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6MEMES TRENDS Alti e bassi del cibo italiano

“Eat spaghetti to forgetti your regretti”. Seconda tappa del viaggio intorno all’Italian Food. Di Sara di Paolo.

[dropcap3]C[/dropcap3]ontinua il viaggio dedicato al Cibo Italiano attraverso siti web e social network, articoli di giornale e blog, trasmissioni radio e tv, in italiano e inglese, in occasione dell’anno 2018 che lo celebra come fattore di rilevanza nazionale e internazionale. In questa seconda tappa della mia esplorazione, vi propongo una “classifica” dell’Italian Food nel mondo. Sono i 10 argomenti (eventi, persone, luoghi) che in base ad uscite, menzioni e sentiment – selezionati attraverso Webdistilled – nel corso degli ultimi mesi (e più precisamente dal primo di aprile ad oggi) hanno più influenzato la comunicazione sul tema.

La classifica dell’Italian Food

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Al primo posto in classifica c’è il Cibus di Parma, il Salone Internazionale dell’agroalimentare italiano che, lo scorso maggio, ha registrato numeri straordinari: oltre 3.000 aziende presenti, 1.300 nuovi prodotti food presentati, 82mila tra visitatori e operatori del settore. Secondo Antonio Cellie, amministratore delegato di Fiere di Parma che, con Federalimentare, organizza Cibus:

“Il cibo italiano di qualità si afferma nel mondo perché riesce ad essere tradizionale e al tempo stesso contemporaneo”. 

Dati confermati anche dall’export del food ‘Made in Italy’ che – secondo una ricerca delle Camere di Commercio lombarde, uscita nello stesso periodo – vale oltre 40 miliardi di euro l’anno con trend in crescita praticamente ovunque. Amano i nostri prodotti soprattutto i tedeschi, i francesi, gli americani, gli inglesi e gli spagnoli. In forte crescita la Russia, 17° nella classifica dei paesi acquirenti, e la Cina al 20° posto.

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Rimanendo in tema economico, segue a stretto giro Coldiretti con il suo #villaggiocoldiretti a Torino. Secondo posto per il week end organizzato a giugno con l’obiettivo di fare conoscere il contributo dell’agricoltura alla storia e allo sviluppo del nostro paese. L’hashtag #stocoicontadini genera un bel movimento sui social. È anche l’occasione per sottolineare come il cibo italiano sia diventato una delle principali voci di spesa per italiani e stranieri in vacanza nel nostro paese (raggiunge quota 30 miliardi di euro) mentre 110 milioni di presenze turistiche in Italia sono motivate da ragioni enogastronomiche.

[bctt tweet=”Coldiretti e il suo #villaggiocoldiretti a Torino: far conoscere il contributo dell’agricoltura alla storia e allo sviluppo del nostro paese.” username=”MapsGroup”]

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Conquistano il terzo posto della classifica sul Cibo Italiano le ‘sofferenze’. Quelle di chi è lontano da casa (“Grecia ti amo ma cibo italiano quanto mi manchi”, un recente disperato tweet) e quelle di chi è lontano dal suo ‘favourite Italian restaurant’ (il ristorante italiano preferito). Su quest’ultimo tema, fa il giro del mondo la giovane veterinaria americana Karen Chandler che – inviata in Colorado dalla Florida a gestire un’emergenza che ha colpito centinaia di capi di bestiame – dichiara di sentire un po’ di nostalgia di casa, in particolare i piatti italiani del suo ristorante preferito!

Sui social, si sprecano i post sconsolati di italiani in viaggio alle prese con barattoli ‘Italian sounding’ nelle etichette ma per niente italiani nel contenuto. Mentre web e blog in inglese pullulano di consigli su dove gustare autentico cibo italiano: dalla Malesia all’Australia, dal Canada attraverso tutti gli Stati Uniti. Persino il Pokemon Café di Tokio – che offre solamente piatti a forma di Pokemon seguendo la tradizione artistico-culinaria giapponese chiamata ‘Kawaii Tabemono’ (in italiano ‘Cibo Carino’) – propone un piatto che riproduce un Pikachu accucciato sulla pancia che si nasconde nell’erba e, all’interno, è pieno di pasta italiana!

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Fortunatamente ci viene in aiuto il Ministero dei Beni Culturali che, a dicembre scorso ha dato ufficialmente il via all’Anno del Cibo Italiano, e ora occupa il quarto posto in classifica per il grande lavoro di comunicazione e promozione delle nostre eccellenze agroalimentari. A maggio, ha presentato il GeoPortale della Cultura Alimentare, seguito da una buona copertura sui media tra i quali registra un discreto successo di pubblico il servizio su Donna Moderna, e – in occasione della Settimana dei Musei (Museum Week) – fa ben parlare di noi e del nostro patrimonio culturale alimentare.

[bctt tweet=”Ministero dei Beni Culturali e l’Anno del cibo 2018: il grande lavoro di #comunicazione e #promozione delle nostre eccellenze agroalimentari. ” username=”MapsGroup”]

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L’Italian Food torna alla ribalta grazie a Frank Sinatra e Lidia Bastianich – rispettivamente al quinto e sesto posto della classifica. Di Frank Sinatra è nota la sua passione per l’Italia e l’Italian Food ma il picco di comunicazione su di lui è in realtà dovuto al fatto che qualche giorno fa, all’età di 102 anni, è morta la sua prima moglie, Nancy. Di lei le cronache riportano che ha sempre mantenuto un rapporto amichevole con l’ex marito il quale, più volte nel corso degli anni (e dei successivi matrimoni con altre donne), le avrebbe fatto richiesta di pastasciutte e altri piatti della cucina italiana che lei sapeva preparare così bene! Grazie Nancy.

Di un’altra generazione è invece Lidia Bastianich, star della cucina italiana all’estero, proprietaria di 6 ristoranti di grande successo negli Stati Uniti, socia dei 5 Eataly USA, vincitrice quest’anno dell’Emmy Award della televisione statunitense per il suo programma “Lidia’s Kitchen”, autrice di una dozzina di libri di ricette e, non ultimo, mamma di Joe Bastianich, lo chef noto in Italia come giudice di Master Chef.

Qualche mese fa, Lidia Bastianich ha presentato il suo ultimo libro dal titolo ‘My american dream – a life of love, family and food’ (che potremmo tradurre con ‘Il mio sogno americano – una vita fatta di amore, famiglia e cibo’) dove ripercorre la sua storia a partire dalla fuga con la sua famiglia dall’Istria dopo la seconda guerra mondiale e sottolinea come i piatti della sua infanzia (piatti semplici e contadini) siano stati la sua fortuna e la base di partenza nel suo percorso professionale e imprenditoriale.

Un po’ meno fortunata invece è un’altra vicenda che in questo periodo attanaglia la comunicazione intorno agli chef di origine italiana all’estero. È quella di Mario Cudemo, chef presso il ristorante ‘Santini Pizza E Cucina’ di Torquai (Queensland), che – dopo 12 anni in Australia – rischia di non vedersi rinnovato il permesso di soggiorno. Ha qualche settimana ancora per superare il nuovo test di inglese previsto dalle leggi sull’immigrazione. Il mondo dei social si divide: “Come resisteremo senza i suoi piatti” da un lato, “Le regole vanno rispettate” dall’altro. Conclude momentaneamente il dibattito un consiglio: “Prendi i libri e studia!”

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Conquistano il settimo posto le Marche che, nel panorama dei territori italiani più collegati al cibo, se la giocano con realtà decisamente più famose dall’Emilia Romagna alla Sicilia, passando per Campania, Toscana e Piemonte. La loro presenza nel monitoraggio web, social e press, è dovuta:

  • al Verdicchio che quest’anno festeggia il 50° dal riconoscimento della Doc,
  • al lancio, durante Vinitaly, del FOOF BRAND MARCHE (un marchio unico per promuovere il territorio attraverso le sue eccellenze dell’agroalimentare) e;
  • la pizza Rossini, una margherita arricchita da uova sode e maionese. “Nessuno scandalo, è una ricetta tipica che va fortissimo” ci rassicura il blog della ‘Cucina Italiana’!

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L’ottava posizione nella classifica dell’Italian Food nel mondo la occupa il ‘colore nero’. Nero come il carbone, i tartufi e il nero di seppia. Come il cacao, il caffè, la torta al cioccolato e il tiramisù di Angie a New York. Il Times di Camberra esalta un piatto di “charcoal black gnocchi in pesto sauce and broccolini” (gnocchi neri con pesto e broccoli) mentre il Malaysian Reserve riporta una ricerca secondo la quale i cibi colorati hanno breve durata nel ciclo di notizie di Instagram, mentre i cibi neri “reggono” di più.

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Da Instagram arrivano anche i post che occupano la nona posizione in classifica, si tratta di meme diventati virali in diverse varianti (inclusa la stampa sulle magliette) o blog che propongono ‘Best Instagram captions for Italy’ (le migliori “battute” per Instagram sull’Italia e, di conseguenza, sull’Italian Food). Eccone tre di particolare successo che hanno per protagonisti tre prodotti italiani tra i più amati:

“Eat spaghetti to forgetti your regretti”

(gioco di parole per dire che mangiando spaghetti si dimenticano i dispiaceri),

“Problems come and go, pizza is forever”

(i problemi vanno e vengono, la pizza è per sempre),

“I scream for ice cream”

(una bella rima per chi ‘grida’ per avere un gelato).

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Il decimo posto lo guadagna il Pesto. Io sono Genovese e non vorrei sembrare di parte, però negli ultimi mesi il Pesto mantiene il suo primato in termini di menzioni su web, social e press rispetto alle altre salse per il condimento della pasta.

E’ seguito a breve distanza da sugo e ragù, e – con maggiore distacco – da carbonara e amatriciana. A Genova sappiamo perché!

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Questo articolo prende spunto dal monitoraggio su Cibo Italiano/Italian Food realizzato tramite la piattaforma di analisi semantica webdistilled. Dal primo aprile al 15 luglio, sono stati monitorati oltre 15.000 contenuti. Il 67% proviene da testate giornaliste online e blog, il 25% dai social e l’8% dalla carta stampata e trasmissioni radio e tv. Il 46% dei contenuti rilevati è in lingua italiana, il 54% in inglese.

Sara di Paolo

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Gli autori di 6Memes

About Sara DI Paolo, Marketing Manager

Sara di Paolo è Marketing Manager e Presidente di Words, agenzia che opera dal 1989 nel settore della comunicazione strategica, del marketing e della formazione professionale.
Il gruppo ha sviluppato uno specifico know how per definire insieme all’azienda cliente e alla sua direzione obiettivi di marketing raggiungibili nel breve/medio periodo e per sviluppare azioni mirate di comunicazione.
 

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6MEMES TRENDS Alti e bassi del cibo italiano

Gli alti e bassi del cibo italiano. Monitoraggio online a cura di Sara Di Paolo.

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[/sf_iconbox][dropcap3]Il[/dropcap3] 2018 è l’anno del Cibo Italiano. Sono 69 i grandi appuntamenti in tutta Italia per celebrare il connubio arte, paesaggio, cibo. Fattori distintivi del nostro paese, attrazioni uniche per turisti e visitatori. Secondo la ricerca Food Travel Monitor della statunitense World Food Travel Association, il 49% dei turisti globali ha partecipato ad almeno un’esperienza enogastronomica unica ed indimenticabile durante un recente viaggio.
E così dal primo dicembre 2017 – grazie alla piattaforma web distilled navigo anche io per il “cibo italiano/Italian food”, passando di sito in social, leggendo articoli e blog, monitorando trasmissioni radio e tv in italiano e inglese, alla scoperta degli alti e bassi nella comunicazione sul cibo italiano.
[bctt tweet=”Il 7 dicembre l’arte dei pizzaioli napoletani ottiene il riconoscimento Unesco.” username=”MapsGroup”]
Trattano espressamente di questo tema oltre 28.000 contenuti, il 53% in italiano e il 47% in inglese. Sono ovviamente citati moltissimi prodotti e piatti. Tra quelli monitorati, in inglese vince la pizza (con 2918 menzioni), seguita da gelato (897) e tiramisù (331), rispetto alle salse da condimento il pesto (525) batte il sugo (272) seguito poi dalla carbonara (200), mentre in italiano pesto, sugo e amatriciana (molto meno citata la carbonara) se la giocano alla pari (essendo tutti e tre intorno alle 300 menzioni) e la pizza scende a 758 menzioni.
Il monitoraggio – per scelta – evita siti e blog di ricette (sarebbero centinaia di migliaia!) e considera specificatamente quei contenuti che esprimono considerazioni e articolano ragionamenti sul cibo italiano.
Da dicembre ad oggi, alcuni “picchi” scandiscono l’andamento della comunicazione nel tempo. Apre le danze la pizza napoletana: il 7 dicembre l’arte dei pizzaioli napoletani ottiene il riconoscimento Unesco. Ne parliamo soprattutto in Italia ma la notizia, ovviamente, fa il giro del mondo. C’è chi si domanda se sta mangiando una pizza o pura arte? E chi gioca con le parole “the pasta, the past and the pizza”. È diffuso un sentimento di gioia per un riconoscimento considerato – dappertutto – davvero meritato!

Monitoraggio dei dati giornalieri da dicembre 2017 a marzo 2018.

Cambia il clima nella seconda metà di dicembre con un fatto che coinvolge (e sconvolge) prevalentemente il mondo anglosassone: lo chef Mario Batali, celebrity in America (proprietario di varie realtà, protagonista di The Chew e punto di riferimento della cucina italiana negli Stati Uniti), viene accusato di molestie sessuali.
Il caso gira su numerose testate giornalistiche online, soprattutto americane, e sui social. Il tema è caldo, il #MeToo movement è nato un paio di mesi prima. Qualche giorno più tardi, lo chef si difende inviando una lettera di scuse e ammettendo i propri errori. Fin qui parrebbe tutto bene, se non fosse che a conclusione della lettera di scuse propone una ricetta: pizza dough cinnamon roll (rotoli di pasta per la pizza cotti al forno e aromatizzati alla cannella). Partono pesantissime critiche. Diventa virale l’espressione “onion gag”, non si tratta di cipolle ma della necessità di “mettergli un bavaglio”.
Con l’arrivo di Capodanno e l’inizio del nuovo anno, il mood sul cibo italiano cambia nuovamente. Il 30 dicembre viene ufficialmente presentato l’anno del cibo italiano 2018. Quattro ministeri – Mibact, Mipaaf, Maeci e Miur – insieme ad altri attori protagonisti del settore – tra cui Cassa Depositi e Prestiti, Enit e Alitalia – fanno sistema per celebrare i nostri prodotti agroalimentari, come parte della cultura nazionale e di tutte le identità locali. La campagna utilizza l’hashtag #annodelciboitaliano che in quei giorni impazza e ad oggi conta quasi 10.000 citazioni.
[bctt tweet=”Il 30 dicembre viene ufficialmente presentato l’anno del cibo italiano 2018.” username=”MapsGroup”]
Oltre agli enti nazionali del turismo e della cultura italiani, ne scrivono la Galleria degli Uffizi di Firenze, la Galleria PiziArte di Tortoreto Lido e gli account regionali e comunali liguri che ospitano in questi mesi uno dei 69 eventi dell’anno del cibo. Tra i luoghi più citati Napoli, Firenze, Genova, Parma, Piacenza, Reggio Emilia e Modena, Pompei, Paestum e il borgo marinaro di Recco che, a ondate, intorno alla sua focaccia al formaggio scatena un gran baccano.
Con l’inizio dell’anno nuovo la cucina italiana è sulla bocca di tutti. Chi da New York comincia il 2018 con un bel piatto di tagliatelle al ragù, chi aspetta gli amici cucinando il pollo al forno e ricoprendolo di Parmesan cheese e chi dall’Italia sostiene la bontà dei passatelli in brodo, ottenendo un discreto numero di commenti positivi e la voglia di condividere ricordi.
E se – nel corso dell’anno appena passato – hai perso qualcosa o qualcuno, gli anglosassoni si sprecano nei suggerimenti per farti ripartire con entusiasmo, tra questi non manca mai il momento in cui devi regalarti un delicious Italian dinner oppure, in alternativa, un corso di cucina italiana.
Monitoraggio dei dati dei weekend da dicembre 2017 a marzo 2018.

Ma non scrive di cibo italiano solo chi ha voglia di condividere esperienze, sono numerosi i siti e i blog che trattano gli aspetti economici e sociali del fenomeno. Dagli sviluppi industriali dell’americana “Romana Food Blockchain Corp” – emerging leader nella produzione di prodotti italiani – che sta acquisendo altre realtà americane dell’Italian food, a chi approfondisce la relazione tra digital innovation (innovazione digitale) e autenthic dishes (piatti autentici).
Su questo le catene americane imperversano e anche gli articoli sul tema che vedono come protagoniste pasta e pizza: i piatti italiani che più comunemente negli Stati Uniti vengono consumati attraverso il take away, cioè comprandoli già pronti e portandoli a casa. E, a pensarci bene, è meglio così se è vero – come scrive il Corriere della Sera – che a Firenze una palazzina ha rischiato di andare a fuoco a causa di tre studentesse americane che volevano preparare un piatto tipico italiano e hanno messo la pasta a cuocere in pentola ma senz’acqua, dando così fuoco alla cucina.
[bctt tweet=”In marzo, la comunicazione sul cibo italiano è dominata dal pesto.” username=”MapsGroup”]
A febbraio, un grande picco nella comunicazione è nuovamente dovuto all’Anno del Cibo Italiano. Contemporaneamente viene presentata la #nottebiancadelciboitaliano – da celebrare il 4 agosto in tutta Italia, giorno in cui (nel 1820) è nato Pellegrino Artusi – e viene lanciata la campagna #ilmiopiattopreferito. C’è tutto l’anno per votarlo, comincia il ministro Franceschini scegliendo “sua Maestà la #Salamadasugo e sul web infuriano commenti e pietanze. L’Accademia del Panino Italiano suggerisce il#paninoitaliano, uno diverso per ogni giorno dell’anno”. Dalle Marche arrivano i #vincisgrassi e le #oliveascolane e non si contano le specialità citate: prosciutto di Parma, mozzarella di bufala, casoncelli e così via!
Con il mese di marzo, la comunicazione sul cibo italiano è letteralmente dominata dal pesto. Una combinazione di azioni promozionali intorno alla settima edizione del Campionato Mondiale di Pesto Genovese al Mortaio, uno degli eventi indicati dal Mibact, consente un’azione integrata tra i principali enti coinvolti: Regione Liguria lancia #orgogliopesto per invitare le persone a scendere in piazza con il proprio mortaio a preparare il pesto e a sostenere la candidatura Unesco, il Comune di Genova in collaborazione con la comunità locale degli instagramers lancia il #WorldPestoDay a cui si aggiungono gli organizzatori e i partecipanti al Campionato con gli hashtag #pesto e #pestochampionship. Il risultato è una “nuvola di parole” a tema e un profumo di basilico che dalle piazze liguri contagia i social.
In ultima analisi, il punto è proprio questo: usare strumenti avanzati di monitoraggio web, social e press serve per ascoltare, conoscere e scoprire in modo mirato contenuti, informazioni ed emozioni relative ai propri ambiti di interesse, e su questo costruire strategie integrate per la comunicazione e la promozione.

Sara Di Paolo

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Un anno di monitoraggio sul made in Italy tra web, social e press nel mondo anglosassone. Di Sara Di Paolo.

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[dropcap3]H[/dropcap3]o navigato per un anno – data ufficiale di inizio del viaggio il primo novembre 2016 – per osservare e conoscere tutto ciò che è stato scritto, commentato, osannato o imitato, fino ad oggi sul tema del “made in Italy” e, più in generale, sullo stile e il gusto italiano all’interno di articoli, blog, post e commenti social espressi in lingua inglese.
Un viaggio – a dir poco – vorticoso che ha attraversato eventi, persone e mode e che – in alcuni casi – mi ha fatto incontrare decine di milioni di fan impazziti per un’auto di lusso (Lamborghini e Maserati in primis), un abito firmato (tra i principali influencer troviamo Dolce & Gabbana e Fendi – peraltro rilevata anni fa dalla multinazionale francese del gruppo Louis Vuitton) o un piatto di tagliatelle al ragù (la pagina facebook di Tasty registra 89 milioni di like e la video ricetta del “perfect ragù” mentre scrivo ha raggiunto 11 milioni di visualizzazioni).
Tra il pane di Altamura (18 citazioni su un totale di oltre 77.000 unità di informazione selezionate) e il guanciale di maiale (citato in italiano 194 volte, segnale che la carbonara piace molto e c’è lo spazio – mentale e digitale – per saperne di più), pizza e pasta la fanno da padrona e – nel grande “word cloud” di sintesi del monitoraggio – se la giocano con altri compagni di viaggio tra i quali spicca Roma (tra le città), il Parmigiano (tra i prodotti alimentari), l’estate (come stagione) e il termine “hangover” che in inglese si riferisce ai postumi dell’ubriachezza.
[bctt tweet=”Tra il pane di Altamura e il guanciale di maiale, pizza e pasta la fanno da padrona.” username=”MapsGroup”]
Ed effettivamente un po’ di nausea è venuta anche a me (o forse era solamente “homesickness”, nostalgia di casa) quando ho letto su un sito canadese che, tra le mete suggerite per indimenticabili “honey moon” (la luna di miele) campeggiava Malta dove – tra le altre cose, sottolineava l’articolo – si poteva gustare un’ottima cucina italiana!
Per cercare di superare il momento di sconforto, mi sono fatta aiutare dal “sentiment” (una delle più note e diffuse analisi di questo periodo storico) che – nel nostro caso – si basa su un sofisticato algoritmo in grado di assegnare attraverso la semantica ai contenuti rilevati dal monitoraggio una polarità negativa oppure positiva.
MadeInItaly_un anno di sentiment
Ed effettivamente, escludendo i contenuti cosiddetti “neutrali” (e cioè dove non è espresso un giudizio ma prevalgono descrizioni e informazioni), il monitoraggio registra una netta polarità positiva (95% di commenti positivi a fronte di un 5% rilevato come negativo) – segno inequivocabile che verso il “made in Italy” dominano le sensazioni favorevoli e di apprezzamento. Sono tutti quegli articoli, commenti e post di entusiasmo e ammirazione verso i nostri piatti, i nostri prodotti, il nostro stile.
Amazing. Ma quanto c’è di vero? Non nel commento – senza dubbio mosso da intenzioni autentiche. Quanto piuttosto nel contenuto? La domanda mi è sorta spontanea, quando – solo il mese scorso – navigando in mezzo ad un “picco di buzz” (letteralmente “buzz” è il ronzio prodotto dagli sciami di api, nel marketing si usa per intendere le conversazioni generate in un breve arco di tempo su un particolare argomento), sono approdata nel magico mondo di Disney.
Nella classifica “from extraordinary to magical” dei suoi ristoranti migliori, tra i primi posti – ovviamente – c’è quello che propone cucina italiana dove tra pizza Margherita e fritto di calamari, sembra proprio non possano mancare – in accompagnamento alle insalate o alla carne – la feta e le olive Kalamata (di chiara origine greca), oppure un tipico condimento italiano il “creamy Parmesan dressing”.
[bctt tweet=”Si chiama “Italian style wedding soup”, il web ne è letteralmente impestato…” username=”MapsGroup”]
Dalla ristorazione alla produzione, in pochi click, mi sono trovata di fronte ad un “fresh prepared soup kit” (di fatto una minestra pronta all’interno di una innovativa confezione, ultima trovata di un’azienda californiana che ha come mission conciliare una alimentazione sana alle nostre frenetiche vite), tra le ricette tra cui scegliere anche quella di chiaro richiamo italiano. Si chiama “Italian style wedding soup”, il web ne è letteralmente impestato.
Ma a noi tutto questo quanto costa? Si chiama “Italian sounding” ed è quel fenomeno – diffuso in tutto il mondo – per cui vengono utilizzati nomi, marchi ed etichette che richiamano parole e simboli italiani per vendere prodotti che in realtà italiani non sono. Risale al 1800, con i primi migranti italiani che iniziano a gestire locande e a produrre cibo all’estero senza la possibilità di importare le materie prime dall’Italia e dunque – tra orgoglio e nostalgia – chiamano i loro prodotti con i nomi degli originali.
Oggi – secondo un dossier redatto da Senato e Guardia di Finanza e pubblicato sul Sole24Ore lo scorso agosto – il falso “made in Italy” genera un fatturato stimato in 6,9 miliardi di euro nel 2016 (per il 40% si tratta di prodotti alimentari), oltre ai danni di immagine e credibilità per il nostro paese.
Nel mio viaggio, alla voce “Italian sounding”, il dibattito vede alternarsi articoli di approfondimento sui danni generati dal fenomeno a dissertazioni su come definire ciò che è “truly Italian” (realmente italiano).
Un articolo pubblicato dall’agenzia Reuters dal titolo “What’s truly Italian? Food fight foils ‘Made in Italy’ plan” (che potremmo tradurre con “Cosa è realmente Italiano? Il piano di battaglia a difesa del Made in Italy”) viene rilanciato da 52 diverse testate giornalistiche online di tutto il mondo. Dal Wisconsin all’Australia, tra gli altri riprendono il tema Russia Today e The Independent.
MadeInItaly_un anno di buzz
La questione di riuscire a capire se un prodotto apparentemente “made in Italy” sia davvero italiano oppure no, coinvolge anche i social dove i commenti si sprecano e si usano spesso espressioni come “real Italian” e “proper Italian” per sottolineare la “reale italianità” dell’esperienza che si sta raccontando.
C’è chi scrive “REAL” in maiuscolo affinché il concetto sia lampante, chi dichiara che la vera cucina italiana si può provare solo in Italia e chi davvero non ne può fare a meno “Can’t say no to proper Italian food” (non posso dire no al vero cibo italiano). La App “Reliabitaly” (gioco di parole con “reliability”- affidabilità – e Italy) ha fatto un po’ parlare di sé ma ancora non ha generato un grande buzz.
Tra i prodotti alimentari più colpiti dalle falsificazioni, ci sono il Parmigiano Reggiano e il prosciutto di Parma. Il mondo dei social letteralmente li adora e invita continuamente “friends and followers” a venire in Italia ad assaggiarli, qualche volta c’è un po’ di confusione su quali siano la città e la regione di origine dove andare a gustarli ma il giudizio è unanime.
[bctt tweet=”Spesso Parma e le sue produzioni gastronomiche sono al centro dell’attenzione.” username=”MapsGroup”]
Dal New York Times al Daily Mail, passando per The Indipendent e numerose altre testate online, spesso Parma e le sue produzioni gastronomiche sono al centro dell’attenzione. Parma è sede di Cibus, manifestazione che – nei giorni dell’evento – riesce a trovare un po’ di spazio nel buzz in lingua inglese e anche di Barilla – tra i marchi più attivi nella comunicazione web e social come è giusto che sia per aziende di respiro internazionale con un approccio strategico e altamente professionale nella comunicazione.
Non è comunque da dimenticare il Lambrusco che – in questi mesi di monitoraggio – conquista più di un giornalista e blogger anglosassone!
La rotta a supporto dei nostri prodotti italiani ha bisogno di tanta informazione, comunicazione e cultura. Educare i consumatori a conoscere e scegliere cosa è autentico da cosa non lo è, e riuscire a farlo nel “luogo” giusto e nel momento giusto, è la sfida che ci attende. Grazie a sistemi avanzati di monitoraggio come web distilled, che supportano un approccio strategico di marketing, possiamo sperare in una maggiore efficacia nella comunicazione del Made in Italy.
Chissà se riusciremo ad instillare il dubbio a chi sta addentando una “double pepperoni pizza” – che l’”Italian taste” o l’”Italian style” sono altro!

Sara Di Paolo


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MADE IN ITALY? MADE IN WORDS
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Sara di Paolo è marketing manager di Words, agenzia che opera dal 1989 nel settore della comunicazione strategica, del marketing e della formazione professionale.
Il gruppo ha sviluppato uno specifico know how per definire insieme all’azienda cliente e alla sua direzione obiettivi di marketing raggiungibili nel breve/medio periodo e per sviluppare azioni mirate di comunicazione.

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Word
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