Categorie
Medicina & Narrazione

Il senso della cura: coordinate culturali e storiche del concetto di malattia.

[dropcap3]N[/dropcap3]on sempre – e non dappertutto – il concetto tutto umano di malattia, così come quello di cura, ha avuto uguale genesi né seguito la medesima filosofia interpretativa, e nemmeno ha individuato le stesse patologie.
Se vogliamo dirla tutta, certe malattie, in alcune culture, sono state considerate addirittura come segno di una manifestazione divina o comunque spirituale, e dunque non necessariamente negative. C’è stato inoltre, e agli antipodi, l’esempio di Sparta, in cui chi non era in perfette condizioni fisiche o mentali faceva un salto giù dalla rupe…
Senza andare oltre nel citare quelli che sono per un certo verso luoghi comuni, è infine evidente come la “malattia”, in ognuno dei suoi molteplici sensi, è una prova cui ciascun singolo e ogni collettività sono prima o poi sottoposti, con l’avvento di patologie sempre nuove e, a volte, fatali o comunque pandemiche.
Tanto vale affrontare tali prove con alcune conoscenze in più in materia, confidando – se possibile – di mantenere l’esperienza solamente a livello “virtuale”. 🙂
Ma come approcciarsi in maniera indiretta – sempre e comunque in punta di piedi, vista la sensibilità dell’argomento – al tema della malattia e della sofferenza, in una parola sola al concetto di “male”?
Quello che proponiamo è innanzitutto uno spunto linguistico: l’origine stessa della parola male che – avverbio o sostantivo – viene dal latino măle, a sua volta da mălu(m) che propriamente vale “cattivo”.
Ed è “sintomatico” che la parola mescoli sin dal suo passato le proprie accezioni etiche e morali – ovvero qualcosa di dannoso, non giusto, o imperfetto – a quelle assai più concrete della sofferenza e del dolore fisico o psicologico.
Del resto, la sofferenza e il dolore – del corpo o della mente che siano – sono da sempre collegati a un’assenza di equilibrio o a uno scompenso di energie in alcune culture, o peggio ancora a una colpa, quando non sono addirittura e apertamente classificati come la conseguenza di un peccato come nella tradizione dell’Antico Testamento. Questo, sino all’avvento di Cristo, almeno. Da lì in poi, infatti, la sofferenza fisica è stata anche prova possibile di redenzione, via crucis da attraversare per raggiungere la salvezza, individuale o collettiva che fosse…
Dove vogliamo arrivare con questa introduzione? Al fatto che, anche su un tema tanto delicato e denso di significati, basta spostare il punto di vista – o rendere più sottili o più spesse le lenti del nostro sguardo – per cambiare non solo ciò che fissiamo, ma anche tutto l’orizzonte su cui il tema stesso si mette in primo piano.
Nemmeno la malattia, insomma, può essere ricondotta a un mero stato oggettivo, descrivibile con categorie universali, date una volta per tutte.
Non solo perché – come abbiamo visto e come vedremo – l’esperienza della malattia e quella della cura mutano nello spazio e nelle culture, oltre che se osservate da un punto di vista storico. Ma anche perché l’esperienza della malattia e del dolore invade il vissuto delle persone e agisce nella società.
Tanto che nel mondo anglosassone lo stesso concetto è descritto con parole diverse a seconda della prospettiva da cui lo si contempla.
Se illness è la malattia nella percezione del malato stesso, sickness ne è la valutazione da parte della società, mentre disease è la sua descrizione medica e clinica.
E se dunque i legami tra salute del corpo e della mente – nonché le implicazioni collettive o sociali della malattia – coinvolgono fattori molto complessi e interconnessi, un’altra definizione ci viene in soccorso, quella di salute secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che pone il focus su un concetto di salute che va al di là della “semplice assenza di malattia”, ma viene descritta piuttosto come uno “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale”.
Un punto può allora orientare la nostra riflessione: progressivamente, nel mondo occidentale almeno – e fortunatamente aggiungiamo noi – la storia della medicina è stata ed è anche la vicenda del cammino verso la laicizzazione della malattia e di conseguenza della cura.
Senza dimenticare, in questi giorni di commemorazione, la lezione di un grande protagonista della cultura italiana, da poco scomparso, Umberto Eco, che in una sua lectio magistralis sul tema del dolore parlò di “educazione culturale al dolore” e disse che “la cultura alza le soglie della sofferenza”.
C
onoscenza e consapevolezza insomma come strada tutt’altro che piana verso un benessere che non è appunto semplicemente il contrario della malattia.
Inauguriamo così, con questo articolo e queste riflessioni, una rubrica che vuole essere un viaggio nel tema della malattia e della salute, osservate da un punto di vista storico, gettando lo sguardo oltre i confini della nostra cultura e verso i molteplici approcci alle cure, anche quelle che ci prospettano le nuove incombenti tecnologie:

  • L’influenza delle malattie nella storia dell’Uomo.
  • Le cure del corpo: tradizionali, alternative e naturali.
  • Le cure della mente: diagnosi e terapie organiche e funzionali.
  • Epidemie, pandemie e zoonosi.

Buona lettura!
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
– www.treccani.it
– www.treccani.it/enciclopedia/malattie
– https://it.wikipedia.org/wiki/Salute
 
[/boxed_content]
 

Categorie
Sharing Knowledge

Scrittura digitale e Big Data: siamo “apocalittici” o "integrati”?

[dropcap3]F[/dropcap3]iglia prediletta del linguaggio, a metà strada tra l’arte e la tecnica, la scrittura è una forma esemplare di tecnologia della comunicazione che, sedimentata nei millenni della civiltà umana, continua a mutare incessantemente, attraversando di quando in quando svolte epocali che trascinano altrettanto epocali mutamenti culturali.
Eppure ogni cambiamento che la riguarda e coinvolge le forme del testo è da sempre vissuto con sospetto, spesso proprio dai quei “tecnici” che sono deputati al suo utilizzo e alla sua sorveglianza.
Le stimmate della perdita dello status di “civiltà” e lo spettro del precipitare l’umanità nella barbarie perseguitano del resto ogni innovazione in ambito comunicativo, spostando l’orizzonte del dibattito sempre più avanti, in ragione delle evoluzioni culturali e tecniche raggiunte.
Ripudiata perfino da Platone che ne predicò la natura corrotta rispetto alla tradizione orale del linguaggio, non solo la fama della scrittura ha così vissuto fortune alterne, ma ha anche subito – a volte avviato – sostanziali mutazioni in seguito a ogni innovazione tecnologica, proprio per l’intima connessione tra mezzo e messaggio, forma e contenuto.
A partire ad esempio dal passaggio non indolore tra la scrittura a mano e la stampa, colpevole a suo tempo di diffondere al “volgo” le informazioni,  alla vera e propria “lotta” di posizione tra editoria online e offline, scandita a suon di numeri, fino alle attuali polemiche nei confronti delle forme di scrittura e comunicazione insite nel web e nei social. Il tutto aprendo spesso scissioni culturali e fomentando divisioni pseudo-ideologiche.
A questo proposito, a pochi giorni dalla scomparsa di un protagonista indiscusso del dibattito culturale italiano, Umberto Eco, riprendiamo una sua celebre categorizzazione degli opposti atteggiamenti intellettuali di fronte alla comunicazione di massa, così come li definì già nel 1964, in un celebre saggio che diede di fatto l’avvio allo studio semiotico di tale fenomeno in Italia (e non solo): “Apocalittici e integrati”, due termini che indentificano la propensione o meno ad accogliere le aperture popolari della cultura.
In questo dibattito rientra a buon titolo il tema su cui intendiamo focalizzare la nostra attenzione: quello della scrittura e delle recenti innovazioni tecnologiche, che modificano le pratiche di condivisione della conoscenza “da dentro”, ovvero a partire dai nuclei più intimi del flusso della scrittura.
E qui giungiamo alla prima chiusura del “cerchio” aperto in questo articolo. Sono finiti i tempi della tradizione epistolare, quelli in cui una lettera scritta chissà dove, da chissà chi, poteva raggiungere il suo destinatario – proprio come fanno le stelle e le sue luci – solo dopo aver viaggiato e viaggiato.
Oggi il real time e i sistemi semi-automatizzati di distribuzione e di selezione dei contenuti consentono
a uno scrittore – così come a un lettore – di comunicare in diretta, seppure a distanza, attraverso forme artistiche e letterarie rigorosamente scritte.
Il tema si intreccia allora con il nodo cruciale del rapporto che lega l’editoria, il digitale e i Big Data, e apre numerosi fronti di riflessione cui ci dedicheremo con specifici articoli successivi.
Riprendiamo in proposito un‘affermazione puntuale di Peter Brantley, direttore delle Digital Library Applications alla New York Public Library:
“Una delle cose che mi interessa di più ora sono i big data applicati alla letteratura” (…) “Più leggiamo su dispositivi digitali, più produciamo dati su quel che leggiamo, come lo leggiamo, quando e in quanto tempo. (…) E allora mi chiedo se, intrepretandole, potremmo iniziare a raccontare storie diverse da quelle scritte fino ad oggi”.
La digitalizzazione delle opere, infatti – così come la loro raccolta, distribuzione e utilizzo online – incide nell’orizzonte della “scrittura” in maniera sostanziale, a partire dall’atto creativo in sé.
I vari strumenti disponibili  – per lo più free – e le loro pratiche di utilizzo  – ormai condivise – influenzano infatti da tempo l’attività e l’esercizio della scrittura – e dunque la lettura – in praticamente tutto il loro raggio d’azione:

  • [highlight]l’ispirazione: [/highlight]molto spesso idee, spunti e topic nascono direttamente online, da qualcosa che si è visto o letto in formato digitale;
  • [highlight]la produzione:[/highlight] qualunque scrittore utilizza ormai una miriade di piattaforme, programmi e tool che consentono non solo un’attività di correzione e messa a punto continua, ma anche la generazione di un numero pressoché infinito di varianti;
  • [highlight]la distribuzione:[/highlight] come vedremo nei prossimi articoli, i canali digitali e online di diffusione sono innumerevoli, e consentono allo scrittore una possibilità di scelta di canali di distribuzione mai vista prima;
  • [highlight]la lettura:[/highlight] la selezione e scelta di un testo (e relativo dispositivo di lettura) va oggi ben oltre le possibilità di proposta di qualsiasi biblioteca o libreria “reale”, anche la più fornita. Non solo: la scelta stessa di un titolo può essere suggerita a priori dalla piattaforma stessa, grazie ad appositi strumenti di profilazione e trattamento dei dati dell’utente.

Nei prossimi articoli orienteremo le nostre riflessioni sul nord e il sud del testo scritto: l’autore e il lettore, ovvero i due attori protagonisti di quel processo sofisticato, misterioso e complesso che è la scrittura, osservandoli interagire tra di loro in base alle novità tecnologiche in essere e quelle futuribili.
Cercheremo di capire pro e contro di questa nuova relazione e di queste innovative modalità di fruizione, e di decidere, tra noi, in quanti siamo apocalittici e in quanti siamo integrati. E quanti riescono a far convivere entrambe le istanze.
… Leggete con noi! 🙂

Categorie
Reazioni non pericolose Sharing Knowledge

Reazioni non pericolose: il grafene nel paese delle meraviglie.

[dropcap3]C[/dropcap3]erto, a osservare gli elementi  come si presentano in natura, tante volte ci appaiono semplici e scontati. Invece alcuni di loro riservano inaspettate sorprese. È  il caso della scoperta del grafene, avvenuta nel 2004 ad opera degli scienziati russi Andre Geim e Konstantin Novoselov, che per questo hanno ottenuto il premio Nobel nel 2010.
Questo singolare materiale fa venire in mente un personaggio del romanzo di Flatlandia – Racconto fantastico a più dimensioni di Edwin Abbott Abbot: in un mondo che non conosce spessore, tra punti e linee e altri personaggi a due dimensioni – e la scoperta della terza dimensione da parte del protagonista – il grafene di sicuro non sfigurerebbe. Ha infatti lo spessore di un solo atomo, non esiste in natura, ma si ricava dalla grafite: nastro adesivo e punta di un lapis bastano per prelevarne un sottilissimo strato.
Ma le proprietà del grafene non sono meno sorprendenti delle sue dimensioni, a cominciare dalla sua “anima ecologica”, vista l’applicazione in campo ambientale, per depurare le acque contaminate in modo del tutto ecosostenibile, come in questo innovativo sistema, che permette di recuperare e di riciclare gli oli e gli idrocarburi assorbiti.
Fa bene all’ambiente anche la creazione di un sensore in grafene da applicare all’interno dei tessuti per rilevare i livelli inquinanti di diossido di azoto. In caso di concentrazioni elevate di questo gas, le proprietà elettriche dei sensori si modificano, inviando un impulso che accende un piccolo led e avvisa chi indossa il capo di abbigliamento nelle cui fibre è integrato il sensore.
Gli atout di questo innovativo materiale non si fermano tuttavia qui, tanto che per descriverlo si sprecano parole come “magico” e “meraviglia”. E se i recenti progressi tecnologici hanno permesso di ottenere altre significative innovazioni nel campo della scienza dei materiali, il grafene non finisce di sorprendere per la quantità di scoperte e applicazioni di cui è protagonista.
Come la grafite e i diamanti, infatti, è fatto di atomi di carbonio, ed è pertanto molto resistente. Caratteristica a cui si aggiungono leggerezza, trasparenza, grande flessibilità e un’eccezionale conduttività elettrica.
Proprio questa caratteristica lo rende appetibile per la realizzazione di batterie di grande durata per device mobili e circuiti per i computer in luogo della tecnologia al silicio. Avendo una superficie vasta e sottile inoltre è in grado di accumulare in maniera efficiente grandi quantità di energia ed è per questo che la maggior parte delle ricerche sono orientate alla produzione di condensatori e batterie innovative nonché verso vari tipi di celle solari o per l’accumulo di idrogeno, con il notevole vantaggio – viste le sue peculiarità – della mobilità.
Ma il grafene si presta anche alla creazione di nuovi dispositivi elettronici utilizzabili per un’ampia gamma di applicazioni in ambito medico, ad esempio come area conduttrice ultraflessibile con cui comporre retine artificiali.
Recente poi una ricerca scientifica che ne prefigura l’utilizzo sotto forma di elettrodi da inserire nel cervello, per ristabilire la funzione sensoriale e motoria in caso di amputazioni o malattie debilitanti come il Parkinson.
In alcune simulazioni di laboratorio inoltre l’uso del laser ha indotto il grafene a produrre, sulla sua superficie, radiazioni di tutte le lunghezze d’onda, aprendo la strada alla creazione di strumenti per l’emissione di raggi X più precisi e più sicuri perché a basse dosi.
Le notizie più attuali in fatto di grafene parlano infine dell’ottenimento di fotografie – finora mai realizzate – di singole proteine, appositamente spruzzate sul foglio ultrasottile di atomi di carbonio, e di fogli di grafene che si muovono o si richiudono da soli in una scatola, cosa che ha ricordato l’arte dell’origami al team giapponese di ricercatori che l’ha scoperto, come si può vedere nel video riportato in questo articolo.
Insomma, ritornando all’immaginario mondo di Flatlandia, se fosse stato il grafene a incontrare la terza dimensione, forte delle sue tante virtù – utili all’ambiente, alla scienza e alla medicina – non ne sarebbe rimasto sconcertato più di tanto!
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.treccani.it
www.greenreport.it
www.repubblica.it
www.focus.it
www.focus.it
corriereinnovazione.corriere.it
www.ricercatori.eu
www.adnkronos.com
advances.sciencemag.org
[/boxed_content]
 

Categorie
Open Data Pillole di Open Data e PA

Riflessioni sulla riforma della Pubblica Amministrazione. Di Paola Chiesa.

[dropcap3]D[/dropcap3]opo avere affrontato il tema degli Open Data sotto molti punti di vista, osservandoli nelle loro molteplici interazioni con la Pubblica Amministrazione e la cittadinanza, con questo articolo ci soffermiamo oggi a considerare alcuni degli elementi salienti della riforma “digitale” della PA, in via di definizione.
Il nostro Parlamento infatti, al fine di promuovere e rendere effettivi i diritti di cittadinanza digitale di cittadini e imprese, con l’art.1 della legge n.124 del 2015, ha delegato il Governo ad intervenire con uno o più decreti legislativi, sulla disciplina contenuta nel decreto legislativo CAD – Codice Amministrazione Digitale del 2005.
E il 20 gennaio 2016 nella seduta del Consiglio dei Ministri, è stato discusso uno schema di decreto del nuovo CAD. Si tratta di una bozza non definitiva, ma sufficiente a rilevarne gli aspetti peculiari, utili appunto al nostro approccio divulgativo sul rapporto tra Pubblica amministrazione e cittadini, passando da trasparenza, open data, partecipazione e innovazione.
Nella relazione illustrativa alla bozza del Decreto si legge che la volontà è quella di spostare l’attenzione dal processo di digitalizzazione ai diritti digitali di cittadini e imprese. Così, con la “carta della cittadinanza digitale” si riconoscono direttamente diritti a cittadini e imprese. Vediamo di seguito alcuni punti più in dettaglio.
[highlight]Su domicilio digitale e identità digitale:[/highlight] si parla di concetti cardine come domicilio digitale (ad esempio l’indirizzo di posta elettronica certificata) e identità digitale, quale rappresentazione informatica della corrispondenza tra un utente ed i suoi attributi identificativi. Questo significa che tutti i cittadini e le imprese hanno il diritto all’assegnazione di un’identità digitale attraverso la quale accedere e utilizzare i servizi erogati in rete dagli enti pubblici. Inoltre tutti gli iscritti all’Anagrafe nazionale della popolazione residente hanno il diritto di essere identificati dalle pubbliche amministrazioni tramite l’identità digitale nonché di inviare comunicazioni e documenti alle pubbliche amministrazioni e di riceverne dalle stesse tramite il domicilio digitale.
A tal fine, è prevista l’istituzione, la realizzazione e la gestione, a cura di Agid, l’Agenzia per l’Italia Digitale, dell’elenco pubblico “Indice degli indirizzi della pubblica amministrazione e dei gestori di pubblici servizi” che contiene gli indirizzi di posta elettronica certificata da utilizzare per le comunicazioni, l’invio di documenti e lo scambio di informazioni tra pubbliche amministrazioni, gestori di pubblici servizi e privati.
A questi fini si costituisce la base giuridica per implementare Italia Login, la piattaforma di accesso che, attraverso il Sistema pubblico di identità digitale e l’Anagrafe nazionale della popolazione residente, permetterà ai cittadini di accedere ai servizi pubblici con un unico nome utente e un’unica password, ad esempio per le prenotazioni di visite mediche, le iscrizioni a scuola, o il pagamento dei tributi. Il pin unico, in collegamento con l’Anagrafe nazionale, permetterà insomma di superare la situazione attuale nella quale ogni ente pubblico che garantisce servizi online, adotta modalità proprie di registrazione e utilizzo dei servizi, dall’account social, alla prereregistrazione, alla compilazione di schede online.
[highlight]Sul ruolo dell’Agid:[/highlight] venendo all’Agid, nel disegno del nuovo Cad, essa ha un importante ruolo propositivo, consultivo, programmatico, di coordinamento, e di monitoraggio. Così tra le sue funzioni rientra l’emanazione di regole, standard e guide tecniche, nonché la vigilanza ed il controllo sul rispetto delle norme del codice, anche attraverso l’adozione di atti amministrativi generali.
Esercita inoltre il monitoraggio delle attività svolte dalle amministrazioni in relazione alla loro coerenza con il Piano triennale per l’informatica nella pubblica amministrazione. Infatti, la programmazione ed il coordinamento delle attività delle amministrazioni per l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, vengono attuati attraverso la redazione e la successiva verifica della messa in atto del Piano triennale, che contiene la fissazione degli obiettivi e l’individuazione dei principali interventi di sviluppo e gestione dei sistemi informativi nelle pubbliche amministrazioni.
L’Agid è altresì competente relativamente al rilascio di pareri tecnici obbligatori e non vincolanti sugli schemi di contratti, accordi quadro e convenzioni per l’acquisizione di beni e servizi relativi a sistemi informativi per determinate soglie economiche.
Interessante la precisazione che i servizi resi dagli enti pubblici sono soggetti a standard e livelli di qualità anche in termini di fruibilità, accessibilità, usabilità e tempestività. Gli standard sono periodicamente aggiornati dall’Agid e resi noti in un’apposita sezione sul sito dell’Agenzia.
[highlight]Sulla cultura digitale:[/highlight] la promozione della cultura digitale e della ricerca è un aspetto importante che consente di interpretare la portata del disegno di legge. In effetti, al ruolo centrale di Agid nella promozione dell’innovazione digitale del Paese e dell’utilizzo delle tecnologie digitali nell’organizzazione della pubblica amministrazione, corrisponde nella bozza del nuovo CAD una significativa diminuzione del ruolo delle Regioni nel farsi promotrici di azioni volte a realizzare il processo di digitalizzazione amministrativa, coordinato e condiviso tra le autonomie locali.
Il che, di fatto, ha un impatto non trascurabile anche sulla ridotta possibilità di coinvolgere gli stakeholders del territorio, ovvero quei soggetti quali associazioni, imprese, centri di ricerca che costituiscono il tessuto sociale di riferimento di un ente pubblico, in una situazione variegata quale quella italiana, caratterizzata da forti differenze tra i territori delle Regioni e le relative tradizioni, anche in termini di cultura digitale.
E’ auspicabile che tale processo di centralizzazione sia quanto meno una leva per rendere più facilmente attuabili obblighi normativi mai portati a compimento fino in fondo. Ma in questo senso l’abrogazione dell’articolo sulla continuità operativa (50bis), che prevedeva la predisposizione di piani di emergenza in grado di assicurare la continuità delle operazioni di un ente, tra cui il piano di disaster recovery, va nella direzione opposta. Si tratta di un obbligo mai attuato, se non in misura non significativa, e questa poteva essere un’occasione per rilanciarlo, anche in ottica di una cultura digitale che si richiami ad una strategia di lungo periodo.
D’altra parte, la Conferenza permanente per l’innovazione tecnologica, che ha il compito di supportare il Presidente del Consiglio o il Ministro delegato nell’elaborazione delle linee strategiche d’indirizzo in materia di innovazione e digitalizzazione, nella nuova formulazione (art.18) accusa l’assenza della definizione dei criteri per la composizione dell’organo e la mancanza di incisività nell’apertura alla partecipazione di portatori di interessi esterni. Un’altra occasione mancata?
[highlight]Sulla trasparenza:[/highlight] anche la bozza di un altro importante nuovo decreto legislativo, quello sulla trasparenza, nella interessante analisi di Fabio Chiusi, presenta alcune caratteristiche che lo distanziano non poco dallo spirito del Freedom of Information Act, cioè il riconoscimento della libertà di chiunque di accedere ai dati e alle informazioni in qualsiasi modo prodotte e/o detenute dall’amministrazione pubblica. Le criticità vanno dall’assenza di previsione di sanzioni nei confronti delle amministrazioni inadempienti verso la richiesta di accesso ai dati da parte dei cittadini, alle numerose ed eccessive eccezioni che consentono alle pubbliche amministrazioni di opporsi alla richiesta di rilascio dei dati, alla non gratuità dell’accesso ai dati, al fatto che, “decorsi inutilmente trenta giorni dalla richiesta, questa si intende respinta”.
In attesa che le bozze divengano norme effettive (verosimilmente entro luglio 2016), resta il fatto che è necessario che la società civile sia sempre più sensibilizzata sulla necessità di puntare sulle competenze digitali dei cittadini e delle imprese a partire dal territorio periferico e dagli enti locali, creando una cultura dal basso sensibile ai temi della partecipazione, della cittadinanza attiva e della trasparenza amministrativa. Coltivare spirito critico a partire dalla propria comunità di riferimento significa anche stimolare l’erogazione da parte della pubblica amministrazione di servizi con evidenza di risultati e monitoraggio costante, in grado di tradursi anche in una corrispondente elaborazione di valore pubblico.
Per concludere, a proposito di competenze, con la norma UNI 11506:2013, l’Italia per prima in Europa ha recepito il modello e-Competence Framework (e-CF). Si tratta di una norma che cataloga le competenze digitali specialistiche, definendo requisiti di conoscenza, abilità e competenze. Prevede tra l’altro, per la prima volta, una catalogazione delle competenze di chi opera professionalmente nel web. La Pubblica Amministrazione, grazie anche a tali norme, può censire e formare il proprio personale, alimentando così una crescita di competenze.
Le competenze servono per comprendere, analizzare, applicare, migliorare una data situazione. Se la società civile ha bisogno di una PA formata e competente, è altrettanto vero il contrario: la PA ha bisogno di una società civile formata e competente. Non ci sono scuse, se l’obiettivo per tutti è quello del benessere collettivo.
domicilio-digitale

Categorie
Performance da 10 e lode! Sharing Knowledge

Aggiungi un posto a tavola: arrivano i Big Data!

[dropcap3]N[/dropcap3]el film danese premio Oscar del 1988, “Il pranzo di Babette”, la parigina Babette Hersand, governante di due anziane sorelle in un piccolo paese della Danimarca, decide di destinare l’intera somma vinta a una lotteria francese all’allestimento di un grandioso pranzo. Grazie al cibo prelibato, gli invitati scioglieranno il loro rigido spiritualismo in un empito di gioia per la bellezza della vita. Un piccolo grande film, esemplare nel ricordare come il cibo sia quanto di più intimamente connesso al concetto stesso di vita, e per questo profondamente radicato nello specifico culturale e socio-economico di ogni popolo, dagli archetipi del mito fino alle società attuali.
Nel mondo contemporaneo infatti anche il cibo vive delle contraddizioni di un pianeta sfruttato nelle sue risorse naturali e pericolosamente sbilanciato nella loro ripartizione.
Se alimentarsi in Occidente significa spesso eccedere e ammantare il cibo di un’aura esperienziale unica, nella gran parte del resto del mondo significa ancora lotta per la sopravvivenza.
Questi due estremi sono all’origine dei complessi e cruciali problemi che gravitano intorno alle materie prime e agli alimenti, alla loro produzione e commercializzazione, e in ultima istanza al loro consumo. I vertiginosi cambiamenti tecnologici che stiamo vivendo – prima di tutto la sinergia tra Rete, Big Data e IoT – sembrano però promettere a questo settore notevoli prospettive di progresso e razionalizzazione che riguardano sia la produzione che il consumo, sia le imprese che i consumatori, a monte e a valle della filiera.
A partire da quell’agricoltura di precisione che è stata definita “terza rivoluzione industriale”, come si può leggere in questo articolo comparso sul magazine di Expo 2015.
Droni, reti di sensori, satelliti sono in grado di mappare e monitorare le coltivazioni per guidare l’agricoltore “digitale” nelle operazioni che un tempo erano affidate alla saggezza millenaria trasmessa di generazione in generazione.
Quando e quanto concimare, come organizzare l’aratura e il raccolto, come dosare e quindi ridurre al minimo i fitofarmaci, fino all’analisi puntuale dello stato dei terreni e delle piante ad orientare le coltivazioni, come quelle vitivinicole: attraverso i Big Data sembrerebbe possibile una conciliazione tra necessità produttive massive e rispetto dell’ambiente, nonché una gestione più razionale e stabile delle produzioni, meno soggette così alla variabilità climatica e ambientale.
L’introduzione di IoT e robotica in agricoltura e nei processi produttivi dell’agroalimentare determinerà un cambiamento qualitativo nelle specifiche competenze richieste agli operatori del settore, che dovranno occuparsi di gestire tali innovazioni tecnologiche, oltre a causare anche potenzialmente una contrazione della quantità di manodopera necessaria.
Ma un’indagine di Wired e IBM Italia, in collaborazione con Coldiretti Giovani Impresa, ha messo in evidenza come l’Internet of Foods sia considerata dall’80% delle aziende intervistate, non solo un passaggio ormai imprenscindibile per una produzione efficiente, ma anche importante per altri fattori come sostenibilità, biodiversità e sicurezza.
E all’insegna della sostenibilità e di un consumo consapevole sono orientate anche le applicazioni rivolte ai consumatori, con nuovi approcci smart al cibo. A partire dalle azioni quotidiane più banali, come la spesa, a casa e al supermercato. Abbiamo a disposizione app, come Edo, che ci informano delle proprietà dei cibi e della loro filiera produttiva, potremo a breve ordinare la spesa, non solo online, ma direttamente dal frigorifero di casa (come questo, presentato al CES 2016 ).
Quanto al supermercato di domani, un esempio è stato visto all’Expo di Milano, dove Coop e Accenture hanno prefigurato uno spazio d’acquisto altamente tecnologico all’interno del Future Food District dell’Esposizione Universale.
E per finire, anche quanto di più tradizionale come le ricette regionali, può trovare negli Open Data una nuova modalità di condivisione, come in questo progetto della Startup italiana Escilaricetta: attraverso Telegram e grazie ai contributi della community che si è creata, è possibile conoscere le ricette tipiche del luogo in cui ci si trova, non solo ingredienti e preparazione, ma anche “’note narrative’: emozioni, peculiarità che rendono unica quella ricetta”.
Il cibo, come bisogno primario, insomma, ma anche come cultura: il connubio con le tecnologie dell’era digitale è un’occasione da non perdere perché anche produzioni sostenibili, consumi consapevoli e sicuri diventino patrimonio culturale diffuso e globale.
 
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
– www.lescienze.it

– www.magazine.expo2015.org

– www.expo2015.org

– www.expo2015.org

– www.rainews.it

– www.wired.it

– www.borsaitaliana.it
– www.thefoodmakers.startupitalia.eu
 
[/boxed_content]
 

Categorie
Big Data & C. Un Big Data al giorno

Rosso di sera bel tempo si spera… ai Big Data piacendo!

[dropcap3]I[/dropcap3]l cielo al tramonto si accende di rosso? – nessun dubbio: il giorno seguente porterà bel tempo.
Cielo a pecorelle? – a ciascuno la risposta meteorologica di sapienza popolare!
L’osservazione del cielo e dei fenomeni naturali per comprendere (e dunque predire) l’evolversi delle mutazioni meteo ha origini antichissime, ben più di quella dei proverbi a tutti conosciuti.
Fu tuttavia l’invenzione del telegrafo, nel 1835, che diede inizio all’era moderna delle previsioni metereologiche, permettendo ai vari bollettini formulati di essere ricevuti e diffusi nel giro di breve tempo, compito che le comunicazioni postali avevano fino ad allora reso problematico.
Ai primi del ‘900 si sviluppò dunque una rete di osservazioni meteo a livello mondiale, supportate da un modello matematico interpretativo che poneva le basi per la meteorologia operativa. Fu il matematico e fisico inglese L.F. Richardson a creare le prime equazioni per le previsioni meteorologiche, a partire dalla considerazione dell’atmosfera come un fluido al quale potevano essere applicate le leggi classiche della meccanica e della termodinamica.
Secondo tale “visione” il comportamento dell’atmosfera poteva essere predetto sulla base della variazione di alcuni parametri fisici fondamentali: pressione, temperatura, umidità e velocità del vento.
Da allora, molta acqua è passata sotto ai ponti – scusate la divagazione – e ai modelli matematici e relativi super-calcoli si sono affiancati i satelliti, portatori non solo di viste straordinarie, ma di dati raccolti in tempo reale in grado di simulare con una certa attendibilità – almeno per un numero di ore successive limitate – l’evolversi delle condizioni climatiche osservate.
Però… c’è sempre un però. Se infatti i modelli predittivi più diffusi sono quasi sempre precisi entro le 24-48 ore, e quelli a medio e lungo termine (3-7 giorni) sono in media abbastanza attendibili, spingersi  oltre – a tutt’oggi – è ancora azzardato, per la complessità dei fenomeni in campo e la loro variabilità.
Sono diversi i progetti in essere per risolvere queste difficoltà e, come illustrato in questo articolo, riguardano i Big Data, o meglio il loro utilizzo.
Un esempio di dati – utilizzabili tuttavia solo a certe condizioni – è ad esempio il set prodotto dall’European Climate Adaptation Platform riguardanti previsioni ambientali nel periodo 2021-2050 e 2071-2100 e che, essendo stati ottenuti da indicatori riferiti ad aree piuttosto vaste, risultano non del tutto appropriati per analisi delle condizioni metereologiche future a livello locale.
Diverso è invece il caso della piattaforma Copernicus, che utilizza un approccio integrato tra cartografia e dati satellitari che le consente una miglior gestione delle emergenze e di elaborare ipotesi previsionali anche su aree ristrette. Resta il limite di essere in uso esclusivamente per le organizzazioni umanitarie e le azioni di protezione civile.
Un approccio più locale può essere quello del supercomputer Deep Thunder che, raccolti i dati necessari, elabora con buona esattezza le condizioni metereologiche in un arco di 4 giorni anche per i singoli quartieri delle grandi città.
Su un percorso simile si muoverà ad esempio la nuova app meteo creata dall’ARPA dell’Emilia Romagna che, grazie a un apposito software, analizzerà i dati raccolti da oltre 250 stazioni per dare all’utente, grazie alla geolocalizzazione, la previsione sul clima nel luogo in cui si trova nei tre giorni successivi.
Un ultimo appunto: in quest’ultimo caso, per prevedere come evolveranno le condizioni meteo, i risultati elaborati dai calcolatori saranno revisionati e corretti da un team di esperti in carne ed ossa. Perché contro l’imprevedibilità degli agenti atmosferici forse c’è poco da fare e nemmeno gli strumenti meteo più sofisticati possiedono sufficienti poteri di veggenza.
Chissà: a volte i proverbi la sanno più lunga di tutti, Big Data compresi…
 
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
– www.daily.wired.it

-www.lifeinabyte.com

– www.wrfitalia.com

– www.centrometeo.com

– www.mathisintheair.org
[/boxed_content]
 

Categorie
Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

San Valentino: l'amore si dichiara – e celebra – in rete!

Tra poco è San Valentino. Lo festeggeremo in nome dei sentimenti più romantici o lo rinnegheremo, per spirito pragmatico, se non addirittura per puntiglio ideologico?
Da sempre, si sa, la festa divide gli animi. Sempre che uno sia innamorato (e corrisposto), si intende. Perché in caso contrario è decisamente meglio fare finta di niente e decidere che, sì, si tratta senza dubbio di una festa commerciale che più commerciale non si può. E liquidare la storia un po’ come fece a suo tempo la volpe con l’uva.
Ma se San Valentino ha ancora così tanto successo, anche di mercato, un qualche motivo ci sarà. Tra questi di certo il tam tam del sentimentalismo, gridato a viva voce da tutti i media, che – come vedremo – ci mettono del loro, proprio come fa Cupido con il suo arco e le sue frecce.
Un esempio per tutti? Lo stesso Google che, non contento di dedicargli ogni anno un doodle strappacuore, prepara per i suoi avventori in cerca di romanticherie con cui colpire l’amato o l’amata, un vero e proprio “set” di immagini, frasi e cuoricini debitamente catalogati.
Si parte con Frasi San Valentino, Regali San Valentino, San Valentino Cupido e via così sino alle categorizzazioni più targettizzate (è il caso di dirlo), con suggerimenti del tipo Frasi San Valentino d’amore, Frasi San Valentino divertenti, Frasi San Valentino Inglese (pare che l’inglese renda più smart anche una dichiarazione d’amore…) in base ai criteri di scansione del robot di Google.
E se questo romanticismo a buon mercato “attacca un po’ in gola”, cosa dire delle svariate, svariatissime tipologie di cuori e cuoricini per tutti i gusti?
Ironia a parte, non c’è dubbio che quello del “cuore” – simbolo tra i più potenti che l’uomo abbia mai creato – è un tasto più che sensibile dal punto di vista del business e del marketing online, come dimostrano le tipologie di eventi, pagine e suggestioni ad esso dedicate sui vari Social Media nel 2015, riportati da questa ricerca di Fractals per il blog Web Women Want.
Sempre dallo scorso anno, è possibile trarre una quantità di esempi di come il web cavalchi il tradizionale appuntamento del 14 febbraio: dal retroscena in tre puntate della creazione di una canzone d’amore commissionata da Thun a una delle protagoniste del reality “The Voice of Italy” per promuovere i suoi prodotti, fino all’iniziativa #bookinlove di “Il Libraio” del Gruppo editoriale Mauri Spagnol. Qui l’oggetto d’amore non era una persona in carne ed ossa, ma un libro: gli utenti dei Social erano invitati a postare foto dei loro libri preferiti per promuovere la lettura e forse invitare a un regalo d’amore “colto”.
Anche quest’anno ben promette. Uno per tutti, il coinvolgimento del cantante Fedez nella campagna dei Baci Perugina. Ricordate le frasi d’amore, anonime o celebri, che da adolescenti leggevamo un po’ come biscotti della fortuna, cercando di cogliervi un vaticinio sentimentale… “Che prima o poi l’amore arriva”, come scriveva Stefano Benni…? Bene, quest’anno nei celebri cioccolatini saranno incartate le frasi delle canzoni di Fedez, per un San Valentino stile rapper!
Per finire, uno sguardo sul Social Media più social di tutti: Facebook, of course. Un’analisi del 2014 aveva mostrato l’andamento dei post di persone che avevano modificato il loro stato da single a impegnato. Ne era emerso che i post scambiati da una futura coppia conoscevano un crescente incremento fino al giorno del “fidanzamento” per poi calare, perché alla relazione virtuale subentrava quella reale. E se da lì in poi anche i post cambiavano, pure nella qualità, perché si tingevano di un tono più ottimista e rosa, cosa sarà successo ad amore finito? E come liberarsi dalle tracce Social lasciate da un amore archiviato?
Fosse solo per questo, e per tornare alla nostra domanda iniziale, un po’ più di pragmatismo e sano cinismo forse non guasterebbero. Almeno per quanto ci riguarda. Per il resto… a Cupido l’ardua sentenza.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
– www.b2corporate.com

– www.hostingtalk.it

www.lifeinabyte.com
– www.illibraio.it
– www.tpi.it
– www.cinquequotidiano.it
 
[/boxed_content]
 

Categorie
Open Data Pillole di Open Data e PA

Disruptive Innovation nella Pubblica Amministrazione. Di Paola Chiesa.

[dropcap3]C[/dropcap3]osa intendiamo esattamente, quando parliamo di innovazione? “L’atto, l’opera di innovare, cioè di introdurre nuovi sistemi, nuovi ordinamenti, nuovi metodi di produzione e sim. (…) In senso concreto, ogni novità, mutamento, trasformazione che modifichi radicalmente o provochi comunque un efficace svecchiamento in un ordinamento politico o sociale, in un metodo di produzione, in una tecnica” (Treccani)
Se l’invenzione è la creazione di qualcosa che prima non c’era, l’innovazione si sviluppa su quel terreno fertile, fondendo mirabilmente idee e tecnologie, nel momento giusto, determinando così dei cambiamenti fondamentali nella vita delle persone fisiche e giuridiche. Esemplare è il caso dello smartphone. IBM e BellSouth inventarono nel 1994 il primo smartphone, Simon, ma i tempi e le tecnologie del tempo erano prematuri per poterlo tradurre in un settore di mercato, cosa che avvenne successivamente, con il Blackberry, grazie alla diffusione significativa della tecnologia mobile.
Fu solo dopo 13 anni dall’invenzione di Simon, che Apple lanciò l’iPhone, la cui innovazione fondamentale consiste nel connettere le persone, le informazioni e le idee con modalità che hanno cambiato radicalmente il nostro stile di vita personale e lavorativo. Invenzione e innovazione hanno quindi bisogno l’una dell’altra, poiché l’intuizione geniale è utile se viene tradotta in conquiste condivise.
Questo ci conduce alla innovazione “dirompente”. Il concetto di disruptive innovation formulato da Clayton Christensen, ideatore della teoria del job to be done, focalizza l’attenzione non sul prodotto, ma sul bisogno che il prodotto è chiamato a soddisfare. Secondo questa particolare prospettiva, l’innovazione diviene allora un processo per definire un concetto di prodotto o servizio che soddisfi dei bisogni importanti e non soddisfatti. Ma per arrivare a capire quali sono questi bisogni, è indispensabile interagire sapientemente con il mercato, con le persone.
Ecco quindi che la caratteristica fondamentale della disruptive innovation è quella di non essere legata, come si potrebbe immaginare, a mutamenti tecnologici estremi o particolarmente complessi, quanto alla capacità di cogliere, secondo una metodologia quasi maieutica, quali sono i bisogni latenti nell’individuo, che per vari motivi non sono ancora emersi.
Possiamo declinare il concetto di disruptive innovation anche nella Pubblica Amministrazione? Certo, ma crearne le condizioni richiede che gli amministratori guardino al governo della cosa pubblica con occhi diversi, per disegnare nuovi modi, meno costosi e più efficaci, quindi anche misurabili, per erogare i servizi pubblici.
L’innovazione nella Pubblica Amministrazione la riscontriamo ad esempio ogni volta che essa porta avanti politiche di apertura dei dati, consentendo alle imprese di sviluppare app che in tempo reale informano i cittadini su trasporti, scuole, ambiente, lavoro, turismo. Oppure quando consente al cittadino o all’azienda di esercitare agevolmente il proprio diritto di accesso ad atti e documenti amministrativi. O ancora ogni volta che utilizza i social media per intercettare i bisogni dei cittadini e per sviluppare la creazione di intelligenze collettive a vantaggio della comunità territoriale.
Quello di cui abbiamo bisogno è a ben vedere una strategia a lungo temine che traini le attività quotidiane. Non qualcosa di straordinario, fuori dall’ambito delle cose trattate quotidianamente, con lunghi tempi di gestazione e che magari faccia capo a poche persone dedicate. La crescita avviene nelle aziende e negli enti nei quali le persone sono pronte ad innovare se stesse continuamente, insieme a tutto ciò che le circonda, identificando lo sviluppo come il frutto di una mentalità diffusa e non come il colpo di genio di una o poche persone.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
Puntare sull’innovazione delle persone significa in particolare:
creare le condizioni sociali ed organizzative che favoriscano l’identificazione e l’adozione delle innovazioni di prodotto e di processo;
stimolare la leadership e l’evoluzione culturale delle singole persone tali da favorire l’accettazione di nuove sfide;
orientare lo sviluppo delle competenze alla creazione di valore in tutti i processi aziendali.
[/boxed_content]
Per una PA, domandarsi incessantemente non solo quale sia il valore che il cittadino si aspetta dai servizi, ma anche come possa continuamente aumentarlo, riducendo al tempo stesso le attività che al contrario non aggiungono valore, significa in fondo applicare la tecnica del “lean thinking” giapponese, il pensiero snello alla base dei modelli aziendali di sviluppo delle case automobilistiche giapponesi, prima fra tutte Toyota, specialista nell’integrare persone, processi e tecnologie con progetti di sviluppo dei prodotti altamente specializzati, a supporto di piani strategici a lungo termine. Privato e pubblico non sono allora poi così distanti.
[highlight]Il rapporto tra uomo e macchina[/highlight]
 
Per connotare ulteriormente l’innovazione, è interessante osservare l’evoluzione della relazione tra uomo e macchina nel tempo, in quanto tale relazione ha caratterizzato l’evoluzione umana, la velocità e la forma della crescita economica. Il processo evolutivo, dai tempi in cui l’uomo ha introdotto strumenti che lo aiutassero nel lavoro nei campi, alla rivoluzione industriale con i relativi processi di automazione che hanno portato alla crescita economica, oltre che al miglioramento dello stile di vita, ha raggiunto l’attuale fase. In questa nostra epoca della digitalizzazione dell’economia e della conoscenza, stiamo istruendo la macchina affinché ci sia di supporto nelle attività intellettuali, non più per affrancarci dai lavori faticosi, pesanti o alienanti. Big data, sensoristica e intelligenza artificiale, potenzialmente favoriscono un’economia più produttiva ed efficiente, grazie a software che ci possono aiutare a prevedere e comunque gestire i vari scenari.
Ma se stiamo demandando alla macchina attività intellettuali, intelligenti, dobbiamo preoccuparci perché la macchina sta sottraendo lavoro all’uomo? Non proprio, perché in fondo gli permette di dedicare più tempo al pensiero critico, alla creatività, alla capacità di ragionare fuori dagli schemi per risolvere problemi complessi, alla comunicazione, all’empatia. Insomma, non allarmiamoci più di tanto per il robot giornalista che scrive articoli, come riportato dal Sole24 Ore
E soprattutto, non dimentichiamoci che un aspetto peculiare nell’attuale rapporto tra uomo e macchina, è quello di mettere in relazione le persone, contribuendo ad alimentare spirito critico, feedback, confronto tra esperienze diverse.
“Se avessi chiesto ai clienti cosa volevano, mi avrebbero risposto un cavallo più veloce” (Henry Ford).
E’ proprio anche grazie al confronto che si può affinare la capacità visionaria. Se l’innovazione è un’opportunità di guardare a vecchi problemi in modi nuovi, definendo il problema e ponendo le giuste domande, si può ad esempio scoprire che le grandi città di Paesi diversi hanno molto più in comune tra loro che con il resto del proprio Paese, come riportato dalla BBC.
Quando si parla di Stati, tipicamente ci si focalizza su ciò che li separa, a partire dalla lingua e dalla cultura.
Ma quando si parla di città, le problematiche da affrontare sono più simili. Educazione, trasporti, sanità, lavoro, sicurezza, migrazione. In questi settori, nell’era della globalizzazione, le città possono imparare l’una dall’altra, in un processo utile anche per valutare l’efficacia dell’innovazione stessa. Sempre in quest’ottica, è lodevole il rapporto di ricerca “Le buone pratiche dei Comuni” di Anci Umbria, importante strumento di divulgazione e condivisione dei frutti dell’impegno, ricerca e ingegno delle amministrazioni comunali.
Far convivere l’aspetto teorico e tecnologico dell’innovazione, con quello pratico della sua effettiva applicazione nel tessuto sociale ed economico, e delle relative implicazioni, anche in termini di valore pubblico, significa avere un approccio dirompente.
Il soggetto maggiormente coinvolto in questa sfida, e titolato per mettere in relazione e coinvolgere attivamente tutti i soggetti del territorio, è la Pubblica Amministrazione. A vantaggio di tutti: cittadini, imprese, associazioni, scuola, centri di ricerca.
Perché l’innovazione non è una questione di scelta, ma una necessità.
Rapporto Uomo Macchina
 

Categorie
Reazioni non pericolose Sharing Knowledge

Effetto Big Data: cambiamenti climatici e Open Science

[dropcap3]D[/dropcap3]a tempo la Terra attende che i suoi 7 miliardi di figli riprendano con lei il “dialogo” interrotto e ricomincino a prendersene cura, preservandone le risorse, oggetto di uno spreco prolungato e insensato.
Ci fu un tentativo nel 1997, quando i “potenti del mondo” firmarono il protocollo di Kyoto per la lotta contro il cambiamento climatico, con la riduzione dell’emissione di gas responsabili dell’effetto serra, ma fu una promessa disattesa. Come a Copenaghen nel 2009, quando non si raggiunse l’accordo sperato tra le nazioni.
Nel frattempo, il clima della Terra è cambiato. Le concentrazioni di anidride carbonica nell’atmosfera hanno raggiunto le 400 parti per milione, con un costante incremento delle temperature medie globali.
Ci si domanda dunque come porre un freno al progressivo cambiamento climatico e allo sfruttamento delle risorse naturali da parte della popolazione mondiale in continuo aumento. E la risposta potrebbe provenire ancora una volta dai Big data.
Cominciando da Pyunicorn, un programma di simulazione sviluppato dall’istituto tedesco per la Ricerca sull’impatto climatico di Potsdam. Si tratta di un software liberamente accessibile in grado di gestire e analizzare la mole di informazioni contenute in varie banche dati per tracciare una storia delle modificazioni del clima attraverso migliaia di anni e delle relative conseguenze sugli abitanti del pianeta.
In Italia, invece, un gruppo di ricercatori dell’Istituto di Studi sui Sistemi Intelligenti per l’Automazione del CNR sono partiti nel giugno scorso per le Isole Svalbard, in Norvegia, accompagnati da due droni, di cui uno sottomarino e uno aereo. Dotati di attrezzature per scattare foto e girare video oltre che di sensori e campionatori, i droni produrranno immagini, filmati e dati ambientali allo scopo di permettere agli scienziati di studiare i cambiamenti climatici in atto non solo degli ecosistemi polari ma di tutto il pianeta.
Se l’Europa si muove sul terreno arduo di comprendere e prevedere i cambiamenti climatici in modo sempre più accurato, il colosso Google ha messo la tecnologia di cui dispone – come immagini satellitari e Big Data – al servizio di una sinergia con la FAO. L’applicazione Fao Collect Earth infatti è stata creata per monitorare lo stato dell’ambiente e delle sue risorse, quale presupposto di conoscenza evoluta per azioni strategiche di tutela e di preservazione.
Anche l’ESA – Agenzia Spaziale Europea – è impegnata sul fronte dell’Earth Observation che coniuga innovazioni tecnologiche e Open Science, con molti progetti, tra cui il lancio dei satelliti Sentinels, attraverso i quali si potranno raccogliere enormi quantità di dati sulla superficie e l’atmosfera terrestre.
Un nuovo, efficace, modo di affrontare problemi è stato dunque reso fattibile grazie alla possibilità di integrare conoscenze e competenze tramite lo sviluppo di internet e il cloud. In più, il rapido diffondersi di tecnologie come device mobili, Internet e reti di sensori hanno elevato al ruolo di fornitori di informazioni coloro che, all’inizio dell’era digitale, erano solo semplici consumatori: i cittadini. Entrando a far parte di un più ampio sistema di osservazione per la cura del pianeta terra, i cittadini sono chiamati a contribuire dal basso, fungendo da rilevatori della qualità di fattori ambientali come l’aria e il suolo.
Intanto la recente conferenza sul clima svoltasi a Parigi ha messo per iscritto delle “formali” promesse: contenere il rialzo delle temperature di 2 gradi entro la prima parte di questo secolo e ridurre le emissioni inquinanti con una totale conversione alle energie pulite.
A questo proposito si è espresso il climatologo James Hansen – definito ‘il padre del riscaldamento climatico’: “Sono solo parole senza senso. Non c’è alcuna azione. Fino a che i carburanti fossili saranno i più economici, continueranno a essere bruciati”. E la natura brucerà con essi, e noi con lei: difendiamoci finché siamo in tempo.
Per farlo, a breve potremo contribuire con un semplice tocco sullo schermo del nostro smartphone.
 
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
[highlight]Per saperne di più[/highlight]

– www.ansa.it
– www.lescienze.it
– www.repubblica.it
– www.rivistageomedia.it
– www.corrierecomunicazioni.it
 
[/boxed_content]
 
 

Categorie
Sharing Knowledge

Carnevale e social: una maschera tira l'altra

[dropcap3]T[/dropcap3]empo di Carnevale, tempo di maschere. Che travestono o nascondono, ripugnano o trasfigurano, mimetizzano o enfatizzano. E che condividono – in un turbinio colorato di espressioni e figure intramontabili – antichi e nuovi saperi di fiabe e miti, giochi di ruolo e trasgressioni.
Il Carnevale è del resto una festa dalle origini antichissime che rivela un’esigenza collettiva e irrinunciabile nei confronti delle istanze e dei topos che celebra da sempre, fin dalle prime rappresentazioni.
Le sue manifestazioni più antiche infatti risalgono a ben 4000 anni fa: furono gli Egizi delle dinastie faraoniche i primi ad aprire i recinti della trasgressione, consentendo – durante le feste in cui si venerava la dea Iside – la sospensione, almeno per un giorno, di ogni ruolo sociale e gerarchia in favore di una libertà quasi assoluta, come echeggia e riassume in modo esaustivo il celebre proverbio latino “Semel in anno licet insanire” (‘una volta all’anno è lecito impazzire’).
Il Carnevale, che ha in sé radici sia religiose (nei paesi cattolici precede la Quaresima in preparazione alla Pasqua) che “pagane” (non a caso i Padri della Chiesa lanciarono strali feroci sulla simbologia attribuibile alle maschere), da millenni ci racconta come il tema dell’identità e della personalità, assieme a quello dell’individuo e del suo sistema sociale di appartenenza, abbiano un posto speciale nella storia dell’Umanità. Alla “maschera” e al travestimento competono da sempre ruoli e compiti ben precisi, non ultima l’attribuzione della possibilità sovrannaturale di superare barriere diversamente invalicabili, quella tra uomo e animale, tra vita e morte.
I suoi “cantori” nei secoli sono così celebri che risulta quasi inutile ricordarli, dagli studi di Binet, passando dall’Uno, nessuno e centomila di Pirandello e dai fondamenti della psicoanalisi moderna con Freud. Senza dimenticare il ruolo della maschera in ambito antropologico, sin dalle comunità tribali che, non solo in epoche primordiali, vi trasmutano manifestazioni spirituali e animistiche.
Ma quello che vogliamo affrontare ora insieme – alla vigilia del prossimo Carnevale – è invece il valore di “tramite”, quasi di “medium”, che le maschere e il tema del travestimento nascondono a loro volta in sé.
La maschera o l’identificazione in un ruolo consentono infatti di accedere a molteplici istanze, in una scala i cui gradini partono dal massimo della chiusura, laddove la maschera nasconde, al massimo dell’apertura, dove la maschera invece dispiega nuove potenzialità della personalità:

  • mimetismo, tramite la copertura e il travestimento;
  • omologazione, attraverso il riconoscimento di valore a marker altrui;
  • mediazione tra sé e l’altro;
  • integrazione, attraverso l’attrazione dell’altro a sé;
  • empatia, assumendo su di sé le connotazioni altrui;
  • creatività, elevando il marker a simbolo e trasfigurandolo.

Questa varietà di istanze, le molteplici possibilità di interpretazione del concetto di maschera e soprattutto due delle sue caratteristiche, quella di MEDIAZIONE e quella di sovrapposizione tra l’area PRIVATA e quella PUBBLICA, oggi riconducono a quello che è forse il punto cardine di tutte le nuove forme di comunicazione che per semplificazione chiameremo Social.
La realtà comunicativa diffusa dal web e dai Social Media infatti sembra moltiplicare come in un caleidoscopio digitale gli specchi in cui riflettere e costruire la nostra identità e interfacciarla con quella degli altri, singoli o gruppi che siano.
Questo sin dal primo atto che si compie con l’apertura di un “profilo”, con la scelta di un avatar, di un’immagine, di una fotografia, di un testo o di uno slogan rappresentativi: un’identità da indossare e con cui presentarsi all’ecosistema digitale.
E come nella scala che va dal mimetismo alla creatività, l’identità sui Social si trasfigura: da chi crediamo di essere e vogliamo mostrare o celare, a chi vorremmo essere, passando per chi vogliamo che gli altri ci credano.
In essi dunque, in questi profili così diversamente connotati, anche in base alle regole della piattaforma, ciascuno si esprime e mette in rilievo – oppure cela – caratteristiche, tipologie, ambizioni, competenze, come suggerito in questo interessante spunto.
Un Carnevale per tutti i giorni, insomma. Che nasconde i più primitivi dei bisogni: farsi accettare dall’altro, essere altro da sé e insieme esprimere il vero (presunto) sé.
 
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
http://www.treccani.it
http://www.conexion-to.it
http://www.treccani.it
http://users2.unimi.it
http://www.arteconomy24.ilsole24ore.com
http://www.mezzo-pieno.it
http://www.huffingtonpost.it
[/boxed_content]