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6MEMES TRENDS Dati e ICT nelle imprese e nella società

Imprese, aziende e organizzazioni: l'obiettivo del cambiamento. Di Giulio Destri.

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[/sf_iconbox]L’obiettivo del cambiamento

[dropcap3]N[/dropcap3]egli articoli precedenti abbiamo visto come realizzare modelli per analizzare la realtà del mondo, in particolare la realtà di aziende ed organizzazioni, e come usare questi modelli per individuare dove è necessario un miglioramento, in particolare dove occorre applicare la digital transformation. E, per migliorare le cose, serve cambiarle. Il miglioramento presuppone quindi un cambiamento.

In questo articolo analizzeremo il cambiamento, concentrandoci sull’obiettivo del cambiamento stesso (ossia la situazione finale dopo il cambiamento, il cosiddetto TO-BE).

[bctt tweet=”Per migliorare le cose, serve cambiarle. Il miglioramento presuppone quindi un cambiamento.” username=”MapsGroup”]
Nel contesto dell’azienda e delle organizzazioni definire l’obiettivo è compito della Business Analysis [0], trattata in un articolo precedente con particolare riferimento alla figura del Business Analyst, attività strettamente connessa con la gestione dei progetti o Project Management e con la gestione del cambiamento in generale o Change Management.
Molte caratteristiche dell’obiettivo “aziendale” sono anche comuni con gli obiettivi “personali” che, sia in ambito lavorativo, sia sportivo, sia di vita personale, vengono perseguiti dalle persone, eventualmente coadiuvate da professionisti attraverso attività di Coaching.

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[/sf_iconbox]I componenti dell’obiettivo

Perché nel contesto aziendale occorre intraprendere un cambiamento, organizzandolo attraverso un progetto di trasformazione (digitale)? Perché, come visto negli articoli precedenti, in un contesto estremamente competitivo e instabile come il mercato odierno, le aziende non si possono permettere punti di debolezza, pena la loro stessa sopravvivenza.
Analogamente, in un contesto personale, il cambiamento può essere importo dalle circostanze. Oppure una persona nel corso del tempo si può rendere conto che ci sono punti di “insoddisfazione” o “debolezza” nella propria vita, ovvero caratteristiche di questa che non lo/la soddisfano (più).
E questa può essere la motivazione che spinge al cambiamento nel momento in cui supera una determinata soglia critica. Ma rendersi conto di dovere cambiare (o di volere cambiare) non basta.
Come bisogna cambiare? Cosa bisogna cambiare della propria vita e di se stessi in particolare? Per rispondere a queste domande occorre definire con chiarezza il risultato del cambiamento, ossia l’obiettivo che si vuole e si deve raggiungere con il cambiamento.
L’obiettivo può essere qualcosa che riguarda direttamente noi (ad esempio, perdere peso, smettere di fumare, avere più vita sociale…), qualcosa che riguarda gli “strumenti base” della nostra vita (ad esempio, cambiare auto, cambiare casa, cambiare lavoro…). O, nel contesto aziendale, cambiare per esempio uno strumento, un processo, un modello organizzativo…, come abbiamo visto negli articoli precedenti.
In generale, in termini aziendali, l’obiettivo è associato al risolvere un problema o al cogliere una opportunità. Per esempio, l’introduzione di tecnologie digitali per rendere più rapido lo svolgimento di un processo è la risoluzione di un problema. L’adozione di tecnologie digitali per collegare una rete di negozi in estremo oriente ai sistemi informativi aziendali in Italia è invece uno degli elementi necessari per cogliere una opportunità di espansione nel mercato asiatico.
Quindi, riassumendo, l’obiettivo è formato almeno da un risultato (come vedremo fra poco, misurabile), dalle risorse necessarie per ottenerlo (ad esempio, soldi) e dai passi necessari per raggiungerlo (un percorso nel tempo, come schematizzato in figura 1).

Innovazione
Figura 1: il passaggio dall’AS-IS al TO-BE nel tempo

Infatti, obiettivi complicati o complessi  (e, talvolta, anche obiettivi semplici) richiedono una successione più o meno ampia di passaggi, organizzati opportunamente secondo un progetto.
In alcuni casi, per arrivare alla successione di passaggi necessaria a raggiungere l’obiettivo, si può disegnare la successione lineare di essi a partire dal primo passo, quindi anche nella progettazione dei passaggi si segue l’ordine cronologico con cui essi saranno realizzati.
Al crescere della complicazione dell’obiettivo (situazione in cui l’obiettivo è associato a un insieme di parti difficili da codificare) o della complessità dell’obiettivo (situazione in cui l’obiettivo è associato ad una molteplicità di parti interdipendenti tra loro) questa tecnica può non bastare.
In tali casi una delle tecniche maggiormente usate per definire tali passaggi è la cosiddetta tecnica dello scalatore  che consiste in sostanza nel partire dall’obiettivo finale (la cima che lo scalatore vuole raggiungere), individuare un piccolo passo (un punto di partenza nelle vicinanze della cima) da cui si può raggiungere l’obiettivo in modo “facile”. Poi si ripete il processo facendo diventare tale punto di partenza la nuova meta e cercando un punto ad esso “vicino” da cui si possa raggiungere la nuova meta in modo “facile”. E così via sino a giungere al punto di partenza.
Logicamente simile è il metodo della WBS  (Work Breakdown Structure o Scomposizione Strutturata del Lavoro), molto usato nel Project Management, che consiste nell’individuare gli obiettivi parziali necessari per raggiungere quello finale e di definire cosa è necessario per raggiungere tali obiettivi parziali, in termini di attività e risorse. Ad esempio, per organizzare una cena di paese con moltissimi invitati, bisogna scegliere la location e definire come attrezzarla, definire gli invitati e il menu in base anche ad eventuali intolleranze alimentari, dopodiché si potrà definire la lista degli ingredienti, stabilire chi fa cosa e così via.
Altri metodi ancora per raggiungere l’obiettivo sono dati dal Problem Solving Strategico,  di cui la tecnica dello scalatore è un componente.
Senza la definizione di questi passaggi il rischio di fallimento del cambiamento è altissimo.
Tornando all’obiettivo, ora formalizziamo i passaggi per la sua definizione “precisa”.

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[/sf_iconbox]L’obiettivo “chiaramente definito”: obiettivo S.M.A.R.T.

L’obiettivo S.M.A.R.T. è definito in vari ambiti del Project Management [1] e del Coaching [2]. SMART è un acronimo, in cui ciascuna lettera rappresenta una caratteristica fondamentale che l’obiettivo deve possedere:

  • S – Specific (Specifico)
  • M – Measurable (Misurabile)
  • A – Achievable (rAggiungibile)
  • R – Relevant (Rilevanti)
  • T – Time-bounded (Tempo-limitato o Tempificato)

Esaminiamo una per una tali caratteristiche.

  • Specifico: deve essere descritto chiaramente, per cui deve diventare chiaro e non ambiguo come vogliamo ottenere l’obiettivo stesso. Ad esempio, “vogliamo aumentare il fatturato” non è un obiettivo specifico, mentre “vogliamo aumentare il fatturato attraverso l’acquisizione di nuovi clienti” è specifico.
  • Misurabile: deve essere possibile, attraverso misure, esperienze sensoriali, verificare che l’obiettivo è stato raggiunto o ottenuto. Ad esempio, “vogliamo aumentare il fatturato” non è misurabile, mentre “vogliamo aumentare il fatturato del 10%” è misurabile.
  • Raggiungibile: l’obiettivo deve essere raggiungibile nel contesto, cioè deve essere ottenibile dati i vincoli esistenti. Ad esempio il vincolo potrebbe essere il budget o il numero di persone impiegate nel team che deve ottenere l’obiettivo.
  • Rilevante: il risultato dell’obiettivo deve essere significativo rispetto alla strategia ed al contesto aziendale. In questo senso quindi l’obiettivo deve essere motivante.
  • Tempo-limitato: l’obiettivo deve avere un limite temporale entro il quale deve essere raggiunto. Ad esempio “vogliamo aumentare il fatturato” non è tempo-limitato, mentre “vogliamo aumentare il fatturato (del 10%) entro 12 mesi” ha una ben definita scadenza temporale.

Mettendo insieme tutte le caratteristiche per l’obiettivo del fatturato, una espressione SMART di esso diventa: “vogliamo aumentare il fatturato globale dell’azienda del 10% entro 12 mesi attraverso l’acquisizione di nuovi clienti, investendo 1 milione di Euro, con un team di 30 persone dedicate al progetto”.
Ovviamente con il collocamento nel contesto specifico dell’azienda si può capire se questo obiettivo è effettivamente raggiungibile per l’azienda stessa. E un aumento del fatturato del 10% può essere rilevante oppure no, dipende dall’azienda.
Vediamo altri esempi di obiettivi non-SMART che possono essere resi “più SMART”, ovvero, con il termine comparativo inglese, SMARTer (che, ricordiamo, significa anche “più intelligenti”):

  • Migliorare la quantità di prodotti venduti all’estero.
  • Rafforzare le competenze di nostri rappresentanti commerciali.
  • Ridurre i tempi di produzione.

Che, resi SMARTer, diventano:

  • Aumentare il volume delle vendite del nostro prodotto di punta sui mercati esteri nella UE dell’8% in un anno.
  • Sviluppare un programma di formazione di 40 ore sulle tecniche di negoziazione internazionale entro Maggio prossimo per tutti i rappresentanti commerciali dell’area estero.
  • Ridisegnare i processi di produzione per abbattere il tempo di attraversamento della linea produttiva di 10 minuti entro la fine dell’anno.

E’ evidente la maggiore chiarezza e significatività degli obiettivi espressi nella forma SMART. In tale forma gli obiettivi sono anche più motivanti e, soprattutto, alla scadenza temporale sarà misurabile (e quindi dimostrabile) se effettivamente sono stati raggiunti oppure no, ovvero se l’azione di cambiamento avrà avuto successo (raggiungendo l’obiettivo) o no.
Un obiettivo non-SMART quindi ha, tra i vari rischi, quello di non essere dimostrabile: può non essere possibile capire se lo si è raggiunto oppure no.
In un contesto di digital transformation, ad esempio, un obiettivo SMART legato alla logistica potrebbe essere “attraverso la digitalizzazione completa dei documenti di carico e trasporto e il collegamento informatico con il magazzino, ridurre i tempi di carico di un TIR da 20 tonnellate a massimo 30 minuti entro 12 mesi”.
[bctt tweet=”Un obiettivo non-SMART ha, tra i vari rischi, quello di non essere dimostrabile: può non essere possibile capire se lo si è raggiunto oppure no.” username=”MapsGroup”]
Vediamo anche obiettivi personali non necessariamente di carattere aziendale:

  • “Voglio diminuire di peso” per essere SMART diventa “Voglio perdere 8 chili in un anno”. Ovviamente servirà poi un piano di azione adeguato per realizzarlo, previa valutazione della fattibilità rispetto a motivi medici, ambientali ecc…
  • Voglio guadagnare di più” diventa “Voglio aumentare il mio guadagno del 20% in 18 mesi”.
  • “Voglio essere più veloce nella corsa” diventa “Voglio correre i 10 km in 30 minuti entro 12 mesi”.

L’obiettivo SMART è sicuramente il primo passo per poter definire e porre in atto un cambiamento. In un contesto aziendale, applicando le metodologie di Project Management, deve essere poi impostato un progetto, corredato da un opportuno piano di azione, per raggiungerlo.
Ovviamente l’obiettivo (TO-BE) va rapportato anche alla situazione di partenza (AS-IS). Il gap risultante dal confronto ci può indicare che, nella situazione corrente, l’obiettivo non è raggiungibile entro la scadenza temporale prevista, o con il budget previsto. E questo è fondamentale: troppe volte nel passato si sono affrontati progetti senza avere chiaro l’obiettivo o tralasciando l’ampiezza del gap… con conseguenze quasi sempre disastrose, fino al fallimento del progetto stesso.
In un contesto personale, dove entrano in gioco tante dinamiche interiori e dove le tecniche di Project Management spesso non sono applicabili perché sovradimensionate e richiedenti uno sforzo eccessivo, la semplice definizione dell’obiettivo in modo SMART può non essere sufficiente.

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[/sf_iconbox]L’estensione dell’obiettivo S.M.A.R.T.: Obiettivo Ben Formato

Come dice il nome, l’Obiettivo Ben Formato (OBF) è l’obiettivo chiaramente delineato, anche nel modo per ottenerlo. Nella sua stessa definizione aggiunge quindi informazioni rispetto a quelle di un obiettivo SMART, consentendo una migliore valutazione dell’obiettivo e della sua fattibilità o raggiungibilità rispetto al contesto esistente, permettendo quindi una eventuale sua ridefinizione.
E’ nato nel contesto del Coaching [2] [3] [4], anche se si può estendere in alcuni casi anche nel Project Management. Serve a dare attuazione alla sequenza del cambiamento attraverso il Coaching, esprimibile attraverso i seguenti passaggi:

  • 1. Stabilire lo stato desiderato (TO-BE)
  • 2. Valutare lo stato attuale (AS-IS)
  • 3. Quali azioni son da fare per andare dall’AS-IS al TO-BE? In particolare, quale è la strada migliore (ad esempio, meno costosa in termini di energie interiori) per andare da AS-IS a TO-BE?
  • 4. Porre in essere la strada scelta attraverso la esecuzione della sequenza di azioni che la compone.

Un OBF, per essere tale, deve possedere le seguenti caratteristiche:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]1. Essere espresso in modo Positivo e Specifico
Bisogna esprimere l’obiettivo al positivo e in modo specifico (come la S dello SMART). Per “positivo” si intende essere espresso con una affermazione e non con una negazione. Ad esempio “voglio lavorare in un’azienda con piani di carriera ben definiti” è espresso al positivo, mentre “non voglio lavorare più in quest’azienda” è espresso in negativo e non porta alla definizione di un obiettivo vero e proprio.
Vedremo più avanti che questa espressione è anche legata alla motivazione, attraverso la leva decisionale [5] dell’andare verso. Se l’obiettivo è molto ampio e/o la sua realizzazione è molto in là nel tempo, bisogna definire una direzione macro dove andare, ma mantenersi aperti ai microcambiamenti in corso d’opera, quasi sempre imposti da cambiamenti nella situazione al contorno che avvengono per cause su cui non abbiamo controllo. Questa necessità ha condotto alle metodologie agili  di conduzione dei progetti, come ad esempio SCRUM, che sono ormai riconosciute come necessarie anche fuori dal campo IT dove sono nate, come dimostrato dall’inclusione stessa di tale metodologie nel nuovo PMBoK [1].
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]2. Essere Orientato al Risultato
Il cervello umano è attratto da immagini, suoni, sensazioni specifiche “piacevoli”. Esprimere l’obiettivo in termini positivi ci aiuta a definire in termini di risultato e di suo significato l’obiettivo stesso [6]. Questo punto è l’estensione della R (Rilevante) di SMART, che diventa in questo caso importante e motivante. Per questo è necessario descrivere l’obiettivo in termini “sensorialmente percepibili”.
Nello stesso tempo, soprattutto se l’obiettivo è la soluzione ad un problema, concentrare l’attenzione sulla soluzione (ovvero pensare in termini di soluzione) distoglie l’attenzione (spesso ossessiva) dal problema, evitando che possano intervenire meccanismi limitanti (come il sopravvalutare il gap, il dirsi “non ce la posso fare”, ecc…).
Per questo molte metodologie raccomandano di definire prima l’obiettivo e solo dopo di fare l’analisi della situazione corrente (ossia, prima di prendere in esame i dettagli del problema, avere già una ipotesi di soluzione, con conseguente sensazione di “sollievo”). Per esempio, se dobbiamo scalare una montagna e partiamo dalla base percorrendo mentalmente tutto il cammino, è probabile che proviamo una sensazione di sconforto pensando a tutta la fatica necessaria.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]3. Essere descritto con precisione in termini sensoriali
Questa caratteristica è strettamente legata alla precedente ed è l’estensione della M (Misurabile) dello SMART. Risponde alla domanda: come saprai di avere raggiunto l’obiettivo?
Un obiettivo infatti, anche personale, può essere misurabile (ad esempio, “voglio correre la maratona entro 3 ore”) oppure no, nel qual caso ci deve essere una evidenza percettiva sensoriale, che definisce i criteri di successo legati al raggiungimento dell’obiettivo.
Nel caso di obiettivi personali è molto importante che la persona abbia individuato i propri criteri di rappresentazione dell’obiettivo e quindi la propria rappresentazione mentale sensoriale dell’obiettivo stesso. Ognuno di noi ha i propri criteri, non esiste un criterio “oggettivo puro”. Nel Coaching, il coach deve evitare di proiettare sul cliente il proprio modello mentale del mondo, ma fare al cliente le domande giuste “per entrare nel profondo, aprendo una stanza dopo l’altra, come se sfogliasse una margherita” [4].
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]4. Avere un tempo finito di realizzazione
Questa caratteristica è la T di SMART. L’obiettivo deve essere raggiunto entro un tempo massimo. Quindi i passaggi dovranno essere programmati tenendo conto delle scadenze temporali e degli scenari che si verranno a creare.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]5. Essere in Armonia con i valori della persona
Questa caratteristica e la successiva sono l’estensione della A (rAggiungbile) di SMART. Un obiettivo può essere attrattivo, ma, nel contempo, non essere in sintonia con i valori della persona, che quindi non sarà “realmente motivata” ad impegnarsi per raggiungerlo.
Ad esempio, se l’obiettivo per la mia carriera è raggiungere un fatturato e fare calare i costi, ma questo significa tagliare posti di lavoro e quest’azione è contraria ai miei valori, tenderò a non farla, o a farla con un enorme stress, che potrebbe avere impatti negativi sulla mia salute.
Gli obiettivi assorbono tempo ed energie. E’ importante capire l’impatto delle azioni fatte sulla propria vita [7].
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]6. Essere ecologico
Questa caratteristica è molto strettamente legata alla precedente, di cui può essere vista come l’”estensione temporale”. Per questo motivo alcuni autori le mettono insieme in una sola.
Un obiettivo è ecologico se l’insieme delle azioni necessarie al suo raggiungimento è compatibile con le altre caratteristiche della vita della persona (se personale), come per esempio la famiglia, le relazioni di coppia o con gli amici o con le caratteristiche dell’azienda (se aziendale), come per esempio i posti di lavoro, nel presente e nel futuro.
Per capire se un obiettivo è ecologico, al suo inizio e, soprattutto, durante tutto il tempo necessario per il suo raggiungimento, è necessario portarsi al momento temporale del risultato. Vivere il risultato, se possibile “assaporarlo e gustarlo”.
[bctt tweet=”Per capire se un obiettivo è ecologico, al suo inizio e, soprattutto, durante tutto il tempo necessario per il suo raggiungimento, è necessario portarsi al momento temporale del risultato. ” username=”MapsGroup”]
Poi “girarsi indietro” lungo la linea del tempo che porta dal momento presente a quello del raggiungimento dell’obiettivo e verificare tutto il percorso. Se necessario applicando un dettaglio simile alla tecnica dello scalatore sopra descritto. E, durante il percorso, valutare l’impatto che le azioni necessarie per l’obiettivo hanno avuto sulla propria vita. E capire, a livello emotivo e con un bilancio costi-benefici, se ne è valsa la pena… prima di intraprendere il cammino per l’obiettivo stesso. Se non ne vale la pena, occorre riformulare l’obiettivo stesso in modo tale che sia ecologico [8].
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]7. Avere definite le Risorse necessarie

Questa caratteristica è l’altro aspetto della A di SMART. Quali risorse, di ogni tipo (ad esempio, denaro), servono per raggiungere l’obiettivo? Quante di queste sono già disponibili e quali invece devono essere ottenute? La pianificazione dovrà ovviamente tenere conto di queste risposte.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]8. Essere sotto controllo (almeno per le parti fondamentali)

Questa caratteristica è legata alla precedente. Risponde alla domanda: Puoi controllare l’obiettivo? Quale parte dell’obiettivo dipende da te? Quale parte è invece esterna e non sotto il tuo controllo?
Ad esempio, se l’obiettivo è “sposare una persona specifica” e questa persona non è ancora nemmeno con noi fidanzata, esiste una ampia parte dell’obiettivo che non è sotto il nostro controllo. Anche in questo caso, nel Coaching, il coach deve porre attenzione a non proiettare i propri criteri sul coachee e deve guidare il processo in modo tale da fare formulare al cliente l’obiettivo in modo che sia sotto il suo controllo.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]9. Essere scritto

L’obiettivo, ben formato ed espresso al positivo, è stato scritto? Nel corso del tempo, durante l’esecuzione del piano d’azione, serve rivedere, fare verifiche, e controllare che l’obiettivo sia ancora raggiungibile come visto già alla caratteristica 1 (positivo e specifico). Anche nel Project Management tradizionale questo viene fatto attraverso le riunioni/verifiche di Stato Avanzamento Lavori (SAL) [1].
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]10. Avere un piano di azione
Bisogna passare dalla teoria alla pratica: come si arriva all’obiettivo? E qui valgono tutte le considerazioni viste sopra nel paragrafo delle caratteristiche dell’obiettivo.
Una raccomandazione che ho sentito molto spesso è: “durante la pianificazione, bisogna prepararsi (prepar-azione, ovvero prepararsi all’azione) e NON preoccuparsi (pre-occupazione, ovvero occuparsi in anticipo delle cose, spendendo inutilmente tempo ed energie in più)”.
Le domande-guida per costruire un obiettivo ben formato sono quindi:

  • 1. E’ specifico ed espresso in positivo?
  • 2. E’ orientato al risultato (e non al problema/punto di partenza)?
  • 3. Come saprai di avere raggiunto l’obiettivo? O, in altri termini, cosa vedrai, ascolterai, ti dirai, percepirai (con i sensi) quando avrai raggiunto l’obiettivo?
  • 4. Quando? In quanto tempo?
  • 5. E’ in armonia (con i valori, con te stesso)?
  • 6. E’ ecologico?
  • 7. Quali risorse (di ogni tipo) servono? Quali sono già in tuo possesso?
  • 8. Puoi controllarlo?
  • 9. E’ scritto?
  • 10. Hai (fatto) il piano di azione?

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[/sf_iconbox]Raggiungere l’obiettivo: il tempo e la motivazione

Nel Coaching la linea del tempo  o timeline è la rappresentazione mentale che noi diamo alla successione di ricordi del passato e di pianificazioni, immaginazioni relative al futuro. Senza entrare nei dettagli, che richiederebbero almeno un articolo dedicato, nel paragrafo precedente abbiamo visto che valutare l’ecologia di un obiettivo nel corso del tempo serve per capire se, in relazione agli altri aspetti della vita personale o aziendale, questa potrà essere mantenuta ad un livello adeguato, ossia sarà sostenibile nel tempo [2] [3] [8].
Insieme a questo controllo può essere utile applicare la regola della leva decisionale sulle motivazioni per cui inizia un progetto (o comunque il cammino) per raggiungere un obiettivo.
La leva decisionale chiamata anche “via da-andare verso” [5] è un meccanismo mentale inconscio (metaprogramma) sulla base del cui agire prendiamo la maggioranza delle nostre decisioni.
La decisione si basa sull’andare verso quando siamo attratti da qualcosa. Ad esempio, accettiamo una nuova posizione di lavoro, anche se eravamo contenti della precedente, in base alle maggiori opportunità (economiche, di carriera, ecc…) che essa ci offre. Siamo quindi attirati direttamente dalla meta, dall’obiettivo. Ma magari ci preoccupa il periodo di transizione che vediamo prima dell’obiettivo, rallentando l’inizio del cambiamento.
[bctt tweet=”La leva decisionale è un meccanismo mentale inconscio (metaprogramma) sulla base del cui agire prendiamo la maggioranza delle nostre decisioni.” username=”MapsGroup”]
In particolare la decisione si basa sul via da quando noi vogliamo evitare qualcosa nel futuro (per esempio giudicandolo simile ad esperienze passate spiacevoli) o andare via da qualcosa nel presente [6]. Per esempio, possiamo decidere l’acquisto di una particolare auto perché “solida” e richiedente poca manutenzione, sulla base del nostro desiderio di evitare la manutenzione. In un altro caso, vogliamo cambiare posto di lavoro, magari anche senza avere chiaro ancora dove andare, perché il posto di lavoro attuale non ci piace per nulla. Spesso la motivazione basata sul via da è molto forte all’inizio, poi potrebbe decrescere perché ne vengono meno le cause.
La motivazione migliore è quella che presenta entrambi insieme, chiamata anche propulsion system [6][9] in analogia con l’effetto fionda usato nelle missioni spaziali interplanetarie.
Prima viene innescata “insoddisfazione” verso la situazione corrente (via da) in modo tale da innescare il cambiamento (l’inizio della fase di trasformazione) e poi l’interesse verso l’obiettivo (andare verso), per mantenere la motivazione durante la trasformazione. Ovviamente considerando che l’obiettivo sia anche ecologico ed il suo impatto sulla vita personale o aziendale sia sostenibile, come visto nel paragrafo precedente.

***

Si chiude qui la mia serie di articoli per 6MEMES di quest’anno. L’appuntamento è dunque ai primi mesi del 2020.
Alla prossima! Giulio.


[highlight]Approfondimenti[/highlight]
[0] S. Berti – Business analysis ed analisi per i sistemi informativi – Ed. Ferentino
[1] Project Management Institute – Project Management Body of Knowledge (PMBoK) version 6
[2] J. Whitmore – Coaching – Ed. UniComunicazione
[3] R. Dilts – Il Manuale del Coach – Ed. UniComunicazione
[4] G. Destri e M. De Padova – Guida all’essenza del Coaching – Ed. Amazon
[5] S.R. Charvet – Le parole della mente – Ed. FrancoAngeli
[6] G. Destri – Manuale di PNL per la pratica nella vita professionale – Ed. Amazon
[7] A. Mora e R. Liguori – Pensieri Straordinari – Ed. EKIS
[8] A. Roberti e A. Rizzuto – Il meglio di te con il Coaching – Ed. UniComunicazione
[9] P. Borzacchiello – PNL per la vendita – Ed. UniComunicazione


CREDITS IMMAGINI
Immagine di copertina (rielaborata)

ID Immagine: 20203953. Diritto d'autore: vska
ID Immagine: 45215254. Diritto d'autore: Dejan Bozic
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Come approntare il miglior sistema di supporto alle attività di gestione delle emergenze. Di Paola Chiesa.

[dropcap3]P[/dropcap3]er declinare a livello comunale il più ampio processo di governance territoriale, lo strumento principe, sia programmatico che operativo, per costruire un sistema di supporto alle diverse azioni di gestione delle emergenze, è rappresentato dal Piano Comunale di Protezione Civile. Si tratta dell’insieme delle procedure operative di intervento per fronteggiare una qualsiasi calamità attesa in un determinato territorio.
Il piano si articola concettualmente in tre parti fondamentali:

  • la prima, di carattere informativo, contiene tutte le indicazioni sulle caratteristiche e sulla struttura del territorio;
  • la seconda, di carattere pianificatorio, stabilisce quali sono gli obiettivi da raggiungere per garantire la protezione civile ad una data situazione d’emergenza, definendo nel contempo le competenze dei diversi soggetti coinvolti;
  • la terza, di carattere esecutivo, descrive il modello d’intervento da adottare. Definisce le responsabilità decisionali, dispone le modalità di utilizzo delle risorse, indica quali caratteristiche deve avere il sistema di comunicazione affinché sia garantito uno scambio costante di informazioni tra tutti i soggetti coinvolti.

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[/sf_iconbox]Come si costruisce un Piano di Protezione Civile?

Il primo passo per la costruzione del Piano di Protezione Civile è costituito dall’acquisizione di tutte le informazioni utili per la caratterizzazione e l’analisi del territorio in esame, dal punto di vista fisico- geografico, amministrativo e demografico, idrografico, geologico, sismico, atmosferico.
Analogamente vengono identificati in questa fase gli elementi antropici del territorio esaminato, in particolare gli agglomerati urbani, le infrastrutture viarie, gli impianti tecnologici, le strutture ricettive e ricreative, le aree naturalistiche.
[bctt tweet=”Per declinare a livello comunale il più ampio processo di governance territoriale, lo strumento principe è rappresentato dal Piano Comunale di Protezione Civile.” username=”MapsGroup”]
Si procede con la definizione dell’organizzazione del sistema di comando e controllo, che prevede al vertice la figura del Sindaco quale massima autorità comunale di protezione civile e si articola via via in una struttura tecnica che ha lo scopo di gestire l’emergenza entro un quadro di controllo organico e attraverso un’organizzazione flessibile che consenta, in emergenza, un’attivazione agile e un apporto diretto alle operazioni di protezione civile.
Lo scenario atteso rappresenta l’oggetto sul quale dover pianificare la capacità di risposta dell’ente locale. Semplificando, potremmo distinguere le seguenti attività di soccorso da dover porre in essere:

  • soccorso tecnico urgente
  • messa in sicurezza;
  • pronto soccorso sanitario;
  • prima assistenza alle popolazioni
  • mantenimento dell’ordine pubblico
  • ripristino della funzionalità dei servizi essenziali;
  • attività di supporto logistico;
  • prima ricostruzione.

Nella redazione della parte operativa del Piano Comunale di Protezione Civile vengono dettagliati, per ogni tipologia di evento (frana, alluvione, incidente stradale, sisma ecc.) gli scenari di rischio che possono verificarsi e le procedure di emergenza da attivare.
In particolare, gli scenari di rischio vengono specificati definendone:

  • la pericolosità territoriale e la descrizione del tipo di dissesto;
  • la vulnerabilità antropica e la descrizione degli impatti sulla popolazione e sulle infrastrutture;
  • la prevenzione realizzata o da realizzare;
  • la gestione dettagliata dell’emergenza (monitoraggio, chiusura strade, allertamento della popolazione, evacuazione).

Le procedure di emergenza si distinguono in procedure di allertamento e di intervento, e identificano le strutture dell’Ente che devono essere attivate, nonché quali interventi devono essere effettuati in caso di calamità.
[bctt tweet=”Le procedure di emergenza si distinguono in procedure di allertamento e di intervento, e identificano le strutture dell’Ente che devono essere attivate, nonché gli interventi da effettuare in caso di calamità.” username=”MapsGroup”]
Nella redazione del Piano Comunale di Protezione Civile, è fondamentale integrare le informazioni raccolte a livello locale, con i dati provenienti dalle banche dati regionali e provinciali e con gli strumenti di pianificazione sovraordinata, quali ad esempio il PAI (piano territoriale per l’assetto idrogeologico), strumento conoscitivo, normativo e tecnico operativo per la difesa da frane e alluvioni, che punta a ridurre il rischio idrogeologico entro valori compatibili con gli usi del suolo in atto, per salvaguardare l’incolumità delle persone e ridurre al minimo i danni ai beni esposti.
Ulteriori riferimenti sono il piano regionale di previsione, prevenzione e lotta attiva contro gli incendi boschivi, il piano di emergenza provinciale e il piano territoriale di coordinamento.

[sf_iconbox image=”ss-usergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Struttura organizzativa e risorse attivabili

L’autorità comunale di protezione civile è rappresentata dal Sindaco, il quale, al verificarsi dell’emergenza, assume la direzione unitaria e il coordinamento dei servizi di soccorso e di assistenza alla popolazione colpita. Provvede ai primi interventi necessari e dà attuazione a quanto previsto dalla pianificazione di protezione civile, assicurando il costante aggiornamento del flusso di informazioni con il Prefetto e il Presidente della Giunta Regionale. Il Sindaco cura altresì l’attività di informazione alla popolazione.
La struttura organizzativa di protezione civile prevede per le diverse funzioni di supporto, specifici incarichi e mansioni per la gestione dell’emergenza. Il Piano Comunale di Protezione Civile contiene indicazioni circa le attività elementari di ogni funzione a seconda delle diverse fasi di allertamento, prevede il censimento e l’organizzazione delle risorse umane e strumentali a disposizione dell’amministrazione comunale per far fronte alle attività di protezione civile, e stabilisce il sistema di comunicazione con le strutture operative incaricate dei soccorsi (Comandi di Polizia Municipale, Vigili del Fuoco, Forze dell’Ordine, ARPA, ASL ecc.).
In caso di emergenza, bisogna poter contare sulla disponibilità di persone (dipendenti e volontari), di luoghi (magazzini, strutture e aree destinabili ai fini di Protezione Civile), di materiali vari (tecnici, di emergenza, di conforto) e di mezzi (trasporto persone, trasporto cose, movimento terra), nonché su una disponibilità economica.
In particolare, le aree destinate alla protezione civile possono essere di diverse tipologie:

  • area di attesa (punto di raccolta della popolazione);
  • area di accoglienza (punto di ricovero della popolazione evacuata);
  • area di ammassamento (punto di raccolta delle Forze dell’Ordine e di protezione civile).

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[/sf_iconbox]Azioni da attuare in tempo di pace

Per mantenere aggiornato ed operativo un piano comunale, in tempo di pace i dati devono essere regolarmente aggiornati, così come i materiali e i mezzi devono essere sottoposti a controllo periodico. Allo stesso modo, devono essere previste azioni di sensibilizzazione, formazione e aggiornamento sia nei confronti della popolazione, sia nei confronti degli amministratori pubblici, dei funzionari, dei tecnici e dei volontari.
Merita un approfondimento l’analisi del sistema di allertamento per la segnalazione del rischio, presupposto per l’attivazione di una eventuale procedura di emergenza.
Il 1° dicembre 2018, è entrato in vigore il nuovo Disciplinare di Allertamento di Protezione civile, approvato dalla Giunta Regionale del Piemonte. Il disciplinare regolamenta l’emissione e la gestione delle allerte meteoidrologiche.
Verde, giallo, arancione e rosso sono i colori che indicano il diverso grado di allerta; le fasi operative descrivono la condizione in cui si pone la sala di protezione civile (attenzione, preallarme, allarme). Gli attuali “livelli di allerta” con codici colore, vanno a sostituire i precedenti “livelli di criticità” (ordinaria moderata elevata).
La comunicazione dell’allerta è distinta per:

  • criticità idraulica per i corsi d’acqua del reticolo maggiore;
  • criticità idrogeologica per frane e corsi d’acqua minori;
  • criticità idrogeologica per temporali.

La correlazione tra fase operativa e allerta non è però automatica, ma deve essere dichiarata dai soggetti responsabili delle pianificazioni; parimenti deve essere formalizzato il rientro a una fase operativa inferiore e/o la cessazione dell’attivazione.
 

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[/sf_iconbox]Conclusioni

Il percorso che porta alla redazione di un Piano Comunale di Protezione Civile, si sviluppa come abbiamo visto attraverso le fasi di analisi territoriale, di definizione degli scenari di rischio, di organizzazione delle risorse, di procedure, di formazione e informazione.
In questo sistema emergono con chiarezza due concetti fondamentali, ai fini di una efficace governance del territorio: la conoscenza e l’attendibilità dei dati.
La conoscenza del territorio trae a ben vedere il suo fondamento da presupposti e analisi storiche, rilevamenti e accertamenti puntuali, dati generali e specifici che fotografino la relazione tra le caratteristiche fisiche e la struttura socioeconomica del territorio comunale.
In tutto questo assume importanza fondamentale la qualità, attendibilità e aggiornabilità del dato, poiché consente di trasformare l’informazione da dato gestionale a dato programmatorio utile per la definizione delle politiche di mitigazione e procedure di emergenza.
[bctt tweet=”La governance del territorio, anche in tema di protezione civile, richiede  una visione: si passa dal concetto di esercizio del potere a quello della qualità delle azioni di governo del territorio.” username=”MapsGroup”]
D’altro canto, la cartina di tornasole per verificare la solidità e l’efficacia di un Piano Comunale di Protezione Civile, è costituita dalle attività di formazione e informazione, rivolte non solo a all’interno dell’ente ma anche ai cittadini, poiché consentono di ridurre i danni che un evento può provocare: in particolare, l’informazione alla popolazione è necessaria per avviare sia comportamenti autoprotettivi, sia di solidarietà nelle operazioni d’emergenza conseguenti ad un evento.
In questa direzione l’ente comunale, attraverso l’attuazione del piano, deve rendersi garante della crescita della comunità locale.
Infine, pur avendo come riferimento il contesto dello specifico territorio comunale, è utile che un amministratore pubblico, nella valutazione degli scenari di rischio, nell’organizzazione delle risorse e nell’attivazione delle procedure da seguire, coltivi e persegua una politica sovracomunale, per fronteggiare le emergenze ottimizzando gli sforzi e le azioni da intraprendere, in sinergia con gli altri amministratori del territorio circostante.
La governance del territorio, anche in tema di protezione civile, richiede infatti una visione: si passa dal concetto di esercizio del potere a quello della qualità delle concrete azioni di governo del territorio, in termini di efficacia e coerenza.
 
[highlight]Approfondimenti[/highlight]



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6MEMES TRENDS Digital Healthcare Design – il valore dell'accoglienza nel percorso di cura. White Paper

White Paper "Healthcare Design: Il valore dell’accoglienza nel percorso di cura". A cura di Mauro Di Maulo.

[dropcap3]I[/dropcap3]n un periodo in cui la sanità sta facendo indubbi passi avanti, questo White Paper a cura di Mauro Di Maulo cerca di unire tra loro due differenti “sponde” concettuali e pratiche nell’ambito della cura della persona e della sua salute, quello dei dati e delle informazioni in ambito clinico e medico e quello della “cura” e accompagnamento del paziente nel suo percorso di cura. Questo, attraverso riflessioni ed esempi di “quotidianità” capaci di calare nella concretezza di tutti i giorni argomenti che, diversamente, possono sembrare lontani e astratti.
 
Di seguito l’indice dell’elaborato:

Introduzione

01 – Percorsi innovativi di accoglienza e cura in una sanità capace di andare incontro alle persone.

02 – Patient Journey e servizi sanitari: approccio data driven.

03 – Erogazione di servizi sanitari e innovazione:
dalla parte del Paziente.

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Buona lettura!


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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

La mappatura dei dati, tra informazioni, territori e inferenze (più o meno ardite)! Di Anna Pompilio.

C’è chi fa parte del problema, chi della soluzione, chi fa parte del paesaggio.
Robert De Niro, Ronin

[sf_iconbox image=”ss-view” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Di cosa parliamo?

[dropcap3]U[/dropcap3]n po’ di tempo fa leggo su Facebook questo post di Amedeo Balbi, il mio astrofisico preferito:

“Questa è una mappa di Marte realizzata nel 1894 dall’astronomo Eugène Antoniadi. All’epoca non c’erano immagini fotografiche del pianeta, e gli astronomi dovevano disegnare quello che vedevano (o credevano di vedere) nell’oculare del telescopio. La mappa di Antoniadi non è poi male, se la si confronta con un’immagine moderna (la seconda, presa dal telescopio spaziale Hubble). Ma oggi è chiaro che c’era dentro anche roba che in realtà non esiste davvero.”

 

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]La mappa

Una mappa, dunque, o una carta geografica – come spiega approfonditamente nel primo articolo di questa trilogia Giulio Destri – ci permette di realizzare un processo di costruzione di informazione e conoscenza a partire da “pochi dati”.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Il processo

Il processo (di costruzione di conoscenza) appena accennato consiste, in estrema sintesi, nell’osservare l’ambiente e nel raccogliere, elaborare e utilizzare dati eterogenei.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]L’osservazione e la raccolta

Nizza. Panoramica in avanti sul totale, sui tetti del centro e infine sulla finestra di un appartamento.
Nell’appartamento i cinque protagonisti  del film discutono il piano per impossessarsi di una valigetta. Rober De Niro accosta la porta dove è attaccata le mappa dei luoghi dove dovranno agire e inizia a enumerarli: “la villa, l’hotel, l’auto, otto/dieci uomini, … l’unica cosa è che la mappa, la mappa…, la mappa non è il territorio…”.
Le mappe sono rappresentazioni grafiche intese a facilitare la comprensione spaziale di cose, concetti, condizioni, processi o eventi nel mondo umano e lo spazio non è mai solo fisico (il luogo, il territorio) ma è anche sociale (il sistema) e mentale (il pensiero) cosicché l’incrocio delle tre dimensioni dà luogo a innumerevoli (infiniti) livelli spaziali.
[bctt tweet=”Le mappe sono rappresentazioni grafiche che  facilitano la comprensione spaziale di cose, concetti, processi o eventi nel mondo umano e lo spazio non è mai solo fisico,  ma è anche sociale e mentale” username=”MapsGroup”]
Osservare l’ambiente, lo spazio, induce dunque da sempre l’analisi del rapporto tra mente e mondo; tra linguaggio, mappa e territorio e tra percezione e assegnazione ad una classe (classificazione) così che dare un nome è sempre un classificare e tracciare una mappa è assimilabile a dare un nome (Alfred Korzybski).
Al tempo di Eugène Michel Antoniadi gli astronomi rappresentavano quello che vedevano nell’oculare del telescopio, con tutte le incertezze che questo tipo di osservazione implicava, oggi il problema non è tanto la raccolta e la disponibilità di dati ma, ancora una volta, l’elaborazione e l’uso che si fa degli stessi nel disegnare lo spazio in cui ognuno di noi può trovare il proprio.
Ma anche a voler fermare il nostro sguardo all’indietro a (solo) qualche decennio fa – ne è passata di acqua sotto i ponti da quando nel 1977 la sonda è stata lanciata nello spazio – nel 2012 la Voyager 1 è stata la prima sonda spaziale a superare l’eliopausa, la regione che rappresenta, convenzionalmente, il confine del nostro sistema solare. Insomma, racconta Balbi, la Voyager 1 è il primo oggetto costruito dall’uomo a essere entrato nello spazio interstellare.
E sta ancora inviando dati a terra.
E tuttavia la disponibilità pressoché illimitata di dati e informazioni possibile oggi grazie all’innovazione tecnologica rende, paradossalmente, ancora più complessa la loro rappresentazione.
C’è un capitolo de Il nome della Rosa  – Terzo giorno, Vespri – in cui frate Guglielmo di Baskerville e Adso da Melk cercano di decifrare l’enigma del labirinto.

“Certo si potrebbe…”.
“Cosa?” chiesi.
“Pensavo a un modo di orientarci nel labirinto. Non è semplice da realizzare ma sarebbe efficace… In fondo, l’uscita è nel torrione orientale, e questo lo sappiamo. Ora supponi che noi avessimo una macchina che ci dice dove sta settentrione. Cosa accadrebbe?”

Frate Guglielmo descrive ad un incredulo Adso la bussola, tuttavia quello che infine permetterà ai due di risolvere l’enigma non sarà la tecnologia ma osservare la biblioteca dall’esterno e comprenderne le regole e le conoscenze matematiche utilizzate dal costruttore per tracciarne una mappa: “Prova infatti a tracciare un disegno di come possa apparire la biblioteca vista dall’alto. Vedi che in corrispondenza a ogni torre devono esserci due stanze che confinano con la stanza eptagonale e danno su due stanze che confinano con il pozzo ottagonale interno.”

[sf_iconbox image=”ss-globe” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]L’elaborazione e l’uso

Paolo Benanti, altro frate e studioso di etica, bioetica ed etica delle tecnologie ci racconta qui di come Facebook abbia messo a disposizione mappe ad alta risoluzione che stimano non solo il numero di persone che vivono all’interno di tessere della griglia di 30 metri, ma forniscono anche approfondimenti sui dati demografici.
Queste mappe non sono costruite usando solo i dati di Facebook e si basano invece su una combinazione di strumenti di AI – mediante strumenti di computer vision – con immagini satellitari e informazioni di censimento. Combinando questi set di dati pubblicamente e commercialmente disponibili con le funzionalità di intelligenza artificiale di Facebook, sono state create mappe di popolazione che sono 3 volte più dettagliate di qualsiasi altra fonte.
Eppure… lo ricordiamo: “la mappa non è il territorio”.
Nel film, De Niro risolve il problema con un sopralluogo dal vivo prima di decidere come procedere poiché ha bisogno dell’osservazione reale dei luoghi per agire consapevolmente; frate Guglielmo attiva invece un processo di conoscenza osservando la biblioteca dal di fuori, dall’esterno.
Ma nel caso di un’organizzazione sanitaria che deve prendere una decisione con conseguenze che potrebbero ripercuotersi su intere popolazioni non si corre il rischio di confondere la bussola con la mappa?
[bctt tweet=”Nel caso di un’organizzazione sanitaria che deve prendere una decisione con conseguenze che potrebbero ripercuotersi su intere popolazioni non si corre il rischio di confondere la bussola con la mappa?” username=”MapsGroup”]
Il dilemma etico calato nel contesto tecnologico resta attuale e aperto: salute o libertà? Efficienza o libertà? Convenienza economica o libertà? Sicurezza o libertà? “Chi baratta la libertà con la sicurezza non merita né libertà né sicurezza” diceva Benjamin Franklin. Senza voler troppo semplificare la questione, tenderei a dargli credito…
A voler restare in tema sanitario, peculiare oggi è il modello tedesco basato sulle nuove tecnologie, sulla robotizzazione, sull’informatizzazione e sul concetto di “cura ottimale” che prevede l’incrocio tra profilazione algoritmica attraverso smartphone, costo della polizza assicurativa “su misura” e governo dello stile di vita.
Ma restringendo il campo di osservazione c’è da dire che non si tratta di faccende legate ai singoli Stati o di modelli, di dicotomie o tecnofobie, della contrapposizione tra ricchi e poveri; non si tratta di immaginare macchine dotate di autocoscienza o di essere fautori di una tecnologia della sorveglianza o il ritorno nostalgico a un tempo in cui qui era tutta campagna.
Si tratta (forse) di trascinare l’omino di street view sulla mappa e veder scorrere nei frame dei nostri schermi luoghi sconosciuti e decidere di comprenderne il significato guardandoli dall’alto o al contrario immergendosi nel territorio muniti delle nostre moderne bussole parlanti sapendo che la scelta di eseguire il comando di svoltare a destra o a sinistra dipende da un algoritmo che in quel momento assume il percorso sulla mappa come quello più veloce o più razionale, rivendicando tuttavia, ancora una volta e sempre, la libertà di tirare dritto o di perdersi in luoghi sconosciuti guidati dal caso, dall’errore, dal libero arbitrio o seguendo le nostre mappe in cui abbiamo messo anche roba che in realtà non esiste davvero.

Gli edifici che abbiamo edificato, i quadri che abbiamo dipinto, la musica e i versi che abbiamo composto, le vite stesse che abbiamo vissuto: niente di tutto ciò avrebbe potuto essere predetto, perché niente di tutto ciò era inevitabile.
Ted Chiang


[highlight]Approfondimenti[/highlight]


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Foto di Melk (Austria): Alessandro Borgogno
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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie

Conoscere, ridefinire e infine abitare l'iper-complessità: questione complessa o complicata? Ne parliamo col professor Piero Dominici.

[dropcap3]D[/dropcap3]opo aver dedicato il piano editoriale di quest’anno al topic della complessità, siamo felici e onorati di poter ospitare una preziosa intervista di Natalia Robusti al professor Piero Dominici, che ha studiato il tema in tutte le sue declinazione durante il suo lungo e intenso percorso di ricerca.

Questo, già a partire dai primi anni Novanta, intuendo così con largo anticipo molti dei risvolti che sarebbero via via emersi, come si dice, all’orizzonte degli eventi, prima cioè che le attuali problematiche emergessero come contingenti.

Ci riferiamo, ad esempio, alla questione della trasformazione antropologica, alla tesi, sviluppata nei suoi studi e ricerche, che la cosiddetta rivoluzione digitale ci avrebbe condotto verso la complessità (accresciuta) e non – come sostenevano un po’ tutti – verso la semplificazione; più in generale, alla definizione del quadro teorico di riferimento ed alla messa a punto di un approccio realmente sistemico, relativo a tali questioni; senza mai dimenticare le implicazioni epistemologiche ed etiche delle tecnologie emergenti e dei social media, la relazione, tutt’altro che dicotomica, tra specializzazione e interdisciplinarità/transdisciplinarità delle conoscenze; la rilevanza strategica, anche nel riattivare i meccanismi economici, dell’educazione e della formazione e così via…

Temi e questioni, profonde e complesse, che ha sempre ricondotto, in ultima istanza, a quelle che ha definito “false dicotomie e, più in generale, all’ “architettura complessiva dei saperi” che caratterizza da sempre le nostre istituzioni educative e formative.

L’intervista – densa di informazioni e ricca di spunti e suggestioni – , ricostruendo percorsi di ricerca iniziati oltre vent’anni, parte da una serie di premesse e affronta diverse questioni, cercando di evidenziarne la stretta correlazione e i livelli di interconnessione tra le parti coinvolte.
Per tutti questi motivi è divisa in due parti (pubblicate l’una in successione all’altra), così da accompagnare i nostri lettori in un percorso articolato di riflessioni che, ne siamo certi, saranno di ispirazione sia ai nostri lettori che ai nostri (altri) autori.

Ma andiamo per gradi e chiediamo al nostro ospite, innanzitutto, di guidarci all’interno del tema della complessità – o, come sostiene da diversi anni, dell’iper-complessità – facendo chiarezza sui termini e i diversi contesti di riferimento in questo ambito così strategico.

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Innanzitutto grazie, Professore, per avere accettato la nostra intervista. Noi di 6MEMES siamo suoi fans da tempo e siamo onorati di poterla ospitare nel nostro blog. Vorremmo iniziare la nostra chiacchierata mettendo a fuoco il tema (anzi, i temi) a partire dalle varie definizioni possibili.

Dai vari punti di vista da cui lei, con il suo percorso di ricerca e studio, ci ha abituati a osservare la complessità in questi anni di lavoro e pubblicazioni, cosa ci può dire al riguardo?

Intanto, vi ringrazio per l’attenzione che avete dedicato alle mie ricerche ed al mio lavoro. Quella della complessità è davvero una questione complessa – iniziamo con un gioco di parole 🙂 – sotto ogni aspetto: siamo infatti ancora poco consapevoli della natura articolata, ambivalente, instabile e mutevole, di quella che chiamiamo complessità.

La complessità è caratteristica essenziale degli aggregati organici, in altre parole dei sistemi biologici, sociali, relazionali, umani: ben strutturati e costituiti da parti che, nelle loro molteplici e (appunto) sistemiche interazioni, condizionano il comportamento e l’evoluzione (non lineare) dei sistemi stessi. Una (iper)complessità che – come amo ripetere da molti anni – non è un’opzione, è un “dato di fatto”: il vero problema è che non siamo educati e formati a riconoscerla.

Abitiamo un immenso ecosistema di ecosistemi, ricco di feedback, connessioni e flussi di ogni genere, segnato da una ipercomplessità non soltanto cognitiva, soggettiva, sociale ed etica, ma anche linguistica e comunicativa. In questo senso, i modelli e le rappresentazioni della complessità introducono ulteriori elementi che non possiamo sottovalutare…

Due le considerazioni preliminari, al fine di non ingenerare equivoci, non soltanto di tipo terminologico: la prima, il passaggio, l’evoluzione tutt’altro che lineare, dal semplice al complesso, all’ipercomplesso, si sostanzia in un aumento quantitativo e qualitativo di variabili, concause e parametri da considerare, tenute insieme da relazioni sistemiche; la seconda, altrettanto importante, concerne la relazione tra complessità e semplificazione, spesso viste e raccontate come se fossero una dicotomia insanabile: in realtà, l’opposto della complessità non è la semplificazione, bensì il riduzionismo.

Ma cosa intendiamo per semplice, complicato, complesso, lineare?

In linea con quanto appena affermato, è necessario formulare alcune premesse. Prima di tutto: il solo adottare parole e concetti come “sistema”, “complessità”, “non linearità”, implica, richiede, uno sguardo e una prospettiva radicalmente differenti da quelle consuete e tradizionali. A ciò si aggiunga che, come ho avuto modo di affermare più e più volte in passato (nell’ambito di contributi scientifici e divulgativi), le scienze e i numerosi settori disciplinari hanno fornito definizioni, spesso, alternative e complementari. Al di là dei paradigmi di riferimento, diversi i fattori da tenersi in considerazione: si potrebbe (dovrebbe) dire/scrivere molto sull’importanza del “principio di causalità” (debole e forte), su determinismo e predittività, sul concetto e la teoria del caos deterministico, sulle questioni inerenti la probabilità etc.

Esistono formule, equazioni, funzioni, leggi, in grado di descrivere e, perfino, prevedere come si comportino certi oggetti/sistemi (complicati). Anche se, proprio con riferimento ai fenomeni “naturali”, la teoria del “caos deterministico” ha evidenziato come esistano fenomeni deterministici e (relativamente) prevedibili per i quali, pur essendo stata definita la legge che ne descrive l’evoluzione temporale, i modelli e le spiegazioni “lineari” non funzionano e non sono adeguate. Gli stessi modelli fisici e matematici non sono sufficienti a descrivere e spiegare la meraviglia e l’estrema mutabilità e instabilità della vita, in questo caso intesa in senso biologico.

In altre parole, gli stessi modelli esplicativi biologici non sono riducibili ai modelli delle scienze fisiche. Si tratta di sistemi i cui comportamenti si rivelano estremamente irregolari e imprevedibili.

Si pensi, ad esempio, a fenomeni come il meteo e alle difficoltà, nonostante strumenti estremamente sofisticati, di fare previsioni metereologiche con esattezza e precisione assolute; si pensi a fenomeni come i terremoti, gli uragani e/o la caduta di un meteorite: allo stato attuale delle cose, possono essere osservati, descritti, previsti nei loro comportamenti soltanto in termini probabilistici, pur essendo riconducibili a leggi scientifiche e formule matematiche note. In questi casi, ci troviamo in condizioni di predittività e di un orizzonte di prevedibilità limitati.

In tal senso, non soltanto nel campo della fisica, “determinismo” e “predittività” sono stati separati da una vera e propria frattura epistemologica: la teoria del caos. È probabile che, in futuro, l’enorme disponibilità di dati e informazioni, insieme a strumenti sempre più sofisticati, si rivelerà sempre più strategica e vitale proprio nel tentativo, tutt’altro che scontato, di arrivare a definire/ri-conoscere, come prevedibili e lineari, fenomeni che, pur essendo spiegabili dalle leggi della fisica, si comportano diversamente. Di fatto, teoria del caos e del “caos deterministico” hanno contribuito, in maniera determinante, a definire quel nuovo paradigma, di cui non siamo ancora in grado di valutare, fino in fondo, le implicazioni epistemologiche e gli orizzonti conoscitivi e di ricerca aperti. Sempre più difficile, almeno per ora, fare previsioni esatte sui cd. sistemi dinamici non-lineari.

E, allo stesso modo, la stessa complessità può essere definita in molteplici modi, relativamente ai diversi saperi ed agli ambiti disciplinari (non soltanto); una complessità che si presenta sotto molteplici forme e che ci costringe a ripensare tutto, anche le categorie concettuali con le relative definizioni operative, a maggior ragione nella civiltà ipertecnologica (e iperconnessa) in cui, oltre ad esser saltati i confini tra “naturale” e “artificiale” (Dominici, 1995, 1998 e sgg.), scienza e tecnologia sembrano poter essere in grado di rendere la “materia” vivente e intelligente (?).

Ci confrontiamo, pertanto, con una complessità imprevedibile – la questione della prevedibilità, non soltanto dei comportamenti umani, sociali, culturali è cruciale e strategica (i modelli culturali servono anche a questo) – e non replicabile (la replicabilità, come noto, è requisito importante per la scienza e per poter anche soltanto parlare di “scientificità”) di cui dobbiamo/dovremmo osservare e comprendere soprattutto i molteplici livelli di connessione tra i processi e tra le parti/gli oggetti stessi e, per farlo, abbiamo bisogno di una visione sistemica dei processi, dei fenomeni e delle dinamiche: visione sistemica che comporta un modo completamente differente di osservare gli “oggetti”. Non solo osservare l’insieme e il tutto, consapevoli, in ogni caso, che il tutto non è mai la somma e/o la totalità delle parti.

Ma c’è un ulteriore elemento di complessità: il fatto cioè che siamo di fronte a sistemi complessi adattivi, capaci di modificarsi per soddisfare nuove condizioni e/o requisiti. Sono sistemi le cui parti costituenti non sono “inanimate”, passive, neutrali, reagenti soltanto a certi stimoli in maniera prevedibile; sono individui, entità, relazioni che costantemente contribuiscono a cambiare e a co-creare le condizioni dell’interazione, dell’ambiente di riferimento, dell’ecosistema di cui fanno parte. Se osserviamo una organizzazione sociale, ma anche semplicemente un insieme o un gruppo di persone, non solo la totalità delle persone non costituisce il tutto, non solo non potrò capire le dinamiche di quel gruppo isolando le singole persone o circoscrivendo il campo di osservazione; ma dovrò prendere atto che quelle stesse persone/individui/entità costantemente contribuiscono a modificare – o a co-creare, co-costruire – l’ambiente sociale in cui sono immerse.

E la mia stessa presenza, la mia stessa osservazione modifica le condizioni e i livelli di interazione, scambio, condivisione. Se voglio davvero osservarne e comprenderne le relazioni e le dinamiche in continua evoluzione, devo osservare l’insieme, la globalità, le connessioni, le relazioni sistemiche. Necessario – oltre alla visione sistemica – un approccio interdisciplinare, multidisciplinare, transdisciplinare (Piaget). Temi e questioni di cui, oggi, tutti parlano e scrivono con il rischio, estremamente concreto, di far pensare che si tratti di obiettivi ormai raggiunti e condivisi, ma non è assolutamente così.

Tutti parlano e scrivono di “gestire la complessità”, ma questa complessità non può essere, evidentemente, gestita in alcun modo, possiamo provare – ripeto sempre – ad abitarla (educazione e formazione). Non si tratta soltanto di parole e/o termini diversi. Si tratta di questioni sostanziali, che chiamano in causa saperi esperti e competenze specifiche.

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]In effetti non è facile orientarsi in questo “labirinto di labirinti”… Approfittiamo quindi della sua guida e proviamo a inoltrarci oltre.

Ci parlava dell’imprevedibilità riguardo ai comportamenti sociali e culturali dell’uomo, e non solo. Qual è il filo di Arianna da seguire per tentare di non perderci tra i meandri della questione?

Viviamo un’epoca estremamente incerta e variabile, eppure da più parti, quasi paradossalmente, tutti comunicano, quasi ostentano, certezza e sicurezza nel prendere decisioni e sul “come fare le cose”.

Purtroppo o per fortuna – perché si tratta di sfide conoscitive alla/della complessità – non abbiamo, di fronte a noi, traiettorie e orizzonti ben definiti, anzi, al contrario. E, quando ci confrontiamo con i sistemi sociali, organizzativi, umani, dovremmo esserne ancor più consapevoli, non lasciandoci lusingare da quelle che ho definito le “grandi illusioni delle civiltà ipertecnologica”.

L’illusione della razionalità, quella del controllo e della prevedibilità (totale) e, infine, l’illusione più pericolosa: quella di poter eliminare/espellere l’errore e l’imprevedibilità dalle nostre vite, dalle organizzazioni, dagli ecosistemi umani e vitali. In tal senso, sia in ambito accademico che quando faccio formazione, non amo mai parlare di soluzioni (che, ammesso che ce ne siano, hanno sempre carattere temporaneo e provvisorio) e/o di uniche vie da seguire; una proposta che rinnegherebbe, non soltanto gli stessi presupposti della complessità, ma la mia vita e i valori in cui credo, non soltanto come docente, ricercatore, educatore.

In tempi non sospetti – fin dalla metà degli anni Novanta – ho parlato dell’urgenza di educare e formare all’imprevedibilità (non si tratta di slogan, si può fare!) e di costruire, fin dai primi anni di scuola, una “cultura dell’errore”. Errore e imprevedibilità – ripeto ogni volta – sono le basi della conoscenza, della conoscenza scientifica, della vita, del nostro “essere umani”, del nostro essere “esseri umani liberi”(!).

Pertanto – io credo – il tentativo di abitare la complessità, non può che essere legato all’urgenza di ripensare, in maniera radicale, educazione e formazione, mettendo mano ai processi ed alle culture che caratterizzano le istituzioni educative e formative. Lungo, lunghissimo periodo: ancora una volta, quello evocato da tutti, ma mai concretamente perseguito: troppo immersi nelle narrazioni della cd. rivoluzione digitale e della datacrazia, dei dati che parlano da soli; troppo ancorati ad una “cultura della standardizzazione” e del risultato immediato. Un’egemonia ancor più disastrosa nei mondi della ricerca, dell’educazione e, più in generale, della produzione intellettuale e culturale.

Per farlo, occorrerebbe innanzitutto sgombrare il campo da alcune questioni, fuorvianti e ingannevoli che, da sempre, segnano in profondità, strutturano, l’architettura complessiva dei saperi e delle competenze, nonché le culture educative e organizzative del mondo contemporaneo. Mi riferisco, in particolare, a quelle che ho definito false dicotomie” (Dominici,1995): natura versus cultura; naturale versus artificiale; Umano versus tecnologico, cultura versus tecnologia, teoria versus ricerca/ pratica; formazione scientifica versus formazione umanistica; pensiero e ragione versus emozioni; pensiero vs azione; ragione versus creatività e immaginazione; corpo versus mente; complessità versus specializzazione; interdisciplinarità versus specializzazione; conoscenze versus competenze; forma/e versus contenuto; hard skills versus soft skills. False dicotomie che ci spingono ad osservare, a descrivere, a riconoscere, a comprendere la complessità, l’umano, la vita, la vitalità dello spirito, quell’essenziale che è (sempre) “invisibile agli occhi”(cit.) ricorrendo sempre a divisioni, separazioni, distinzioni, fratture che spesso non portano alla conoscenza e/o al sapere, bensì ad un senso di appaesamento e rassicurazione, caratteristico di tutte le culture (di fatto, portatrici di identità), rispetto all’incertezza ed alla variabilità della vita e del reale. Isolare, separare e recludere i saperi, le conoscenze, le esperienze, i vissuti, è operazione complessa che, da sempre, segna l’evoluzione dei sistemi sociali, delle organizzazioni, dell’azione sociale. Si tratta, peraltro, di funzioni strategiche assolte proprio dai modelli culturali.

Continuiamo a vedere, ad osservare, a tentare di comprendere la realtà secondo logiche, modelli, schemi che ne riducono (apparentemente) la varietà, l’imprevedibilità, la ricchezza. Convinti di poter ingabbiare tutta la vitalità dello spirito, la complessità dell’umano, in formule matematiche e sequenze infinite di dati e numeri. Convinti di poter misurare anche la “qualità” in termini obiettivi, oggettivi, scientifici – a mio avviso, si tratta di una contraddizione in termini – ricorrendo esclusivamente a strumenti e dati quantitativi, e con riferimento a tutti gli ambiti della prassi e della produzione materiale e intellettuale, ricorrendo a semplificazioni (sempre, seducenti) presentate, ancora una volta, come “dati di fatto”. Continuiamo a cercare una conoscenza che confermi le nostre convinzioni, le nostre ipotesi di partenza, i nostri modelli culturali ed educativi, i nostri pregiudizi e i nostri stereotipi.

Per poter abitare la complessità, è di vitale importanza – prima di tutto – ripartire dalla centralità strategica dei processi educativi e formativi e dalla ricerca, agevolando concretamente il dialogo e la contaminazione tra i saperi, tra le competenze, tra i saperi e la vita; ripensando lo spazio relazionale e comunicativo dentro e fuori le organizzazioni, ricomponendo la frattura tra l’umano e il tecnologico.

A maggior ragione dentro la civiltà ipertecnologica e iperconnessa, abitare l’ipercomplessità*(Dominici, 1996) non significa soltanto saper gestire e controllare le tecnologie e gli ambienti interconnessi, sfruttandone al massimo le potenzialità; significa soprattutto “rimettere al centro la Persona” (non l’individuo) (1995) e l’Umano, proprio in una fase così delicata e incerta, di transizione e radicale mutamento, che appare volersi basare proprio sulla sua marginalizzazione.

E’ tempo di ricomporre qualcosa che, erroneamente, e per tante ragioni, è stato tenuto separato. Quelli che oggi sono considerati e vengono riconosciuti come confini e limiti invalicabili – tra i saperi, tra le conoscenze e le competenze, tra la razionalità e la creatività, tra i vissuti, tra le esperienze, tra le varietà e le diversità della vita – possono e debbono diventare varchi, aperture, percorsi, opportunità. Ma è fondamentale comprendere – anche dal punto di vista conoscitivo – il valore aggiunto di un approccio sistemico alla complessità fondato sulla possibilità di cogliere i diversi livelli di connessione e le relazioni sistemiche tra le parti e i fenomeni che li riguardano.

Una visione che – in sé – comporta anche un modo completamente differente di guardare/osservare gli “oggetti”. Come scrivevo molti anni fa, abbiamo bisogno di educare a vedere/guardare/riconoscere/descrivere/comprendere gli “oggetti come fossero sistemi”. Un pre-requisito ancor più fondamentale nella società iperconnessa, sempre più caratterizzata dall’interdipendenza e dalla interconnessione di tutti i fenomeni e le dinamiche.

Le società, i sistemi sociali e le organizzazioni, fin dalle loro origini, sono sempre state complesse, ma l’attuale processo di globalizzazione, che affonda le sue radici nel progetto della Modernità, segna il passaggio alla ipercomplessità. Un passaggio profondo, complesso, non ancora concluso, determinato da numerosi fattori, tra i quali ricordo quelli – a mio avviso – più determinanti:

[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]l’innovazione tecnologica con le sue improvvise accelerazioni causate dalla cd. rivoluzione digitale: accelerazioni che, storicamente, determinano sempre incertezza e problemi di “controllo” (modelli educativi e culturali); in tal senso, ho parlato anni fa di una “nuova velocità del digitale” che ci trova del tutto impreparati per le ragioni accennate e su cui torneremo.

[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]La centralità sempre più strategica della comunicazione che assume un ruolo sempre più di vitale importanza, non soltanto con riferimento all’educazione ed ai processi di socializzazione, ma anche nei processi di rappresentazione e percezione della realtà. Una nuova viralità della comunicazione, favorita dalle “tecnologie della connessione” e dai nuovi ambienti iperconnessi, ma che non si identifica e non va confusa con la viralità dei nuovi strumenti/ambienti/processi comunicativi e digitali. Una viralità della comunicazione che ha portato fuori dalle vecchie “torri d’avorio” e dalle altrettanto vecchie “centrali” di costruzione del consenso sociale, temi e questioni che erano sempre stati di dominio esclusivo di élites e gruppi ristretti di esperti. Tra processi (e retoriche) di disintermediazione e processi di re-intermediazione.

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Il topic della comunicazione è emergente da molti punti di vista: se ne parla sempre di più in riferimento alla persuasione (e alla propaganda) sia nel campo del marketing che della politica. Qual è il suo focus su questo tema, anche in merito alla questione della complessità?

Da parte mia, ho definito la Comunicazione, nel lontano 1996, come “processo sociale di condivisione della conoscenza (= potere)”, là dove Conoscenza è uguale a Potere.

Un processo sociale in cui interagiscono persone in carne ed ossa, con i loro profili psicologici, le loro conoscenze e le loro competenze, i loro modelli culturali, i gruppi e i contesti di riferimento, lo spazio sistemico e relazionale condiviso.

Si tratta di attori sociali che partecipano a una dinamica estremamente complessa, i cui esiti sono tutt’altro che scontati, e non soltanto per ciò che concerne la condivisione di dati, informazioni, conoscenze… Non è scontato perché i fattori e le variabili intervenienti sono numerose e le relazioni, ancora una volta, sistemiche. Per quanto ci si possa preparare e formare rigorosamente (fondamentale!), entriamo, in ogni caso, nel regno dell’imprevedibilità e dell’estrema variabilità.

Per questo ripeto sempre la mia definizione: “Comunicazione è complessità”. La comunicazione, in altre parole, è un’interazione sociale caratterizzata da un sistema di relazioni nel quale azione e retroazione (feedback) presentano un carattere probabilistico, con relativa difficoltà di individuare “regolarità” e fare “previsioni”. Pertanto, essendo un processo complesso, le cui dinamiche non seguono il principio di causalità, contrariamente ai luoghi comuni (non solo mediatici) ed a certi pregiudizi di matrice anche accademica, analizzare scientificamente – o quanto meno con rigore metodologico – la comunicazione è estremamente complicato e richiede un ventaglio notevole di conoscenze e competenze, oltre al più volte richiamato approccio sistemico (multidisciplinare e interdisciplinare) alla complessità. Spesso, al contrario, all’insegna di frasi fatte e luoghi comuni (tutto è comunicazione, la frase più inflazionata), l’”oggetto” comunicazione ci viene restituito come semplice, banale, facilmente intuibile; un oggetto di studio che non richiede neanche particolari conoscenze e/o competenze (stesso discorso potrebbe esser fatto per i pregiudizi che circondano la figura del comunicatore e il suo profilo professionale).

Il problema è che anche su questo tema, davvero cruciale, si continua a fare confusione. Tra la comunicazione e i mezzi di comunicazione, tra la comunicazione e l’informazione (sembra incredibile ma è così), tra la Comunicazione e la Connessione e, infine, con molte derive e ricadute negative, tra la Comunicazione e il Marketing. Confusione che si manifesta chiaramente anche nella cultura e nelle strategie di numerose organizzazioni complesse, sia pubbliche che private. Una confusione che si traduce in una mancanza di chiarezza sostanziale in grado di portare a definire scelte e strategie inappropriate, come mi confermano di frequente anche molti dei manager che incontro nelle mie vesti di formatore.

E, sia ben chiaro, come vado ripetendo da tempi non sospetti, proprio nell’era della disintermediazione le figure e i processi di mediazione sono/tornano ad essere ancor più strategici.

Aggiungo: a livello di discorso pubblico, poi, c’è ancora molta retorica sui cosiddetti “grandi comunicatori”. Ciò che si evince chiaramente è che, nella maggior parte dei casi, queste figure siano coloro che meglio riescono a convincere, persuadere, perfino a manipolare i destinatari dei loro messaggi, modificandone atteggiamenti e comportamenti.

Esiste infatti una visione della comunicazione molto schiacciata sulla dimensione dell’efficacia, del convincimento ad ogni costo, nel quadro di una visione, assolutamente strumentale e utilitaristica, dell’Altro e del confronto con l’Altro. Si tratta di educare alla comunicazione, ancor prima che formare: questione educativa e culturale!

Spesso – lo dico con rammarico e assumendomene, ogni volta, la responsabilità – ho la netta impressione che stiamo preparando gli attuali e i futuri comunicatori ad essere soprattutto dei “tecnici della comunicazione” e/o degli ottimi venditori (con tutto il rispetto per la figura del “venditore”), non solo rispetto alle merci e ai servizi, ma anche in riferimento alle idee e ai valori. E questa visione – al di là delle profonde implicazioni etiche – conduce a un appiattimento della comunicazione, di più, ad uno svuotamento del suo significato più profondo. Stiamo andando nella direzione opposta a ciò di cui avremmo bisogno per tentare di abitare, o quanto meno “governare”, la complessità.

Come abbiamo anticipato, infatti, i sistemi complessi non sono soltanto imprevedibili, ma anche e sorprendentemente adattivi, capaci di modificarsi per soddisfare nuove condizioni e/o requisiti. Il ritardo nella cultura della comunicazione ci rende ancor più vulnerabili nella gestione dei cd. “sistemi complessi adattivi”. Come noto, sono sistemi costituiti non da parti “inanimate”, passive, neutrali, reagenti soltanto a certi stimoli in maniera prevedibile; al contrario, si tratto di individui/persone, entità, relazioni che costantemente contribuiscono a cambiare e a co-creare le condizioni dell’interazione, dell’ambiente di riferimento e dell’ecosistema di cui fanno parte.

Proseguendo lungo questa linea di discorso: come già accennato, siamo di fronte a relazioni sistemiche il cui campo di osservazione non può essere facilmente individuato e circoscritto e i cui protagonisti contribuiscono, costantemente, a modificare – a co-creare e co-costruire – l’ambiente sociale in cui sono immersi.

E’ tempo di pensare, immaginare, studiare, (provare a) governare le organizzazioni complesse come se fossero “sistemi viventi” e non semplici macchine/ingranaggi, senza continuare a ricadere nell’atavico errore di provare a gestire i sistemi complessi (aperti, dinamici, imprevedibili, instabili, non-lineari etc. -> saperi tecnici e competenze tecniche non bastano – integrazione approcci differenti) come fossero “sistemi complicati” (chiusi, prevedibili, lineari -> bastano saperi tecnici e competenze tecniche – approcci riduzionistici e deterministici). L’ho definito, diversi anni fa, l’errore degli errori”. Un errore che, tra le tante conseguenze, ha quella di promuovere “soluzioni semplici a problemi complessi”, anche a livello della Politica (nazionale e transnazionale), con implicazioni profonde in termini di cittadinanza e inclusione.

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]È molto interessante questo suo filo conduttore, e anche estremamente attuale. I temi dell’inclusione e della cittadinanza li ritroviamo del resto in molti dei suoi contributi. Ci può dire qualcosa di più?

Volentieri. Le questioni affrontate nella nostra conversazione – è evidente – fanno parte di un orizzonte più vasto e riguardano da vicino le tematiche fondamentali relative alla partecipazione e alla cittadinanza. La società interconnessa/iperconnessa, quasi paradossalmente, si sta sempre più rivelando una società asimmetrica (così l’ho definita), segnata da nuove disuguaglianze e asimmetrie; una società che riconosce la cittadinanza soltanto sul piano giuridico e non è in grado di renderla effettiva e darle una traduzione concreta. Si pone, non da oggi, l’urgenza di ripensare il contratto sociale(Dominici, 2003) dal momento che, nella cd. società della conoscenza, sono cambiate le regole di ingaggio della cittadinanza (1998).

Su questo terreno, non possiamo non prendere atto di un ritardo culturale importante, ribadendo con forza una nostra vecchia formula: non bastano “cittadini connessi”, ma servono cittadini criticamente formati e informati, educati al pensiero critico ed alla complessità, educati alla cittadinanza e non alla sudditanza, educati alla libertà e alla responsabilità.

Educati, in altre parole, a una cittadinanza che – è bene esser chiari – è fatta sì di diritti che devono essere riconosciuti, ma anche di doveri. E lo stesso discorso vale per la costruzione sociale di una nuova cultura della legalità e/o di una cultura della prevenzione, tutti valori che vanno costruiti e “vissuti”, non soltanto a livello personale, fin dai primi anni di Scuola.
Occorrerebbe dunque agire e intervenire là dove si definiscono le condizioni strutturali della “società asimmetrica”, ovvero là dove si producono, elaborano e distribuiscono le informazioni e la conoscenza, che poi sono le vere risorse strategiche del mutamento in corso.
Occorre investire concretamente su educazione, formazione e ricerca, creando le condizioni, sociali e culturali, per quello che ho definito un “sapere condiviso” (Dominici, 2000); d’altra parte, la società della conoscenza richiede elevati livelli di istruzione e formazione, oltre ad un aggiornamento continuo in ambito lavorativo e professionale.

La cosa che più mi preoccupa, sinceramente, è che ne parlassi oltre vent’anni fa, ed è incredibile come ancora oggi non ci sia consapevolezza e unità d’intenti nel correggere traiettorie e discontinuità della società asimmetrica: si vedano, in tal senso, gli studi, i dati e le ricerche, anche recenti, relativi all’analfabetismo funzionale e alla povertà educativa. Evidenze empiriche che restituiscono un quadro d’insieme tutt’altro che rassicurante, a tutti i livelli. Abbiamo un disperato bisogno di politiche di lungo periodo che, oltre ad essere immaginate in un’ottica globale, vengano progettate e realizzate con una prospettiva sistemica, per poi essere costantemente valutate e monitorate nei loro effetti.

Con questo ultimo passaggio del Professor Dominici – dedicato alla centralità, ancora una volta, del capitale umano e dei processi educativi e formativi – si chiude la prima parte della nostra intervista.

Vi rimandiamo alla seconda puntata della nostra intervista, la prossima settimana, in cui pubblicheremo l’ultima parte della nostra “chiacchierata”, che verterà su questioni altrettanto cruciali.

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PROFESSOR PIERO DOMINICI
BREVE PROFILO BIOGRAFICO
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Fellow della World Academy of Art & Science, è Scientific Director del Complexity Education Project e Director (Scientific Listening) presso il Global Listening Centre. Insegna Comunicazione pubblica, Attività di Intelligence e Sociologia dei Fenomeni Politici presso l’Università degli Studi di Perugia. Visiting Professor presso l’Universidad Complutense di Madrid, ha partecipato, e tuttora partecipa, a progetti di rilevanza nazionale e internazionale, con funzioni di coordinamento; inoltre, ha tenuto lezioni e conferenze in numerosi atenei nazionali e internazionali.

È Membro dell’Albo dei Revisori MIUR e del WCSA (World Complexity Science Academy), fa parte di Comitati scientifici nazionali e internazionali. Si occupa da oltre vent’anni (didattica, ricerca, formazione) di complessità e di teoria dei sistemi con particolare riferimento alle organizzazioni complesse ed alle tematiche riguardanti l’educazione, la comunicazione, l’innovazione, la cittadinanza, la democrazia, l’etica pubblica. Da molti anni, collabora con riviste scientifiche e di cultura, oltre che con diverse testate. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche, tra le quali:

Pubblicazioni scientifiche (una selezione):

Per un’etica dei new-media (1996-98); La comunicazione nella società ipercomplessa. Istanze per l’agire comunicativo (2005); La società dell’irresponsabilità (2010); La comunicazione nella società ipercomplessa. Condividere la conoscenza per governare il mutamento (2011); Dentro la Società interconnessa. Prospettive etiche per un nuovo ecosistema della comunicazione (2014); Communication and Social Production of Knowledge. A new contract for the Society of Individuals, in «Comunicazioni Sociali», n°1/2015, Vita & Pensiero, Milano 2015; La filosofia come “dispositivo” di risposta alla società asimmetrica e ipercomplessa in AA.VV., Il diritto alla filosofia. Quale filosofia nel terzo millennio?, Bologna 2016; Post-Humanist Utopia and the Search for a New Humanism in the Hypercomplex Society in «Comunicazioni Sociali», n°3/2016, Vita & Pensiero, Milano 2016; Dominici P., Oltre la libertà …di “essere sudditi”, Casa della Cultura, Milano 2017; Sicurezza è Complessità sociale in AA.VV. (a cura di), Sociologia della sicurezza. Teorie e problemi, Mondadori, Milano 2017; The Hypercomplex Society and the Development of a New Global Public Sphere: Elements for a Critical Analysis, in, RAZÓN Y PALABRA, Vol. 21, No.2_97, Abril-junio 2017; (2017), Of Security and Liberty, of Control and Cooperation. Terrorism and the New Ecosystem communication. Italian Sociological Review, 7 (2); Fake News and Post-Truths? The “real” issue is how democracy is faring lately”, in «Sicurezza e scienze sociali», V, 3/2017, FrancoAngeli, 2018; Objects as systems. The educational and communicative challenges of the hypertechnological civilization, 2018; Oltre la linearità. Esplorare le connessioni…tra ordine e caos, in Programmare il mondo. Sfida e opportunità, OTM, Media Duemila, 2018; For an Inclusive Innovation. Healing the fracture between the human and the technological, in, European Journal of Future Research, Springer, 2017;The hypertechnological civilization and the urgency of a systemic approach to complexity. A New Humanism for the Hypercomplex Society” in, AA.VV., Governing Turbolence, Risk and Opportunities in the Complexity Age, Cambridge 2017; Controversies on hypercomplexity and on education in the hypertechnological era, in, A.Fabris & G.Scarafile, Controversies in the Contemporary World, © John Benjamins Publishing Company, 2019.

Tra le pubblicazioni scientifiche:
For an Inclusive Innovation. Healing the fracture between the human and the technological in EJFR

[English]
Prof. Piero Dominici (PhD), Fellow of the World Academy of Art & Science (WAAS), is Director (Scientific Listening) at the Global Listening Center and Scientific Director of the Complexity Education Project; he teaches Public Communication, Sociology and Intelligence Activities at the University of Perugia. As scientific researcher, educator, author and international speaker, his main areas of expertise and interest encompass (hyper)complexity, interdisciplinarity and knowledge sharing in the fields of education, systems theory, technology, innovation, intelligence, security, citizenship and communication. Member of the MIUR Register of Revisers, (Italian Ministry of Higher Education and Research), and of the WCSA (World Complexity Science Academy), he is also standing member of several of the most prestigious national and international scientific committees. Author of numerous essays, scientific articles and books, his published works include (a selection): Per un’etica dei new-media [Ethics for the new media] (1996-1998); La comunicazione nella società ipercomplessa. Istanze per l’agire comunicativo [Communication in the Hypercomplex Society. Solicitations for Communicative Action (2005); La società dell’irresponsabilità [The Society of Irresponsibility] (2010); La comunicazione nella società ipercomplessa. Condividere la conoscenza per governare il mutamento [Communication in the Hypercomplex Society. Sharing Knowledge to Cope with Change] (2011); Dentro la Società interconnessa. Prospettive etiche per un nuovo ecosistema della comunicazione [Inside the interconnected society. Ethical Prospect for a New Ecosystem of Communication] (2014); Communication and Social Production of Knowledge. A new contract for the Society of Individuals, in «Comunicazioni Sociali», n°1/2015, Vita & Pensiero, Milano 2015; La filosofia come “dispositivo” di risposta alla società asimmetrica e ipercomplessa [Philosophy as a “Device” for Reacting to the Asymmetrical and Hypercomplex Society] in AA.VV., Il diritto alla filosofia. Quale filosofia nel terzo millennio?, Diogene Multimedia, Bologna 2016; [Post-Humanist Utopia and the Search for a New Humanism in the Hypercomplex Society] in «Comunicazioni Sociali», n°3/2016, Vita & Pensiero, Milano 2016; Dominici P., Oltre la libertà …di “essere sudditi”, in F.Varanini (a cura di), Corpi, menti, macchine per pensare, Casa della Cultura, Anno 2, numero 4, Milano 2017; Sicurezza è Complessità sociale in M.C.Federici, A. Romeo (a cura di), Sociologia della sicurezza. Teorie e problemi, Mondadori, Milano 2017, pp.49-65; The Hypercomplex Society and the Development of a New Global Public Sphere: Elements for a Critical Analysis, in, RAZÓN Y PALABRA, Vol. 21, No.2_97, Abril-junio 2017; (2017), Of Security and Liberty, of Control and Cooperation. Terrorism and the New Ecosystem communication. [Italian Sociological Review, 7 (2) [DOI: 10.13136/isr.v7i2.XX]; “Fake News and Post-Truths? The “real” issue is how democracy is faring lately”, in «Sicurezza e scienze sociali», V, 3/2017, FrancoAngeli, Milano 2018, pp.175-188; “Objects as systems. The educational and communicative challenges of the hypertechnological civilization”, in P.L.Capucci, G.Cipolletta (eds), The New and History. Art*Science, Noema, Ravenna 2018 – pp.121-133; “Oltre la linearità. Esplorare le connessioni…tra ordine e caos”, in Programmare il mondo. Sfida e opportunità, OTM, Media Duemila, n. 1 – anno 2018; “For an Inclusive Innovation. Healing the fracture between the human and the technological”, in, European Journal of Future Research, Springer, 2017; “The hypertechnological civilization and the urgency of a systemic approach to complexity. A New Humanism for the Hypercomplex Society” in, AA.VV., Governing Turbolence, Risk and Opportunities in the Complexity Age, Cambridge Scholars Publishing, Cambridge 2017; Controversies on hypercomplexity and on education in the hypertechnological era, in, A.Fabris & G.Scarafile, Controversies in the Contemporary World, © John Benjamins Publishing Company, 2019.


CONTATTI


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CREDITS IMMAGINI
Ritratto Note biografiche

Immagine di copertina (rielaborata)
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Fiore frattale
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