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Le letture per l’estate consigliate da #6MEMES. Parola d’ordine: interoperabilità

[dropcap3]A[/dropcap3]nche quest’anno, in questa estate così problematica, non potevamo rinunciare ai nostri consigli di lettura. 
Il tema proposto  (non sarà una sorpresa, immaginiamo 🙂  coincide con l’Interoperabilità, il topic non solo tecnico, ma anche linguistico, culturale e scientifica attraverso cui, confidiamo, l’innovazione tecnologica sarà capace di rivoluzionare, migliorandolo, il rapporto tra tecnologia e sistemi (sociali ed economici in primis).
In questi consigli per l’estate vorremmo dunque mostrarvi l’importanza di una più efficace interoperabilità tra i dati, sorgente primaria di ogni innovazione tecnologica e, in questo momento storico di connessione globale (più o meno forzata dall’attuale pandemia), fonte indispensabile di informazioni e conoscenza.

[sf_iconbox image=”ss-bookmark” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]I consigli di lettura…[/sf_iconbox]

Partiamo da “Library linked data. Verso l’interoperabilità tra le istituzioni culturali”.
Il libro, di Ester Marinelli, presenta e spiega inizialmente il concetto di Giant Global Graph (o Grafo Gigante Globale), idea sviluppata Tim Berners-Lee (l’informatico britannico insignito del premio Turing 2016 e co-ideatore, insieme a Robert Cailliau, della base concettuale per il futuro sviluppo del World Wide Web).
Nell’era digitale della rete distributrice di qualunque informazione, il “Grafo globale” si configura come un web semantico ossia un luogo virtuale dove effettuare una migliore e più puntuale ricerca delle informazioni mediante collegamenti tra documenti ma anche tra dati, e che chiunque può contribuire a incrementare.
Un luogo “abitato” dalla famiglia dei Linked Open Data (LOD), i dati liberamente accessibili e in continua connessione tra loro, ricercabili dai motori di ricerca e comprensibili dalle macchine. Nonché una delle principali tecnologie che sottostanno alla realizzazione del concetto di Grafo Gigante Globale.
E l’autrice prosegue descrivendo la tecnologia dei LOD per comprenderne livello di sviluppo, criticità e punti di forza attuali per esplorare infine il panorama internazionale e nazionale in merito alla produzione di Library Linked Data, cioè dati bibliografici “collegati”.
Un’idea di futuro, quella dei LLD, che attraverso l’interoperabilità di sistemi potrebbe aprire il varco verso un’interoperabilità di Istituzioni culturali (biblioteche, musei, associazioni culturali), garantendo la correttezza delle informazioni fornite e la possibilità di accrescimento della cultura personale e, dunque, della propria libertà.
[bctt tweet=”Library Linked Data: i dati  bibliografici collegati, potrebbe aprire il varco verso un’interoperabilità di Istituzioni culturali, garantendo la correttezza delle informazioni fornite e la possibilità di accrescimento della cultura” username=”MapsGroup”]
Il Grafo Gigante Globale non che può essere sostenuto da una solida rete tecnologica aggiornata e sempre migliorabile. In “Apriti standard! Interoperabilità e formati aperti per l’innovazione tecnologica”, Simone Aliprandi sostiene l’urgente necessità di poter disporre di strumenti software che siano distribuiti in modalità libera dai tradizionali vincoli della proprietà industriale e, dunque, disponibili in forme e modi del tutto aperti, gratuiti e trasparenti.
L’attenzione del dibattito scientifico, prosegue Aliprandi, deve essere spostata dagli strumenti con cui si producono informazioni alle informazioni stesse e sugli standard con cui esse sono codificate, comunicate e memorizzate. Interoperabilità e neutralità tecnologica diventano quindi categorie e valori centrali di libertà per un ecosistema digitale efficiente ed equo.
[bctt tweet=”Interoperabilità e neutralità tecnologica: categorie e valori centrali di libertà necessari per un ecosistema digitale efficiente ed equo” username=”MapsGroup”]
Basteranno i software aperti e una trasparente circolazione di informazioni interconnesse a garantire una nuova frontiera della vita comune? Potrebbe rispondere alla domanda Serenella Iovino con il suo libro “Filosofie dell’ambiente” nel quale si auspica la realizzazione di una necessaria “Cultura dell’ambiente”, attenta alle relazioni tra mondo umano e mondo naturale non-umano.
È infatti più che mai necessario un “pensiero dell’ambiente” che non si muova solo sul territorio della morale e del valore ma richieda l’interoperabilità di più discipline come sociologia, scienze cognitive, letteratura e critica letteraria, estetica e storia delle idee. 
Un’interpolazione di concetti per una multi pluralità di idee, insomma, per mettere in discussione la struttura della società e offrire più letture del mondo contemporaneo.
[bctt tweet=”È più che mai necessario un “pensiero dell’ambiente” che richieda l’interoperabilità di più discipline come sociologia, scienze cognitive, letteratura e critica letteraria, estetica e storia delle idee” username=”MapsGroup”]
Eccoci, infine, ad augurarvi una estate il più serena possibile, di divertimento, ma anche riflessione. 
Per capire, magari, come la messa in in opera di una interoperabilità più efficace possa aiutare le nostre società a rompere muri virtuali che ci imbrigliano spesso in spazi troppo esigui.


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La rete oggi: dialogo fra persone (e le cose del mondo) attraverso i sistemi digitali. Di Giulio Destri.

[dropcap3]N[/dropcap3]ell’articolo precedente abbiamo ricostruito come si è arrivati alla rete Internet odierna con un unico standard di dialogo fra sistemi digitali che consente in sostanza a tutti i dispositivi dotati di un’interfaccia di rete di collegarsi e scambiare informazioni fra loro, ovvero uno standard che permette una interoperabilità globale fra i sistemi digitali.
In questo articolo, dunque, analizzeremo gli effetti di questo sulle persone, ossia come nei mesi della tragedia che ha colpito il mondo la rete sia stata un pilastro fondamentale nella comunicazione fra le persone.

[sf_iconbox image=”ss-alarmclock” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Un salto indietro nel tempo…[/sf_iconbox]

In [1] è stato trattato il tema di come la rete sta evolvendo nella Internet di Ogni Cosa (IoX) che collega fra loro dispositivi ed esseri umani a livello planetario. La drammatica situazione vissuta anche in Italia a partire dalla fine di febbraio 2020 ha accelerato ed in parte estremizzato tendenze che erano già in atto. Per capire meglio facciamo un salto indietro nel tempo…
Cosa sarebbe avvenuto se la situazione di oggi si fosse verificata, su scala globale, all’epoca della prima SARS, nel 2002-2003? Quindi solo 17 anni fa…
I mezzi di comunicazione dell’epoca erano limitati: non esistevano ancora i social media e nemmeno sistemi di messaggistica istantanea come WhatsApp e Telegram… Gli unici strumenti disponibili erano la posta elettronica, limitata come dimensioni dei messaggi rispetto ad oggi, e gli SMS.
Inoltre non c’erano gli smartphone, e la maggior parte dei telefoni cellulari non aveva la possibilità di collegarsi ad Internet, ma solo di inviare o ricevere chiamate audio e, appunto, SMS, con i loro 160 caratteri di lunghezza massima, e, in alcuni casi piuttosto rari MMS, con contenuti multimediali di dimensioni limitate (e con un costo notevole).
Gli accessi ad Internet avevano velocità limitata: solo in zone di grandi città come Roma e Milano era già presente la “banda larga”. Stava appena iniziando a diffondersi sul territorio la prima ADSL, dopo anni di modem con tariffa a tempo, in cui si pagava in base al tempo di connessione… Quindi non sarebbe stato possibile fare videoconferenze in quantità come oggi.
Le Webcam non erano ancora integrate nei PC come oggi e in pochi le acquistavano come accessori.
Non esistevano le piattaforme cloud per videoconferenza come Zoom, Google Meet, Teams e nemmeno sistemi usabili da tutti per la condivisione immediata di file e dati. Non esistevano i servizi cloud…
L’e-commerce non era ancora diffuso e capillare come oggi.
[bctt tweet=”La rete Internet è oggi un servizio essenziale, una infrastruttura critica per tutta la nostra società. Sia per il lavoro e l’economia, sia per le relazioni sociali” username=”MapsGroup”]
Quindi possiamo ipotizzare che:

  • Data l’impossibilità pratica di telelavoro nella maggior parte dei casi, i sistemi amministrativi delle aziende si sarebbero bloccati, così come molte banche, la maggior parte della pubblica amministrazione…
  • Le teleconferenze tra capi di governo sarebbero state realizzate con molto maggiori difficoltà.
  • I contatti e le trasmissioni di dati tra ospedali e strutture sanitarie sarebbero avvenuti con molto maggiori difficoltà.
  • Le trasmissioni televisive non avrebbero potuto fare tutte le interviste tramite skype ed altri strumenti di videochiamata.
  • La scuola a distanza non sarebbe stata possibile.
  • La formazione universitaria e quella aziendale e professionale obbligatoria non sarebbero state possibili.
  • Le riunioni di associazioni, enti, i contatti delle amministrazioni locali con i propri cittadini non sarebbero stati possibili come invece sono stati.
  • I contatti via videochiamate con medici, psicologi, coach ecc… non sarebbero stati possibili.
  • Le videochiamate fra parenti lontani, fidanzati, amici… che hanno contribuito non poco a mantenere la nostra coesione sociale, non sarebbero stati possibili.
  • Tutti gli eventi virtuali che hanno consentito ad artisti di mantenere i contatti col loro pubblico non sarebbero stati possibili.
  • Gli eventi sociali come le cerimonie religiose “locali” in cui si partecipa alla messa nella propria parrocchia, ma anche le lezioni di yoga, fitness, strumenti musicali ecc… non sarebbero stati possibili.
  • L’acquisto online di prodotti, in primis il cibo, non sarebbe stato possibile al di fuori di pochi casi a Roma e Milano.

Da tutto questo che lezione possiamo trarre? Che la rete Internet è oggi un servizio essenziale, una infrastruttura critica per tutta la nostra società. Sia per il lavoro e l’economia, sia per le relazioni sociali.
E d’altra parte, che la situazione che abbiamo vissuto ha costretto molti decisori a prendere atto delle possibilità offerte dalle nuove tecnologie per lo svolgimento a distanza del lavoro. E che in alcuni casi il passaggio è permanente e non si tornerà alla situazione precedente.
Vediamo ora alcuni casi…

[sf_iconbox image=”ss-usergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il caso fiera virtuale: da Aedile a Wecosmoprof[/sf_iconbox]

Il concetto di fiera virtuale esiste da molti anni: nel corso degli anni’90, mentre ero ancora in Università, ho collaborato con una delle prime web agency italiane, che creò Aedile, la estensione online di SAIE, Cersaie e SAIE2, ossia le fiere dell’edilizia di Bologna.
L’idea era sostanzialmente quella di un marketplace, ogni azienda integrava il proprio sito web al portale che riportava l’elenco di espositori presenti nella fiera. I siti web avevano un catalogo dei prodotti e, in alcuni casi la possibilità di fare ordini via mail.
All’epoca comunque i siti web erano sostanzialmente l’estensione online di una brochure più che non di uno stand. I contatti e le trattative avvenivano comunque in massima parte offline.
In questi giorni di inizio giugno, dato che le manifestazioni fieristiche sono ancora sospese, si sta tenendo Wecosmoprof, la versione online della fiera Cosmoprof, l’evento annuale tra i più importanti in ambito cosmetico.
L’evoluzione è notevole. Non soltanto sono presenti filmati, documenti e tanto materiale a presentare le aziende partecipanti, ma sono stati “trasposti” nel virtuale anche tutti gli eventi tipici di una grande fiera. Ci sono videoconferenze su vari temi, cui le persone si possono iscrivere attraverso l’autorizzazione di uso dei dati forniti alla fiera. Ci sono dibattiti, annunci.
C’è, soprattutto, Cosmoprof MyMatch, una piattaforma per creare incontri tra domanda e offerta, con tanto di stanze virtuali per gli incontri, esattamente come avviene in una fiera quando ci si siede ai tavolini di uno stand per trattare affari. Inoltre, per i partecipanti, è possibile chiedere ad una intelligenza artificiale di selezionare i candidati potenziali alla partnership attraverso il matching dei profili.
[bctt tweet=”La relazione umana che porta al business può avvenire attraverso piattaforme in grado di creare incontri tra domanda e offerta, con tanto di stanze virtuali per gli incontri” username=”MapsGroup”]
Insomma, tutta la relazione umana che porta al business è compresa può avvenire attraverso la piattaforma.
Questo strumento per favorire incontri non è nuovo, è infatti in realtà un adattamento di un sistema nato in origine sui siti di incontri on-line per favorire la selezione di potenziali partner. Durante il periodo di lockdown è aumentato ulteriormente l’uso di tali strumenti e le stime indicano che una notevole percentuale di relazioni sempre più inizierà attraverso la rete.
Per cui, accanto all’uso dello strumento per conoscere potenziali partner e incontrarsi virtualmente prima che fisicamente, in alcuni casi è possibile anche affidarsi alle intelligenze artificiali per una pre-selezione.

[sf_iconbox image=”ss-search” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il caso ispezione di sistemi di gestione[/sf_iconbox]

I sistemi di gestione di qualità (ISO9001) e sicurezza delle informazioni (ISO27001), certificati da enti terzi (ossia dalle società di certificazione) richiedono un audit annuale, ossia una verifica approfondita di documenti con procedure codificate.
In particolare, ogni tre anni avviene un audit di più approfondito con un nuovo auditor, che poi seguirà normalmente l’azienda anche negli audit di mantenimento dei successivi due anni.
Costrette dal lockdown, molte società di certificazione sono passate ad eseguire gli audit da remoto, almeno nel caso di quelli di mantenimento.
L’auditor o la squadra degli auditor accede per prima cosa ai documenti, ad esempio tramite un accesso sicuro all’archivio documentale dell’azienda da esaminare. Successivamente viene condotta l’ispezione sul campo, in cui la persona che funge da guida nel caso della ispezione fisica, conduce una telecamera (o anche solo un buon smarphone) nell’azienda, muovendosi su indicazione degli auditor che possono in tal modo vedere impianti e sistemi nei dettagli, interagire intervistando le persone presenti ecc…
Nel caso delle aziende di servizio in cui magari le persone stesse stanno lavorando da remoto le interviste possono essere condotte direttamente in colloquio con le persone dell’azienda.
Analogamente avviene per la consulenza da remoto. In questo periodo ho partecipato a numerose riunioni virtuali per consulenze organizzative che erano già in corso o sono iniziate addirittura in modo totalmente virtuale.

[sf_iconbox image=”ss-usergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il caso formazione online[/sf_iconbox]

Anche la formazione aziendale è stata trasposta online.
Qui sono presenti maggiori difficoltà rispetto all’aula, perché, specialmente se le classi sono numerose, non sempre è possibile vedere in viso gli allievi (principalmente per non sovraccaricare la rete) e quindi è indispensabile chiedere con maggiore frequenza rispetto ad un’aula se gli allievi stanno seguendo efficacemente.
E anche parlare più lentamente, scandendo bene i termini nuovi, considerando che spesso anche alcuni allievi non hanno collegamenti veloci e possono sentire un audio non perfetto.

[sf_iconbox image=”ss-laptop” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]La comunicazione fra persone attraverso strumenti digitali[/sf_iconbox]

Con un numero limitato di interlocutori, in particolare nel caso di due sole persone, la comunicazione è in tempo reale, in qualunque parte del mondo. Si vede l’interlocutore in faccia e, in parte, anche nel corpo e non si sente solo la voce come al telefono. Si possono condividere documenti, anzi, si può lavorare a più mani scrivendo insieme documenti, disegnando insieme, verificando calcoli ecc…
Quindi il passaggio dal dialogo “solo scritto” della email e delle chat alla moderna videoconferenza è stato epocale. Se prima era presente solo il linguaggio scritto verbale, sia pure parzialmente arricchito dagli emoticon, ora si vedono le persone in volto. Si può cogliere tutto il linguaggio verbale (ossia le parole pronunciate), il paraverbale (il modo di pronunciarle) e il non verbale (espressioni del viso e della parte del corpo visibile).
Rispetto ad un dialogo “fisico” nello stesso luogo ci sono alcune piccole differenze, come evidenziato anche da psicologi ed esperti di comunicazione come Giorgio Nardone.
[bctt tweet=”La Rete, oggi. Il passaggio dal dialogo “solo scritto” della email e delle chat alla moderna videoconferenza è stato epocale: la comunicazione è ora in tempo reale, in qualunque parte del mondo” username=”MapsGroup”]
Intanto occorre posizionare il dispositivo alla distanza giusta per essere inquadrati completamente ed evitare di mostrare solo parti del viso. Inoltre le persone tendono a non guardare la telecamera ma il volto dell’interlocutore che appare sullo schermo. Bisogna parlare più lentamente e valutare la reazione non verbale alle proprie parole da tutto il volto, mancando il contatto oculare diretto fra gli interlocutori.
A tal proposito i formatori di AIF raccomandano, di fronte ad un pubblico virtuale potenzialmente vasto, di guardare per la maggior parte del tempo proprio la telecamera, esattamente come fanno da decenni giornalisti e personaggi televisivi.

[sf_iconbox image=”fa-cogs” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il lavoro tramite la rete[/sf_iconbox]

Il lavoro tramite la rete, per essere efficiente, deve cambiare rispetto all’organizzazione nello spazio fisico.
Alle persone devono essere affidati compiti che possano essere portati avanti da soli per la maggior parte del tempo, limitando le interazioni con altri al giusto necessario. Soprattutto devono essere limitate e ben finalizzate le riunioni, l’interazione che trasposta online rischia di diventare molto inefficiente se non ben condotta.
Il lavoro online rende al meglio se l’organizzazione è “a centri di servizio”, come presentato in [2]. E vanno tenuti presente con ancora più attenzione gli aspetti emotivi della comunicazione, come presentato in [3], soprattutto per mantenere desta l’attenzione, che in una video chiamata tende a sfuggire maggiormente rispetto ad un colloquio di persona.
[bctt tweet=”Il lavoro online rende al meglio se l’organizzazione è “a centri di servizio”. E vanno tenuti presente con ancora più attenzione gli aspetti emotivi della comunicazione” username=”MapsGroup”]
Siamo quindi nel bel mezzo di una rivoluzione storica? Per alcuni tipi di lavoro si, principalmente per motivazioni economiche: una trasferta per partecipare ad un evento che costa decine di migliaia di euro e può essere sostituita da una videoconferenza, viene sostituita semplicemente. Per altri no, non in tempi brevi per lo meno.
Quindi la rete diventa anche il canale primario per la interoperabilità fra le persone, oltre che i dispositivi, consentendo alle aziende di essere resilienti rispetto ad eventi come quello che abbiamo vissuto.
[bctt tweet=”La rete diventa il canale primario per il lavoro e la interoperabilità fra le persone, oltre che i dispositivi, consentendo alle aziende di essere resilienti rispetto ad eventi di emergenza come quello vissuto” username=”MapsGroup”]
Proprio l’emergenza affrontata ci insegna però che:

  1. Il lavoro online deve essere ben progettato, con l’adattamento opportuno dei processi, per essere realmente efficiente;
  2. La rete, intesa come struttura di comunicazione e insieme di piattaforme con cui lavorare, deve essere progettata, gestita e configurata in modo diverso da adesso, pena grandissimi rischi di blocchi catastrofici.

E questo sarà il tema del prossimo articolo.

Giulio Destri


[sf_iconbox image=”ss-bookmark” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Bibliografia[/sf_iconbox]

[1] Giulio Destri – Servizi e IoT: la Salute secondo l’Internet of Thing… 
[2] Giulio Destri – Un modello per l’azienda-tipo italiana: l’Azienda come insieme di centri di servizio 
[3] Giulio Destri – Comunicazione interpersonale nei settori tecnici e specialistici. Di Giulio Destri.


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ID Immagine: 95477703Diritto d'autore: Daniil Peshkov  
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Stiamo distanti ma molto vicini: apparenti paradossi del post Covid-19 negli spazi di lavoro condiviso.

[dropcap3]C[/dropcap3]hi nelle ultime settimane ha pensato, ragionato o scritto sulla fine degli spazi collaborativi faccia reset e riparta con il ragionamento. Dalle Americhe all’Europa, passando per Turchia e Oceania, gli spazi di coworking stanno vivendo un nuovo (forse inaspettato) grande rilancio.
Grazie al monitoraggio, attivato attraverso la piattaforma Webdistilled qualche mese fa e dedicato ai nuovi trend del vivere e dell’abitare gli spazi, scopriamo che c’è un mondo di interesse intorno ai temi del coworking, co-living e co-housing (oltre 56mila contenuti da gennaio ad oggi in italiano e inglese tra articoli, post, blog, tweet, messaggi online) e che questo interesse non si è affatto interrotto nei mesi del lockdown ma piuttosto ha dato vita a nuovi pensieri e sostanziali innovazioni (quasi il 30% dei contenuti totali affronta il tema della pandemia).

 
Agli spazi condivisi del lavoro innanzitutto è successo di dover chiudere, del tutto o quasi (chi ospitava aziende del food – ad esempio – non ha mai chiuso ma ha gestito le proprie attività in modalità ridotta), altri hanno garantito l’accesso solamente ai soci o ai possessori di specifiche membership.
In ogni caso, tutte le realtà hanno dovuto affrontare due aspetti dell’emergenza:

  • la prima è che si sono dovuti velocemente ed efficacemente adeguare agli standard di sicurezza richiesti (pulizie, distanziamento sociale, dispositivi, eccetera);
  • la seconda è che si sono dovuti ingegnare per garantire a tutti i loro ospiti (colleghi? amici? partner?) quel bisogno di comunità, fattore distintivo per questa tipologia di luoghi di lavoro.

[sf_iconbox image=”ss-home” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Sicurezza[/sf_iconbox]

In relazione al primo aspetto, il meccanismo è stato talmente veloce ed efficace che la capacità degli spazi collaborativi di adeguarsi per garantire ai propri ospiti le misure necessarie a ridurre il rischio di contagio, è diventato uno dei punti di forza dei coworking rispetto ad altri luoghi del lavoro più tradizionali.
[bctt tweet=”La capacità degli spazi collaborativi di adeguarsi e garantire agli ospiti le misure necessarie a ridurre il rischio di contagio, è diventato uno dei punti di forza dei coworking rispetto a luoghi di lavoro più tradizionali” username=”MapsGroup”]
I media in lingua inglese sul tema pullulano di esempi: alla domanda “perché conviene lavorare in un coworking?” superate le prime considerazioni (fare network, fare business, ridurre le spese di gestione degli spazi), ecco che arrivano le misure per prevenire il Covid-19.
Negli Stati Uniti, dove da qualche anno gli spazi di coworking aumentano con percentuali a doppia cifra, sono numerosi gli articoli e i post sull’argomento. Vengono intervistati titolari, fondatori, AD dei principali spazi condivisi da Plexpod a WeWork, sia catene che singole realtà locali.
C’è chi sottolinea il tema della produttività (“Un ambiente senza il soffocamento del vostro ufficio aziendale è vantaggioso per la vostra produttività. I luoghi dove ci sono meno distrazioni, formalità e rumore vi danno spazio per concentrarvi sul vostro lavoro e sul raggiungimento dei vostri obiettivi quotidiani”), chi le loro capacità di connessione (“le piattaforme online e i servizi digitali hanno aiutato gli spazi di coworking a connettersi con i nuovi clienti, mentre i loro edifici sono accessibili, in alcuni casi, solo ai membri”), tutti intervengono sulle precauzioni prese (“quando si lavora in rete nello spazio di coworking, devono essere adottate tutte le misure di sicurezza fondamentali per prevenire l’infezione di Covid-19”).
[bctt tweet=”I media in lingua inglese pullulano di esempi sul tema coworking: c’è chi sottolinea il tema della produttività, chi le loro capacità di connessione, e tutti intervengono sulle precauzioni prese” username=”MapsGroup”]
“Tipicamente focalizzati sulla collaborazione e l’interazione di persona, gli spazi di coworking si adattano alla realtà della pandemia Covid-19 in corso – e vedono opportunità inaspettate” è il leit motiv di molte pubblicazioni sia all’estero che in Italia.

[sf_iconbox image=”fa-user-plus” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Community feel[/sf_iconbox]

WeWork, gigante internazionale del coworking, si sta concentrando sulla pubblicazione e condivisione di contenuti rilevanti per le comunità che ospita e le località dove i coworking hanno sede. Il senso della comunità – secondo aspetto che emerge come rilevante nella ricerca combinata tra coworking e coronavirus – porta le realtà di gestione di spazi condivisi a concentrarsi maggiormente sui propri servizi e in particolare su quelli digitali: piattaforme tecnologiche di interscambio, sistemi di call a distanza, corsi di formazione attraverso webinar, occasioni di incontro a distanza.

Riuscire a mantenere e ad alimentare il senso della comunità anche attraverso momenti di partecipazione e intrattenimento non-fisici ha consentito a molti coworking di mantenere relazioni, clienti, incassi anche in tempo di Covid.
[bctt tweet=”Riuscire ad alimentare il senso di comunità attraverso momenti di partecipazione e intrattenimento non-fisici ha consentito a molti coworking di mantenere relazioni e incassi anche in tempo di Covid” username=”MapsGroup”]
Il fattore tecnologico – prima tra i servizi aggiuntivi ma non necessariamente primari degli spazi collaborativi – diventa così elemento essenziale a garanzia e supporto di quei legami umani e relazionali che la pandemia ha reso più difficili da gestire come facevamo prima.

Sara Di Paolo


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Pagamenti digitali: pro e contro al tempo (anche) del Coronavirus. Di Lilith Dellasanta [Parte due]

PARTE SECONDA

[sf_iconbox image=”fa-line-chart” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]L'”impennata” dei pagamenti digitali[/sf_iconbox]

Abbiamo visto insieme, nel precedente articolocome anche in Italia i pagamenti digitali (pur rimanendo, il nostro, uno dei Paesi europei agli ultimi posti per il loro utilizzo) abbiano iniziato da tempo un processo di crescita. 
I motivi che ne hanno incentivato l’uso (e che continuano nella loro ragion d’essere) si possono sostanzialmente individuare in questi punti:

  • la percezione di praticità nelle transazioni, forse il punto più facilmente apprezzabile dai consumatori;
  • la certezza dei pagamenti, che va in favore sia dei regolatori che dei cittadini che sono tutelati rispetto alla richiesta di provare l’avvenuto pagamento;
  • il controllo e contrasto all’evasione, sicuramente il motivo che viene più evidenziato come positivo da parte dei regolatori.

Gli aspetti percepiti come potenzialmente problematici – non pochi, come possiamo vedere, e riguardanti più punti di vista – sono invece inerenti a:

  • le questioni di sicurezza legate alle tracce digitali lasciate a ogni transizione che potrebbero essere usate fraudolentemente;
  • l’efficacia nella lotta all’evasione fiscale stessa (tranchant l’opinione del giornalista Giovanni Paragone);
  • il pericolo che un blackout possa bloccare tutto;
  • le alte commissioni che devono sostenere i commercianti;
  • la percezione di non essere “realmente” in possesso del proprio denaro;
  • il timore da parte dei consumatori di avere difficoltà nel tenere sotto controllo le proprie spese.

In questo scenario – che abbiamo fotografato sino a pochi mesi fa – gli attori principali delle conversazioni sul tema erano costituiti da alcuni grandi protagonisti, quali la “politica”, i principali player economici e gli utilizzatori (intesi come consumatori e commercianti)…
In questo flusso abbastanza prevedibile di contenuti è irrotto con forza la pandemia determinata dal diffondersi del Covid-19, che ha giocoforza contagiato anche questo ambito.
Anzi, possiamo affermare in proposito che il consiglio specifico da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità di limitare l’uso dei contanti nei pagamenti come forma preventiva dei rischi di contagio, assieme alle pratiche di sanificazione utilizzate da alcuni paesi, in breve tempo hanno determinato una vera e propria impennata sul tema dei pagamenti digitali.
A queste contingenze si sono ben presto affiancati una serie di “adattamenti” nelle abitudini di acquisto imposti proprio dal lockdown, ragion per cui: 

  • è aumentato il ricorso all’ecommerce per le catene di gdo, che hanno dovuto fronteggiare un aumento della richiesta sui canali già presenti, con una saturazione costante degli slot disponibili;
  • i grandi player come Amazon hanno dovuto porre delle priorità su acquisti e consegne, in modo da adattare la gestione dei magazzini ai prodotti inizialmente permessi e all’aumentata richiesta di prodotti sanitari;
  • per i piccoli commercianti i pagamenti digitali sono stata la scelta obbligata per impostare velocemente i servizi di consegna a domicilio e dare un minimo di respiro alle vendite e fronteggiare la grande contrazione dei consumi.

Il 19 marzo, del resto, un’indagine Nielsen riportava un aumento di tali pratiche di oltre l’80% rispetto allo scorso anno già a partire dall’ultima settimana di febbraio fino alla prima di marzo. Lo stesso articolo riporta come, secondo Netcomm, il 77% di chi vende online abbia acquisito nuovi clienti durante queste settimane di blocco legate all’emergenza coronavirus. 
Complessivamente – se si considera l’andamento dei contenuti relativi ai pagamenti digitali a partire da giugno 2019 – l’andamento risulta costante. Questo, sia per i motivi che abbiamo visto nella prima parte dell’articolo che per quelli che affronteremo tra poco, in cui un ruolo decisivo lo gioca proprio l’inizio dell’epidemia anche in Italia.
[bctt tweet=”A marzo, un’indagine Nielsen riportava un aumento dei pagamenti digitali di oltre l’80% rispetto lo scorso anno. Secondo Netcomm, il 77% di chi vende online ha acquisito nuovi clienti durante il lockdown legato all’emergenza coronavirus” username=”MapsGroup”]
Approfondiamo quindi lo scenario in cui questi cambiamenti si sono verificati, considerando gli attori che stavano guidando l’adozione dei pagamenti digitali.
 

[sf_iconbox image=”fa-arrows-alt” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]La spinta politica e di impresa[/sf_iconbox]

Sotto questo punto di vista, è innegabile il fatto che sia gli Stati nel loro insieme che le aziende private stanno spingendo fortemente verso l’adozione dei pagamenti digitali: dal 1° gennaio 2020, non a caso, è entrata in vigore in Italia la trasmissione telematica dei corrispettivi e quindi per negozi e attività commerciali è scattato l’obbligo di dotarsi di registratori di cassa telematici per registrare e inviare i dati degli scontrini elettronici al fisco.
I commercianti si dovranno dunque adeguare alla nuova normativa, e i fornitori di servizi hanno già anticipato che sono pronti a rispondere alle nuove esigenze. 
Nella nostra tag cloud sulla lingua italiana (su tutto il periodo di osservazione) spicca Nexi, che con SmartPos “permette il pagamento di tutte le carte fisiche e di tutti i pagamenti digitali come carte di credito, prepagate, debito, smartphone e QR Code, per assicurare la massima affidabilità e sicurezza agli incassi degli esercenti”.
Per invogliare ancora di più i consumatori a utilizzare le forme di pagamento digitali, dal 7 agosto avrebbe dovuto prendere il via la lotteria degli scontrini, così come già sperimentato in Portogallo, Slovacchia, Croazia, Grecia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Malta, Lituania, Polonia, Slovenia e Romania. 
Il 20 maggio è stato annunciato che causa coronavirus, la lotteria slitta al 2021: per ogni pagamento digitale, lo scontrino conterrà, su richiesta dell’acquirente un codice lotteria da giocare sul portale dedicato.
Insomma, sarà sfruttata istituzionalmente la leva dei concorsi a cui siamo abituati quotidianamente nei nostri acquisti, dai cereali per la colazione all’apertura dei conti correnti. Secondo Valeria Portale e Giorgia Sali, dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano, resta da capire se questa formula inciderà permanentemente sulle abitudini di pagamento o si limiterà alla durata dell’incentivo.  
Anche l’Agenzia delle Entrate-Riscossione , nell’ambito della certezza dei pagamenti e della lotta all’evasione, punta sui pagamenti digitali. Nelle cartelle inviate ai contribuenti da Agenzia delle Entrate-Riscossione (Ader) debutta, infatti, «Pago Pa» che andrà a sostituire gradualmente il bollettino Rav utilizzato nel 2018 da cittadini e imprese per oltre 15 milioni di pagamenti di cartelle e avvisi, circa il 90% del totale delle transazioni.
Per quanto riguarda la forma dei pagamenti digitali, il legislatore ha contemplato non solo le “carte”, ma anche tutti quei sistemi che assolvono ai requisiti, compreso Satispay.
[bctt tweet=”Sia gli Stati che le aziende private stanno spingendo fortemente verso l’adozione dei pagamenti digitali. Anche l’Agenzia delle Entrate-Riscossione, nell’ambito di certezza dei pagamenti e lotta all’evasione, punta sui pagamenti digitali.” username=”MapsGroup”]
E tuttavia, la BCE richiama l’Italia almeno in proposito si nuovi limiti ai pagamenti in contante, che prevede un abbassamento a 1.000 euro entro il 2022: oltre a non avere comunicato preventivamente la decisione, il rischio sarebbe che pagamenti diversi dall’uso del cash taglino fuori quella parte più debole della popolazione, che non ha accesso ai conti bancari o che non può permetterselo. Inoltre, le modalità di pagamento diverse dal contante, nota la BCE, non sono equivalenti, avendo spesso “caratteristiche diverse”.

[sf_iconbox image=”fa-area-chart” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Banche e grandi aziende entrano nel settore dei pagamenti digitali[/sf_iconbox]

Nessun dubbio pare frenare le banche e le grandi aziende nell’entrare nel settore dei pagamenti digitali così da estendere i loro servizi.
Per fare qualche esempio: 

A livello internazionale, Bnl Bnp Paribas si spinge ancora più avanti e realizza il “Pagamento Invisibile”, sviluppato da Axepta, società della banca, e presentato al Salone dei pagamenti di novembre. 
Come funziona? In modo simile ai negozi americani AmazonGo, in cui in assenza di casse si preleva il prodotto e si esce direttamente, perché gli acquisti vengono addebitati direttamente sul conto Amazon. 
Il cliente, infatti, può registrarsi all’ingresso del punto vendita tramite un QR code e un’App del merchant sullo smartphone; a questo punto, una volta entrato nel punto vendita, sceglierà cosa comprare, prenderà la merce e potrà uscire senza effettuare un vero e proprio pagamento fisico, perché lo stesso avverrà tramite alcuni sensori intelligenti posti all’interno del negozio e all’uscita, mediante la carta di credito registrata sul telefono del cliente.
Interessante – in tutto questo flusso di dati – è notare che che quelli di registrazione non saranno gestiti dal commerciante, ma direttamente dalla società di acquiring, Axepta.
Passando ai grandi gruppi non bancari, Facebook ha debuttato nei pagamenti digitali, con il servizio “Pay” in arrivo negli USA, mentre Google inizierà a offrire conti correnti ai clienti a partire dal prossimo anno, con il progetto chiamato Cache. Anche in questo ha grande rilevanza la partnership con le banche tradizionali, come Citigroup, e unioni di credito come la Stanford Federal Credit Union. 
[bctt tweet=”Non solo Banche: Facebook ha debuttato nei pagamenti digitali, con il servizio “Pay” in arrivo negli USA, mentre Google inizierà a offrire conti correnti ai clienti a partire dal prossimo anno, con il progetto chiamato Cache.” username=”MapsGroup”]
La stessa Google offre già ai suoi clienti il servizio Google Pay, e il suo portafoglio virtuale Google Wallet consente di effettuare alcune operazioni come lo scambio di denaro tra persone. Una delle sfide principali riguarderà la privacy, e sarà costituita dal vincere la resistenza degli utenti a dare a Google l’accesso a dati così sensibili come quelli bancari.
 

[sf_iconbox image=”fa-bus” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Focus sui trasporti[/sf_iconbox]

Abbiamo visto come la gestione dei pagamenti digitali coinvolga molti attori, dai cittadini che pagano le tasse e che effettuano grandi e piccoli pagamenti, agli esercenti, ai regolatori.
Introduciamo per questo focus un altro attore, ovvero i gestori dei servizi pubblici, per focalizzarci su come i pagamenti digitali possano farsi strada anche nel pagamento di piccole somme per facilitare e velocizzare l’accesso ai sistemi di trasporto, guardano alle esperienze internazionali.
La metropolitana è il mezzo di trasporto in cui i servizi contactless stanno avendo il più rapido sviluppo, per la relativa facilità di dotare di strumenti di rilevazione aggiuntivi un processo che già prevede il passaggio tramite tornelli. 
[bctt tweet=”In Europa, la metropolitana è il mezzo di trasporto in cui i servizi contactless stanno avendo il più rapido sviluppo, per la facilità di dotare di strumenti di rilevazione un processo che già prevede il passaggio da tornelli” username=”MapsGroup”]
A Copenhagen, Genova e Milano si può viaggiare già da tempo con biglietti acquistati tramite cellulare e app, e a Milano in metropolitana con pagamento contactless direttamente sulla carta di credito (con una media di 35.000 ogni giorno), mentre a Roma il servizio Tap & go è stato inaugurato a Novembre, ed è stato offerto da Mastercard il 29 e 30 novembre, con corse gratis per i possessori di Mastercard ING.
Minsk, Vancouver e Londra sono le altre città che usano il sistema Tap and Go.
A Madrid si può pagare contactless dal 30 novembre su tutti gli autobus e ci si prepara per il riconoscimento facciale, così come in India.
Nelle province di Napoli, Salerno e Avellino la sperimentazione dei pagamenti dei mezzi pubblici locali tramite carta di credito e di debito contactless partirà dalla seconda metà del 2020, agevolando cittadini e turisti.

Ci lasciamo infine con una nota di costume: sta vivendo un vero e proprio boom la piccola pelletteria: una borsa grande, dal punto di vista funzionale, non è più necessaria per trasportare agende, blocchi, portafogli e portacarte, perché lo smartphone libera le persone dall’incombenza di portare dietro tanti oggetti.
Con la raccomandazione di tenere pulito anche questo oggetto 🙂
 
Alla prossima,

Lilith Dellasanta


CREDITS IMMAGINE DI COPERTINA (rielaborata)
ID Immagine 1: 82426182, di Monsit Jangariyawong
ID Immagine 2: 115381948, di wrightstudio
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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie

Il meglio di #6MEMES. Il nemico è invisibile? Sarà l’innovazione a dare forma e sostanza a una nuova visione del futuro.

[sf_iconbox image=”fa-cubes” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il meglio di 6MEMES di questi ultimi mesi…[/sf_iconbox]

[dropcap3]S[/dropcap3]anità (e dunque salute), Pubblica Amministrazione (ossia governo politico, ma anche sociale) e Co-Economy (ovvero utilizzo sostenibile delle risorse): sono stati questi gli argomenti strategici prediletti dal nostro pubblico negli scorsi mesi, da febbraio ad aprile 2020.
A sottolineare una volta in più che in questo periodo – caratterizzato da uno stato di emergenza non solo sanitario, ma assai più esteso – è più che mai necessario che ogni sistema sociale e ciascun organismo di governo si rendano disponibile nei confronti degli altri al fine di cooperare e ri-organizzarsi secondo nuovi modelli.
Un’evoluzione, questa, che è ormai indispensabile e che – almeno in parte – si era già avviata in fase pre-emergenziale in diversi settori attraverso la cosiddetta “digital transformation”.
I servizi digitali, infatti, rappresenteranno senza dubbio il “futuro”, con l’obiettivo – non semplice da realizzarsi in termini di inter-operabilità – di permettere il loro utilizzo a un bacino sempre più grande di utenti in tutte le aree di servizio possibile, quella sanitaria in primis.
Come potranno influire queste nuove dinamiche all’interno di un sistema sensibile e delicato come quello della salute ce lo ha ad esempio illustrato il nuovo autore del blog Fabrizio Biotti, il cui primo intervento ha intercettato ampi consensi sui vari social nel mese di febbraio.
L’autore, infatti, scrive che molte realtà “innovative hanno (già) sviluppato soluzioni con la più ampia compatibilità verso sistemi di natura diversa che – mettendo al centro il cittadino – ottimizzano il processo di accoglienza in senso lato (…)”
Ma come è possibile operare in questo senso attraverso processi di gestione dei dati?
Ce lo spiega l’autore, ovvero “corredandoli ad esempio di un sistema di alerting e reporting diretto a offrire un quadro in real time del livello di servizio erogato, monitorando una serie di parametri “logistici” capaci di incidere nella qualità dell’esperienza di cura del paziente quali il tempo medio di attesa, il numero di utenti in coda per tipologia di servizio etc.”
Un esempio per tutti, e più che mai attuale, è proprio la capacità di evitare in maniera tempestiva, grazie a tali sistemi, possibili affollamenti nelle sale d’attesa, gestendo il personale disponibile nel modo più corretto e mettendo in sicurezza sia gli utenti che gli operatori.
Anche in Italia, dunque, come ci ha spiegato Fabrizio, si parla e parlerà sempre più di patient journey e di aziende data driven: con l’applicazione di tali, innovative realtà, le organizzazioni sanitarie potranno confrontare diverse configurazioni di servizio al fine ultimo di migliorare le prestazioni e garantire sia la sicurezza dei pazienti che l’appropriatezza delle cure. Risultati di non poco conto, soprattutto in un momento come questo.
Garantire la certezza e la sicurezza nell’esecuzione dei processi è un tema fondamentale anche per il buon governo delle Pubbliche Amministrazioni, nonché l’argomento che ha catalizzato molte visualizzazioni su Twitter, Facebook e Linkedin nel mese di marzo.
Anche nella P.A., infatti, i servizi tecnologici innovativi per la gestione dei processi orientati a digitalizzazione e dematerializzazione rappresenteranno il vero rinnovamento, da attuarsi attraverso una migliore interoperabilità tra gli attori coinvolti.
Il tema della digitalizzazione nella Pubblica Amministrazione deve tuttavia affrontare una problematica particolare: l’estesa difficoltà di comunicazione tra enti diversi che si innesta su una difficoltà di comunicazione più basilare, quella tra l’individuo e il cosiddetto ente pubblico.
L’autrice Paola Chiesa si sofferma dunque sulla necessità di (ri)scoprire i valori dell’etica e della comunità, affidando proprio alla comunicazione il compito e la funzione di contribuire a generare progresso sociale. Poiché, come l’autrice afferma:

“[…] la cifra etica della comunicazione, in particolare in un ente pubblico, la possiamo ravvisare nella capacità di creare comunione attraverso il dialogo tra gli interlocutori.”

In tal modo:

“Mettere a punto nuove idee, strumenti e competenze per promuovere lo sviluppo del benessere dei cittadini diventa l’asset strategico sia per ridurre la complessità delle relazioni tra enti, sia per garantire l’interoperabilità fra gli stessi.”

Il “buon governo” dovrà dunque necessariamente essere affiancato – anche nell’ambito dei servizi – a nuove forme di agire economico che siano capaci di promuovere la rete delle relazioni tra cittadini ed enti.
coworkingTutto questo, prestando la massima attenzione all’identità dei luoghi oltre che agli aspetti più prettamente economici legati al pur necessario profitto, come ci dimostra il paradigma della co-economy che va sempre più diffondendosi a livello mondiale.
Come ci illustra Sara Di Paolo nel suo ultimo intervento sul blog 6MEMES, infatti – premiato dall’interesse del pubblico nel mese di aprile – il concetto stesso di interoperabilità sostenibile è il primo passo per realizzare esperienze di condivisione che rappresentino le più innovative forme del vivere sociale ed economico.
E proprio l’attuale pandemia, caratterizzata dall’imposizione di una maggiore distanza sociale e dal contingentamento degli accessi alle fabbriche e agli uffici, sta paradossalmente incrementando l’attenzione alle persone e al loro benessere, assieme alla condivisione di una nuova consapevolezza nei confronti di quello che possiamo definire come un “destino comune” vissuto non solo nei confronti del proprio luogo di appartenenza, ma anche nei confronti degli habitat delle altre parti del nostro pianeta.
Che altro aggiungere?
Forse che – per lo meno a leggere i dati di interesse ricavati dai contenuti più premiati dai nostri lettori – le difficili contingenze che stiamo attraversando potranno condurci a nuove pratiche di convivenza e sviluppo capaci di consegnarci spazi fisici e simboli più “vivibili” e sostenibili di quelli precedenti alla pandemia.
In fin dei conti è proprio questo che ci auguriamo tutti, crediamo, anche per dare una nuova “luce” allo stretto corridoio che stiamo tutti attraversando alla ricerca di una nuova normalità..
Per questo, concludiamo la nostra rassegna con un auspicio, quello presente nell’incipit con cui Natalia Robusti apre il suo intervento a proposito di Visibilità, articolo che ha intercettato in maniera trasversale gli utenti di tutti i nostri social, Facebook, Twitter e Linkedin:

In un momento in cui il nostro maggior nemico è di fatto “invisibile” – se non dopo aver generato e causato un’infinità di dolore e conseguenze terribili – il concetto stesso di visibilità diviene ancor più rilevante ed essenziale, così come è davvero cruciale la possibilità che l’innovazione (medica, tecnologica e sociale) ci può offrire nell’aiutarci a dare forma e sostanza a ciò che altrimenti sfugge al nostro sistema percettivo cosiddetto “naturale””.


Credits immagine di copertina
ID Immagine: 42882099Diritto d'autore: Sergey Nivens. 
ID Immagine: 42585251Diritto d'autore: whitecity.
ID Immagine: 122274186Diritto d'autore: freshwater.
(Per i credits delle immagini di copertina degli articoli vedere gli articoli stessi).
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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Information and communications technology

Interoperabilità Macchina-Macchina: dialogo fra sistemi digitali. Di Giulio Destri.

[dropcap3]N[/dropcap3]egli articoli precedenti sono stati trattati la comunicazione come base per la interoperabilità [1] e l’interazione tra umano e macchina attraverso l’interfaccia uomo-macchina [2]. Nel suo articolo Anna Pompilio ha introdotto magistralmente i concetti di interoperabilità fra sistemi informatici sanitari e nel contesto della PA [3].
In questo articolo analizzeremo i dettagli di cosa c’è “dietro” tutto questo: come, in pratica, sistemi digitali distinti comunicano fra loro, ovvero come sono fatte le interfacce macchina-macchina, e le problematiche legate ad una loro progettazione e gestione.

[sf_iconbox image=”ss-desktop” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Comunicazione digitale[/sf_iconbox] 

È (quasi) universalmente noto che computer, smartphone, TV digitali, dispositivi IoT ecc… rappresentano al loro interno le informazioni in forma di bit. Ma cosa significa questo, in pratica?
Il singolo numero binario o bit (contrazione da BInary digiT) è una cifra espressa in base due e quindi può assumere solo i valori 0 e 1. Quindi ad esso possono essere associati solo due elementi, ovvero una informazione (o meglio un dato) a due valori possibili. Per esempio, positivo/negativo, bianco/nero, rosso/verde, caldo/freddo ecc… Pertanto, da solo, un bit ha una utilità limitata.
Se mettiamo insieme due cifre binarie, ovvero componiamo un numero binario a due cifre, i valori possibili sono 4 (00, 01, 10, 11). Se componiamo un numero a tre cifre, i valori possibili sono 8. E così via, secondo la regola: Valori possibili date N cifre = 2 elevato a N-sima potenza.
In particolare se prendiamo numeri binari ad 8 cifre, i valori possibili diventano 256 (per la precisione, con valori da 0 a 255) e quindi, attraverso opportune tabelle di codifica che rappresentano la meta-informazione, ossia le regole che danno un significato ai byte [1], diventa possibile rappresentare:

  • testo (il più diffuso standard è il codice ASCII),
  • immagini a toni di grigio dove ogni byte rappresenta un pixel (ad esempio, 0 è il nero e 255 è il bianco con tutte le sfumature in mezzo),
  • suoni (con una qualità molto bassa in verità, infatti servono almeno 2 byte per rappresentare un singolo campione sonoro di qualità ed un flusso di 44.100 campioni al secondo per avere la qualità del CD),
  • temperature, e molto altro.

Un insieme di 8 bit si chiama byte ed è l’unità di misura della memoria RAM e della memoria di massa (hard disk, schede di memoria, chiavette usb…) in tutti i dispositivi digitali, eventualmente attraverso i suoi multipli come il kilobyte, il megabyte, il gigabyte ed il terabyte.
I dispositivi digitali moderni rappresentano quindi numeri, come i dati di un bilancio aziendale, le temperature di una città, ma anche immagini, suoni, filmati, testi, documenti ecc… come insiemi di byte. In questo modo, con opportuni formati digitali, queste informazioni sono memorizzate in forma di insiemi di file e di archivi strutturati come i database relazionali.
Il problema della codifica esiste anche nella comunicazione. I primi sistemi di comunicazione fra dispositivi digitali (computer, a partire dagli anni ’50 e ’60) erano completamente proprietari, ossia tutto quanto serviva alla comunicazione, dalla rappresentazione dei dati sotto forma di byte, alla loro traduzione in segnali fisici (ad esempio, impulsi elettrici), alla stessa struttura dei canali fisici (ad esempio, caratteristiche elettriche e materiali dei cavi, come impedenze, forma degli spinotti ecc…) era stabilito da regole tipiche di ogni costruttore, o di consorzi di ricerca. Non esisteva uno standard comune, che consentisse ad un sistema, per esempio, di IBM, di dialogare con un sistema di HP.
[bctt tweet=”Il problema della codifica esiste anche nella comunicazione. Per i primi sistemi di comunicazione fra dispositivi digitali non esisteva uno standard comune.” username=”MapsGroup”]
Solo nel tempo si arrivò a creare uno standard comune di comunicazione, chiamato TCP/IP, alla base di quella che oggi è Internet [4]. Questo insieme di protocolli di comunicazione, che consente a qualsiasi dispositivo digitale, collegato alla rete attraverso tantissimi tipi di canali fisici diversi (ad esempio, cavo ethernet, wifi, doppino telefonico, fibra ottica…), di scambiare flussi ordinati di byte (quindi file e simili) con qualsiasi altro, ha reso possibile la trasformazione digitale [5].

[sf_iconbox image=”fa-flag” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Le diverse lingue digitali e le conseguenti problematiche[/sf_iconbox]

Siamo quindi a posto? Basta Internet col TCP/IP per tutto? Purtroppo no, perché questo standard rende possibile, da solo, solamente lo scambio di file e flussi di byte. Quindi funziona come un efficacissimo sistema postale in grado di trasportare “buste digitali” praticamente in tempo reale in tutto il mondo. Il contenuto dei messaggi (file e altro) e quindi la conversazione digitale su di essi basata è da definire a parte, caso per caso.
Per esempio, dato che non tutti i computer usano lo standard ASCII per rappresentare il testo, se devo trasferire un file di testo (o anche solo dei comandi per il computer espressi come testo, quando si usa una interfaccia a riga comandi [2]) questo dovrà essere convertito dal formato del computer mittente a quello del computer destinatario, per dare un senso alla comunicazione.
Se passiamo a dati complessi, come, per esempio, una fattura, da trasmettere all’interno di un apposito processo di pagamento, basato su una successione di scambi di messaggi equivalente a quelle che era il processo “cartaceo”, occorre definire chiaramente cosa esprime la fattura. Per molti anni infatti il processo è stato solo dematerializzato, attraverso la spedizione della fattura in un formato visibile per gli esseri umani come il PDF.
Il processo “fatturazione” quindi si poteva tradurre in questa sequenza:

  1. Un operatore umano, interagendo con un programma di fatturazione, inserisce i dati e genera la fattura in formato PDF;
  2. L’operatore salva la fattura come file e lo spedisce via posta elettronica al destinatario;
  3. Un altro operatore umano riceve il messaggio di posta elettronica, ne estrae la fattura e:

se abituato a “fare tutto in elettronico” inserisce, magari con il copia-e-incolla, i dati della fattura nel programma di gestione contabile e, probabilmente, anche nel sistema di home banking per gestire il pagamento;

se non abituato, stampa la fattura (con conseguente spreco di tempo, carta, spazio di immagazzinamento ecc…) e fa le operazioni suddette, o magari passa la fattura cartacea ad un/una collega perché le svolga;

– se gli accordi lo prevedono manda una stampa elettronica (tipicamente in PDF) con gli estremi del pagamento al creditore.

Che valore aggiungono al processo questi interventi umani? Nessuno. Anzi, aggiungono invece dei rischi (ad esempio, errori di battitura durante l’inserimento manuale dei dati). Alcuni esperti di gestione aziendale addirittura li definiscono “attività parassitiche”.
Un processo completamente digitale prevede che il flusso avvenga direttamente fra i programmi di contabilità. E che, quindi, nei messaggi siano contenuti i dati della fattura espressi in un formato comprensibile a tutti gli attori coinvolti nella comunicazione. E che si possa, eventualmente, fare riferimento a documenti precedentemente scambiati come offerte, bolle ecc… per validare i dati della fattura stessa. Questo indipendentemente dai programmi utilizzati. Quanto la cosa sia stata “leggermente complicata” lo sanno bene tutti coloro che negli anni scorsi sono stati investiti dalla nuova legge sulla fatturazione elettronica.
Se, poi, consideriamo processi più complessi di una fatturazione ecco per esempio gli scenari presentati in [3].

[sf_iconbox image=”ss-contract” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Le regole per il dialogo[/sf_iconbox]

Quindi perché un processo possa essere completamente digitale è necessario che tutte le informazioni siano completamente comprensibili sia alla sorgente sia alla destinazione, sino al livello ultimo di significato dei byte e che quindi vi sia una completa condivisione dei formati di rappresentazione dei dati fra le parti.
[bctt tweet=”Perché un processo sia completamente digitale è necessario che tutte le informazioni siano  comprensibili sia alla sorgente sia alla destinazione” username=”MapsGroup”]
Oltre a questo, il processo di interscambio dei dati fra sistemi digitali deve seguire regole precise, deve essere quindi una successione ordinata di messaggi in un verso e nell’altro lungo il canale di comunicazione, come una conversazione (molto) formale tra esseri umani. È fondamentale ricordare che le macchine non hanno la flessibilità degli esseri umani. Se le regole di scambio messaggi non prevedono una determinata situazione, questa sarà segnalata come errore e, a meno che non sia stata prevista una adeguata procedura di gestione di tale errore, la comunicazione fallirà.
Vediamo un esempio specifico, supponendo di definire un dialogo per l’interoperabilità fra un dispositivo digitale che misura parametri ambientali (temperatura, umidità, pressione atmosferica…) e una centralina di raccolta che raccoglie i dati da tanti sensori.
 

 
Come rappresentato in modo molto semplificato nel dialogo, occorre una autenticazione per iniziare la comunicazione e stabilire chi sono le parti, una rappresentazione digitale di formato condiviso per i dati trasmessi, una eventuale verifica dei dati trasmessi e ricevuti (si ricordi, come spiegato in [1], che il canale non è ideale e può condurre ad errori) ed una regola per la chiusura della comunicazione.
Se il sensore e la centralina, che magari sono stati fabbricati da fornitori diversi, non seguono esattamente il protocollo di comunicazione, questa non potrà avere luogo e quindi i due sistemi non saranno interoperabili.
Poi è necessario che ci siano altre meta-informazioni e che, ad esempio, la centralina, che probabilmente è un computer in Cloud, magari anche collocato in un data center fuori dai confini dell’Italia, “sappia” che il sensore 101 si trova in Piazza Garibaldi a Parma e che, quindi, i parametri ambientali ricevuti si riferiscono a tale località.

[sf_iconbox image=”ss-signpost” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Tipologie di comunicazione macchina-macchina[/sf_iconbox]

Come avviene allora la comunicazione fra macchine in generale? Occorre fare una distinzione fra:

  1. Comunicazioni “in tempo reale”, come ad esempio quelle che avvengono fra una app in uno smartphone e i server di un sistema di car sharing; queste possono poi essere ulteriormente suddivise fra
        – o Sincrone: il mittente invia il messaggio e resta in attesa della risposta, non proseguendo in altre attività,
        – o Asincrone: il mittente invia il messaggio e poi prosegue con altre attività, la risposta del destinatario (se prevista) sarà inviata in un momento successivo;
  2. Comunicazioni “in differita”: non esiste un vincolo temporale stretto e i dati possono essere trasmessi tramite sistemi di code (come per esempio e-mail o messaggistica istantanea); in questo caso la comunicazione può essere monodirezionale oppure vi può essere una risposta, normalmente gestita in modo asincrono.

Le comunicazioni in tempo reale sono gestite con protocolli diretti di scambio messaggi fra le parti, come, ad esempio, http (usato originariamente solo per i siti web), mentre le altre si appoggiano normalmente su sistemi per l’interscambio di file e messaggi basati su code (il primo che arriva è il primo ad essere spedito).
Nel primo caso chi progetta il sistema dovrà definire la struttura del dialogo (come nell’esempio della figura) e la sintassi ed il contenuto di ogni singolo messaggio, o implementare standard che descrivano tutto, se esistono. Nel secondo invece la gestione flusso potrà essere assegnata a sistemi preesistenti di scambio file e sarà invece necessario definire il formato del contenuto di ogni file ed il suo significato entro il processo (come nel caso della fatturazione elettronica).

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il rischio spaghetti-integration e la necessità di regole[/sf_iconbox]

Oggi, con il moltiplicarsi del numero dei device e con la implementazione di passaggi complessi, che coinvolgono molteplici sistemi connessi fra loro con combinazioni di comunicazioni in tempo reale ed in differita, è diventato necessario imporre delle regole. Infatti, per molto tempo, l’approccio progettuale è stato quello di costruire una interfaccia di comunicazione digitale specifica fra due sistemi ogni volta che ne emergesse la necessità. E questo, se N sono i sistemi da collegare, ci può portare a avere N per N-1 / 2 interfacce di comunicazione, da realizzare e gestire!
Per fare un paragone con il mondo fisco, è come, dati tutti i comuni della provincia di Parma, noi volessimo realizzare una strada specifica che colleghi ogni comune con ogni altro comune della provincia.
Questo approccio, definito in [6] come architettura incidentale e, come ulteriore degenerazione, spaghetti-integration, ha condotto al caos di numerosi sistemi informatici, facendo crescere enormemente le spese di gestione e aumentando la fragilità dei sistemi stessi. Infatti, se un processo aziendale richiede una comunicazione che attraversa tante interfacce [7], basta che una sola di queste abbia un malfunzionamento per bloccare tutta la comunicazione.
E, se è vero in un sistema informatico interno ad un’azienda, a maggior ragione è vero quando si passa nel mondo odierno, dove i sistemi sono in parte interni ad un’azienda, in parte nel cloud e alcune operazioni obbligatorie per legge, come la fatturazione elettronica, passano per sistemi statali centralizzati.
[bctt tweet=”L’approccio progettuale è stato quello di costruire una interfaccia di comunicazione digitale specifica ogni volta che ne emergesse la necessità. Questo ha condotto al caos di numerosi sistemi informatici” username=”MapsGroup”]
E, quindi, un processo che per l’utente sembra apparentemente semplice, come per esempio prenotare un’auto in car sharing e aprirla mediante l’app, pagando poi alla riconsegna quanto dovuto, sempre tramite l’app, comprende invece una complessa interazione fra sistemi diversi, appartenenti ad aziende e pubbliche amministrazioni diverse, magari posti anche in nazioni o in continenti diversi.
E, soprattutto, man mano che prosegue la trasformazione digitale [4] queste complesse interazioni fra sistemi diventano sempre più indispensabili per il funzionamento della nostra società. E come hanno dimostrato i casi degli ultimi mesi, fattori ambientali come le epidemie e attacchi informatici li rendono estremamente vulnerabili.
È necessario quindi un insieme di regole da seguire per ridurre rischi legati a loro malfunzionamenti sin dalla progettazione, come del resto richiesto da leggi come il GDPR [8] e la direttiva NIS [9].


[sf_iconbox image=”ss-bookmark” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Bibliografia[/sf_iconbox]

[1] Giulio Destri – Interoperabilità: lo scambio di informazioni come luogo di inter-mediazione e comunanza 
[2] Giulio Destri – L’interfaccia utente: il luogo visibile delle relazioni – spesso invisibili – tra l’Uomo e la macchina 
[3] Anna Pompilio – L’insostenibile leggerezza dell’Essere Interoperabile 
[4] Giulio Destri – Introduzione alle Comunicazioni in Rete
[5] Giulio Destri – La Digital Transformation: luci ed ombre del cambiament
[6] David Chappell – Enterprise Service Bus: Theory in Practice
[7] Giulio Destri – Sistemi Informativi il pilastro digitale di servizi ed organizzazioni – Ed. Franco Angeli 2013
[8] Giulio Destri – GDPR e IT Service Management: la progettazione dei nuovi servizi IT nel rispetto della normativa 
[9] Agendadigitale – Direttiva NIS, così è l’attuazione italiana (dopo il recepimento): i punti principali del decreto


CREDITS IMMAGINI

Immagine di copertina (rielaborata):
ID Immagine: 90445295Diritto d'autore: Kheng Ho Toh  
ID Immagine: 88979881Diritto d'autore: Milosh Kojadinovich


		
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6MEMES TRENDS Healthcare & Data Driven Governance Sharing Knowledge

Dalla gestione degli accessi al processo di cura: la digitalizzazione nella sanità è un tema non più rimandabile. Di Fabrizio Biotti.

[sf_iconbox image=”ss-signpost” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Flusso di accesso alle strutture sanitarie: lo stato attuale[/sf_iconbox]

[dropcap3]L[/dropcap3]a digitalizzazione in ambito sanitario è, si può dire, il “cuore” della mia attività professionale da molti anni. In questo settore si radica la mia esperienza e da questo patrimonio personale attingono le mie riflessioni.
Per questo motivo – quando ho iniziato a scrivere l’incipit di questo articolo, qualche mese prima che si scatenasse il virus che, molto probabilmente, cambierà radicalmente molte delle nostre abitudini (compreso il modo di curarci) – la mia attenzione si era già focalizzata sul flusso di accesso alle strutture sanitarie, visto come punto critico non certo da ora all’interno del rapporto tra utente/paziente e medico/struttura sanitaria.
Un’esperienza che, probabilmente, molti di noi hanno vissuto anche prima dell’attuale emergenza, infatti, è quella di entrare in un ufficio pubblico e avvertire un senso di oppressione e di soffocamento, dovuto alle lunghe code agli sportelli, al fatto di vedere tutte le sedie occupate in sala d’attesa e, infine, al dubbio di aver preso il ticket sbagliato e di non essersi messi in coda  allo sportello corretto.
Chi, tuttavia, fosse stato in buona salute (e dotato magari di un innato buon umore) si sarebbe armato di calma e pazienza, e avrebbe “immolato” con rassegnazione la propria mezza giornata buona per completare  la sua commissione, di qualsiasi tipo fosse stata: dalla posta, all’agenzia delle entrate etc…
E, tuttavia, tale frustrante esperienza sarebbe stata particolarmente sofferta – già prima di questa terribile pandemia – qualora  la coda, l’attesa e lo stress fossero derivati da una lunga, logorante permanenza in una sala di anticamera di uno studio medico piuttosto che di un ospedale.
[bctt tweet=”Lunghe code agli sportelli, tutte le sedie occupate in sala d’attesa e il dubbio di aver preso il ticket sbagliato: c’è una soluzione?” username=”MapsGroup”]
La condizione di necessità derivante da una situazione di malattia (o comunque di malessere) avrebbe infatti giustamente amplificato ciascuna di queste pessime esperienze al di là della naturale propensione di ciascuno al buonumore: con la salute non si scherza!
Riflettendo su questi temi ora – sull’onda dell’esperienza che tutti stiamo vivendo in merito al Covid-19 e le sue condizioni, possiamo quindi osservare come questo tsunami stia anticipando in maniera inaspettata alcuni cambiamenti che, probabilmente, si sarebbero in ogni modo messi in moto (seppure più lentamente e in ordine sparso), ovvero la possibilità di digitalizzare il momento dell’accesso ai servizi e renderlo sempre più in modalità self service.
Vediamo insieme come.

[sf_iconbox image=”ss-user” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Dal momento dell’accoglienza all’erogazione del servizio senza “mettersi in coda”[/sf_iconbox]

Esaminiamo con attenzione il momento dell’accoglienza, che è poi quello che possiamo definire il primo impatto e che sappiamo essere molto importante in ogni contesto, a maggior ragione in quello di cura, i cui protagonisti sono persone che affrontano un tempo difficile della propria vita.
Nello stesso tempo, non scordiamoci che gli ambulatori e gli ospedali – se da un lato sono sempre luoghi cosiddetti “caldi” (in questo periodo “caldissimi”) nei quali le persone, i pazienti e i medici si incontrano e si parlano tra loro per portare a termine un percorso di cura – dall’altro sono vere e proprie “strutture”, ciascuna nel suo ambito, in cui vengono erogati servizi che hanno non solo dei costi, ma  devono anche soddisfare determinati requisiti qualitativi.
Come rendere dunque il primo impatto con il luogo della cura – in uno scenario altamente complesso e in più letteralmente “vitale” – il più sereno e sicuro possibile? Per cercare di rispondere voglio rifarmi a un’esperienza personale che risale a più di dieci anni fa, quando organizzai un breve viaggio professionale in Svizzera con l’obiettivo di capire come avveniva l’accesso presso le strutture sanitarie di quel paese.
Notai subito che il fenomeno dell’ingresso  diretto con le relative code e affollamenti vari era pressoché sconosciuto in terra Elvetica: tutto il processo era razionalizzato da strumenti, allora ancora elementari, che permettevano al cittadino di recarsi in struttura solo previo appuntamento, sia per un visita ma anche per un semplice accesso.
Già da allora, dunque – anche se attraverso forme meno complesse di quelle che si possono mettere a sistema oggi – il tema della razionalizzazione del flusso delle persone era al centro di un modello che, oggi, è diventato cruciale in tutti gli ambiti, ma soprattutto nella sanità.
[bctt tweet=”Razionalizzazione e digitalizzazione: gli scenari che consentiranno di gestire l’affluenza ordinaria e straordinaria in un contesto sanitario. ” username=”MapsGroup”]
Alla luce degli attuali scenari, dunque, al primo pilastro della necessaria razionalizzazione dei flussi, occorre affiancarne un altro, quello legato al tema imperativo della digitalizzazione che consente di gestire sia l’affluenza ordinaria che straordinaria in termini strategici e operativi.
Per questi motivi, occorrerà digitalizzare in termini di accoglienza non tanto singoli segmenti, comparti e flussi (di servizi come di persone e merci) ma piuttosto l’intero processo, integrando maggiormente  la fase della richiesta del servizio con quella della prenotazione dell’accesso e della gestione del percorso del paziente all’interno della struttura.
Razionalizzazione e digitalizzazione: questi sono dunque gli ambiti verso i quali è necessario agire fin da subito con il “vantaggio” che – essendo il nostro, da questo punto di vista, un paese ancora molto “indietro” in termini di ammodernamento digitale delle varie pratiche, l’orizzonte che abbiamo davanti si presta a interventi davvero strategici e decisivi.
A tal proposito, il tema delle best practice nonché della necessaria migliore interoperabilità tra enti e strutture – con l’evidente necessità di mettere in rete le competenze e le risorse – potranno risultare come temi decisivi nel gestire in maniera ottimale la presa in carico del paziente fin dal momento in cui entra in contatto con la struttura, indipendentemente dal motivo per cui ne ha la necessità e a maggior ragione se si tratta di un “corridoio” di accesso che sia sicuro anche dal punto di vista epidemiologico.
[bctt tweet=”Le best practice nonché l’interoperabilità tra enti e strutture saranno i temi decisivi nel gestire in maniera ottimale la presa in carico del paziente dal momento in cui entra in contatto con la struttura” username=”MapsGroup”]

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Buone Pratiche da seguire e implementare…[/sf_iconbox]

Per chiudere, vorrei fare una breve riflessione sui dati che abbiamo a disposizione.
In questi anni infatti – come da molto tempo certifica l’Osservatorio sulla sanità del Politecnico di Milano –  alcune cose sono state fatte, ma moltissimi interventi sono ancora da approntare o portare a compimento e, per questo, è buona norma sempre riferirsi alle migliori pratiche.
Buoni esempi analizzati nell’ultimo convegno dell’anno scorso, ad esempio, sono quelli riguardanti l’Azienda sanitaria locale di Piacenza relativa alla gestione del percorso del paziente all’interno della struttura, ma anche quello in ambito privato relativo al Centro Medico Sant’Agostino che vede il paziente come “utente digitale” protagonista, nell’offrirgli un accesso alle prestazioni sanitarie completamente digitalizzato e quindi smart.
Un altro interessante esempio è quello della gestione operata dal San Gerardo di Monza sui pazienti dimessi Covid-19, grazie a un’attività di gestione dei flussi che permette di gestire i tamponi di controllo in totale sicurezza.
Questi sono solo alcuni esempi di buone pratiche che dovranno essere necessariamente portate a fattor comune se vogliamo veramente recuperare il gap esistente con altri paesi più avanti del nostro su queste tematiche.
La tecnologia in tutti i casi citati è diventata il fattore abilitante per una corretta gestione e razionalizzazione dell’accoglienza integrata ai differenti processi aziendali e non come un qualcosa di astratto e non sufficientemente integrato con gli altri attori dell’ecosistema sanitario.
[bctt tweet=”La tecnologia diventerà il fattore abilitante per una corretta gestione e razionalizzazione dell’accoglienza integrata ai differenti processi aziendali dell’ecosistema sanitario. ” username=”MapsGroup”]
Vi do quindi appuntamento al prossimo articolo, confidando di essere tutti quanti, per allora, in uno scenario meno impegnativo per le nostre comunità, per lo meno dal punto di vista sanitario.


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Immagine di copertina rielaborata
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6MEMES TRENDS Interoperabilità e digital footprint Sharing Knowledge

Pagamenti digitali: pro e contro al tempo (anche) del Coronavirus. Di Lilith Dellasanta. [Parte uno]

PARTE PRIMA

[sf_iconbox image=”ss-raisedhand” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Primo: lavarsi bene le mani![/sf_iconbox]

“Lavati le mani dopo avere toccato i soldi, perché sono sporchi!”
Chissà quante volte ce lo avranno ripetuto i nostri genitori quando eravamo piccoli e iniziavamo a tenere il conto della paghetta, ma fino a poche settimane fa, quando nell’articolo sui cambiamenti dell’esperienza di acquisto abbiamo anticipato che avremmo approfondito l’aspetto dei pagamenti digitali, non avremmo certo pensato che i virus che permangono sul contante (passando di mano in mano) sarebbero stati un criterio in più a favore di carte di credito e altri mezzi contactless.
Invece –  dopo averci ricordato come e quando lavarci bene le mani (questione che riguarda tutti e non solo i bimbi), l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha consigliato dall’inizio di marzo di limitare l’utilizzo di contanti nei pagamenti, proprio come una forma preventiva di riduzione dei rischi di contagio.
Seppure non sia stato esplicitamente legato alla diffusione del coronavirus, per dare un’idea di quanto seriamente sia considerato questo aspetto, viene riportato come in Cina si stia procedendo a sanificare tutte le banconote ricevute dai consumatori utilizzando raggi ultravioletti o il calore, tenendoli in deposito 7 giorni nelle zone non infette e ben 14 giorni nella provincia di Hubey, culla della malattia, mentre la Sud Korea sta bruciando il contante per prevenire il diffondersi del Coronavirus.
Forse l’accelerazione che darà questa raccomandazione non sarà quella decisiva nell’adozione dei pagamenti digitali, ma in questo periodo (in cui viene dato un gran risalto all’igiene delle mani) questo potrebbe essere sicuramente un elemento facilmente comprensibile dalla maggior parte delle persone.

Il Coronavirus ha fatto la sua prepotente comparsa nell’ultimo periodo anche in relazione ai pagamenti digitali.

[sf_iconbox image=”ss-zoomin” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]I pagamenti digitali in Italia: facciamo il punto[/sf_iconbox]

Facciamo un passo indietro per analizzare da un lato quale sia lo stato dell’arte sui pagamenti digitali in Italia, dall’altro quali sono gli altri motivi più discussi (sia di tipo economico che sociologico) che riguardano tale pratica, e infine quali sono le esperienze più significative a livello mondiale in tale ambito.
Per farlo, abbiamo raccolto più di 90.000 contenuti, circa 11.000 in italiano e circa 80.000 in inglese, a partire da giugno 2019 fino all’8 marzo 2020.

Le tag cloud complessive, in italiano e inglese, relative ai pagamenti digitali. ‘Digital payments’, ‘pagamento digitale’ e ‘pagamenti digitali’ sono stati volutamente esclusi dall’immagine per dare risalto alle keyword correlate.

Iniziamo con lo stato del numero delle transazioni digitali al dettaglio in Italia, di cui si è occupato il Salone dei pagamenti tenutosi a Milano a novembre 2019. Nel 2018  il numero delle transazioni al dettaglio con mezzi alternativi alle banconote è aumentato in Italia del 6,8%, anche se ancora il Paese resta agli ultimi posti tra i paesi europei, al contrario di Gran Bretagna, Portogallo e Francia dove si riscontra un rapporto del valore delle transazioni con carta rispetto al Pil più elevato della media europea. Per fare un paragone, in Italia il contante in circolazione rappresenta circa l’11,6% del Pil, percentuale superiore a quella dei principali paesi europei quali la Germania (9,4%) e la Francia (10,1%).
Consideriamo anche che l’Italia è al 24° posto nella classifica dei 28 paesi dell’Ue, sotto la media dell’Unione per connettività e servizi pubblici digitali. In un paese dove tre persone su dieci non utilizzano ancora Internet abitualmente e più della metà della popolazione non possiede competenze digitali di base, la diffusione dei pagamenti digitali è una sfida importante, ma anche un’opportunità, e il miliardo di transazioni contactless, per un valore di circa 47 miliardi di acquisti complessivi rilevati dall’Osservatorio Mobile Payment & Commerce della School of Management del Politecnico di Milano fanno pensare che ormai la strada sia imboccata.

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Pro e contro? Facciamo di conto…[/sf_iconbox]

Accanto al dato di penetrazione, è utile considerare i motivi che possono incentivare o frenare l’adozione dei pagamenti digitali:

  • il controllo e contrasto all’evasione, sicuramente il motivo che viene più evidenziato come pro da parte dei regolatori;
  • la certezza dei pagamenti, che va in favore sia dei regolatori che dei cittadini che sono tutelati rispetto alla richiesta di provare l’avvenuto pagamento;
  • la percezione di praticità nelle transazioni, forse il punto più facilmente apprezzabile dai consumatori.

A proposito della praticità nelle transazioni, consideriamo che le tessere magnetiche o con chip sono solo uno dei sistemi utilizzati nei pagamenti digitali, mentre si stanno facendo strada altri sistemi, dai pagamenti tramite il cellulare o un “wearable device” come lo smartwatch associati alla carta di credito, alle app come Satispay che permettono di gestire risparmi e micropagamenti peer-to-peer.
Sempre secondo l’osservatorio appena citato, i pagamenti attraverso lo smartphone o lo smartwatch (Mobile Proximity Payment) hanno raggiunto nel 2018 quota 530 milioni di euro di acquisti, con oltre 15,6 milioni di transazioni effettuate, con la stima che entro il 2021 le transazioni tramite smartphone avranno un valore compreso tra i 5 e 10 miliardi di euro.
Al contrario, sono aspetti potenzialmente problematici:

  • le questioni di sicurezza e le tracce digitali lasciate a ogni transizione, che potrebbero essere usate fraudolentemente;
  • l’efficacia nella lotta all’evasione fiscale stessa (tranchant l’opinione del giornalista Giovanni Paragone);
  • il pericolo che un blackout possa bloccare tutto;
  • le alte commissioni che devono sostenere i commercianti;
  • la percezione di non essere “realmente” in possesso del proprio denaro;
  • il timore di avere difficoltà nel tenere sotto controllo le spese che si fanno.

Consideriamo anche che man mano che le tecnologie entreranno a fare parte della vita quotidiana, per i cittadini diminuiranno le resistenze riguardo alla sicurezza nella gestione dei dati, sia perché la percezione di affidabilità aumenterà, sia perché saranno abitudini che si estenderanno naturalmente.
Dal punto di vista degli esercenti, invece, l’adozione delle tecnologie necessarie richiede uno sforzo maggiore perché comporta il dotarsi – e fare pratica nell’uso – di strumenti ulteriori, oltre a dover ancora pagare delle commissioni che, a parità di prodotto venduto, fanno guadagnare meno se il pagamento avviene in forma digitale.
Due punti di vista che sono simpaticamente rappresentati in poche battute nel video virale del Milanese Imbruttito.
Un punto che invece si allontana dalle abitudini dei consumatori, e che viene promosso da aziende come Satispay, è la gestione dei pagamenti peer-to-peer, ovvero lo scambio di piccole somme tra utenti come amici che si scambiano piccoli prestiti e raccolgono le quote per l’uscita collettiva o il regalo, oppure i rappresentanti di classe che raccolgono le somme per il fondo cassa.
Infine, per quanto l’immagine dei “soldi sotto il materasso” possa richiamare i tempi andati dei nonni, pare che la mancanza di educazione finanziaria mal si accompagni con l’adozione di sistemi digitali di pagamento, comportando che non trovarsi a maneggiare fisicamente il contante, ma anzi vivendo in un contesto in cui anche le piccole spese, piccole rate, piccoli servizi in abbonamento sono compiute in modo digitale senza percezione sensoriale, faccia correre il rischio di non gestire correttamente le proprie entrate e trovarsi oltremodo indebitati, così come rilevato in paesi molto avanti con l’adozione dei pagamenti digitali come Usa e Finlandia.
[bctt tweet=”La mancanza di educazione finanziaria mal si accompagni con l’adozione di sistemi digitali di pagamento e fa correre il rischio di non gestire correttamente le proprie entrate” username=”MapsGroup”]
Dopo aver parlato del sistema in generale, vi dò appuntamento al prossimo articolo in cui approfondiremo la spinta politica Banche e grandi aziende entrano nel settore dei pagamenti digitali Focus sui trasporti.
Stay tuned!

Lilith Dellasanta


CREDITS IMMAGINE DI COPERTINA (rielaborata)
ID Immagine 1: 82426182, di Monsit Jangariyawong
ID Immagine 2: 115381948, di wrightstudio
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6MEMES TRENDS Sharing Knowledge

Co-Operiamo: le relazioni tra le persone nell'era della Co-Economy al tempo del Covid. Di Sara Di Paolo.

[sf_iconbox image=”fa-gears” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Co-Economy: un nuovo paradigma[/sf_iconbox]

[dropcap3]L[/dropcap3]a pandemia da Covid-19, caratterizzata da “distanza sociale”, autosegregazione e chiusure di fabbriche e uffici, sta paradossalmente accelerando il percorso di molte imprese verso l’attenzione alle persone, non più solo potenziali clienti, e verso la condivisione di un destino comune con il proprio territorio ma anche, come sta insegnando la situazione attuale, il resto del mondo.
In altre parole il Coronavirus sta rafforzando il nuovo paradigma economico che già andava affermandosi in tutto il mondo occidentale. Si tratta della Co-Economy (rif. “Co-Economy. Un’analisi delle forme socioeconomiche emergenti” a cura di Davide Lampugnani, introduzione di Mauro Magatti, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2018).
Significa attivare forme di scambio e azioni di tipo economico capaci di coniugare competizione e coesione sociale, in altre parole fare impresa prestando attenzione al territorio e alle persone, oltre che agli aspetti più prettamente economici e del profitto.
Non vuole dire “essere buoni” ma saper tenere insieme in misura crescente la dimensione economica e quella sociale. Le imprese private, grandi e piccole, che hanno questa visione si preoccupano degli aspetti sociali e ambientali non “dopo” il profitto ma “per” e “durante” la creazione del profitto, riuscendo a coniugare competizione e coesione sociale.
È in questo contesto che si affermano esperienze di cooperazione e condivisione tra le persone. Dalla gestione dei beni comuni alle benefit corporation, dai casi sempre più numerosi di co-housing e co-living ai più noti e diffusi esempi di co-working, le persone e di conseguenza le imprese scoprono sempre di più la bellezza e l’utilità di fare le cose insieme.
[bctt tweet=”Dai casi sempre più numerosi di co-housing, co-living ai più noti esempi di co-working, le persone e le imprese scoprono sempre di più la bellezza e l’utilità di fare le cose insieme.” username=”MapsGroup”]
Da gennaio ad oggi sono oltre 30mila i contenuti individuati in italiano e inglese, tra social, web e press che trattano questi temi (dati rilevati dal monitoraggio Words-Maps Group con strumenti Roialty).
Il co-working “pesa” per il 76% dei contenuti, rispetto a co-living e co-housing menzionati nel 24% degli articoli selezionati. L’87% dei messaggi sono in lingua inglese.
Anche in tempo di coronavirus, il dibattito sul tema non si ferma e non vede flessioni, in termini di quantità. Piuttosto si rilevano nuove riflessioni e il racconto di nuove esperienze.
C’è chi guarda avanti e approfitta del momento contingente per progettare il futuro: in Umbria il coworking Binario5 e Fondamenti lanciano una call per progetti innovativi che coinvolgano il territorio.
A Milano si lavora al nuovo DesignTech, primo Hub per l’innovazione tecnologica nel settore design. A Crevacuore (in provincia di Biella) studiano soluzioni di co-housing per anziani autosufficienti da realizzare quando questo difficile momento sarà superato.

Il Covid-19 ci costringe in casa ma non ci impedisce di fare ironia. Sui social ad esempio c’è chi si organizza: “Spazio di coworking in soggiorno, think tank in cucina, zona telefonate lunghe e moleste per gli altri coworkers in camera di mamma”. E c’è chi si domanda se dovremmo coniare nuovi slogan come “co(rona)-working” e “co(rona)-living”?

[sf_iconbox image=”fa-user-plus” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Prima le persone, poi gli spazi, fisici e in rete tra loro. E infine la tecnologia[/sf_iconbox]

Nella carrellata di eventi rinviati a causa del virus e di proposte formative o culturali a distanza, si distingue quella del co-working milanese Spazio Fuori Luogo che ha organizzato una sessione di disegno di nudo via Skype. Numerosi gli artisti che hanno aderito all’happening, alta la qualità delle opere prodotte. Insomma, stiamo chiusi in casa e cerchiamo le forme migliori per stare comunque insieme.
Non sarà forse proprio questo il concetto di “interoperabilità” che quest’anno 6Memes ci stimola ad affrontare? La parola interoperabilità nel monitoraggio compare 11 volte, sempre connessa a tematiche informatiche. Il concetto di interoperabilità tra gli uomini invece emerge molto spesso essendo il primo passo per realizzare quelle esperienze di condivisione che oggi rappresentano le più innovative forme del vivere sociale ed economico.
[bctt tweet=”Il concetto di interoperabilità tra gli uomini è il primo passo per realizzare quelle esperienze di condivisione che rappresentano le più innovative forme del vivere sociale ed economico.” username=”MapsGroup”]
Tra le esperienze più interessanti, il progetto europeo SCC – sharing, cooperation, collaboration – unisce spazi di co-working, istituzioni d’istruzione superiore e comunità dell’innovazione, con l’obiettivo generale di stimolare lo sviluppo di spazi collaborativi per l’innovazione. In particolare, intende supportare la trasformazione di spazi di co-working in “spazi collaborativi” capaci di sviluppare metodologie di lavoro trans-settoriali e trans-nazionali grazie alla creazione di comunità “umane” e all’utilizzo di avanzati strumenti digitali.
Insomma dai primi elementi di questa indagine, tutto ci sembra dire: prima le persone – insieme fisicamente o in connessione tra comunità virtuali – poi gli spazi, fisici e in rete tra loro. E infine la tecnologia, a supporto dei primi due.

Sara Di Paolo


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ID Immagine 2: 36874933. Diritto d'autore: robuart
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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie

Un viaggio alla ricerca dell'interoperabilità: tra visibilità e visualizzazione dei dati ne “Il meglio di #6MEMES”.

[sf_iconbox image=”fa-cubes” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il meglio di 6MEMES di questi ultimi mesi…[/sf_iconbox]


In questo momento così difficile – in cui la frequentazione di ciascuno con la tecnologia in ambito comunicativo e relazionale è diventata forzatamente assidua – confidiamo che continuare a parlare di relazioni Uomo-Macchina, Innovazione e Cultura possa dare un piccolo contributo nell’orientare in maniera condivisa i nostri lettori su questi temi sempre più attuali.

Nel seguire la nostra consueta rassegna trimestrale, dunque, siamo andati a vedere tra le metriche dei nostri social quali argomenti ha prediletto il nostro pubblico nei mesi che vanno da novembre dello corso anno sino al mese di gennaio 2020, alla ricerca di conferme e di eventuali sorprese seguendo la parola chiave “interoperabilità” che è alla base del progetto editoriale 2020.
Il tutto, sperando di riuscire a fare un po’ di compagnia ai nostri lettori in questi giorni così impegnativi.
Nel percorso a ritroso di questa rassegna trimestrale, alla ricerca di pattern ed engagement, scopriamo così con piacere che il pubblico di Linkedin, Facebook e Twitter ha premiato  il primo post del 2020 relativo al nuovo progetto editoriale di #6MEMES, in cui parliamo di Interoperabilità intersecando tra loro i sistemi tecnologici delle Macchine con quelli psico-biologici di noi Umani.
In questo contesto, ha registrato ampi consensi l’intervista della Dottoressa Sonia Bertinat, psicologa psicoterapeuta competente in dipendenze comportamentali.
Dalle sue parole “Prepararsi per un futuro diverso non vuol dire rassegnarsi, ma implica piuttosto cambiare orizzonte e sistema concettuale” emerge chiara la necessità di una formazione che sia a sua volta “interoperabile”, capace cioè di superare il cosiddetto “Panico morale”, fenomeno di spavento collettivo ingiustificato nei confronti di un qualcosa vissuto come minaccia.
In questo senso, una formazione che sia davvero inter-disciplinare, e soprattutto capace di allenare il pensiero critico, diventa uno dei pochi strumenti capaci di creare quegli innesti culturali che consentono all’uomo di vivere positivamente le numerose trasformazioni tecnologiche in atto…
Mappa del MondoEsiste dunque un modo ancor più costruttivo per vivere la tecnologia in maniera meno ostile, così che non appaia ai più “apocalittici” solo come una minaccia, ma piuttosto come una vera e propria opportunità all’interno delle nostre società, cosa che ciascuno di noi sta sperimentando in questo periodo, anche suo malgrado?
Una risposta in questo senso potrebbe venire dalla capacità tutta umana di rappresentare la realtà (anche tecnologica) attraverso metafore visive.
Non a caso il White Paper “Come trarre informazioni dalle MAPPE (geografiche e non solo) del MONDO: da Sandokan ai giorni nostri”, confezionato a sei mani da Giulio Destri, Anna Pompilio e Natalia Robusti, ha fatto incetta di visualizzazioni sui vari social conducendoci alla scoperta di questa sorprendente invenzione culturale prestata oggi alla tecnologia: la Mappa, potente strumento di traduzione della complessità.
In un itinerario creativo e tecnico tracciato tra i suoi molteplici livelli di interpretazione, gli autori ci guidano in un percorso di esplorazione e apprendimento del mondo che ci ricorda i primi, curiosi passi che ognuno di noi ha fatto da bambino alla scoperta del proprio mondo.
FoodE per finire ricordiamo che già a novembre dello scorso anche Sara di Paolo spopolava sui profili social di Maps Group con i suoi monitoraggi sul Food Tech e sull’evoluzione degli stili alimentari, grazie a un monitoraggio creato ad hoc che ha rilasciato al pubblico numerosi input visivi per la lettura e la scoperta di dati dati.
L’indagine, infatti, ha rappresentato e disegnato – attraverso conversazioni, commenti, numeri e parole – non solo lo stato dell’arte del settore agroalimentare, ma anche le varie trasformazioni previste o auspicate, mostrando come il rapporto tra noi, il nostro cibo e l’innovazione tecnologica è destinato a diventare sempre più stretto.
Il tutto rappresentato anche attraverso grafici, cloud, trend e post, in un continuum di interoperabilità tra gli stili alimentari, i media e le aspettative del mercato e dei consumatori tracciati attraverso device più che mai interoperativi…
Quali miglior parole a conclusione del nostro excursus, dunque, che queste:

“L’opera che perdura è sempre capace di un’infinita e plastica ambiguità; è tutto per tutti;
è uno specchio che svela tratti del lettore ed è insieme una mappa del mondo.”

JORGE LUIS BORGES

 
Incrociando quindi le dita per le settimane a venire, vi diamo appuntamento alla prossima rassegna di 6MEMES, e vi auguriamo una buona lettura, nel frattempo, del nostro blog, così che il tempo di questa attesa possa trascorrere appena più veloce…


Credits immagine di copertina
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ID Immagine: 93852921. Diritto d'autore: Kheng Ho Toh
(Per i credits delle immagini negli articoli vedere gli articoli stessi.)