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6MEMES TRENDS Artificial Intelligence – More than (buzz) words? Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

Intelligenza Artificiale e Interoperabilità: dove finisce la Macchina e inizia l'Uomo…

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[/sf_iconbox]Dall’Uomo alla Macchina e ritorno

[dropcap3]U[/dropcap3]no dei punti cardine previsti fin dall’inizio nel piano editoriale del blog di quest’anno riguarda l’interoperabilità tra Uomo e Macchina.
Al mese di gennaio 2020, quando siamo partiti per quest’avventura (tra il serio e il faceto) alla ricerca di nuove relazioni (se non pericolose ancora troppo poco fruttuose) tra l’Uomo e la Tecnologia che esso stesso ha costruito non proprio, era già chiaro che all’interno di questo schema esplorativo un posto di tutto rilievo giocoforza l’aveva (e a lungo l’avrà) il rapporto tra l’Uomo, la sua Intelligenza “naturale” e la cosiddetta Intelligenza Artificiale.
Ma se l’orizzonte culturale di interesse verso lei, l’Intelligenza in tutte le sue forme, sembrava (ancora) rilegata in ambiti tecnici, dal punto di vista sociale ed etico gli interrogativi erano già da tempo aperti. Con tutto il tempo del mondo davanti, tuttavia, necessario per risolvere quesiti che già si mettevano in evidenza come non facili da essere addirittura disambiguati, figuriamoci risolti.
I dubbi espressi a più livelli sulla “convenienza” dell’Uomo in tale cimento con la Macchina non sono sono mai stati pochi, come riporta questo articolo in sé parlante: “Intelligenza artificiale, un grande affare per chi la sa usare, ma servono politiche adeguate”.
Lo sviluppo narrativo del post è molto approfondito* (che prende il via dai dati raccolti ed elaborati da una conferenza internazionale del 2017 sul tema) e ci racconta come l’Intelligenza artificiale stia da tempo

“rimodellando le economie in tutto il mondo, e promette di risolvere problemi complessi, generare più produttività, più efficienza, e ridurre i costi.”

Allo stesso tempo, mette in guardia del fatto che il vulnus è proprio lì, nel rischio di una mancata interoperabilità a più livelli, per risolvere la quale servono non solo energie e risorse, ma anche competenze e integrazioni territoriali, perché:

“sfruttare e sviluppare l’Intelligenza artificiale richiede investimenti in tecnologie, dati, competenze e flussi di lavoro digitalizzati, nonché modifiche dei processi organizzativi.

Anche per questo la sua adozione varia a seconda dei Paesi, delle aziende e dei settori.”

I settori presi in esame dall’elaborato oggetto di studio erano vari, molti dei quali noti, mentre altri – ai tempi – erano più imprevedibili.
Oggi – in piena cronicizzazione della fase pandemica – si rivelano nella loro prepotente attualità dovuto al salto (a volte nel buio) che l’Uomo ha dovuto fare attraverso il digitale verso un uso più massivo della tecnologia, di cui l’Intelligenza Artificiale è uno dei punti focali, forse quello più potente dal punto di vista potenzialmente e critico dal punto di vista etico.
Stiamo pensando delle sue applicazioni nei mezzi di trasporto autonomi fino ai servizi finanziari basati sulle Reti Neurali, dal Marketing più profilato e predittivo che ci insegue a ogni web-angolo all’utilizzo (anche manipolatorio) del Linguaggio Naturale come “interfaccia” più adattivo nella relazione Uomo-Macchina e viceversa.
In ciascuno di questi ambiti, come dicevamo, non sfuggono certo – a maggior ragione oggi – le implicazioni etiche che comportano questi scenari di sviluppo destinati a evolvere inarrestabili spesso allertando le realtà socio-economiche di riferimento, in un’idea di Macchina che sostituisce l’Uomo senza che a quest’ultimo rimanga “nemmeno” il primato, sino ad ora incontestato, per lo meno su questo pianeta, dell’Intelligenza.
Perché se da un lato è chiaro che i vantaggi in termini di efficienza, evoluzione e messa a regime di pratiche di Intelligenza Artificiale (anche) in grado di ridurre sprechi e ridondanze a più livelli, dall’altro il rischio evidente è che aumenti – soprattutto in alcuni contesti, quelli più sensibili – il livello di complessità richiesto all’Umano nella gestione di tali tecnologie, con la possibilità della creazione di un divario ancora maggiore tra le aree più vocate (e avanzate) in questi settori e le altre più “arretrate”.
Se da un lato sono chiari i vantaggi dell tecnologia in termini di efficienza, evoluzione e messa a regime di pratiche in grado di ridurre ridondanze a più livelli, dall’altro il rischio è che aumenti il livello di complessità richiesto. Condividi il Tweet
D’altro canto, restare ostili a un’evoluzione che – in tutta sincerità – è ormai inarrestabile, appare uno sforzo vano di retrovia… Quindi potremmo dire che il vero “affare” per l’umanità è cercare di governare in maniera non solo etica, ma anche creativa e propositiva tale drive.
Un filosofo che ne parla con grande competenza di questo tema è sicuramente il professor Cosimo Accoto, che ci aiuta a fare chiarezza anche in questo articolo: 2020, il decennio dei robot. Ne parliamo con il filosofo hi-tech Cosimo Accoto”.
“Il livello di complessità che stiamo introducendo nel mondo e nella società non è gestibile se non attraverso l’iniezione di dosi crescenti di automazione”, ci dice il professore, autore – tra gli altri – del libro “Il mondo ex machina”.
Lo studioso, nella sua intervista che consigliamo assolutamente di leggere, mette l’accento su un punto che crediamo sia cruciale proprio in merito all’attualità sul topic:

“Le fasi finali di transito verso l’adozione tecnologica diffusa delle innovazioni sono di norma quelle più complesse e difficoltose, ci insegnano gli storici dell’economia. Possiamo pensare di aver fatto la gran parte del lavoro e il grosso, ma è sempre l’ultimo miglio – per così dire – quello più arduo da conquistare.”

Da parte nostra, per chiudere questo focus di alert sul trema, vogliamo comunque mettere un peso costruttivo sulla bilancia dei pro e dei contro sul topic, e condividiamo alcuni articoli sul tema che abbiamo trovato utili e interessanti in uqnato ramngenziali a settore CREATIVI, tra cui cui:

[sf_iconbox image=”ss-usergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Reti sociali: un modello per studiare gli effetti della propagazione virale

In questo articolo,  sono pubblicati

“i risultati di una ricerca dell’Università Statale di Milano che ha messo a punto un software per la simulazione di fenomeni di propagazione virale all’interno di reti sociali e dei loro effetti sulla conoscenza che gli individui maturano riguardo al tema al centro dell’epidemia.”

 

[sf_iconbox image=”ss-music” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Il nuovo progetto musicale di Björk usa l’intelligenza artificiale. Succede a New York.

L’articolo parla di

“Una collaborazione tra l’artista islandese e Microsoft fa incontrare musica e intelligenza artificiale. In un albergo in centro a New York c’è un “paesaggio sonoro” che cambia autonomamente a seconda delle condizioni atmosferiche e alla posizione del sole.”

 

[sf_iconbox image=”ss-write” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox] 
Se lo scrittore è un algoritmo: l’AI per la letteratura

Citiamo l’articolo:

“Può una macchina, sia pure intelligente, scrivere un romanzo, un racconto o un articolo giornalistico? Sebbene la scrittura, soprattutto quella creativa, si sviluppi in diverse dimensioni, l’intelligenza artificiale ha iniziato a insinuarsi anche in questo mondo.”

 

In ciascuno di questo casi l’Intelligenza Artificiale si innesta in ambiti propriamente umani, con risultati sorprendenti in cui Lui, l’Uomo, sembra avere molti vantaggi in questo scambio (forse) alla pari…


CREDITS IMMAGINE: Hanzo.
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6MEMES TRENDS Interoperabilità e digital footprint Sharing Knowledge

Virtualizzazione dell’esperienza dell’utente non solo per quanto riguarda le pratiche d’acquisto: il lavoro a distanza. Di Lilith Dellasanta.

Nei precedenti articoli abbiamo visto come l’adozione dei pagamenti digitali, già in trend crescente in epoca pre-Covid, sia stata accelerata dall’irrompere della pandemia. 
Ma implementare i processi di virtualizzazione del passaggio di denaro in risposta alle esigenze sanitarie (il che, auspicabilmente, aiuta anche contrastare l’evasione fiscale) richiede sia adeguate campagne di informazione che una riduzione dei costi per chi offre prodotti e servizi a fronte di piccoli pagamenti. Il che, forse, può arrivare a modificare anche il rapporto delle persone con la gestione delle proprie finanze. 
D’altro canto, la virtualizzazione delle esperienze delle persone ha coinvolto anche numerosi altri campi: nel periodo in cui tutto il mondo ha affrontato un lockdown più o meno lungo, è stato l’unico modo per “vestire” di normalità le giornate di chi rimaneva in casa. 
Di quali settori stiamo parlando? E soprattutto: tali cambiamenti introdotti in emergenza sono destinati a durare? Vediamolo insieme.
[bctt tweet=”La virtualizzazione delle esperienze delle persone ha coinvolto numerosi altri campi: nel periodo in cui tutto il mondo ha affrontato il lockdown, è stato l’unico modo per “vestire” di normalità le giornate di chi rimaneva in casa” username=”MapsGroup”]

[sf_iconbox image=”fa-briefcase” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Arti, saperi e mestieri…[/sf_iconbox]

La formazione e l’istruzione scolastica, il lavoro, ma anche l’arte in genere, gli spettacoli e le stesse prestazioni mediche fornite in modalità a distanza: questi sono alcuni dei settori in cui la “virtualizzazione” di tali esperienze ci hanno accompagnato in questi mesi, con caratteristiche di maggiore o minore urgenza, difficoltà o successo. Molte delle polemiche, rimostranze o congratulazioni sui traguardi raggiunti di conseguenza continueranno ad accompagnarci in futuro. 
Nei casi in cui hanno apportato un valore alla qualità della nostra la vita riusciranno probabilmente a radicarsi nell’esperienza, mentre negli altri casi sono probabilmente destinati a esaurirsi assieme alla contingenza emergenziale che li ha messi in moto.  
[bctt tweet=”La formazione e l’istruzione, il lavoro, l’arte in genere e le stesse prestazioni mediche fornite in modalità a distanza: ecco alcuni settori in cui la “virtualizzazione” di tali esperienze ci ha accompagnato in questi mesi, con difficoltà o successo” username=”MapsGroup”]
In questo articolo, in specifico, ho così deciso di approfondire il tema del lavoro a distanza nelle sue versioni sia di smart working che nella semplice modalità di telelavoro, perché è senz’altro uno dei topic di maggior impatto nella nostra vita di individui e società.
Li trattiamo ora insieme intendendoli sotto la categoria generica di “modalità di lavoro online”, anche se occorre fare la premessa d’obbligo che questi due concetti sono diversi tra loro: 

  • con il primo si intende un lavoro che si svolge a distanza rispetto alla sede centrale, che comporta obblighi da parte del datore di lavoro di eseguire ispezioni per assicurarsi regolarità nello svolgimento, il rispetto di norme di sicurezza per il dipendente e per le apparecchiature tecnologiche utilizzate, e infine una regolamentazione di orario e riposi;
  • lo smart working, invece, non è legato a un luogo fisico fisso in cui lavorare, l’orario è autodeterminato e diventano centrali gli obiettivi da raggiungere.

Ne parliamo, ora, attraverso i DATI: con OneVoice abbiamo infatti analizzato più di 600 mila contenuti in italiano e inglese da novembre 2019 alla fine di settembre 2020. 
 

[sf_iconbox image=”ss-mouse” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Telelavoro: soggetti, luoghi, tecnologia e organizzazione[/sf_iconbox]

Di telelavoro si discuteva già ben prima della diffusione dell’epidemia: in tre mesi (novembre-gennaio) abbiamo raccolto più di 8.000 contenuti, e la tag cloud mostra come i temi correlati siano legati a questi temi:

  • tecnologia (security, cloud)
  • soggetti  (small business, pa, aziende, imprese)
  • luoghi (ufficio, home, coworking)
  • organizzazione e tutela del lavoro (welfare, law, produttività)

e infine innovazione e futuro, un futuro che arriva improvvisamente.

Abbiamo raccolto la prima clip che associa il telelavoro al coronavirus il 23 gennaio: in un solo mese, fino al 21 febbraio, i contenuti raddoppiano da 89 a 167 giornalieri e delle 5.000 clip raccolte in questo periodo, ben un quarto menziona già il coronavirus. Si comincia a parlare del lavoro da remoto come una precauzione e una possibile reazione da organizzare per fronteggiare l’emergente epidemia, anche in Italia. 
A fine febbraio – naturalmente –  i contenuti si impennano, per raggiungere il picco a metà marzo, quando diventa chiaro che tutto il mondo, dopo l’incertezza iniziale, doveva organizzarsi quanto e come possibile per continuare le attività produttive, adeguando al mantra del “distanziamento sociale” i lavori che era possibile svolgere da remoto. 
Dalla primavera si stabilizzano a un livello sensibilmente più alto rispetto al periodo pre-pandemia, con una quantità di contenuti che testimonia quanto questa spinta eccezionale si candida per cambiare radicalmente molte delle abitudini lavorative. 
 

[sf_iconbox image=”ss-signpost” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Come si arricchisce il panorama delle tematiche?[/sf_iconbox]

Con l’esperienza sul campo diventa più facile trovare il rovescio della medaglia, come testimonia l’andamento delle clip negative, che, da irrisorio prima della pandemia, si alza e poi resta stabile mentre il numero di contenuti positivi decresce.
Alla conciliazione delle esigenze familiari e lavorative fa specchio la difficoltà di concentrazione in spazi condivisi con persone impegnate in tutt’altro.
La necessità di fiducia tra lavoratore e azienda si accompagna ad una possibile “pigrizia” ma anche, al contrario, a un possibile eccesso del tempo lavorato che invade lo spazio domestico, non essendoci un distacco fisico. La serenità di poter lavorare senza sobbarcarsi gli spostamenti e i colleghi “molesti” ha come contraltare la solitudine e la perdita del senso del team.
[bctt tweet=”Smartworking: la necessità di fiducia tra lavoratore e azienda si accompagna ad una possibile “pigrizia” ma anche, a un possibile eccesso del tempo lavorato che invade lo spazio domestico” username=”MapsGroup”]
A tutto questo si aggiungono le discussioni riguardanti le dotazioni e la sicurezza, sia per il lavoratore che per l’azienda: chi si assicura dell’ergonomia delle sedute? chi paga la corrente elettrica e la connessione internet? come si gestisce la cyber security? Infatti, come vediamo dall’andamento dei contenuti riguardanti i sindacati, il picco di clip si protrae fino a maggio, restando sostenuto anche in seguito.
Alzando lo sguardo dal rapporto tra lavoratore e azienda, si trovano altri effetti sulla città: prima tra tutti la mobilità, che ha delle ricadute positive, assieme alla ristorazione, che presenta invece le evidenti preoccupazioni degli esercenti già provati dalla chiusura per la pandemia, e a fare i conti, ora, con le mancate pause pranzo.
Possiamo così osservare che sia Smartworking che telelavoro non sono più solo una innovazione che riguarda osservatori e progetti pilota, ma modalità concrete di lavoro e vita quotidiana che in molti hanno sperimentato direttamente. E se in Italia, quando finirà il periodo di emergenza, anche per lo smart working scadranno le misure straordinarie, e sarà dunque necessario un accordo tra il lavoratore e l’azienda o tra il sindacato e l’azienda, è chiaro che a questo punto, pare improbabile che si torni ai regimi pre-covid.
[bctt tweet=”Sia Smartworking che telelavoro non sono più una innovazione che riguarda osservatori e progetti pilota, ma modalità concrete di lavoro e vita quotidiana che in molti hanno sperimentato direttamente” username=”MapsGroup”]
Non a caso, anche in linea precauzionale, molte aziende si sono già organizzate con un’alternanza tra presenza e lavoro da remoto, e principi di rotazione tra i lavoratori.
 
 

Lilith Dellasanta


CREDITS IMMAGINE DI COPERTINA (rielaborata)
ID Immagine 1: 64000820, di Galina Peshkova
ID Immagine 2: https://www.pexels.com/it-it/@kamo11235
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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Information and communications technology

La rete in azione: scenari collaborativi fra umani e sistemi digitali. Di Giulio Destri

[dropcap3]N[/dropcap3]ell’articolo precedente è stato trattato come la rete, pilastro fondamentale nella comunicazione, fra le persone e fra le persone e sistemi automatici, deve essere resa anche robusta e sicura, in grado di reggere questo ruolo “sociale”.
In questo articolo analizzeremo alcuni scenari collaborativi basati sulla nuova interoperabilità resa possibile dalla rete. Partiamo da una considerazione della situazione attuale con gli effetti della pandemia.
 

[sf_iconbox image=”fa-question-circle” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Una situazione VUCAniana[/sf_iconbox]

La situazione che si è venuta a creare in seguito alla pandemia è Volatile, Incerta, Complessa ed Ambigua (il concetto espresso dalla sigla VUCA, come spiegato in dettaglio in questo articolo).
Uno dei modi per affrontarla è organizzare il proprio lavoro in modo adattabile ai cambiamenti (agile), calcolando opportunamente i margini dei rischi che si corrono e decidendo quali sono affrontabili.
Nell’articolo precedente è stato rilevato quanto accaduto durante la pandemia con la necessità di remotizzazione di molti lavori. Ma quali sono, oggi, grazie alle infrastrutture esistenti o in corso di realizzazione, i lavori realmente remotizzabili?
I lavori fisici (ad esempio aziende alimentari o manifatturiere) richiedono la presenza in loco. Esperimenti di lavori svolti da robot controllati/supervisionati a distanza sono ancora agli albori, anche se con risultati promettenti.
[bctt tweet=”La situazione creatasi con la pandemia è Volatile, Incerta, Complessa ed Ambigua (concetto espresso dalla sigla VUCA). Uno dei modi per affrontarla è organizzare il proprio lavoro in modo adattabile ai cambiamenti (agile)” username=”MapsGroup”]
Mentre i lavori in cui l’oggetto è l’informazione sono (almeno in linea di principio) tutti remotizzabili già con la tecnologia di oggi. Ecco alcuni esempi di questi lavori:

  • Amministrazione (gestione finanziaria, del personale, acquisti, vendite…).
  • Banche ed assicurazioni.
  • Comunicazione e informazione (giornali, radio, televisione…).
  • Pubblica amministrazione (in teoria, purtroppo nella pratica, almeno in molti casi, mancano organizzazione ed infrastrutture adatte…).
  • Servizi fiscali (CAF, contabilità, commercialisti…).
  • Consulenze legali, organizzative…
  • Formazione aziendale.
  • Sviluppo informatico.
  • Progettazione e design di prodotti (senza la fase di prototipazione “fisica”).

 

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]I componenti del lavoro[/sf_iconbox]

Per meglio capire ora serve esaminare nei dettagli il lavoro che agisce sulle informazioni. I lavori sono molti diversi fra loro, ma in generale troveremo al loro interno:

  • attività ripetitive (procedurizzabili),
  • attività non ripetitive (comunque improntabili a linee guida) tra cui fondamentali sono quelle creative, come per esempio il design di prodotti e soluzioni, e il problem solving,
  • attività di coordinamento all’interno di un gruppo di lavoro e fra gruppi di lavoro,
  • attività di relazione con un cliente o con un fornitore.

E, semplificando ulteriormente, avendo come obiettivo la pianificazione del lavoro entro un gruppo, più o meno ampio, le attività possono essere suddivise in:

  • Attività individuali “pure”, ossia compiti che possono essere svolti in autonomia da una sola persona, che può quindi decidere, rispettando la scadenza del lavoro, come allocarle nella propria agenda; esempi di queste attività vanno dal disbrigo di pratiche, alla registrazione di fatture, alla realizzazione di disegni cad, alla scrittura di componenti di codice sorgente (software)…
  • Attività di coordinamento/confronto (tipiche le riunioni), ossia compiti che richiedono l’inserimento nella agenda di diverse persone (potenzialmente molte), con un orario preciso ed una durata; la riunione con un cliente può entrare in questa categoria.
  • Attività di lavoro a due/tre persone che richiedono l’inserimento in agenda di poche persone e possono anche essere decise su necessità immediate; un esempio può essere la collaborazione fra una persona con esperienza maggiore ed una con esperienza minore per un compito che quest’ultima deve svolgere per la prima volta; una intervista ad un cliente per raccogliere le specifiche di progetto può rientrare in questa categoria.

In questo schema, per semplicità, sono comprese solo le attività “lavorative produttive”. Il rapporto informale fra le persone e quindi attività come il pranzare insieme o il “trovarsi alla macchinetta del caffè”, che possono essere fondamentali per il buon rapporto fra le persone, non sono qui considerate.
In casi molto particolari il gruppo di lavoro può, in autonomia, dividersi gli incarichi che corrispondono alle singole attività svolte da una sola o da un numero molto limitato di persone. È l’approccio tipico degli standard di sviluppo Agile come SCRUM. In (molti) altri casi è il coordinatore (capo ufficio/capo area) che decide come assegnare l’insieme degli incarichi alle varie persone che fanno parte del gruppo di lavoro.
Anche nel caso in cui il gruppo di lavoro collabori in remoto tutte le attività sopra descritte possono essere comunque svolte con efficienza. Alcuni strumenti tipici del mondo agile come la “bacheca di status” (Scrum Board o Kanban Board, per esempio), che indicano la situazione istantanea del completamento dei vari incarichi e, quindi, del lavoro nel suo insieme, sono in questo caso indispensabili per dare a tutti i componenti del gruppo di lavoro l’indicazione dello status.
[bctt tweet=”Strumenti del mondo agile come Scrum Board o Kanban Board, che indicano lo stato di completamento dei vari incarichi di lavoro, sono indispensabili per dare ai componenti del gruppo di lavoro l’indicazione dello status” username=”MapsGroup”]
Micro riunioni periodiche (ad esempio, tutti i giorni al mattino, in un quarto d’ora) in alcuni casi possono essere un complemento utile, E, soprattutto, occorre una buona coordinazione per l’assegnamento degli incarichi alle persone e una gestione “ferrea” delle riunioni cui partecipano tante persone: una riunione ha un “gestore”, un’agenda, un insieme di obiettivi ed un tempo entro il quale si devono prendere decisioni sugli obiettivi stessi. Le riunioni come “momento di esibizione”, svolte in remoto hanno molto meno senso…
L’esperienza ha dimostrato che nella maggior parte dei casi, se esiste anche un rapporto di fiducia fra i membri del gruppo di lavoro, il modo di operare in remoto sopra descritto è quello in cui si raggiunge il massimo dell’efficienza.
[bctt tweet=”L’esperienza ha dimostrato che se esiste anche un rapporto di fiducia fra i membri del gruppo di lavoro, il modo di operare in remoto è quello in cui si raggiunge il massimo dell’efficienza” username=”MapsGroup”]
 

[sf_iconbox image=”ss-crosshair” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il “centro di servizio”: umano, artificiale o ibrido[/sf_iconbox]

Se fino ad ora abbiamo considerato un team di lavoro che fa parte di una organizzazione che ha adottato il lavoro da remoto ben organizzato, ora passiamo a “generalizzare” il tutto, con riferimento al modello della azienda vista come insieme di centri di servizio.
A livello del gruppo di lavoro, ogni membro è un “centro di servizio” che svolge il proprio ruolo rispetto agli altri ed al coordinatore, completando gli incarichi uno dopo l’altro. A livello di divisione (o dell’intera piccola azienda) ogni gruppo è un centro di servizio che svolge incarichi “più grossi”, ripetitivi o non. A livello di azienda questa svolge un servizio rispetto all’ecosistema dei propri clienti e fornitori.
Quindi l’idea del centro di servizio è applicabile (con gli opportuni adattamenti) indipendentemente dalla scala, dal singolo individuo entro il suo gruppo ad agglomerati molto più grandi.
[bctt tweet=”A livello del gruppo di lavoro, ogni membro è un “centro di servizio” che svolge il proprio ruolo rispetto agli altri ed al coordinatore, completando gli incarichi uno dopo l’altro” username=”MapsGroup”]
La rete e gli strumenti tecnologici rendono ora possibile la delocalizzazione di questo modello, con la creazione di gruppi (o di gruppi di gruppi) distribuiti entro una nazione, un continente o il mondo.
E, allo stesso tempo, i servizi cloud di

  • Piattaforme per il lavoro condiviso;
  • Sistemi di archiviazione ed elaborazione dati e documenti (Big Data e dintorni…);
  • Sistemi di Intelligenza Artificiale on-demand,

rendono possibile la dotazione di risorse di calcolo ed elaborazione dati, nonché piattaforme per la creazione di servizi applicativi per clienti finali per questi gruppi.
[bctt tweet=”La rete e gli strumenti tecnologici rendono possibile la delocalizzazione del modello a ‘Centro di Servizi’, con la creazione di gruppi di lavoro (o di gruppi di gruppi) distribuiti entro una nazione, un continente o il mondo” username=”MapsGroup”]
Diventa quindi possibile, ad esempio, avendo un progetto ben pianificato e buoni coordinatori del lavoro (Project Manager e non solo…) costruire un’azienda (startup) raccogliendo nel mondo specialisti dei ruoli necessari e dotarli delle infrastrutture cloud con cui potranno interagire fra loro, stando ognuno nel proprio paese. Ovvero realizzare attraverso la rete delle interazioni tra persone e strumenti IT, di durata variabile da pochi giorni a molti anni, avendo un obiettivo di business.
Questo approccio non è nuovo ed anzi è stato applicato più volte con successo nel tempo, per esempio nel mondo dello sviluppo distribuito open source di sistemi come Linux, Apache ecc…, oppure nel mondo dei comitati tecnici di sviluppo delle norme UNI, come quello delle professioni tecniche non regolamentate di cui faccio parte, costituiti quasi sempre da team completamente delocalizzati e che operano ed effettuano riunioni periodiche pianificate tramite le infrastrutture IT messe a disposizione dall’ente. Insomma, un approccio che esiste e funziona, grazie soprattutto all’azione dei coordinatori operativi dei gruppi.
 

[sf_iconbox image=”ss-user” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Le conseguenze per le singole persone e per le piccole aziende di servizi[/sf_iconbox]

E ora vediamo cosa significa questo in pratica per singoli professionisti o piccole e medie imprese italiane che offrano servizi.
Intanto la possibilità di competere in toto su un mercato molto più ampio di quello locale, entrando a fare parte di progetti più grandi cui prestare la propria opera specialistica, facendo valere le proprie esperienze specifiche. Ancora una volta è importante comprendere che premessa indispensabile è il saper lavorare entro gruppi di persone o di aziende in remoto e attraverso piattaforme cloud.
[bctt tweet=”Per i professionisti o le PMI che offrano servizi c’è ora la possibilità di competere su un mercato molto più ampio di quello locale, entrando a fare parte di progetti più grandi in cui far valere le proprie esperienze specifiche” username=”MapsGroup”]
Questa è la generalizzazione del fenomeno, già in atto da alcuni anni, in cui alcune aziende IT hanno trasformato proprie soluzioni software in servizi cloud vendibili come SaaS (Software-as-a-Service) ampliando enormemente il proprio mercato. E che, magari, diventano singoli componenti di sistemi più ampi come l’universo Office365.
Il farsi conoscere attraverso contatti, anche “personali”, ottenibili con strumenti come LinkedIN (ovvero “interoperare” con i propri potenziali clienti), diventa allora uno dei canali necessari per poter operare in questo mercato, come definito, ad esempio, in [1].
Approcci alla vendita come il freemium (servizio livello base gratuito, con dei plus apprezzabili a pagamento), possono essere usati da giganti come Google così come da aziende molto più piccole.
L’altra faccia della medaglia è data dal rischio della scomparsa delle “nicchie geografiche” di mercato. Ossia, se si compete sul mercato internazionale attraverso la rete, si è un singolo professionista o una singola azienda in mezzo a tanti. Ed è necessario:

  • Avere forti competenze specifiche per il proprio lavoro.
  • Saperle presentare in modo efficace.
  • Stabilire relazioni dirette con i propri clienti e diventare loro “partner”, all’interno di filiere di servizi costruite attraverso la rete
  • Essere molto organizzati nella scelta dei propri fornitori, usando tutti gli approcci basati sulla gestione del rischio, per evitare che un problema del fornitore possa diventare un problema per il proprio cliente.
  • Operare in modo agile, valutare periodicamente il proprio posizionamento sul mercato e la propria offerta rispetto alla evoluzione del mercato stesso.

E stare attenti alle trappole, come alcuni marketplace ove la regola è il prezzo più basso. Servizi professionali degni di questo nome non possono essere erogati al ribasso e un cliente che cerca solo il prezzo più basso per un servizio importante per il proprio business corre enormi rischi. In generale potremmo definire questo con il principio di rispettare il lavoro altrui e fare rispettare e valere il proprio, entro un contesto di gestione oculata del rapporto costi-benefici.
In questo contesto l’organizzazione interna di un’azienda deve essere per forza agile e adattabile, le persone devono operare per obiettivo, pianificando traguardi realistici rispetto alle proprie capacità e forze. Il pensiero “io voglio vedere i miei collaboratori in azienda” (anche se in questo momento non ci sono lavori da fare), per cui vengono mantenuti gli straordinari il sabato mattina “per mantenere abituate le persone” è oggi, semplicemente, un nonsenso (e non solo nel mondo dei servizi online).
E un giovane (o una startup) che voglia crescere in questo contesto deve essere estremamente deciso e buone capacità di apprendimento continuo [2]. E chi vuole cambiare lavoro o entrare in circuiti internazionali deve, come già detto anche prima, curare molto il proprio modo di apparire, soprattutto su piattaforme professionali come LinkedIN [3]. E per questo servono sia soft skill, sia hard skill, soprattutto il saper gestire bene il proprio tempo e le proprie energie, per “interoperare” in modo costruttivo (di relazioni) ed efficace (per il business) con i propri clienti e fornitori.
[bctt tweet=”Chi vuole cambiare lavoro o entrare in circuiti internazionali deve curare molto il proprio modo di apparire. E per questo servono sia soft skill, sia hard skill e, soprattutto, saper gestire bene il proprio tempo e le proprie energie” username=”MapsGroup”]
Alcune esperienze di consorzi entro distretti industriali, in cui le aziende mettono in comune alcuni servizi, come ad esempio l’amministrazione contabile o la gestione del personale, riducendo i costi, devono essere generalizzate ed entrare nel modello presente, per far superare uno dei limiti più diffusi delle aziende italiane: la dimensione troppo piccola.
 

[sf_iconbox image=”ss-layers” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Alcuni scenari[/sf_iconbox]

Durante il lockdown insieme ad un collega abbiamo realizzato una consulenza per una importante azienda di Torino. Le riunioni di definizione iniziale del lavoro sono state fatte su piattaforma cloud, in collegamento ciascuno dal proprio “ufficio di casa”. Attraverso la stessa piattaforma abbiamo condiviso i documenti e gli altri elementi della consulenza che venivano via via prodotti con il nostro referente, il quale aveva quindi una visione precisa dell’avanzamento dei lavori. Durante le riunioni periodiche lui ci dava il feedback, stabiliva chi altro doveva essere coinvolto. In poche giornate abbiamo realizzato il servizio di consulenza richiesto con soddisfazione del cliente.
Una mia attività di formazione e coaching di Project Management per un gruppo di lavoro di un cliente, iniziata prima in aula, è poi proseguita con successo online nei mesi del lockdown e anche dopo, con le persone collegate dalle proprie case, sia per le sessioni di formazione sia per quelle di coaching.
Prendendo spunto da questi, così come da altri casi reali, ecco uno scenario possibile. Una persona lavora per un’azienda di Londra da Parma (o da altre città italiane, purché servite da un buon collegamento in rete), inserito in un team internazionale con gli altri partecipanti che lavorano a distanza da vari paesi europei e non. Il team usufruisce di strumenti cloud per la realizzazione del proprio lavoro, in particolare di un grosso sistema di analisi dati basato sull’intelligenza artificiale disponibile come S.a.a.S. e collocato negli USA. La persona svolge il proprio compito seguendo una organizzazione del lavoro come quella presentata sopra. Anche se il lavoro è molto impegnativo riesce (in media…) a gestire la propria giornata dividendola fra il lavoro e le altre parti (famiglia, tempo libero…). E questi sono sicuramente aspetti vantaggiosi.
Ma esistono anche svantaggi:

  • L’orario: le riunioni periodiche del team avvengono a orari “strani” (nel caso di Londra la differenza di fuso orario è solo 1 ora, se l’azienda fosse negli USA le ore potrebbero diventare fra 6 e 9…). Questa non è certo una novità, come ben sanno tutte le aziende italiane che lavorano molto con l’estero. Già nel 2000, durante il progetto di un grande sistema di E-Commerce in cui ero uno dei gestori, due riunioni di coordinamento la settimana avevano luogo tra le 18 e le 19 essendo il partner coinvolto in tali riunioni situato in California, con 9 ore di differenza di fuso orario.
  • “Agendizzazione” dei rapporti all’interno del gruppo di lavoro: le persone svolgono il proprio compito individuale, partecipano alle riunioni e al lavoro in piccoli gruppi, sempre online e secondo le pianificazioni; tutto è improntato alla massima efficacia ed efficienza per raggiungere gli obiettivi; si possono sviluppare rapporti che vadano oltre il semplice lavorare insieme solo al più con le persone con cui si lavora in due o al massimo in tre… e comunque molto difficilmente i rapporti saranno allo stesso livello di profondità che si avrebbe nel caso di presenza fisica nello stesso luogo.

Questo scenario mostra un possibile modo di lavorare. Nel prossimo futuro tante persone lavoreranno in questo modo, tante altre in modo ibrido (parte in ufficio, parte a casa), altre ancora proseguiranno nel recarsi nel luogo “fisico” di lavoro. In tutti i casi però, per far fronte alla situazione generale sempre più VUCAna, serviranno organizzazione e buona interoperabilità interna nei gruppi di lavoro.
[bctt tweet=”Nel prossimo futuro, per far fronte alla situazione generale sempre più Volatile, Incerta, Complessa ed Ambigua, serviranno organizzazione e buona interoperabilità interna nei gruppi di lavoro” username=”MapsGroup”]


[highlight]Bibliografia e Approfondimenti[/highlight]

[1] Valentina Vandilli – LinkedIn Formula: La formula rapida per potenziare il passaparola e trovare clienti attraverso LinkedIn
[2] Marta Basso – La duplice alleanza. Aziende e startup insieme per l’innovazione
[3] Silvia Vianello – The Proven Secret of an Outstanding LinkedIn Profile: How to Speed Up Your Social Media with AI


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6MEMES TRENDS Digital Healthcare Design – il valore dell'accoglienza nel percorso di cura. White Paper

SALUTE E INNOVAZIONE DIGITALE: il Cittadino al centro, tra Uomo e Macchina. Il nuovo White Paper di Mauro Di Maulo

[dropcap3]L[/dropcap3]a Sanità è sicuramente il sistema sociale più rilevante per la nostra specie (come la contingenza sanitaria che stiamo affrontando dimostra), nonchè quello più strategico e cruciale. Proprio in questo settore, infatti, l’innovazione tecnologica ha portato indubbi vantaggi, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. 
E, in questo settore, l’Interoperabilità Uomo-Macchina in ambito sanitario è un elemento indispensabile grazie al quale l’uso dei vari processi digitali e innovativi potrà generare un risparmio di risorse, in primo luogo economiche.
Tra ostacoli e cambiamenti, l’ambiente sanitario si sta comunque avviando verso la soluzione più affidabile: il Connected Care, modello che crea una serie di relazioni bidirezionali tra il paziente, la sua salute e tutti i soggetti deputati ad aiutarlo nel suo percorso di benessere e cura.
Ne parla, in questo nuovo White Paper, Mauro di Maulo.
Di seguito l’indice dell’elaborato:
 

Introduzione

01 – Intelligenza Artificiale e salute: panoramica su come l’IA ci viene – e verrà – in aiuto in ambito sanitario.

02  – Salute, Uomo e Macchina in ambito sanitario: verso il modello Connected Care.

03 –  Salute e Innovazione digitale: “il cittadino al centro” non solo come un modo di dire, ma di fare.

 


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6MEMES TRENDS Sharing Knowledge

I sistemi di prossimità ci avvicinano, i social (a volte) ci allontanano. Il nuovo monitoraggio di Sara Di Paolo

[dropcap3]D[/dropcap3]iamo un po’ di numeri. Dal primo gennaio, il monitoraggio basato su tecnologia webdistilled e impostato in italiano e inglese, ha rilevato oltre 85.000 contenuti (tra news, post, tweet, blog e articoli di giornale) sulle tematiche del coworking, coliving, cohousing e coeconomy (alcuni dei nuovi trend dell’economia e della socialità). In media oltre 300 menzioni al giorno. Il 75% è dedicata al coworking (fenomeno effettivamente più conosciuto e dibattuto da tutti). L’84% è in inglese.

Tra noi e il mondo anglosassone emerge una differenza (non solo per quantità di messaggi emessi) ma anche rispetto alle tematiche trattate. In inglese è molto presente il tema “real estate” (e quindi l’impatto che hanno sul mercato immobiliare le esperienze – sempre più diffuse – di coworking, coliving e cohousing), mentre in italiano prevalgono istanze sociali (sia dal punto di vista delle imprese sociali coinvolte in sperimentazioni di economia condivisa, sia rispetto all’impatto sociale che coworking, coliving e cohousing determinano).

[sf_iconbox image=”ss-usergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]I luoghi di Co-working per consentire il dialogo[/sf_iconbox]

In Italia, a settembre, il dibattito lo accende un tweet di Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, una delle città tra le più colpite dalla pandemia, che scrive:

Io credo si debbano attrezzare dei luoghi di coworking nelle città. Così si riduce il pendolarismo verso le grandi metropoli – ore perse in auto o sui treni – ma non si obbliga la gente a lavorare in casa, e si consente il dialogo, e magari anche la collaborazione, tra lavoratori.”

[bctt tweet=”Abbiamo imparato a lavorare da casa ma riuscire a difendere la propria vita personale e familiare dall’incombere continuo del lavoro è complicato. Va bene la “comodità” ma è giunto il momento di passare alla “prossimità”.” username=”MapsGroup”]
Il messaggio diventa virale e genera numerosi commenti. Uno tra tutti inquadra il tema alla perfezione, ed è quello di Francesco Luccisano, che ribatte così:

“Mi piacciono molte cose dello #smartworking: fiducia al posto di controllo, squadra al posto di gerarchia, risultati al posto di timbrature. Solo una cosa non riesco a mandare giù: lavorare da casa. Il lavoro che ti entra in camera, che ti bussa in bagno, che concorre con la famiglia.

In questi mesi tra lockdown e tentativi di ritorno alla normalità, la connessione coworking-smart working si è fatta spesso molto stretta. Abbiamo imparato a lavorare da casa (e anche i datori di lavoro lo hanno capito) ma riuscire a difendere la propria vita personale e familiare dall’incombere continuo del lavoro è complicato.
Va bene la “comodità” (di stare a casa) ma è giunto il momento di passare alla “prossimità”.
 

[sf_iconbox image=”ss-loading” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il nuovo rinascimento degli spazi di Co-working[/sf_iconbox]

È su questo che fa perno il nuovo rinascimento che oggi stanno vivendo gli spazi di coworking, specialmente quelli di dimensioni ridotte – non le grandi “catene” – e quelli, appunto, “di prossimità” o anche suburbani. Anche a livello internazionale il dibattito si concentra su questo. A Bristol, il coworking “Future Space” ha lanciato una nuova tipologia di membership più flessibile pensata per le PMI a cui non servono scrivanie fisse ma piuttosto una alternativa per i propri dipendenti al lavoro da casa.
A Santa Barbara, in California, la testata giornalistica “Optimistic Daily” – che ha come mission di diffondere positività e soluzioni percorribili (e già questa di per sé sarebbe una notizia) – ha recentemente pubblicato il progetto urbanistico di una nuova città da costruire in Cina ideato dallo studio Guallart Architects di Barcellona. La città del futuro è (ovviamente) molto green (pannelli solari, balconi e giardini, percorsi alberati, strade ciclabili e pedonali) e prevede che le case siano pensate per essere anche luoghi di lavoro (in caso di un nuovo lockdown) e che i quartieri abbiano “coworking di prossimità” (per quando si può uscire).
[bctt tweet=”La città del futuro dovrebbe essere, ovviamente, molto green e prevedere con abitazioni pensate per essere anche luoghi di lavoro e quartieri che abbiano coworking di prossimità.” username=”MapsGroup”]
Dagli Stati Uniti arriva anche un’altra notizia che, a luglio ha generato un vero e proprio picco di comunicazione. Settanta testate giornalistiche online hanno pubblicato una ricerca da cui si evince che, fino alla fine del 2021, il 6% del totale dei lavoratori americani presterà il proprio servizio interamente da remoto e che tra il 25% e il 30% lavorerà da casa più giorni alla settimana, conclusione: sono sempre più ricercati i “coworking suburbani”.

[sf_iconbox image=”ss-sync” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il rapporto tra i processi “sociali” e i processi “social”[/sf_iconbox]

Mentre si afferma sempre più il concetto di prossimità e si valutano rischi e benefici del sistema alle prese con un autunno delicato tra riaperture delle scuole e rischi di nuovi contagi (quasi 28mila degli oltre 85.000 contenuti citano coronavirus, covid, lockdown, pandemia, etc.), su twitter esplode un dibattito sul coliving, ovvero le nuove soluzione dell’abitare insieme.
Lo genera un servizio pubblicato dal Corriere della Sera. Il titolo recita “Co-living, abitare insieme (da adulti): le generazioni affitto” e comincia così:

“si chiama co-living: lo scelgono giovani professionisti, nomadi digitali e cresce la quota degli over 45. Il bello è che non devi far altro che pagare un fisso: tutto è incluso. Anche la compagnia di persone affini: da 4 a 8 sconosciuti”.

È scritto da Andrea Federico Cesco e delinea un interessante spaccato della situazione italiana e delle potenzialità di sviluppo. È un articolo da leggere (lo si trova facilmente online) perché fa sentire “normali” in un’epoca “anormale”.
[bctt tweet=”I sistemi di prossimità ci avvicinano mentre il dibattito social ci allontana? Ecco un piccolo corto circuito sulla strada dell’interoperabilità: il rapporto tra i processi sociali e i processi social.” username=”MapsGroup”]
Lo ha reso virale un tweet in realtà provocatorio:

“Co-living, ossia diventi povero e senza casa ma ti fanno sentire alla moda. Si torna all’era dell’Inghilterra “vittoriana” coi moderni proletari ammassati in pochi metri quadri. È il futuro contesto metropolitano, rovesciamoli!” (Marco Rizzo, segretario del PC).

I sistemi di prossimità ci avvicinano mentre il dibattito social ci allontana? Ecco un piccolo corto circuito sulla strada dell’interoperabilità: il rapporto tra i processi “sociali” e i processi “social”!
 

Sara Di Paolo


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6MEMES TRENDS Data Complexity & Big Data White Paper

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE INTEROPERABILE: il nuovo white Paper di Anna Pompilio.

[dropcap3]D[/dropcap3]i interoperabilità nella Pubblica Amministrazione si parla ormai da qualche decennio ed esiste un quadro europeo di interoperabilità dei servizi pubblici europei già dal 2010.
Eppure, nonostante sforzi ed evoluzione in atto, ancora manca qualcosa: ecco perché gli “addetti ai lavori”, non solo nel settore pubblico ma anche nel privato, saranno i protagonisti di sfide, molteplici e variegate. Alla base di tutto dovrà esserci la semantica e il significato perché – infine – oltre i progetti, le tecnologie e gli standard già maturi, occorrerà provare a comprendersi nella diversità.
La via da seguire sarà dunque quella di una tecnologia che supporti e integri le esperienze umane, sociali e collettive, non per controllare e monitorare ma per aiutare nella costruzione di un nuovo modello metasemantico, che risponde a precise regole di collaborazione e il cui significato ha senso sole se riferito all’ambiente in cui lavora, vive, ama, talvolta muore.
Ne parla, in questo nuovo White Paper, Anna Pompilio.


Indice

Introduzione

01. L’insostenibile leggerezza dell’Essere Interoperabile.

02. Vecchie e nuove emergenze, digitali e non: l’infrazione dell’aspettativa e la risposta dell’Uomo CON la Macchina.

03. Interoperabilità dei sistemi informativi della Pubblica Amministrazione: perché non basta l’ottica trasformativa.

04. L’interoperabilità metasemantica: oltre il significato delle parole.

Conclusioni

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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Information and communications technology

La rete, oggi, oltre i confini digitali: un'infrastruttura immateriale a supporto dell'interoperabilità sociale. Di Giulio Destri.

La rete oggi: il supporto alla interoperabilità sociale

[dropcap3]N[/dropcap3]ell’articolo precedente è stato trattato come nei mesi della tragedia che ha colpito il mondo la rete sia stata un pilastro fondamentale nella comunicazione fra le persone e come stia evolvendo sempre più in tal senso. Dopo avere visto a livello sociale cosa questo stia iniziando a comportare, in questo articolo analizzeremo cosa effettivamente serve per rendere la rete anche robusta e sicura, in grado di reggere questo ruolo sociale.
 

[sf_iconbox image=”ss-flag” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]L’Italia (o il mondo) “unica città digitale”[/sf_iconbox]

Durante la pandemia, abbiamo scoperto che, per un numero molto grande di lavori, non esiste realmente la necessità di essere presenti in un ufficio o in un’aula, magari in un grande palazzo di una grande città. Almeno non tutti i giorni.
E non esiste quindi per chi compie questi lavori la necessità reale di prendere un’auto (e magari stare 2 ore in coda in una tangenziale), di prendere un treno (e magari partire alle 5.30 per poter arrivare al posto di lavoro prima delle ore 9), di stare chiusi pigiati come sardine in un vagone della metropolitana di una grande città…
In tanti, non solo in Italia, hanno compiuto questo tipo di analisi e riflessioni. A Palermo è nato addirittura il movimento South Working, analizzato oggettivamente, fra gli altri, da Dario Di Vico, e in testate come il Sole 24 ore. La proposta è quella di riportare al Sud e nelle aree montane, oggi “periferiche”, lavoratori della conoscenza, anche giovani, attualmente impegnati nelle grandi città come Milano, attraverso l’uso dello Smart Working ben organizzato, come previsto anche dalla legge 81/2017 del 22/05/2017, che ha definito lo Smart Working nell’ordinamento italiano come “modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività”.
In molti casi il lavoro a distanza, che è stato necessario mettere in piedi in tempi ristrettissimi per affrontare l’emergenza, è abbastanza distante da questa definizione, anche se comunque rappresenta un passo in quella direzione. Quindi l’evoluzione, secondo le idee del South Working, potrebbe portare a rivitalizzare le piccole città ed i borghi che, collegati in modo capillare da una rete a larga banda, diventerebbero quartieri di un’unica città, grande come l’intera Italia. O grande come l’intera Europa.
È realizzabile questo scenario? Forse in parte, negli stessi articoli sopra citati sono state affrontate analisi in tal senso… Ed è auspicabile? Gli impatti sociali ed economici sono notevoli e anche non tutti positivi, come documentato anche dalla crisi di numerosi locali di ristorazione il cui business si fondava sulla pausa pranzo, soprattutto in luoghi come l’EUR a Roma. Molto probabilmente il futuro prossimo sarà un misto di lavoro in distanza ed in presenza, come del resto contenuto nella stessa definizione suddetta.
Lasciando da parte analisi sociali ed economiche ora ci concentriamo solo su quella tecnologica. La rete Internet, in Italia, è pronta?
 

[sf_iconbox image=”fa-car” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]La rete Internet: l’autostrada dell’informazione[/sf_iconbox]

La struttura della rete in Italia, come del resto anche in altri paesi, è basata su alcuni percorsi principali ad alta velocità (di solito realizzati fisicamente con insiemi di fibre ottiche), chiamati dorsali, che, paragonando Internet alla rete stradale, corrispondono alle grandi autostrade. Le dorsali appartengono ai grandi fornitori di servizio come TIM, Vodafone, Wind Tre, e si connettono le une alle altre e con le dorsali europee negli  Internet Exchange Point (IXP).
Un IXP è, in sostanza, un casello in cui il traffico proveniente da una dorsale può dirigersi verso una o più delle altre dorsali collegate. Gli IXP presenti in Italia sono 11 ed il più grande (MIX, da Milan Exchange, chiamato spesso in gergo “Mega-MIX”) permette l’interconnessione di tutte le dorsali (e quindi di tutti i grandi provider) con tutte le altre ed è un osservatorio privilegiato per l’analisi del traffico in Italia. Oltre al MIX, anche da altri IXP è possibile il collegamento verso l’estero, ad esempio dall’IXP di Palermo.
Dalle dorsali, poi, ogni provider ha proprie infrastrutture che collegano alla dorsale le utenze finali (case, uffici, aziende, enti pubblici…), con capacità di trasmissione sempre più piccole, in modo analogo a come, usciti dalla rete autostradale, si entra in strade statali, provinciali, comunali durante il viaggio verso una casa in campagna. Dalla velocità di connessione tra il punto di accesso di casa o ufficio e la dorsale dipende la possibilità di usare o meno alcuni servizi come la video conferenza.
Le piattaforme cloud, che offrono tantissimi servizi (fra cui la video conferenza), sono basate su grandi centri di elaborazione dati, per la grande maggioranza situati in Europa del nord o in nord America. Per cui il poter usare tali servizi richiede che il flusso di dati che realizza la connessione fra due utenti che stanno collaborando attraverso di essi passi

  • dalle loro sedi, attraverso l’infrastruttura di collegamento del provider sino alla dorsale,
  • attraverso questa sino ad un IXP,
  • dall’IXP nella rete internazionale,
  • dalla rete internazionale sino alla rete di ingresso del fornitore di servizi cloud
  • dalla rete di ingresso sino al centro elaborazione dati che fornisce il servizio cloud in uso
  • e viceversa per il collegamento inverso.

[sf_iconbox image=”ss-phonedisabled” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Le problematiche che si sono manifestate[/sf_iconbox]

Le problematiche legate all’uso massiccio di servizi cloud come sopra descritto possono riassumersi nei seguenti punti:

  1. L’accesso alla rete è ancora poco capillare, come mostrato dalle mappe dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCom): in molte zone d’Italia (soprattutto al Sud, nelle campagne, in montagna ecc…) le connessioni sono a bassa velocità, basate su cavi telefonici (ADSL di prima generazione, pochi megabit al secondo se va bene) o su ponti radio non veloci;
  2. Anche in caso di connessione veloce, spesso, l’infrastruttura che la connette alla dorsale del provider non è in grado di sostenere tutto il traffico se tutti gli utenti usano la propria connessione a piena velocità (nella rete stradale questo è ciò che accadrebbe se un certo numero di strade statali, trafficate, confluisse di colpo in una strada appena più grande);
  3. Infine le dorsali stesse non sono tutte in grado di sostenere il traffico, come mostrato dai frequenti rallentamenti della rete avvenuti durante il lockdown.

In sostanza occorrono investimenti per realizzare una infrastruttura che sia in grado di fornire connettività ad alta velocità e robusta rispetto a guasti alla maggior parte del territorio italiano. Dopo anni di stasi iniziative come Open Fiber sembrano andare nella giusta direzione, seppure a rilento.
Non è realmente pensabile una Italia digitale senza un accesso veloce alla rete capillarmente diffuso.
Inoltre servono accordi (anche a livello europeo) con i grandi fornitori di servizi cloud. Occorre portare i data center del cloud anche nel territorio italiano, per ridurre il traffico sulle dorsali internazionali e di conseguenza la dipendenza da queste (non dimenticando anche gli effetti del recente decadimento dell’accordo Privacy Shield sulla regolamentazione dei flussi di dati tra Unione Europea e USA).
[bctt tweet=”Non è pensabile una Italia digitale senza un accesso veloce alla rete capillarmente diffuso. Servono accordi (anche a livello europeo) con i grandi fornitori di servizi cloud per portare i data center del cloud nel territorio italiano” username=”MapsGroup”]
 

[sf_iconbox image=”ss-pixels” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]La rete e le infrastrutture critiche[/sf_iconbox]

La rete diventa quindi una infrastruttura critica, insieme agli altri servizi essenziali, definiti nella Direttiva Europea NIS, come “quelli necessari per il mantenimento di attività sociali e/o economiche fondamentali.”
Bastano poche riflessioni per comprendere che:

  • sistemi di produzione e trasmissione dell’energia (centrali, elettrodotti, metanodotti, oleodotti…),
  • sistemi di fornitura e distribuzione di acqua potabile (acquedotti, serbatoi di raccolta…),
  • reti di trasporto (aeroporti, ferrovie, porti, strade e interporti),
  • sistemi finanziari (banche, borsa, sistemi di pagamento elettronico…),
  • sanità,
  • servizi di sicurezza (polizia, esercito…),
  • infrastrutture digitali (la rete sopra descritta…), motori di ricerca, servizi cloud e piattaforme di commercio elettronico

sono pilastri della società, il cui venir meno potrebbe provocare problemi catastrofici. E ciascuno degli elementi suddetti dipende ormai, per il proprio funzionamento, da grandi sistemi informatici.
Questi sistemi sono adeguatamente protetti da guasti accidentali ed attacchi informatici? Esiste la consapevolezza della necessità di protezione adeguata, a livello di chi prende le decisioni? La citata Direttiva NIS (recepita dalla legislazione italiana nel 2018), va sicuramente nella giusta direzione,  documenti come le linee guida e le Misure Minime di AgID (Agenzia per l’Italia Digitale) o il CyberSecurityFramework italiano definiscono tutti i dettagli per realizzare protezioni di alta qualità.
Ma, all’interno della pubblica amministrazione e anche di molte aziende, ci sono le competenze necessarie a tradurre in pratica tali dettagli? Ci sono i fondi? C’è una volontà di agire e di investire il necessario da parte di chi può prendere le decisioni?
Casi come il recente attacco all’ENAC (Ente Nazionale Aviazione Civile) lasciano dubbi su quanto si sia ancora lontani dalla reale attuazione delle protezioni richieste dalla NIS per le infrastrutture critiche.
Con una metafora storica potremmo dire che come la “pax mongolica” dovuta alle conquiste dell’impero mongolo lungo la via della seta portò ad un fiorire dei commerci e delle comunicazioni (è l’epoca descritta dal mercante veneziano Marco Polo nel Milione) sotto la protezione delle armi dell’esercito mongolo, così oggi, per garantire i nostri servizi essenziali, le nostre comunicazioni, la nostra “interoperabilità sociale” dobbiamo proteggere i nostri sistemi informatici e le grandi autostrade della comunicazione digitale con le opportune armi cibernetiche di difesa.
[bctt tweet=”Oggi, per garantire i servizi essenziali, le comunicazioni, l’“interoperabilità sociale” occorre proteggere i sistemi informatici e le grandi autostrade della comunicazione digitale con le opportune armi cibernetiche di difesa” username=”MapsGroup”]

[sf_iconbox image=”ss-unlock” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]L’evoluzione: infrastrutture private o pubbliche?[/sf_iconbox]

Una considerazione importante su cui riflettere è il fatto che tutti (o quasi) i componenti della rete sopra descritti sono privati. Infatti, tranne che nei rari casi di reti civiche con servizi di connettività per il cittadino, dalla propria connessione domestica, sino al cloud, tutti gli elementi sono privati…
In sostanza, un elemento indispensabile per la nostra vita e per la nostra società è in mani di più operatori privati, molti dei quali stranieri e addirittura extra europei. E molta della tecnologia su cui i sistemi si appoggiano viene da paesi come USA e Cina… Senza entrare in considerazioni politiche, occorre semplicemente applicare una buona analisi del rischio ai vari elementi costituenti la base informatica dei sistemi critici (e, in verità, anche su altri settori), per avere un quadro oggettivo della situazione e prendere decisioni logiche.
L’Unione Europea e gli stati più grandi che ne fanno parte sono, ad oggi, il cuore della democrazia e dei diritti individuali, nonché all’avanguardia nelle iniziative per uno sviluppo sostenibile che possa consentire la sopravvivenza dell’umanità nei prossimi secoli. Per poter rimanere in questo ruolo occorre avere basi forti per la propria società, specialmente in un mondo sempre più complesso ed instabile come quello in cui stiamo vivendo.
[bctt tweet=”L’UE e gli stati più grandi che ne fanno parte sono il cuore della democrazia e dei diritti individuali, nonché all’avanguardia nelle iniziative per uno sviluppo sostenibile che consenta la sopravvivenza dell’umanità nei prossimi secoli” username=”MapsGroup”]
Nel prossimo articolo vedremo come la rete può dare origine a un ulteriore contesto di interoperabilità fra umani e sistemi, molto utile in un mondo “poco stabile”.


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6MEMES TRENDS Sharing Knowledge Trasparenza e Partecipazione nella PA

PA e Interoperabilità: mettere in rete risorse e competenze che rafforzino l'identità territoriale comune. Di Paola Chiesa.

[dropcap3]N[/dropcap3]ello scorso articolo mi sono soffermata sull’etica della comunicazione nella pubblica amministrazione, quale capacità di creare un senso di comunione attraverso il dialogo tra gli interlocutori.
Dialogo che, nelle possibili modalità di sviluppo, può anche ricordare la dialettica hegeliana e lo spirito infinito che la giustifica.
 

[sf_iconbox image=”ss-view” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]La filosofia di Hegel applicata alla pubblica amministrazione[/sf_iconbox]

Nella visione della vita di Hegel, esiste sempre il conflitto. La sua è una filosofia del continuo movimento verso la libertà. La realtà stessa è lo spirito infinito che si realizza, come posizione del finito e superamento del finito stesso. Lo spirito produce ogni volta contenuti de-terminati e quindi negativi. L’infinito è il positivo che si realizza attraverso la negazione di quella negazione che è propria di ogni finito (diceva Spinoza, “omnis determinatio est negatio”).
Come in un circolo, inizio e fine coincidono in maniera dinamica, il particolare si risolve nell’universale, l’essere si risolve nel dover essere, il reale si risolve nel razionale.
Nella Fenomenologia dello Spirito del 1807, il filosofo tedesco descrive il percorso che ogni individuo deve compiere, partendo dalla sua coscienza, per identificare le manifestazioni (la “scienza di ciò che appare”, la “fenomenologia”) attraverso le quali lo spirito si innalza dalle forme più semplici di conoscenza a quelle più generali fino al sapere assoluto.
Rappresenta l’avventura di come si diventa umani e di come la coscienza raggiunge la piena consapevolezza di sé. Il fattore particolarmente interessante, è che la coscienza non è qualcosa di individuale, ma è collettiva, pur manifestandosi attraverso diversi individui.
Ora, visto che la filosofia dovrebbe servire per capire il presente, potrebbe essere utile e arricchente cogliere lo spirito in termini hegeliani per incoraggiare e dare una direzione alla ripresa economica del Paese, anche attraverso una interpretazione innovativa di alcuni provvedimenti emanati di recente dagli enti centrali della pubblica amministrazione.
[bctt tweet=”Visto che la filosofia dovrebbe servire per capire il presente, potrebbe essere arricchente cogliere lo spirito in termini hegeliani per incoraggiare e dare una direzione alla ripresa economica del Paese” username=”MapsGroup”]
 

[sf_iconbox image=”ss-signpost” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Opportunità da cogliere in seguito all’emergenza sanitaria da Covid-19[/sf_iconbox]

In questo periodo di ricostruzione del Paese in seguito all’emergenza sanitaria da Covid-19, come possiamo trasformare in opportunità una conclamata situazione di crisi? Abbiamo degli ottimi punti di partenza, costituiti da recenti provvedimenti adottati dal Governo. Vediamone alcuni.

Decreto semplificazioni

Con il D.L. 76 del 16/7/2020, il Governo è intervenuto per “incentivare gli investimenti pubblici nel settore delle infrastrutture e dei servizi pubblici”, nonché con il preciso scopo di far fronte alle ricadute economiche negative dovute alle misure di contenimento dell’emergenza sanitaria da COVID-19. A tale riguardo:

  • Sono state introdotte delle misure eccezionali per snellire l’iter di affidamento negli appalti, con efficacia fino al 31 luglio 2021.
  • Particolarmente incentivante per i piccoli comuni la disposizione che permette di affidare direttamente lavori, servizi e forniture fino a 150.000 euro, alzando considerevolmente la soglia che prima era stabilita in 40.000 euro.

Essendo ora sufficiente una determina a contrarre, l’iter procedimentale si semplifica, così come si riducono i tempi per l’individuazione del contraente.
In che cosa si traduce tale provvedimento? Per un piccolo comune, significa tempi più rapidi per l’espletamento di circa l’80% delle pratiche che vengono gestite: appalti di servizi, manutenzioni ordinarie e straordinarie, investimenti. Decisamente un tentativo pregevole per sburocratizzare le procedure.

Governance

Rappresenta un’opportunità sicuramente da cogliere, l’avviso del Dipartimento della Funzione pubblica rivolto ai comuni con popolazione inferiore ai 5.000 abitanti a manifestare interesse per l’attuazione del progetto “Rafforzamento della capacità amministrativa dei piccoli Comuni”.
Nel quadro della strategia programmatica definita dal PON “Governance”, la Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento della funzione pubblica, in qualità di Organismo Intermedio, ha definito obiettivi volti a:

  • produrre impatti sulla qualità dei servizi rivolti a cittadini e imprese, attraverso opportuni interventi di riorganizzazione in chiave digitale,
  • aumentare la trasparenza e l’accesso ai dati, con riferimento alle politiche di open government, nonché migliorare la gestione del personale,
  • riorganizzare la struttura dell’amministrazione pubblica, rafforzare la governance multilivello e accompagnare il processo di riforma degli Enti locali, con l’obiettivo specifico di migliorare le capacità delle pubbliche amministrazioni locali nell’attuazione delle policy sostenute dai Fondi strutturali e di investimento europei.

In particolare, il supporto a modelli organizzativi e strumentali improntati all’efficienza dei servizi a cittadini e imprese, alla trasparenza e all’open data, al public procurement e all’anticorruzione, alla semplificazione e all’innovazione digitale, si incardina su logiche di smart working.
[bctt tweet=”Il supporto a modelli organizzativi e strumentali improntati all’efficienza dei servizi a cittadini e imprese, alla trasparenza e all’open data, alla semplificazione e all’innovazione digitale, si incardina su logiche di smart working” username=”MapsGroup”]

Scuola

Sul fronte scolastico sono stati stanziati dei fondi destinati a comuni, province, città metropolitane, per l’edilizia scolastica cosiddetta ‘leggera’, cioè per l’adeguamento e l’adattamento funzionale, per le forniture di arredi e attrezzature scolastiche idonei a favorire il necessario distanziamento tra gli studenti.
L’avviso rientra nell’ambito del Programma Operativo Nazionale (PON) “Per la scuola, competenze e ambienti per l’apprendimento” 2014-2020.

Turismo

Si rivela una risorsa il turismo lento e il turismo di prossimità, incentivati dal bonus vacanze e da altre iniziative, quali ad esempio la misura adottata dalla Regione Piemonte in base alla quale, acquistando una notte presso una struttura ricettiva dei consorzi turistici piemontesi, altre due notti le offrono Regione Piemonte e la struttura ricettiva prescelta.
 

[sf_iconbox image=”ss-fastforward” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Lo scatto in avanti: mettere in rete risorse e competenze[/sf_iconbox]

Il cosiddetto decreto semplificazioni individua tra i suoi stessi scopi il “far fronte alle ricadute economiche negative dovute alle misure di contenimento dell’emergenza sanitaria da COVID-19”.
Da donna amministratrice, che pratica e coltiva da anni la cultura della condivisione, della rete e dell’innovazione, non posso che individuare, ancora una volta, la chiave di volta delle politiche pubbliche al servizio dei cittadini, nel lavoro di squadra tra pubbliche amministrazioni e altri soggetti del territorio, pubblici e privati. Superando il particolare per risolversi nell’universale, in un circolo hegeliano virtuoso di miglioramento continuo. Vale quindi anche per le tematiche della governance, della scuola, del turismo.
[bctt tweet=”La chiave di volta delle politiche pubbliche al servizio dei cittadini sta nel lavoro di squadra tra pubbliche amministrazioni e altri soggetti del territorio, pubblici e privati. Superando il particolare per risolversi nell’universale” username=”MapsGroup”]
Per il turismo, risulta strategico puntare su politiche che rafforzino l’identità territoriale comune, ad esempio sfruttando lo strumento delle Fondazioni di Comunità. Questo per:

  • conservare e valorizzare le singole peculiarità ed eccellenze;
  • trovare una linea comune di azione in diversi settori di interesse, stimolando una collaborazione concreta tra gli enti per condividere bisogni, interventi, competenze ed opportunità;
  • aumentare il peso specifico del territorio nel contesto regionale e nazionale, agevolandone anche la riconoscibilità;
  • incrementare le possibilità di intercettare finanziamenti regionali, nazionali ed europei.

Per la scuola, è strategico puntare su politiche territoriali di distretto che valorizzino i diversi plessi scolastici dei comuni limitrofi in modo complementare e non esclusivo, agevolandone la specializzazione in base alle caratteristiche e alle particolari conformazioni del territorio, così come l’innovazione in termini di  didattica in presenza  e a distanza (D.A.D.)
Per la governance e le competenze, la sinergia tra enti consente di ottimizzare le risorse per raggiungere risultati migliori in termini di servizi da erogare ai cittadini.
L’interoperabilità ente-ente non è quindi un semplice rapporto tra soggetti, nel quale ognuno mette a disposizione qualcosa. Se vogliamo che sia dirompente, dovrà essere un flusso ciclico di amministratori, funzionari, norme e provvedimenti che si traducono in politiche sempre da ripensare, da superare e da migliorare. Ma in tutto questo c’è un unicum, che deve rappresentare lo “spirito assoluto” che governa razionalmente i cambiamenti: le competenze, da parte di amministratori pubblici e funzionari.
[bctt tweet=”L’interoperabilità ente-ente non è un semplice rapporto tra soggetti. Se vogliamo che sia dirompente, dovrà essere un flusso ciclico di amministratori, funzionari, norme e provvedimenti che si traducono in politiche sempre da migliorare” username=”MapsGroup”]


[highlight]Approfondimenti su Hegel[/highlight]


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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

Moltitudine e interoperabilità: è ancora possibile, negli anni '20 del nuovo millennio intra-Covid, muoversi all'unisono verso il futuro?

[dropcap3]P[/dropcap3]ossiamo affermare con una certa tranquillità che quelli che si sono aperti con il primo gennaio – e che comunemente venivano chiamati “gli anni ’20 del nuovo millennio” sarebbero stati caratterizzati da un marker in particolare tra quelli calviniani, quello della Molteplicità, capace di far convivere tra loro istanze molto diverse, afferenti a un medesimo orizzonte di senso, ma osservato da molteplici punti di vista.
E quindi, per certi versi, sarebbero stati accomunati dal meme di calvino più “interoperabile”, in riferimento al topic del nostro blog di quest’anno, dedicato appunto alle relazioni esistenti tra sistemi diversi, siano essi umani o artificiali.

Tutto lo faceva presagire a più livelli, dai massimi sistemi ai quelli minimi. Tanto per citare alcuni di questi temi che erano sulla bocca di tutti, tra gennaio e febbraio, ecco una breve lista:

  • la globalizzazione sempre più spinta che tentava, con Greta, di procedere a fatica verso una nuova idea di sostenibilità;
  • il tanto citato conflitto tra digitale-sì e digitale-no e le relative tifoserie;
  • i cantori del cibo vegano a km zero che disquisivano (spesso a male parole) con i cultori della carne da divorare a bocca piena (possibilmente alla griglia) praticamente su ogni piattaforma social…
  • le nuove “monete” emergenti, per lo più virtuali, che nascevano come funghi ai piedi di una Brexit più volte annunciata e chissà quando realizzata…

Questa sterminata abbondanza di punti di vista contemporanei – ricca al suo interno di oggetti sia concreti che simbolici, figlia non a caso della “complessità” e genitrice della “numerosità” – sembrava destinata, in se stessa, al tentativo di generare una serie di cambiamenti a cascata all’interno di ogni contesto culturale e sociale in cui si stava palesando.
[bctt tweet=”La possibilità di abbondanza e moltitudine (sia di oggetti concreti che simbolici), è figlia della Complessità e genitore della Numerosità.” username=”MapsGroup”]
Sarebbe stato difficile capire con quali conseguenze e verso quali direzioni, certo, ma tali tensioni erano senza dubbio in essere, nell’idea di una “molteplicità” di pensieri, stili di vita e visioni del futuro che avrebbero dovuto prima o poi trovare, come si dice, un compromesso più o meno stabile.
Poi è arrivata – col suo ruggito spaventevole – la pandemia, e il molto, per alcuni mesi, si è ridotto a poco, anzi, a pochissimo: in pratica soltanto a “come sopravvivere”. Noi e i nostri cari, certo, ma anche i nostri sistemi sociali e soprattutto economici.
Eppure, nonostante quest’impatto tremendo, la molteplicità non si è arresa, mostrandosi in forma di “reazione” che, come una dea a molte teste, ha iniziato a guardare di qua e di là, insieme…
Da un lato sembrava aprirsi al pensiero via via dominante (medico e scientifico), e dall’altro si schiudeva subito dopo in una serie di decisioni (politiche e a volte ideologiche), che hanno portato, nel mondo, ai più disparati scenari di lotta alla pandemia.
Diversa per ciascuno – per cultura e latitudine, longitudine e colore politico – la risposta alla pandemia è stata (ed è) tutto tranne che univoca.
E ci dice, anche ora: non c’è un solo modo di vivere, vedere, amare, e nemmeno di ammalarsi, di curarsi né di scappare. Ma ce ne sono molti.
Quanti? Tanti quanti sono gli esseri umani, per lo meno. Perché lei, la molteplicità, non si fa mettere all’angolo da nessuno, men che meno da una malattia. Purtroppo o per fortuna che sia.
 
 

[sf_iconbox image=”ss-erase” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Uno, nessuno e centomila-mila…

 
Con questa consapevolezza, vediamo ora di conoscere un po’ meglio questo tag calviniano, tra i suoi più memorabili.
Facciamoci aiutare dalla Treccani e cerchiamo di mettere a fuoco il contesto semantico in cui stiamo operando, evidentemente molto potente, se nemmeno una emergenza planetaria vi si è fatta strada a sufficienza con una linea di indirizzo comune…
Da non confondersi con

la numerosità [dal lat. tardo numerosĭtas -atis, der. di numerosus: v. numeroso] che implica più che altro “Il fatto d’essere numeroso, cioè costituito di molti elementi”
la molteplicità [dal lat. tardo multiplicĭtas -atis] presuppone invece “il fatto di essere molteplice o, più spesso, di essere molteplici (cioè più d’uno e di vario genere o aspetto)”.

Il che ci riporta a una considerazione senza la quale non possiamo procedere: l’unicità di ciascuno di noi.
Molteplicità, infatti, ha in sé un nucleo di senso che – a proposito del topic portante del nostro blog di quest’anno – possiamo definire “interoperabile” per eccellenza.
Presuppone anzi a priori, proprio a partire da una diversità anche numerosa dei suoi componenti, una casa comune, un sistema più ampio, capace cioè di contenerne molti altri, eguali o diseguali tra loro che siano.
Detta così sembra una cosa bella.
La molteplicità ha un qualcosa di grande, rispettoso, democratico. Mette insieme gli opposti, consente a ciascuno un suo luogo, una sua risposta unica, originale, in una parola sola: umana.
[bctt tweet=”Quando un orizzonte è troppo ampio, troppo vasto, non è facile scegliere non solo quale meta raggiungere, ma anche attraverso quale rotta.” username=”MapsGroup”]
Eppure questo sterminato orizzonte di scelta – che si apre in lungo e in largo, ma spesso gira a vuoto – non sembra aver aumentato, in questi ultimi decenni, né la nostra capacità di essere felici né la nostra capacità di provvedere ai nostri bisogni, nemmeno a quelli difensivi, come ad esempio lottare tutti uniti contro una pandemia.
E mi sto domandando perché.
Questo articolo – in parte – mette in campo alcune opzioni, grazie al libro, La società della performance, in cui, gli autori Maura Gancitano e Andrea Colamedici scrivono che

“Capire quali sono i propri desideri, però – ancora prima di scegliere – non è semplice come sembra.

Questo perché i nostri desideri non sono mai veramente nostri. Sono un prodotto culturale, influenzato da quello che la nostra società ci propone come appetibile o auspicabile.”

E qui torniamo alla moltitudine: quando un orizzonte è troppo ampio, troppo vasto, non è facile scegliere non solo quale meta inseguire, ma anche quale rotta intraprendere per raggiungerla. E la promessa di libertà (o di salvezza) che la vastità ci ha illuso di poter afferrare così facilmente, scompare in un soffio.

[sf_iconbox image=”ss-star” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Chi vuol esser lieto sia: distrazioni in serie.

A proposito di scelte…
Qualche settimana fa – aprendo il mio dispositivo attraverso cui la televisione accede a una serie di piattaforme di distribuzione di video, film, serie etc. con cui pensavo di distrarmi dalla contingenza dell’immobilità del mondo circostante in attesa di liberarsi dalla pandemia – mi sono letteralmente incantata nel vedere la molteplicità di titoli tra cui scegliere…
Ora: prendiamo questa dashboard come una metafora che ci rende disponibile oggi una produzione culturale che spazia in un battibaleno (a seconda della velocità della connessione) dal romanzo in costume alla fantascienza, dall’indagine giornalistica ai talk show…
E proiettiamola pure nei giorni del look-down, in cui – ne sono certa (ma lo dicono anche i dati) – molte altre persone hanno fatto lo stesso connettendosi più o meno ovunque e da dovunque.
È noto ormai a tutti che, dopo un po’ che selezioniamo i contenuti che ci corrispondono maggiormente, ecco che ciascuna di queste piattaforme inizia a suggerici un titolo piuttosto che un altro, e mano a mano ci prende gusto decidendo alle fine lei per noi. (Più interoperabile di così direi che non ce ne è!)
[bctt tweet=”La molteplicità – di vista e azione, ascolto e reazione – appartiene alle profondità dell’essere umano sempre, ovunque e comunque, anche nel cuore di una pandemia.” username=”MapsGroup”]
Ora devo confessare che, se all’inizio questa cosa personalmente mi dava un po’ fastidio, ultimamente l’ho trovava molto utile, quasi confortante: finalmente qualcuno decideva qualcosa – e con una certa competenza – al posto mio!
Non solo: nell’esplorare il cruscotto di selezione, ho intravisto la piattaforma dei videogiochi – un universo ancora inesplorato – e mi si è accesa la lampadina dell’interesse.
Mi sono così ripromessa che, questa estate, farò un’escursione anche lì. Come dire: liberatami da una porzione di Molteplicità, la piattaforma sta provvedendo a procurarmene un’ altra.
Così, in pochissimo tempo, il tag di calviniana memoria che si era si andato a nascondere sotto al tappeto dei miei desiderata, è riemerso di nuovo come un fiume carsico, sotto mentite spoglie.
Irriducibile a tutto: a me, alle “macchine” e perfino alle pandemie.
Perché alla fine c’è poco da fare: figlia (forse) del libero arbitrio, la molteplicità – di vista e azione, ascolto e reazione – appartiene alle profondità all’essere umano sempre, ovunque e comunque, anche nel cuore di una pandemia.
E probabilmente è proprio grazie a questa capacità tutta umana che qualcuno, da qualche parte, troverà una soluzione. O forse  molteplici soluzioni. E magari con l’aiuto di qualche “macchina” dall’intelligenza eccezionale, ancorché artificiale.

Questo, io credo, è quello che ciascuno di noi spera per il proprio futuro (e di tutti).
A presto, Natalia
 


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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie

Il meglio di #6MEMES: saranno le strategie di cambiamento strutturate e la comunicazione mirata a dare vita all’Essere Interoperabile.

[sf_iconbox image=”fa-cubes” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il meglio di 6MEMES di questi ultimi mesi…[/sf_iconbox]

 Dal vocabolario online Treccani:

Repetita iuvant (lat. «le cose ripetute piacciono, giovano»):
Sentenza latina d’incerta origine, che si pronuncia spesso, nell’uso corrente, quando si sta per ripetere qualche cosa che già si sia sperimentata come piacevole, e talora in altro senso, per affermare l’utilità
di ripetere una raccomandazione, un precetto, un ammaestramento.

 
[dropcap3]S[/dropcap3]anità e gestione del processo di cura. Strategie di cambiamento nella Pubblica Amministrazione. Coworking, uno stile lavorativo che coinvolge la condivisione di un ambiente di lavoro e si integra perfettamente nell’utilizzo sostenibile delle risorse tipico della co-economy: sono stati questi gli argomenti che il nostro pubblico di lettori ha prediletto da maggio e luglio 2020.
A ben guardare, gli stessi premiati nel trimestre precedente – come un utile ripetizione di precetti che potrebbero migliorare uno stato economico e sociale ormai obsoleto – ma, stavolta, più declinati in un’ottica comunicativa.
Il tutto per un’auspicabile collaborazione tra ingegno e talenti, a ribadire quanto l’interoperabilità relazionale tra tecnologia e uomini dotati di competenze sia il giusto percorso da seguire attraverso la digital trasformation.
 
E se, durante il nostro cammino, corressimo il rischio di trovare lunghe code (agli sportelli) o, peggio, tutte le sedie occupate (in sala d’attesa) e il dubbio di aver preso un ticket sbagliato?
Fabrizio Biotti ha chiara la soluzione, almeno in ambito sanitario:

“Alla luce degli attuali scenari, al primo pilastro della necessaria razionalizzazione dei flussi, occorre affiancarne un altro, quello legato al tema imperativo della digitalizzazione che consente di gestire sia l’affluenza ordinaria che straordinaria in termini strategici e operativi.”

Per tali motivi occorrerà digitalizzare in termini di accoglienza non tanto singoli segmenti, comparti e flussi (di servizi come di persone e merci) ma piuttosto l’intero processo, in un ottica di best practice nonché della necessaria migliore interoperabilità tra enti e strutture: temi decisivi, questi, per gestire in maniera ottimale la presa in carico del paziente fin dal momento in cui entra in contatto con la struttura, indipendentemente dal motivo per cui ne ha la necessità. Solo in questo modo

La tecnologia diventerà il fattore abilitante per una corretta gestione e razionalizzazione dell’accoglienza integrata ai differenti processi aziendali e non come un qualcosa di astratto e non sufficientemente integrato con gli altri attori dell’ecosistema sanitario”.

 
Tuttavia, l’incertezza che sempre accompagna le fasi di trasformazione – ancor più in questo periodo di emergenza sanitaria – richiede continue strategie di cambiamento strutturate.
Non basta dunque l’ottica trasformativa, la passione, la buona volontà – per Anna Pompilio – almeno nell’ambito trasformativo della Pubblica Amministrazione:

È di fondamentale importanza, nell’attuazione di strategia di cambiamento, analizzare a fondo la struttura organizzativa in modo che l’impatto (positivo o negativo) dell’innovazione sia ben compreso e non rigettato. Come? Le modalità possono essere molteplici, ad esempio attraverso una buona progettazione, intesa come organizzazione puntuale di tutti i vari aspetti del progetto in senso ampio, comunicazione compresa.”

L’approccio metodologico per gestire un progetto – che presuppone come prerequisito l’abilitazione di sistemi interoperabili – deve partire dall’analisi del gap in termini di capabilities (o abilità) ma, in fase d’opera, considerare anche l’etica delle virtù.

Virtù e abilità sono entrambe capacità di mettere in campo azioni per raggiungere un fine ma, nella virtù, c’è anche l’elemento morale del produrre in questo un bene per sé e per gli altri. L’etica della virtù ci dice che si possono avere ottime capacità che tuttavia si potrebbero usare in maniera disfunzionale ed è quindi necessario formare persone non solo abili ma virtuose”.

È giunto il tempo di distogliere la concentrazione dalla Macchina e ricordarci che esiste anche l’Uomo: l’unico, vero, Essere Interoperabile è colui che può tendere a una cooperazione virtuosa con la tecnologia e all’utilizzo delle competenze verso domini di eccellenza che costituiscono un valore in sé, scevri da qualunque tornaconto personale. Tenendo sempre conto che abilità e virtù necessarie all’evoluzione sono vive e da nutrire.
Se non si sente la necessità di imparare ma si va solo alla ricerca di conferme, se non si passa dall’abilità alla virtù, se non si ragiona in termini di sostenibilità, allora non ci potrà essere innovazione che tenga, perché:

“il digitale, l’interoperabilità, l’Intelligenza Artificiale, il Design non sono altro che un sistema, aperto, di pensiero strutturato”.

Certo, rimane indubbia la valenza e l’importanza del fattore tecnologico e del suo continuo sviluppo verso la miglior performance nell’ambito applicativo per il quale è stato pensato.
[bctt tweet=”È giunto il tempo di distoglierci dalla Macchina e ricordarci che esiste anche l’Uomo: l’unico, vero, Essere Interoperabile è colui che può tendere a una cooperazione virtuosa con la tecnologia e all’utilizzo delle competenze” username=”MapsGroup”]
E proprio in questi mesi di emergenza sanitaria il fattore tecnologico è divenuto un elemento essenziale, a garanzia e supporto dei legami umani e relazionali che la pandemia ha reso più difficili da gestire.
Lo mostrano anche i risultati del monitoraggio, attivato attraverso la piattaforma Webdistilled, condotto da Sara di Paolo e dedicato ai nuovi trend del vivere e dell’abitare gli spazi condivisi (di lavoro e non solo).

In tutto il mondo gli spazi di coworking stanno infatti vivendo un nuovo (forse inaspettato) grande rilancio, per vari motivi:

“la capacità degli spazi collaborativi di adeguarsi per garantire ai propri ospiti le misure necessarie a ridurre il rischio di contagio, è diventato uno dei punti di forza dei coworking rispetto ad altri luoghi del lavoro più tradizionali.”

Non solo, anche riuscire ad alimentare il senso di comunità attraverso momenti di partecipazione e intrattenimento non-fisici ha portato le realtà di gestione di spazi condivisi a concentrarsi maggiormente sui propri servizi, in particolare su quelli digitali. Proprio questo ha consentito a molti coworking di mantenere, in tempo di Covi19, relazioni, clienti e incassi in tempo.

[sf_iconbox image=”ss-key” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Cosa, allora, resta da (o si deve iniziare a) fare?[/sf_iconbox]

Costruire comunità globali e interoperabili – radicate come realtà uniche e pregevoli nell’ambito di uno specifico territorio, e formate da individui abili e virtuosi in grado di usare tecnologie efficaci nel loro ambito di applicazione – è, forse, l’ultimo passo utopico da compiere.
Solo con questo tipo di approccio gli individui potranno utilizzare i migliori strumenti di lavoro e le migliori applicazioni, lavorando insieme e liberamente. E, inoltre, potranno scambiarsi e mettere in circolo dati utili per accrescere le proprie competenze e creare biblioteche virtuali di informazioni eccellenti alle quali chiunque, o qualunque delle comunità, potrà accedere.


Credits immagine di copertina
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ID Immagine: 86797695Diritto d'autore: Daniil Peshkov.
(Per i credits delle immagini di copertina degli articoli vedere gli articoli stessi).