne e veranda del Tennessee (non so perché proprio la patria della musica Country…) in cui un manipolo di nerd si riunisce per guardare al futuro dell’informatica e per prima cosa si mette a retro-spectare fino al Giappone di Taiichi Ōno, così che nei principi fondanti del manifesto ci finiscono parole come persone e relazioni.
[bctt tweet=”Quando si parla di Agile, delle origini, del manifesto etc. nella mia immaginazione c’è una grande villa liberty in cui un manipolo di nerd si riunisce per guardare al futuro dell’informatica…” username=”MapsGroup”]
Al secondo giorno di corso mi è balzato invece all’attenzione un altro termine, cospirare: con (insieme), spirare (respirare), respirare insieme. Perché al di là del suo significato letterale –  è una parola che accende i miei riflettori mentali su un’altra scena del film di Luigi Magni “Nell’anno del Signore” (in cui Cornacchia cerca Montanari che è ito a cospira’! ) da cui eravamo partiti e che implica qualcosa di più di un’organizzazione logistica basta sulla prossimità, evocando piuttosto uno spazio sociale, un luogo dove convergono i sensi e il significato, si intersecano il livello sensoriale e quello semantico,  la condivisione di una visione comune diventa immanente e prende forma l’idea che il prodotto non sia il fine, ma invece il mezzo per creare valore. (In questa stessa visione ça va sans dire  la forma di comunicazione orale è preferibile a quella scritta).
E dunque anche a voler stare tutti insieme in una villa del Tennessee ad ascoltare i cantastorie (Product Owner)  i confini tra il dentro e il fuori sono sfumati, mediati, allargati, permeabili e sensibili a quella condizione umana che (anche) Magritte dipinge nella sua opera, in cui:

la percezione umana è incerta e sempre in balia degli eventi, a cavallo tra sogno e realtà

poiché l’essere umano vede il mondo attraverso la propria esperienza, ed è grazie ad essa che gli attribuisce un significato, a maggior ragione oggi,  all’interno di un mondo in versione digitale in cui, tra confini sfumati, il senso lo si  trova nel flusso fra realtà e algoritmo, talvolta perfino nel glitch:-).
E così siamo arrivati al secondo motivo per cui (dovendo partire da un qualche punto nell’universo:-) ho scelto di cominciare il mio articolo dai surrealisti. Proprio la semantica della parola glitch – da glitchen, scivolare – termine usato in origine in campo elettrotecnico ad indicare la presenza di un errore imprevedibile, ma che ha poi definito un’intera estetica basata sul difetto digitale, mi ha dato il via.
L’errore che diventa creazione artistica ha (non a caso) ispirato tutti gli artisti per secoli e i surrealisti in modo particolare, anche se più che Magritte (troppo ancorato probabilmente alla precisione scientifica) potremmo forse pensare a Man Ray che di sé usava dire:

Dipingo quello che non può essere fotografato. Fotografo quello che non voglio dipingere.

 

[sf_iconbox image=”ss-globe” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Vedere insieme il mondo

Business people and developers work together daily throughout the project.

Agile Manifesto, Principio n°4

Riprendendo le fila del discorso: un manifesto nato per rispondere alla crescente complessità dei progetti software ci dice innanzitutto di mettere insieme (anche fisicamente) persone. Ma persone come?
Non è del tutto chiaro, se non (forse) facendo un passo in più: parliamo di un approccio metodologico nato per rispondere alla crescente complessità dei progetti che ci dice innanzitutto di mettere in relazione persone consapevoli della realtà (quale realtà?).
Certo la nostra realtà è fatta per lo più di saperi tecnici, ma per vedere il mondo, per renderci conto della sua complessità ed essere consapevoli della nostra condizione abbiamo bisogno di moltissime altre cose, non solo di competenze specialistiche, non solo di regole e principi manifesti.
[bctt tweet=”Un manifesto nato per rispondere alla crescente complessità dei progetti software ci dice innanzitutto di mettere insieme (anche fisicamente) persone.” username=”MapsGroup”]
Abbiamo bisogno di un linguaggio comprensibile, di interpreti e modelli culturali, di rappresentazioni, di mediazione simbolica… “L’unica forma di mediazione simbolica che riesce a rappresentare la realtà è l’arte”, dice il professor Piero Dominici. E l’arte non esiste che nella relazione.

L’arte non esiste che nella relazione, o meglio in quell’arte “laboratorio” in cui persone anche di discipline differenti, insieme, non tanto cercano la soluzione ad un determinato problema, quanto esplorano liberamente tutte le possibili associazioni, angolature, tagli, formulazioni, livelli e meta-livelli che un dato problema può suscitare.

Cesare Pietroiusti, Artista

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[/sf_iconbox]Cambiare le regole del gioco: da bug a glitch

Nei videogiochi,  un glitch è un comportamento anomalo del software, che permette al giocatore di ottenere dei vantaggi non previsti mentre il “glitching” consiste nella ricerca da parte del videogiocatore di un glitch da sfruttare a proprio vantaggio. (Fonte: Wikipedia).
Anche il glitch come il bug  è dunque un’anomalia del software ma il punto di vista è nettamente differente: nel primo caso (bug) l’anomalia impedisce che quella determinata funzione si esplichi (nel peggiore dei casi blocca completamente l’operatività, immobilizza); nel secondo caso (glitch ) l’errore imprevedibile non toglie ma in qualche modo aggiunge valore per il giocatore.
Posto che entrambi vanno risolti resta la questione che non tutto il risultato (di uno sviluppo) si può prevedere al 100% ma invece di agire per ridurre la percentuale di imprevedibilità, per ridurre la distorsione o per restare sulla retta via, si cambia strada e si arriva comunque ad un traguardo.
Approcciare dunque un punto di vista differente rispetto ai paradigmi in uso nell’organizzazione aziendale è conditio sine qua non per evolvere: se si accetta che il metro, la misura, sia il software funzionante, poi è necessario cambiare le regole interne del lavoro, attivare processi sintetici, spingere verso una maggiore interazione, responsabilità, coinvolgimento.
[bctt tweet=”Approcciare  un punto di vista differente rispetto ai paradigmi in uso nell’organizzazione aziendale è conditio sine qua non per evolvere…” username=”MapsGroup”]
Il metodo Christov-Bakargiev  (“Con gli artisti non si deve parlare d’arte ma lavorare insieme su cose che interessano e che loro poi traducono in un linguaggio”) applicato al management ;-).
Intendiamoci però su un punto: cambiare le regole non significa niente regole. Ho sentito in più occasioni persone che si definivano “Agile dentro” per il fatto che non facevano il piano in un progetto tradizionale, ma passare da un approccio di gestione progetti (Waterfall) all’altro (Agile) non esula da quel AS IS – TO BE (si parte sempre dai classici;-)) e da tutto quello che c’è da fare pazientemente nel mezzo: tecnica e disciplina non sono opzionali. Tecnica e disciplina tuttavia non sono mai fini, ma mezzi.
E allora bisognerebbe davvero riuscire a non chiudersi ma esplorare ogni giorno le tante possibilità che questa realtà, questo mestiere offre e avere l’ardire di presentarci al mondo con un CV che di ciascuno di noi mostri prima di tutto il percorso che ci ha preparato a stare in questo cosmo, a pensare e partecipare come membro pienamente consapevole e attivo della società, nella pienezza del suo ruolo sociale.

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]L’approccio data-driven: quando i conti non tornano

E veniamo ai famigerati dati, che poi è l’argomento principale di questa rubrica, ora che abbiamo esplorato ancora volta come il cambiamento nelle organizzazioni sia innanzitutto di matrice culturale anche in un momento storico in cui la società sempre di più si fonda sull’automazione.
I conti non tornano è per Lacan  il reale: noi contiamo perché i conti non tornano, ma senza voler entrare nel merito di un discorso filosofico che esula nettamente dalle mie competenze, la cosa che mi preme qui sottolineare ancora una volta è che se si superano le pressioni dovute all’esigenza del management di “chiudere” entro confini definiti il lavoro da fare, una volta attivati quei meccanismi di resistenza che ci consentono uno spostamento dei livelli metodologici e di significato, una volta che ci siamo arresi di fronte all’evidenza che la realtà in fondo è quella che ci causa distorsione, allora sì, siamo pronti anche per un approccio che parte dai dati e non dai processi (modello data driven) e che ben si sposa con principi e metodologie Agile – iterazioni controllate, validazione dei risultati anche con il coinvolgimento dell’utente di business, correzioni e cambiamenti di rotta in itinere, seguendo i filoni di indagine più promettenti che emergono durante il percorso, pur nell’incertezza di un risultato in tempi definiti come nel classico waterfall, ma nella consapevolezza che un risultato è possibile quasi sempre e potenzialmente può essere anche molto importante. (Ingenium magazine, Come produrre valore con i dati?)
Un modello data-driven non raggiunge mai la sua conclusione proprio perché i dati cambiano nel tempo generando continuamente nuovo potenziale: è un’opera viva, in evoluzione che cambia attraverso lo sguardo, la relazione, il confronto.
[bctt tweet=”Un modello data-driven non raggiunge mai la sua conclusione  perché i dati cambiano nel tempo generando continuamente nuovo potenziale: è un’opera viva, in evoluzione che cambia attraverso lo sguardo e la relazione.” username=”MapsGroup”]
E se il contesto culturale ce lo permette non ne saremo spaventati, ma galvanizzati, e saremo pronti a recepire le occasioni moltiplicate dal lavoro comune, dallo scambio di idee, dal sedersi intorno a un tavolo per dare una visuale a qualcosa di aperto, polivalente, con insite opportunità di aggiunte; dall’utilizzo di framework che si basano su principi che ragionano con una diversa idea di temporalità (che è quella del gruppo) e che serve per produrre un valore (che è quello di un risultato funzionante) e per farlo esce dalla gabbia delle regole preordinate e gioca con la narrazione, la motivazione, il cambiamento attivo, gioca con misure  nuove, con l’assenza di muda (sprechi) con margini di libertà, che è anche libertà di poter sbagliare e cambiare direzione, ancora una volta per cercare altrove il senso.
 

Anna Pompilio


Fonti e Approfondimenti


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ID Immagine: 96459079. Diritto d'autore: Bruce Rolff.
ID Immagine: 38752665. Diritto d'autore: Bakhtiar Zein.
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6MEMES TRENDS Data Complexity & Big Data

Storie di innovazioni passate, (NON)sostenibilità e nuove frontiere sociopolitiche: l’autoriflessività a partire dai dati.

[dropcap3]S[/dropcap3]ono passati pressappoco due anni da quando – nell’introdurre in 6Memes il tema degli indicatori sociali – citai questa frase di Victor Hugo: “Niente al mondo è così potente quanto un’idea della quale sia giunto il tempo”.
Era il 2017 e sembrava che fosse finalmente giunto il tempo e l’Italia volesse addirittura giocare d’anticipo dotandosi non solo di indicatori di benessere Beyond GDP (Al di là del PIL) – come caldeggiato dalla commissione europea già a partire dal 2009 – ma addirittura tenendone conto nel Documento Programmatico di Bilancio dell’anno corrente. Fa un po’ ridere aver formulato il pensiero in questi termini considerato che di coefficienti di sviluppo sociale si parla dagli anni ’60.
Nel quadro Europeo, raccontavo nell’articolo – l’Italia è il primo Paese a collegare gli indicatori di benessere equo e sostenibile alla programmazione economica e di bilancio, attribuendogli un ruolo nell’attuazione e nel monitoraggio delle politiche pubbliche.
Negli ultimi tempi ho ripensato spesso alla frase di Victor Hugo e ai coefficienti di benessere sociale, mentre scorrevano insistentemente nei nostri feed le dispute sulla battaglia della giovanissima studentessa svedese per cercare di arginare la corsa sfrenata di un convoglio su cui l’umanità a un certo punto della sua storia è salita festosa – affascinata dalla promessa di una fermata nel paese dei balocchi – per scoprire troppo tardi di essere lanciata verso il precipizio fatale del disastro ecologico.
La crisi ecologica (e non solo) in cui siamo immersi è una faccenda complessa, parte da molto lontano e i motivi per cui i governi (e la maggior parte delle persone) sembrano non volersene troppo preoccupare non so se dipenda dal fatto che la popolazione del pianeta sia ormai rassegnata all’inevitabile o si sia scoperta dotata di pinne:

Ci sono questi due giovani pesci che nuotano e incontrano un pesce più vecchio che nuota in senso contrario e fa loro un cenno, dicendo: “Salve ragazzi, com’è l’acqua?” e i due giovani pesci continuano a nuotare per un po’ e alla fine uno di loro guarda l’altro e fa: “Che diavolo è l’acqua?”

David Foster Wallace, This is water.

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[/sf_iconbox]La crisi ecologica, l’antropocene e il cannibalismo

 
Alcuni studiosi fanno risalire l’attuale crisi ecologica a Cristoforo Colombo come a colui che ha dato origine alla prima globalizzazione. Scrive Charles Mann giornalista e saggista statunitense Nel suo libro 1493. Pomodori, tabacco e batteri. Come Colombo ha creato il mondo in cui viviamo:

Sorprende scoprire che la globalizzazione arricchisce il mondo da quasi cinque secoli. E crea turbamento pensare alla storia, altrettanto lunga, delle convulsioni ecologiche che essa ha provocato, e alle sofferenze e al caos politico che ne sono discesi.
Nondimeno questa visione del nostro passato ha una sua grandezza: ci ricorda che ogni angolo della Terra ha avuto un ruolo nella storia dell’umanità e che tutti, nessuno escluso, siamo inseriti nel progresso, più ampio e incommensurabilmente più complesso, della vita su questo pianeta.”

L’idea che le patate dolci e il mais (l’idea quindi che l’ecologia e l’economia) siano stati fra i protagonisti del collasso dell’ultima dinastia cinese sorprende Mann (e non meno turba chi scrive) perché lo storytelling è sempre lo stesso da secoli: navigatori eroici che salpano verso mari in tempesta per la conquista di rotte ignote, intrepidi esploratori che grandeggiano nelle sconfinate praterie…
[bctt tweet=” Lo storytelling è sempre lo stesso da secoli: navigatori eroici che salpano verso mari in tempesta per la conquista di rotte ignote, intrepidi esploratori che grandeggiano nelle sconfinate praterie…” username=”MapsGroup”]
All’epoca delle esplorazioni e della scoperta dell’America (1493) si fa ancora tradizionalmente iniziare l’età moderna e l’inizio di un processo di globalizzazione ante litteram – il salto insomma è da Isabella a Greta – ma bisognerà arrivare al 1945 (data-simbolo) per dare origine all’epoca geologica attuale.
Epoca in cui l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, viene fortemente condizionato su scala sia locale sia globale dagli effetti dell’azione umana, con particolare riferimento all’aumento delle concentrazioni di CO2 e CH4 nell’atmosfera (Treccani, Antropocene).

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[/sf_iconbox]Il caso Italia: com’è andata a finire?

 
Senza spingerci tuttavia così indietro, torniamo al Documento Programmatico di Bilancio del 2017 e in particolare a questo passaggio: la crisi e prima ancora la globalizzazione hanno reso evidenti i limiti di politiche economiche volte esclusivamente alla crescita del PIL. L’aumento delle diseguaglianze negli ultimi decenni in Italia e in gran parte dei Paesi avanzati, la perdurante insufficiente attenzione alla sostenibilità ambientale richiedono un arricchimento del dibattito pubblico e delle strategie di politica economica.
In questa prospettiva il Parlamento ha inserito nella riforma della legge di contabilità e finanza pubblica il benessere equo e sostenibile tra gli obiettivi della politica economica del Governo.”
Ma gli obiettivi della politica economica si sa, possono cambiare anche repentinamente così ho fatto un esercizio semplicissimo: ho cercato e scaricato il Documento Programmatico di Bilancio 2019 e all’interno del documento ho fatto una ricerca per parola chiave “sostenibilità”. Il motivo per cui tra i vari domini del Documento Programmatico ho scelto quello ambientale è abbastanza evidente: difficile fare ragionamenti sensati sul benessere sociale se non avremo più un posto dove vivere.
[bctt tweet=”La perdurante insufficiente attenzione alla sostenibilità ambientale richiede un arricchimento del dibattito pubblico e delle strategie di politica economica.” username=”MapsGroup”]
La ricerca per parola chiave sostenibilità nel documento ha dato un risultato pari a zero. Allora ho provato con “sostenibile” e ho ottenuto ben 4 evidenze tutte riferibili al Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima – in definizione – da presentare alla Commissione UE entro il 2019 con particolare attenzione alla Mobilità Elettrica e il rimando a un Disegno di Legge recante introduzione di un regime fiscale agevolato per le aziende che implementano strategie di riduzione dell’inquinamento (c.d. Ires verde).
Tralasciando l’utilizzo ormai abusato di quell’implementano ho cercato “Ambiente” senza ottenere occorrenze, mentre il dominio “Ambientale” indica finalmente una misura ovvero la promozione dell’economia circolare: razionalizzazione e armonizzazione della normativa ambientale in materia di rifiuti
Nel 2017 gli indicatori BES inclusi nella programmazione economica e di bilancio erano 4 e sono attualmente 12. Uno solo di questi riguarda l’ambiente e nella relazione sugli indicatori 2019 presentata del Ministro dell’Economia e Finanza al Parlamento si legge che “In tema di inquinamento, il rinnovo degli incentivi all’efficienza energetica delle abitazioni e il meccanismo ‘bonus-malus’ su auto elettriche e a combustione interna darà un utile contributo al miglioramento della qualità dell’aria.”
Lo studio successivo dei vari documenti completi non ha evidenziato evidenti priorità del tema ecologico, il che ancora una volta turba ma non sorprende. Non sorprende neanche che chi governa ritenga di dover dare enfasi ad altri argomenti slegati l’uno dall’altro e proviamo a spiegarne i motivi nel seguito a partire, ça va sans dire, dai famigerati dati e da come ce li raccontano.
L’esempio precedente dimostra ancora una volta come la tecnologia abiliti chiunque, purché dotato di un dispositivo connesso a Internet, ad effettuare un monitoraggio – seppur semplicistico e parziale come in questo caso – per comprendere la portata e le conseguenze delle scelte pubbliche. E nello stesso modo chiunque, da un qualunque posto nel mondo, purché dotato di un dispositivo connesso a Internet, può partecipare alla ridefinizione di quelle scelte o quantomeno tentare di influenzarne gli aspetti ritenuti importanti o imprescindibili per il proprio benessere.
[bctt tweet=”Sempre più spesso le nuove frontiere della progettualità sociale e politica poggiano su strategie del consenso basate sull’utilizzo spinto dei Big Data.” username=”MapsGroup”]
Ma di questo sono ben consapevoli anche coloro che di scelte pubbliche si occupano. Ed è per questo che sempre più spesso le nuove frontiere della progettualità sociale e politica poggiano su strategie del consenso basate sull’utilizzo spinto dei Big Data (come detto in altre occasioni), su quello che gli americani definiscono Issue ownership – ovvero l’aver lanciato e cavalcato per primi l’onda di un determinato tema – ma anche e soprattutto sull’uso sapiente di un manipolo di piattaforme social a fini propagandistici.
La sicumera di chi governa si può fondare dunque su abilità politico-digitali in un contesto in cui il (mezzo) digitale può facilmente cannibalizzare il contenuto politico: non chiedete alla politica realismo, pragmatismo, serietà, risposte ai problemi, bensì slogan, favole in cui credere, il lieto fine, il vissero per sempre felici e contenti; non chiedete alla politica verità ma il ragionevole dubbio; non siate cittadini ma epigoni, discepoli, followers.
Di solito a questo punto del discorso da un lato si invoca Umberto Eco, gli imbecilli, il monopolio di Google, l’invenzione della macchina del tempo per affondare le caravelle, dall’altra il transumanesimo e la liberazione del genere umano dalle costrizioni imposte dalla corporeità, il potere salvifico della tecnologia e della digitalizzazione.

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[/sf_iconbox]Ma davvero la contrapposizione è l’unica soluzione?

 
La cultura dominante della contrapposizione, delle fazioni opposte, delle ragioni dell’io (e dell’io limitrofo) – “perché a me è successo di vedere un topo accanto ai cassonetti e quindi tutti dobbiamo morire, anche mia sorella una volta mentre attraversava la strada ha visto un topo” e così via argomentando – delle barricate tirate su un po’ ovunque ci impediscono di vedere come quelle stesse tecnologie, quelle stesse piattaforme, quegli stessi strumenti e quegli stessi luoghi permettono come mai prima d’ora di migliorare consapevolezza e competenza, di scardinare i nostri pregiudizi, di creare e diffondere cultura dell’innovazione e il rispetto per gli ambienti in cui viviamo, siano essi fisici o no.
Umberto Eco diceva anche: “per me l’uomo colto non è colui che sa quando è nato Napoleone, ma colui che sa dove andare a cercare l’informazione nell’unico momento della sua vita in cui gli serve, in due minuti”. Ed è vero che rispetto a solo pochi decenni fa il sapere è ormai accessibile a chiunque da un dispositivo connesso a internet, ma è pur vero che il sapere è diluito in un mare di dati e occorrono mappe e capacità di accedervi: il nuovo sapere è la capacità di orientarsi nella conoscenza e di relazionarsi con la complessità.
[bctt tweet=”Se è vero che rispetto a solo pochi decenni fa il sapere è ormai accessibile a chiunque da un dispositivo connesso a internet, è pur vero che il sapere è diluito in un mare di dati e occorrono mappe e capacità di accedervi. ” username=”MapsGroup”]
Tornando ai pesci e al discorso per la cerimonia delle lauree al Kenyon college di David Foster Wallace:

Se siete come me quando ero studente, non vi sarà mai piaciuto ascoltare questo genere di cose, e avrete tendenza a sentirvi un po’ insultati dall’affermazione che dobbiate aver bisogno di qualcuno per insegnarvi a pensare, poiché il fatto stesso che siete stati ammessi a frequentare un college così prestigioso vi sembra una dimostrazione del fatto che già sapete pensare.
Ma vorrei convincervi che lo stereotipo dell’educazione umanistica in realtà non è per nulla offensivo, perché la vera educazione a pensare, che si pensa si debba riuscire ad avere in un posto come questo, non riguarda affatto la capacità di pensare, ma piuttosto la scelta di cosa pensare.

Tirando le fila: per quanto possa sembrare complesso si tratta di avere coscienza di cosa sono “io” (come insieme di dati) per l’altro e di cosa è l’altro (come insieme di dati) per me. Si tratta di scegliere: essere consapevoli o inconsapevoli dell’acqua in cui siamo immersi.
 


[highlight]Approfondimenti[/highlight]
 


CREDITS
Immagini copertina (rielaborate):
ID Immagine 1: 27330761. Diritto d'Autore: Shihina
ID Immagine 2: 53727342. Diritto d'autore:  Nupean Pruprong

 

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6MEMES TRENDS Data Complexity & Big Data Data Driven

Innovazione, non rivoluzione. Parliamo di Data Driven e luoghi comuni passando da Magritte. Di Anna Pompilio.

Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia.

Arthur C. Clarke

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[/sf_iconbox]Perché un pittore Belga in questa rubrica?

Quando, nel 1933, dipinge la “Magia nera“, Magritte è già ben cosciente dei suoi mezzi di artista. Rientrato a Bruxelles, dopo un soggiorno a Parigi dove ha aderito con convinzione al Surrealismo, si è stabilito, con l’inseparabile moglie Georgette, al pianterreno di una casetta di periferia. Per vivere disegna manifesti pubblicitari in un atelier che si è costruito in giardino. I suoi quadri, invece, li dipinge a un cavalletto, piazzato vicino alla porta che dà sul cortile. Per le riunioni con il gruppo dei surrealisti belgi c’è appena un tavolo tra la cucina e il salotto dipinto d’azzurro, dove Georgette suona il piano, mentre dall’attaccapanni dell’ingresso è appesa l’immancabile bombetta.”

[dropcap3]L[/dropcap3]eggevo ultimamente in un’intervista alla scrittrice polacca Olga Tocarczuck:la letteratura è una forma di resistenza, perché nemica di ogni idioma che tenti di rendere l’universo semplificato e uniforme, a scapito delle contraddizioni e delle identità multiple e polimorfe” e riflettevo su quanto il tema “il mio è un atto politico” oppure analogamente “è una forma di resistenza” sia ricorrente nelle esternazioni degli artisti – siano essi pittori, scrittori, intellettuali. Ci sono poi artisti – pittori, scrittori, intellettuali – che rafforzano l’atto politico della loro opera con la loro stessa esistenza: con le azioni e le piccole gesta quotidiane. Magritte, io credo, è uno di questi: si è convinto che, solo immergendosi fino in fondo entro gli schemi, sarà libero di scardinare, dall’interno, tutte le convenzioni.
Magritte sceglie dunque di scardinare i luoghi comuni con il grimaldello e per questo si candida a diventare il manifesto di questa rubrica.
Scardinare (con o senza grimaldello) i modelli ricorrenti e convenzionali dovrebbe essere l’urgenza della cultura dominante, del tessuto economico, della cultura aziendale e di chi vuole seriamente occuparsi di innovazione: che non vuol dire digitalizzare (parola ormai abusata e spesso svuotata di senso) o rifare in formato elettronico quello che si faceva prima con il cartaceo ma approfittare delle tecnologie disponibili per ripensare i processi in modo sostenibile, tenendo conto del contesto, dell’esperienza, delle mancanze ma anche delle cose buone fatte fino a quel momento, senza ricominciare da zero ad ogni cambio dell’organigramma o del contratto di fornitura ma trasformando il cambiamento in opportunità di crescita continua per tutti.
[bctt tweet=”All’interno di un circuito virtuoso di innovazione, il riciclo delle buone pratiche va di pari passo con la ricerca di rinnovamento.” username=”MapsGroup”]
Il riciclo delle buone pratiche deve andare di pari passo con la ricerca di rinnovamento. La tecnologia DEVE cambiare il modo di lavorare ma la perdita di memoria all’interno dell’organizzazione non aiuta, così come l’incapacità di tener conto dei molteplici punti di vista: “il mondo è troppo complesso per essere racchiuso in un’unica narrazione”.
Innovare è quel lavoro da fare ogni giorno, con partecipazione, con costanza, senza sbandieratori e senza rivoluzioni (anche perché la rivoluzione è cosa da giovani e il nostro si sa, è un paese di non proprio giovanissimi ;-)).

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[/sf_iconbox]Il peso della maturità: la margarina, i processi e l’anagrafica aziendale

Rimanendo in tema di innovazione sostenibile cosa succede in un Paese dove la popolazione con più di 60 anni supera gli under 30? A dar retta al chimico francese Michel Eugène Chevreul e a quello che si legge in internet l’innovazione non è questione anagrafica, anzi. Per cui superati gli anta, se abbiamo un po’ di chimica nel sangue contribuiamo a inventare la margarina, se invece siamo sommersi di carta proviamo a innovare i processi, a rincorrere l’interoperabilità, l’integrazione, il data driven.
La questione anagrafica se così si può sintetizzare ha una duplice chiave di lettura: da un lato c’ è la media anagrafica dei collaboratori ma qui le considerazioni lungi dall’essere generalizzate possono solo riferirsi alla singola realtà: un conto è una start up che sviluppa videogiochi, un conto è una società di ingegneria dei trasporti che esiste da qualche decennio.
La seconda riguarda invece il ciclo di vita dell’azienda: una realtà presente sul mercato da illo tempore ha al suo attivo un background di procedure, standard, adempimenti in qualità, dati, processi di integrazione, carta nei cassetti e armadi pieni di faldoni – ma anche banalmente partite contabili ancora da ammortizzare, privilegi da preservare – ecc. che si sono sedimentati nel tempo e qui l’innovazione deve essere per forza pesata: una “rivoluzione” che spazza via il passato come una bomba di antica memoria lascia macerie da smaltire e rischia di essere francamente insostenibile.
[bctt tweet=”La rapidità di innovazione e il contesto globale apre orizzonti di senso che non sono gestiti e non sono molte le persone in possesso degli strumenti critici necessari per rispondevi culturalmente…” username=”MapsGroup”]
Perseguire nel pregiudizio romantico dell’innovazione come punto di “rottura” violenta con il passato – affidata a generazioni spesso (tecnicamente) inconsapevoli da un management che ha difficoltà a silenziare le notifiche del cellulare – senza tener conto del pregresso, del contesto attuale e dei rapporti spesso conflittuali tra le persone, delle inevitabili lotte intestine, dei divari di competenze e senza gestire il cambiamento non può che condurre al fallimento. La rapidità di innovazione e il contesto globale apre orizzonti di senso che non sono gestiti e non sono molte le persone in possesso degli strumenti critici necessari per rispondere culturalmente alla complessità o provare a ridurla senza per questo banalizzarla.
(Per inciso la storia di Michel Eugène è affascinante: nella prima parte della sua vita contribuisce all’ invenzione della margarina, a cinquant’anni pubblica studi sulla luce e sul colore che influenzeranno i pittori divisionisti, dopo i novanta diventa uno dei pionieri di una nuova disciplina – la gerontologia – e pubblica il suo ultimo libro a centodue anni. Il suo nome è scritto sulla torre Eiffel. Tra l’altro la margarina a mio avviso fa molto Belgio e Magritte, il che è surreale considerando che i belgi (come i francesi del resto) preferiscono sicuramente il burro…:-)).

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[/sf_iconbox]Di anagrafica in anagrafica: il lato umano del dato

Quello che tipicamente si tenta di fare oggi a partire dal patrimonio aziendale dei dati è la loro elaborazione attraverso piattaforme innovative e integrate basate sull’utilizzo condiviso (cloud collaboration) di basi dati di formati diversi ed eterogenei (dati cartografici, anagrafici, catastali, immagini georeferenziate ecc.).
C’è tuttavia un prerequisito da tenere a mente ai fini di una corretta gestione del dato aziendale: per essere a disposizione di tutti deve essere prima di proprietà di qualcuno. Mi spiego meglio: il dato da aggregare deve essere responsabilità in primis di chi lo inserisce e aggiorna su uno o più sistemi (solitamente in una anagrafica, per restare in tema) da cui tutti gli altri attingono. Attenzione: non c’è nulla di innovativo in tutto questo, succede da anni.
Succede anche (da anni) che chi ha la responsabilità di quel dato non sempre ha l’opportunità di aggiornarlo tempestivamente per cui si creano situazioni in cui non è possibile ad esempio rilasciare un’autorizzazione per un lavoro in cantiere perché non è stato aggiornato sui sistemi aziendali il codice fiscale dell’impresa esecutrice (invento, ma mica tanto). In questo scenario ci saranno ritardi nel chiudere l’attività, nel gestire l’avanzamento fisico e contabile, l’impresa esecutrice non riceverà il pagamento tempestivo delle fatture, dovrà ricorrere al credito e tutto questo come minimo finirà per erodere le risorse destinate agli investimenti in innovazione.
Succede dicevo da anni, ma oggi c’è un altro tipo di incognita di cui tener conto: il timore della risonanza del dato, intendendo per risonanza quanta visibilità ha il dato in azienda e quanti potrebbero puntare il dito verso il responsabile dell’aggiornamento per la propagazione di un’informazione errata.
[bctt tweet=”Quello che tipicamente si tenta di fare oggi a partire dal patrimonio aziendale dei dati è la loro elaborazione attraverso piattaforme innovative e integrate basate sull’utilizzo condiviso di basi dati di formati diversi ed eterogenei. ” username=”MapsGroup”]
Se per errore raddoppio l’importo di una commessa e questo nuovo importo si diffonde rapidamente su tutti i sistemi, chiunque lo utilizzi sarà portato, a cascata, ad aggiungere altri errori al primo con una sorta di effetto domino che potrebbe essere drammatico se utilizzato da sistemi basati sull’Intelligenza Artificiale, qualora non dovessero essere in grado di accorgersi immediatamente dell’incoerenza. Oltretutto se un tempo la questione poteva essere risolta all’interno, oggi il colloquio continuo e la trasmissione verso banche dati di soggetti esterni – enti pubblici, pubblica amministrazione, forze dell’ordine, prefetture, … – aggiunge un ulteriore livello di complessità.
Le incognite quindi sono molteplici: come e dove far aggiornare tempestivamente un dato distribuito? Come si supera la ritrosia di chi pensa che il male minore sia il mancato aggiornamento piuttosto che il rischio di errore o imprecisione? O che si tratti sempre e comunque di una inutile perdita di tempo: il dato è mio e se l’azienda lo vuole mi convinca a “cederlo”.
La risposta a questi e mille altri quesiti quella sì, dovrebbe essere basata sulla capacità di immaginare nuovi mondi possibili, di uscire dalla logica degli “standard” (standard grafici, standard di sviluppo, ecc.) e di creare un substrato (software) che si auto alimenta e arricchisce grazie all’utilizzo di piattaforme diverse e integrabili sviluppate da anime differenti in una sorta di pluralismo che rispecchia quelle identità multiple e polimorfe di cui narrano gli scrittori e che possono dar vita a soluzioni innovative ma sostenibili: applicazioni che permettono all’utente di correggere autonomamente e tempestivamente gli errori o che consentono di monitorare fasi predefinite del processo in modo facilitato attraverso semplici app; piattaforme multi cloud; sistemi predittivi; intelligenza artificiale…
Ma anche nuovi modelli formativi, informazione tempestiva diffusa attraverso nuovi strumenti di uso quotidiano (e non necessariamente con le solite mail), nuovi paradigmi di rappresentazione (questo non è un numero: 50.8419058 4.3590139 è il museo Magritte:-) e così via.

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[/sf_iconbox]Un esempio di innovazione sostenibile

Supponiamo che ci venga richiesto di gestire “informaticamente” le attività che concorrono alla produzione della documentazione per la presentazione della SCIA antincendio e la trasmissione delle Attestazioni di prestazioni energetica degli edifici.

Di cosa si tratta? La presentazione della SCIA antincendio ricorre quando le opere realizzate in un appalto comprendono anche attività soggette ai controlli dei Vigili del Fuoco, mentre la produzione degli attestati di prestazione energetica degli edifici si rende necessaria quando è applicabile la normativa sul contenimento dei consumi energetici e l’impiego di energia da fonte rinnovabile.

Se ci limitassimo a digitalizzare il processo si potrebbe banalmente pensare di sviluppare funzionalità di archiviazione della documentazione prodotta, di mettere a disposizione la modulistica in formato digitale o di gestire le scadenze… Ma invece di partire dalla conta delle scartoffie perché non cominciare dal progetto dell’edificio?
[bctt tweet=”Se ci limitassimo a digitalizzare il processo si potrebbe pensare di sviluppare funzionalità di archiviazione della documentazione,  mettere a disposizione la modulistica in formato digitale o gestire le scadenze… ” username=”MapsGroup”]
Il flusso in tal caso potrebbe iniziare dal caricamento nella piattaforma applicativa scelta di un progetto, magari realizzato in BIM – questo potrebbe aprire un ulteriore scenario di innovazione per il passaggio ad es. da CAD a BIM – e a partire dal dato progettuale andare ad effettuare i controlli richiesti dalla normativa attraverso il caricamento tramite un’app di foto scattate nell’edificio e la segnalazione di eventuali non conformità che saranno assegnate automaticamente dal sistema a un utente che dovrà poi mettere in pratica le misure necessarie al superamento della segnalazione…
Tutto questo mentre l’ente esterno, che accede alla stessa piattaforma, controlla lo stato avanzamento della “pratica” evitando inutili scambi di file, mail, pec, protocolli, allegati, errori di trasmissione, sigle incomprensibili, slittamenti dei termini, incertezza, ritardi, richieste di deroga. Senza contare la possibilità di utilizzare gli stessi dati per fini statistici. Troppo poco innovativo? Si fa sempre in tempo ad aggiungere un drone che scatta foto dall’alto all’edificio e scannerizza gli impianti:-).
 

La complessità delle organizzazioni e dei processi (anche quando sono ben definiti e normati come nell’esempio: presentazione dell’ istanza di valutazione del Progetto ai fini della SCIA) richiede un approccio organizzativo sistemico: non si tratta di “scomporre” classicamente il progetto secondo un flusso lineare ma guardare all’intera organizzazione, ai legami, alle dipendenze, alle integrazioni…

 

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[/sf_iconbox]In nome del Papa Re

Per chi mi conosce un po’ la scelta di utilizzare come fonte di ispirazione Magritte, il grimaldello, parole chiave come “sostenibilità” (così del resto come il mio recente acquisto di un classico e intramontabile capo di abbigliamento, il cappotto cammello:-) – ha un che di sorprendente, sapendo della mia spiccata inclinazione alla rissa.
Si potrebbe dire quasi, tornando alla famosa questione anagrafica, che si tratta di una scelta di maturità. O forse molto più semplicemente, come disse Monsignor Colombo nel famoso film di Luigi Magni: “i ribelli morono sempre a vent’anni, pure quanno nun morono”.
E… Già che si è parlato all’inizio di Georgette e Magritte, c’è una famosa foto della famiglia intitolata “René and Georgette Magritte with their dog after the war” da cui Paul Simon ha tratto ispirazione per una delle sue bellissime canzoni, intitolata esattamente “René and Georgette Magritte with their dog after the war“. Quando i geni comunicano e lo fanno – incredibilmente – senza ausilio di piattaforme di collaborazione;-)
 
[highlight]FONTI E APPROFONDIMENTI[/highlight]


Credits immagine di copertina:
Rielaborate:

ID: 7075441, di Melanie Lemahieu§
ID: 107812667 e 25022353 di Kheng Ho Toh