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6MEMES TRENDS White Paper

I Servizi IT al lavoro: dal concetto di Prodotto a quello di Servizio, passando in primo luogo dalle “persone”. White Paper di Giulio Destri.

[dropcap3]L'[/dropcap3]innovazione tecnologica e il trattamento sicuro dei dati sono divenuti, ogni giorno di più, concetti e funzioni strategiche per le aziende e per le singole persone.
Nel precedente White Paper, infatti, il Prof. Giulio Destri:

  1. partiva dal ruolo dei servizi ICT nella società di oggi e approfondiva i rischi della materia in termini di privacy e sicurezza dei dati;
  2. approdava a un’analisi approfondita sulla messa in atto del GDPR e il suo impatto sugli esistenti servizi IT e sulla progettazione dei nuovi.

In questo nuovo quaderno il focus è sulla trasformazione in atto dal concetto di ‘prodotto’ a quello di ‘servizio’, cambiamento reso possibile dalle attuali tecnologie che veicolano ogni merce e – più in generale – ogni informazione di valore attraverso veri propri flussi di dati. Il discorso poi:
[icon image=”ss-shuffle” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]prosegue sull’economia dei servizi, per parlare della sua integrazione con l’IoT (Internet delle Cose);
[icon image=”ss-usergroup” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]approda alle figure dell’IT che rendono possibili le trasformazioni in atto: il Business Analyst, il Developer e il Sistemista.
In itinere è stato affrontato anche l’importantissimo tema della comunicazione interpersonale in questo ambito, che va necessariamente accompagnata dalle giuste tecnologie e dalla giusta organizzazione, anche attraverso persone qualificate, motivate e competenti.
Il che porta all’ultimo capitolo del White Paper, dedicato ai costi dell’innovazione: da quello della creazione di nuovi sistemi e processi a quelli di ‘esercizio’, gestione e manutenzione.
L’importanza dei Servizi ICT è dunque evidente. Ed un necessario e approfondito interesse su queste tecnologie si rende necessario per innovare i business model e aumentare la competitività, senza pesare sui costi.
Buona lettura.
 
[highlight]Indice dei contenuti:[/highlight]

Introduzione
01 – L’economia che si rinnova con la società e la tecnologia: dal concetto di Prodotto a quello di Servizio.
02 – Servizi e IoT: società dei servizi e Internet delle Cose.
03 – Business Analyst: sinergia tra IT e Business per guidare l’azienda in un mondo che cambia. Donna è meglio?
04 – Comunicazione interpersonale nei settori tecnici e specialistici.
05 – Il compito fondamentale in ICT: lo sviluppo del codice sorgente.
06 – A me le “reti”: la figura del buon amministratore (di sistema)!
07 – Sviluppo versus funzionamento operativo di servizi IT: coordinare esigenze in apparenza contrapposte.
08 – Total cost of ownership: spese di costruzione e di esercizio di un sistema IT.
Conclusioni.
Approfondimenti.

Per scaricare il White Paper cliccare l’immagine di copertina:

 


Credits Immagini:

 

Immagine di copertina (rielaborata):
ID: 70705464 di nicoelnino

 


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A Firenze in scena il 13° forum risk management in sanità: Artexe presenta le soluzioni di Patient Journey.

Artexe presenta le soluzioni di Patient Journey al sistema sanitario toscano.

Le tecnologie applicate alla sicurezza del paziente saranno al centro della tredicesima edizione del Forum Risk Management in Sanità, in programma dal 27 al 30 novembre 2018 alla Fortezza da Basso, a Firenze.


Il Forum, a 40 anni dall’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, rappresenta l’occasione per un confronto sulle cose da fare per innovare e riformare il sistema sanitario e renderlo più efficiente e capace di rispondere ai bisogni di salute dei cittadini.
Diverse le tematiche che saranno affrontate, tra le quali:

  • la corretta applicazione della Legge 24/2017;
  • l’innovazione delle reti organizzative ospedale-territorio;
  • la promozione dell’innovazione tecnologica.

Per tutti i quattro giorni sarà inoltre sviluppato l’importante “Percorso di Lotta alle Infezioni ed alla Sepsi”. Artexe sarà presente:
[sf_iconbox image=”ss-users” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]con uno stand insieme a TIM, partner di riferimento nell’importante accordo quadro regionale per la Sanità Toscana che include, tra l’altro, le soluzioni di Patient Journey,
[sf_iconbox image=”fa-bed” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]con lo speech “Soluzioni end-to-end per la gestione del Patient journey”, nella Sessione del 28 mattina: “Buone pratiche. Le professioni sanitarie protagoniste dell’innovazione digitale in sanità”.
 


Credits Immagini:
Immagine di copertina. ID: 18988826, di everythingpossible
I° immagine. ID: 41302906, di kritchanut
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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

Cominciare e finire: il bene e il male della "Coerenza" secondo Calvino. Favole dei giorni nostri…

Si scrive “Coerenza”, si pronucia “Consistenza”…

[sf_iconbox image=”ss-write” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox][dropcap3]S[/dropcap3]iamo arrivati all’ultimo articolo di questo nostro viaggio che ripropone i meme delle Lezioni americane di Italo Calvino, quello dedicato alla sesta conferenza che, purtroppo, l’autore non fece in tempo a concludere.
Restano tuttavia a nostra disposizione i suoi appunti, dai quali scopriamo in primo luogo le ragioni del titolo che Calvino avrebbe voluto dare alla lezione, Consistency, in italiano Coerenza, anche se

“in origine, il titolo della sesta lezione doveva essere Openness, «da intendersi non come ‘franchezza’, bensì nel senso di apertura, proporzione spaziale tra uomo e mondo». In seguito il titolo fu mutato in Consistency, da tradursi con coerenza.”

L’autore, inoltre, avrebbe voluto riferirsi a un racconto di Melville, Bartleby lo scrivano (una selezione particolarmente emblematica, questa, come vedremo), e aveva intenzione di scrivere l’ultima lezione solo dopo essere approdato negli Stati Uniti, in una sorta di epilogo da definirsi in loco.
Partiamo da uno di questi punti per le nostre considerazioni: perché proprio Bartleby? Presentiamolo, questo bizzarro personaggio di Melville:

“Bartleby, il personaggio della novella, è un impiegato di Wall Street; lavora presso un avvocato e trascrive atti giudiziari. Se non che, a un certo punto, smette di farlo, e oppone alle richieste del suo principale una frase: «Avrei preferenza di no».

L’innesco di tale rifiuto? All’apparenza si tratta di un principio di coerenza sfrenato: la mansione che gli viene chiesta di espletare, in aggiunta alle sue attività lavorative, devia, seppur di pochissimo, dal suo incarico standard.
[bctt tweet=”L’ultima lezione di Calvino – dopo aver dispiegato le ali sulle innumerevoli possibilità rappresentate da concetti come Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità – è dedicata a un senso di incompiutezza.” username=”MapsGroup”]
Bartleby, dunque, invece di adempiere alle aspettative che si confanno a ogni essere umano bene inserito nel suo contesto sociale (e che di fronte alla richiesta garbata di fare qualcosa si piega altrettanto garbatamente ai desideri del suo interlocutore) inaspettatamente si rifiuta di farlo. Declina la richiesta gentilmente, certo, ma è inamovibile nella sua decisione, in quanto preferisce di no.
Purtroppo per lui, come accade per ogni effetto-domino, sarà proprio l’atto di sottrarsi alla nuova incombenza in nome di una sorta di coerenza radicale a rivelarsi  fatale per il protagonista, che finirà imprigionato di una sorta di disincanto generalizzato.
Ed è paradossale (o forse profetico) che l’ultima lezione di Calvino – dopo aver dispiegato le ali sulle innumerevoli possibilità rappresentate da concetti come Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità – sia in fin dei conti dedicata a un senso di chiusura, rifiuto e infine incompiutezza…

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Mobilità versus immobilità: coerentemente, non c’è dubbio 🙂

È lo stesso titolo scelto da Calvino, Coerenza, che ci proietta da subito, in quanto lettori, da una parte o dall’altra di due visioni del mondo contrapposte, una più razionale e (forse) logica, l’altra più creativa e (forse) scomposta.
Alfred Adler, psichiatra e psicoanalista che, con Sigmund Freud e Carl Gustav Jung, fu fondatore della psicologia psicodinamica, commenta la questione con queste parole:

“La sola virtù della coerenza è la prevedibilità, e troppi la usano semplicemente per evitare di rischiare.”

C’è molto di vero, in questa riflessione. Ognuno di noi lo avrà sperimentato direttamente più volte, di fronte ad esempio all’irrigidirsi di qualche procedura burocratica e dei suoi “esecutori”, le cui incapacità di andare oltre lo strettamente prestrabilito sfidano ogni buon senso.
[bctt tweet=”Se l’incoerenza è a volte una trappola stringente, anche la coerenza inamovibile può essere altrettanto temibile.” username=”MapsGroup”]
Eppure, tornando agli articoli che abbiamo dedicato alle proposte di Calvino per il nuovo millennio, sappiamo altrettanto bene che difficilmente una situazione complessa – come è ad esempio il decidere se accettare o meno nuovi ruoli che ci sottraggono potenzialmente alla nostra zona di comfort – è realisticamente risolvibile con un approccio maldestro e caotico.
Bisogna quindi tenere conto di molti fattori e circostanze, prima di emettere un semplice sì o no dagli effetti imprevedibili al di là delle apparenze. Perché anche la soluzione a prima vista più lineare, semplice e coerente – come può essere l’esempio del rifiuto del nostro amato impiegato – può rivelarsi un pozzo senza fondo di imprevisti anche fatali.
Torniamo quindi al buon (si fa per dire) Bartleby.  Il suo NO, per come si evolvono le cose, è esattamente il punto di inizio delle sue vicissitudini, piuttosto che la fine di una circostanza. È infatti l’incipit dell’intera vicenda, che di certo non finisce bene.
Quella sua frase, infatti, “I would prefer not to” (che Gianni Celati traduce con: “avrei preferenza di no”), lo pone suo malgrado davanti all’abisso. Anzi: lo spinge dentro.
E quello che era iniziato come un evento difensivo da parte del protagonista, finisce per diventare la causa scatenante del suo tracollo. L’inizio di una vicenda disattende (o forse no?) il suo finale.  Ed è esattamente qui che Calvino voleva arrivare: “Cominciare e finire” è infatti il mantra che l’autore recita in molti dei testi che ci ha lasciato in eredità.

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“Cominciare e finire”: un buon esordio garantisce un lieto fine?

Proseguiamo il ragionamento con le parole stesse di Calvino, riferite proprio a quella che lui pensava poter essere la sua introduzione pubblica alle Lezioni americane:

“Cominciare una conferenza, anzi un ciclo di conferenze, è un momento cruciale, come cominciare a scrivere un romanzo. E questo è il momento della scelta: ci è offerta la possibilità di dire tutto, in tutti i modi possibili; e dobbiamo arrivare a dire una cosa, in un modo particolare.
(…) Fino al momento precedente a quello in cui cominciamo a scrivere, abbiamo a nostra disposizione il mondo – quello che per ognuno di noi costituisce il mondo, una somma di informazioni, di esperienze, di valori – il mondo dato in blocco; e noi vogliamo estrarre da questo mondo un discorso, un racconto, un sentimento: o forse più esattamente vogliamo compiere un’operazione che ci permetta di situarci in questo mondo.”

Anche Valentina Re mette a fuoco mirabilmente la questione, rispondendo a una domanda retorica sull’incipit:

“Quando un Incipit è tale? Quando una delle funzioni a cui adempie può considerarsi compiuta; quando, cioè, ha acquisito una sua coerenza (tematica o discorsiva) e autonomia”.

Un inizio è dunque degno di questo nome (dal punto di vista letterario, ma non solo) quando avvia una selezione in grado di condurre a una conclusione a suo modo “coerente”.
Che non vuol dire prevedibile e nemmeno coerente in senso stretto, ma piuttosto riconducibile in qualche modo alle proprie premesse, alle aspettative che ne hanno generato il seme.
Non esiste coerenza possibile, dunque, se non è capace di risalire alla propria vocazione fondante, qualunque ne sia l’esordio. Allo stesso modo, non esiste incoerenza conclamata (in termini negativi) se la conclusione di una vicenda è comunque rispettosa delle premesse che le hanno dato vita.
[bctt tweet=”Un inizio è degno di questo nome  quando avvia una selezione in grado di condurre a una conclusione coerente. Che non vuol dire prevedibile, ma piuttosto riconducibile alle proprie premesse, alle aspettative che l’hanno generato.” username=”MapsGroup”]
Il patto, soggiacente, è che ci sia una sorta di disegno, a condurre il gioco. Una strategia, una ragione o un fine, piuttosto che un mero – anche se a prima vista coerente – si o no. Il che non vuol dire che tale disegno debba per forza essere palese: deve però essere in qualche modo riconoscibile, o meglio, ricostruibile. E, a quel punto, la sua apparenza varrà di più della sua sostanza.

[sf_iconbox image=”ss-music” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Anche la coerenza è mobile. Qual piuma al vento…

Facciamo un esempio concreto e pensiamo al titolo di un libro: ci appare subito ovvio come sia possibile che esso stesso – al di là del contenuto dell’opera – sia in grado o meno di convincerci a leggerlo. Il titolo dà infatti significato a un’opera, la introduce e la rappresenta, e nessuno di noi si stupisce del suo potere persuasivo (o meno) in merito alla sostanza stessa del libro.
Ma se pensiamo al colore  della sua copertina, invece (solo al colore, non al disegno o alla grafica), che valutiamo avere un valore di tipo “estetico”, piuttosto che sostanziale, ecco che facilmente sottovalutiamo il legame intrinseco tra la forma della nostra aspettativa sull’opera e la forma del suo contenuto.
Invece, come ci raccontano Caprettini ed  Eugeni ne Il linguaggio degli inizi, basta proprio un colore di una copertina a fare la differenza nella nostra percezione del senso dell’intera opera che vi è contenuta.
Un esempio semplice semplice, senza disturbare né il neuro-marketing né la psicologia dei consumi: il colore giallo c’entra per caso qualcosa con le trame legate in genere al crimine e ai misteri? Per niente, direi.
[bctt tweet=”Pensiamo al titolo di un libro: ci appare ovvio che esso stesso – al di là del contenuto dell’opera – sia in grado o no di convincerci a leggerlo. Il titolo dà infatti significato a un’opera, la introduce e la rappresenta.” username=”MapsGroup”]
Eppure, una volta che il giallo delle copertine di una collana di libri (Mondadori) si è imposto come l’incipit sinestesico di una tipologia di prodotti editoriali (i Gialli, appunto), ecco che quello stesso colore si è rivelato  dominante, capace di dare vita a una coerenza esteriore di genere che si è radicato fin nel nucleo di senso delle opere che quello stesso colore ammanta.
E quando oggi vediamo nella bancarella una copertina di colore giallo, le nostre euristiche percettive lo dispongono mentalmente là, nello “scaffale” dei polizieschi.
Non è, questo, un esempio raro. Accade piuttosto così quasi sempre: ciò che “sembra”, coincide con ciò che “ci si aspetta”, e l’abitudine tutta umana a questa consuetudine  è tale da farci postulare intorno una serie di leggi all’apparenza naturali, mentre si tratta quasi esclusivamente di concezioni culturali.
Questa cosa strana, basata sulle convenzioni esterne più che sui dati di realtà interni, si chiama aspettativa, ed è la madre biologica della coerenza, anche se spesso viene sostituita da altre madri surrogate dai nomi più consueti: senso comune, contesto, sistema culturale di riferimento e così via. É il mattone di ogni costruzione sociale, e si basa su un sentimento tanto irrazionale quanto cruciale, la fiducia.

Ad esempio: sei un medico? Io mi aspetto che tu mi curi, e mi fido di te in quanto capace di adempiere coerentemente al tuo ruolo. Sei un delinquente? Io ti temo in base ai medesimi presupposti, e in nome di questi mi comporterò di conseguenza.
Né nell’uno né nell’altro caso mi aspetto, in generale, sorprese. Vado dal medico con la necessaria regolarità e cerco di stare lontana dai delinquenti. Il problema si pone là dove un medico delinque o un delinquente si improvvisa un luminare della medicina.
Ma al di là del risultato contingente, l’erosione della fiducia avviene quando a un’aspettativa qualsiasi – così come accade agli incipit letterari e al nostro amico Bartleby 🙂  – non corrisponde il finale presupposto e atteso. E sono sempre guai all’orizzonte.

In questo esatto snodo sta la vicenda crudele che si è impadronita del nostro protagonista. La sua coerenza irriducibile si è chiusa su di lui, inamovibile come il suo “preferire di no”, portandolo a un esito del tutto inaspettato. Alla fine, il suo ostinato diniego all’incoerenza della richiesta ha tradito la sua aspettativa all’apparenza innocente: mantenere lo status quo delle cose.
[bctt tweet=”Questa cosa strana, basata sulle convenzioni esterne più che sui dati di realtà interni, si chiama aspettativa, ed è la madre biologica della coerenza, anche se spesso viene sostituita da altre madri surrogate.” username=”MapsGroup”]
E proprio questa, a mio parere, è la lezione più importante tra le tante che Calvino ci ha regalato nella sua straordinaria opera: ogni blocco, ogni rigidità o rifiuto di evolverenella presunta immobilità dei propri confini consueti e percepiti come stabili  è sempre un’illusione, e rappresenta invece una marcia indietro, una retrocessione.
Non esiste coerenza interna (a un racconto, una vicenda, un’impresa…) davvero possibile se non si è capaci di cedere sovranità alla stessa in itinere, in nome di incoerenze  temporanee che possono anche comprendere, esternamente, concessioni, cambiamenti, ripensamenti…
Questa responsività, a mio parere,  è l’unica strada possibile, per noi umani, per guidare il nostro”cominciare” nella realtà, e condurlo in maniera flessibile, ma determinata, verso un “finale” non solo coerente rispetto alle nostre aspettative, ma anche al contesto che ci circonda.
E di questo oggi più che mai, negli anni degli “exit” da un lato e della chiusura dei confini dall’altro, occorrerà tener conto. Perché l’unica proposta di coerenza plausibile passa attraverso una serie di “incoerenze” temporanee, in nome di una ragion d’essere capace di andare oltre la contingenza.

 

Natalia Robusti

 
Italo Calvino


Credits immagini:
Copertina (rielaborata):

ID: 31135644 di Sergey Novikov
ID: 39447118 di stokkete

Ritratto di Italo Calvino:
Gerardo Lunatici

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Immagine di copertina. ID: 75718127, di:

:


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Maps Group is Knowage Integrator Partner.

Turin and Parma (Italy), 13th November 2018

Knowage, the open source and full capabilities business analytics suite powered by Engineering Group, has strengthened a partnership agreement with MAPS Group, an Italian company specialized in IT solutions and services based on open source solutions.

MAPS Group is a software solution provider specialized in:

  • complex data interpretation with Operational Intelligence techniques and,
  • Real Time Data Analysis.

“We share with Maps Group the same objective: to extract value and knowledge from data allowing strategic planning, identifying new digital assets and developing business in different sectors. Next cooperation between Maps Group and Knowage will deliver to Italian companies and public administrations more effective and pervasive software solutions.”

Says Angelo Bernabei, Knowage Lead Architect.
 

KNOWAGE Suite

Knowage is the full capabilities open source suite for business analytics combining traditional and big data sources into valuable and meaningful information.
It provides different products, each one focused on a specific domain but mutually combinable to ensure comprehensive support to rich and multi-source data analysis.
Knowage is realized by Engineering Group. 

Maps Group

Maps Group is not a simple software solution provider, but a group that makes semantic data its core business. They design and implements innovative solutions to support the decision-making processes of companies, both public and private.
All this through tools capable of collecting, analysing, interpreting and structuring complex data, facilitating their use in real time and business-based sharing with the aim to transform Big Data in Relevant Data.


Credits Immagini:
Immagine di copertina, rielaborata. ID: 25305995, alphaspirit
II° immagine. ID: 105837496, ostapenko
III° immagine. ID: 56997272, Kheng Ho Toh
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6MEMES TRENDS Alti e bassi del cibo italiano Sharing Knowledge

Freaking out: tutti pazzi per il cibo italiano! A cura di Sara Di Paolo.

Negli ultimi tre mesi il mondo social, web e press intorno al cibo italiano sembra andato un po’ “fuori di zucca”

[dropcap3]C[/dropcap3]ontinua il viaggio intorno all’Italian Food nell’anno del Cibo Italiano 2018. Gli ultimi mesi, da inizio agosto ad oggi, hanno registrato oltre 15.000 menzioni (tra web, social e press) con una media di 160 al giorno, di cui metà in italiano e metà in inglese. Il “picco” più alto è del 4 di agosto in occasione della Notte Bianca del Cibo Italiano. I contenuti riservano diverse sorprese e il dibattito risulta nel complesso particolarmente acceso.
Accanto ad iniziative di alto rilievo culturale – dal ricordo di Pellegrino Artusi alla “gastronomia come forma d’arte” a Catanzaro – si scatenano scurrili polemiche. Uno per tutti, questo tweet, tra i più virali del periodo: “Vanno all’estero, ordinano cibo italiano e si lamentano che fa cag*** MA GRAZIE AL CAZ**”. (Nel tweet originale gli asterischi non ci sono).
Anche la politica non è da meno: chi lo usa per attaccare l’attuale governo italiano (“L’Anno dei cammini, l’Anno dei Borghi, del Cibo italiano, la Capitale italiana della #cultura: tutto smontato per un capriccio. Il turismo con l’agricoltura è un caso unico al mondo” tuona il PD sui social) o per rafforzare alcune delle sue politiche  (Salvini spopola con “Alla faccia dell’Europa che vuole portarci in tavola ogni tipo di schifezza, io mangio (e bevo) italiano!” e similari)…
Italian Food
Mentre le pizze americane si riempiono di sottaceti con relativi dibattimenti tra puristi e non, la festa internazionale della pasta – celebrata ad ottobre in vari luoghi del mondo dagli Emirati Arabi all’Arizona – genera uno sconsolato commento, tutto italiano:
#WorldPastaDay. Giornata più sbagliata non poteva essere inventata. Non esiste una pasta decente là fuori. Ogni volta che vedo una trasmissione straniera che cerca di preparare cibo italiano… ? Perchèèè?! Peeerchèèè?!?!?! Il mondo non ci merita. ?”.
Insomma, tre mesi un po’ faticosi per l’Italian Food, menomale che arrivano in aiuto Pellegrino Artusi, Papa Francesco e un “mondo minore” (si fa per dire, solo perché è meno noto) fatto di storie locali ed eventi autentici. Vediamo come.
Nella notte del 4 agosto, il mondo ha celebrato Pellegrino Artusi, padre della cucina italiana, nato appunto il 4 di agosto del 1820 a Forlimpopoli in Emilia Romagna.
[bctt tweet=”Anche in questi ultimi tre mesi di monitoraggio, il Pesto batte Sugo e Ragù per numero di citazioni correlate all’Italian food (40,4% contro il 33,1%), seguono Carbonara e Amatriciana (rispettivamente al 19,8% e 6,7%). Il gelato batte il tiramisù 4 a 1. La Pizza spopola sempre, e anche la pasta grazie ad alcuni specifici avvenimenti.” username=”MapsGroup”]
Il suo libro – la “Scienza in cucina e l’arte di mangiare bene” (la cui prima edizione risale al 1891) con oltre 700 ricette accompagnate da riflessioni e aneddoti dell’autore – è tuttora un best seller mondiale. La prima “Notte Bianca del Cibo Italiano” – voluta dai Ministeri per i Beni e le Attività Culturali e delle Politiche Agricole, Alimentari, Forestali e del Turismo – si è così tradotta in una vera e propria kermesse internazionale con chef di tutto il mondo alle prese con le ricette di Artusi.
Da Rimini a Los Angeles, da Firenze a Toronto, cuochi e appassionati cucinano e festeggiano. Nel mondo dei social e del web, moltissimi scrivono e commentano. Fra tutte, “vince” una ricetta. É la numero 675 del ricettario Artusi: la zuppa inglese!
Parte da un libro anche il coinvolgimento di Papa Bergoglio. Dal monitoraggio intorno al Cibo Italiano – in lingua inglese e italiana – effettuato grazie alla piattaforma Web Distilled – si rileva infatti una discreta attenzione al libro di Roberto Alborghetti (edito da Elekta Mondadori) “A tavola con papa Francesco. Il cibo nella vita di Jorge Mario Bergoglio” (finalista al Premio Bancarella Cucina 2018).
Si scopre così che Papa Francesco, prima di laurearsi in Filosofia e Teologia, si è diplomato in Chimica degli Alimenti e che, oltre al valore dell’alimentazione e al suo significato religioso, Francesco è legato al cibo anche da alcune specifiche ricette, buone e semplici, che accompagnano la sua vita e ne portano con sé precisi significati: il Risotto alla Piemontese lo riporta alle sue radici familiari, Asado e Empanadas rappresentano ovviamente l’Argentina, mentre i Maccheroni al forno con Ragù napoletano e mozzarella di Bufala – tra i suoi piatti preferiti – li ha mangiati durante una visita ai detenuti delle carceri campane.
Comunque, senza voler offendere nessuno, anche in questi ultimi tre mesi di monitoraggio, il Pesto batte Sugo e Ragù per numero di citazioni correlate all’Italian food (40,4% contro il 33,1%), seguono Carbonara e Amatriciana (rispettivamente al 19,8% e 6,7%). Il gelato batte il tiramisù 4 a 1. La Pizza spopola sempre, e anche la pasta grazie ad alcuni specifici avvenimenti.
Italian Food
Il #WorldPastaDay, celebrato il 25 ottobre, è promosso dalle industrie italiane di produzione della pasta e dalla IPO – International Pasta Organization, oltre che da vari enti e Ministeri italiani.
Quest’anno, per i 20 anni della manifestazione, è stata scelta Dubai come “capitale mondiale del cibo più universale che esista”. “La pasta incontra il mondo” è il payoff dell’evento, oltre 5.000 le menzioni registrate senza escludere interventi di grande rivincita per il nostro piatto nazionale, come ad esempio: “la pasta non fa ingrassare e rende felici!”.
[bctt tweet=”Quest’anno, per i 20 anni della manifestazione, è stata scelta Dubai come “capitale mondiale del cibo più universale che esista”. “La pasta incontra il mondo” è il payoff dell’evento, oltre 5.000 le menzioni registrate senza escludere interventi di grande rivincita per il nostro piatto nazionale, come ad esempio: “la pasta non fa ingrassare e rende felici!”. ” username=”MapsGroup”]
Giusto per non creare confusione, gli Stati Uniti però hanno festeggiato il loro #NationalPastaDay, anche una settimana prima, ed esattamente il 17 ottobre, con un pullulare di articoli e consigli a partire da questo assunto: “If you can’t make it to Italy today, you’re probably looking for somewhere local to celebrate National Pasta Day”. (Se non puoi essere in Italia oggi, stai probabilmente cercando il posto giusto per celebrare la Giornata Nazionale della Pasta), a seguire decine e decine di suggerimenti e commenti su dove andare a mangiare un buon piatto di pasta dal Wisconsin all’Illinois, eccetera.
Gli italiani si indignano (“Mi sono sempre chiesto cosa spinga le persone a cercare il cibo italiano all’estero”) e, come sempre, al tempo stesso si ingegnano: è di pochi giorni fa il lancio sul mercato della APP “MammaItalia”. Una mappa interattiva dove non si trovano musei o monumenti, ma negozi di alimentari che vendono cibo italiano al 100%. Provare per credere.
Per chi invece in Italia ci vive, non dimentichi di tenere d’occhio le decine di iniziative che nell’Anno del Cibo Italiano 2018 ravvivano luoghi meravigliosi, forse meno noti di altri.
In questi mesi, si sono distinti:

  • il Parco Naturale del Beigua con #gustosipernatura, una serie di iniziative per camminare, degustare e conoscere tutti i prodotti tipici locali, dai formaggi, ai dolci, alla birra;
  • Montefalco e più in generale le Città dell’Olio dell’Umbria con iniziative promozionali per conoscere e assaporare uno dei nostri prodotti agroalimentari più apprezzati, l’olio extravergine di oliva;
  • infine al Mugello è in mostra presso il Centro di Documentazione Archeologica di Sant’Anna un pestello del Paleolitico, rinvenuto a Bilancino e risalente a 30.000 anni fa.

In conclusione, andare un po’ “fuori di zucca” – parlando di Cibo Italiano –  è comprensibile perché è una storia che arriva davvero da molto lontano.
L’utilizzo di strumenti avanzati di monitoraggio, come Web Distilled, applicati a specifiche aree di interesse (come nel caso dell’Italian Food), settori economici o brand aziendali, consente di ampliare la propria conoscenza sul tema, individuare trend e segnali deboli, avere informazioni sempre aggiornate per impostare al meglio le proprie strategie di comunicazione e operare concretamente nello sviluppo del proprio mercato.

Sara Di Paolo


Credits Immagini:
1:Elena Pimonova
2:Nikkiphoto

 

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SmartNebula, lo stato dell’arte: ecco quanti utenti e aziende lo stanno utilizzando.

Basta invitare i fornitori scelti a entrare gratis nel sistema e richiedere loro dei documenti, delle informazioni, dei dati anagrafici o la compilazione di questionari.

Questo assicura alle aziende abbonate uno spazio per acquisire e gestire il ciclo di vita di tutti i documenti per business, gare, acquisti, controlli, requisiti di legge, audit, 231

Ecco cos’è SmartNebula, un applicativo erogato su piattaforma Cloud, in modalità Software as a Service (S.a.a.S), che garantisce sicurezza ed efficienza nella gestione di ogni documento.
Flessibile e costantemente aggiornato sulla base della vigente normativa italiana, SmartNebula è anche stato verticalizzato in due ambiti specifici:

  1. Legality&Transparency, la piattaforma online, introdotta nel 2017, per la gestione dei protocolli di trasparenza e legalità in bandi pubblici e appalti;
  2. Greennebula, il cloud condiviso per la gestione delle autorizzazioni ambientali e lo smaltimento rifiuti, attivo già dal 2014.

E quanto efficace sia stata la soluzione Smartnebula e quali risultati abbia permesso di raggiungere è testimoniata dalle case history di utenti e aziende che l’hanno e la stanno utilizzando.
Ma, a 5 anni dalla prima release, quanti sono numericamente questi utenti e aziende? Lo possiamo vedere nella sottostante infografica.

SmartNebula (e le sue verticalizzazioni Greennebula e Legality & Transparency), dunque, si conferma essere una delle scelte migliori perché:
·      assicura la migliore tutela per tutti gli attori della filiera;
·      riduce al minimo i costi di gestione;
·      permette di impiegare meno personale;
·      assicura una maggiore efficienza dei processi di controllo.

Vuoi vedere come funziona SmartNebula? Allora richiedi una demo, compilando l’apposito form, a questo indirizzo: 

https://smartnebula.mapsgroup.it/richiedi-una-demo-smartnebula/

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ARTEXE a Roma, alla prima Convention del Management della Sanità.

I dirigenti della sanità italiana riuniti per la prima volta in un unico grande evento. Si tratta della prima Convention del Management della Sanità italiana, in programma a Roma dal 7 al 9 novembre, alla quale parteciperà anche Artexe.

La tre giorni, in scena al Palazzo dei Congressi dell’EUR in piazza John Kennedy, coinvolgerà:

  • 1500 decision maker,
  • 120 aziende sanitarie,
  • 54 aziende ospedaliere,
  • 19 istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCCS),
  • 14 associazioni del middle management,
  • oltre 50 imprese partner.

Gli interventi di Artexe sono due:
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Giovedì 8 novembre Fabrizio Biotti parlerà di “Soluzioni end-to-end per la gestione del Patient journey”, nell’ambito della tavola rotonda “Digitalizzazione della sanità e della P.A. Dall’automazione dei processi e delle Reti ai big data, IoT e intelligenza artificiale”;
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Venerdì 9 novembre Fabrizio Selmi tratterà di “BIG DATA in sanità; gli strumenti per abilitare il pieno utilizzo dei dati clinici gestiti a testo libero” nell’ambito della tavola rotonda “Strumenti per l’innovazione e la resilienza del sistema”.

La convention è promossa da Fiaso (Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere) e prevede un programma istituzionale, che affronta in 7 sessioni 4 sfide per il futuro della sanità, e un programma open innovation di confronto tra imprese e Servizio sanitario nazionale attraverso 20 workshop, think tank, tavole rotonde su progetti e iniziative di sistema.

I temi al centro della convention, dalla quale scaturiranno progetti e iniziative del sistema sanitario nazionale in partnership con le imprese e altri stakeholders, saranno di grande attualità:

  • dai cambiamenti del lavoro, ai nuovi bisogni di cura e assistenza e ai modelli di welfare in ambito sanitario;
  • dalle dinamiche innescate dalla ricerca scientifica e dall’innovazione tecnologica ai nuovi modelli di governance.
Il team di comunicazione di Artexe (gruppo Maps).

Credits:

Maggiori informazioni le potrete reperire sul sito https://convention.fiaso.it
ID Immagine in copertina 59816056, di Kheng Ho Toh
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6MEMES TRENDS Dati e ICT nelle imprese e nella società

Total cost of ownership: spese di costruzione e di esercizio di un sistema IT

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[/sf_iconbox]I servizi IT e la loro evoluzione

[dropcap3]N[/dropcap3]egli articoli precedenti abbiamo trattato due figure professionali fondamentali dell’IT: lo sviluppatore di software(o developer) e l’amministratore di sistema (o sysadmin) e il problema generale della evoluzione dei servizi software. Il DevOps e la gestione del ciclo di vita dell’intero servizio hanno migliorato moltissimo le cose, riducendo i problemi e migliorando le performance.
Nel corso del ciclo di vita – dal momento della sua ideazione, passando per la sua progettazione, implementazione ed entrata in esercizio, sino al momento del suo ritiro definitivo – un servizio IT subisce moltissime trasformazioni. Nel panorama di oggi un servizio IT deve cambiare sia dal punto di vista tecnologico, seguendo l’evoluzione della tecnologia, sia  dal punto di vista funzionale, aggiungendo via via nuove funzioni e capacità in base alle esigenze del business. Un servizio IT, dunque, non è qualcosa di statico che opera sempre allo stesso modo costante nel tempo, ma è qualcosa che si evolve in base alle esigenze del business e alla tecnologia. Il servizio IT alternerà, nel corso degli anni, momenti in cui il suo funzionamento rimane costante a momenti in cui si evolve e si trasforma.
[bctt tweet=”Un servizio IT non è qualcosa di statico che opera sempre allo stesso modo costante nel tempo, ma è qualcosa che si evolve in base alle esigenze del business e alla tecnologia. ” username=”MapsGroup”]
In passato, la necessità di fare evolvere continuamente un servizio è stata affrontata con la distribuzione, magari tramite CD o dischetti spediti via posta fisica, di aggiornamenti (patch) software, destinati ad essere applicati ai servizi seguendo opportune procedure. Poi gli aggiornamenti sono stati scaricati da Internet, come avviene, ad esempio, con gli aggiornamenti periodici dei browser. Per quanto riguarda i grandi servizi, come i portali Web, l’aggiornamento diventa qualcosa di continuo, con la necessità da un lato di evolvere le funzioni e dall’altro di seguire la tecnologia.
In questo articolo affronteremo il tema dei servizi IT e della loro evoluzione da due punti di vista collegati: quello architetturale e quello dei costi.
Accanto al costo di progettazione e realizzazione di un servizio, ovvero il costo complessivo del progetto iniziale che porta a costruire e rendere disponibile per gli utenti il servizio, c’è, infatti, anche il costo di mantenimento, suddiviso fra le spese necessarie per il funzionamento quotidiano e le spese per i progetti di trasformazione che, per i motivi suddetti, il servizio IT dovrà subire, per rimanere allineato nel tempo con gli obiettivi di business. In termini economici, quindi, occorre – in un progetto – considerare il “Total Cost of Ownership “, ossia il costo totale di possesso, somma di tutti i costi di realizzazione e mantenimento in esercizio, all’interno del ciclo di vita di un servizio IT.

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[/sf_iconbox]Progettare per l’evoluzione: controllo dei costi

Partiamo con un esempio (ogni riferimento a fatti realmente accaduti è…). Supponiamo di avere realizzato un servizio IT fruibile via Web, ad esempio un portale di e-commerce, e che il servizio abbia successo ed il suo uso si espanda. Ecco i fattori di carico che aumentano:

  • Il numero totale degli utenti del servizio cresce: statisticamente, anche gli utenti collegati in un dato momento aumentano;
  • Il numero dei dati contenuti nel servizio cresce progressivamente;
  • Le singole operazioni svolte dagli utenti possono diventare più pesanti, sia perché vi sono più dati e più utenti collegati, sia perché, in una evoluzione funzionale, potrebbe aumentare il peso stesso delle singole operazioni, arricchite di nuovi componenti.

Risultato: le prestazioni rallentano e, di fronte al rischio di diventare inusabile per eccessiva lentezza, i gestori del servizio decidono di aumentare la potenza hardware sottostante (“il ferro – ossia l’hardware – costa poco…”).
10 anni fa questo significava acquistare nuovi server fisici e porli nel data center facendo funzionare anche su di essi l’applicazione, oppure sostituire direttamente l’insieme dei server con altri più potenti. E sorgono alcune domande:

  • L’applicazione è veramente progettata per sfruttare al meglio una architettura hardware in cui vi sono più server?
  • Di conseguenza, quanta potenza computazionale non stiamo usando al meglio?
  • Le componenti di software proprietari presenti, ad esempio il DBMS, come aumentano le licenze al crescere della potenza hardware sottostante?

E quindi poteva verificarsi il caso in cui occorreva aggiungere molti server o molte CPU per ottenere nuovamente prestazioni accettabili. E questo faceva crescere di molto i costi delle licenze annuali del software proprietario, con conseguente aumento enorme del costo di esercizio della struttura.
“Poco male” – si potrebbe dire – È il passato. Oggi, con i server virtuali ed il cloud…” Bene: oggi, con i server virtuali diventa possibile aggiungere dinamicamente CPU e/o RAM e spazio disco ad un server virtuale, se e solo se queste risorse hardware sono presenti nell’insieme di macchine fisiche su cui le macchine virtuali funzionano entro un data center aziendale.
Quindi, se non si sono tali risorse, sarà necessario nuovamente procedere all’acquisto. E la licenza del software proprietario segue la stessa politica, per cui aumentare il numero di CPU anche virtuali significa aumentare i costi delle licenze.
[bctt tweet=”Oggi, con i server virtuali, diventa possibile aggiungere dinamicamente CPU e/o RAM e spazio disco a un server virtuale, soltanto se queste risorse hardware sono presenti nell’insieme di macchine fisiche aziendali su cui le macchine virtuali funzionano.” username=”MapsGroup”]
“Allora spostiamoci sul cloud, dove le risorse sono illimitate” – in molti penseranno a questo punto. E in parte potrebbe eessere così: il cloud di grandi operatori di mercato, come Amazon, Microsoft Azure, Google, ecc… è basato su grandi data center e teoricamente illimitato come risorse.
Ma quando acquistiamo queste risorse, le paghiamo. Ogni CPU a nostra disposizione sul cloud viene pagata, lo spazio disco in più viene pagato. Software presenti come servizi nel cloud hanno un costo di licenza.
In alcuni tipi di contratto il pagamento viene fatto proprio in base ai clicli di funzionamento delle CPU virtuali del cloud usate dai servizi che abbiamo posto nel cloud stesso, calcolate dall’operatore come se fossero minuti telefonici. Quindi le risorse usate si pagano. E lo stesso vale per le licenze di software proprietario, quotate quasi sempre in modo proporzionale al numero di CPU coinvolte nel servizio basato su tale software proprietario.
Chiaramente, se il servizio è a pagamento, produce un valore per i clienti e questi pagano, il fatto che i clienti aumentano dovrebbe significare maggiori incassi e quindi coprire ampiamente le maggiori spese.
Ma è veramente così? Sicuramente, per servizi a pagamento, gli incassi aumentano. Ma per servizi interni ad una azienda e fruiti da dipendenti e collaboratori dell’azienda stessa? E, soprattutto, l’aumento delle richieste di risorse (e quindi i corrispondenti costi di esercizio), cresce in modo proporzionale all’aumento della qualità dei servizi erogati (e quindi ai corrispondenti benefici ed eventuali incassi)?

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[/sf_iconbox]Progettare per l’evoluzione: architetture ottimizzate e scalabili

Ricapitolando quanto appena visto, il risultato è quindi che il servizio IT richiede alla propria infrastruttura IT che ne consente il funzionamento:

  • Più CPU, ovvero più potenza computazionale, per poter garantire al singolo utente tempi accettabili per la elaborazione dei propri dati e poterli trattare in mezzo ad una mole di dati crescenti;
  • Più memoria RAM per elaborare i dati in memoria;
  • Più capacità di storage per memorizzre i dati che crescono.

Questo aumento dipende dal tipo di soluzione software: se l’applicazione è costruita bene vengono minimizzate le necessità di aumento , che però sono fisiologiche e non sono eliminabili.
Ma c’è una bella differenza fra dover raddoppiare le risorse hardware/cloud se si raddoppiano, ad esempio, il numero di utenti o la quantità di dati e doverle quadruplicare, o più, perché il software non è stato progettato in modo da essere scalabile ed occorre trovare soluzioni.
[bctt tweet=”C’è una bella differenza fra dover raddoppiare le risorse hardware/cloud nel caso in cui si raddoppino ad esempio il numero di utenti, oppure doverlo fare perché il software non è stato progettato in modo da essere scalabile.” username=”MapsGroup”]
Cosa significa questo in pratica? Che occorre cambiare il modo di progettare le soluzioni IT. Se non sono veramente molto specifiche per risolvere un problema ben delimitato, dovrebbero essere pensate sin dall’inizio per poter evolversi:

  • In senso funzionale, con l’arricchimento delle funzionalità che offrono.
  • Rispetto alla richiesta, con l’aumento del numero di utenti.
  • Rispetto ai dati in esse contenuti, al crescere dei dati stessi.
  • Rispetto alla disponibilità temporale, qualora necessario che siano disponibili anche in ore inizialmente previste (a questo proposito: accettereste, per esempio, un sistema di home banking che non è disponibile dalle 23 alle 6 del mattino?).

costi storage
Gli standard e i framework di buone pratiche dicono proprio questo. Ad esempio, il framework ITIL, il più diffuso nell’ambito della gestione dei servizi IT, come schematizzato in figura, afferma che per ogni servizio IT il valore è dato sicuramente dall’aspetto funzionale, ma anche dalle caratteristiche di:

  • disponibilità (availability): il servizio deve essere disponibile solo in ore ufficio o 24x7x365 (24 ore per tutti i giorni della settimana per tutti i giorni dell’anno)?
  • Capacità (Capacity): il servizio ha sufficienti capacità per garantire il suo uso accettabile? E’ stato previsto un meccanismo di ampliamento delle capacità se necessario?
  • Affidabilità/continuità (continuity): il servizio è robusto ed affidabile? In caso di guasto ci sono tutte le risorse tecniche ed organizzative necessarie per ripristinare tempestivamente le sue funzionalità?
  • Sicurezza (security): il servizio è sicuro? I dati contenuti in esso sono mantenuti come:
    • Riservati: accesso garantito soltanto alle persone autorizzate e negato a chiunque altro.
    • Disponibili: accessibili tutte le volte che è necessario.
    • Integri: i dati non si corrompono e non subiscono modifiche non autorizzate.

E queste caratteristiche non devono essere aggiunte in seguito, ma essere presenti fin dalla fase di progettazione. Approccio pienamente conforme anche agli articoli 25 e 32 del GDPR.
La progettazione tecnica quindi deve seguire queste linee guida. Una volta definito al meglio l’insieme dei requisiti funzionali che esprimono il valore di business che il servizio IT dovrà erogare quando entra in esercizio (compito che è in capo al Business Analyst), è necessario tradurre questi in una architettura tecnica che rispetti i principi sopra descritti.
E che quindi possa evolvere nel tempo seguendo le esigenze del business senza nel contempo avere l’esplosione dei costi dovuti a licenze o a massicci potenziamenti dell’hardware. Per molto tempo si è tralasciato questo aspetto, contando sul fatto che l’hardware costa poco… E in parte è davvero così, ma quello che esce dalla porta, entra poi dalla finestra, visti i costi dei servizi cloud e delle licenze software.
Bisogna quindi sviluppare una filosofia della gestione della Capacità (Capacity Management) dei servizi IT, rendendoli il più possibile adattabili; inoltre, dove sono disponibili i dati relativi, occorre prevedere le curve di crescita della richiesta di capacità, soprattutto per quanto riguarda l’area di storage (memorizzazione di massa).
[bctt tweet=”Occorre sviluppare una filosofia della gestione della Capacità dei servizi IT, rendendoli il più possibile adattabili e, dove sono disponibili i dati, prevedere le curve di crescita della richiesta di capacità per quanto riguarda l’area di storage. ” username=”MapsGroup”]
Un disco da un terabyte costa poco, oggi, ma – se vi salviamo dentro molti dati multimediali – fa anche presto a riempirsi. E, in un sistema di storage aziendale RAID, ove i dati sono protetti da incidenti grazie alla ridondanza multipla, il costo di un terabyte di spazio è decisamente superiore. Tutto ciò richiede una professionalità più elevata nei progettisti, e più tipicamente le competenze della figura del System Architect, di cui abbiamo già parlato verso la fine di questo articolo.
E’ davvero necessario? Per servizi IT “piccoli”, e in cui non è prevista una crescita grande, direi di no, ma per servizi di maggiori dimensioni, in contesti ampi (cioè per le grandi aziende, o per l’esposizione su Internet), certamente si, se si vuole risparmiare sui costi di mantenimento.
Purtroppo passare a questo tipo di visione, almeno in Italia, è un vero e proprio cambiamento di paradigma. Il problema della gestione della fase di esercizio e dei suoi costi non è infatti solo nell’IT, ma anche in altri settori strategici per il paese, come purtroppo hanno dimostrato recenti avvenimenti.
Cloud e storage ITC
 


Credits immagini:
1: akub Jirsak
2: Iqoncept