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I sistemi di prossimità ci avvicinano, i social (a volte) ci allontanano. Il nuovo monitoraggio di Sara Di Paolo

[dropcap3]D[/dropcap3]iamo un po’ di numeri. Dal primo gennaio, il monitoraggio basato su tecnologia webdistilled e impostato in italiano e inglese, ha rilevato oltre 85.000 contenuti (tra news, post, tweet, blog e articoli di giornale) sulle tematiche del coworking, coliving, cohousing e coeconomy (alcuni dei nuovi trend dell’economia e della socialità). In media oltre 300 menzioni al giorno. Il 75% è dedicata al coworking (fenomeno effettivamente più conosciuto e dibattuto da tutti). L’84% è in inglese.

Tra noi e il mondo anglosassone emerge una differenza (non solo per quantità di messaggi emessi) ma anche rispetto alle tematiche trattate. In inglese è molto presente il tema “real estate” (e quindi l’impatto che hanno sul mercato immobiliare le esperienze – sempre più diffuse – di coworking, coliving e cohousing), mentre in italiano prevalgono istanze sociali (sia dal punto di vista delle imprese sociali coinvolte in sperimentazioni di economia condivisa, sia rispetto all’impatto sociale che coworking, coliving e cohousing determinano).

[sf_iconbox image=”ss-usergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]I luoghi di Co-working per consentire il dialogo[/sf_iconbox]

In Italia, a settembre, il dibattito lo accende un tweet di Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, una delle città tra le più colpite dalla pandemia, che scrive:

Io credo si debbano attrezzare dei luoghi di coworking nelle città. Così si riduce il pendolarismo verso le grandi metropoli – ore perse in auto o sui treni – ma non si obbliga la gente a lavorare in casa, e si consente il dialogo, e magari anche la collaborazione, tra lavoratori.”

[bctt tweet=”Abbiamo imparato a lavorare da casa ma riuscire a difendere la propria vita personale e familiare dall’incombere continuo del lavoro è complicato. Va bene la “comodità” ma è giunto il momento di passare alla “prossimità”.” username=”MapsGroup”]
Il messaggio diventa virale e genera numerosi commenti. Uno tra tutti inquadra il tema alla perfezione, ed è quello di Francesco Luccisano, che ribatte così:

“Mi piacciono molte cose dello #smartworking: fiducia al posto di controllo, squadra al posto di gerarchia, risultati al posto di timbrature. Solo una cosa non riesco a mandare giù: lavorare da casa. Il lavoro che ti entra in camera, che ti bussa in bagno, che concorre con la famiglia.

In questi mesi tra lockdown e tentativi di ritorno alla normalità, la connessione coworking-smart working si è fatta spesso molto stretta. Abbiamo imparato a lavorare da casa (e anche i datori di lavoro lo hanno capito) ma riuscire a difendere la propria vita personale e familiare dall’incombere continuo del lavoro è complicato.
Va bene la “comodità” (di stare a casa) ma è giunto il momento di passare alla “prossimità”.
 

[sf_iconbox image=”ss-loading” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il nuovo rinascimento degli spazi di Co-working[/sf_iconbox]

È su questo che fa perno il nuovo rinascimento che oggi stanno vivendo gli spazi di coworking, specialmente quelli di dimensioni ridotte – non le grandi “catene” – e quelli, appunto, “di prossimità” o anche suburbani. Anche a livello internazionale il dibattito si concentra su questo. A Bristol, il coworking “Future Space” ha lanciato una nuova tipologia di membership più flessibile pensata per le PMI a cui non servono scrivanie fisse ma piuttosto una alternativa per i propri dipendenti al lavoro da casa.
A Santa Barbara, in California, la testata giornalistica “Optimistic Daily” – che ha come mission di diffondere positività e soluzioni percorribili (e già questa di per sé sarebbe una notizia) – ha recentemente pubblicato il progetto urbanistico di una nuova città da costruire in Cina ideato dallo studio Guallart Architects di Barcellona. La città del futuro è (ovviamente) molto green (pannelli solari, balconi e giardini, percorsi alberati, strade ciclabili e pedonali) e prevede che le case siano pensate per essere anche luoghi di lavoro (in caso di un nuovo lockdown) e che i quartieri abbiano “coworking di prossimità” (per quando si può uscire).
[bctt tweet=”La città del futuro dovrebbe essere, ovviamente, molto green e prevedere con abitazioni pensate per essere anche luoghi di lavoro e quartieri che abbiano coworking di prossimità.” username=”MapsGroup”]
Dagli Stati Uniti arriva anche un’altra notizia che, a luglio ha generato un vero e proprio picco di comunicazione. Settanta testate giornalistiche online hanno pubblicato una ricerca da cui si evince che, fino alla fine del 2021, il 6% del totale dei lavoratori americani presterà il proprio servizio interamente da remoto e che tra il 25% e il 30% lavorerà da casa più giorni alla settimana, conclusione: sono sempre più ricercati i “coworking suburbani”.

[sf_iconbox image=”ss-sync” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il rapporto tra i processi “sociali” e i processi “social”[/sf_iconbox]

Mentre si afferma sempre più il concetto di prossimità e si valutano rischi e benefici del sistema alle prese con un autunno delicato tra riaperture delle scuole e rischi di nuovi contagi (quasi 28mila degli oltre 85.000 contenuti citano coronavirus, covid, lockdown, pandemia, etc.), su twitter esplode un dibattito sul coliving, ovvero le nuove soluzione dell’abitare insieme.
Lo genera un servizio pubblicato dal Corriere della Sera. Il titolo recita “Co-living, abitare insieme (da adulti): le generazioni affitto” e comincia così:

“si chiama co-living: lo scelgono giovani professionisti, nomadi digitali e cresce la quota degli over 45. Il bello è che non devi far altro che pagare un fisso: tutto è incluso. Anche la compagnia di persone affini: da 4 a 8 sconosciuti”.

È scritto da Andrea Federico Cesco e delinea un interessante spaccato della situazione italiana e delle potenzialità di sviluppo. È un articolo da leggere (lo si trova facilmente online) perché fa sentire “normali” in un’epoca “anormale”.
[bctt tweet=”I sistemi di prossimità ci avvicinano mentre il dibattito social ci allontana? Ecco un piccolo corto circuito sulla strada dell’interoperabilità: il rapporto tra i processi sociali e i processi social.” username=”MapsGroup”]
Lo ha reso virale un tweet in realtà provocatorio:

“Co-living, ossia diventi povero e senza casa ma ti fanno sentire alla moda. Si torna all’era dell’Inghilterra “vittoriana” coi moderni proletari ammassati in pochi metri quadri. È il futuro contesto metropolitano, rovesciamoli!” (Marco Rizzo, segretario del PC).

I sistemi di prossimità ci avvicinano mentre il dibattito social ci allontana? Ecco un piccolo corto circuito sulla strada dell’interoperabilità: il rapporto tra i processi “sociali” e i processi “social”!
 

Sara Di Paolo


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Stiamo distanti ma molto vicini: apparenti paradossi del post Covid-19 negli spazi di lavoro condiviso.

[dropcap3]C[/dropcap3]hi nelle ultime settimane ha pensato, ragionato o scritto sulla fine degli spazi collaborativi faccia reset e riparta con il ragionamento. Dalle Americhe all’Europa, passando per Turchia e Oceania, gli spazi di coworking stanno vivendo un nuovo (forse inaspettato) grande rilancio.
Grazie al monitoraggio, attivato attraverso la piattaforma Webdistilled qualche mese fa e dedicato ai nuovi trend del vivere e dell’abitare gli spazi, scopriamo che c’è un mondo di interesse intorno ai temi del coworking, co-living e co-housing (oltre 56mila contenuti da gennaio ad oggi in italiano e inglese tra articoli, post, blog, tweet, messaggi online) e che questo interesse non si è affatto interrotto nei mesi del lockdown ma piuttosto ha dato vita a nuovi pensieri e sostanziali innovazioni (quasi il 30% dei contenuti totali affronta il tema della pandemia).

 
Agli spazi condivisi del lavoro innanzitutto è successo di dover chiudere, del tutto o quasi (chi ospitava aziende del food – ad esempio – non ha mai chiuso ma ha gestito le proprie attività in modalità ridotta), altri hanno garantito l’accesso solamente ai soci o ai possessori di specifiche membership.
In ogni caso, tutte le realtà hanno dovuto affrontare due aspetti dell’emergenza:

  • la prima è che si sono dovuti velocemente ed efficacemente adeguare agli standard di sicurezza richiesti (pulizie, distanziamento sociale, dispositivi, eccetera);
  • la seconda è che si sono dovuti ingegnare per garantire a tutti i loro ospiti (colleghi? amici? partner?) quel bisogno di comunità, fattore distintivo per questa tipologia di luoghi di lavoro.

[sf_iconbox image=”ss-home” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Sicurezza[/sf_iconbox]

In relazione al primo aspetto, il meccanismo è stato talmente veloce ed efficace che la capacità degli spazi collaborativi di adeguarsi per garantire ai propri ospiti le misure necessarie a ridurre il rischio di contagio, è diventato uno dei punti di forza dei coworking rispetto ad altri luoghi del lavoro più tradizionali.
[bctt tweet=”La capacità degli spazi collaborativi di adeguarsi e garantire agli ospiti le misure necessarie a ridurre il rischio di contagio, è diventato uno dei punti di forza dei coworking rispetto a luoghi di lavoro più tradizionali” username=”MapsGroup”]
I media in lingua inglese sul tema pullulano di esempi: alla domanda “perché conviene lavorare in un coworking?” superate le prime considerazioni (fare network, fare business, ridurre le spese di gestione degli spazi), ecco che arrivano le misure per prevenire il Covid-19.
Negli Stati Uniti, dove da qualche anno gli spazi di coworking aumentano con percentuali a doppia cifra, sono numerosi gli articoli e i post sull’argomento. Vengono intervistati titolari, fondatori, AD dei principali spazi condivisi da Plexpod a WeWork, sia catene che singole realtà locali.
C’è chi sottolinea il tema della produttività (“Un ambiente senza il soffocamento del vostro ufficio aziendale è vantaggioso per la vostra produttività. I luoghi dove ci sono meno distrazioni, formalità e rumore vi danno spazio per concentrarvi sul vostro lavoro e sul raggiungimento dei vostri obiettivi quotidiani”), chi le loro capacità di connessione (“le piattaforme online e i servizi digitali hanno aiutato gli spazi di coworking a connettersi con i nuovi clienti, mentre i loro edifici sono accessibili, in alcuni casi, solo ai membri”), tutti intervengono sulle precauzioni prese (“quando si lavora in rete nello spazio di coworking, devono essere adottate tutte le misure di sicurezza fondamentali per prevenire l’infezione di Covid-19”).
[bctt tweet=”I media in lingua inglese pullulano di esempi sul tema coworking: c’è chi sottolinea il tema della produttività, chi le loro capacità di connessione, e tutti intervengono sulle precauzioni prese” username=”MapsGroup”]
“Tipicamente focalizzati sulla collaborazione e l’interazione di persona, gli spazi di coworking si adattano alla realtà della pandemia Covid-19 in corso – e vedono opportunità inaspettate” è il leit motiv di molte pubblicazioni sia all’estero che in Italia.

[sf_iconbox image=”fa-user-plus” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Community feel[/sf_iconbox]

WeWork, gigante internazionale del coworking, si sta concentrando sulla pubblicazione e condivisione di contenuti rilevanti per le comunità che ospita e le località dove i coworking hanno sede. Il senso della comunità – secondo aspetto che emerge come rilevante nella ricerca combinata tra coworking e coronavirus – porta le realtà di gestione di spazi condivisi a concentrarsi maggiormente sui propri servizi e in particolare su quelli digitali: piattaforme tecnologiche di interscambio, sistemi di call a distanza, corsi di formazione attraverso webinar, occasioni di incontro a distanza.

Riuscire a mantenere e ad alimentare il senso della comunità anche attraverso momenti di partecipazione e intrattenimento non-fisici ha consentito a molti coworking di mantenere relazioni, clienti, incassi anche in tempo di Covid.
[bctt tweet=”Riuscire ad alimentare il senso di comunità attraverso momenti di partecipazione e intrattenimento non-fisici ha consentito a molti coworking di mantenere relazioni e incassi anche in tempo di Covid” username=”MapsGroup”]
Il fattore tecnologico – prima tra i servizi aggiuntivi ma non necessariamente primari degli spazi collaborativi – diventa così elemento essenziale a garanzia e supporto di quei legami umani e relazionali che la pandemia ha reso più difficili da gestire come facevamo prima.

Sara Di Paolo


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Co-Operiamo: le relazioni tra le persone nell'era della Co-Economy al tempo del Covid. Di Sara Di Paolo.

[sf_iconbox image=”fa-gears” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Co-Economy: un nuovo paradigma[/sf_iconbox]

[dropcap3]L[/dropcap3]a pandemia da Covid-19, caratterizzata da “distanza sociale”, autosegregazione e chiusure di fabbriche e uffici, sta paradossalmente accelerando il percorso di molte imprese verso l’attenzione alle persone, non più solo potenziali clienti, e verso la condivisione di un destino comune con il proprio territorio ma anche, come sta insegnando la situazione attuale, il resto del mondo.
In altre parole il Coronavirus sta rafforzando il nuovo paradigma economico che già andava affermandosi in tutto il mondo occidentale. Si tratta della Co-Economy (rif. “Co-Economy. Un’analisi delle forme socioeconomiche emergenti” a cura di Davide Lampugnani, introduzione di Mauro Magatti, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2018).
Significa attivare forme di scambio e azioni di tipo economico capaci di coniugare competizione e coesione sociale, in altre parole fare impresa prestando attenzione al territorio e alle persone, oltre che agli aspetti più prettamente economici e del profitto.
Non vuole dire “essere buoni” ma saper tenere insieme in misura crescente la dimensione economica e quella sociale. Le imprese private, grandi e piccole, che hanno questa visione si preoccupano degli aspetti sociali e ambientali non “dopo” il profitto ma “per” e “durante” la creazione del profitto, riuscendo a coniugare competizione e coesione sociale.
È in questo contesto che si affermano esperienze di cooperazione e condivisione tra le persone. Dalla gestione dei beni comuni alle benefit corporation, dai casi sempre più numerosi di co-housing e co-living ai più noti e diffusi esempi di co-working, le persone e di conseguenza le imprese scoprono sempre di più la bellezza e l’utilità di fare le cose insieme.
[bctt tweet=”Dai casi sempre più numerosi di co-housing, co-living ai più noti esempi di co-working, le persone e le imprese scoprono sempre di più la bellezza e l’utilità di fare le cose insieme.” username=”MapsGroup”]
Da gennaio ad oggi sono oltre 30mila i contenuti individuati in italiano e inglese, tra social, web e press che trattano questi temi (dati rilevati dal monitoraggio Words-Maps Group con strumenti Roialty).
Il co-working “pesa” per il 76% dei contenuti, rispetto a co-living e co-housing menzionati nel 24% degli articoli selezionati. L’87% dei messaggi sono in lingua inglese.
Anche in tempo di coronavirus, il dibattito sul tema non si ferma e non vede flessioni, in termini di quantità. Piuttosto si rilevano nuove riflessioni e il racconto di nuove esperienze.
C’è chi guarda avanti e approfitta del momento contingente per progettare il futuro: in Umbria il coworking Binario5 e Fondamenti lanciano una call per progetti innovativi che coinvolgano il territorio.
A Milano si lavora al nuovo DesignTech, primo Hub per l’innovazione tecnologica nel settore design. A Crevacuore (in provincia di Biella) studiano soluzioni di co-housing per anziani autosufficienti da realizzare quando questo difficile momento sarà superato.

Il Covid-19 ci costringe in casa ma non ci impedisce di fare ironia. Sui social ad esempio c’è chi si organizza: “Spazio di coworking in soggiorno, think tank in cucina, zona telefonate lunghe e moleste per gli altri coworkers in camera di mamma”. E c’è chi si domanda se dovremmo coniare nuovi slogan come “co(rona)-working” e “co(rona)-living”?

[sf_iconbox image=”fa-user-plus” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Prima le persone, poi gli spazi, fisici e in rete tra loro. E infine la tecnologia[/sf_iconbox]

Nella carrellata di eventi rinviati a causa del virus e di proposte formative o culturali a distanza, si distingue quella del co-working milanese Spazio Fuori Luogo che ha organizzato una sessione di disegno di nudo via Skype. Numerosi gli artisti che hanno aderito all’happening, alta la qualità delle opere prodotte. Insomma, stiamo chiusi in casa e cerchiamo le forme migliori per stare comunque insieme.
Non sarà forse proprio questo il concetto di “interoperabilità” che quest’anno 6Memes ci stimola ad affrontare? La parola interoperabilità nel monitoraggio compare 11 volte, sempre connessa a tematiche informatiche. Il concetto di interoperabilità tra gli uomini invece emerge molto spesso essendo il primo passo per realizzare quelle esperienze di condivisione che oggi rappresentano le più innovative forme del vivere sociale ed economico.
[bctt tweet=”Il concetto di interoperabilità tra gli uomini è il primo passo per realizzare quelle esperienze di condivisione che rappresentano le più innovative forme del vivere sociale ed economico.” username=”MapsGroup”]
Tra le esperienze più interessanti, il progetto europeo SCC – sharing, cooperation, collaboration – unisce spazi di co-working, istituzioni d’istruzione superiore e comunità dell’innovazione, con l’obiettivo generale di stimolare lo sviluppo di spazi collaborativi per l’innovazione. In particolare, intende supportare la trasformazione di spazi di co-working in “spazi collaborativi” capaci di sviluppare metodologie di lavoro trans-settoriali e trans-nazionali grazie alla creazione di comunità “umane” e all’utilizzo di avanzati strumenti digitali.
Insomma dai primi elementi di questa indagine, tutto ci sembra dire: prima le persone – insieme fisicamente o in connessione tra comunità virtuali – poi gli spazi, fisici e in rete tra loro. E infine la tecnologia, a supporto dei primi due.

Sara Di Paolo


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6MEMES TRENDS Alti e bassi del cibo italiano

Startup e Foodtech in Italia e nel mondo: dalla lotta tra i giganti del food delivery a quella contro lo spreco alimentare. Di Sara Di Paolo.

[dropcap3]D[/dropcap3] al primo gennaio ad oggi, gli articoli – pubblicati in italiano e in inglese – dedicati alle startup del settore agroalimentare hanno superato quota 5.000. Un sistema apparentemente di nicchia che, in realtà, muove milioni di dollari, attraversa gli oceani e, spesso, lascia lo spazio a riflessioni etiche, salutiste, rispettose dell’ambiente.
In Italia passiamo da curiose esperienze locali come, ad esempio, il caso di due giovani calabresi che stanno avviando una startup per sostituire il “cibo spazzatura” delle macchinette automatiche con prodotti più sani, magari locali e a chilometro zero, a casi, dal punto di vista dimensionale e strategico, decisamente più corposi.
[bctt tweet=” Dal primo gennaio ad oggi, gli articoli – pubblicati in italiano e in inglese – dedicati alle startup del settore agroalimentare hanno superato quota 5.000.” username=”MapsGroup”]
Cortilia startup del food delivery di prodotti freschi e artigianali – quando è nata lavorava con quattro aziende agricole e faceva consegne in 72 ore. Oggi lavora con 180 aziende agricole e consegna dopo poche ore. Recentemente, nel suo capitale, sono entrati due colossi del venture capital portando in dote 8,5 milioni di euro di investimenti.
Talent Garden – una delle più grandi e note esperienze di coworking a livello nazionale ed internazionale – a settembre, ha inaugurato a Milano Isola il primo spazio di coworking dedicato al foodtech e alla sostenibilità. 2.000 mq, 180 postazioni di lavoro, 2 aule di formazione e 30 startup già all’opera, a dimostrazione che lo spazio di business c’è e che Milano, anche questa volta, si conferma prima città italiana per fiuto sull’innovazione.
Il panorama italiano si distingue anche per un altro aspetto: è estremamente elevata in Italia la sensibilità (e di conseguenza l’effetto in termini di comunicazione, specialmente sul web e sui social) contro lo spreco alimentare.
Un’esperienza su tutte, quella di Federalimentare che a settembre, a Roma, ha organizzato l’evento “Life.Food.Waste.Start.Up”.

È in quella occasione che sono state premiate alcune delle esperienze più interessanti: “Bella Dentro”
, primo progetto nato per combattere gli sprechi nel settore ortofrutticolo italiano; “Food for Good” per recuperare le eccedenze alimentari dagli eventi; “BringTheFood”, un’applicazione della Fondazione Bruno Kessler al servizio degli enti caritatevoli per la raccolta e ridistribuzione di prodotti cotti o in scadenza; “Myfoody”, app che segnala ai consumatori i prodotti prossimi alla scadenza nei supermercati. Fattore caratterizzante è che non sono solo innovative: funzionano.
A livello internazionale, invece, predominano altri temi, due in particolare. Il primo ha a che fare con i giganti del Food Delivery (ovvero le piattaforme di consegna del cibo) da Deliveroo a Uber Eats e DoorDash perché è in corso una vera e propria battaglia tra i colossi delle consegne a domicilio.
Operano a livello internazionale, sono corteggiati (se non addirittura acquisiti) da investitori milionari, e stanno decisamente modificando il settore della somministrazione alimentare. Basti pensare al fenomeno delle “dark kitchen” (cucine segrete) che propongono pasti a regola d’arte – spesso curati da cuochi famosi o nutrizionisti – preparati esclusivamente per la consegna a domicilio.
[bctt tweet=”Secondo una recente ricerca presentata da Mapic Food, il mercato del Food Delivery oggi vale 35 miliardi di dollari con un trend di crescita annuale pari al 20%. ” username=”MapsGroup”]
Secondo una recente ricerca presentata da Mapic Food, il mercato del Food Delivery oggi vale 35 miliardi di dollari con un trend di crescita annuale pari al 20%. Crescita determinata in particolare dai millennials, che ordinano cibo a domicilio almeno due o tre volte alla settimana e si aspettano un servizio veloce, un’ampia scelta e un buon rapporto qualità-prezzo.
Non mancano i lati oscuri del fenomeno: lo sfruttamento dei cosiddetti “rider” (i ragazzi che si occupano delle consegne) ciclicamente sale alla ribalta dei media sia in Italia che negli altri paesi.
Il secondo fenomeno che interessa il dibattito sulle startup del food a livello internazionale, sono i numerosissimi casi di imprese produttrici di cibo sano o “funzionale” (“functional food” sono quegli alimenti, naturali o modificati, che hanno un effetto benefico su una o più funzioni del nostro organismo), oppure produttrici di alimenti che hanno un minore impatto sull’ambiente.
È il caso degli “impossible burger”, fenomeno ormai internazionale che – nato negli Stati Uniti – oggi fa girare cifre miliardarie. Si tratta di hamburger (o altri piatti) apparentemente a base di carne ma in realtà preparati con ingredienti esclusivamente vegetali.
Ormai sono presenti sugli scaffali dei supermercati di tutto il mondo, senza contare i locali e i ristoranti sempre più numerosi che li propongono. Oltre agli “hamburger impossibili”, non si contano le esperienze – piccole e medie – di startup che, tra frutta secca, snack e spuntini dall’aspetto goloso, il packaging bio e il design innovativo ci propongono break più o meno salutari.
[bctt tweet=”Gli impossible burger, fenomeno ormai internazionale nato negli Stati Uniti, oggi fa girare cifre miliardarie. ” username=”MapsGroup”]
Eurowing, compagnia low cost del gruppo Lufthansa, ha addirittura selezionato – per distinguersi dalle altre compagnie aeree e rimarcare il proprio carattere innovativo – alcune startup del food e ne porta a bordo i prodotti.
È grazie a questa scelta di posizionamento che, viaggiando con Eurowings, potremo gustare degli ottimi “wildcorn” – bio pop corn, senza zuccheri aggiunti, 100% naturali – oppure delle innovative “salsicce Bework” (dal sito assicurano: 100% naturali, pochi carboidrati, 42% di proteine). Provare per credere!

Sara Di Paolo

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* L’articolo si basa sulle informazioni raccolte grazie alla piattaforma di analisi semantica Webdistilled che è stata impostata in italiano e inglese per analizzare tutte le fonti, nazionali ed internazionali, disponibili – i social media, il web, i blog e le testate giornalistiche online, la carta stampata, le trasmissioni radio e tv digitalizzate – intorno al tema del cibo e del futuro, inteso come innovazione, tecnologia, nuovi stili di vita. Il monitoraggio è attivo dal primo gennaio 2019. La piattaforma in questi mesi ha raccolto più di 33.000 contenuti tra articoli, blog, post e trasmissioni radiotelevisive. L’80% sono in lingua inglese e il 20% in italiano. La maggior parte dei contenuti è stata pubblicata online (82%), seguono i social con il 16% e carta stampata, radio e TV con il 2%. Il 16% dei contenuti complessivi cita le “startup”, circa il 9% collega il food tech allo spreco alimentare.


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6MEMES TRENDS Alti e bassi del cibo italiano

Food Tech, dal frigorifero di casa alle risorse e alle sfide del pianeta. Di Sara Di Paolo.

[dropcap3]D[/dropcap3]a qualche mese, grazie alla piattaforma Webdistilled*, monitoro cosa viene pubblicato nel mondo intorno al tema del Food Tech, ovvero le tecnologie applicate al settore agroalimentare.
Un argomento estremamente sentito – specialmente nel mondo anglosassone (il 78% dei contenuti sono in inglese contro un 22% in italiano) – e principalmente collegato a soluzioni tecnologiche in campo agricolo o nella trasformazione alimentare, ad applicazioni e strumenti di comunicazione contro lo spreco o a supporto di politiche per combattere la fame nel mondo, oltre ai moltissimi articoli che riportano statistiche e investimenti milionari per startup innovative.

Distribuzione media del monitoraggio dal 1 gennaio 2019 a inizio luglio 2019

Non troppo virali o centrali nel dibattito, ma abbastanza presenti da farsi notare – specialmente negli articoli pubblicati in lingua italiana – compaiono espressioni come “democrazia”, “tradizione” e “sostenibilità”. Segnali deboli – in termini di frequenza e di viralità su media, new media e social – ma certamente molto potenti quando si va ad approfondire.
Cominciamo con “democrazia”. Ne parla su NOVA de Il Sole 24 Ore – nel blog Feed the Future, letteralmente “nutrire il futuro” – Sara Roversi, imprenditrice, appassionata di food e di social innovation, illustrando un futuro scenario economico – la Imagination Economy – dove cooperazione, dialogo e innovazione diventano gli ingredienti fondamentali per costruire un futuro più prospero e sostenibile con una particolare attenzione alla lotta allo spreco e a nuovi modelli di produzione, anche alimentare.
[bctt tweet=” Nella Imagination Economy, la cooperazione, il dialogo e l’innovazione diventano gli ingredienti fondamentali per costruire un futuro più prospero e sostenibile con una particolare attenzione alla lotta allo spreco.” username=”MapsGroup”]
In un intervento alla Camera dei Deputati, ne parla anche Vandana Shiva, scienziata attivista e ambientalista indiana, presidente di Navdanya International, in Italia per il lancio della Campagna globale “Poison-free Food and Farming 2030 – Cibo e Agricoltura liberi da pesticidi 2030”. Sottolinea come api, farfalle, scarafaggi e altri insetti stiano scomparendo a causa di pesticidi e veleni chimici e che, se non cambiamo i nostri modi di produrre cibo, gli insetti nel loro insieme andranno in estinzione in pochi decenni, rendendo sempre più critica la vita sulla terra.
Il contenuto gira nei social italiani grazie ad un tweet di @Beppe_Grillo – “Quando si parla di #agricoltura non si parla mai solo di #cibo, ma di #futuro, di #democrazia e di #libertà” – diventato abbastanza virale, un po’ per la forza del messaggio e un po’ per i numerosi commenti successivi, spesso di tutt’altro stile (“Bene. Allora vai a zappare la terra!!!”).

Nella ricerca su quanto si dice su futuro e innovazione di cibo e alimentazione, trovano pochissimo spazio contenuti riguardanti la tradizione o la salvaguardia dei piatti tipici.
Per questo motivo, saltano all’occhio messaggi del tipo “stendere la sfoglia col mattarello e ammirarne la sottigliezza e la trasparenza in controluce è un gesto che dà soddisfazione e aumenta l’autostima” e “il fattore umano sarà sempre rilevante”.
Amaro Montenegro – in collaborazione con il Future Food Institute – questa primavera ha lanciato una call for ideas dal titolo “#humanspirit” per andare alla ricerca dei “maker della convivialità del futuro”. Un contest in cui creatività e tecnologia puntano a rafforzare lo spirito di coesione tra le persone, anche durante la degustazione di spirits & cocktail.
Sulla filiera “tradizione e innovazione”, un altro marchio leader nel mondo concentra la sua comunicazione e visione, si tratta dell’Acqua San Pellegrino che, per i suoi 120 anni di attività, ha ospitato l’evento Food Meets Future (il cibo incontra il futuro), nella convinzione che il futuro della gastronomia abbia bisogno di comunità e talento, di agire in maniera responsabile e inclusiva, di ispirazione e creatività.
[bctt tweet=”L’evento Food Meets Future (il cibo incontra il futuro) persegue la convinzione che il futuro della gastronomia ha bisogno di comunità e talento, di agire in maniera responsabile e inclusiva, di ispirazione e creatività.” username=”MapsGroup”]
Nel frattempo Mastercard ha inaugurato a Roma il primo bistrot cashless. Punto cardine del nuovo ristorante è un tavolo interattivo touch, progettato appositamente per navigare tra le ricette e le curiosità della cucina tradizionale romana, ordinare piatti, e infine pagare senza dover andare alla cassa.
Nelle ultime settimane, infine, hanno raggiunto una discreta viralità due notizie molto diverse tra loro che mettono al centro il tema della sostenibilità ambientale e non solo.
È di Repubblica il servizio sulla “eco-polpetta”, finalmente sbarcata anche in Italia, grazie a Viviana Veronesi, titolare del Bistrot Paulpetta di Monza, che ha mosso mari e monti per fare arrivare dagli Usa in Brianza la famosa “impossible meat”, preparata esclusivamente con ingredienti vegetali come proteine di piselli, olio di cocco, fibre di bambù.
Obiettivo del progetto milionario – la casa madre americana ha tassi di crescita vorticosi – è salvare gli animali e salvare il pianeta, senza rinunciare alla bontà di un appetitoso hamburger.
La seconda notizia per viralità è stata lanciata da GreenMe, testata online d’informazione su tematiche green, e riguarda la Grande Muraglia Verde africana.
Un progetto iniziato nel 2008 che oggi coinvolge più di 20 paesi della regione sahelo-sahariana nella realizzazione di una “muraglia di alberi” lunga 8.000 km e larga 15 km.
Sebbene sia attualmente completato solo per il 15%, il progetto ha già avuto un impatto molto importante sui paesi coinvolti: in Nigeria sono stati ripristinati 5 milioni di ettari di terra degradata, in Senegal sono stati piantati alberi resistenti alla siccità su circa 12 milioni di ettari, in Etiopia sono stati ripristinati 37 milioni di ettari di terreno.
Indagare su quanto viene detto e scritto su cibo e futuro sposta la nostra visione dal frigorifero di casa alle grandi sfide del pianeta.

Sara Di Paolo

[sf_iconbox image=”ss-zoomin” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
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* L’articolo si basa sulle informazioni raccolte grazie alla piattaforma di analisi semantica Webdistilled che è stata impostata in italiano e inglese per analizzare tutte le fonti, nazionali ed internazionali, disponibili – i social media, il web, i blog e le testate giornalistiche online, la carta stampata, le trasmissioni radio e tv digitalizzate – intorno al tema del cibo e del futuro, inteso come innovazione, tecnologia, nuovi stili di vita. Il monitoraggio è attivo dal primo gennaio 2019. La piattaforma in questi mesi ha raccolto più di 21.000 contenuti tra articoli, blog, post e trasmissioni radiotelevisive. Il 78% sono in lingua inglese e il 22% in italiano. La maggior parte dei contenuti è stata pubblicata online (80,7%), seguono i social con il 16,6% e carta stampata, radio e TV con il 2,7%. Il 16% dei contenuti complessivi cita le “startup”, oltre il 23% collega il food tech alla sostenibilità.


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Immagine di copertina (rielaborata)
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6MEMES TRENDS Alti e bassi del cibo italiano

Dagli hamburger “impossibili” ai grilli fritti. Viaggio intorno al mondo del foodtech e dei nuovi stili alimentari.

Prima tappa: Gerusalemme

[dropcap3]L[/dropcap3]a notizia della partnership tra Jerusalem Venture Partners, fondo internazionale di venture capital, e Mars Incorporated, che produce alcuni dei marchi alimentari più di successo al mondo (tra questi, M&M’s®, SNICKERS®, TWIX®) per sviluppare in Israele soluzioni tecnologiche innovative in ambito agricolo, alimentare e nutrizionale, fa letteralmente il giro del mondo. In collaborazione con i principali centri di ricerca israeliani, il progetto intende sostenere startup e percorsi di innovazione aziendale, con l’obiettivo di fornire soluzioni scalabili alle sfide di nutrire l’umanità e preservare l’ambiente.
Già da questa prima ipotetica tappa si intuisce la cifra del ragionamento globale sul cibo del futuro: innovazione, ricerca tecnologica, impatto sociale e ambientale. A livello internazionale non si contano le startup, gli acceleratori d’impresa, i premi e i finanziamenti dedicati al foodtech, ovvero all’innovazione tecnologica in ambito agroalimentare.
Da Israele agli States, il salto è veloce. Qui le startup dell’agrifood tech – quelle che innovano “from farm-to-fork” (dalla fattoria alla forchetta) – hanno raccolto nel 2018 16,9 miliardi di dollari di investimenti e si attestano in un range di incremento annuo del 43%, confermando gli Stati Uniti come paese leader del settore.
Due notizie, in particolare, nelle ultime settimane, hanno scosso i media americani e internazionali: Amazon che investe 575 milioni di dollari in Deliveroo (società delle consegne a domicilio con base a Londra e attività in 14 Paesi) e Beyond Meat, la prima startup – che produce carne “alternativa” – a quotarsi in borsa.

Distribuzione delle fonti del monitoraggio effettuato.
Media della distribuzione delle fonti del monitoraggio effettuato dal 1 gennaio 2019 ad oggi. Piattaforma Monitoring Emotion.

 
Il tema della “carne senza carne” è molto caldo, soprattutto nel mondo anglosassone, da quando catene internazionali come Burger King hanno proposto l’impossible burger (hamburger “impossibile” che sanguina come fosse carne fresca ma non è prodotto da animali ma da piante). Personalità famose come il rapper Jay-Z, Serena Williams o Beyoncé ne sostengono la produzione. L’interesse raggiunge il grande pubblico (non solo vegani o vegetariani).
Gli scaffali dei supermercati che offrono questi prodotti sono presi d’assalto. Per capire la portata del fenomeno, basta constatare che persino l’Asia – con la Cina capofila a livello mondiale per consumo di carne di maiale – se ne sta interessando e sta nascendo una richiesta importante di questi prodotti.
[bctt tweet=”Il tema della ‘carne senza carne’ è molto caldo, soprattutto nel mondo anglosassone, da quando catene internazionali come Burger King hanno proposto l’impossible burger…” username=”MapsGroup”]
I gusti dei consumatori globali cambiano, siamo più sensibili e informati sulla sostenibilità ambientale, le opzioni a disposizione sono sempre più innovative e numerosa. Dalla Silicon Valley all’Italia, il passo sembra lungo ma in realtà non lo è poi così tanto.
A Milano a gennaio è stato inaugurato il FoodTech Accelerator con l’obiettivo di trasformare la città in un hub internazionale dell’innovazione per il food e il retail (settori che da sempre fanno del Made in Italy un marchio riconosciuto in tutto il mondo), mentre Talent Garden a giugno aprirà il primo campus per foodtech e sostenibilità. Situato nel quartiere Isola (a nord del centro di Milano) offrirà postazioni di lavoro per circa 180 professionisti di startup, aziende, incubatori, venture capital, università che si occupano di tecnologia applicata al cibo.
C’è chi twitta “senza #innovazione anche il #cibo #MadeinItaly può estinguersi” ma la realtà dei fatti non sembra proprio confermare questa paura, tenuto conto che solamente Milano, nelle ultime settimane, ha ospitato “Seed&Chips”, the leading food innovation summit in the world (il principale vertice sull’innovazione alimentare nel mondo); “TUTTOFOOD”, the leading international B2B fair focused on food and beverage (la principale fiera internazionale B2B dedicata a cibo e bevande), e in questi giorni “Cibo a Regola d’Arte”, un festival sul futuro dell’alimentazione” – confermando il ruolo di primo piano a livello internazionale della città lombarda sul tema dell’agroalimentare.
Cibo del Futur: buzz dal 1 gennaio 2019 ad oggi
Cibo del Futuro: buzz dal 1 gennaio 2019 ad oggi. Piattaforma Monitoring Emotion.

Ultima tappa: Londra

La capitale inglese batte tutti per creatività grazie alla mostra “FOOD: Bigger than the Plate” visitabile al Victoria&Albert Museum dal 18 maggio al 20 ottobre. L’esposizione propone oltre 70 progetti visionari (ma realizzabili e realizzati) sull’alimentazione e sulla sostenibilità ambientale, ideati da artisti e designer in collaborazione con chef, scienziati e agricoltori.
Dall’installazione di funghi che crescono a partire dai fondi del caffè provenienti dal V&A Benugo Café (e che ci ritorneranno per essere cucinati in una logica di economia circolare), al “bicitractor a pedali” sviluppato da Farming Soul per sostenere l’agricoltura su piccola scala, l’esposizione presenta opere in prospettiva sperimentale e spesso provocatoria, immaginando futuri alimentari alternativi. Tra queste “the Sausage of the Future” (la salsiccia del futuro) di Carolien Niebling con immagini di insaccati contenenti vermi e insetti.
Il tema del consumo di insetti come fonte nutrizionale ad alto contenuto proteico, in realtà, è oggetto di un dibattito piuttosto acceso. Ci sono startup che stanno investendo in produzione e ricerca, e approfondimenti scientifici che ne calcolano l’impatto dal punto di vista nutritivo e ambientale. Sui social, il tema si presta a facili battute e commenti sarcastici – specialmente da noi italiani: “Se il cibo del futuro sono i grilli fritti, preferisco che non esista nessun futuro. Estinguiamoci e facciamola finita.”!
Campagna ZeroHunger
Nei social media, tra i contenuti a tema agroalimentare, non manca però lo spazio per campagne più serie come quella della FAO #ZeroHunger (ZeroFame) contro la fame nel mondo. Tra i messaggi più virali, questo bel invito: “Youth are the future. The future of agriculture. The future of food. Our future without hunger. Investing in them is investing in our #ZeroHunger future” (I giovani sono il futuro. Il futuro dell’agricoltura. Il futuro del cibo. Il nostro futuro senza fame. Investire su di loro significa investire in un futuro senza fame).
 

Sara Di Paolo

 

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L’articolo si basa sulle informazioni raccolte grazie alla piattaforma di analisi semantica Web Distilled che è stata impostata in italiano e inglese per analizzare tutte le fonti, nazionali ed internazionali, disponibili – i social media, il web, i blog e le testate giornalistiche online, la carta stampata, le trasmissioni radio e tv digitalizzate – intorno al tema del cibo e del futuro, inteso come innovazione, tecnologia, nuovi stili di vita. Il monitoraggio è attivo dal primo gennaio 2019.

La piattaforma in questi mesi ha raccolto più di 15.700 contenuti tra articoli, blog, post e trasmissioni radiotelevisive. Il 77% sono in lingua inglese e il 23% in italiano. La maggior parte dei contenuti è stata pubblicata online (78,9%), seguono i social con il 17,8% e carta stampata, radio e TV con il 3,3%. Il 16% dei contenuti complessivi cita le “startup”, il 9% parla di spreco alimentare e il 9,4% di insetti da mangiare.

 


CREDITS IMMAGINE DI COPERTINA (rielaborata):
ID Immagine: 87015406. Diritto d'autore: Fabio Berti
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6MEMES TRENDS Sharing Knowledge

Co-working, Co-living, Co-housing: una vita da condividere!

Ciao Sara: grazie intanto per questa chiacchierata su temi particolarmente cari a 6MEMES.

La prima domanda va diritta al punto: questa recente enfasi sulla “condivisione” di cui sentiamo parlare sempre più spesso – e che si rappresenta con la piccola stringa di testo “co” davanti a una serie di altre parole – è il frutto di un moda passeggera o piuttosto l’indizio concreto di una realtà destinata a portare cambiamenti duraturi nella nostra società?

Non si tratta di fenomeni di nicchia, né di “momenti moda” o belle parole con cui riempirsi la bocca: condividere il luogo di lavoro (Co-working), il modo di vivere (Co-living) e gli spazi abitativi (Co-housing) è sempre più una realtà che si diffonde non solo tra i giovani e che ha portata internazionale.
Grazie alla piattaforma di analisi semantica Web Distilled, abbiamo attivato una ricerca appositamente dedicata a questi nuovi stili di vita e di lavoro dove convivere, condividere e cooperare non sono obiettivi a cui mirare ma le fondamenta per creare soluzioni abitative, sociali e lavorative su misura di ciascuno.
Negli ultimi 6 mesi, nelle diverse fonti (social media, testate giornalistiche online e blog, media tradizionali cartacei, radio e TV), in lingua italiana e inglese, sono stati pubblicati sul tema oltre 50.000 contenuti con una media di circa 250 menzioni al giorno. Tra le fonti prevalgono quelle web con il 90% dei contenuti pubblicati su portali online e blog. Tra le tematiche senza dubbio l’argomento più diffuso è quello del Co-working con quasi l’80% dei contenuti selezionati. L’inglese batte l’italiano 85 a 15. Segno che di questi temi si parla e si scrive molto di più all’estero che da noi.

 

In base ai dati raccolti hai trovato qualche conferma del fatto che queste nuove pratiche culturali si riflettono e sviluppano in maniera differente a seconda della realtà sociale in cui vengono messe in atto?

Non c’è dubbio.
In lingua italiana, ad esempio, prevalgono articoli contenuti relativi ai sui cambiamenti sociali e ai nuovi trend: “come cambia il modo di lavorare, abitare e comunicare tra nomadi digitali e cittadini temporanei”. Si sottolineano spesso elementi di “straordinarietà”, come se vivere o lavorare “in condivisione” fosse uno stato transitorio e non una scelta di vita che risponde, di fatto, a due esigenze chiave degli esseri umani: la sopravvivenza (condividere spesso aiuta a spendere meno) e la socialità (stare insieme agli altri non è forse meglio che stare da soli?).
In italiano, non si contano articoli e post dedicati ai Co-working. Sembra che ogni città, quartiere e amministrazione non ne possa fare a meno: a Fontivegge (Umbria) ha inaugurato qualche settimana fa “Binario5” e a Palazzolo (Brescia) sta per aprire (nell’ambito di un più ampio progetto di recupero di spazi del centro storico) “OgliOffice”, giusto per citare due tra gli ultimi casi.
Cominciano anche a girare tesi di laurea e studi scientifici sul tema. Sarà interessante vedere dove si va. La vera sfida non è ristrutturare uno spazio e metterci delle scrivanie, ma intercettare e stimolare la nostra voglia di “essere comunità” e, al tempo stesso, sapere rispondere alle esigenze di mercato.

 

Questo vale per il nostro paese dunque. E per il mondo cosiddetto anglosassone? Quali sono le evidenze che hai raccolto?

Completamente diverso è il panorama anglosassone dove prevalgono decisamente contenuti di taglio business e real estate. E dove – andando in particolare ad analizzare le uscite dedicate ai temi del Co-housing e del Co-living – si scopre un incredibile mondo di possibilità. I complessi abitativi “in condivisione” sono assolutamente comuni, diffusi e richiesti da New York a Seattle, da San Francisco a Los Angeles e in numerose altre aree urbane americane. In Europa si trovano soprattutto in città come Berlino, Londra e Dublino.
“Il co-living è la nuova miniera d’oro con 93 miliardi di mercato potenziale” dichiara “PropTiger” pubblicando la loro ultima ricerca sul mercato immobiliare statunitense, settore che sempre più affronta le nuove costruzioni o il recupero di edifici già esistenti con una logica “sharing”, combinando soluzioni flessibili che alternano spazi comuni e spazi privati con approcci fino a qualche anno fa impensabili.
C’è chi ragiona su chi sono i target principali – solitamente neo-laureati, giovani professionisti, millennials – e chi cerca soluzioni abitative di interesse per i nuovi target emergenti – ad esempio i “re-starter” (persone tra i 30 e i 50 anni che stanno divorziando o che stanno ripartendo con una nuova fase della loro vita)  – oppure i pensionati (abituati ad una vita di relazioni ed interessi che cominciano ad avere specifiche necessità pur essendo ancora completamente autonomi nelle loro esigenze quotidiane).

 

Parlavamo all’inizio della nostra chiacchierata di come questa nuova pratica sociale (perché di questo si tratta, in effetti) è solo l’inizio di una grande trasformazione. Puoi fare degli esempi concreti per i nostri lettori, così da toccare con mano la portata del cambiamento in corso?

Gli esempi sono tanti e in settori diversi.
Le nuove soluzioni abitative, ad esempio, portano con sé anche lo sviluppo di nuovi servizi o di servizi aggiuntivi per attrarre nuova clientela. C1 in California offre – nel pacchetto di abitazione condivisa – Netflix e i servizi di pulizia. Alcune strutture di lusso integrano l’offerta abitativa con centri fitness, cabine abbronzanti, biliardi, barbecue e piscine. Node – uno dei precursori – con un edificio storico a Londra e numerose altre sedi nel mondo, mette a disposizione un “community curator” perché ritiene che i residenti interagiscano meglio con l’incoraggiamento di un “curatore di comunità” che li aiuti a selezionare i coinquilini e ad organizzare eventi collettivi.
Numerose anche le startup che stanno nascendo in questo campo. Tra quelle di maggior successo, ci sono ROOMI che aiuta a trovare il “perfetto coinquilino”, confrontando caratteristiche personali ed esigenze abitative fino ad arrivare alla “giusta” combinazione. Oppure ROOMRS che agevola l’incontro tra domanda e offerta di abitazioni (inclusi utenze, mobili, accessori) con le disponibilità di prezzo e di condivisione degli spazi.
 

Sin qui si tratta di esperienze nate e sviluppate al di fuori del nostro paese. E per quanto riguarda noi italiani? Quale è lo stato dell’arte?

Non mancano comunque anche esperienze tutte italiane: a volte sono primi esperimenti. A Trento ad esempio da qualche mese convivono sette ospiti anziane, due collaboratrici familiari e quattro studentesse in un “trans-generazionale co-housing” dove ciascuno ha una propria stanza con bagno mentre cucina, soggiorno e sala sono in comune. Oppure il “Co-living Casa Netural” che, come riporta il sito, è “una casa, a Matera, che aggrega persone da tutto il mondo, in cui ispirarsi, rigenerarsi e concretizzare le proprie idee attorno ai temi dell’innovazione sociale, culturale e creativa.” Qui, infatti, gli ospiti hanno l’opportunità di svolgere attività professionali in remoto e possono decidere di trascorrervi alcuni momenti della loro vita.
In Italia, però, la città che più è in grado di rappresentare e gestire questi nuovi fenomeni di condivisione degli spazi lavorativi e abitativi è senza dubbio Milano. Non solo perché ospita numerose e interessanti esperienze di Co-working e Fablab che la posizionano allo stesso livello delle altre metropoli occidentali. Ma anche perché è l’unica città italiana a mettere in atto una strategia di lungo periodo, unica città italiana a partecipare al bando internazionale “Reinventing Cities” che prevede l’alienazione da parte del Comune di siti inutilizzati o in stato di degrado a favore di progetti di rigenerazione urbana con benefici per la comunità attraverso il Co-living, Co-housing e Co-working.

 

Ti ringraziamo delle buone notizie, allora, in attesa che la cultura della condivisione metta radici più profonde anche da noi. E soprattutto ti facciamo le nostre congratulazioni per la tua recente e meritata nomina a Presidente del gruppo Condiviso. Buon lavoro, Natalia Robusti.

 
Condiviso
 


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Immagine di copertina, rielaborata.
ID: 75718127, di Katarzyna Białasiewicz
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6MEMES TRENDS Alti e bassi del cibo italiano White Paper

2018: alti e bassi nella comunicazione sul cibo italiano. White Paper di Sara Di Paolo.

[dropcap3]I[/dropcap3]l 2018 è stato l’anno del Cibo Italiano, e – grazie a un monitoraggio di Webdistilled – la nostra blogger Sara Di Paolo ha “tenuto d’occhio” in questi dodici mesi un numero davvero considerevole di siti, social, blog e forum che hanno trattato il connubio tra arte, paesaggio e cibo.
Il monitoraggio, che ha riguardato un argomento particolarmente distintivo del nostro paese, è stato esteso anche ad altri media, e non solo online. Ha infatti riguardato magazine, trasmissioni radio e programmi TV, anch’essi sia in italiano che inglese.
Il tutto alla scoperta degli alti e bassi nella comunicazione sul cibo italiano.
Ne sono usciti tre articoli con tre diversi focus che abbiamo raccolto in un piccolo, ma prezioso Quaderno di 6MEMES. Tra “Eat spaghetti to forgetti your regretti” e “Freaking out: tutti pazzi per il cibo italiano!” ne sono uscite delle belle e delle buone.
Ve le proponiamo in questa raccolta che ci racconta – tramite numeri, conversazioni, tweet e grafici – un anno di eventi, “chiacchiere” e informazioni su “Gli alti e bassi del cibo italiano”.
Buona lettura.

[highlight]Indice dei contenuti:[/highlight]

  • Introduzione
  • Indice
  • 01. Gli alti e bassi del cibo italiano. Il monitoraggio 2018.
  • 02. “Eat spaghetti to forgetti your regretti”. Seconda tappa del viaggio intorno all’Italian Food.
  • 03. Freaking out: tutti pazzi per il cibo italiano! Per finire in bellezza.
  • About

Per scaricare il White Paper cliccare l’immagine di copertina:

White Paper Sara Di Paolo 2018


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ID: 60555873, di Elena Pimonova


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6MEMES TRENDS Sharing Knowledge

Noi siamo quel ponte, il primo ponte siamo noi. Di Sara Di Paolo.

[dropcap3]A[/dropcap3] quattro mesi dalla tragedia che ha colpito Genova, il monitoraggio – realizzato da Maps Group e Words tramite la piattaforma Webdistilled – analizza l’impatto che il crollo del ponte Morandi ha avuto a livello nazionale e internazionale in termini di comunicazione e immagine della città e dell’Italia intera.

In questi mesi, il sistema ha rilevato 450.000 contenuti tra articoli di giornale, trasmissioni radio e tv, uscite sui social, post e news su blog e siti web. Con una media giornaliera di 3.800 messaggi. L’88% in lingua italiana, il 50% sui social. Sui media inglesi sono stati pubblicati 30.000 articoli, oltre 12.000 su quelli spagnoli, 7.200 in lingua francese e 1.500 in tedesco.

Allo shock iniziale, all’incredulità e al dolore, alla consapevolezza (“Noi siamo quel ponte”) espressa ad ogni latitudine che chiunque di noi poteva essere lì in quel momento, sono poi seguite – soprattutto a livello internazionale – descrizioni precise e dettagliate dei fatti e del percorso politico, istituzionale, progettuale, processuale e sociale in atto nel nostro paese.

Distribuzione delle fonti sull'intero periodo del monitoraggio.
Distribuzione delle fonti sull’intero periodo del monitoraggio.

É di qualche giorno fa la pubblicazione su un sito inglese specializzato di una ricerca sulle “global ageing infrastructures” (lo stato di “invecchiamento” delle infrastrutture a livello globale). Al centro dell’analisi il caso genovese e una considerazione “no time to grow old gracefully” (non c’è tempo per invecchiare “con grazia”) seguono indicazioni di dettaglio sul cattivo stato di salute delle infrastrutture del mondo. Il punto non è solo questo. Ascanio Celestini ha ricordato da subito che “una strada non è solo una questione per politici e ingegneri. Una strada è una visione del mondo” (Internazionale, 15 agosto).
[bctt tweet=”Allo shock iniziale rispetto al crollo del Ponte Morandi, sono poi seguite – soprattutto a livello internazionale – descrizioni dettagliate dei fatti e del percorso politico, istituzionale, progettuale, processuale e sociale in atto.” username=”MapsGroup”]
Mentre la politica dibatte (e i media nazionali la seguono passo dopo passo) su soldi, tempi e decreti, l’analisi del sentiment (che distingue i contenuti più polarizzati in termini di negatività o positività) ci riserva alcuni elementi di conforto.
Certo, data la tragicità dei fatti, al 94% dei contenuti è assegnato segno negativo, approfondendo però quelli di carattere positivo (che sono comunque decine di migliaia) si rileva come, in questi mesi, alcuni specifici eventi siano stati accolti da noi italiani, ma anche dagli osservatori internazionali, con un senso quasi di gioia o quanto meno di incoraggiamento.
Tra questi, il progetto regalato dall’architetto Renzo Piano alla città di Genova a pochi giorni dal crollo del ponte che ha fatto letteralmente il giro del mondo, più di recente la nomina del sindaco Bucci a commissario per il ponte con tanti sinceri auguri di buona fortuna e buon lavoro. Tra le notizie “più leggere”, emerge l’invito del Comune di Genova a ospitare la finale della “Copa Libertadores” tra River e Boca (notizia ripresa da centinaia di siti, soprattutto tra i media spagnoli e latino-americani). La partita si gioca a Madrid “ma come sarebbe stato bello”.
[bctt tweet=”Tra le notizie più leggere, emerge l’invito del Comune di Genova a ospitare la finale della Copa Libertadores tra River e Boca, notizia ripresa da centinaia di siti, soprattutto tra i media spagnoli e latino-americani.” username=”MapsGroup”]
Sui social c’è l’affetto, la vicinanza alle famiglie delle vittime e agli sfollati, c’è un moltiplicarsi continuo di iniziative e manifestazioni a supporto di chi è più in difficoltà. Il tweet più virale è di Francesca Baraghini (giornalista genovese da qualche anno volto di Sky Italia) che a poche ore dalla tragedia scrive:

“Sono diventata matta per trovare mia madre. Matta. E l’ho trovata, in macchina, che tornava, come ogni giorno, passando da lì. La maggioranza passa da lì. Poi, parleremo di come può crollare un ponte a #Genova nel 2018. Adesso, spero solo che tutti possano dire “L’ho trovata””.

Fortissima l’invasione dei leader politici su facebook. Il primato del post più virale in assoluto dal giorno della caduta del Ponte spetta a Luigi Di Maio ma più il tempo è andato avanti più sono passati al primo posto il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte prima e Matteo Renzi poi. I post politici sono di solito molto invasivi e, a leggere le reazioni, scatenano paradossalmente soprattutto “antipolitica”, oltre a rabbia, insulti, sarcasmo, piccate puntualizzazioni.

Principlai tematiche dei buzz del monitoraggio.
Principali tematiche dei buzz del monitoraggio.

In quanto a semplici citazioni di personalità politiche su stampa e TV, web e social il Ministro Toninelli nel bene e nel male è il più menzionato (44%), seguono Giovanni Toti, Presidente della Liguria (28%), Marco Bucci, Sindaco di Genova (19%) e Edoardo Rixi, Viceministro genovese alle Infrastrutture e Trasporti (9%). Tra i temi più sentiti, dopo il cordoglio per le vittime e la situazione degli sfollati, emergono traffico e logistica. Seguono argomenti squisitamente tecnici su infrastrutture, logistica e costruzioni e infine commenti e articoli sull’impatto economico e sul turismo.
Dal giorno della tragedia tutti gli enti e le associazioni imprenditoriali genovesi lanciano appelli per sottolineare che Genova, nonostante il grave danno, non è una città “invalida”. Non sempre però si superano i confini locali coinvolgendo testate nazionali ed internazionali o ottenendo riscontri dal variegato mondo social.
L’immagine della città nel paese e dell’Italia nel mondo dipendono dalla capacità di azione e reazione che sapremo dimostrare con i fatti. Sapremo superare la crisi rapidamente? Sapremo ri-progettare e ri-costruire il futuro? Un tweet di qualche giorno fa diceva “il primo ponte siamo noi”. Ognuno nel proprio ruolo, ognuno con le proprie abilità ed emozioni. #bethebridge
 


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ID: 08703823, di Valerio Bianchi
ID: 64925766, di ammentorp


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6MEMES TRENDS Alti e bassi del cibo italiano Sharing Knowledge

Freaking out: tutti pazzi per il cibo italiano! A cura di Sara Di Paolo.

Negli ultimi tre mesi il mondo social, web e press intorno al cibo italiano sembra andato un po’ “fuori di zucca”

[dropcap3]C[/dropcap3]ontinua il viaggio intorno all’Italian Food nell’anno del Cibo Italiano 2018. Gli ultimi mesi, da inizio agosto ad oggi, hanno registrato oltre 15.000 menzioni (tra web, social e press) con una media di 160 al giorno, di cui metà in italiano e metà in inglese. Il “picco” più alto è del 4 di agosto in occasione della Notte Bianca del Cibo Italiano. I contenuti riservano diverse sorprese e il dibattito risulta nel complesso particolarmente acceso.
Accanto ad iniziative di alto rilievo culturale – dal ricordo di Pellegrino Artusi alla “gastronomia come forma d’arte” a Catanzaro – si scatenano scurrili polemiche. Uno per tutti, questo tweet, tra i più virali del periodo: “Vanno all’estero, ordinano cibo italiano e si lamentano che fa cag*** MA GRAZIE AL CAZ**”. (Nel tweet originale gli asterischi non ci sono).
Anche la politica non è da meno: chi lo usa per attaccare l’attuale governo italiano (“L’Anno dei cammini, l’Anno dei Borghi, del Cibo italiano, la Capitale italiana della #cultura: tutto smontato per un capriccio. Il turismo con l’agricoltura è un caso unico al mondo” tuona il PD sui social) o per rafforzare alcune delle sue politiche  (Salvini spopola con “Alla faccia dell’Europa che vuole portarci in tavola ogni tipo di schifezza, io mangio (e bevo) italiano!” e similari)…
Italian Food
Mentre le pizze americane si riempiono di sottaceti con relativi dibattimenti tra puristi e non, la festa internazionale della pasta – celebrata ad ottobre in vari luoghi del mondo dagli Emirati Arabi all’Arizona – genera uno sconsolato commento, tutto italiano:
#WorldPastaDay. Giornata più sbagliata non poteva essere inventata. Non esiste una pasta decente là fuori. Ogni volta che vedo una trasmissione straniera che cerca di preparare cibo italiano… ? Perchèèè?! Peeerchèèè?!?!?! Il mondo non ci merita. ?”.
Insomma, tre mesi un po’ faticosi per l’Italian Food, menomale che arrivano in aiuto Pellegrino Artusi, Papa Francesco e un “mondo minore” (si fa per dire, solo perché è meno noto) fatto di storie locali ed eventi autentici. Vediamo come.
Nella notte del 4 agosto, il mondo ha celebrato Pellegrino Artusi, padre della cucina italiana, nato appunto il 4 di agosto del 1820 a Forlimpopoli in Emilia Romagna.
[bctt tweet=”Anche in questi ultimi tre mesi di monitoraggio, il Pesto batte Sugo e Ragù per numero di citazioni correlate all’Italian food (40,4% contro il 33,1%), seguono Carbonara e Amatriciana (rispettivamente al 19,8% e 6,7%). Il gelato batte il tiramisù 4 a 1. La Pizza spopola sempre, e anche la pasta grazie ad alcuni specifici avvenimenti.” username=”MapsGroup”]
Il suo libro – la “Scienza in cucina e l’arte di mangiare bene” (la cui prima edizione risale al 1891) con oltre 700 ricette accompagnate da riflessioni e aneddoti dell’autore – è tuttora un best seller mondiale. La prima “Notte Bianca del Cibo Italiano” – voluta dai Ministeri per i Beni e le Attività Culturali e delle Politiche Agricole, Alimentari, Forestali e del Turismo – si è così tradotta in una vera e propria kermesse internazionale con chef di tutto il mondo alle prese con le ricette di Artusi.
Da Rimini a Los Angeles, da Firenze a Toronto, cuochi e appassionati cucinano e festeggiano. Nel mondo dei social e del web, moltissimi scrivono e commentano. Fra tutte, “vince” una ricetta. É la numero 675 del ricettario Artusi: la zuppa inglese!
Parte da un libro anche il coinvolgimento di Papa Bergoglio. Dal monitoraggio intorno al Cibo Italiano – in lingua inglese e italiana – effettuato grazie alla piattaforma Web Distilled – si rileva infatti una discreta attenzione al libro di Roberto Alborghetti (edito da Elekta Mondadori) “A tavola con papa Francesco. Il cibo nella vita di Jorge Mario Bergoglio” (finalista al Premio Bancarella Cucina 2018).
Si scopre così che Papa Francesco, prima di laurearsi in Filosofia e Teologia, si è diplomato in Chimica degli Alimenti e che, oltre al valore dell’alimentazione e al suo significato religioso, Francesco è legato al cibo anche da alcune specifiche ricette, buone e semplici, che accompagnano la sua vita e ne portano con sé precisi significati: il Risotto alla Piemontese lo riporta alle sue radici familiari, Asado e Empanadas rappresentano ovviamente l’Argentina, mentre i Maccheroni al forno con Ragù napoletano e mozzarella di Bufala – tra i suoi piatti preferiti – li ha mangiati durante una visita ai detenuti delle carceri campane.
Comunque, senza voler offendere nessuno, anche in questi ultimi tre mesi di monitoraggio, il Pesto batte Sugo e Ragù per numero di citazioni correlate all’Italian food (40,4% contro il 33,1%), seguono Carbonara e Amatriciana (rispettivamente al 19,8% e 6,7%). Il gelato batte il tiramisù 4 a 1. La Pizza spopola sempre, e anche la pasta grazie ad alcuni specifici avvenimenti.
Italian Food
Il #WorldPastaDay, celebrato il 25 ottobre, è promosso dalle industrie italiane di produzione della pasta e dalla IPO – International Pasta Organization, oltre che da vari enti e Ministeri italiani.
Quest’anno, per i 20 anni della manifestazione, è stata scelta Dubai come “capitale mondiale del cibo più universale che esista”. “La pasta incontra il mondo” è il payoff dell’evento, oltre 5.000 le menzioni registrate senza escludere interventi di grande rivincita per il nostro piatto nazionale, come ad esempio: “la pasta non fa ingrassare e rende felici!”.
[bctt tweet=”Quest’anno, per i 20 anni della manifestazione, è stata scelta Dubai come “capitale mondiale del cibo più universale che esista”. “La pasta incontra il mondo” è il payoff dell’evento, oltre 5.000 le menzioni registrate senza escludere interventi di grande rivincita per il nostro piatto nazionale, come ad esempio: “la pasta non fa ingrassare e rende felici!”. ” username=”MapsGroup”]
Giusto per non creare confusione, gli Stati Uniti però hanno festeggiato il loro #NationalPastaDay, anche una settimana prima, ed esattamente il 17 ottobre, con un pullulare di articoli e consigli a partire da questo assunto: “If you can’t make it to Italy today, you’re probably looking for somewhere local to celebrate National Pasta Day”. (Se non puoi essere in Italia oggi, stai probabilmente cercando il posto giusto per celebrare la Giornata Nazionale della Pasta), a seguire decine e decine di suggerimenti e commenti su dove andare a mangiare un buon piatto di pasta dal Wisconsin all’Illinois, eccetera.
Gli italiani si indignano (“Mi sono sempre chiesto cosa spinga le persone a cercare il cibo italiano all’estero”) e, come sempre, al tempo stesso si ingegnano: è di pochi giorni fa il lancio sul mercato della APP “MammaItalia”. Una mappa interattiva dove non si trovano musei o monumenti, ma negozi di alimentari che vendono cibo italiano al 100%. Provare per credere.
Per chi invece in Italia ci vive, non dimentichi di tenere d’occhio le decine di iniziative che nell’Anno del Cibo Italiano 2018 ravvivano luoghi meravigliosi, forse meno noti di altri.
In questi mesi, si sono distinti:

  • il Parco Naturale del Beigua con #gustosipernatura, una serie di iniziative per camminare, degustare e conoscere tutti i prodotti tipici locali, dai formaggi, ai dolci, alla birra;
  • Montefalco e più in generale le Città dell’Olio dell’Umbria con iniziative promozionali per conoscere e assaporare uno dei nostri prodotti agroalimentari più apprezzati, l’olio extravergine di oliva;
  • infine al Mugello è in mostra presso il Centro di Documentazione Archeologica di Sant’Anna un pestello del Paleolitico, rinvenuto a Bilancino e risalente a 30.000 anni fa.

In conclusione, andare un po’ “fuori di zucca” – parlando di Cibo Italiano –  è comprensibile perché è una storia che arriva davvero da molto lontano.
L’utilizzo di strumenti avanzati di monitoraggio, come Web Distilled, applicati a specifiche aree di interesse (come nel caso dell’Italian Food), settori economici o brand aziendali, consente di ampliare la propria conoscenza sul tema, individuare trend e segnali deboli, avere informazioni sempre aggiornate per impostare al meglio le proprie strategie di comunicazione e operare concretamente nello sviluppo del proprio mercato.

Sara Di Paolo


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