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Interoperabilità Uomo-Macchina: dalla coerenza alla sincronia attraverso 6MEMES e oltre…

[dropcap3]S[/dropcap3]iamo arrivati all’ultimo meme di Calvino in questo nostro viaggio all’incrocio tra i tag del blog 6MEMES e il concetto di Interoperabilità.
La sesta lezione di Italo Calvino – incompiuta a causa della sua prematura scomparsa – sarebbe stata infatti dedicata a un tema di cui purtroppo non sapremo mai il titolo definitivo, anche se restano a nostra disposizione i suoi appunti, dai quali scopriamo in primo luogo le ragioni del titolo che Calvino avrebbe voluto dare alla lezione:

“in origine, il titolo della sesta lezione doveva essere Openness, «da intendersi non come ‘franchezza’, bensì nel senso di apertura, proporzione spaziale tra uomo e mondo». In seguito il titolo fu mutato in Consistency, da tradursi con coerenza.”

Da parte mia, sulle orme di quanto indicato, chiuderò la mia serie di riflessioni scegliendo la strada della Coerenza, anche perché mi sembra quella più interessante e appropriata rispetto al nostro contesto.
Mi spiego meglio, o almeno cerco di farlo.
È chiaro che all’interno del nostro inedito rapporto Uomo-Macchina le variabili in gioco (come abbiamo visto negli articoli precedenti) sono innumerevoli, alcune visibili e altre no, ma tutte sicuramente tutte in rapida evoluzione.
E se la pandemia in corso ha accellerato da un lato il nostro ricorso alla “Macchina” attraverso quel mezzo di traduzione universale che è il linguaggio digitale, dall’altro ha aperto scenari interi di complessità, spesso aggovigliati tra punti critici e incapacità ad inter-operare (appunto).
Proprio in un orizzonte così incerto e frammentato, dunque, la Coerenza  può essere il necessario punto di convergenza tra noi e la Macchina, se vogliamo che questa “storia” vada a finire bene…
[bctt tweet=”All’interno del nostro inedito rapporto Uomo-Macchina le variabili in gioco sono innumerevoli, alcune visibili e altre no, ma tutte in rapida evoluzione…” username=”MapsGroup”]
Mi voglio quindi riallacciare a un articolo illuminante di Marinella De Simone,  che ho scoperto in rete e che prende il via con una citazione sulla “sincronia”, come vedremo insieme nel prossimo paragrafo.

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[/sf_iconbox]Andante, leggero e sincronico…

 

“Da molto tempo l’esistenza di un ordine spontaneo nell’universo sconcerta gli scienziati.
Le leggi della termodinamica sembrano infatti prescrivere il contrario, cioè che la natura sia inesorabilmente destinata a degenerare verso uno stato di maggior disordine, di maggiore entropia.
Eppure, tutto intorno a noi vediamo strutture magnifiche – galassie, cellule, ecosistemi, esseri umani – che in qualche modo sono riuscite ad assemblarsi.”

Sincronia. I ritmi della natura, i nostri ritmi – Steven Strogatz

Questa capacità di visione ricordata nell’articolo di Marinella De Simone mi ha fatto subito venire in mente un “meme” molto comune ai giorni nostri: l’inquadratura della terra vista da lontano (o meglio da uno dei vari satelliti in orbita) che mano mano si stringe su particolari anche minimi del nostro pianeta e viceversa.
Il fatto che noi – finalmente – oltre che immaginare l’Universo grazie alle parole visionarie di poeti e scrittori, possiamo in qualche modo vedere tutto ciò dal vero, lo dobbiamo, in pratica, alla “Macchina”, che ci consente di uscire dal nostro naturale contesto percettivo per avventurarci in luoghi (anche del pensiero) un tempo inimmaginabili.
Vorrei allora proseguire il mio ragionamento proprio con le parole  dell’autrice. Cosa ci racconta, infatti, nel proseguire la sua riflessioni a proposito della seconda legge della termodinamica?
Innanzitutto che essa

“stabilisce un criterio di tempo – peculiare al nostro essere uomini – come un criterio di ordine.
È un confine di probabilità tra passato e presente, presente e futuro.
Il passato è ordinato: poche forme possibili, che hanno una bassa probabilità di manifestarsi (…) mentre il futuro è disordinato: tante forme possibili – tutto può accadere – su cui riteniamo di poter influire con le nostre decisioni, con le nostre scelte, con i nostri comportamenti.”

Dopo aver sottolineato come questa differenza tra un prima e un dopo dipende dalla “sfocatura” con cui osserviamo la nostra realtà, l’autrice ci illustra infine che, tuttavia,

“c’è una forza che si manifesta in senso opposto all’entropia, ed è la sincronia.
La sincronia è forse la spinta più pervasiva dell’universo: riguarda qualunque elemento, dal più piccolo al più grande, dall’animato all’inanimato.
È una tendenza profonda che porta all’ordine spontaneo in natura e che contrasta l’entropia.”

Trovo questo testo memorabile e particolarmente significativo alla luce delle nostre riflessioni.
E mi viene in mente, ad esempio, il lavoro incessante di ogni scrittore – ma anche musicista, pittore, o inventore – in cui, come scrive Calvino:

“Fino al momento precedente a quello in cui cominciamo a scrivere, abbiamo a nostra disposizione il mondo – quello che per ognuno di noi costituisce il mondo, una somma di informazioni, di esperienze, di valori – il mondo dato in blocco.
E noi vogliamo estrarre da questo mondo un discorso, un racconto, un sentimento: o forse più esattamente vogliamo compiere un’operazione che ci permetta di situarci in questo mondo.”

Ecco allora che, alla fine, possiamo ricongiungerci in una sola, corale e fin struggente considerazione: cos’altro è la nostra esistenza se non un tentativo continuo, duraturo e coerente di dare un ordine al caos?
Questo, in fin dei conti, è il tentativo che ci accomuna tutti: Uomini, Animali e perfino Macchine.
[bctt tweet=”Alla fine, possiamo ricongiungerci in una sola, corale e fin struggente considerazione: cos’altro è tutta la nostra esistenza se non un tentativo continuo, duraturo e coerente di dare un ordine al caos?” username=”MapsGroup”]
Ed è in questa esatta, comune e doppia contingenza che possiamo trovare la nostra zona franca, il nostro terreno comune l’area semantica di traduzione, come direbbe la nostra Anna Pompilio, o la nostra zona di inter-mediazione e comunanza, come ha scritto Giulio Destri che ci riunisce tutti insieme in unico, coerente, cerchio: un disegno del mondo condiviso.
Un mondo condiviso, aggiungo, che lo è anche nostro malgrado, come si dice nella buona e nella cattiva sorte, nonostante le spinte davvero forti e all’apparenza inarrestabili che vediamo in ogni angolo del mondo verso l’individualismo, la brutalità e la pulsione nei fatti suicida, anche in termini ambientali, a prendere la cassa e scappare!
Ci voleva giusto una pandemia, forse, a ricordare che nessun luogo può essere davvero sicuro se è accerchiato da caos e anarchia, violenza e individualismo cieco, incapace di cercare – ancor prima che di trovare – per lo meno un senso comune  condiviso e corente, se non proprio un destino inter-dipendente.
Vorrei così chiudere questo “viaggio” nell’Interoperabilità con alcune frasi che ho scritto alcuni anni fa sempre a proposito di Coerenza e costruzione di senso comune. Parlavo di Arte, ma si può applicare pari pari alla Scienza:

“Il patto soggiacente [tra l’Uomo e la sua Arte, o la sua SCienza], è che ci sia una sorta di disegno, a condurre il gioco. Una strategia, una ragione o un fine, piuttosto che un mero – anche se a prima vista coerente – si o no.
Il che non vuol dire che tale disegno debba per forza essere palese: deve però essere in qualche modo riconoscibile, o meglio, ricostruibile.  E, a quel punto, la sua apparenza varrà di più della sua sostanza.”

In questa ricerca un tempo ad armi impari è ormai chiaro che, oggi, abbiamo una freccia/variabile in più, al nostro arco, ed è rappresentato dal linguaggio digitale e dalla sua possibilità di farci dialogare tra noi Umani con/attraverso le Macchine da noi realizzate.
Ed è esattamente da qui, che partirà il nostro tragitto 6memesiano del prossimo anno! 🙂
Alla prossima, Natalia


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ID Immagine: 45604544. Diritto d'autore: sakkmesterke
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Moltitudine e interoperabilità: è ancora possibile, negli anni '20 del nuovo millennio intra-Covid, muoversi all'unisono verso il futuro?

[dropcap3]P[/dropcap3]ossiamo affermare con una certa tranquillità che quelli che si sono aperti con il primo gennaio – e che comunemente venivano chiamati “gli anni ’20 del nuovo millennio” sarebbero stati caratterizzati da un marker in particolare tra quelli calviniani, quello della Molteplicità, capace di far convivere tra loro istanze molto diverse, afferenti a un medesimo orizzonte di senso, ma osservato da molteplici punti di vista.
E quindi, per certi versi, sarebbero stati accomunati dal meme di calvino più “interoperabile”, in riferimento al topic del nostro blog di quest’anno, dedicato appunto alle relazioni esistenti tra sistemi diversi, siano essi umani o artificiali.

Tutto lo faceva presagire a più livelli, dai massimi sistemi ai quelli minimi. Tanto per citare alcuni di questi temi che erano sulla bocca di tutti, tra gennaio e febbraio, ecco una breve lista:

  • la globalizzazione sempre più spinta che tentava, con Greta, di procedere a fatica verso una nuova idea di sostenibilità;
  • il tanto citato conflitto tra digitale-sì e digitale-no e le relative tifoserie;
  • i cantori del cibo vegano a km zero che disquisivano (spesso a male parole) con i cultori della carne da divorare a bocca piena (possibilmente alla griglia) praticamente su ogni piattaforma social…
  • le nuove “monete” emergenti, per lo più virtuali, che nascevano come funghi ai piedi di una Brexit più volte annunciata e chissà quando realizzata…

Questa sterminata abbondanza di punti di vista contemporanei – ricca al suo interno di oggetti sia concreti che simbolici, figlia non a caso della “complessità” e genitrice della “numerosità” – sembrava destinata, in se stessa, al tentativo di generare una serie di cambiamenti a cascata all’interno di ogni contesto culturale e sociale in cui si stava palesando.
[bctt tweet=”La possibilità di abbondanza e moltitudine (sia di oggetti concreti che simbolici), è figlia della Complessità e genitore della Numerosità.” username=”MapsGroup”]
Sarebbe stato difficile capire con quali conseguenze e verso quali direzioni, certo, ma tali tensioni erano senza dubbio in essere, nell’idea di una “molteplicità” di pensieri, stili di vita e visioni del futuro che avrebbero dovuto prima o poi trovare, come si dice, un compromesso più o meno stabile.
Poi è arrivata – col suo ruggito spaventevole – la pandemia, e il molto, per alcuni mesi, si è ridotto a poco, anzi, a pochissimo: in pratica soltanto a “come sopravvivere”. Noi e i nostri cari, certo, ma anche i nostri sistemi sociali e soprattutto economici.
Eppure, nonostante quest’impatto tremendo, la molteplicità non si è arresa, mostrandosi in forma di “reazione” che, come una dea a molte teste, ha iniziato a guardare di qua e di là, insieme…
Da un lato sembrava aprirsi al pensiero via via dominante (medico e scientifico), e dall’altro si schiudeva subito dopo in una serie di decisioni (politiche e a volte ideologiche), che hanno portato, nel mondo, ai più disparati scenari di lotta alla pandemia.
Diversa per ciascuno – per cultura e latitudine, longitudine e colore politico – la risposta alla pandemia è stata (ed è) tutto tranne che univoca.
E ci dice, anche ora: non c’è un solo modo di vivere, vedere, amare, e nemmeno di ammalarsi, di curarsi né di scappare. Ma ce ne sono molti.
Quanti? Tanti quanti sono gli esseri umani, per lo meno. Perché lei, la molteplicità, non si fa mettere all’angolo da nessuno, men che meno da una malattia. Purtroppo o per fortuna che sia.
 
 

[sf_iconbox image=”ss-erase” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Uno, nessuno e centomila-mila…

 
Con questa consapevolezza, vediamo ora di conoscere un po’ meglio questo tag calviniano, tra i suoi più memorabili.
Facciamoci aiutare dalla Treccani e cerchiamo di mettere a fuoco il contesto semantico in cui stiamo operando, evidentemente molto potente, se nemmeno una emergenza planetaria vi si è fatta strada a sufficienza con una linea di indirizzo comune…
Da non confondersi con

la numerosità [dal lat. tardo numerosĭtas -atis, der. di numerosus: v. numeroso] che implica più che altro “Il fatto d’essere numeroso, cioè costituito di molti elementi”
la molteplicità [dal lat. tardo multiplicĭtas -atis] presuppone invece “il fatto di essere molteplice o, più spesso, di essere molteplici (cioè più d’uno e di vario genere o aspetto)”.

Il che ci riporta a una considerazione senza la quale non possiamo procedere: l’unicità di ciascuno di noi.
Molteplicità, infatti, ha in sé un nucleo di senso che – a proposito del topic portante del nostro blog di quest’anno – possiamo definire “interoperabile” per eccellenza.
Presuppone anzi a priori, proprio a partire da una diversità anche numerosa dei suoi componenti, una casa comune, un sistema più ampio, capace cioè di contenerne molti altri, eguali o diseguali tra loro che siano.
Detta così sembra una cosa bella.
La molteplicità ha un qualcosa di grande, rispettoso, democratico. Mette insieme gli opposti, consente a ciascuno un suo luogo, una sua risposta unica, originale, in una parola sola: umana.
[bctt tweet=”Quando un orizzonte è troppo ampio, troppo vasto, non è facile scegliere non solo quale meta raggiungere, ma anche attraverso quale rotta.” username=”MapsGroup”]
Eppure questo sterminato orizzonte di scelta – che si apre in lungo e in largo, ma spesso gira a vuoto – non sembra aver aumentato, in questi ultimi decenni, né la nostra capacità di essere felici né la nostra capacità di provvedere ai nostri bisogni, nemmeno a quelli difensivi, come ad esempio lottare tutti uniti contro una pandemia.
E mi sto domandando perché.
Questo articolo – in parte – mette in campo alcune opzioni, grazie al libro, La società della performance, in cui, gli autori Maura Gancitano e Andrea Colamedici scrivono che

“Capire quali sono i propri desideri, però – ancora prima di scegliere – non è semplice come sembra.

Questo perché i nostri desideri non sono mai veramente nostri. Sono un prodotto culturale, influenzato da quello che la nostra società ci propone come appetibile o auspicabile.”

E qui torniamo alla moltitudine: quando un orizzonte è troppo ampio, troppo vasto, non è facile scegliere non solo quale meta inseguire, ma anche quale rotta intraprendere per raggiungerla. E la promessa di libertà (o di salvezza) che la vastità ci ha illuso di poter afferrare così facilmente, scompare in un soffio.

[sf_iconbox image=”ss-star” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Chi vuol esser lieto sia: distrazioni in serie.

A proposito di scelte…
Qualche settimana fa – aprendo il mio dispositivo attraverso cui la televisione accede a una serie di piattaforme di distribuzione di video, film, serie etc. con cui pensavo di distrarmi dalla contingenza dell’immobilità del mondo circostante in attesa di liberarsi dalla pandemia – mi sono letteralmente incantata nel vedere la molteplicità di titoli tra cui scegliere…
Ora: prendiamo questa dashboard come una metafora che ci rende disponibile oggi una produzione culturale che spazia in un battibaleno (a seconda della velocità della connessione) dal romanzo in costume alla fantascienza, dall’indagine giornalistica ai talk show…
E proiettiamola pure nei giorni del look-down, in cui – ne sono certa (ma lo dicono anche i dati) – molte altre persone hanno fatto lo stesso connettendosi più o meno ovunque e da dovunque.
È noto ormai a tutti che, dopo un po’ che selezioniamo i contenuti che ci corrispondono maggiormente, ecco che ciascuna di queste piattaforme inizia a suggerici un titolo piuttosto che un altro, e mano a mano ci prende gusto decidendo alle fine lei per noi. (Più interoperabile di così direi che non ce ne è!)
[bctt tweet=”La molteplicità – di vista e azione, ascolto e reazione – appartiene alle profondità dell’essere umano sempre, ovunque e comunque, anche nel cuore di una pandemia.” username=”MapsGroup”]
Ora devo confessare che, se all’inizio questa cosa personalmente mi dava un po’ fastidio, ultimamente l’ho trovava molto utile, quasi confortante: finalmente qualcuno decideva qualcosa – e con una certa competenza – al posto mio!
Non solo: nell’esplorare il cruscotto di selezione, ho intravisto la piattaforma dei videogiochi – un universo ancora inesplorato – e mi si è accesa la lampadina dell’interesse.
Mi sono così ripromessa che, questa estate, farò un’escursione anche lì. Come dire: liberatami da una porzione di Molteplicità, la piattaforma sta provvedendo a procurarmene un’ altra.
Così, in pochissimo tempo, il tag di calviniana memoria che si era si andato a nascondere sotto al tappeto dei miei desiderata, è riemerso di nuovo come un fiume carsico, sotto mentite spoglie.
Irriducibile a tutto: a me, alle “macchine” e perfino alle pandemie.
Perché alla fine c’è poco da fare: figlia (forse) del libero arbitrio, la molteplicità – di vista e azione, ascolto e reazione – appartiene alle profondità all’essere umano sempre, ovunque e comunque, anche nel cuore di una pandemia.
E probabilmente è proprio grazie a questa capacità tutta umana che qualcuno, da qualche parte, troverà una soluzione. O forse  molteplici soluzioni. E magari con l’aiuto di qualche “macchina” dall’intelligenza eccezionale, ancorché artificiale.

Questo, io credo, è quello che ciascuno di noi spera per il proprio futuro (e di tutti).
A presto, Natalia
 


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Esattezza: trasparenza, veridicità e interoperabilità del sapere dall'Uomo alla Macchina. Partendo da Calvino.

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[/sf_iconbox]La misura del vero

[dropcap3]C[/dropcap3]alvino inizia la sua terza lezione, quella dedicata all’Esattezza, con una definizione del suo campo di analisi letteraria espressa in tre punti numerati (come vedremo tra breve), mentre l’incipit al capitolo ci concede una breve divagazione sul concetto più generale di unità di misura:

“La precisione per gli antichi Egizi era simboleggiata da una piuma che serviva da peso sul piatto della bilancia dove si pesano le anime. Quella piuma leggera aveva nome Maat, dea della bilancia. Il geroglifico di Maat indicava anche l’unità di lunghezza, i 33 centimetri del mattone unitario, e anche il tono fondamentale del flauto.”

Calvino prosegue il discorso citando la fonte:

“Queste notizie provengono da una conferenza di Giorgio de Santillana sulla precisione degli antichi nell’osservare i fenomeni celesti. (…) In memoria della sua amicizia, apro questa conferenza sull’esattezza in letteratura col nome di Maat, dea della bilancia.”

E, dopo questo breve inciso – che circoscrive a mo’ di geroglifico l’area semantica dei discorsi che l’autore affronterà – Calvino definisce ancor meglio il concetto di Esattezza che, per lui, vuol dire soprattutto tre cose:

1) un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato;
2) l’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili; in italiano abbiamo un aggettivo che non esiste in inglese, “icastico”, dal greco εικαστικός;
3) un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione.

La mia prima riflessione rispetto ai temi che trattiamo in questa serie di articoli è che l’opera calviniana – nel suo insieme – è densa di nuclei di senso che possiamo definire preveggenti, e uno di questo è proprio quello riferito all’Immaginazione collegata  a filo doppio con i concetti di Misura e di Calcolo.
Quasi come se ogni porzione di testo narrato dovesse – per sua vocazione – tendere a contenere e condividere un insieme di significati in grado di rappresentare qualcosa di esatto, preciso, o meglio ancora: VERO.
E se questo legame tra “immaginazione” e “misura” sembra a un primo sguardo contro-intuitivo – parlando qui di Esattezza – allora il mio consiglio è quello di leggere l’articolo di Anna Pompilio in cui introduce la differenza tra interoperabilità sintattica e interoperabilità semantica proprio a proposito della condivisione di informazioni e saperi:

“la definizione di interoperabilità, per la precisione di interoperabilità sintattica, ha un che di limpido e leggero: è la capacità dei sistemi (ognuno dei quali utilizza per funzionare differenti linguaggi, tecnologie, interfacce, …) di comunicare e scambiare tra loro dati e servizi.
Il modo con cui sistemi diversi cooperano, e quindi si scambiano informazioni, è attraverso l’utilizzo di standard e protocolli. (…) Esiste tuttavia un’altra definizione di interoperabilità, che porta forse con sé maggiori suggestioni: l’interoperabilità semantica che si ha quando i dati scambiati sono comprensibili dai differenti sistemi coinvolti.”

Il destino di ogni forma “esatta” di comunicazione, dunque – secondo questo specifico focus – sembra essere correlata non tanto (o non solo) a trasmettere e veicolare informazioni fine a se stesse, ma piuttosto di valore, contenente cioè qualcosa non solo di misurabile, ma anche capace di essere “comprensibile”.
Questo, sia che si tratti di una comunicazione tra Umani, tra Macchine e perfino di tipo “ibrida”, ovvero tra l’Uomo e la Macchina.
[bctt tweet=”Il destino di ogni forma esatta di comunicazione, sembra essere correlata non solo a trasmettere e veicolare informazioni fine a se stesse, ma piuttosto di valore, contenente cioè qualcosa di misurabile.” username=”MapsGroup”]
Quando questo non accade, allora si assiste a un vuoto cicaleccio, piuttosto che a un reale scambio, i cui esiti – per il contesto generale – non sono certo favorevoli. D’altra parte è lo stesso Calvino che si sofferma sul tema:

“(…) mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile. (…) La letteratura – dico la letteratura che risponde a queste esigenze – è la Terra Promessa in cui il linguaggio diventa quello che veramente dovrebbe essere.”

L’autore non è più clemente nemmeno con l’uso delle immagini, che già intravede come inflazionate rispetto al loro significato più profondo (e oggi non possiamo che dargli ancora una volta ragione):
“Viviamo sotto una pioggia ininterrotta d’immagini (…) che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza d’imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili. Gran parte di questa nuvola d’immagini si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria (…).”

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[/sf_iconbox]Quando e se la misura è “vuota”…

Se ora queste riflessioni le lasciamo rilegate nell’ambito letterario, allora possiamo anche dire che la questione non è poi così grave (non è vero, ma facciamo finta di sì!).
Ma se invece accostiamo queste tematiche alla relazione ormai strutturale tra l’Uomo e la Macchina, allora sì, la faccenda si complica, e di parecchio.
Se infatti la traduzione delle istruzioni che (per semplificare molto) l’Uomo impartisce alla Macchina (sia nella fase della sua progettazione che durante le attività di addestramento e perfino nelle fasi di ri-elaborazione dei dati e delle informazioni) è imprecisa o imperfetta, anche di poco, ecco che invece le conseguenze possono essere assai più impattanti nel loro risultato ed esponenziali nel loro riverbero.
Non a caso, quello della veridicità dei dati è uno dei fattori più importanti, quando si parla di Big Data, ad esempio, come abbiamo ricordato in uno degli articoli fondanti il nostro blog:

“Il tema dell’esattezza e della veridicità – a proposito di dati – è cruciale, tanto che è uno dei quattro parametri principali con cui si individuano i big data (assieme al volume, la velocità e la varietà).”

Il termine, infatti,

“si riferisce alla connotazione qualitativa del dato raccolto e analizzato (in termini di interoperabilità e affidabilità)” ed è un fattore determinante “essendo questi dati alla base di una serie di attività inferenziali il cui esito dipende appunto dalla qualità della materia prima da cui si parte.”

E qui si apre una questione cruciale, in termini di Esattezza:

“Essere Esatti, in sintesi, non necessita solo l’essere precisi, ma anche in qualche modo obiettivi (veritieri) nell’individuare l’oggetto di analisi. 
Tale doppio binario, infatti – quello dell’esattezza dell’individuazione dell’oggetto e quello l’esattezza della sua rappresentazione – è fortemente dipendente dagli strumenti di cui dispone colui che osserva, che possono essere non solo tecnici e tecnologici, ma anche intellettivi e culturali.”

E se non bastano le misure, in questo senso, allora è chiaro che occorre uno strumento ulteriore, per garantire sia Esattezza che Veridicità nella relazione assai complessa tra il linguaggio dell’Uomo e quello della Macchina.
[bctt tweet=”Se le istruzioni che – per semplificare molto – l’Uomo impartisce alla Macchina sono imperfette, anche di poco, le conseguenze possono essere importanti ed esponenziali nel loro impatto.” username=”MapsGroup”]
Questo strumento – io – vorrei chiamarlo Metodo di nome ed Etico di cognome, e vorrei farlo riportando le parole del professor Paolo Benanti:

“Per guidare l’innovazione verso un autentico sviluppo umano che non danneggi le persone e non crei forti disequilibri globali, è importante affiancare l’etica alla tecnologia.
Rendere questo valore morale qualcosa di comprensibile da una macchina, comporta la creazione di un linguaggio universale che ponga al centro l’uomo: un algor-etica che ricordi costantemente che la macchina è al servizio dell’uomo e non viceversa.”

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Dati e veridicità pre e post Covid

Se tutto questo discorso poteva apparire soltanto qualche mese fa molto difficile da capire, e soprattutto astratto e lontano dalla nostra vita di tutti i giorni, basta ora soffermarci sugli eventi che stiamo nostro malgrado attraversando in termini pandemici per capire che non è affatto così, e forse non lo è mai stato.
Era ad esempio l’esimio professor Roberto Burioni, già in febbraio, a interrogarsi sull’esattezza dei dati riportati dalle statistice cinesi:

“Tutto il mondo s’interroga sulla veridicità dei dati statistici disponibili in Cina. In ogni caso, con tutte le limitazioni di sorta, sono quelli che abbiamo e su cui tutti dobbiamo riflettere.
Oggi vi proponiamo una nostra possibile interpretazione, anche alla luce dell’ultimo report degli epidemiologi dell’Imperial College of London.”

Noi stessi in prima persona, in questi mesi, abbiamo potuto registrare direttamente come  – tra report della Protezione Civile e schermaglie varie a suon di numeri, grafici e modelli esponenzial – la questione sia dunque sostanziale, soprattutto se applicata ai modelli matematici, e a maggior ragione a quelli esponenziali: basta sbagliare un PICCOLO numero all’inizio della serie di calcoli che il risultato sarà un GROSSO errore.
Tant’è che sono purtroppo tantissimi gli articoli che mettono sul chi va là, a partire da dati scientifici di cui dubitare:

“Il calcolo dell’infection fatality rate si sta rivelando uno degli aspetti più controversi di questa pandemia. Tra risse scientifiche, modelli, analisi sierologiche, le cifre proposte sono ancora molto distanti, e in attesa di dati certi non resta che decidere di chi fidarsi.”

Per non citare il problema della sicurezza dei dati ripetto a possibili attacchi informatici riguardanti informazioni che sono per noi letteralmente VITALI:

“L’Fbi e e l’Homeland Security denunciano una serie di attacchi informatici il cui mandante sarebbe Pechino. Nel mirino degli hacker dati su vaccini, trattamenti e test di aziende e organizzazioni americane…”

Ed è qui, che il tema dell’interoperabilità – e non solo tra uomo e macchina, ma tra enti, stati e perfino tra continenti diversi – si mostra nella sua vitale, anzi, virale, congiunzione.
[bctt tweet=”Oggi, il tema dell’interoperabilità – non solo tra uomo e macchina,  ma tra enti, stati e perfino continenti diversi – si mostra nella sua vitale, anzi, virale, congiunzione.” username=”MapsGroup”]
In un’epoca iperglobalizzata, in cui un virus fa il giro del mondo in poche ore (senza sbagliare, purtroppo per noi, il suo bersaglio) è sempre più importante la nostra capacità di essere all’altezza della sfida anche e soprattutto in termini di esattezza e veridicità.
Perché, parafrasando Calvino, l’innovazione tecnologica è la Terra Promessa in cui il linguaggio diventa quello che noi abbiamo immaginato dovrebbe essere.
Al prossimo appuntamento: parleremo di Molteplicità.

***

[dropcap3]PS:[/dropcap3] se crediamo che questa “faccenda” dei numeri e delle misure sia una questione per solo Uomini (e Macchine), allora dobbiamo ricrederci:

“Le ultime ricerche dimostrano che non solo gli animali sono intelligenti, ma che nella loro mente siano presenti i precursori per ogni caratteristica dell’intelligenza umana (…) a cominciare dall’intelligenza matematica: gli animali sanno contare!” Per saperne di più, leggete l’articolo di Focus.


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Rapidità e digitale: la spinta indispensabile all'innovazione passa per un nuovo concetto di tempo. Di Natalia Robusti.

 

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[/sf_iconbox]Il tempo, un marker di produttività?

[dropcap3]C[/dropcap3]alvino definisce la rapidità in base a molte possibilità e varianti, soprattutto in termini di narrazione. Ma esordisce la sua lezione con il racconto di una “vecchia leggenda”.

“Tra le molte virtù di Chuang-Tzu c’era l’abilità nel disegno. Il re gli chiese il disegno d’un granchio. Chuang-Tzu disse che aveva bisogno di cinque anni di tempo e d’una villa con dodici servitori.
Dopo cinque anni il disegno non era ancora cominciato. ‘Ho bisogno di altri cinque anni’ disse Chuang-Tzu.
Il re glieli accordò. Allo scadere dei dieci anni, Chuang-Tzu prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto.”

La domanda che viene spontanea, alla fine della lettura della leggenda (e nel pieno della nostra “fase due”, che deve giocoforza modularsi su una serie di stop and go) è questa: il pittore, per fare quel magnifico granchio, ci ha messo un istante o dieci anni?
E cosa è stata più importante: la sua crescita spirituale, personale e perfino edonistica realizzata in quel lungo periodo di attesa (in una sorta di processo di deep learning del tutto umano) o piuttosto l’abilità d’esecuzione acquisita in quell’ultimo, fatidico gesto?
Ecco che il tempo – come sempre – si dispone ai nostri occhi come una relazione, o meglio, una proporzione. La Rapidità (così come la velocità) sono del resto termini relativi e confrontano tra loro metriche diverse per attribuirvi un valore univoco.
E proprio in questo senso – oggi più che mai – la rapidità sembra essere un marker essenziale e assoluto, invocato e celebrato dai nostri tempi, spesso associato a un altro termine: reattività (e dunque produttività che aumenta) possibilmente in real time. E questo vale sempre, prima, durante e forse anche dopo la pandemia.
[bctt tweet=”Il tempo si dispone ai nostri occhi come una relazione, o meglio, una proporzione. La Rapidità (così come la velocità) sono del resto termini relativi, e dunque confrontano metriche tra loro per attribuirvi un valore.” username=”MapsGroup”]
Ne abbiamo due esempi concreti quasi tutti i giorni, anche oggi, in termini di “consegne”: i “rider”, che consegnano il cibo a casa nostra destreggiandosi spesso pericolosamente tra cattive abitudini dei datori di lavoro e dei consumatori  e Amazon con il suo sistema a volte anche troppo “intensivo” di reperimento e consegna delle merci.
D’altra parte, come ci ricorda Calvino:

“Il secolo della motorizzazione ha imposto la velocità come un valore misurabile, i cui records segnano la storia del progresso delle macchine e degli uomini.”

Ma se, nella leggenda del granchio, il “tempo” dell’artista – che fosse veloce o lento – era tutto concentrato nell’attesa feconda di quell’unico, meraviglioso, perfetto granchio, oggi a noi – artisti, tecnici o uomini e donne comuni che siamo – quello che invece viene spesso chiesto, per essere “rapidi” nella performance , è di disperdere il nostro tempo in mille rivoli, azioni, impegni e consegne…
Il che non necessariamente deve essere considerato positivo, come illustra questo articolo sul cosiddetto multitasking:

“In qualunque ambito oggi, sia professionale che privato, la sola idea di non essere multitasking fa sentire esclusi e mancanti di una qualità considerata praticamente indispensabile.
Elasticità mentale, capacità di gestire più attività contemporaneamente, abitudine alle distrazioni generate dall’arrivo di email, messaggi, chat e telefonate ci sembrano tutte abilità essenziali per potere lavorare nel Terzo Millennio.
Eppure, recenti studi dimostrano come questa caratteristica sia altamente sopravvalutata e possa anzi rivelarsi dannosa per la nostra produttività.”

Quello che infatti fa la differenza non è la quantità (e la velocità) delle azioni da percorrere nei vari step successivi con la speranza di arrivare (primi) al traguardo, quanto la qualità e la rapidità di percorrenza delle connessioni tra le stesse.
Come a dire: la qualità delle “scorciatoie” che sappiamo creare e percorrere… E credo che di scorciatoie, in questi mesi, ne abbiamo tutti percorse parecchie, sia in avanti che all’indietro.
Il che ci porta al famoso granchio: prima di essere veloci in una strada (non lineare) da percorrere, bisogna conoscerla a fondo, in lungo e in largo. E in questo senso, cosa, meglio dell’innovazione digitale, potrebbe venirci in soccorso, così da essere sì rapidi, ma non frenetici?
Così da smettere di correre e rincorrere tutto e tutti, avvantaggiandoci di ciò che la tecnologia ci consente di fare (e vivere), come si dice, da remoto?

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[/sf_iconbox]Muoversi in avanti (e indietro)…

Se moltiplichiamo il problema delle performance (che, inutile negarlo, ognuno di noi vive sulla sua pelle anche in questo periodo, in cui la posta in gioco per ciascuno è ancora più alta del solito) per il numero di ciascun cittadino di una comunità, ecco che la questione – a proposito di Interoperabilità Uomo-Uomo e Uomo-Macchina – si presenta, per dirla metaforicamente, in salita.
Ma, anche questo caso, la chiave di volta è il movimento, a dispetto di qualsivoglia lookdown. Che non vuol dire per forza “frenetico”, ma magari – perché no? – semplicemente fluido…
Allargando il campo di analisi del tema a livello più istituzionale, come rivela questo articolo, la fotografia sullo stato dell’arte della PA nel nostro paese non è proprio esemplare:

“la Relazione 2019 al Parlamento e al Governo sui livelli e la qualità dei servizi offerti dalle Pubbliche amministrazioni centrali e locali a imprese e cittadini mette in luce un gap importante tra PA centrale e Locale, rilevando per quest’ultima un livello di digitalizzazione medio-basso, il che pone l’Italia tra gli Stati ‘non-consolidated eGov’, cioè quelli che non sfruttano appieno le opportunità fornite dalle tecnologie digitali.”

E che noi, come sistema paese, non siamo proprio in prima fila, ce lo ha dimostrato anche un recente studio:

“La società digitale è ormai realtà e nei prossimi anni il processo si intensificherà, considerati i cambiamenti radicali che si stanno mettendo in moto con la diffusione dell’Intelligenza artificiale, della robotica, della realtà aumentata, dei big data.
(…) Di fronte a questi cambiamenti il nostro Paese, pur avendo eccellenze, ha un ritardo drammatico. Secondo l’indice internazionale che misura il livello di competenze digitali, nel 2018 l’Italia si piazza quartultima fra i Paesi dell’Unione Europea, seguita solo da Bulgaria, Grecia e Romania.”

Non si tratta solo di Pubblico, purtroppo, ma di qualcosa di più strutturale:

“La percentuale di Pmi che vendono online è dell’8% (dopo di noi solo la Bulgaria). Spagna e Germania arrivano rispettivamente al 20% e al 23%.
(…) Il problema non è solo la scarsa diffusione dei mezzi digitali. Ancora oggi solo un quarto dei lavoratori usa quotidianamente software da ufficio (elaborazione testi o fogli di calcolo), e, secondo la già citata indagine sulle competenze degli adulti (PIAAC), è dovuto al fatto che oltre il 40% dei lavoratori non è nelle condizioni di farne un utilizzo efficiente.”

Come metterci dunque al pari, se possibile RAPIDAMENTE?
Il report citato riconduce, come sempre, alla scuola e alla formazione, richiamando addirittura il concetto di “Scuola dell’obbligo «digitale»”.
E su questo siamo d’accordo tutti, in particolare il professor Piero Dominici, da noi intervistato qualche mese fa, che parla della scuola e degli enti di formazione come di un vero e proprio punto di svolta per il nostro futuro.
Ma se io – dall’interno (almeno in parte) di questo mondo cosiddetto “digitale” –  dovessi individuare un altro punto cruciale, soprattutto per colmare un gap culturale creatosi e di difficile soluzione (vista la rapidità di flusso evolutivo in cui tutti siamo immersi è già difficile rimanere aggiornati, figuriamoci formarsi da zero) lo individuerei nel DESIGN.
Sembra strano, ma non lo è, e qui torniamo al granchio di cui ci ha parlato Calvino, che poi è una delle più belle leggende che io abbia mai letto.

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[/sf_iconbox]Il disegno del tempo…

Si chiama – è da un po’ che se ne parla, ma secondo me bisognerebbe farlo di più – Design Thinking ed è uno snodo cruciale, a mio parere, di cui tener conto soprattutto in termini di interoperabilità in fase di progettazione dei sistemi digitali di interazione Uomo-Macchina, in quanto:

“è un processo di innovazione che prevede una forte attenzione per la dimensione umana delle persone in quanto deriva da una comprensione empatica di tutti gli insight dell’utente. In un contesto moderno, dove il digitale regna sovrano e le interazioni tra persone sono sempre più ridotte, risulta fondamentale il contributo del Design Thinking per la progettazione di esperienze digitali “umane”.

Facciamo un passo indietro, e riprendiamo il concetto di Interfaccia illustrato in questo articolo di Giulio Destri.
Se partiamo dal presupposto che ogni atto che compiamo (simbolico o concreto che sia) non è altro che un percorso che conduce da un punto/concetto A ad un altro, B, e se prendiamo come oggetto della nostra discussione il tragitto da percorrere velocemente da un punto all’altro, e se ancora vogliamo che lei, la Macchina (quella digitale, interoperativa, rapidissima e millemila cose in più) ci conduca da A a B molto più rapidamente di quanto possiamo fare noi Umani, allora beh…
Allora il tragitto che la Macchina ci propone deve essere CHIARO, FACILE DA PERCORRERE e COMPRENSIBILE nel suo intero tracciato, oltre che veloce e sicuro.
Di più: aggiungerei che deve essere pure bello e panoramico, così che noi l’attraversiamo più volentieri e anche il nostro, di tempo, ci passi più velocemente e sensatamente.
Il che – francamente – soprattutto se pensiamo a servizi digitali che avrebbero il compito di sburocratizzare le cose (tra enti, amministrazioni, sportelli online etc.), accade molto di rado.
[bctt tweet=”Ed è quindi Lei, la Creatività, che dovrebbe entrare di più nell’area di gioco dell’Innovazione, così che le soluzioni digitali possano interagire con noi con maggiore facilità.” username=”MapsGroup”]
In questo senso io credo che il DESIGN debba riprendere un posto d’onore anche nel Pubblico, visto che i Privati lo hanno invece intercettato da tempo, con le loro chat umanizzate, le interazioni gamificate e i loro carrelli d’acquisto che conducono in un battibaleno alle nostre carte di credito…
Vorrei quindi chiudere con un’ultima riflessione: questa del design, e dello stile, è una competenza tutta umana. Forse è una delle poche che ci è rimasta come unicum di specie e in cui siamo ancora imbattibili.
Gli studi sulle performance delle intelligenze artificiali nel riconoscere un’immagine da un’altra (laddove le differenze sono minime) lo dimostrano ancora oggi.
Ed è quindi Lei, la Creatività, che dovrebbe entrare di più nell’area di gioco dell’Innovazione, così che le soluzioni digitali possano

“valorizzare l’unicità delle persone, integrarsi perfettamente nella loro vita e amplificare gli aspetti positivi della natura umana.”

Perché

“Il Design Thinking affronta questa sfida creando valore attraverso la modulazione dell’esperienza digitale, che viene arricchita dalla sensibilità del “human touch”.

E qui, come per magia – mi riconnetto all’evento U-Mano. Come dire: tutto si lega!
Alla prossima: parleremo di Esattezza.


CREDITS IMMAGINE COPERTINA (rielaborata)
ID Immagine 1: 94480968. Diritto d'autore: Colindmackie
ID Immagine 2: 90029144. Diritto d'autore: Galina Peshkova
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Leggerezza e interoperabilità: tentare il "volo" della semplificazione attraverso una nuova relazione tra l'Uomo e la Macchina.

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[/sf_iconbox]Leggero, facile oppure semplice?

“Dedicherò la prima conferenza all’opposizione leggerezza-peso, e sosterrò le ragioni della leggerezza.”

Italo Calvino

[dropcap3]C[/dropcap3]on questo incipit memorabile Italo Calvino introduce la prima delle sue Lezioni americane, e dunque il secondo tag previsto da questa serie di articoli sul tema dell’Interoperabili tra l’Uomo, la Società e la cosiddetta Macchina.
Da parte mia, mi avvicino alla scrittura di questo articolo con una certa difficoltà, potrei dire con una certa gravità: le settimane che abbiamo alle spalle e quelle che abbiamo davanti non facilitano certo un approccio leggero al nostro vivere, né quotidiano né in prospettiva.
E tuttavia, confido che l’argomento portante di questa serie di articoli – ovvero la relazione inter-operativa tra noi umani e la tecnologia digitale mi verrà in aiuto, anche in virtù del fatto che, ultimamente, la nostra interazione con il cosiddetto digitale è indubbiamente aumentata, magari nostro malgrado 🙂
Partiamo, per iniziare, dai nostri – chiamiamoli così per semplificazione – valori di riferimento, tra cui quello, appunto, della leggerezza.
Per farlo, mi avvalgo della guida del nostro Virgilio-Calvino e mi affido al significato profondo che ogni parola custodisce nel suo nucleo originario: come sempre accade, ci aspetta più di una sorpresa rispetto al senso che viene comunemente attribuito a questo termine.
La leggerezza, che un altro genio letterario (Milan Kundera) ha definito non a caso “insostenibile”, si raggiunge infatti per Italo Calvino attraverso:

“la precisione e la determinazione” piuttosto che con “la vaghezza e l’abbandono al caso.”

Un altro sommo poeta, Paul Valéry, scrive del resto di preferire la leggerezza di un uccello che decide il suo volo, piuttosto che quella di una piuma, in balìa del vento:

“Il faut être léger comme l’oiseau, et non comme la plume.”

Non è certo casuale questa coincidenza di vedute tra autori così differenti tra loro, e non si tratta nemmeno di un’eccezione minoritaria: essere leggeri non vuol dire giocoforza essere approssimativi, e tanto meno superficiali.
Un’eccessiva leggerezza – ricordiamolo anzi, e a maggior ragione in questo periodo – può indurre comportamenti di una certa gravità, come ad esempio il fatto di non rispettare, per futili motivi, le attuali prescrizioni sul distanziamento sociale, tanto per fare un esempio legato all’attualità.
Ecco dunque che assistiamo a un vero e proprio paradosso: la leggerezza, intesa come vacuità e superficialità, conduce e fatti potenzialmente pesanti, addirittura gravi, persino fatali.
[bctt tweet=”La leggerezza, intesa come vacuità e superficialità, conduce e fatti potenzialmente pesanti, addirittura gravi, persino fatali.” username=”MapsGroup”]
Al contrario, un comportamento sì leggero e aggraziato, ma dotato di una sua misura (quasi di un suo rigore interno), può condurci a risultati costruttivi e pieni di senso, seppure lievi da portare con sé.
Un po’ il contrario di quanto uno si potrebbe spettare, insomma…
 

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[/sf_iconbox]Il valore (lieve) della strategia e della procedura…

Parlavamo di valori, all’inizio. Come è possibile distinguere il valore della precisione e della determinazione dalle pratiche della vaghezza e dell’abbandono al caso?
È ancora Calvino che ci insegna a distinguere queste due differenti varianti di senso. Se la leggerezza, infatti, “intesa come valore culturale”, rappresenta una sorta di “superamento del concetto di peso”, la differenza tra le due possibili traduzioni del termine va ricercato

“nella grazia con cui si riesce a gestire una faticosa incombenza, piuttosto che nel restare in una dimensione di superficie dell’essere.
La leggerezza così intesa è intrecciata all’apparente naturalezza di un risultato frutto in verità di un sapere disposto ad arte, piuttosto che nella facilità del suo raggiungimento.”

Accade quindi che la “veste” della leggerezza dà forma visibile a un soggiacente sforzo invisibile, così che, insieme, riescono a prendere il volo… E qui arriviamo alla Macchina, e all’uso che la nostra Società sta iniziando a imparare a farne.
Che una certa sensazione di leggerezza sia in qualche modo successiva a uno sforzo precedente atto a sintetizzarla, ciascuno di noi lo sta sperimentando inaspettatamente proprio nel rapporto più stretto con la Macchina e con il suo sapere disposto ad arte.
Questa inedita facilità di interazione la possiamo riscontrare ad esempio nella familiarità, così rapidamente raggiunta, con gli strumenti di e-learning che ci consentono di studiare a distanza, o nella semplicità con cui possiamo accedere a biblioteche di un sapere specializzato e altrimenti inarrivabile.
Penso ad esempio a tutte le ricerche scientifiche condivise in retea livello mondiale in tema di Covid-19,  ma anche all’usabilità di alcune applicazioni attraverso cui abbiamo fatto acquisti in piena sicurezza in giorni in cui eravamo impossibilitati a uscire…
[bctt tweet=”La veste della leggerezza dà forma visibile a un soggiacente sforzo invisibile, così che, insieme, riescono a prendere il volo…” username=”MapsGroup”]
O, ancora, alla creatività di ritorno che applicazioni free ci regalano attraverso strumenti “leggerissimi” con cui ritoccare fotografie, creare gif e meme e condividere, DA LONTANO, pratiche sociali che un tempo avremmo vissuto da vicino…
In ciascuno di questi casi si tratta di pratiche di condivisione e co-gestione di flussi – che siano comunicativi, di merci o d persone poco importa: il modello soggiacente è il medesimo – che ci consentono una leggerezza possibile, quotidiana e operativa, resa possibile anche (a volte soprattutto) attraverso l’utilizzo di una tecnologia digitale che lavora a stretto contatto con noi, nonostante i distanziamenti cosiddetti “sociali, previsti e necessari.
Il tutto grazie a una interoperabilità, in questo caso Macchina-Uomo, che in questi esempi è già a suo modo funzionante e messa a punto, capace di utilizzare la materia dell’invisibile (i dati e le informazioni) per farne programmi, funzioni e progetti facilmente accessibili.
Del resto fu già un profetico Calvino che anticipò tutto questo:

“Oggi ogni ramo della scienza sembra ci voglia dimostrare che il mondo si regge su entità sottilissime: come i messaggi del Dna, gli impulsi dei neuroni, i quarks, i neutrini vaganti nello spazio dall’inizio dei tempi…
Poi, l’informatica.
È vero che il software non potrebbe esercitare i poteri della sua leggerezza se non mediante la pesantezza del hardware; ma è il software che comanda, che agisce sul mondo esterno e sulle macchine, le quali esistono solo in funzione del software, si evolvono in modo d’elaborare programmi sempre più complessi. (…) Le macchine di ferro ci sono sempre, ma obbediscono ai bits senza peso.”

E se è vero che, da sempre, l’innovazione tecnologica è stata un volano per la storia delle nostre società – aprendo la strada a veri e propri salti evolutivi e ristrutturando ogni volta l’Uomo da un punto di vista anche percettivo e cognitivo – è altrettanto vero che sino ad oggi, probabilmente, l’uomo cosiddetto medio non aveva la necessaria e diffusa consapevolezza dell’evoluzione in atto, se non in pochissimi suoi esemplari, i cosiddetti “tecnici”.
E questo ha fatto sì che, anziché di un’auspicabile Interoperabilità tra Uomo e Macchina, spesso si parlasse più di una potenziale “frattura” tra loro. Poi è arrivata una pandemia, e l’orizzonte si è capovolto.
 

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[/sf_iconbox]Leggero o pesante, basta che sia SMART

Dovessi scegliere OGGI non un sinonimo, ma un’area semantica aderente a quella della leggerezza rispetto a quanto abbiamo visto insieme fin qui rispetto alla gestione delle informazioni e dei flussi, allora sceglierei di rimettere sotto alla lente di ingrandimento un aggettivo spesso inflazionato, ma che – se usato non a sproposito – è in grado di mettere in atto una serie di paradigmi virtuosi (anche in tema di leggerezza) che ci potranno aiutare a gestire questa emergenza duratura.
Mi riferisco al termine Smart che, se associato ad esempio al tema delle Città (Smart- City) è capace, soprattutto se ripensato oggi, in prospettiva, di ridare non solo senso, ma anche spessore e profondità al tema astratto dell’innovazione tecnologica, così da farla ritornare (come nella sua vocazione fondante) produttrice di grazia ed efficienza non solo automatica e meccanica (e quindi “vuota” di contenuti), ma soprattutto ricca di ricadute positive sulla collettività oltre che sulla “pesantezza” del vivere di ciascuno di noi in quanto individui e insieme cittadini.
Se infatti alla leggerezza fin troppo astratta della im-materia algoritmica – che sta già tuttavia facendo funzionare il mondo, anche se in maniera spesso “invisibile” – affiancassimo più spesso l’utilizzo concreto, quotidiano e virtuoso delle possibilità che ci offre la tecnologia (sia per la nostra vita che per quella dei sistemi e dell’ambiente in cui viviamo), ecco che il gap di cui abbiamo parlato si potrebbe  ricomporre in un altro concetto assai vicino a quello della leggerezza: quello della “Semplicità”.
[bctt tweet=”Alla Leggerezza fin troppo astratta della im-materia algoritmica andrebbe affiancato l’esercizio concreto e quotidiano del suo utilizzo.” username=”MapsGroup”]
Perché, smart, può essere tutto: una pratica come un’applicazione, un modo di atteggiarsi come il modo di “vivere” e pulsare di una intera città, capace di mettere a sistema una serie di rapporti (leggeri, semplici e quotidiani) tra l’Uomo e la Macchina, in barba a virus, batteri e pandemie varie…
Vediamo insieme come.

In questo articolo, ad esempio, ci si chiede direttamente: “In che modo una città può trasformarsi in una smart city?”
Del concetto di «città intelligente» se ne è parlato del resto in tempi non sospetti a Bolzano nel corso della terza edizione del convegno scientifico internazionaleSmart and Sustainable Planning for Cities and Regions” (SSPCR 2019), organizzato da Eurac Research dal 9 al 13 dicembre scorso.
Ben 200 esperti provenienti da 39 Paesi, nonché le maggiori associazioni e gruppi di lavoro europei sul tema delle città smart, hanno condiviso

“soluzioni e risultati di progetti di ricerca internazionali, applicabili nella quotidianità così da co-progettare il futuro delle città in cui vogliamo vivere nei prossimi anni.”

In queste città immaginate – e a tratti realizzate – il cosiddetto digitale iter-opera con l’analogico, consentendo performance ambientali e stili di vita degne delle più rosee aspettative sia per noi Umani che per l’Ambiente.
Sempre la parola Smart si accompagna – fruttuosa, e non a caso – a un altro pilastro portante delle nostre società, il lavoro, tant’è che l’Osservatorio del Politecnico di Milano la definisce

“una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”.

Si tratta, dunque, di una stringa di testo che, anche in questo caso, alla parola leggerezza non affianca un senso di precarietà o caducità – che, trattandosi di lavoro, porterebbero con sé timori e preoccupazioni – bensì un reale e tangibile effetto di resilienza e flessibilità, che è poi il ventaglio di valori cui la vera “leggerezza” ambisce…

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[/sf_iconbox]Per finire con un auspicio di leggerezza!

Ecco: per chiudere con una sintesi questo mio temporaneo inciso sul tema del rapporto tra l’Uomo e la Macchina visto attraverso la lente della Leggerezza, tema concettuale così caro a Calvino, vorrei esprimermi con un auspicio.

Molto spesso – nelle fasi di grande crisi e conseguente cambiamento – quello che vince è l’idea di ciò che abbiamo perduto, in una nostalgica sensazione di rimpianto che l’addio forzato alle precedenti sicurezze porta inevitabilmente con sé.
Sicuramente, l’apparente immaterialità delle infrastrutture che si stanno realizzando grazie all’attuale innovazione tecnologica  (a differenza del “bel tempo che fu”, con la creazione ad esempio delle ferrovie o degli aeroporti o di altre innovazioni assai più concrete e tangibili) ha in sé un qualcosa di “leggero” che rasenta l’impalpabile e l’invisibile in tali percentuali da non aver portato, sino a poche settimane fa, nessun vantaggio sostitutivo, se non marginale.
[bctt tweet=”L’apparente immaterialità delle infrastrutture realizzate grazie all’innovazione tecnologica attuale ha in sé un qualcosa di impalpabile se non invisibile.” username=”MapsGroup”]
Per questo motivo, in questo specifico contesto, il legame tra l’uomo e l’innovazione – e la capacità di interagire insieme – è stato sino ad oggi in parte infruttuoso.
Eppure – da adesso in poi – questo legame è destinato a farsi sempre più stretto. E non sarà, questo, un salto nel vuoto, perché  – anche se non sono di pubblica diffusione – sono già moltissimi, nel mondo, gli esempi già concretizzati di queste possibilità.
Alcuni li possiamo trovare citati e argomentati in questo articolo di Stefano Epifani, “Il nuovo urbanesimo alla base della sostenibilità digitale delle città” , in cui il tema delle smart city è solo l’INIZIO di un processo di inter-operabilità tra Uomo-Uomo/Macchina-Macchina in cui, sempre citando Epifani, per parlare di sostenibilità digitale non basta mettere l’accento solo sui temi dell’innovazione, ma

“(…) vuol dire, piuttosto, riflettere su come essa – nel complesso contesto di quella trasformazione digitale che non si limita ad impattare sul come facciamo le cose ma ne rivoluziona il senso – ridefinisca i processi ed i percorsi di cambiamento facendo della tecnologia uno strumento attivo di sostenibilità (…).”

Ne consiglio caldamente la lettura: si tratta di un contributo denso e articolato, che parla di “nuove alleanze urbane” e “nuove leve di valore”, e soprattutto di “nuovi scenari da (ri)disegnare”… Potrei anche aggiungere che  nell’insieme  si tratta di uno dei disegni possibili del futuro che (speriamo) verrà, a maggior ragione dopo questa tragedia che stiamo vivendo.

Il tutto per mettere nero su bianco un’idea concreta e fattiva di leggerezza che non scompare e non svanisce, non lascia rovine ambientali dietro di sé né posti di lavoro vacanti. Al di là della contingenza pandemica.

Al prossimo articolo: parleremo speriamo in un contesto meno impegnativo dell’attuale – di Rapidità!


CREDITS IMMAGINI

Immagine di copertina (rielaborata)   
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Visibilità e digitalizzazione: un'interoperabilità culturale ancor prima che tecnologica per aiutarci a vedere più lontano…

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[/sf_iconbox]Visibilità e Digitale: due mondi a braccetto, anzi: uno solo!

[dropcap3]I[/dropcap3]n un momento in cui il nostro maggior nemico è di fatto “invisibile” – se non dopo aver generato e causato un’infinità di dolore e conseguenze terribili – il concetto stesso di visibilità diviene ancor più rilevante ed essenziale, così come è davvero cruciale la possibilità che l’innovazione (medica, tecnologica e sociale) ci può offrire nell’aiutarci a dare forma e sostanza a ciò che altrimenti sfugge al nostro sistema percettivo cosiddetto “naturale”.
Come abbiamo già visto insieme a proposito di innovazione, uno dei termini – o meglio dei concetti – capace di rappresentare sia in presenza (in quanto formato di interscambio) che in assenza (in quanto nucleo di senso) il concetto di interoperabilità, è proprio l’aggettivo “digitale”.
E quindi – sempre a proposito di Visibilità – vorrei rileggere insieme le ricostruzioni etimologiche che Treccani propone rispetto a questo termine.
Con una precisazione: lo spunto per questa riflessione mi è venuto da un corso che proprio in questi giorni sto frequentando e che consiglio agli appassionati del tema, “Umano digitale”. È erogato in modalità Mooc dall’Università di Urbino, è completamente online e gratuito e in questi giorni di attesa potrebbero essere l’ideale per frequentarlo.
Le definizioni dell’aggettivo “digitale”, dicevo, sono due.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]La prima, dal latino digitalis, derivazione di digĭtus [«dito»] ci riporta al «del dito, delle dita; fatto, compiuto con le dita (…).»
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]La seconda, ci arriva invece dall’inglese dall’inglese digital, derivazione a sua volta di digit (e qui si ritorna alle origini latine di digĭtus), e ci parla di «cifra, ovvero di un sistema di numerazione».
Prosegue, questa definizione, raccontandoci – tra le altre cose – che il termine si contrappone in informatica alla parola analogico, e si attribuisce “a dispositivi che trattano grandezze sotto forma numerica, cioè convertendo i loro valori in numeri di un conveniente sistema di numerazione (di norma quello binario, oppure sistemi derivati da questo)”.

Cosa accade, dunque, in questo processo di conversione digitale di cui sentiamo continuamente parlare e che – in ogni sua istanza – ci riconduce al nostro senso del tatto (digĭtus) che in questi giorni ciascuno di noi deve purtroppo mortificare?
[bctt tweet=”Uno dei termini – o meglio dei concetti – capace di rappresentare in presenza (in quanto formato di interscambio) e in assenza (in quanto nucleo di senso) il concetto di interoperabilità, è l’aggettivo digitale.” username=”MapsGroup”]
In sintesi (per estrema semplificazione), possiamo ricordare che, attraverso tale sistema di codifica (o meglio, ri-codifica), una mole sterminata di informazioni altrimenti rappresentate – quali fotografie, testi scritti a mano, filmati, conteggi, mappe, funzioni – vengono tradotte in un codice che, a sua volta, le ri-converte in nuove immagini, testi, suoni etc., ma questa volta disponibili e replicabili, usabili e soprattutto visibili non solo in un’altra infinità di forme e formati (rigorosamente digitali), ma soprattutto attraverso una miriade di dispositivi che li rendono usufruibili, percepibili – perfino reali e “toccabili” con mano – in real time.
Un esempio straordinario di questa conversione di dati, informazioni, dispositivi ed elementi di realtà, è dato dalla possibilità che la stampa 3D ci sta regalando nel produrre in tempo record e in ogni luogo nuovi dispositivi altrimenti introvabili e letteralmente salza-vita:

“Da Hong Kong a Brescia, l’emergenza coronavirus ha stimolato la creatività di piccoli e grandi laboratori di stampa, nella più grande chiamata alle armi nella storia dell’innovazione tecnologica.”

Grazie alla loro potenza, l’insieme di queste tecnologie – a maggior ragione se messe a sistema – consentono a noi da un lato di allargare il nostro campo visivo (penso ad esempio alla possibilità che hanno i telescopi satellitari di trasmetterci le immagini digitalizzate del cosmo che stanno solcando) e dall’altro di acuire e verticalizzare la nostra messa a fuoco della realtà – penso ai nuovi potentissimi microscopi e alle recentissime tecnologie di imaging, anche in campo medico, ma non solo.
Ecco dunque che tale processo di digitalizzazione, affiancato alla creazione di altrettante interfacce (dispositivi mobile, device etc. – insomma, le cosiddette “Macchine”), si realizza attraverso la più grande opera di traduzione immaginabile compiuta ad oggi dall’Uomo, che è riuscito a passare da una visione frammentata e a pattern del mondo a una sua versione continua, scalabile e – appunto – interoperabile.
Non si tratta, tuttavia, di una così grande novità dal punto di vista cognitivo ed evolutivo. In questo senso voglio citare il prof. Alessandro Bogliolo (docente del sopracitato corso) che in un’altra occasione ci spiega che la rivoluzione digitale:

“(…) fonda le sue radici addirittura nella Preistoria (…)” non è “una vera e propria rivoluzione, ma si tratta di un’evoluzione che, per l’appunto, segue la storia dell’uomo in quanto poggia le sue basi su due capacità estremamente umane.

La prima è quella di rappresentazione simbolica, che ci consente di avere una storia, una narrazione, un linguaggio e anche, perché no, di fare lavorazione automatica delle informazioni.

L’altra è invece la capacità di pensiero computazionale, che ci consente di concepire dei ragionamenti e dei procedimenti complessi e costruttivi per dare vita alle nostre idee e per fare innovazione.”

A questo punto vorrei fare un passo indietro, tornando agli articoli del blog dedicati l’anno scorso alla complessità, e ricordare a noi stessi che – in tale iper-complessità – parlare oggi di interoperabilità (traslata dal piano tecnico verso quello, chiamiamolo così, più umanistico) vuol dire procedere secondo una logica evolutiva indispensabile.

[sf_iconbox image=”ss-zoomin” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Vedere la realtà – e distinguerla – a ragion veduta!

La complessità che ci circonda è ormai tale che non possiamo affrontarla se non (anche) attraverso sistemi e processi di interazione automatici (ci spiega mirabilmente in questo articolo il filosofo Cosimo Accoto) processi che necessitano non solo la nostra istruzione prima e avvio poi, ma che hanno bisogno anche e soprattutto di controllo in itinere, per farlo, come si dice, a “ragion veduta”.
Per capire la portata del tema vorrei partire da un esempio molto semplice, ricordando a noi stessi, innanzitutto, che una cosa è visibile quando (in sintesi estrema), la possiamo DISTINGUERE DAL RESTO e quindi individuarne l’esistenza.
Un esempio per tutti: la luce, il cui spettro visibile ai nostri occhi non è esaustivo delle varietà delle sue onde. Possiamo quindi affermare che, in primo luogo, per vedere qualcosa dobbiamo essere attrezzati con un sistema percettivo capace di riconoscerne l’esistenza.
E qui il salto tecnologico c’è, eccome.
Se infatti Calvino magnifica nella sua lezione sulla Visibilità la capacità immaginativa tutta umana, che ci consente di “immaginare” ciò che non è (ancora o non più) reale, ecco che la rivoluzione digitale – seguendo la natura evolutiva dell’Uomo – ci sta portando ad allargare il nostro concetto di realtà – sia verso l’estensione che verso la concentrazione dei dati – e soprattutto ci consente di renderli interoperabili, cioè di farli “lavorare” insieme, andando ben più in là del semplice “unire i puntini”…
[bctt tweet=” Una cosa è visibile quando (in sintesi estrema), la possiamo distinguere dal resto e dunque individuarne l’esistenza.” username=”MapsGroup”]
Quindi essere dotati di un sistema in primo luogo percettivo (cioè capace di rilevare i segnali  e unirne i famosi puntini) è più che mai cruciale, e se le interfacce “artificiali” di oggi ci consentono di  andare oltre i nostri limiti naturali sia fisici (il nostro corpo) che mentali (la nostra capacità logica e computazionale), questo è un indubbio vantaggio.
Lo sarebbe stato, ad esempio, negli anni del colera, in cui, come riportato in questo articolo, uno scienziato si accorse, disegnando su una cartina la mappa delle persone infettate dalla malattia, che la sua evoluzione era collegata alla disposizione sotterranea della rete fognaria cittadina. (Un po’ come è accaduto in questo periodo con i grafici che gli scienziati ci hanno mostrato rispetto all’evoluzione della pandemia che stiamo tragicamente vivendo).
Il pensiero di quello scienziato, dunque, aveva reso potenzialmente Visibile – facendo inter-operare tra loro informazioni all’apparenza non collegabili, come il numero dei malati, la loro malattia in successione e l’andamento della rete fognaria nella città – l’evoluzione della malattia del colera, rendendone di conseguenza individuabile l’origine e predittibile l’evoluzione.
E qui faccio un piccolo inciso: se pensiamo ad esempio alla rapidità con cui la Natura è interoperabile – ad esempio proprio a livello di virus, capaci di saltare da specie a specie per poi diffondersi nel mondo – ecco allora che abbiamo un’idea immediatamente Visibile della sproporzione tuttora esistente tra la capacità adattiva dell’Uomo e quella dell’ambiente circostante.
Per questo, oggi, in quanto Umani, dobbiamo non solo (o non tanto) cercare di rendere intelligenti le Macchine che inventiamo, istruiamo e accendiamo, ma dotarci noi stessi di migliori strumenti di traduzione – anche tecnologici – rendendoci più aperti e disponibili all’interazione con la “Macchina”, perché, citando di nuovo Alessandro Bogliolo:

(…) quella che oggi chiamiamo tecnologia digitale non è nient’altro che l’espressione del momento di queste capacità tutte umane, sulle quali si basano la nostra storia e il nostro futuro.

La nostra storia perché, grazie alla rappresentazione simbolica, abbiamo una cultura, una capacità di raccontarci cose da tramandare di generazione in generazione; grazie invece al pensiero computazionale sappiamo fare innovazione, trasformare questa creatività e questa cultura in qualcosa che fa evolvere la nostra capacità di essere umani e, dunque, di relazionarsi con il mondo.”

Al prossimo articolo, dunque, in cui – lo speriamo tutti – potremo parlare di Leggerezza con notizie migliori di quelle attuali che ci circondano!

Natalia

PS: se vi interessa, nell’attesa e a proposito di visibilità, potete trovare QUI  l’articolo su una nuova lente, Mojo, che promette una visione della realtà capace di integrare perfettamente la nostra vista con le informazioni digitali sul mondo che ci circonda. 
 


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Interoperabilità sulle tracce di Calvino: “avanzare di ritorno” tra immaginazione e logica. Di Natalia Robusti.

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C’è tag e tag

[dropcap3]I[/dropcap3]l primo degli articoli che raccorda i 6memes di Calvino al tema dell’Interoperabilità – in questi giorni in cui tutti abbiamo a che fare con lei, la Macchina (in forma di PC, tablet e dispositivi vari), visto che per senso civico e prudenza personale dobbiamo lavorare, studiare, insegnare e socializzare in remoto –  vorrei farlo iniziare con un’immagine, ovvero un incipit visivo corrispondente ai tag (testuali e visual) che Google rilascia dopo aver inserito nella sua “magica” interfaccia il termine stesso Interoperabilità.
Parto da una considerazione “tecnica” rispetto alla mia professione di comunicatrice:  il primo tag testuale, in alto a sinistra, è di tipo linguistico, ovvero “interoperabilità semantica”, il che mi ricollega in un balzo all’approccio culturale tipico dello sguardo di Italo Calvino.
Un’altra cosa che mi colpisce è la frequenza successiva di tag tecnici e tecnologici, quali BIM (Building Information Modeling) e GIS (Geographic Information System), oltre alla presenza di diversi tag relativi alla Sanità.
E questi dati sono in grado, da soli, di portare a numerose inferenze sullo stretto legame esistente tra concetti quali Interoperabilità, Visibilità, Molteplicità, Esattezza e così via, dando luogo – già a colpo d’occhio – a una panoramica davvero globale di significati e significanti.
Come se non bastasse, per quanto riguarda invece la schermata visiva, beh, qui la cosa si fa ancora più interessante: le  immagini rappresentate non sono altro che schemi, grafici e mappe in sé interoperabili. Di più: ognuna di queste rappresentazioni – che potrebbero essere a loro volta interfacce – è impossibile da percorrere secondo un ordine cronologico o successivo.
 

Ogni grafo impone piuttosto percorsi di lettura (e quindi di senso) variabili, di tipo cioè paradigmatico (ovvero creato per associazione) anziché sintagmatico (cioè sequenziale).
All’interno quest’area di significato dunque – che prima di tutto è astratta e intellettiva, ma che poi diventa subito dopo concreta (o perlomeno concretizzabile) – il momento della scelta del percorso da intraprendere nella lettura impone una serie di salti, di balzi, e dunque di processi che hanno in sé un’incognita…
Il timone a questo punto viene dato da noi stessi, che ancor prima di avanzare nella nostra ricerca, dobbiamo già “interpretare” la schermata che abbiamo davanti, e in qualche modo tradurne le istruzioni.
Questo processo, molto bene illustrato e argomentato, lo racconta mirabilmente Giulio Destri nel suo primo articolo sul blog dedicato al tema. Per chi non lo avesse già fatto, dunque, ne consiglio la lettura, perché i concetti che esprime possono aiutare voi lettori nella traduzione delle mie parole 🙂
[bctt tweet=”Ogni grafo rappresentato impone piuttosto percorsi di lettura (e quindi di senso) variabili, di tipo cioè paradigmatico (ovvero creato per associazione) anziché sintagmatico (cioè sequenziale).” username=”MapsGroup”]
Da parte mia, quel che mi preme ora sottolineare è che in fondo le zone interoperabili (sia tra Uomo-Uomo che tra Macchine e a maggior ragione tra Uomo e Macchina) non sono altro che aree in cui è possibile la traduzione di una lingua in un’altra: nel caso della mia ricerca online la lingua dell’Uomo (io che cerco su Google) e la lingua della Macchina (Google che mi presenta la sua serp).
E dunque, come in ogni traduzione che si rispetti, si rivela cruciale un attore il più delle volte invisibile: il traduttore. Che poi – in ogni ricerca online – siamo noi senza rendercene conto, in una sorta di dualismo sincrono tra interpellante e traduttore.
E qui non posso fare altro che citare un altro Maestro di Pensiero, Umberto Eco, e il suo “Dire quasi la stessa cosa”, a cui indirizzo i lettori che ancora non lo conoscano e che si interessano a questi temi…
Di per sé, dunque, ogni opera di traduzione altro non è che un’opera di avvicinamento tra “diversi”, la ricerca di uno spazio comune, di una soluzione condivisa.

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[/sf_iconbox]Dire QUASI la stessa cosa…

Luisa Carrada, in questo suo articolo davvero illuminante, lo spiega molto bene, citando a sua volta Giorgio Amitrano:

“Il più delle volte però le soluzioni non arrivano per un’intuizione improvvisa, ma grazie a una lenta manovra di avvicinamento.”

E qui ci colleghiamo finalmente al nostro nume tutelare, Italo Calvino (che, non a caso, soprattutto agli esordi della sua carriera, si cimentò nell’arte del tradurre, e lo fece in un’ardua impresa: traducendo, tra gli altri, Raymond Queneau): la sua opera Lezioni Americane ci parla continuamente, all’interno delle sue lezioni e relativi meme, di questa possibilità di incontro tra diversi, molto spesso tra opposti, che a loro volta aprono nuove “scatole” di concetti, traduzioni, aree di possibili, nuove interoperabilità…

“Nell’universo infinito della letteratura s’aprono sempre altre vie da esplorare”…

Nell’avvicinarmi dunque al lavoro che mi aspetta, meme per meme, mi interessa illustrarne in anticipo la metodologia che ho seguito nel mio percorso che non sarà lineare, secondo l’ordine successivo dei capitoli di Calvino, ma seguirà una traccia diversa, dedicata e mirata al discorso sull’Interoperabilità, appunto.
E lo farò seguendo una magnifica formula marinara, “avanzare di ritorno”, che Cristina Campo ha mirabilmente illustrato:

“Gli antichi navigatori, dopo aver perduto la rotta per traversie di mare, al momento di ritrovarla, spesso dal lato opposto, chiamavano la manovra avanzare di ritorno. […] È certo, in ogni caso, che dallo zenith della vita – si trovi al suo vertice naturale o lo percorra – il cammino non è verso l’oblio, come la legge del tempo lo vorrebbe, anzi verso la memoria. Tutta la conoscenza acquisita prima di toccare quel punto – a mezzo il cielo – sembra rivolgersi allora verso l’infanzia, la casa, la prima terra, verso il mistero delle radici, che di giorno in giorno acquista eloquenza”.

Con ambizioni molto più ridotte – ma ispirata e illuminata dalla luce di tali Muse – partirò dunque non dalla Leggerezza (primo dei tag calviniani), ma dalla Visibilità, perché – come abbiamo visto all’inizio dell’articolo – la cosa più rilevante di ogni area interoperativa sta nella sua individuazione. Solo il fatto di poter vedere uno spazio di unione anziché di separazione tra due entità genera in sé un ponte, un percorso capace di togliere il “peso” potenziale e ipotecante di tale diversità.
[bctt tweet=”Solo il fatto di poter vedere uno spazio di unione anziché di separazione tra due entità genera in sé un ponte, un percorso capace di togliere il peso potenziale e ipotecante di tale diversità.” username=”MapsGroup”]
Il secondo meme che inseguirò sarà dunque quello della Leggerezza, perché non c’è dubbio che accorciare le distanze tra le opposte sponde (dei concetti e della conoscenza) consente di togliere peso e gravità al potenziale dirompente di ogni innovazione.
La Rapidità verrà da sé, come fattore di cui tenere conto e potenzialmente bifronte: vantaggioso perché performante, ma pericoloso, perché a volte insostenibile. Seguirò poi gli orizzonti dell’Esattezza perché – tutto ciò premesso – vedremo insieme come cruciale è la veridicità dei dati che raccogliamo nelle nostre inferenze, per poter creare zone davvero interoperabili sia tra noi Umani che tra noi e la Macchina. (Molto degli studi sull’intelligenza artificiale ci mettono in guardia a proposito).
La Molteplicità la terrò per penultima perché – come abbiamo visto – è talmente ampia la varianza da attraversare, che occorrerà essere attrezzati con i meme precedenti per poterla solcare. Approderò infine al topic della Coerenza e Consistenza che, onestamente, in questi anni sono difficili da trovare, nascoste come sono nella vastità in cui ci stiamo inoltrando come specie.
Ci vuole infatti una grande audacia per trovare pattern e ricorrenze in qualche cosa di cui ancora ci sfugge il senso, eppure… Passo dopo passo, meme dopo meme, vedremo che anche questo sguardo di insieme è possibile. Perché, come ci ricorda Albert Einstein,

“L’innovazione non è il prodotto di un pensiero logico, tuttavia il risultato è legato ad una struttura logica.”

Al prossimo articolo, dunque. Confidando che questo periodo – per certi versi davvero tremendo e comunque impegnativo per tutti – ci porti almeno un vantaggio: poter utilizzare al meglio la Macchina così da aiutarci nella nostra vita reale, seppure a distanza.
Natalia


 
*NOTA – Gli Imperdonabili, Adelphi editore.
 


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MEMEnto6 2020, la newsletter del Blog 6MEMES ha una nuova rubrica e tanti contenuti EXTRA!

[dropcap3]T[/dropcap3]orna, con il suo primo appuntamento del 2020, MEMEnto6, e ci conduce in un percorso inedito tra i dati alla ricerca di una nuova formula di interscambio tra l’Uomo e la Macchina.
L’Interoperabilità, infatti, oltre che essere la parola d’ordine del calendario editoriale 2020, occuperà un posto di rilievo anche in MEMEnto TOP e 6MEMEs Trend, le rubriche tradizionali in cui i nostri autori si confrontano con i vari temi del blog.

Ma le novità non finiscono qui: a partire dal primo numero del 2020 il blog inaugurerà una nuova sezione di contenuti! Si tratta di MEMEnto RePOST, dove sono riproposti i contenuti evergreen pubblicati agli esordi di 6MEMES, da ri-leggere e ri-condividere.
Se già non lo avete fatto – dunque – vi consigliamo di iscrivervi a MEMEnto6: elegante e discreta, la nostra newsletter vi raggiungerà a cadenza trimestrale, offrendovi spunti interessanti e argomenti di conversazione sempre nuovi.
Vi aspettiamo!


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In copertina, ritratto di Italo Calvino dalla penna di Gerardo Lunatici.
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Chi vuol esser "interoperabile" sia! Storie di legami U-Mani e Rin-Tracciabili. Di Natalia Robusti.

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[/sf_iconbox]Mani, interfacce e pensieri che si intrecciano…

[dropcap3]P[/dropcap3]rima di dare il via a una serie di articoli che legano i tag calviniani al tema del blog di quest’anno – ovvero l’interoperabilità Uomo-Uomo e Uomo-Macchina – vorrei inaugurare il 2020 con alcune connotazioni personali.
Questo, non per cimentarmi in un esercizio autobiografico non richiesto :), ma perché nel mio percorso personale e professionale credo si possano rintracciare alcune esperienze interessanti proprio riguardo alle connessioni esistenti tra sistemi all’apparenza molto diversi tra loro, tematica che riguarda sia i memes di Calvino che l’argomento dell’interoperabilità.
È infatti dalla possibilità stessa di creare un legame strutturale tra sistemi diversi che discende l’opportunità di intravedere, selezionare e “abitare” aree possibili di sovrapposizione tra gli stessi, aree che possiamo definire, a loro modo, come vere e proprie interfacce.

Ed è sempre tale predisposizione che rende possibile l’interazione feconda e costruttiva tra entità diverse tra loro, così che – anziché attivare il cosiddetto panico morale – la presenza di fattori di diversità può generare nuove possibilità di esplorazione, crescita ed espansione.
[bctt tweet=”È dalla possibilità stessa di creare un legame tra sistemi e processi diversi  che discende, come condizione sine qua non, la possibilità di individuare aree possibili di sovrapposizione tra gli stessi.” username=”MapsGroup”]
Questo potenziale di interconnessione – anziché di contrapposizione e rigetto – ce lo insegna in primo luogo il nostro corpo, e non solo nelle situazioni negative (come quelle che stiamo tutti vivendo a causa dell’attuale contingenza sanitaria ), ma anche in quelle positive che – aggiungerei  – ci possono anzi aiutare nell’affrontare meglio (e insieme) le avversità.

Se infatti l’interfaccia è il luogo per eccellenza in cui creare legami e relazioni tra sistemi diversi, allora iniziamo con il sottolineare che il nostro intero corpo altro non è che un unicum composto di tante unità:

  • sensoriali prima, con i nostri organi di senso, tra cui la pelle stessa,
  • auto-riflessive poi, grazie alle nostre emozioni e ai nostri pensieri e ragionamenti,
  • ed infine espressive, tramite le tante forme di linguaggio e comunicazione di cui disponiamo, tra cui non solo le nostre parole, ma anche – e a volte soprattutto – i nostri gesti.

Un esempio eccezionale di questo potenziale creativo – umano, culturale e tecnologico – lo ha generato la mostra U-mano, curata da Andrea Zanotti, Silvia Evangelisti, Carlo Fiorini e Stefano Zuffi, che è in esposizione (salvo sospensioni contingenti) al Centro Arti e Scienze Golinelli sino al 9 aprile 2020. Questo percorso espositivo, infatti, è

“dedicato alla mano e sviluppato su più piani di lettura: dall’esplorazione dell’interiorità dell’uomo all’aprirsi alla comprensione dell’universo che gli sta intorno, in stretto e inevitabile collegamento con il cervello.
La mano è l’elemento di raccordo tra la dimensione del fare e quella del pensare ed è quindi rappresentativa della prospettiva (…) di recuperare il segno di un legame oggi perduto: quello tra arte e scienza, che proprio nella cultura italiana ha raggiunto il suo culmine.
(…) La riflessione sul tema della mano consente così di indagare il ruolo dell’uomo in un presente dominato dalla tecnologia.”

Ed ecco che il tema dell’interfaccia – cruciale in termini di interoperabilità – viene ricondotto alle basi più semplici dell’esistenza umana, e cioè all’esperienza del contatto e di tutto ciò che tale semplice “atto” è in grado di generare.

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[/sf_iconbox]Da dove si parte? Semplice (o forse no): dalla scuola!

Torniamo dunque a noi, o meglio a me…
Anticipato – anzi, toccato con mano – il valore fondante della nostra esperienza soggettiva in relazione con il mondo – esperienza capace, là dove generalizzata e trascesa, di ricondurre a sistemi simbolici e creativi di ben più ampia capacità di propagazione – ho ricercato nella mia storia personale le fonti di una naturale propensione all’esplorazione.

Analizzandola oggi, questa mia attitudine, col famoso “senno di poi”, credo che si sia espressa in uno slancio verso il cambiamento che non è mai stato fine a se stesso, ma piuttosto targettizzato al desiderio di “unire i puntini”, cercare convergenze, pattern ricorrenti e formule comunicative capaci di dare un senso al mondo esterno, individuandovi un “verso”.
L’innesco di questa vocazione, la rintraccio negli anni della mia scuola, sia d’infanzia che primaria, ovvero in quello che mi hanno insegnato – e soprattutto mostrato – gli insegnanti  che ho incontrato. Per questo, credo che la mia testimonianza abbia un valore generale, oltre che personale, in questi anni in cui la complessità che ci governa ci obbliga (volenti o nolenti) ad essere inter-disciplinari.
[bctt tweet=”Se infatti l’interfaccia è il luogo per eccellenza in cui creare legami e relazioni tra sistemi diversi, allora iniziamo con il sottolineare che il nostro intero corpo altro non è che un’unicum composto di interfaccie:” username=”MapsGroup”]
Questa attitudine alla ricerca di un “legame” tra le cose, infatti, è stata una delle leve più forti nell’aiutarmi a navigare all’interno di tale immanente iper-complessità, e mi ha permesso di individuare nella tecnologia emergente – nonostante io NON sia una nativa digitale – un punto cruciale di unione anziché di potenziale divisione. 
Perché valori quali la conoscenza e lo scambio di saperi e competenze sono il cuore dell’interoperabilità nel suo valore più U-mano.
E soprattutto perché tutti noi – in quanto specie vivente – siamo in materia, forma e sostanza in una serie di sistemi – biologici e psichici, fisici e spirituali – naturalmente vocati a connettersi, così che da sempre – dall’avvento della prima pietra lavorata in poi – lo abbiamo fatto ATTRAVERSO LA TECNOLOGIA E LA SUA CONDIVISIONE.

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[/sf_iconbox]Verso gli altri o verso se stessi?

Parlavo di esperienze in età scolare… Quelle che io ho vissuto sono due ed entrambe privilegiate, anche se molto diverse tra loro.
La prima è stata indiretta: si tratta della scuola (primaria) che frequentava una persona a me cara, ed era cosiddetta “sperimentale”, data alla luce dal (rimpianto) Maestro Ulisse Adorni.
La sua specificità? In quella scuola non c’erano DIVISIONI. Convivevano ragazzi e ragazze di età diverse e con abilità diverse.
Nell’aula, poi, c’erano una serra, una lavagna delle parolacce e, già da allora, si recitava e si organizzavano fantastiche cacce al tesoro. Ogni linguaggio era consentito, ogni strumento era usabile ed era davvero una scuola memorabile.
L’altra esperienza fatta è stata quella delle mie scuole medie. Era una scuola molto bella, anche se più istituzionale, a suo modo all’avanguardia, anche se gestita da suore “in borghese”.
Un altro particolare? Le sezioni delle classi non erano divise per “lettere” (in cui la A, si sa, vale di più della B), ma per colori. Io ero nella sezione GIALLA. La scuola, tutta femminile (unico, grande neo 🙂 aveva giovanissime insegnanti che ci introducevano nei meandri di ogni genere di materie.
C’erano laboratori di scienze, una palestra fantastica, aule di musica, disegno e soprattutto una professoressa, mitica, che insegnava non matematica, bensì insiemistica.
E la prima volta che vidi il disegno di un insieme che si sovrapponeva parzialmente a un altro compresi per la prima volta il concetto di Interoperabilità o, come dice Anna Pompilio, di interoperabilità semantica… 
Dunque esisteva un luogo – o meglio, un regno – in cui DUE mondi diversi tra loro generavano una sorta di zona franca, un territorio comune, non ostile, in cui i due mondi potevano convivere. Non l’ho scordato mai più, perché toccai con mano un nuovo tipo di informazione sintetica: quella poetica, ovvero la metafora.

Ora, mi chiederete: cosa centra tutto ciò con la Macchina e con il Digitale? Direi che nulla centra di più.
Non mi saprei immaginare niente di più metaforico, interoperabile e U-mano dell’attuale processo di digitalizzazione, assieme a tutte le forme di intelligenza (umana e non) che possono dialogare tra loro grazie a questo linguaggio che ci permette possibilità di scoperte inestimabili CONDIVISIBILI da ogni dove.
[bctt tweet=”Non mi saprei immaginare niente di più metaforico, interoperabile e U-mano dell’attuale processo di digitalizzazione… ” username=”MapsGroup”]
E se cercate un esempio visivo di questo concetto, lo trovate nell’immagine che allego alla fine dell’articolo: nello sfondo generale, fatto di circuiti (sistema artificiale),  si staglia la sagoma ritagliata di un cervello (sistema umano), in cui i neuroni sono rappresentati da una rete di connessioni. Ecco: in questa immagine il sistema digitale e quello umano evidenziano un’area sovrapponibile e condivisa, quella dedicata all’Intelligenza Artificiale.
Un esempio più recente che mi ha colpito, sempre a proposito di scuole, è quello realizzato in questo elaborato scaricabile online: La salute nel mondo: l’e-book degli studenti del Master “Scienziati in Azienda”.
L’elaborato, scritto dagli studenti del Master ISTUD Scienziati in Azienda, con il contributo di Maria Giulia Marini e Alessandra Fiorencis dell’Area Sanità e Salute di Fondazione ISTUD,

“(…) Non è un manuale di antropologia, e non voleva esserlo nei suoi intenti. Quello che però coglie, nel lavoro di ricerca su come altre società abbiano inteso (o continuino a intendere) il corpo e il suo esperire, è quel senso di “curiosità antropologica” che ci spinge al confronto (…)”
Il lavoro si pone
“(…) sulla frontiera di sistemi medici diversi, di differenti modi di concepire, definire e negoziare il corpo e la cura. Lo sforzo è coglierne la ricchezza, la complessità e la dinamicità: il risultato è quello del mettere in gioco le nostre stesse categorie, arrivando a riconoscere la molteplicità dei modi di intendere il corpo, la salute, la malattia e la cura (…).”

Un altro esempio di conoscenza condivisibile in un battibaleno? Eccolo qui: free e scaricabili immagini di opere d’arte memorabili! E potrei linkare migliaia, forse milioni di esempi…

[sf_iconbox image=”ss-laptop” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Ebbene: dove è, qui, la Macchina?

Dunque la Macchina è nascosta tra i Dati, affiora dalle Immagini, scompare nei Numeri e riemerge tra le Parole…
Ci attende, soprattutto, nella potenzialità STERMINATA che il digitale ci offre oggi, con la sua infinità di interfacce culturali, esperienziali, tecnologiche, così che da una scuola reale a una virtuale si può studiare e conoscere il mondo. Come accadde a me da ragazzina, ma millemila volte di più!
E non crediamo che si tratti di una novità: qui di nuovo c’è solo la vastità, varianza ed enormità di informazioni attingibili… Ma attenzione: è sempre stato così, per l’U-mano.
Da sempre abbiamo creato appendici, interfacce, prolunghe… Da sempre abbiamo creato strumenti che ci portassero oltre, al di là del nostro corpo in sé limitato: ogni nostra intenzione, nei secoli dei secoli, ha avuto questa direzione.
[bctt tweet=”Da sempre abbiamo creato strumenti che ci portassero oltre, al di là del nostro corpo in sé limitato: ogni nostra intenzione, nei secoli dei secoli, ha avuto questa direzione.” username=”MapsGroup”]
Per chi voglia accendere la fiamma della curiosità, dell’esplorazione e del cambiamento, quindi, un dato è certo (anche nei momenti in cui ci sembra che la contingenza che viviamo prenda il sopravvento su tutto): abbiamo a disposizione universi interi – per lo più vergini o comunque frequentati da pochi – di cose da scoprire, di senso da trovare, di puntini da unire.
Facciamoci avanti: ce n’è per tutti! E facciamolo alla svelta: è ormai la stagione  di usare questa tecnologia anche per riparare i danni che – volenti o meno – abbiamo fatto al nostro pianeta. Che – questo sì – è uno solo, limitato e irriproducibile.
Da qui in poi – con un primo cenno sulla Visibilità – vi do’ appuntamento alla prossima serie di articoli sui memes di Calvino intrecciati con l’interoperabilità.
Alla prossima, Natalia
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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie In Salute e in Malattia Sharing Knowledge White Paper

Dal monitoraggio dei dati alla biometria comportamentale. White Paper di Natalia Robusti.

[dropcap3]Se[/dropcap3]empre in tema di Interoperabilità – in una ricognizione a trecentosessanta gradi sull’utilizzo dei nostri dati legati allo stile di vita e al benessere, partendo dai monitoraggi italiani post-sisma sino alle recenti Mappe di Facebook e agli studi sulla biometria – Natalia Robusti ci accompagna in una serie di riflessioni su ciò che l’innovazione e l’evoluzione (tecnologica in prima istanza, ma culturale subito dopo) promettono e – a volte – mantengono, anche rispetto a questo tema.
Il tutto, seguendo con particolare attenzione i topic incontrati in un anno di “serendipitare” tra monitoraggi online e ricerche, articoli e pubblicazioni incentrate sulla mappatura dei dati sensibili, le ricerche sugli effetti degli stili di vita e lo stato dell’arte dei cosiddetti “colossi del web” anche in materia di sanità.

La conclusione? Che la portata delle diverse rivoluzioni in corso in queste materie è tale da richiamare la responsabilità di noi singoli individui nella gestione oculata dei propri dati e delle Istituzioni nel dare linee-guida che perseguano interessi comuni di elevato orizzonte etico.
 
Buona lettura!


Indice

Introduzione

01. Stili di vita DOP e resilienza anche in caso di eventi drammatici:
meglio un monitoraggio oggi che una cura domani.

02. Monitoraggio dei dati, stili di vita, ambiente e partecipazione.
Un percorso complesso alla ricerca del benessere.

03. Dalla raccolta dei dati sensibili alla biometria comportamentale:
il nostro futuro lo decidiamo noi!

Conclusioni

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