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Performance da 10 e lode!

Non c’è rifugio che tenga dal caldo dell'estate: nemmeno per chi vive nel gelo perenne.

[dropcap3]C[/dropcap3]aldissimo. Questa estate rovente – opprimente e infuocata – sembra non voler volgere al termine, e i media come al solito ripropongono i consueti scenari apocalittici su quanto accade in città, ai monti e al mare, spesso con il collaudato metodo del “copia e incolla”.
Eppure, in una stagione così sensibile alle notizie legate al clima, ci si potrebbe distinguere parlando di tutt’altro, e magari cercare di trovare ristoro, almeno con l’immaginazione, pensando invece a chi – e a cosa – è costretto a vivere in condizioni altrettanto avverse fino all’estremo, per quanto opposte.
Parliamo di “creature” non meno inquietanti degli scenari di cui sopra, ovvero di microorganismi e specie animali diffuse nelle regioni polari del nostro pianeta, le cui performance sono altrettanto sproporzionate e al di fuori della media.
Il tutto è stato rivelato dagli studi fatti sulla calotta antartica, grazie anche ai satelliti, che raccontano dell‘esistenza di centinaia di laghi subglaciali, ambienti idrici riconosciuti come ecosistemi metabolicamente attivi, in cui c’è chi sopravvive al “freddo e al gelo”.
Ad oltre 800 metri di profondità dell’antico lago Whillans, ad esempio, ad una temperatura media di -52°C, è ospitato un insieme eterogeneo di forme di vita, tra le quale si rintracciano microbi capaci di riutilizzare nutrienti chimici presenti nell’acqua.
Ma più sorprendente ancora è ritrovarvi animali, soprattutto pesci, di almeno tre specie differenti, a fronte di un habitat così estremo e povero di nutrienti e di micro-invertebrati, base abituale della catena alimentare marina.
Ancora in fase di identificazione definitiva, si tratta evidentemente di una famiglia di pesci antartici che per sopravvivere sotto il punto di congelamento dell’acqua sono stati capaci di sviluppare la produzione di proteine ‘antigelo’, funzionali a mantenere liquido il loro sangue.
Nascosti tra i ghiacci si celano anche virus giganti con più di 30.000 anni, in “letargo” a trenta metri di profondità nel permafrost siberiano, il tipico terreno perennemente gelato dell’estremo nord Europa.
Scoperte di recente e riportate in vita, queste nuove forme giganti, ribattezzate Pithovirus sibericum, sono in grado di produrre più proteine di un batterio e appartengono a uno di due generi conosciuti, Pandoravirus e Megavirus, spesso causa di malattie per esseri umani e animali.
Sebbene il Pithovirus sibericum mostri una struttura del proprio patrimonio genetico e un ciclo di replicazione simile a quelli degli altri grandi virus esistenti, rappresenta il prototipo di una nuova famiglia.
Ritornando quindi alle tentazioni apocalittiche, la domanda sorge spontanea: tali forme di “vita” così incredibili, rappresentano forse un nuovo pericolo per l’uomo?
Gli scienziati assicurano di no. Per ora. L’unico ospite del Phitovirus è un’ameba, e i salti di specie fino agli esseri umani sono praticamente esclusi. (Sospiro di sollievo!).
Eppure, il caldo, potrebbe rivelare una volta ancora alcune sorprese, anch’esse non proprio gradite. La preoccupazione, infatti, potrebbe nascere a causa dello scioglimento dei ghiacciai a seguito dei cambiamenti climatici, con la conseguente “rinascita” dai ghiacci di virus che già in passato sono stati causa di epidemie mortali che potrebbero riaffiorare.
E’ il caso dei corpi mummificati delle vittime di vaiolo, morte in Siberia nel diciannovesimo e ventesimo secolo e minacciate ora dallo scongelamento, con il rischio che il virus della malattia possa tornare a diffondersi nell’ambiente, sviluppando nuovi cicli di contagio…
Che dire? I motivi di potenziale panico derivante dalle previsioni meteo, a breve, medio o lungo periodo che siano, non mancano. Non ci resta che sperare almeno in un rigido inverno, tale da non compromettere lo spessore del permafrost, per dormire tranquilli, finalmente al caldo – non più detestabile – delle nostre morbide, spesse e vaporose coperte imbottite.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
Ilfattoquotidiano.it
Greenreport.it
Nationalgeographic.it
Greenme.it
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Mille e un viaggio – e una storia – sotto l'ombrellone.

[dropcap3]I[/dropcap3]ndifferenti al luogo comune che relega l’esperienza della lettura alla pratica diffusa dell’evasione dalla realtà, crediamo invece che parole e testi siano capaci letteralmente di invaderla, infiltrandosi concretamente nel pensiero e nei sensi che ci governano.
Apriamo quindi la nostra valigia – o zainetto, o anche kindle, come preferite – ed estraiamo un breve elenco di letture consigliate per l’estate, vademecum universale per le vacanze cui non potevamo sottrarci.
Pensiamo infatti che le radici nomadi insite nella specie umana si incarnino anche all’ombra di un ombrellone in una spiaggia affollatissima, come sotto al cielo terso di una montagna appena scalata o ancora sul comodino della camera d’albergo in una città da esplorare.
Il mezzo di trasporto ideale per questi viaggi (poi non così tanto virtuali) è un oggetto in sé banale – ma un vero e proprio feticcio – che ha preso nel tempo le forme più sorprendenti, dalle tavole incise nella pietra sino a piattaforme ancor più inconsuete: parliamo del “libro”, naturalmente!
Cosa di meglio infatti, in questi tempi così sovra-stimolati, ottimizzati, iper-accessoriati, di un viaggio nel viaggio, o, meglio ancora, di una vacanza nella vacanza, da prendersi tra le pagine, cartacee o meno, di un testo?
Perché la lettura stessa è un viaggio, con una partenza ben precisa, l’incipit (ancora prima, il titolo), uno svolgimento (la trama o l’argomentazione) e una meta finale: l’eco di quello che abbiamo letto (anzi, vissuto) dopo aver richiuso il libro.
Non sarebbe divertente, ad esempio, assaporare la brezza delle Alpi per trovare ristoro dal sole battente di una spiaggia infuocata della Sardegna? O lasciarsi trascinare dal ritmo incalzante di una storia d’azione nel mezzo di un altipiano verde e silenzioso?
La lista di letture possibili che vi proponiamo non è tuttavia così avventurosa. Anzi, lo è, ma in un modo differente.
Quelli che consigliamo sono libri che parlano di alcuni dei temi trasversali che abbiamo trattato – o che presto affronteremo – nel nostro blog, raccontati dal punto di vista sociale, antropologico, economico, scientifico e letterario. Libri insomma che parlano di scienza e di tecnica, ma attraverso un approccio comunicativo trasversale e multidisciplinare, che ne mette in luce le diverse anime nascoste.
Un’ultima avvertenza per l’uso di questa breve lista: ciascuno dei titoli proposti non solo non è di evasione, ma potremmo anzi definirlo di immersione, perché esplora aree e temi con un discreto peso specifico.
Sono adatti insomma a chi sa affrontare anche i viaggi all’inizio in salita, per poi godersi la discesa alla fine. Un’ultima cosa: non dimenticate – se non lo avete mai letto – Italo Calvino e le sue “Lezioni americane”. Non è mai troppo tardi per conoscerlo.
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[highlight]Libri consigliati per l’estate[/highlight]
 
“Dataclisma”, di Christian Rudder. Mondadori editore.
Chi siamo davvero quando pensiamo che nessuno ci stia guardando? Lo sguardo sull’umanità ai tempi dei Big Data a cura di Christian Rudder, matematico laureato ad Harvard, cofondatore e presidente di OkCupid, che afferma: “La cosa che sorprende dell’umanità? Che stereotipi e luoghi comuni sono veri”.
“Da animali a dèi”, di Yuval Harari. Bompiani editore.
Oggi sulla Terra c’è una sola specie di umani: noi, l’Homo sapiens, signori del pianeta. Il segreto del nostro successo è l’immaginazione, ed è per questo che dominiamo il mondo. In un’intensa e sorprendente storia dell’umanità, il resoconto di una civiltà di “schiavi alla ricerca della felicità” che da animali sono divenuti Dei.
“La Società a Costo Marginale Zero”, di Jeremy Rifkin. Mondadori editore.
In questo provocatorio saggio, Jeremy Rifkin spiega come “l’internet delle cose” stia dando luce a un inedito sistema economico, basato sulla condivisione collaborativa e destinato a mutare radicalmente il nostro modo di vivere. Uno sguardo illuminato verso il futuro.
“Retorica e scienze neurocognitive”, di Stefano Calabrese. Carocci editore.
Che cosa accade nel nostro cervello quando formuliamo una metafora? Che cosa comporta in termini di mappature neuronali l’esposizione agli stimoli esterni? Il mind reading – cioè il modo in cui distinguiamo la realtà dalla sua rappresentazione cognitiva – sembra assumere oggi la letteratura come una palestra privilegiata.
“Il cerchio, di Eggers Dave. Mondadori editore
“Mio Dio, questo è un paradiso” pensa Mae Holland un assolato lunedì di giugno quando fa il suo ingresso al Cerchio. Mai avrebbe pensato di lavorare in un posto simile: la più influente azienda al mondo nella gestione di informazioni web. Pur di far parte della comunità di eletti non esita ad acconsentire alla richiesta di rinunciare alla propria privacy per un regime di trasparenza assoluta. (E qui il cerchio si chiude!).
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Data Driven

Diario italiano in real time dei blackout di luce!

[dropcap3]A[/dropcap3] volte diamo per consolidato il funzionamento di sistemi complessi che non sono affatto scontati, ma invece – proprio in quanto articolati, e quindi complessi anche da gestire e tenere sotto controllo – possono andare incontro a veri e propri “blocchi” improvvisi, tanto inattesi quanto pericolosi, soprattutto se ne siamo fortemente dipendenti.
È il caso della corrente – quella elettrica, per intenderci – la cui scomparsa anche per un breve lasso tempo è in grado di mettere in grosse difficoltà ciascuno di noi, visto l’uso che ne facciamo in pressoché tutte le attività quotidiane.
E se allarghiamo appena lo scenario, riflettendo sugli effetti più a larga scala di una mancanza improvvisa di corrente, ecco che le conseguenze di un tale malfunzionamento possono farsi infauste. Basti pensare all’industria, i cui cicli produttivi dipendono completamente dall’erogazione di elettricità, o ai settori più sensibili e delicati della nostra società, riguardanti ad esempio la salute, la sicurezza, la viabilità… Un esempio, in questa estate torrida, viene dai nostri vicini di casa francesi, come raccontato in  questo articolo.
Si tratta di una dipendenza tanto strutturale quanto silente, nel caso che tutto vada nel verso giusto, e a cui dovrebbe invece corrispondere la necessaria consapevolezza per essere pronti in caso di “guai”.
Non a caso quello dell’energia in genere e della fornitura di elettricità in particolare è un tema cruciale e strategico sotto ogni punto di vista, oggetto di studi, verifiche e proiezioni meticolose e stringenti, il tutto proporzionale all’entità della questione.
In uno studio particolarmente accurato e pubblicato il 31 dicembre 2014 dal Gruppo Terna (operatore di reti per la trasmissione dell’energia che gestisce sia la Rete di Trasmissione Nazionale che le nuove opportunità di business in questo settore anche all’estero) vengono infatti illustrate per l’Italia le nuove previsioni di medio-lungo termine sia della domanda elettrica che del fabbisogno di potenza necessario.
Da questi dati, articolati e strutturati a trecentosessanta gradi, si possono estrapolare alcune considerazioni. Innanzitutto le cifre del fabbisogno, che prevedono “una evoluzione della domanda di energia elettrica per il prossimo decennio compresa tra uno scenario di sviluppo, che prevede una crescita ad un tasso medio annuo del +1,0% (cagr), e uno scenario base – con il quale si intende valorizzato al massimo grado il potenziale di risparmio energetico – che conduce ad un cagr -0,5%”. Queste, affiancate alle cifre relative allo scenario di sviluppo, che disegna “una evoluzione della punta di carico ad un tasso medio tra +1,8% p.a. [estate torrida] e +1,2% p.a. [inverno medio]”. Viene infine valutata “in 78-85 GW la capacità di generazione disponibile per la copertura del carico massimo nel 2024, alle condizioni specificate”.
Nella stessa relazione, che prevede tra le altre cose un aumento del risparmio energetico dovuto alle politiche di riduzione degli sprechi e un possibile incremento dell’uso dell’energia per attività future (ad esempio per i veicoli elettrici), si inferisce che nel 2024 la domanda di energia elettrica in Italia raggiungerà i 357 miliardi di kWh nello scenario di sviluppo e i 302 miliardi di kWh in quello di base.
A questi dati, allo stesso anno obbiettivo, si affiancano le relative ipotesi di previsione della domanda di potenza alla punta, con “valori compresi tra i 66 GW nella condizione di estate torrida, rappresentativa della punta massima, e i 61 GW nella condizione di inverno medio”. Il quadro della previsione viene completato con le stime relative all’anno intermedio 2020, in cui “la domanda elettrica raggiungerà i 334 miliardi di kWh circa nello scenario di sviluppo, mentre nello scenario base sarà contenuta in circa 305 TWh. In corrispondenza dello scenario di sviluppo, il carico atteso sarà compreso tra 57 e 59 GW, a seconda delle citate condizioni climatiche convenzionalmente definite.”
Si tratta di numeri da pelle d’oca (sia per il caldo che per il freddo) e che mostrano da soli l’entità del problema in caso di qualsiasi evento che inceppi le rotelle di questo meccanismo così complesso quanto delicato.
Per capire quanto di tutto ciò si riverberi concretamente nel nostro quotidiano – al di là di tali sterminati scenari – abbiamo avviato da febbraio e per i prossimi mesi, in real time, un’analisi lato social di quanto e come il problema della mancanza di elettricità viene registrato e con quale frequenza e intensità, il tutto differenziato per aree geografiche italiane.
Ne risulta il “film” dell’Italia che, in assenza di questo bene così prezioso, cerca di porvi rimedio. Come? Prima di tutto informandosi: “Qui manca la luce. Sta succedendo anche a voi?” Poi preoccupandosi: ”Qualcuno ha già avvisato?” E infine attrezzandosi di conseguenza: “Quanto durerà?… Oddio, così tanto?” E via così, sino a che qualcuno, provvidenzialmente, riaccenderà la luce.
La mappa mostra i segnali che provengono dai social che evidenziano una problematica nella fornitura di energia elettrica. All’aumentare del numero delle segnalazioni aumenta l’intensità del colore, dal blu verso il rosso.
È interessante notare come vengono riportati sia eventi significativi avvenuti nel mese di febbraio che riguardano la nevicata che ha colpito l’Emilia così come altri che hanno avuto minor eco mediatica, come il blackout al S. Raffaele del 26 Aprile, o le ultime, estive, assenze di energia elettrica. L’altro dato che si può già ricavare, analizzando più in dettaglio i numeri, è il fatto che la tempestività di queste segnalazioni è alta, a dimostrazione della priorità attribuita dagli utenti al servizio erogato. (In ogni caso, un paio di candele pronte, nel cassetto, non guastano mai!)
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Questo studio sarà oggetto di ulteriori analisi alla fine dell’estate, momento in cui potremo vedere direttamente come – in caso di elevato utilizzo dell’elettricità (ad esempio per l’accensione dei condizionatori) – il nostro sistema agisce e reagisce. Rigorosamente in diretta! [boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
approfondimenti
[highlight]Monitoraggio realizzato da:[/highlight]
Webdistilled, Gruppo Maps
Lingue: solo italiano.
Periodo: dal 1 Febbario 2015 ad oggi (tuttora attivo).
Fonti: Social network.
Temi monitorati: mancanza energia elettrica, mancanza luce, mancanza energia, mancanza corrente, blackout.
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Il Cavalier Kickstarter espande anche in Italia il proprio "Regno del Crowdfunding".

[dropcap3]G[/dropcap3]ioventù svogliata, un po’ narcisista e dedita solo all’ozio? Incapace di sfidare il mondo del lavoro con piglio deciso in nome delle proprie idee e dei propri progetti?
Si potrebbe sostenere il contrario, considerando l’ingegno e l’iniziativa di chi si affida al crowdfounding, una pratica di microfinanziamento erogato “dal basso” in cui chiunque può utilizzare il proprio denaro per sponsorizzare progetti proposti da altri.
Proprio per andare incontro a tale intraprendenza, nel 2009, è nata la piattaforma Kickstarter, che ha la sua base nel Lower East Side di Manhattan ed è stata lanciata dagli ormai celebri Perry Chen, Yancey Strickler e Charles Adler.
Solo dopo un anno dal suo avvio fu nominata dalla rivista TIME una delle “Migliori invenzioni del 2010” e, in seguito, “Miglior sito web del 2011”.
logo KickstarterLa piattaforma è specializzata nella raccolta di fondi attraverso il web, e funziona attraverso l’incontro tra la domanda di sovvenzioni da parte di giovani imprenditori (con un sogno nel cassetto) e l’offerta di finanziamento da parte di chi, seppure estraneo, è interessato a partecipare economicamente alla startup del progetto o dell’idea proposti.
Un esempio? Ce ne sono in realtà tanti, alcuni leggendari. Come lo smartwatch Pebble o il frigorifero Coolest Cooler, o ancora le carte da gioco Exploding Kittens… tutte “storie” a lieto fine che, nel loro complesso, hanno racimolato più di 43 milioni di dollari, e che hanno narrato, in questi anni, le potenzialità del crowdfunding, tutte accomunate dalla presenza di un comune Eroe: la piattaforma Kickstarter.
La compagnia, infatti, in poco meno di sei anni, ha accompagnato e dato il via alla produzione di oltre 86.000 fra progetti artistici, giochi, iniziative giornalistiche, dischi, abiti, fumetti, alimenti, prodotti di design originali e innovativi, consentendo loro di raggiungere – e a volte superare – l’obiettivo previsto. Questo, grazie agli 8,8 milioni di persone che, in tutto il pianeta, hanno raccolto finanziamenti pari a 1,6 miliardi di dollari.
Non tutti i paesi hanno però potuto disporre in questi anni di tale grande opportunità: l’Italia era purtroppo uno di quelli esclusi. Si poteva cioè partecipare al decollo dei progetti altrui, ma non proporli per la propria raccolta di fondi.
Ora, dopo una lunga attesa, Kickstarter ha finalmente esteso il proprio benefico dominio anche al nostro paese, che è diventato il tredicesimo nel mondo in cui inventori, visionari e creativi sono autorizzati a lanciare una campagna di finanziamento.
Visti gli ottimi risultati ottenuti in altri stati europei come Francia, Germania, Spagna e Regno Unito (divenuto il secondo mercato per entità di investimenti), Chen, Strickler e Adler attendono buoni riscontri anche in Italia, visto che gli italiani stessi, nel corso del 2014, hanno sostenuto progetti affidati alla piattaforma da tutto il mondo per un totale di 3 milioni di dollari.
È utile sottolinare che non verrà aperto un sito a parte: i progetti proposti dagli imprenditori italiani entreranno a far parte della community mondiale. Questa infatti è considerata la strategia migliore, se si pensa che il 40% dei fondi è versato da finanziatori che non abitano negli Stati Uniti.
I contenuti proposti potranno essere inseriti e promossi nel portale sia in italiano che inglese o in entrambe le lingue, e allo stesso modo sarà per i video, cui sarà possibile abbinare sottotitoli in lingue diverse.
Che altro aggiungere? C’è bisogno di sogni, in questo mondo, soprattutto di quelli che si possono realizzare, e Kickstarter sa come farlo.
Ora sta a noi, partecipare. Sia per proporre le nostre idee che per sostenere quelle degli altri. La sfida è aperta!
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approfondimenti
– Wired.it
– Hwupgrade.it
– Hansa.it
– Corriere.it
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Open Data

Dati che parlano tra loro… e anche con noi!

[dropcap3]D[/dropcap3]opo un rapido sguardo alle principali definizioni e caratteristiche che riguardano gli Open Data, viste in precedenza, ci occupiamo ora in dettaglio di alcune delle loro peculiarità più rilevanti, quelle capaci di renderli così speciali.
Innanzitutto, è esemplare la capacità degli Open Data di dialogare liberamente non solo tra di loro, ma contemporaneamente anche con l’ambiente a loro esterno, fornendo informazioni spesso fondamentali e divenendo allo stesso tempo più facilmente “visibili”. Tutto ciò è reso possibile dall’assenza di ogni forma di barriera al loro utilizzo, a parte quelle prettamente “tecniche” connesse alla conoscenza – o meno – dei codici attraverso i quali gli Open Data e i Dati in genere sono organizzati e strutturati.
L’accessibilità riguarda quindi non solo i dati in sé, ma anche i sistemi di raccolta, stoccaggio e lavorazione con i quali vengono genericamente trattati, al punto da rendere gli Open Data pienamente disponibili, ossia portatori naturali di un ulteriore valore pressoché inesauribile, quello della loro interoperabilità.
E se “l’interoperabilità è la capacità di diversi sistemi e organizzazioni di lavorare insieme (…) di combinare una base di dati con altre” come viene definito nel Manuale degli Open Data, siamo allora in presenza di un requisito essenziale affinché sistemi differenti, lavorando insieme, riescano a fondersi in strumenti di elaborazione di dati sempre più complessi.
L’interoperabilità è dunque “la chiave per realizzare il principale vantaggio pratico dell’apertura: aumentare in modo esponenziale la possibilità di combinare diverse basi di dati e quindi sviluppare nuovi e migliori prodotti e servizi”.
Di fronte a questa vocazione globale tipica degli Open Data, sostenuta dal ruolo di grimaldello operativo svolto dalla lingua inglese e dalla possibilità pressoché infinita di connessione online, è difficile concepire limiti al loro uso, riuso, ricombinazione e ibridazione, se non quelli propri della nostra immaginazione.
Un caso esemplare e per certi versi sorprendente di combinazione tra dati sedimentati nel tempo con flussi di dati in real time, resa possibile grazie a un impiego sincronico di dataset diversi in chiave Open, è quello rappresentato dal sito www.FlyOnTime.us.*
Realizzato tutto in ambiente open, il sistema di elaborazione di dati alla sua base consente al visitatore – tra le altre cose –  di verificare personalmente e in tempo reale la percentuale di probabile ritardo dei voli in un dato Aeroporto, in base alle condizioni climatiche previste.
Il processo, infatti, combina insieme i dati storici sui ritardi resi disponibili dal Transportation Bureau con le informazioni meteorologiche concesse dalla Federal Aviation Administration, i bollettini meteo pregressi della National Oceanic and Administration e i dati in real time rilasciati del National Weather Service. Il viaggiatore comune non deve fare altro che connettersi al sito, compilare i campi proposti e ottenere immediatamente e gratuitamente la stima dell’eventuale ritardo!
E dopo questa ulteriore incursione nel mondo open, state pronti ai prossimi articoli: sono in arrivo altri esempi concreti sull’uso e riuso degli Open Data, oltre a qualche “volo fantastico”, stavolta tutto nostro: stay tuned!
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approfondimenti
[*] Mayer-Schönberger Viktor – Cukier Kenneth, “Big Data. Una rivoluzione che trasformerà il nostro modo di vivere e già minaccia la nostra libertà”. Garzanti, Milano, 2013
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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Asset digitali di business: dati in fila e a suon di Musica!

[dropcap3]G[/dropcap3]enerare asset digitali è senza dubbio un’impresa complessa, ma per motivi diversi da quelli che si possono immaginare comunemente.
Il problema della loro creazione, infatti, non sta tanto nelle difficoltà di tipo operativo o strumentale che si possono incontrare nella loro generazione: il primo ostacolo sta piuttosto nella capacità, a monte, di intravederne o meno l’esistenza.
I dati rilevanti da cui iniziare questo processo sono infatti occultati o sommersi da altri dati, per lo più insignificanti, che vengono raccolti sotto forma di segni, stringhe di testo, numeri e codici vari.
Privi di qualunque connotazione, questi dati si comportano come veri e propri rifiuti informazionali e scarti di altre comunicazioni, del tutto sterili.
Tutto però cambia quando un’intuizione, un progetto o una visione accende all’improvviso il loro potenziale e – come un pifferaio magico che guida una fila sterminata di topolini ben disciplinati – li conduce non alla fine di un precipizio, ma all’origine di una nuova strada da percorrere insieme.
La meta comune è la ricerca di un vantaggio aggiunto e possibilmente inedito, che li faccia diventare appunto “rilevanti”.
Non usciamo da questo paragone un po’ fantasioso, ma entriamo piuttosto nei meandri specifici di questo approccio, seguendo anche noi il suono di un flauto immaginario.
Occorre innanzitutto ricordare che un asset, di qualunque tipo sia, è definibile come tale soltanto se crea valore. L’obiettivo è dunque quello di generare “ricchezza” in senso lato, che può essere intesa sia nelle sue declinazioni più concrete e tangibili, tradotte in business, che nelle sue accezioni più astratte, quali il benessere sociale, il progresso, l’aumento della consapevolezza etc.
In questo articolo ci occupiamo della prima eventualità, quella che porta alla creazione di ricchezza economica, mentre approfondiremo in un’altra occasione i valori più immateriali, ma non meno importanti, che questi stessi asset digitali possono accrescere o creare.
Ragionando in termini prettamente economici, dunque, cercando di definirne meglio il campo d’azione, un asset digitale di business si può dire tale se:

  • [highlight]permette la creazione di una nuova fonte di ricavi[/highlight] o l’aumento degli stessi, anche consentendo la riduzione dei costi di un determinato business;
  • [highlight]crea un elemento di unicità nella propria offerta di valore[/highlight], aprendo nuovi orizzonti di mercato.

Ragionando invece dal punto di vista operativo e metodologico, una delle “ricette” più efficaci per creare effettivo valore sta senz’altro nel combinare dati che provengono da fonti diverse e metterli in correlazione. Il fine ultimo è quello di creare nuove informazioni originali e possibilmente esclusive.
Una delle opportunità di business più interessanti di questo tipo è senz’altro quella di creare valore attraverso l’uso di dati accessibili e pubblici combinati con altri di tipo esclusivo e proprietario. È la promessa degli Open Data, resi disponibili da soggetti pubblici o privati che possono essere a loro volta combinati sia con algoritmi che con altri dati, entrambi esclusivi, per generare insieme nuovi asset digitali.
Un esempio particolarmente significativo di creazione di asset digitali a partire dagli open data è l’esperienza nata negli Stati Uniti che ha reso pubbliche le informazioni sulle condizioni meteo. Questa semplice “apertura” ha permesso a circa 400 imprese di sviluppare una propria offerta di servizi, con un giro d’affari tra i 400 e i 700 Milioni di USD, e di dare lavoro a circa 4.000 persone. Un altro esempio di asset digitali, anch’esso innovativo, è quello realizzato da IBM e riportato in questo articolo. In questo caso IBM ha creato un asset digitale combinando due fonti di dati: la prima, esclusiva, rappresentata dai vari modelli linguistici e psicologici, la seconda, pubblica, composta dai tweet del soggetto che viene classificato dalla piattaforma/sistema.
Due esemplificazioni emblematiche di come una “fila” sterminata di dati, assemblata, guidata e condotta per bene, può raggiungere nuove frontiere di utilizzo e generare valore di business in grado a sua volta, un giorno, di rifornire di Dati il prossimo pifferaio magico. A suon di musica, chiaro!

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Big Data & C. Chi trova un dato trova un tesoro

Dai Big Data ai Relevant Data: alla ricerca di un tesoro nascosto.

[dropcap3]P[/dropcap3]arlando di Dati e delle diverse tecnologie che li trattano, è sempre più evidente come la capacità di leggerli, analizzarli e interpretarli sia in primo piano, rispetto alle tecniche pur innovative utilizzate nei processi della loro elaborazione. Il passaggio cruciale è quello che va dai Big Data – definiti semplicisticamente dall’occorrenza di quattro variabili, ovvero volume, varietà, velocità e veridicità – fino ai Relevant Data, dati portatori di particolare interesse e valore. La materia prima non manca, anzi “deborda” in pressoché tutti gli ambiti.
I fiumi di dati generati negli ultimi decenni hanno prodotto giacimenti di informazioni riguardanti ogni attività, umana e non, tanto preziosi quanto spesso trascurati, sottovalutati e incompresi: si tratta di un potenziale di altissimo valore che si dispiega unicamente quando viene tradotto in informazioni utili.
E nonostante le imprese, le aziende e gli enti pubblici siano depositari di enormi riserve “auree” di dati, acquisiti grazie a sistemi di IT automatizzati ormai comunemente utilizzati, un tale diluvio di informazioni rischia di offuscare la potenziale qualità insita in tale sovrabbondanza.
Per tutelarsi dalla perdita di tali potenziali significati occorre agire sul processo di interpretazione di questi volumi di “anonimi” dati, mitigandone il rumore di fondo in modo da reperire e tracciare informazioni selezionate cui poter attingere, magari con nuovi automatismi utili a produrre benefici e utilità varie.
L’attuale processo innovativo sta proprio nello sviluppo di prodotti dedicati ai dati rilevanti che, attraverso soluzioni tecnologiche di ultima generazione, siano in grado di riconoscerli in quanto tali, trasformarli e metterli a sistema,  al servizio di necessità peculiari.
È possibile descrivere la filiera di trasformazione dei Big Data in Relevant Data in un processo costituito da quattro fasi:

  • [highlight]Feed[/highlight](acquisizione): è la fase in cui il dato grezzo, proveniente da sensori o da altri sistemi  software, viene acquisito dal sistema e trasformato per renderlo il più possibile omogeneo.
  • [highlight]Enrich[/highlight] (arricchimento): i dati acquisiti dalla fase precedente possono essere arricchiti, dal punto di vista semantico, per cercare di attribuire loro un significato. Le operazioni che vengono svolte in questa fase sono quelle di: estrazione di concetti, classificazione di documenti, annotazione semantica (identificazione di entità, disambiguazione).
  • [highlight]Relate [/highlight](comprensione): in questa fase ci si occupa di identificare e validare dei fatti o degli eventi, trovare delle correlazioni ed eseguire quindi delle azioni di aggregazione tra dati omogenei.
  • [highlight]Evaluate [/highlight](decisione): il risultato delle fasi precedenti viene messo a disposizione dei “decisori” (che possono essere altri software o persone). Possibili operazioni che vengono svolte in questa fase: ricerca in un archivio di eventi o fatti, produzione di flussi real time di eventi o fatti, cruscotti analitici, sistemi di alert…

Questo processo a step successivi rende i dati di partenza non solo visibili e leggibili, ma capaci di generare nuove informazioni di senso e nuovi significati, finalmente utili per le varie finalità attribuite in fase di progettazione.
Per fare qualche esempio concreto possiamo parlare di alcuni sistemi di ricerca che apprendono qualcosa di noi e delle nostre necessità osservando il nostro comportamento all’interno dei siti che consultiamo.
Questi algoritmi unfatti, grazie alla capacità di analizzare e contestualizzare le scelte da noi fatte in precedenza, ci mostrano in tempo reale altri risultati attinenti a ciò che stavamo cercando, facendoci risparmiare tempo con suggerimenti appropriati.
E’ il caso ad esempio del sito Walmart che, dopo aver inserito sul proprio sito di e-commerce un motore di ricerca con queste caratteristiche, ha aumentato del 15% le proprie vendite online.
O anche di FedEx, che ha implementato un sistema di supporto alle decisioni in grado di suggerire i percorsi ottimali per la sua filiera logistica con l’obiettivo di far arrivare le merci nei tempi previsti e con costi sempre più bassi.
I dati che vengono presi in considerazione per questo fine sono molteplici: la posizione dei mezzi, le condizioni e previsioni meteo, le  condizioni del traffico e così via.
Le decisioni su come le merci devono proseguire nel loro percorso vengono prese in tempo reale, e questo permette  di ridurre l’impatto negativo che eventuali e imprevisti accadimenti esterni possono avere sull’azienda stessa e la sua organizzazione.
I risultati sono stati straordinari e in breve tempo l’investimento si è abbondantemente ripagato (430% di ROI).
Tutti esempi decisamente concreti e positivi, dunque, che confermano come i Big Data, trasformati in Relevant Data, non solo sono in grado di generare utilità in senso assoluto, ma sono capaci di produrre valori di business vero e proprio.
Per vedere in maniera approfondita come si generano asset digitali di business, vi rimandiamo a un altro articolo. A presto!

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Reazioni non pericolose Sharing Knowledge

Il nettare al tempo delle formiche!

[dropcap3]L[/dropcap3]‘idea di abbondanza, nell’epoca del consumismo, si accompagna inevitabilmente a un effetto collaterale che sembra ormai sorpassarne i benefici: lo speco di beni, la sovrabbondanza che diviene rifiuto. Quasi che nell’idea stessa del benessere individuale si nascondesse un prezzo da pagare, il più delle volte collettivo.
Una sorta di maledizione? Un retaggio culturale che obbliga a “espiare” in qualche maniera la nostra tendenza naturale all’appagamento? O piuttosto una regola dell’universo, per cui quando qualcuno ha una cosa, qualcun altro deve pagarne il pegno?
In natura non è affatto così. E – strano a dirsi – questo non avviene solo in un’ottica di risparmio e sacrificio, anzi! Gli animali, infatti, sanno destreggiarsi assai meglio di noi nell’arte della felicità, capaci come sono di mettere a frutto le risorse che la natura stessa dispensa.
Darwin scriveva del resto ne “L’origine delle specie”: “(…) quando contempleremo ogni prodotto della natura considerandolo come qualcosa che abbia avuto una storia; quando considereremo qualsiasi struttura complessa e qualsiasi istinto come la somma di molti elementi, ciascuno utile al suo possessore, (…) quanto diventerà più interessante lo studio della storia naturale!
Di questo sono da tempo consapevoli i “mirmecologi”, ovvero coloro che osservano la vita delle formiche. Tutto ebbe inizio quando gli stessi si resero conto di come i loro piccoli soggetti di studio non fossero solo carnivori o consumatori di detriti e animali morti, ma che molte delle loro diverse sotto-specie erano ghiotte di nettare, il mitologico nutrimento degli dei. Da lì la scoperta, altrettanto sorprendente, che non solo le formiche hanno un palato fino, ma fanno anche le schizzinose e ne selezionano più varietà in base ai loro gusti e necessità.
Come è possibile tutto ciò? Entriamo più nel dettaglio di questa mirabolante “catena produttiva”.
Il nettare è una secrezione zuccherina prodotta da tessuti specializzati posizionati alla base dei fiori (nettàri fiorali) e in altre parti non riproduttive delle piante, quali ad esempio le foglie (nettàri extrafiorali); le formiche, ingorde di tale prelibatezza, non si sono limitate nel loro ciclo evolutivo a consumarlo, ma ne hanno influenzato la composizione in un modo a dir poco ingegnoso.
Tra i microorganismi trasportati da questi piccoli e intraprendenti insetti, infatti, vi sono anche dei lieviti, i quali – una volta dispersi sulle piante – sono in grado di interagire chimicamente con gli zuccheri esistenti dei nettàri fiorali, modificandone la composizione originaria.
La nuova sostanza nutritiva così prodotta contiene più fruttosio e glucosio e meno saccarosio, risultando allo stesso tempo meno appetibile per gli altri insetti loro “concorrenti”. Le formiche si assicurano in questa maniera una fonte di zucchero “esclusiva”, fungendo loro stesse da impollinatrici dirette.
Anche i nettàri extrafiorali di molte piante hanno del resto una funzione di ricompensa: si tratta di una simbiosi mutualistica dalla quale non solo le formiche, ma anche le piante ricevono vantaggi: il tasso riproduttivo della pianta aumenta del 49%, mentre gli attacchi degli insetti fitofagi (che si cibano cioè delle stesse) sono ridotti del 62%. Il tutto senza sprechi né scarti né rifiuti!
Impariamo, gente, impariamo… 🙂
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approfondimenti
[highlight] Per saperne di più [/highlight]
–  Shenoy M. et al. (2012). Composition of extrafloral nectar influences interactions between the myrmecophyte Humboldtia brunonis and its ant associates. J Chem Ecol. 2012 Jan;38(1):88-99.
–  Trager et al. (2010) Benefits for Plants in Ant-Plant Protective Mutualisms: A Meta-Analysis. PLoS ONE, vol. 5, no. 12.
–  Pikaia, il portale dell’evoluzione.
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Data Mining

Data Mining: una palla di vetro al posto di montagne di dati

[dropcap3]U[/dropcap3]n tempo c’erano gli oracoli, i tarocchi, i riti scaramantici e le visionarie profezie di uomini e donne illuminati spesso da tragici destini.
Poi sono arrivate le teorie del gioco – che gioco tanto non è – e i loro dati statistici, che ci hanno insegnato come le probabilità possano divenire possibilità.
Oggi le carte che abbiamo in mano, in termini anche predittivi, sono ben altre, e derivano da cumuli e depositi di dati – espressi in testi, numeri, immagini e tutto ciò che è informazione allo stato puro – che, se giocati nel modo giusto, nei giusti tempi e con i passaggi opportuni, possono permetterci non solo di comprendere meglio il presente, ma di “predire” il futuro.
Di cosa stiamo parlando? Dei processi cosiddetti di “data mining”, ovvero di tutte quelle attività di scansione, analisi ed estrazione di dati per lo più insignificanti e irrilevanti attraverso delle griglie o dei percorsi interpretativi, che li contestualizzano e utilizzano secondo inediti e imprevisti percorsi di senso. Questi processi sono in grado, dopo tale lavorazione, di rappresentare vere e proprie proiezioni di dati nel futuro, con conseguenze non solo operative, ma anche riflessive ed auto-riflessive.
Ma cosa fanno di preciso questi processi di selezione dei dati? Come si muovono all’interno del trattamento cui sono sottoposti? Occorre innanzitutto partire da una capacità tutta umana, quella di porsi le giuste domande.
È l’interrogativo iniziale, infatti, che dà il via alla ricerca del campo d’azione, magari a sua volta ispirato dalla scoperta di una vera e propria “miniera” di dati, anche intercettata per caso.
Una volta compreso il tesoro potenziale che sta alla base di tale giacimento di dati, tutto è nelle mani del “data scientist”, ovvero quella figura professionale in grado di estrapolare valore concreto da una mole quasi inimmaginabile di informazioni del tutto prive di appeal e senso, per lo meno all’apparenza.
Che potrebbe ad esempio, all’interno di uno scenario inquietante come la mole di effrazioni denunciate in un determinato territorio, trattare, filtrare e associare tali dati in maniera proficua tra loro, rivelando in anticipo quali zone di una città saranno più probabilmente oggetto di tali spiacevoli attenzioni, e per quali tipologie di reato.
È il caso ad esempio di Transcrime, che “ha dimostrato come una parte dei furti in abitazione possa essere prevista partendo dall’analisi dei dati disponibili”.
Come è stato possible arrivare a questo risultato sorprendente? Rispondiamo a questa domanda con le parole dei relatori del progetto: “La ricerca – è stato osservato – ha da prima evidenziato caratteristiche e andamenti dei furti in abitazione in tutta Italia utilizzando i dati fino a dicembre 2014. Poi ha utilizzato un approccio innovativo per sviluppare un modello preventivo testato su tre città italiane (Milano, Roma e Bari) per dimostrare come pochi luoghi critici concentrino un numero considerevole di reati”.
Si tratta quindi di una capacità predittiva non trascurabile, capace di attingere le proprie radici in un’analisi del pregresso che si articola e riverbera in successive elaborazioni di Dati attraverso passaggi  complessi e articolati, in grado di “proiettare” tali inferenze in un contesto futuro, immaginandone i possibili scenari.
Caratteristiche, queste, comuni anche a Gzoom, l’innovativo sistema di analisi in grado di effettuare la medesima tipologia di inferenza su un tema altrettanto delicato: il potenziale corruttivo nascosto all’interno di un’organizzazione sottoposta a forti pressioni di questo tipo da parte del proprio contesto socio-economico.
Certo, tali “predizioni” non saranno mai sicure al 100%, e il margine d’errore esiste sempre. Anche gli oracoli più celebri, del resto, si esprimono spesso in profezie intellegibili.
Ma tutto ha inizio – e sempre lo avrà – dai medesimi, intramontabili interrogativi: Chi siamo? Da dove veniamo? E soprattutto: dove stiamo andando? La risposta, in questo caso, sarà… data!

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Dati in musica: da Federico II di Prussia detto “Il Grande” al grande Bach

[dropcap3]O[/dropcap3]gni scambio di informazioni tra un interlocutore e un altro ha in sé il germe della creatività. E’ infatti nell’intersezione tra le idee, i concetti e i valori degli attori di una comunicazione che si crea un nuovo, comune campo di relazione, azione ed esplorazione tra gli stessi, in parte conosciuto e in parte incontaminato, che inevitabilmente porterà ad altro da sé.
E se a dirla così sembra solo teoria, la pratica mostra in maniera inequivocabile come in ogni passaggio di informazioni – dal più banale al più complesso – ci sia un vero e proprio potenziale di conoscenza, la cui espressione più piena dipende dal destinatario cui questo sapere viene consegnato.
bach_caricatureGli effetti e le conseguenze di tale scambio non si limitano alla sfera intellettiva o culturale, ma si dispiegano in concrete modificazioni della realtà attraverso la produzione di nuove idee e progetti, opere e manufatti, invenzioni e opere d’arte.
A volte, tanto più distanti sembrano le esperienze e i background degli interlocutori presi singolarmente, tanto più interessanti sono le relazioni che si creano. Un esempio di come si possano raggiungere forme di conoscenza complesse a partire da un passaggio di informazioni tra due interlocutori non appartenenti al medesimo piano culturale riguarda la Musica, grazie all’inconsueto incontro tra due illustri signori avvenuto nel lontano 1747.
Il primo è Federico II di Prussia detto “Il Grande”, il secondo è l’altrettanto “grande” Johann Sebastian Bach. Quando i due si incontrarono, il re, che si dilettava di musica e composizione, sfidò Bach sul suo campo d’azione, consegnandogli un proprio tema musicale con la richiesta esplicita di realizzarne una “fuga” a sei voci obbligate.
Bach, non accontentandosi della consegna già in sé pretenziosa, si cimentò creando un’intera opera incrementata con un’ulteriore fuga a tre voci, dieci canoni e un “trio sonata” per flauto, violino e basso continuo.
friedrichIl risultato è ovviamente un’opera suggestiva e maestosa, il “Musikalische Opfer” (“Offerta musicale”), che Bach inviò a suo tempo al re con la seguente dedica: “Regis Iussu Cantio Et Reliquia Canonica Arte Resoluta” (“Il canto richiesto dal re e il resto, risolto con arte canonica”), il cui acronimo in inglese è, non a caso, RICERCAR.
L’ispirazione di Bach, dunque, è partita da un semplice scambio comunicativo, l’offerta del tema minimo del re di Prussia, che, consegnato nelle mani di un genio musicale, si è tradotto in una forma d’arte di grande bellezza, tra le più complesse mai create.
Cosa non può fare il capriccio di un re!

Clicca sul pulsante e ascolta il capolavoro di Bach.