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Il fungo che sussurrava alle piante: una rete web vegetale.

[dropcap3]S[/dropcap3]e avete sempre considerato bizzarri coloro che parlano alle piante, dovrete ricredervi almeno un poco. Le piante non potranno forse sentirci, ma è certo che possiedono meccanismi piuttosto evoluti di comunicazione con la realtà che le circonda.

La neurobiologia vegetale infatti, disciplina scientifica di recente istituzione, studia proprio la capacità delle piante di rielaborare gli stimoli ricevuti e captati dall’ambiente esterno, sia a proprio vantaggio ma anche, cosa più sorprendente, per comunicarli ad altre piante vicine.
Il centro di questa intelligenza vegetale starebbe negli apparati radicali, che non a caso vengono avvicinati per similitudine alla rete per eccellenza del mondo umano: il WEB. Come noi scambiamo informazioni attraverso gli snodi di Internet, così le piante sono in grado di scambiare non solo nutrienti, ma addirittura informazioni.
È recente ad esempio l’interesse della scienza per le peculiari connessioni che intercorrono tra le piante e gli appartenenti ad un altro regno, i funghi, attraverso l’intreccio dei filamenti che costituiscono il micelio del fungo, il suo corpo sotterraneo.
Questi filamenti, detti ife, corrono sottoterra anche per molti metri, lasciando spuntare sopra il suolo il frutto, ovvero il fungo con il gambo e il cappello che tutti conosciamo.
A livello di questa rete di filamenti si instaura la micorriza, una vera e propria simbiosi tra pianta e fungo. Entrambi gli esseri viventi traggono beneficio dal rapporto con l’altro: le piante ottengono dai funghi un aiuto nell’assorbire l’acqua dal terreno e alcuni nutrienti minerali, in cambio i funghi ricevono carboidrati per la loro crescita.
E se questo non è un argomento sorprendente, lo è invece il fatto che le micorrize possono agire anche come sistema di allarme contro l’attacco di insetti erbivori e altri parassiti. Numerosi sono i casi riportati nell’ambito della letteratura scientifica che si occupa di divulgare tali argomenti.
Nell’articolo scientifico che potete trovare a questo link, ad esempio, i ricercatori hanno dimostrato come piante di fava e fagioli producano e rilascino nell’ambiente sostanze volatili capaci di richiamare i nemici naturali degli afidi se aggredite. Questo avviene anche in piante poco distanti, sebbene non ancora infestate dagli insetti, ma collegate alle altre vicine da micorrize: in pratica, la rete di miceli comunica l’informazione dell’attacco alle piante vicine che hanno così modo e tempo di organizzarsi per l’imminente arrivo dei nemici.
Casi simili accadono anche per malattie indotte da funghi parassiti. Poiché i funghi possono contribuire al benessere delle piante, ma anche sfruttarle: come l’alternaria, un fungo responsabile di un tipo di muffa che cresce su frutta e verdura.
Lo hanno dimostrato un gruppo di scienziati cinesi nei risultati qui riportati, suggerendo come piante sane possono “spiare” i segnali prodotti da individui vicini attivando le proprie difese prima di essere attaccate. Una rete di micorrize ricreata in laboratorio infatti, attraverso piante di pomodoro, ha dimostrato di funzionare come canale di comunicazione inducendo la comparsa di una maggior resistenza al fungo in piante ancora sane.
Ma come in ogni sistema di informazioni che si rispetti, avviene che lo scambio non sia sempre pacifico e fruttuoso, e anche qui esistono esempi di “frodi” da parte di piante che tendono a comportarsi come veri e propri “hacker vegetali”. È questo il caso di Cephalanthera austiniae, una particolare orchidea senza foglie o con bozze di foglie rudimentali, caratterizzata da petali e stelo completamente bianchi. Questa pianta, diffusa nelle zone più fitte e buie di alcune foreste, sfrutta – è proprio il caso di dirlo – le ife dei funghi che formano micorrize, per intercettare lo scambio di elementi nutritivi tra le piante a lei vicine e appropriarsene. Si tratta di un caso di parassitismo, piuttosto che di simbiosi, poiché l’unica a trarre vantaggio da questo legame è proprio l’orchidea.
Ecco che ancora una volta ci scopriamo a sorprenderci della complessità del regno naturale. Sebbene la conoscenza della rete “internet” fungina sia recente, essa esisteva ben prima che comparisse il concetto di condivisione globale di dati e informazioni attraverso la rete web informatica.
In base alle ultime ipotesi scientifiche infatti, lungo i filamenti potrebbero scorrere, oltre a sostanze nutritive, anche segnali di natura elettrica con i quali si potrebbe spiegare la natura dello scambio di informazioni tra piante vicine per l’attivazione dei sistemi difensivi contro insetti e funghi nocivi.
Saremmo perciò di fronte alla più grande rete di comunicazione assolutamente naturale: e a noi uomini non resta che trarre ispirazione da essa per sviluppare reti informatiche sempre più avanzate.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.oggiscienza.it
www.journals.plos.org
onlinelibrary.wiley.com
www.fastweb.it
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Big Data & C. Chi trova un dato trova un tesoro

Pitagora: dalla marea dei Dati "sommersi" ai Teoremi dei laghi.

[dropcap3]P[/dropcap3]itagora, celebre filosofo e matematico greco, ha influenzato profondamente con il suo genio l’evoluzione dell’approccio scientifico di tutta la cultura occidentale, nel riconoscere alla matematica un ruolo cruciale per la descrizione del mondo.
Non a caso è proprio il suo il nome scelto da chi i big data li porta in superficie – è il caso di dirlo – anche dal profondo delle acque dei laghi.
Con “Pitagora” è stato infatti battezzato il nuovo progetto di monitoraggio, in tempo reale, delle acque del Lago D’Orta e del Lago Maggiore, finanziato dalla Regione Piemonte.
In sintesi, si tratta di una piattaforma tecnologica creata per la raccolta di dati chimici, biologici e meteo-idrologici, allo scopo di generare e acquisire nuove e preziose informazioni da condividere con la comunità scientifica e da ridistribuire, opportunamente rielaborate, ai cittadini.
E vista la vocazione dell’ambizioso progetto, crediamo che l’illustre matematico sarebbe stato onorato, di dedicargli il proprio nome.
Ci piace anzi immaginare che, se Pitagora fosse entrato in contatto con l’era digitale e i suoi innumerevoli prodotti virtuali, i big data, avrebbe innescato un’appassionata attività di ricerca e di studio, mirata ad escogitare un complesso di teoremi in grado di disciplinare questi stessi dati in modo da permetterne l’utilizzo.

L’utilità dei Big Data per la preservazione ambientale delle acque dolci non è del resto sfuggita nemmeno oltreoceano, come ci riporta questo articolo: nello stato di New York, un analogo sistema monitora in real time la situazione delle acque del lago George, in un progetto che vede la collaborazione di Ibm Research.
Quello dei laghi è infatti un ecosistema complesso e dinamico, dove si interseca una fitta rete di relazioni tra gli organismi animali e vegetali presenti, così come con l’ambiente circostante.
Tornando in “casa nostra”, in particolare al territorio specifico del lago D’Orta nel quale si è sviluppato il progetto Pitagora, tutto italiano, questo è stato segnato da una storia ambientale piuttosto tormentata, tanto da rendere necessario un intervento che fosse davvero risolutivo.
In un recente passato, infatti, un inquinamento di origine industriale particolarmente invasivo ha compromesso la qualità delle sue acque, rendendo necessaria un’azione di risanamento che ha incluso un intervento di liming (ovvero l’aggiunta di carbonato di calcio alle acque per neutralizzarne l’acidità).
In questo contesto, la piattaforma Pitagora offre un insostituibile sistema di misurazione ed acquisizione, prima, e di trasmissione ed utilizzo, poi, dei dati, utile al costante controllo della qualità ambientale lacustre.

Il processo include boe e sensori ad energia rinnovabile, che eseguono le misurazioni ed acquisiscono dati relativi a numerosi elementi, come l’innalzamento e l’abbassamento del livello delle acque, la loro acidità, l’influenza delle precipitazioni e molti altri, rendendoli fruibili per le analisi degli esperti ambientali.
Il volume di dati raccolti dalla piattaforma è un insieme di Big & Fast Data: oltre a costituire un patrimonio di preziose informazioni da utilizzare a scopo preventivo e gestionale, offrono un quadro, aggiornato in tempo reale, dello stato delle acque.
Una volta elaborati, i dati sono poi diffusi attraverso applicazioni mobili rivolte sia alla cittadinanza, agli amministratori e ai turisti a scopo informativo – anche nell’ottica della diffusione sempre maggiore di una sensibilità ecologica e ambientale – che a operatori del settore.
Così ‘Pitagora’, canale di raccolta, validazione e fruibilità di Big Data, riesce a disciplinare l’equazione complessa dei laghi in una forma sapiente, così come sarebbe piaciuto al filosofo Pitagora, perfetto padrino spirituale del progetto, rendendo il giusto onore al suo nome.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]

www.treccani.it
www.datamanager.it
www.telecomitalia.com
www.progettopitagora.it
www.lifegate.it
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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Data Scientist: come "addomesticare" i Big Data

[dropcap3]”E[/dropcap3] da grande cosa farai?”. Quante volte, ancora piccini, ci siamo sentiti rivolgere questa domanda… Se i mestieri più quotati alla fine del secolo scorso potevano essere il calciatore e la ballerina, oggi potrebbero giungere risposte inaspettate.
Quale adulto non si sorprenderebbe se, posta a un bimbo la consueta interrogazione, si sentisse rispondere: “Io voglio fare il Data Scientist!”.
E la scelta non potrebbe essere più oculata, tale da assicurare una brillante carriera lavorativa: il Data Scientist è infatti una tra le professioni destinate a una maggiore espansione nel prossimo futuro.
Non servono competenze particolari per accorgersi di quanto sempre più digitali e Big siano i dati che ci circondano: secondo le ricerche il 90% di essi è stato creato solo negli ultimi due anni e la crescita non conosce soste.
Questa accelerazione del processo di digitalizzazione ha coinvolto tutti i settori dell’industria, che hanno a disposizione enormi quantità di dati, archiviati così come sono stati ricavati. L’esigenza allora è quella di classificarli, trattarli opportunamente, analizzarli e saperne estrarre indicazioni strategiche, tali da orientare e sostenere le scelte dei soggetti economici interessati, in tutti i settori e a qualsiasi livello o dimensione.
Ecco allora che diventa necessaria la figura di un professionista specifico, il Data Scientist appunto, una sorta di addomesticatore di dati, ipertecnologico e più che mai attualizzato aruspice capace di configurare scenari futuri “leggendo” Big Data.
Il noto economista statunitense Hal Varian l’ha definita “la professione più sexy dei prossimi dieci anni”, ovvero secondo il significato inglese la più interessante e accattivante… Certamente la definizione delle caratteristiche di questo nuovo manager è ancora confusa.
Fa riflettere, a tal riguardo, l’analisi di Data Science Central che, su un campione Linkedin, ha enumerato 105 modi diversi di definire professioni legate a “Data Science” o “Analytics”: il più utilizzato è “Data Scientist”, poi “Business Analyst”, “Analyst”, “Data Analyst”, “Statistician”, “Business Intelligence manager” o “Analytics specialist”.
Questo perché il Data Scientist è una figura che riassume in sé molte competenze. Conosce la matematica, la statistica e l’informatica, inoltre possiede creatività e propensione alla comunicazione, ovvero al saper efficacemente trasmettere gli esiti della propria riflessione sui dati raccolti e analizzati.
E se non è ancora perfettamente a fuoco il profilo del Data Scientist, immaturo appare anche il mercato che dovrebbe servirsene. In effetti, se USA e Regno Unito hanno avviato da anni percorsi di formazione per questa figura, in Italia da poco si avverte il bisogno di impiegare personale specializzato nell’utilizzo dei Big Data come supporto alla determinazione delle strategie aziendali.
Nello scenario attuale inoltre la domanda di questa professionalità supera la disponibilità di risorse umane adeguatamente formate e anche il numero di aziende organizzate per sfruttare le opportunità offerte dai Big Data è passibile di un forte potenziamento nel futuro.
Per questo, se mai sentirete vostro figlio o vostra figlia esprimere il desiderio di diventare Data Scientist, incentivate senza indugi questa loro scelta.
Potrebbero diventare un eroico Teseo o una determinata Arianna che, con intelligenza e preparazione, affrontano il vasto e intricato labirinto dei Big Data, trovando, dopo aver riportato a più miti consigli tali temibili “creature digitali”, la giusta direzione per aiutare gli operatori economici a districarsi all’interno della crescente complessità globale.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
– Wired.it
– Ilsole24ore.com
– Corrierecomunicazioni.it
– Rainews.it
– Technopolismagazine.it
– Panorama.it
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Reazioni non pericolose Sharing Knowledge

Si sta come d’autunno, sulle foglie, i colori…

[dropcap3]C[/dropcap3]hissà se Pantone Inc., l’azienda statunitense che si occupa della produzione e della catalogazione dei colori utilizzati nel mondo della grafica, contempla nel suo vasto catalogo tutta la gamma di tinte e sfumature con le quali si veste una foglia nel periodo autunnale, ancora abbracciata ai rami o già caduta alla base del tronco.
Senz’altro uno di questi colori potrebbe essere il MARSALA (Pantone 18-1438): scelto dalla Pantone Inc. come rappresentativo del 2015 (ne propone uno ogni anno dal 2000…), è perfetto per descrivere l’autunno macchiato di caldi colori e per introdurci alla nuova vita segreta che attende le foglie cadute…
Il fascino del manto assunto dalla vegetazione durante l’autunno stupisce chiunque lo osservi, persino uomini di scienza come David Lee, professore dell’università della Florida, che si occupa fin dal 1973 dei cambiamenti di colore associati alla presenza di vari pigmenti durante l’intero ciclo vitale delle foglie. Sua è l’affermazione «Il colore di una foglia è sottrattivo, come i colori dei pastelli sulla carta».
Durante la stagione della crescita, infatti, le foglie sono ricche di clorofilla che cattura l’energia del sole per tramutarla in nutrimento conferendo loro il tipico colore verde. E fin qui nulla di nuovo. Ma se approfondiamo ora l’argomento da un punto di vista scientifico, le cose si fanno più interessanti.
Forse non tutti sanno che la clorofilla è solo uno dei pigmenti responsabili della colorazione delle foglie, mentre gli altri riescono a emergere solo in autunno quando l’attività biologica della pianta subisce la mancanza d’irradiazione solare, l’assorbimento di acqua attraverso le radici diminuisce e le foglie si avvicinano al termine del loro ciclo vitale.
Ecco quindi che alla base del picciolo di ogni foglia inizia a formarsi lo strato di abscissione, una barriera che impedisce il rifornimento di acqua e nutrienti.
La clorofilla comincia allora a degradarsi e solo in questa fase divengono evidenti le molecole di carotenoidi (pigmenti chimici presenti ad esempio nelle carote o nel mais) che conferiscono i tipici colori giallo-bruni autunnali, e poi ancora le tinte rosso e porpora, che dipendono però da un diverso gruppo di pigmenti, gli antociani (dal greco anthos=fiore e kyàneos=blu).
Quando le foglie sono completamente rinsecchite, si formano i colori autunnali più grigi, e, quando infine i pigmenti superstiti si associano in un reticolo confuso e lo strato di abscissione alla base del picciolo diviene completo, la foglia si stacca.
Una morte inutile, dunque? Non è proprio così.
Liberandosi delle foglie, infatti, gli alberi e gli arbusti mettono in una posizione di vantaggio in previsione della stagione più fredda. Offrono minore ostacolo all’azione del vento (riducendo quindi le possibilità di sradicamento), e smaltiscono le sostanze inutili o tossiche accumulate nella chioma. Rami e radici, inoltre, traslocano nel fusto gli amidi e le sostanze minerali conservati nella chioma (soprattutto il carbonio e l’azoto), che andranno così a costituire le importanti riserve invernali di cibo. In questo modo esemplare la natura ci insegna l’arte del recupero basata su una trasformazione ciclica.
I nostri sistemi industriali, al contrario, sono lineari: assimilano le risorse e le trasformano in prodotti (e rifiuti) da vendere ai consumatori, che si sbarazzeranno poi di ulteriori rifiuti. Ecco perché i modelli sostenibili di produzione e consumo, a imitazione di quanto avviene in natura, dovrebbero essere ciclici.
Le foglie cadute, sotto forma di sostanza organica morta, riservano infine un’ultima sorpresa, consentendo il ritorno al suolo di altri, preziosi nutrienti. Con la decomposizione, infatti, i legami chimici formatisi nel corso della costruzione dei tessuti vegetali si spezzano, rilasciando energia e materiale inorganico. Batteri, funghi, acari, lombrichi fanno parte della gran varietà di organismi che sminuzzano il detrito vegetale, lo ingeriscono e ne degradando la struttura chimica e fisica originaria per poi espellerlo come sostanza inorganica.
Proprio questa andrà ad arricchire il suolo di nutrienti che, assorbiti dalle radici, saranno assimilati dai nuovi tessuti vegetali in crescita: la magica e operosa silenziosità dell’autunno.
 
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
– Elementi di ecologia. Di Thomas M. Smith, Robert L. Smith. Pearson edizioni.
– Verso una prospettiva eco-centrica: ecologia profonda e pensiero a rete. Di Matteo Andreozzi, Hoepli.
Nathionalgeographic.it
Focus.it
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Ricordando Italo Calvino. Tra la fiamma e il cristallo.

[dropcap3]I[/dropcap3]l 19 settembre del 1985, a 62 anni, Italo Calvino spense la sua luce, che continua ancora oggi a illuminarci.
A poca distanza dalla celebrazione dei trent’anni dalla sua scomparsa non potevamo dunque non ricordarlo, riconoscenti per i tanti capolavori che ci ha consegnato e per le capacità anticipatorie che hanno costantemente accompagnato le sue opere.
Tanto che i suoi testi e le sue “lezioni” ci mostrano ogni giorno di più un modo di concepire il mondo lucido e visionario insieme, capace di ricondurre il pensiero letterario e quello scientifico a un unico sistema di valori e relazioni.
E in parte era “scritto”: figlio di un agronomo e di una botanica, Calvino ha ereditato dai genitori la vocazione scientifica, di cui ha mantenuto il rigore del linguaggio e l’onestà intellettuale, applicandola nella sua vita di letterato alla più nobile tradizione umanistica dell’Occidente.
Intellettuale unico e per certi versi irripetibile del panorama culturale italiano, insieme a Pasolini e Sciascia, Calvino resta un maestro del Novecento per lucidità e rigore, un faro sempre acceso per chi si occupi di letteratura, scienza e comunicazione.
L’orizzonte culturale da lui esplorato è vasto e multiforme, e l’eredità lasciata alle nostre e future generazioni è proprio il suo sguardo originale e innovativo, che abbraccia la poesia e la tecnologia, la filosofia e la scienza, in una sintesi ardita e affascinante, che ha anticipato sui tempi lo sviluppo del pensiero contemporaneo.
L’attualità di Calvino consiste proprio in questa capacità di contaminazione, di molteplicità dello sguardo, di visione stratificata, che rende il mondo – e l’uomo che lo abita – un universo sempre più misterioso, oltre ogni scoperta ed evidenza.
Ecco perché “leggerezza”, “rapidità”, “esattezza”, “visibilità” e “molteplicità” – i memos delle sue memorabili “Lezioni Americane” – rappresentano ancora oggi un modo di analizzare e, perché no, condizionare il futuro, in quanto modalità d’azione perfettamente adatte a connettere esperienze tra di loro all’apparenza inconciliabili.
Non è un caso se l’ultimo concetto solo abbozzato prima di morire, quello della “coerenza”, avesse in origine il titolo openness, intesa come apertura, qualità necessaria a qualsiasi forma di relazione, tra uomo e uomo e tra uomo e mondo.
Il suo incommensurabile dono, di cui siamo tutti grati, è dunque questa rinnovata prospettiva, eterna per natura e potenzialmente rivelatrice del nostro destino: la capacità di mettere insieme ciò che non sembra destinato ad esserlo, come il “cristallo” e la “fiamma”, l’uno algido, perfetto e immutabile, l’altra mobile e scostante, impetuosa tanto da bruciare se stessa.
Come Calvino stesso ci ricorda nel capitolo dedicato all’esattezza: “Quel che mi interessa ora è la giustapposizione di queste due figure (…). Cristallo e fiamma, due forme di bellezza perfetta da cui lo sguardo non sa staccarsi, due modi di crescita nel tempo, di spesa della materia circostante, due simboli morali, due assoluti, due categorie per classificare fatti e idee e stili e sentimenti”.
Cosa possiamo aggiungere?
Lieve fino ad essere invisibile, ma vivido di una luce imperitura, Calvino continua a risistemare le pietre del ponte, affinché l’arco che lo sostiene regga nel tempo.
 
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
– Italo Calvino, Lezioni Americane. Sei proposte per il nuovo millenio. Milano, 1993.
– Ritratto di Italo Calvino a cura di Gerardo Lunatici.
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Big Data & C. Chi trova un dato trova un tesoro

Stasera cinema o televisione? Rispondono i Big Data!

[dropcap3]Q[/dropcap3]Quanti di voi sono andati al cinema per vedere ‘The Lone Ranger’?
Indubbiamente pochi, trattandosi di uno dei più recenti insuccessi dell’attuale industria cinematografica statunitense: costato 215 milioni di dollari ne ha incassati ‘solo’ 261, nonostante la presenza di una star protagonista del calibro di Johnny Deep e la regia di Gore Verbinski.
L’equazione insegna che grandi investimenti e attori celeberrimi non innescano più in automatico la soddisfazione del pubblico, sempre più esigente in fatto di narrazioni tanto avvincenti da appagarlo al punto che il costo del biglietto diventa un regalo concesso a se stesso.
Ecco allora che anche le major cinematografiche della dorata Hollywood hanno bisogno del supporto dei Big Data: carte di credito, fidelity card, siti web, pagine e profili sui social network ricompongo il puzzle dei gusti e delle preferenze dell’utente, ricostruiti attraverso la sentiment analysis.
L’ascolto mirato e scientifico, attuato in tempo reale, dei pensieri e delle reazioni degli utenti davanti a un qualsiasi genere di evento, oltre che la rielaborazione di questi stessi input, consente l’accesso ad una miniera d’oro in termini di informazioni utili.
Secondo un modello appositamente redatto, sembrano essere ben dodici i fattori che le case di produzione dovrebbero tenere d’occhio per prevedere il successo o meno di un lungometraggio, suddivisibili a loro volta in due macro-aree di variabili: quelle dipendenti dalla produzione, quali il paese d’origine, il genere, il regista e gli attori, e, ancora, i numeri della distribuzione e della stagionalità, e quelle invece dipendenti  da fattori esterni, come ad esempio la presenza o meno di competitor, le previsioni sul numero degli spettatori possibilmente interessati etc.
Certamente occorre considerare anche l’opinione della stampa e dei critici, ma – se la sentiment analysis è compilataopportunamente – è possibile stimare in anticipo (e con una certa precisione) il futuro gradimento di pubblico di un determinato film, riuscendo a prevedere  il numero di biglietti venduti ancor prima che lo stesso entri in produzione.
Il medesimo approccio è applicabile anche nell’ambito dell’intrattenimento televisivo: Netflix, il popolare servizio statunitense di streming video approdato anche in Italia, ha deciso di sfruttare la grande mole di dati raccolti dai propri abbonati fino al minimo dettaglio, tenendo conto ad esempio di quali scene invece sono viste più volte rispetto ad altre. L’opportunità offerta da questo tipo di analisi non è stata sterile, tant’è che ha portato Netflix alla produzione di contenuti davvero originali, con la creazione di serie TV di successo come “House of Cards” e “Orange is the new black”, osannate dalla critica e pluripremiate.
Ma non è tutto un Dato quello che luccica! Esemplare e in controtendenza vanno infatti gli Amazon Studios, la più grande libreria virtuale sul mercato che ha iniziato a cimentarsi con la produzione d’intrattenimento televisivo, non senza difficoltà.
Dopo una serie di insuccessi iniziali, Amazon ha intascato diversi riconoscimenti durante l’ultima cerimonia dei Golden Globes per la produzione originale “Transparent”. Cosa è cambiato?
Se le scelte del reparto creativo erano determinate inizialmente dai Big Data, con il risultato di una serie iniziale di fallimenti, è arrivata la decisione di affiancare a tali pratiche i migliori sceneggiatori di Hollywood, capaci di miscelare una buona dose di elementi di successo fino alla serie da Golden Globe.
Nessuna illusione dunque, in materia di creatività e contenuti: i Big Data sono preziosi, a volte indispensabili, ma hanno bisogno di “sentimenti” e non solo di sentiment, sapientemente dosati dall’estro e dalla genialità degli autori, ancora fattori al di fuori del controllo delle analisi statistiche e dunque irrinunciabili. Così da vivere tutti felici e contenti, numeri, parole e… pellicole!
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
Ilsole24ore.com
Corriere.it
Ilfoglio.it
Bitmat.it
Bestmovie.it
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Il Rizoma come web-metafora multimediale

[dropcap3]N[/dropcap3] on è semplice riuscire a descrivere pienamente – o, come direbbe Italo Calvino – rendere visibili, concetti complessi, che intersecano a loro volta molteplici significati. Il Web e la sua rete pressoché illimitata di connessioni è uno di questi, proprio per il livello di complessità che ha raggiunto.
In questi casi, in cui il senso più preciso di un concetto rischia di sfuggire tra le mani scivolando di qua e di là, la metafora – come una freccia scoccata, rapida e veloce – è una delle modalità espressive che ci viene in soccorso, capace di tracciare una scorciatoia tra noi e il significato cui fa riferimento, illuminandolo in una luce più piena.
Alla Rete, intesa nella sua accezione più ampia di intreccio e produzione di significati multilivello, si connette in maniera sorprendente la metafora del “rizoma”.
Il termine, che non è proprio tra i più conosciuti, proviene dalla botanica: il Rizoma è infatti presente in molte piante erbacee, e si presenta all’apparenza come una radice molto diramata, ma è invece una vera e propria porzione di fusto che si sviluppa sotto il livello del suolo, possiede gemme proprie e funziona da deposito di sostanze nutrienti.
L’aspetto del Rizoma, per la sua ramificazione, connessione ed estensione, esprime una rappresentazione concettuale molto interessante: qualsiasi punto è connesso a ognuno degli altri attraverso un’espansione multidirezionale.
La sua specificità – configurata come potente metafora – è stata così sfruttata proficuamente da più pensatori e filosofi contemporanei.
Jung fu tra i primi ad affermare come la vita gli facesse pensare a una pianta che vive del suo Rizoma: qualcosa che esiste in un contesto nascosto, sotterraneo, capace di perpetuare il flusso vitale senza lasciare che si interrompa, ben oltre i cambiamenti ed il fluire di quanto accade in superficie.
Il medesimo concetto filosofico è il contenuto cardine di un poderoso volume scritto dal filososo Gilles Deleuze e dallo psicanalista Félix Guattari, entrambi francesi. Si tratta di “Mille Piani”*, prodotto editoriale concepito esso stesso su più livelli, in una struttura innovativa e originale dove ogni capitolo può essere letto sia partendo da qualunque altro che procedendo nella lettura in modo tradizionale e sequenziale.
Il concetto stesso di “Rizoma”, che rende visibili tali livelli trasversali di interpretazione, è sostenuto da una linea di pensiero opposta a quella tipica della filosofia tradizionale, definita “arborescente”, che procede in modo gerarchico e lineare, definendo categorie di significato rigide e definite una volta per tutte, secondo un approccio tuttora dominante in molte discipline.
I due studiosi francesi – attraverso i loro studi e le loro riflessioni – riconoscono tuttavia al pensiero veramente creativo e aperto al cambiamento la vera e propria necessità di diventare “rizomatico”, al fine di riverberarsi in maniera potenzialmente vantaggiosa sia per il singolo che per la collettività.
Il Rizoma, infatti, dotato di molteplici centri di partenza, è capace di progredire senza stabilire gerarchie interne, ed è vocato naturalmente a creare una comunicazione produttiva attraverso l’interazione tra due o più punti in qualsiasi direzione.
Come non riferirsi al Web, dunque, in questa serie di coincidenze e sovrapposizioni concettuali, sia strutturali che funzionali?
L’avvento di internet, nei fatti, ha già creato le condizioni per poter proseguire in questo cambiamento di paradigma, rappresentando la perfetta traduzione tecnologica del pensiero rizomatico: il web non obbliga ad una direzione, ma segnala concatenazioni e lascia liberi di giocare a creare connessioni, passando da un piano all’altro dello scibile.
Ai mille e uno dati che la rete accumula, con il rischio di diventare un inutile ristagno, si affianca la possibilità di sistema interpretativo “rizomatico’”, mobile, multidirezionale, assolutamente non rigido e in continua evoluzione, per accogliere la perenne espansione dei dati stessi. Il fine? nessuna barriera tra i vari campi del sapere, ma solo contaminazioni, affinché ogni informazione di oggi possa diventare la riserva vitale – o la gemma destinata a sbocciare – per il sapere di domani e dopodomani.
Di seguito i sei principi fondamentali che stanno alla base del Rizoma: alcuni di questi sono davvero molto somiglianti a quelli che caratterizzano il funzionamento della Rete:
– [highlight]Principio di Connessione[/highlight]: ricorda lo stato dei collegamenti ipertestuali della Rete, in cui “qualsiasi punto può essere collegato con qualunque altro”.
– [highlight]Principio di Eterogeneità[/highlight]: il Rizoma mette in collegamento tra loro sistemi semiotici diversi, raggruppando elementi di natura differenti ciascuno con una propria caratteristica identità.
– [highlight]Principio di Molteplicità[/highlight]: come tutti i sistemi aperti, il Rizoma – come la Rete – è percorribile secondo molteplici percorsi e associazioni, con la conseguente possibilità di innumerevoli interpretazioni che ne personalizzano in maniera partecipativa il significato, ampliandolo sempre più.
– [highlight]Principio di Rottura Asignificante[/highlight]: a diffferenza dei testi tradizionali, separati tra loro da “rotture” significanti che conducono in maniera univoca a sensi differenti,  nel Rizoma – e nella Rete –  il balzo da un testo all’altro acquista un valore di congiunzione, nel senso della navigazione complessiva che si sta portando a termine.
– [highlight]Principio della Decalcomania[/highlight]: indica la possibilità di un testo – o un di dato – il cui significato può essere riprodotto all’infinito, o duplicato, senza che il suo senso fondante venga alterato. Un esempio esaustivo è l’informazione genetica, che  ricalca ogni volta lo stesso codice di individuo in individuo all’interno della medesima specie.
– [highlight]Principio della Cartografia[/highlight]: così come in una mappa i percorsi per una destinazione sembrano all’apparenza già predestinati, in una geometria immutabile di strade, piazze e vicoli, ciascuno può in realtà imprimervi infinite varianti, seguendo una serie successiva di bivi e svolte, arrivando tuttavia alla medesima destinazione. Allo stessomodo accade nel Rizoma e nella Rete, che consentono infinite scelte di percorso per arrivare alla stessa meta.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
Inventati.org
Treccani.it
Quelcherestadelmondo.wordpress.com
–  Mille Plateaux (Mille piani. Capitalismo e schizofrenia), di Gilles Deleuze e Felix Guattari. 1980.
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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Dataclisma: quando il mezzo giustifica il fine. O no?

[dropcap3]C[/dropcap3]he le faccende di cuore siano – da sempre – il passaggio segreto verso la conoscenza dei valori, delle intenzioni e dei comportamenti di chi questo cuore lo ha dentro, è noto.
Ma che le scelte sentimentali potessero consentire studi sociologici su temi assai lontani dai semplici affetti e per analisi di tipo antropologico, questo era meno immaginabile.
Un esempio davvero interessante e originale di questo tipo di deduzioni e inferenze su basi statistiche ce lo consegna un libro uscito in Italia di recente e che ha come tema le analisi e le conversazioni di tipo amoroso, o quasi: “Dataclisma”.
Grazie a un punto di osservazione davvero straordinario, l’autore del libro, Christian Rudder, matematico laureato ad Harvard, ci riporta pagine e pagine di analisi e studi sull’umana condizione, con un registro molto “american style”.
Cofondatore e presidente di OkCupid, uno dei maggiori siti di dating online degli Stati Uniti, Rudder, che guida da anni il team di analytics del gruppo, analizza in queste pagine dense di sorprese – e a volte di dati inaspettati – il comportamento dei suoi utenti quando cercano l’anima gemella credendo – peccando di ingenuità – che nessuno li stia guardando.
E invece l’algoritmo di OkCupid (di cui parleremo per esteso in un prossimo articolo) analizza ed elabora in maniera lucida e imparziale non solo le domande che i single fanno al sistema mentre sono alla ricerca della felicità, ma anche le risposte che gli utenti spesso si danno da soli.
Quella che ne esce è una fotografia sorprendente che inquadra non solo dati statistici di tipo affettivo, ma sociali, culturali, ideologici. E, visto che i numeri in certi casi fanno la differenza, la portata di questi dati non può essere ignorata.
Parliamo infatti di un sito che solo nell’ultimo anno ha registrato dieci milioni di utenti e che, in una sola sera, genera 30.000 nuovi appuntamenti.
Cosa ne esce, dunque, da questo cilindro di numeri impressionanti? Le parole dell’autore sono esaustive. “La cosa che sorprende dell’umanità? Che stereotipi e luoghi comuni sono veri”.
Con questo semplice, emblematico commento, l’autore ci rivela in poche righe che i sentimenti, alla fine, sono sempre gli stessi, e che, a volte, sono anche troppo semplificati.
Eccone alcuni esempi (ATTENZIONE, SPOILER!!! :-):

  • gli uomini sono molto più generosi nel giudicare i profili delle candidate: in un range che va da uno a cinque, la loro media di voto è tre, mentre per le donne è due;
  • la bellezza è un fattore di grande rilevanza per entrambi i sessi, influenza le scelte in maniera esponenziale e “obbedisce alla stessa legge matematica che usano i sismologi per misurare l’energia rilasciata dai terremoti”;
  •  il fattore età è un discrimine importante di genere: gli uomini, si sa, cercano le donne più giovani (molto giovani, giovanissime!), mentre le donne preferiscono addirittura partner coetanei o più grandi.

E poi, andando a dati meno divertenti, è accertato che le donne bianche ricevono più email rispetto a tutte le altre razze (però, ingrate, tendono a rispondere soltanto a uomini bianchi), e che ci sono, sul web, persone che nel tentativo di avvicinare i profili, utilizzano, nella redazione dei loro messaggi, le tecniche del copia-incolla.
Il libro, di dato in dato, analizza non solo le scelte “affettive” degli utenti, ma si allarga verso tematiche  di interesse collettivo riguardanti la politica, l’economia, la società: “I siti di incontri sono progettati per fornire alle persone strumenti e informazioni per ottenere quello che vogliono dal loro status di single. (…) Dalla statura alle opinioni politiche, dalle fotografie ai testi scritti: c’è tutto, e tutto è consultabile e a portata di mano“. Molti dei dati riportati, inoltre, si riferiscono ad altre piattaforme, tra cui Facebook e Twitter. Si tratta insomma di un’esplorazione davvero trasversale!
Lasciando al lettore il piacere della scoperta di tutti gli altri interessanti dati e segreti che il libro custodisce, chiudiamo con un avvertimento che il libro mette bene a fuoco: attenzione ai “filtri”, alle condizioni, alle discriminazioni a priori.
I sentimenti umani, anche se guardati attraverso la lente neutrale dei Big Data, si mostrano per quello che sono: fallibili.
E a volte, in nome di aspettative stereotipate e un po’ troppo pretenziose, si scartano a priori possibilità reali senza nemmeno esserne consapevoli, persino utilizzando sistemi all’apparenza precisi al millimetro, anzi, alla parola, quali ad esempio un sito di incontri estremamente selettivo.
Come a dire che a volte il mezzo, oltrepassa il fine senza che nessuno, o quasi, se ne accorga.
Giusto un algoritmo, in questo caso. O due, tre…
 
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
– Dataclisma, Christian Rudder, Mondadori, Giugno 2015.
OkCupid.
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Agli albori dei Big Data Big Data & C.

Ritorno al futuro: alla ricerca delle origini dei motori di ricerca

[dropcap3]A[/dropcap3]bituati a cercare online siti di ogni tipo, parole-chiave tra le più strane e informazioni delle più disparate, non tutti conosciamo la storia della tecnologia che sta alla base di tali, sterminate possibilità di ricerca, quella dei “motori di ricerca”, appunto. Uno per tutti Google.
Questo, nonostante siamo in moltissimi ad avvantaggiarcene – sia per gli aspetti personali della nostra vita che per le nostre attività professionali – e nonostante tale tecnologia sia diventata un paradigma in grado di generarne di nuove.
Facciamo allora un passo indietro, alla ricerca (anche noi) di queste informazioni perdute, e cerchiamo di mettere in fila – là dove è possibile – i punti salienti di questo racconto, assieme ai suoi principali protagonisti.
Come prima cosa occorre risalire alla nascita della rete vera e propria, quella di Internet.
Correva l’anno 1991, al CERN di Ginevra, il 6 di agosto, quando Tim Berners-Lee, informatico britannico, e il suo collega, Robert Cailliau, pubblicarono su Internet il primo sito Web mai realizzato al mondo: quello del centro di ricerca per il quale entrambi lavoravano. Il sito era stato progettato sulla base del concetto di hypertext, inteso come insieme di documenti messi in relazione tra loro per mezzo di parole chiave. Nasceva così il Web, ovvero il “World Wide Web”, come venne battezzato da Berners-Lee.
Utilizzata inizialmente solo dalla comunità scientifica, la tecnologia alla base del web viene resa pubblica il 30 aprile 1993 proprio dal CERN: da quel momento in poi – grazie alla notevole mole di informazioni che viaggiavano attraverso la rete – cominciarono a nascere i primi archivi, con il fine di rendere consultabili tali dati da tutti gli interessati in qualsiasi momento.
Una realtà, questa, immaginata nel lontano 1945 da uno dei pionieri dell’informatica e degli ipertesti: Vannevar Bush, che aveva già da allora ipotizzato la necessità di un sistema in grado di gestire cui una grande mole di informazioni, «continuamente estesa, conservata ma soprattutto consultabile».
Il World Wide Web, dunque, inizia a ospitare milioni e milioni di documenti, e si candida naturalmente a svolgere la funzione di archivio per eccellenza. Accade così che nei centri di ricerca dei più importanti Atenei universitari si cercano di mettere a punto nuovi metodi di archiviazione e di consultazione che siano all’altezza di una tale mole di dati.
Vengono dati alla luce i primi motori di ricerca, in tecnichese “spider” o “crawler”, in grado di leggere e catalogare i documenti all’interno del “world wide web” rendendoli disponibili agli utenti nelle cosiddette “SERP” (Search Engine Result Page), le pagine in cui sono visibili uno dopo l’altro i risultati forniti dai motori di ricerca in base alle “query” (domande) poste alla rete.
Il primo embrione di questa tecnologia risale al 1990, si chiama Archie ed è stato creato da uno studente canadese della McGill University of Montreal, Alan Emtage. (Archie, per essere precisi, fu un motore di ricerca per gli archivi di documenti distribuiti con il protocollo FTP, e non per il world wide web. Ci sembrava però corretto citare questo come il progenitore dei motori di ricerca.).
Nonostante alcuni suoi punti deboli – tra cui il fatto che l’utente poteva interrogarlo solo se conosceva perfettamente il nome del file da trovare (tra gli allora 2,6 milioni circa di documenti archiviati), Archie attirò su di sé la curiosità e le attenzioni di molti studiosi, che a loro volta avviarono numerose ricerche su come registrare e rendere disponibili i documenti su internet in maniera agevole e rapida. E, a furia di cercare, qualcuno iniziò finalmente ad avvicinarsi sempre di più allo strumento di ricerca perfetto, secondo le sue necessità.
Da qui in poi le tappe si susseguono in una vera e propria evoluzione, come riportato di seguito in un breve, non esaustivo elenco.
separatore
[highlight]1993[/highlight]
Aliweb (Archie Like Indexing on teh Web) viene creato da Martij Koster sulla scia di Archie, e ha come obiettivo la raccolta di tutti i siti presenti sul web. La grande innovazione che porta con sé è la possibilità, per ogni singolo utente, di inviare l’indirizzo del proprio sito, così da includerlo nella lista indicizzata.

[highlight]1994[/highlight]
Viene lanciato Lycos, un motore di ricerca che dimostra in poco tempo la sua grande potenza nell’ispezionare il web e il proprio innovativo sistema di ricerca basato sull’importanza attribuita alle ricerche già effettuate in precedenza, nonché sulla possibilità di approssimare le parole usate per l’indagine. Il suo archivio, composto da 394.000 documenti a solo un mese dalla sua nascita, si espanderà sino a contenerne più di 60 milioni nel novembre del 1996. (Lycos si evolverà poi in portale web d’intrattenimento, con fornitura di servizi e-mail e social network.)
[highlight]1994[/highlight]
Negli stessi anni nasce Yahoo!, grazie all’impegno di David Filo e Jerry Yang. Ideato inizialmente come una raccolta delle pagine web preferite dai due informatici statunitensi, Yahoo! si impone sulla concorrenza grazie ad un’importante novità: ogni sito web che viene indicizzato è dotato di una descrizione. Yahoo! negli anni non solo cresce notevolmente, ma inizia ad inserire al proprio interno siti commerciali, facendo pagare un canone annuo per far parte del suo archivio.
[highlight]1995[/highlight]
Compare AltaVista, dotato di una larghezza di banda quasi illimitata per i tempi e primo a offrire le query in un linguaggio naturale. Diviene uno dei motori di ricerca più popolari tra gli utenti per la sua velocità, poi surclassato da Google e acquistato, nel 2003, da Yahoo!
[highlight]1996-1998[/highlight]
In questi anni, per la prima volta, i webmaster iniziano a “ottimizzare” i siti, ovvero a svolgere tutte quelle attività finalizzate a ottenere la migliore rilevazione, analisi e lettura del sito web da parte dei motori di ricerca.
Si pubblicano sul web i primi documenti che parlano di analisi e di estrazione dei dati dalle pagine web. Per la prima volta, John Audette e Bruce Clay utilizzano il termine SEO (Search Engine Optimization), presentato ufficialmente nel 1997, riferendosi all’opera di tecnici qualificati che “ottimizzano” le pagine online (struttura, testi, immagini etc) così da essere più facilmente trovati dai motori di ricerca.

[highlight]1998[/highlight]
Il genio di Sergey Brin e Larry Page, due studenti di Stanford appassionati di matematica, porta alla creazione del PageRank, un algoritmo di analisi atto alla catalogazione dei siti attribuendovi importanza o meno sulla base del peso assegnato a ogni elemento di un collegamento ipertestuale. Con il PageRank nasce Google, destinato a diventare il sito e motore di ricerca più visitato.
[highlight]2001[/highlight]
Si verifica una massiccia migrazione degli utenti verso Google che, di fatto, diviene il motore di ricerca più usato dagli internauti. Nello stesso anno, l’introduzione dei primi Social Network segnano una nuova rivoluzione e pongono la necessità di integrare, negli algoritmi di ricerca, i segnali e le tendenze provenienti da essi.
[highlight]2009[/highlight]
Microsoft concretizza il bagaglio di conoscenze acquisite da precedenti esperienze (MSN Search, Live Search, Windows Live Search) in un nuovo motore di ricerca: Bing. L’anno successivo anche Yahoo! abbraccia la tecnologia di Bing, cominciando ad utilizzare il motore di ricerca di Microsoft nel suo portale.
[highlight]2010[/highlight]
Google lancia Google Instant, ovvero la casella di ricerca in tempo reale, che mostra i risultati considerati più pertinenti dal sistema nel momento stesso in l’utente digita la ricerca.

[highlight]2011-2014[/highlight]
In questi ultimi anni gli aggiornamenti dell’algoritmo di ricerca di Google si fanno sempre più intensi, e sono volti da un lato a migliorarne le performance semantiche, dall’altro penalizzare comportamenti scorretti nella rete. Ecco i principali aggiornamenti, dai nomi più strani:

– 2011 – Google Panda: filtro di ricerca che penalizza i siti con contenuti di bassa qualità.
– 2012 – Google Penguin: intercetta i siti che, utilizzando tecniche di spam, hanno generato link in entrata non in maniera naturale, ma a pagamento.
– 2013 – Google Hummingbird: algoritmo studiato per comprendere il significato semantico di una ricerca piuttosto che basarsi sulle singole parole.
– 2014 – PigeonUpdate: i risultati di ricerca vengono geolocalizzati in base alla zona in cui la ricerca stessa viene eseguita.
[highlight]2015[/highlight]
In corso! Stay tuned!
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– Softrade.it
– Gigasweb.it
– Informatica-logica.com
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Data Driven

Via la corrente? Non c'è problema: tutti al telefono!

[dropcap3]D[/dropcap3]i tutti gli effetti collaterali che la mancanza di elettricità può generare, quello del conseguente picco di comunicazioni è il meno sorprendente di tutti, almeno a prima vista. È infatti tipico, in caso di imprevisti, cercare immediatamente di orientarsi rispetto alla nuova situazione, ed è normale che questo tentativo di adattamento passi in primo luogo dall’intercettare informazioni dai propri simili.
Ma se un tempo, non appena andava via la corrente elettrica, bastava affacciarsi dalla finestra di casa per chiedere a un vicino se anche a lui (o lei) mancava la luce, oggi il metodo più rapido per avere notizie certe è quello di chiamare qualcuno al telefono. Anzi, con l’invasione dei social media da cui tutti siamo presi, non serve più nemmeno telefonare. Bastano un post o un tweet ben piazzati, e il gioco è fatto.

Alla finestra di questo flusso di conversazioni, da qualche mese – come preannunciato dal precedente articolo – ci siamo messi noi. Ad osservare, attraverso la lente di Webdistilled, come quando e perché le persone parlano di corrente elettrica. Che manca. Che forse tornerà. Ma quando???
Per fortuna di tutti, in linea di massima e salvo imprevisti, le organizzazioni complesse che necessitano in maniera vitale di corrente elettrica (ospedali, aeroporti etc) sono dotati di gruppi elettrogeni in grado di supplire all’assenza della fonte usuale di elettricità.
Ma cosa accade invece al singolo cittadino, che invece la mancanza di corrente la subisce, eccome?
Siamo andati a curiosare tra i commenti e le cifre che il nostro monitoraggio – VISIBILE CLICCANDO IL PULSANTE QUI SOTTO, e tuttora attivo – ha prodotto dal febbraio ad oggi, alla ricerca di spunti e conversazioni sul tema.
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Che cosa ci raccontano i flussi di dati di questo “video” in tempo reale? Ci svelano una serie di cose che noi umani potevamo forse immaginare, e altre invece no.
Per quanto riguarda i picchi di conversazioni in occasione dei blackout, come è visibile dal grafico sottostante, tra le tante, piccole impennate di conversazioni registrate, si mettono in evidenza due picchi principali: uno generatosi attorno alla prima settimana di Luglio, dovuto in gran parte all’accensione di tanti condizionatori – anche se qualcuno ne ha approfittato per dare la colpa ad Expo – e l’altro in Agosto, dovuto all’incendio nell’aeroporto di Fiumicino, con le relative agitazioni.

Grafico flusso comunicazioni blackout
Per quanto concerne invece le performance delle pittaforme social più interessate da questo tipo di comunicazioni, qui si mostra l’evidenza: in questo tipo di conversazioni è Twitter a farla da padrone, come illustra il grafico seguente, che surclassa Facebook alla grande, proprio per le sue caratteristiche di immediatezza.
Andando invece più a fondo nelle analisi una per una, di cosa parlano gli italiani quando va via la corrente casa per casa, ufficio per ufficio ? distribuzione conversazioni socialI temi e i registri utilizzati nelle conversazioni sono i più disparati, anche se l’ironia è abbastanza frequentata, almeno nel campione che abbiamo analizzato.
Come era immaginabile la gran parte delle conversazioni riguarda proprio il fatto in sé: la mancanza di corrente elettrica agisce come un  vero e proprio interruttore che spegne non solo la luce, ma interrompe le varie attività. Il tono va dall’irritazione spinta: “Io pago la bolletta e voi mi regalate un blackout” all’ironia che alleggerisce le cose: “La cosa ridicola è che le case sono spente ma i lampioni accesi”.
Ma esistono anche topic ben precisi e condivisi che spopolano anche in questo tipo di chiacchiere, e che si distinguono dalla gran parte degli argomenti di conversazione.
Innanzitutto il tema del caldo, che questa estate l’ha fatta, e ancora la fa, da padrone. E poi i problemi di origine quotidiana.
C’è chi parla così, per lamentarsi: “Bello stare senza corrente mentre ci sono 8000°”, e chi, in maniera pragmatica, risale alla fonte (ipotizzata) del problema: “Troppi condizionatori accesi, black-out in tutta la città”.
C’è poi chi la mette sul romantico, acchiappando la palla al balzo: “E stasera si cena a lume di candela…” e chi invece va alla ricerca di tecnici che risolvano il disservizio con una certa, malcelata irritazione: “Tra quanto mi fate tornare la corrente?”
Inaspettatamente poi, anche in questo caso, il fenomeno di Expo – che soprattutto nell’area lombarda sembra fagocitare molte delle conversazioni in atto – riesce a mettersi in primo piano, spesso  per fare da capro espiatorio: “Ma quanto consuma ‘st #AlberodellaVita acceso?”. O, ancora: “Casualità o l’albero della vita si nutre dell’energia dei cittadini?”.
Ed ecco che, subito dopo le presunte tentazioni vampiresche di Expo, gli italiani ritornano, come si dice, “a mamma”.
Il primo premio nelle conversazioni non legate al caldo, infatti, lo vince… il frigorifero, custode di leccornie e prelibatezze a cui il Bel Paese, come da tradizione, evidentemente, non vuole rinunciare.
Un esempio di tale differenziazione di contenuti è visibile nella mappa sottostante, che rappresenta la distribuzione dei temi di conversazione nella città di Milano durante i blackout di Luglio:
cartina milano conversazioni twitter
E se vogliamo spulciare ancora più a fondo tali chiacchierate, ecco l’estrapolazione di alcune conversazioni ad esempio sul tema del cibo da conservare, e qui non si ride mica tanto: “La roba in freezer un disastro!”, oppure: “Ritorno a casa con sorpresa… freezer sbrinato causa blackout”.
Il tono delle chiacchiere si riprende invece in una sorta di metacomunicazione, quando si parla di un altro oggetto “mitologico”: tra le prime preoccupazioni che la gente comune si pone, c’è infatti quella per un oggetto indispensabile, il cellulare.
E qui ci si divide tra le cicale: “Sono con il 5% di batteria e senza corrente elettrica…” e le formiche, come al solito previdenti: “Per fortuna sono intelligente e ho la batteria esterna carica per le emergenze”.
Tutti, in ogni modo, sono sul pezzo. Sino a che il cellulare avrà un briciolo di batteria carica, ovviamente.
Cosa possiamo quindi dedurre da tutto ciò, alla fine di questo monitoraggio tra il serio e il faceto? Innanzitutto che spesso i luoghi comuni sono veri, come dimostra l’attaccamento a un elettrodomestico come il frigorifero. Primo: la pancia piena :-).
In secondo luogo che il cellulare e i dispositivi mobile in generale sono salvagenti da utilizzarsi in più occasioni, e il solo pensiero di doverne fare senza genera una sorta di astinenza preventiva.
Terzo, che gli italiani non si smentiscono mai, e, tra una battuta, un’ipotesi di complotto e un reclamo insistente, hanno sempre la battuta pronta. E un pizzico di ironia che non guasta mai!
Buona corrente a tutti!
distribuzione tematiche twitter corrente

 

[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Monitoraggio realizzato da:[/highlight]
Webdistilled, Gruppo Maps
Lingue: solo italiano.
Periodo: dal 1 Febbario 2015 ad oggi (tuttora attivo).
Fonti: Social network.
Temi monitorati: mancanza energia elettrica, mancanza luce, mancanza energia, mancanza corrente, blackout.
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