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Performance da 10 e lode! Sharing Knowledge

Si parla tanto di velocità (di connessione, di risposta etc), ma le performance "naturali" ci stupiscono ancora!

[dropcap3]A[/dropcap3]bituati come siamo, ultimamente, a celebrare le meraviglie dell’innovazione e della tecnologia, rischiamo di dimenticare l’origine prima di ogni invenzione umana: l’esempio che l’orizzonte del Regno naturale e delle sue tante creature viventi ci regala ogni giorno.

Velocità e Rapidità: il Rondone

Il rondone caduto sul marciapiede,
aveva le ali ingrommate di catrame,
non poteva volare.

Eugenio Montale, Il rondone.

Uno degli esempi prima accennati, campione di velocità e rapidità, è il rondone. Capita di vederli in cielo in gruppo, a primavera inoltrata, impegnati in picchiate e risalite. Persino oggetto di una delle liriche di Eugenio Montale, i rondoni sono uccelli capaci di sorprendere per le loro eccezionali prestazioni fisiche e per le incredibili performance.
In grado di viaggiare fino a 900 chilometri in un giorno, il rondone comune (Apus apus) può rimanere in volo per ben sedici ore senza una sosta. Ciò gli permette di percorrere, nella propria vita, circa 5 milioni di chilometri, pari a 125 giri completi della Terra e 6 volte la distanza tra terra e luna!
Incredibili sono anche le prestazioni del rondone maggiore (Tachymarptis melba): grazie alle registrazioni di un chip innestato su alcuni esemplari, durante uno studio scientifico condotto qualche anno fa, è stato confermato come si nutrano e si riposino in volo, senza atterrare, addirittura per sei mesi consecutivi.
[bctt tweet=”L’orizzonte del mondo naturale ci regala ogni giorno performance di straordinarie creature viventi.” username=”MapsGroup”]

I segreti del Rondone

Il segreto di queste prestazioni eccezionali sta nella particolare conformazione del loro corpo, che pare creato apposta dalla natura per sostenere la fatica e i lunghi voli. Minuto, dalla testa schiacciata, è dotato di una coda che funge da perfetto timone, mentre le zampe sono piccole e retrattili, peraltro incapaci – ironia della sorte – di sostenere il salto per spiccare il volo qualora un rondone cada accidentalmente a terra e voglia riprendere la via dell’aria. I lunghi artigli gli permettono però di aggrapparsi a sporgenze di rocce e muri e – fendendo l’aria a gran velocità con la bocca aperta, in un volo scomposto dovuto alla ricerca costante di prede – è anche in grado di inghiottire una gran quantità di insetti sempre rimanendo in volo.

E se il rondone è un prodigio di aerodinamicità, in ciò è perfettamente coadiuvato dalla particolare conformazione delle ali. Articolate da muscoli forti, sottili e curve, provviste di penne dure e taglienti, attraverso le varie geometrie che possono assumere, permettono infatti al rondone di variare velocità e volo. Tirandole indietro, il rondone accelera ed è in grado di arrivare fino a 170 Km all’ora, mentre le distende perpendicolarmente al resto del corpo per rallentare, volando a una media di 80-90 chilometri all’ora (pare sia in queste condizioni che il rondone ne approfitta per riposare in volo).
Insomma, il rondone può mangiare, riposarsi e perfino accoppiarsi in volo, cosicché la sua vita trascorre sospesa, senza necessità di atterrare fra noi comuni mortali, che siamo – come direbbe il già citato Montale – della razza di coloro che restano a terra…
Animale dalle molteplici performance, si narra che persino la dipartita del rondone sia spettacolare. Quando sente il momento della fine avvicinarsi, si getta in un volo forsennato, dando fondo a tutte le energie finché, per lo sforzo smisurato, il cuore cede e il piccolo prodigio alato muore. Verità? Leggenda? Cosa importa in fondo… è bello immaginarlo come una freccia scoccata verso l’alto che non si arrende alla caduta.
Così – anche in questi tempi di ipervelocità di banda e di megaconnessioni rapidissime – è bene ogni tanto dare a Cesare ciò che è di Cesare. Pardon, del Rondone!
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
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6MEMES TRENDS Pillole di Open Data e PA

Trasparenza amministrativa, ascolto e informazione: le buone pratiche di un buon Ente Pubblico. Di Paola Chiesa

[dropcap3]S[/dropcap3]cuola, piattaforme social, mondo delle imprese e media, tutti abbiamo una responsabilità di fronte alla diffusione di false notizie, e tutti possiamo fare qualcosa, perché la falsa notizia non solo distorce la realtà, ma indebolisce le nostre democrazie.

Clicca sull’immagine per ingrandirla

Questo condivisibile invito è stato rivolto dalla Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini il 21 aprile 2017 in occasione della giornata di lavori #bastabufale a Montecitorio.
La responsabilità di cui dobbiamo sentirci investiti, riguarda le varie fasi attraverso cui una notizia, quindi un contenuto, viene alla luce, dalla sua creazione, al corretto utilizzo della lingua, alla divulgazione nei canali informativi, offline ed online.
Chiamiamola pure “responsabilità morale” del cittadino di fronte alla società, che comporta doveri di iniziativa e di partecipazione consapevole estesi a tutti, compresi i giovani e i giovanissimi, come ci ha insegnato il giurista Alessandro Galante Garrone, quando ancora si studiava Educazione Civica a scuola. Perché la società nella quale viviamo può e deve essere da noi continuamente migliorata.
[bctt tweet=”La creazione e la divulgazione di una notizia debbono sottostare ad una responsabilità morale.” username=”MapsGroup”]
A ben vedere, però, già il tema della diffusione in sé delle notizie, prima ancora di analizzare la loro veridicità o meno, si presta a valutazioni interessanti, soprattutto se estendiamo il campo di indagine ad un particolare destinatario: l’ente pubblico, cioé quel soggetto deputato all’esercizio della funzione amministrativa per conseguire l’interesse pubblico. In questo caso infatti, il problema che spesso si riscontra è legato:

  1. alla carenza stessa di informazioni approfondite,
  2. alla loro difficoltà di reperimento,

il tutto frutto di una cultura consolidata nell’ente pubblico che considera la comunicazione come un servizio opzionale, quasi “on demand”, anziché esso stesso un servizio per portare le attività svolte a conoscenza dei cittadini.
Mentre invece, il tema della trasparenza amministrativa e dell’anticorruzione trova tutto sommato un’adeguata disciplina e diffusione nell’ente pubblico, grazie al “decreto trasparenza” (d.lgs n. 33/2012), così come modificato d.lgs. n. 97/2016, per citare i provvedimenti legislativi più recenti che incentivano la cultura della legalità e promuovono il potere di controllo dei cittadini, contribuendo di fatto ad alimentare il rapporto di fiducia tra cittadino e pubblica amministrazione (vedi il nostro white paper “Open Data e Valore Pubblico).

Cosa e come comunica un ente pubblico? L’esempio di un ente pubblico: il Comune.

L’attività di un Comune è espressione di linee guida di natura politica, individuate dagli amministratori e tradotte in azioni dagli uffici. Nello specifico, gli amministratori gestiscono risorse e producono servizi, in applicazione delle politiche cui i cittadini hanno attribuito fiducia attraverso il loro voto.
I risultati dell’attività di gestione sono quindi portati a conoscenza dei cittadini attraverso l’attività di comunicazione.
Il Piano di Comunicazione è lo strumento strategico che permette il coordinamento di tutte le attività di comunicazione, siano esse rivolte all’esterno, o rivolte all’interno dell’ente. L’aggiornamento di tale documento, permette inoltre di misurare i risultati che la comunicazione ha prodotto.
[bctt tweet=”Il Piano di Comunicazione è uno degli strumenti strategici di un Ente.” username=”MapsGroup”]

Quali sono i risultati attesi?

Se l’attività di un Comune è finalizzata a conseguire gli obiettivi che sono stati affidati all’Amministrazione scelta dagli elettori, è normale che il punto di partenza sia costituito dal programma elettorale, che per l’occasione viene adeguatamente suddiviso in una sezione strategica ed in una operativa. Il tutto confluisce nel cosiddetto documento unico di programmazione – DUP – che unisce in sé la capacità politica di prefigurare finalità di ampio respiro con la necessità di dimensionare gli obiettivi alle reali risorse disponibili.
Per questo motivo, pur essendo un documento di durata triennale, le linee programmatiche di mandato e gli indirizzi strategici vengono aggiornati con cadenza annuale, in base alle mutate esigenze; allo stesso modo le decisioni strategiche vengono adeguatamente calibrate con un taglio realistico ed operativo, individuando le risorse finanziarie, umane e strumentali. Di pari passo, quindi, anche la comunicazione non può che essere considerata come un processo in continuo divenire, in quanto al cambiamento di obiettivi e contenuti, mutano necessariamente modalità e strumenti con i quali si comunica.

La comunicazione al tempo dei social media

Se in un Comune l’attività comunicativa esterna tradizionale, fatta di riunioni, assemblee pubbliche, comunicati stampa, gestione dei rapporti con i media, con le associazioni e gli operatori del territorio, è tutto sommato ancora rappresentativa di un modello di comunicazione “verso” il cittadino, l’avvento dei social media ha generato delle conseguenze importanti nel modo di comunicare, relativamente ai tempi di gestione – divenuti molto più rapidi – all’interazione con il cittadino, all’organizzazione interna del lavoro, al coordinamento degli uffici, alla necessità di promuovere la formazione e le competenze digitali tra il personale.
Questa nuovo paradigma della comunicazione “con” il cittadino, se da un lato evidenzia un percorso democratico di avvicinamento delle istituzioni agli interlocutori, dall’altro mette sul piatto importanti questioni da affrontare e risolvere da parte di un ente pubblico, e di un Comune in particolare che, per sua natura, rappresenta la propria comunità, ne cura gli interessi e ne promuove lo sviluppo:
[icon image=”ss-highvolume” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]capacità di ascoltare,
[icon image=”fa-comments-o” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]capacità di distinguere la conversazione dall’informazione,
[icon image=”fa-users” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]capacità di considerare il cittadino non solo come portatore di un bisogno, ma anche di competenze e soluzioni.
Questioni, anzi vere e proprie sfide che, se gestite al meglio, possono attribuire al Comune, più che ad ogni altro ente, il ruolo privilegiato di ricostruire quel rapporto di fiducia che si è incrinato tra l’amministratore pubblico ed il cittadino.
Perché allora non provare anche noi, nel nostro piccolo, a gettare qualche seme per consentire la ricostruzione di quel rapporto di fiducia, applicando a noi stessi il cambiamento che vorremmo vedere negli altri, come diceva Gandhi, e sentendoci investiti in prima persona di quella responsabilità morale da cui siamo partiti? Cercando i dati, “ascoltandoli”, analizzandoli, estraendone informazioni utili a comprendere quali sono i bisogni della collettività, mettendoli anche a confronto su area vasta. Con metodo scientifico, per arrivare ad individuare i temi di maggior interesse per i cittadini, lo stadio di conoscenza diffusa, le politiche più adatte per potervi positivamente incidere.
Lo faremo grazie a Webdistilled, un potente software di Social Media Monitoring e Analisi della Reputazione Semantica Online, conducendo un’analisi sui Comuni “social” capoluogo di provincia del Piemonte, ovvero: Torino, Cuneo, Novara, Vercelli, Biella, Alessandria.
Provando ad immaginare, partendo dai dati, un modello di comunicazione sui social che possa incidere positivamente sulla strategia politica e sulla pianificazione operativa di un Comune. Restituendo, infine, ancora dati, risultati, e una Pubblica Amministrazione efficace.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
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6MEMES TRENDS Data Complexity & Big Data

Come apprendono le macchine? L’umanità degli algoritmi e della visione artificiale. Di Anna Pompilio.

“[dropcap3]C[/dropcap3]osi è la vita, in ogni suo momento e soprattutto alla fine, quando sembra di avere appena incominciato a vivere e si scopre – come Husserl – che dobbiamo imparare a morire, e ovviamente non c’è più tempo”.
(Maurizio Ferraris, L’imbecillità è un cosa seria)

La mente umana apprende, cresce e si sviluppa in base a ciò che riceve.

Anche le macchine apprendono, crescono e si sviluppano in base a ciò che ricevono e per nutrire la loro intelligenza hanno bisogno di ricevere una serie di input sottoforma di dati. Anzi, Big data. Parliamo dunque di Machine Learning, di macchine che apprendono. Ma come apprendono le macchine?
[bctt tweet=”Machine Learning: le macchine apprendono, crescono e si sviluppano attraverso i Big Data. ” username=”MapsGroup”]

Gli algoritmi

Le Intelligenze Artificiali apprendono innanzitutto attraverso algoritmi capaci di migliorare automaticamente attraverso l’esperienza.
Per spiegare come funziona la faccenda supponiamo, ad esempio, di voler analizzare il sentiment associato ad un brand e di procedere a tale scopo alla categorizzazione di un testo attraverso (appunto) algoritmi.
I diversi algoritmi necessari alla classificazione di un testo si dividono, tipicamente, in supervisionati e non supervisionati.

  1. Nei metodi non-supervisionati le categorie semantiche a cui appartengono i dati vengono identificate a posteriori andando a cercare ricorrenze all’interno dei gruppi di testi classificati come omogenei, oppure tramite l’incrocio di dizionari di termini o archivi.
  2. Nei metodi supervisionati, al contrario, le categorie semantiche sono conosciute a priori o vengono identificate manualmente in un sottoinsieme di testi, il cosiddetto training set che sarà in seguito utilizzato per programmare l’analisi dei testi. In tal caso si avranno dunque algoritmi che ricevono come input un set di testi – training set – e che restituiranno come output un modello generale da applicare ai testi successivi. In pratica il modello impara le relazioni presenti nel training set per classificare i testi.

Qualunque sia il metodo scelto, il risultato che stiamo indagando – il sentiment associato ad un brand –non è esente da ostacoli e bisognerà tener conto, nello sviluppo del modello, di alcuni punti di attenzione:
[icon image=”fa-cubes” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]attenzione nella costruzione del training set (l’algoritmo non può lavorare efficacemente se le informazioni iniziali sono state ricavate da un training set inaffidabile),
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]attenzione nella scelta delle features di partenza dove il punto di vista dell’analista potrebbe influenzare l’analisi del problema,
[icon image=”fa-commenting-o” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]attenzione alle ambiguità del linguaggio e ai sistemi di codifica dei dati.
E la lista sarebbe molto lunga…

“Col machine learning – spiega Rosario Sica, Amministratore Delegato di OpenKnowledge – i computer scrivono i loro programmi e imparano algoritmi di straordinaria complessità, che noi non sapremmo riprodurre. Il modo in cui questo accade ha quasi del magico e consiste nel rovesciare i termini della questione. Quando un algoritmo è creato da un programmatore umano esso viene prima di tutto. Poi lo si applica a dei dati. E da questo derivano i risultati. Con il machine learning il processo viene invertito. I computer sono anzitutto nutriti di dati. Poi si definiscono i risultati attesi. E da questo i computer – se provvisti davvero di molti dati e di esempi da cui apprendere – elaborano autonomamente gli algoritmi”.
Molti dati e molti esempi da cui apprendere costituiscono dunque cibo per la mente artificiale: ma se questo nutrimento è composto da cibo spazzatura – visioni distorte, rumore, ridondanza, training set inaffidabili, features discutibili – non finiremo prima o poi in un mondo popolato da droidi ciccioni? 🙂

La visione artificiale

Abbiamo detto poc’anzi che le macchine apprendono attraverso algoritmi ma non è l’unico modo e forse neanche il più efficace.
Nella Visione Artificiale il cibo per la mente artificiale, ossia il set di dati da dare in pasto ai computer, è formato da immagini e si basa sull’intuizione che, invece di concentrarsi solo su algoritmi sempre migliori, è possibile fornire ai computer dei dati per insegnargli a vedere e apprendere autonomamente. Esattamente come fanno i bambini nei primi anni di età, quando imparano attraverso le immagini del mondo reale.
Centinaia di migliaia di milioni di miliardi di rappresentazioni da cui le macchine apprendono. Così riassunta la questione sembra quasi banale se non fosse per il rischio di legare questo apprendimento ad un immaginario collettivo che raccoglie non di rado immagini dubbie, sessiste, razziste, intolleranti e dove il contesto è fatto di avvenimenti falsi, pericolosi, sbilanciati .
[bctt tweet=”Nella Visione Artificiale il Machine Learning è formato da set di immagini e si basa sull’intuizione.” username=”MapsGroup”]
Vi siete mai chiesti ad esempio perché gli assistenti digitali hanno spesso nomi femminili? Sembra, da alcune ricerche, che le persone reagiscono meglio a ordini presi da una voce di donna. Ma bisognerebbe forse sondare su come è stato costruito il training set dell’indagine… Se, dunque, il contesto influenza l’evoluzione delle persone, il risultato di questa evoluzione si trasmette a sua volta ai sistemi di Machine Learning, in una continua estenuante iterazione…
È questo il futuro?

Il caso Microsoft TAY

Tay è un chatbot ed era stato progettato, nelle intenzioni originali di Microsoft, per gestire il rapporti con gli utenti reali impiegando algoritmi di intelligenza artificiale.

“Quanto più si chatta con Tay, tanto più diventa intelligente, imparando a coinvolgere le persone attraverso la conversazione informale e giocosa”.

Così era stato presentato dall’azienda di Redmond ma l’esperimento ha preso ben presto un andamento imprevisto. In meno di 24 ore l’adolescente virtuale Tay, partita dal definire il genere umano “super cool” ha iniziato a divulgare messaggi poco tranquillizzanti che hanno messo in evidenza la sua nuova natura razzista e misantropa. Microsoft ha scelto di disattivare Tay in attesa di modifiche per evitare la diffusione di contenuti offensivi: “Il chatbot Tay è un progetto di machine learning, ideato per l’engagement umano e, man mano che apprende, parte delle sue risposte sono inappropriate e indicative della tipologia di interazione che alcune persone stanno avendo con esso. Stiamo facendo alcune modifiche a Tay”.
In sostanza, dice Microsoft, Tay è lo specchio del mondo con cui si interfaccia e tocca “correggerne” l’evoluzione troppo umana.
[bctt tweet=”Il Machine Learning è influenzato dalla tipologia di interazione con cui si interfaccia.” username=”MapsGroup”]

Dove andremo a finire?

Senza pretesa di dare risposte a domande più grandi di noi, forse può avere un senso ripartire dall’inizio: tornando a quello che si diceva prima – “Quando un algoritmo è creato da un programmatore umano esso viene prima di tutto” – proverei a ribaltare ancora una volta i termini la questione: quando un programmatore umano crea un algoritmo, o influenza l’elaborazione di algoritmi generati autonomamente dalle macchine, il programmatore viene prima di tutto. E dato che la tecnologia, il web o che dir si voglia ha trasformato tutti noi, nessuno escluso, in programmatori (o quantomeno in fornitori di contenuti), dovremmo sforzarci se non altro di essere dei buoni programmatori, di apprendere meglio, di coltivare il senso critico, di non ingannare noi stessi, di usare il metodo dell’immaginazione, del gioco, dell’intrattenimento per inventare nuovi scenari e magari en passant di sbagliare meno.
Non che sia facile, ma così è la vita…
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
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6MEMES TRENDS Medicina & Narrazione Sharing Knowledge

Medici imPazienti: il passaggio dall'analogico al digitale è ormai impellente anche nella Sanità.

[dropcap3]E[/dropcap3]bbene sì, ci siamo! Anche in Italia il salto culturale tra analogico e digitale nel settore della Sanità si inizia ad avvertire come urgente.
Tale aspettativa trova il suo incipit naturale non solo nei cosiddetti “pazienti” – ovvero noi cittadini – ma anche nei Medici, chiamati in prima linea a rispondere in emergenza a necessità che potevano invece, almeno in parte, essere prevenute o almeno previste.
E se – come abbiamo visto nel precedente articolo – la telemedicina è una delle risposte possibili in termini di tempestività ed efficienza, manteniamo ora la nostra promessa di approfondimenti fatta in quello stesso articolo e andiamo oltre, alla ricerca di buone pratiche in questo settore… nevralgico sotto tanti punti di vista 🙂
[bctt tweet=”Telemedicina: tempestività ed efficienza per il salto di qualità!” username=”MapsGroup”]

Medici digitalizzati

Intanto parliamo proprio di loro, dei nostri Medici, che – come illustrato in questo articolo – si stanno sempre più digitalizzando:

“il 76% dei medici internisti italiani consulta referti e immagini in formato digitale, il 47% gestisce le informazioni degli assistiti su data base, il 52% comunica con i pazienti anche grazie a Whatsapp.”

I dati, emersi dalla ricerca “L’innovazione digitale per i medici di medicina interna”, effettuata dall’Osservatorio innovazione digitale in sanità della School of Management del Politecnico di Milano, vanno ancora oltre, dimostrando che tra i medici:

è diffusa la consapevolezza dell’importanza delle competenze digitali nella loro professione: il 53% le considera infatti importanti in funzione delle esigenze professionali, il 41% rilevanti al pari delle altre competenze”.

[bctt tweet=”I Medici italiani vogliono accrescere le loro competenze digitali.” username=”MapsGroup”]
E se il digitale avanza anche nella Sanità, è forse anche a causa di noi Pazienti che a volte, magari a sproposito (e alzi la mano non l’ha mai fatto) navighiamo su e giù nel web alla ricerca di diagnosi, prognosi e soluzioni ai nostri “mali” (veri e percepiti).
Se ancora abbiamo dei dubbi in proposito, ci pensa un’indagine coordinata da Gfk Eurisko, a dissiparli una volta per tutte:

sono 11,5 milioni gli italiani (il 42% degli adulti) che cercano in rete informazioni relative alla salute, la cura e le patologie. Internet e i social media si collocano in terza posizione tra le fonti principalmente impiegate dai cittadini, subito dopo il medico di famiglia e lo specialista.”

Di necessità virtù, quindi, tutti i dati – sia dei Medici che dei Pazienti – portano al digitale, tanto da azzardare una previsione per il 2017 di tutto rispetto.
Il 2017 potrebbe segnare un momento di svolta nel settore della digital health: finora l’informatizzazione del mondo sanitario ha toccato soprattutto i processi gestionali, ma oggi le componenti cliniche e decisionali sono pronte ad abbracciare soluzioni digitali direttamente correlate con l’attività clinica.

Buone notizie…a pochi passi da casa.

E – per finire con un’ultima buona notizia – eccovi un eccellente esempio di innovazione a due passi da noi. Si tratta della messa in opera di un algoritmo che – grazie anche a una procedura statistica che combina oltre 500 variabili demografiche e di salute – è in grado di “predire” il rischio di ricovero in ospedale.
Ed è proprio la Regione Emilia-Romagna che lo ha fatto, sviluppando “un percorso di presa in carico delle persone più a rischio” in una sperimentazione che “si sta svolgendo in 25 Case della salute – da Busseto, in provincia di Parma, a Rimini – con il coinvolgimento di quasi 16.000 cittadini (15.583) e 221 medici di famiglia.”
Insomma, il sistema, seppure a macchia di leopardo, muove i primi passi a ritmo binario. A noi non resta che attendere, e, nel frattempo, continuare a spulciare (con cautela) il web, in cerca di sintomi e cure della nonna… digitale.

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Ambiente, Uomo e Regole del gioco

L'aria e la mamma "green". Le norme di controllo dell'inquinamento atmosferico. Di Maria Bonifacio

[dropcap3]T[/dropcap3]ommaso Maria è il nome di mio figlio. Oggi, all’uscita da scuola, siamo entrati in auto ed io, presa come sempre dai ritmi quotidiani, ho acceso il motore per portarmi all’altro capo della città e recuperare la collega di studio che in bici era stata colta dalla pioggia.
Ad un tratto il piccolo mi ha detto:

“Sai mamma, la composizione dell’aria è rimasta immutata per milioni di anni, ma con lo sviluppo industriale e l’urbanizzazione è cominciato il suo progressivo inquinamento, ovvero la presenza di sostanze che modificano la sua composizione e il suo equilibrio dinamico”.

Ho fermato l’auto e spento il motore. Tommaso ha proseguito leggendomi la ricerca che avevano fatto a scuola.

E tu cosa fai (per prevenire e ridurre l’inquinamento dell’aria?).

Queste sostanze causano, nel breve o nel lungo periodo, su scala locale o su scala globale, effetti dannosi per l’uomo e per il mondo animale e vegetale. Gli inquinanti vengono classificati in:

  1. inquinanti di origine “antropica”, in quanto derivano dall’attività dell’uomo;
  2. inquinanti di origine naturale, derivanti, ad esempio, dalle eruzioni vulcaniche.

L’inquinamento di origine antropica è generato da:

  • grandi sorgenti fisse come le industrie;
  • sorgenti fisse di piccole dimensioni, come gli impianti di riscaldamento;
  • sorgenti mobili quali il traffico dei veicoli.

Tuttavia, dopo un periodo più o meno lungo di permanenza nell’atmosfera, la natura riesce a rimuoverne una determinata quantità. Per citare un esempio, l’anidride carbonica, prodotta dalla combustione di combustibili fossili e dalla respirazione degli organismi viventi animali e vegetali, viene in parte assorbita dalla vegetazione con la fotosintesi, e anche neutralizzata in grande quantità dalle acque del mare, che sono in grado di fissarla attraverso il fitoplacton e di stabilizzarla sotto forma di rocce sedimentarie carbonatiche. Parliamo di equilibrio dinamico, la cui stabilità dipende dalla capacità di questi processi di “autodepurazione” di neutralizzare, o almeno limitare, gli effetti negativi delle attività umane. Il problema nasce quando le quantità di inquinanti emessi nell’atmosfera superano la sua capacità di “autodepurazione”, aumentano la loro concentrazione nell’aria e raggiungono limiti dannosi per l’uomo e per la natura. In questo caso il modello di sviluppo dell’uomo e di un paese può divenire non più “sostenibile” nel lungo periodo.
Preoccupata per l’assottigliamento della fascia di ozono stratosferico e per i cambiamenti climatici che ostacolano lo sviluppo di vaste regioni della Terra, la comunità internazionale ha adottato, nel corso degli anni, una serie di provvedimenti per la tutela dell’atmosfera:

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]

Il Protocollo di Montreal, adottato nel 1987, ha avviato una strategia globale per la protezione della fascia di ozono: ai Paesi industrializzati, e dal 2004 anche ai Paesi in via di sviluppo, è vietata la produzione e il consumo delle sostanze ritenute responsabili della distruzione dell’ozono stratosferico.
Un passaggio indubbiamente significativo nella risposta ai cambiamenti climatici fu l’adozione dell’ormai noto Protocollo di Kyoto, adottato formalmente nel 1997, ed entrato in vigore nel 2005, anche se mai ratificato dagli Stati Uniti, il principale emettitore fra i paesi industrializzati. Il Protocollo di Kyoto impegna legalmente i paesi sviluppati a specifici obiettivi di riduzione delle emissioni dei gas ritenuti responsabili dell’effetto serra.


La maggior parte delle nostre città è interessata dal problema dell’inquinamento dell’aria. Lo confermano le centraline che misurano le concentrazioni degli inquinanti ma, anche se le stazioni di monitoraggio non sono presenti, a volte qualche fastidio o difficoltà nel respirare ci fa pensare che la qualità dell’aria non sia buona. Il traffico urbano è oggi la principale fonte di inquinamento atmosferico di tutte le città. A questo si aggiungono le emissioni degli impianti di riscaldamento durante l’inverno. Le sostanze inquinanti sono causate dalla combustione che avviene nei motori degli autoveicoli e negli impianti termici. Tra tutti gli inquinanti prodotti, le polveri sottili rappresentano il maggior problema per le nostre città. Infatti, in molte città italiane, il particolato sospeso con diametro inferiore a 10 micron, detto PM10, supera sempre più spesso le soglie di concentrazione indicate dalla normativa.
Per cercare di ridurre la concentrazione di PM10, le amministrazioni pubbliche prendono provvedimenti quali:

  1. la circolazione a targhe alterne,
  2. i blocchi del traffico,
  3. la creazione di zone chiuse al traffico dei veicoli più inquinanti.

Questi provvedimenti, però, non bastano ad abbattere l’inquinamento urbano, perché spesso si tratta di misure solo temporanee, come le domeniche senza auto. Per ridurre sensibilmente l’inquinamento urbano sono necessari cambiamenti nei comportamenti di ognuno di noi. Esistono le cosiddette buone pratiche per ridurre l’inquinamento delle nostre città:

  • limitare il più possibile l’uso dell’auto privata privilegiando altri mezzi di trasporto. 
  • Guidare a velocità moderata così producendo meno sostanze inquinanti e risparmiando.
  • Non parcheggiare in modo da intralciare il traffico.
  • Ove possibile, non sostare con il motore acceso e spegnere il motore quando si è fermi in coda per lungo tempo.
  • Controllare periodicamente il motore e lo scarico delle proprie vetture.
    Utilizzare i mezzi pubblici, la bicicletta e i piedi.
  • Se proprio bisogna usare l’auto, cerca di viaggiare con più passeggeri e organizzarsi per fare car pooling.
    Acquistare casomai un’automobile ecologica.
  • Insieme ad altri cittadini chiedere alle amministrazioni locali di realizzare piste ciclabili, pedonali o zone pedonali e a traffico limitato.

Le organizzazioni internazionali, i governi nazionali e le imprese possono impegnarsi nella riduzione delle emissioni inquinanti e di “gas serra” adottando politiche ambientali specifiche. In molti paesi si sono già ottenuti dei buoni risultati e le imprese prestano particolare attenzione nel ridurre sempre più le emissioni in aria di inquinanti.
Anche ciascuno di noi, singolarmente, può dare il proprio contributo adottando quotidianamente alcune buone pratiche! La qualità dell’aria che respiriamo dipende da tutti noi: con piccole attenzioni quotidiane, ognuno di noi può contribuire a ridurre le emissioni di inquinanti nell’aria, e non solo: anche il nostro portafoglio ne trarrà beneficio.
Uno spot recitava:” Più fresco tu, più fresca la Terra”. In inverno, se si abbassasse la temperatura media delle aule di un solo grado centigrado, si potrebbe risparmiare il 7% delle emissioni di CO2 della scuola. Inoltre, l’utilizzo di materiali isolanti per le finestre, tetti e muri permette di ridurre i consumi per il riscaldamento e quindi di risparmiare energia. La manutenzione ordinaria delle caldaie e degli impianti di riscaldamento e il controllo dei fumi sono periodicamente necessari per ridurre le emissioni degli impianti termici. Infine, la metanizzazione degli impianti, l’utilizzo di pannelli solari e fotovoltaici ed il risparmio energetico in genere contribuiscono a limitare le emissioni da impianti termici. E così via…La carta poi è sempre giovane! Anche riciclando la carta possiamo diminuire l’emissione di gas pericolosi. Per produrre la carta occorre energia, si abbattono gli alberi e vengono utilizzati prodotti chimici, come leganti, sbiancanti e solventi, che producono inquinamento atmosferico.
Tu cosa puoi fare per prevenire e ridurre l’inquinamento dell’aria e contrastare l’effetto serra antropico? Parola d’ordine: scegliere, differenziare e riciclare. Lo smaltimento dei rifiuti emette in atmosfera una grande quantità di gas pericolosi. Per esempio, per ogni chilogrammo di rifiuto organico si producono 0,31 kg di metano, un pericoloso gas serra. Scegliamo i prodotti confezionati con imballaggi riciclabili.”
[bctt tweet=”Differenziare e riciclare i rifiuti significa produrre meno gas nocivi per l’ambiente.” username=”MapsGroup”]

L’elogio della legge – 1. Norme in materia di controllo dell’inquinamento atmosferico.

Solo per dare un seguito tecnico all’elogio della legge: la norma quadro in materia di controllo dell’inquinamento atmosferico è rappresentata dal Decreto Legislativo n. 155/2010 che contiene le definizioni di valore limite, valore obiettivo, soglia di informazione e di allarme, livelli critici, obiettivi a lungo termine e valori obiettivo. Il Decreto individua l’elenco degli inquinanti per i quali è obbligatorio il monitoraggio e stabilisce le modalità della trasmissione e i contenuti delle informazioni sullo stato della qualità dell’aria, da inviare al Ministero dell’Ambiente.
Il provvedimento individua nelle Regioni le autorità competenti per effettuare la valutazione della qualità dell’aria e per la redazione dei Piani di Risanamento della qualità dell’aria nelle aree nelle quali sono stati superati i valori limite. Sono stabilite anche le modalità per la realizzazione o l’adeguamento delle reti di monitoraggio della qualità dell’aria.

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]Di recente sono stati emanati:

[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Il DM Ambiente 29 novembre 2012, che, in attuazione del Decreto Legislativo n.155/2010,  individua le stazioni speciali di misurazione della qualità dell’aria,
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]il Decreto Legislativo n.250/2012, che modifica ed integra il Decreto Legislativo n.155/2010, definendo anche il metodo di riferimento per la misurazione dei composti organici volatili,
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]il DM Ambiente 22 febbraio 2013che stabilisce il formato per la trasmissione del progetto di adeguamento della rete di monitoraggio,
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]il DM Ambiente 13 marzo 2013che individua le stazioni per le quali deve essere calcolato l’indice di esposizione media per il PM2,5.

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]Inoltre:

[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Il DM 5 maggio 2015 stabilisce i metodi di valutazione delle stazioni di misurazione della qualità dell’aria di cui all’articolo 6 del Decreto Legislativo n.155/2010;
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]il DM 26 gennaio 2017 modifica ulteriormente il Decreto Legislativo n.155/2010, recependo i contenuti della Direttiva 1480/2015 in materia di metodi di riferimento per la determinazione degli inquinanti, procedure per la garanzia di qualità per le reti e la comunicazione dei dati rilevati e in materia di scelta e documentazione dei siti di monitoraggio.

L’elogio della Legge – 2. Norme in materia di prevenzione e limitazione delle emissioni in atmosfera.

La norma quadro in materia di prevenzione e limitazione delle emissioni in atmosfera è costituita dal Decreto Legislativo 3 aprile 2006 n. 152, parte Vche si applica a tutti gli impianti (compresi quelli civili) ed alle attività che producono emissioni in atmosfera stabilendo valori di emissione, prescrizioni,  metodi di campionamento e analisi delle emissioni oltre che i criteri per la valutazione della conformità dei valori misurati ai limiti di legge.
Il Decreto è stato aggiornato dal D.Lgs. n.128/2010. Di recente il D.Lgs. n.152/2006 ha subito ulteriori modifiche a seguito dell’entrata in vigore del D.Lgs 4 marzo 2014, n. 46 , che oltre a modificarne le Parti II, III, IV e V, ha assorbito ed integrato i contenuti del D.Lgs. 11 maggio 2005, n. 33 sull’incenerimento e coincenerimento dei rifiuti. Quest’ultimo decreto sarà abrogato a partire dal 1° gennaio 2016.
Per gli impianti sottoposti ad autorizzazione integrata ambientale (AIA) vale quanto previsto dal D.Lgs. 152/2006 (parte II) che ha ripreso, in toto, i contenuti del D.Lgs. 18 febbraio 2005, n. 59 (già abrogato dal D.Lgs. 128/2010).

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]Inoltre:

[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Il 13 marzo 2013 è stato emanato il DPR n. 59/2013 che, oltre a regolamentare e semplificare gli adempimenti in materia di autorizzazione unica ambientale per gli impianti non soggetti ad autorizzazione integrata ambientale, obbliga gli stabilimenti, in cui sono presenti attività ad emissioni scarsamente rilevanti, all’adozione delle autorizzazioni di carattere generale riportate in Allegato I al  DPR n. 59/2013 stesso.
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Il 16 aprile 2013 è stato emanato anche il DPR n.74/2013ovvero il Regolamento recante definizione dei criteri generali in materia di esercizio, conduzione, controllo, manutenzione e ispezione degli impianti termici per la climatizzazione invernale ed estiva degli edifici e per la preparazione dell’acqua calda per usi igienici sanitari.
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Per quanto attiene il contenimento delle emissioni e dei gas ad effetto serra, il D. Lgs n. 171 del 21 maggio 2004 (attuazione della Direttiva 2001/81/CE), stabilisce i limiti nazionali di emissione di SO2, NOX, COV, NH3, che dovevano essere raggiunti entro il 2010.
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]La Direttiva 2001/81/CE sarà in vigore fino al 1° luglio 2018, data entro la quale il Governo Italiano dovrà recepire la nuova Direttiva n. 2284 del 14 dicembre 2016 concernente la riduzione delle emissioni nazionali di determinati inquinanti atmosferici. Quest’ultima stabilisce i nuovi impegni nazionali di riduzione delle emissioni di biossido di zolfo (SO2), ossidi di azoto (NOx), composti organici volatili non metanici (COVNM), ammoniaca (NH3) e particolato fine (PM2,5).


Bene, ora andiamo a prendere la collega all’altro capo della città perché sta piovendo. E poi, da domani, tutti in bici sulle piste ciclabili parmigiane a prendere una boccata di aria fresca.