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Medicina & Narrazione

Il senso della cura: coordinate culturali e storiche del concetto di malattia.

[dropcap3]N[/dropcap3]on sempre – e non dappertutto – il concetto tutto umano di malattia, così come quello di cura, ha avuto uguale genesi né seguito la medesima filosofia interpretativa, e nemmeno ha individuato le stesse patologie.
Se vogliamo dirla tutta, certe malattie, in alcune culture, sono state considerate addirittura come segno di una manifestazione divina o comunque spirituale, e dunque non necessariamente negative. C’è stato inoltre, e agli antipodi, l’esempio di Sparta, in cui chi non era in perfette condizioni fisiche o mentali faceva un salto giù dalla rupe…
Senza andare oltre nel citare quelli che sono per un certo verso luoghi comuni, è infine evidente come la “malattia”, in ognuno dei suoi molteplici sensi, è una prova cui ciascun singolo e ogni collettività sono prima o poi sottoposti, con l’avvento di patologie sempre nuove e, a volte, fatali o comunque pandemiche.
Tanto vale affrontare tali prove con alcune conoscenze in più in materia, confidando – se possibile – di mantenere l’esperienza solamente a livello “virtuale”. 🙂
Ma come approcciarsi in maniera indiretta – sempre e comunque in punta di piedi, vista la sensibilità dell’argomento – al tema della malattia e della sofferenza, in una parola sola al concetto di “male”?
Quello che proponiamo è innanzitutto uno spunto linguistico: l’origine stessa della parola male che – avverbio o sostantivo – viene dal latino măle, a sua volta da mălu(m) che propriamente vale “cattivo”.
Ed è “sintomatico” che la parola mescoli sin dal suo passato le proprie accezioni etiche e morali – ovvero qualcosa di dannoso, non giusto, o imperfetto – a quelle assai più concrete della sofferenza e del dolore fisico o psicologico.
Del resto, la sofferenza e il dolore – del corpo o della mente che siano – sono da sempre collegati a un’assenza di equilibrio o a uno scompenso di energie in alcune culture, o peggio ancora a una colpa, quando non sono addirittura e apertamente classificati come la conseguenza di un peccato come nella tradizione dell’Antico Testamento. Questo, sino all’avvento di Cristo, almeno. Da lì in poi, infatti, la sofferenza fisica è stata anche prova possibile di redenzione, via crucis da attraversare per raggiungere la salvezza, individuale o collettiva che fosse…
Dove vogliamo arrivare con questa introduzione? Al fatto che, anche su un tema tanto delicato e denso di significati, basta spostare il punto di vista – o rendere più sottili o più spesse le lenti del nostro sguardo – per cambiare non solo ciò che fissiamo, ma anche tutto l’orizzonte su cui il tema stesso si mette in primo piano.
Nemmeno la malattia, insomma, può essere ricondotta a un mero stato oggettivo, descrivibile con categorie universali, date una volta per tutte.
Non solo perché – come abbiamo visto e come vedremo – l’esperienza della malattia e quella della cura mutano nello spazio e nelle culture, oltre che se osservate da un punto di vista storico. Ma anche perché l’esperienza della malattia e del dolore invade il vissuto delle persone e agisce nella società.
Tanto che nel mondo anglosassone lo stesso concetto è descritto con parole diverse a seconda della prospettiva da cui lo si contempla.
Se illness è la malattia nella percezione del malato stesso, sickness ne è la valutazione da parte della società, mentre disease è la sua descrizione medica e clinica.
E se dunque i legami tra salute del corpo e della mente – nonché le implicazioni collettive o sociali della malattia – coinvolgono fattori molto complessi e interconnessi, un’altra definizione ci viene in soccorso, quella di salute secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che pone il focus su un concetto di salute che va al di là della “semplice assenza di malattia”, ma viene descritta piuttosto come uno “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale”.
Un punto può allora orientare la nostra riflessione: progressivamente, nel mondo occidentale almeno – e fortunatamente aggiungiamo noi – la storia della medicina è stata ed è anche la vicenda del cammino verso la laicizzazione della malattia e di conseguenza della cura.
Senza dimenticare, in questi giorni di commemorazione, la lezione di un grande protagonista della cultura italiana, da poco scomparso, Umberto Eco, che in una sua lectio magistralis sul tema del dolore parlò di “educazione culturale al dolore” e disse che “la cultura alza le soglie della sofferenza”.
C
onoscenza e consapevolezza insomma come strada tutt’altro che piana verso un benessere che non è appunto semplicemente il contrario della malattia.
Inauguriamo così, con questo articolo e queste riflessioni, una rubrica che vuole essere un viaggio nel tema della malattia e della salute, osservate da un punto di vista storico, gettando lo sguardo oltre i confini della nostra cultura e verso i molteplici approcci alle cure, anche quelle che ci prospettano le nuove incombenti tecnologie:

  • L’influenza delle malattie nella storia dell’Uomo.
  • Le cure del corpo: tradizionali, alternative e naturali.
  • Le cure della mente: diagnosi e terapie organiche e funzionali.
  • Epidemie, pandemie e zoonosi.

Buona lettura!
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
– www.treccani.it
– www.treccani.it/enciclopedia/malattie
– https://it.wikipedia.org/wiki/Salute
 
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Scrittura digitale e Big Data: siamo “apocalittici” o "integrati”?

[dropcap3]F[/dropcap3]iglia prediletta del linguaggio, a metà strada tra l’arte e la tecnica, la scrittura è una forma esemplare di tecnologia della comunicazione che, sedimentata nei millenni della civiltà umana, continua a mutare incessantemente, attraversando di quando in quando svolte epocali che trascinano altrettanto epocali mutamenti culturali.
Eppure ogni cambiamento che la riguarda e coinvolge le forme del testo è da sempre vissuto con sospetto, spesso proprio dai quei “tecnici” che sono deputati al suo utilizzo e alla sua sorveglianza.
Le stimmate della perdita dello status di “civiltà” e lo spettro del precipitare l’umanità nella barbarie perseguitano del resto ogni innovazione in ambito comunicativo, spostando l’orizzonte del dibattito sempre più avanti, in ragione delle evoluzioni culturali e tecniche raggiunte.
Ripudiata perfino da Platone che ne predicò la natura corrotta rispetto alla tradizione orale del linguaggio, non solo la fama della scrittura ha così vissuto fortune alterne, ma ha anche subito – a volte avviato – sostanziali mutazioni in seguito a ogni innovazione tecnologica, proprio per l’intima connessione tra mezzo e messaggio, forma e contenuto.
A partire ad esempio dal passaggio non indolore tra la scrittura a mano e la stampa, colpevole a suo tempo di diffondere al “volgo” le informazioni,  alla vera e propria “lotta” di posizione tra editoria online e offline, scandita a suon di numeri, fino alle attuali polemiche nei confronti delle forme di scrittura e comunicazione insite nel web e nei social. Il tutto aprendo spesso scissioni culturali e fomentando divisioni pseudo-ideologiche.
A questo proposito, a pochi giorni dalla scomparsa di un protagonista indiscusso del dibattito culturale italiano, Umberto Eco, riprendiamo una sua celebre categorizzazione degli opposti atteggiamenti intellettuali di fronte alla comunicazione di massa, così come li definì già nel 1964, in un celebre saggio che diede di fatto l’avvio allo studio semiotico di tale fenomeno in Italia (e non solo): “Apocalittici e integrati”, due termini che indentificano la propensione o meno ad accogliere le aperture popolari della cultura.
In questo dibattito rientra a buon titolo il tema su cui intendiamo focalizzare la nostra attenzione: quello della scrittura e delle recenti innovazioni tecnologiche, che modificano le pratiche di condivisione della conoscenza “da dentro”, ovvero a partire dai nuclei più intimi del flusso della scrittura.
E qui giungiamo alla prima chiusura del “cerchio” aperto in questo articolo. Sono finiti i tempi della tradizione epistolare, quelli in cui una lettera scritta chissà dove, da chissà chi, poteva raggiungere il suo destinatario – proprio come fanno le stelle e le sue luci – solo dopo aver viaggiato e viaggiato.
Oggi il real time e i sistemi semi-automatizzati di distribuzione e di selezione dei contenuti consentono
a uno scrittore – così come a un lettore – di comunicare in diretta, seppure a distanza, attraverso forme artistiche e letterarie rigorosamente scritte.
Il tema si intreccia allora con il nodo cruciale del rapporto che lega l’editoria, il digitale e i Big Data, e apre numerosi fronti di riflessione cui ci dedicheremo con specifici articoli successivi.
Riprendiamo in proposito un‘affermazione puntuale di Peter Brantley, direttore delle Digital Library Applications alla New York Public Library:
“Una delle cose che mi interessa di più ora sono i big data applicati alla letteratura” (…) “Più leggiamo su dispositivi digitali, più produciamo dati su quel che leggiamo, come lo leggiamo, quando e in quanto tempo. (…) E allora mi chiedo se, intrepretandole, potremmo iniziare a raccontare storie diverse da quelle scritte fino ad oggi”.
La digitalizzazione delle opere, infatti – così come la loro raccolta, distribuzione e utilizzo online – incide nell’orizzonte della “scrittura” in maniera sostanziale, a partire dall’atto creativo in sé.
I vari strumenti disponibili  – per lo più free – e le loro pratiche di utilizzo  – ormai condivise – influenzano infatti da tempo l’attività e l’esercizio della scrittura – e dunque la lettura – in praticamente tutto il loro raggio d’azione:

  • [highlight]l’ispirazione: [/highlight]molto spesso idee, spunti e topic nascono direttamente online, da qualcosa che si è visto o letto in formato digitale;
  • [highlight]la produzione:[/highlight] qualunque scrittore utilizza ormai una miriade di piattaforme, programmi e tool che consentono non solo un’attività di correzione e messa a punto continua, ma anche la generazione di un numero pressoché infinito di varianti;
  • [highlight]la distribuzione:[/highlight] come vedremo nei prossimi articoli, i canali digitali e online di diffusione sono innumerevoli, e consentono allo scrittore una possibilità di scelta di canali di distribuzione mai vista prima;
  • [highlight]la lettura:[/highlight] la selezione e scelta di un testo (e relativo dispositivo di lettura) va oggi ben oltre le possibilità di proposta di qualsiasi biblioteca o libreria “reale”, anche la più fornita. Non solo: la scelta stessa di un titolo può essere suggerita a priori dalla piattaforma stessa, grazie ad appositi strumenti di profilazione e trattamento dei dati dell’utente.

Nei prossimi articoli orienteremo le nostre riflessioni sul nord e il sud del testo scritto: l’autore e il lettore, ovvero i due attori protagonisti di quel processo sofisticato, misterioso e complesso che è la scrittura, osservandoli interagire tra di loro in base alle novità tecnologiche in essere e quelle futuribili.
Cercheremo di capire pro e contro di questa nuova relazione e di queste innovative modalità di fruizione, e di decidere, tra noi, in quanti siamo apocalittici e in quanti siamo integrati. E quanti riescono a far convivere entrambe le istanze.
… Leggete con noi! 🙂

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Reazioni non pericolose Sharing Knowledge

Reazioni non pericolose: il grafene nel paese delle meraviglie.

[dropcap3]C[/dropcap3]erto, a osservare gli elementi  come si presentano in natura, tante volte ci appaiono semplici e scontati. Invece alcuni di loro riservano inaspettate sorprese. È  il caso della scoperta del grafene, avvenuta nel 2004 ad opera degli scienziati russi Andre Geim e Konstantin Novoselov, che per questo hanno ottenuto il premio Nobel nel 2010.
Questo singolare materiale fa venire in mente un personaggio del romanzo di Flatlandia – Racconto fantastico a più dimensioni di Edwin Abbott Abbot: in un mondo che non conosce spessore, tra punti e linee e altri personaggi a due dimensioni – e la scoperta della terza dimensione da parte del protagonista – il grafene di sicuro non sfigurerebbe. Ha infatti lo spessore di un solo atomo, non esiste in natura, ma si ricava dalla grafite: nastro adesivo e punta di un lapis bastano per prelevarne un sottilissimo strato.
Ma le proprietà del grafene non sono meno sorprendenti delle sue dimensioni, a cominciare dalla sua “anima ecologica”, vista l’applicazione in campo ambientale, per depurare le acque contaminate in modo del tutto ecosostenibile, come in questo innovativo sistema, che permette di recuperare e di riciclare gli oli e gli idrocarburi assorbiti.
Fa bene all’ambiente anche la creazione di un sensore in grafene da applicare all’interno dei tessuti per rilevare i livelli inquinanti di diossido di azoto. In caso di concentrazioni elevate di questo gas, le proprietà elettriche dei sensori si modificano, inviando un impulso che accende un piccolo led e avvisa chi indossa il capo di abbigliamento nelle cui fibre è integrato il sensore.
Gli atout di questo innovativo materiale non si fermano tuttavia qui, tanto che per descriverlo si sprecano parole come “magico” e “meraviglia”. E se i recenti progressi tecnologici hanno permesso di ottenere altre significative innovazioni nel campo della scienza dei materiali, il grafene non finisce di sorprendere per la quantità di scoperte e applicazioni di cui è protagonista.
Come la grafite e i diamanti, infatti, è fatto di atomi di carbonio, ed è pertanto molto resistente. Caratteristica a cui si aggiungono leggerezza, trasparenza, grande flessibilità e un’eccezionale conduttività elettrica.
Proprio questa caratteristica lo rende appetibile per la realizzazione di batterie di grande durata per device mobili e circuiti per i computer in luogo della tecnologia al silicio. Avendo una superficie vasta e sottile inoltre è in grado di accumulare in maniera efficiente grandi quantità di energia ed è per questo che la maggior parte delle ricerche sono orientate alla produzione di condensatori e batterie innovative nonché verso vari tipi di celle solari o per l’accumulo di idrogeno, con il notevole vantaggio – viste le sue peculiarità – della mobilità.
Ma il grafene si presta anche alla creazione di nuovi dispositivi elettronici utilizzabili per un’ampia gamma di applicazioni in ambito medico, ad esempio come area conduttrice ultraflessibile con cui comporre retine artificiali.
Recente poi una ricerca scientifica che ne prefigura l’utilizzo sotto forma di elettrodi da inserire nel cervello, per ristabilire la funzione sensoriale e motoria in caso di amputazioni o malattie debilitanti come il Parkinson.
In alcune simulazioni di laboratorio inoltre l’uso del laser ha indotto il grafene a produrre, sulla sua superficie, radiazioni di tutte le lunghezze d’onda, aprendo la strada alla creazione di strumenti per l’emissione di raggi X più precisi e più sicuri perché a basse dosi.
Le notizie più attuali in fatto di grafene parlano infine dell’ottenimento di fotografie – finora mai realizzate – di singole proteine, appositamente spruzzate sul foglio ultrasottile di atomi di carbonio, e di fogli di grafene che si muovono o si richiudono da soli in una scatola, cosa che ha ricordato l’arte dell’origami al team giapponese di ricercatori che l’ha scoperto, come si può vedere nel video riportato in questo articolo.
Insomma, ritornando all’immaginario mondo di Flatlandia, se fosse stato il grafene a incontrare la terza dimensione, forte delle sue tante virtù – utili all’ambiente, alla scienza e alla medicina – non ne sarebbe rimasto sconcertato più di tanto!
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Carnevale e social: una maschera tira l'altra

[dropcap3]T[/dropcap3]empo di Carnevale, tempo di maschere. Che travestono o nascondono, ripugnano o trasfigurano, mimetizzano o enfatizzano. E che condividono – in un turbinio colorato di espressioni e figure intramontabili – antichi e nuovi saperi di fiabe e miti, giochi di ruolo e trasgressioni.
Il Carnevale è del resto una festa dalle origini antichissime che rivela un’esigenza collettiva e irrinunciabile nei confronti delle istanze e dei topos che celebra da sempre, fin dalle prime rappresentazioni.
Le sue manifestazioni più antiche infatti risalgono a ben 4000 anni fa: furono gli Egizi delle dinastie faraoniche i primi ad aprire i recinti della trasgressione, consentendo – durante le feste in cui si venerava la dea Iside – la sospensione, almeno per un giorno, di ogni ruolo sociale e gerarchia in favore di una libertà quasi assoluta, come echeggia e riassume in modo esaustivo il celebre proverbio latino “Semel in anno licet insanire” (‘una volta all’anno è lecito impazzire’).
Il Carnevale, che ha in sé radici sia religiose (nei paesi cattolici precede la Quaresima in preparazione alla Pasqua) che “pagane” (non a caso i Padri della Chiesa lanciarono strali feroci sulla simbologia attribuibile alle maschere), da millenni ci racconta come il tema dell’identità e della personalità, assieme a quello dell’individuo e del suo sistema sociale di appartenenza, abbiano un posto speciale nella storia dell’Umanità. Alla “maschera” e al travestimento competono da sempre ruoli e compiti ben precisi, non ultima l’attribuzione della possibilità sovrannaturale di superare barriere diversamente invalicabili, quella tra uomo e animale, tra vita e morte.
I suoi “cantori” nei secoli sono così celebri che risulta quasi inutile ricordarli, dagli studi di Binet, passando dall’Uno, nessuno e centomila di Pirandello e dai fondamenti della psicoanalisi moderna con Freud. Senza dimenticare il ruolo della maschera in ambito antropologico, sin dalle comunità tribali che, non solo in epoche primordiali, vi trasmutano manifestazioni spirituali e animistiche.
Ma quello che vogliamo affrontare ora insieme – alla vigilia del prossimo Carnevale – è invece il valore di “tramite”, quasi di “medium”, che le maschere e il tema del travestimento nascondono a loro volta in sé.
La maschera o l’identificazione in un ruolo consentono infatti di accedere a molteplici istanze, in una scala i cui gradini partono dal massimo della chiusura, laddove la maschera nasconde, al massimo dell’apertura, dove la maschera invece dispiega nuove potenzialità della personalità:

  • mimetismo, tramite la copertura e il travestimento;
  • omologazione, attraverso il riconoscimento di valore a marker altrui;
  • mediazione tra sé e l’altro;
  • integrazione, attraverso l’attrazione dell’altro a sé;
  • empatia, assumendo su di sé le connotazioni altrui;
  • creatività, elevando il marker a simbolo e trasfigurandolo.

Questa varietà di istanze, le molteplici possibilità di interpretazione del concetto di maschera e soprattutto due delle sue caratteristiche, quella di MEDIAZIONE e quella di sovrapposizione tra l’area PRIVATA e quella PUBBLICA, oggi riconducono a quello che è forse il punto cardine di tutte le nuove forme di comunicazione che per semplificazione chiameremo Social.
La realtà comunicativa diffusa dal web e dai Social Media infatti sembra moltiplicare come in un caleidoscopio digitale gli specchi in cui riflettere e costruire la nostra identità e interfacciarla con quella degli altri, singoli o gruppi che siano.
Questo sin dal primo atto che si compie con l’apertura di un “profilo”, con la scelta di un avatar, di un’immagine, di una fotografia, di un testo o di uno slogan rappresentativi: un’identità da indossare e con cui presentarsi all’ecosistema digitale.
E come nella scala che va dal mimetismo alla creatività, l’identità sui Social si trasfigura: da chi crediamo di essere e vogliamo mostrare o celare, a chi vorremmo essere, passando per chi vogliamo che gli altri ci credano.
In essi dunque, in questi profili così diversamente connotati, anche in base alle regole della piattaforma, ciascuno si esprime e mette in rilievo – oppure cela – caratteristiche, tipologie, ambizioni, competenze, come suggerito in questo interessante spunto.
Un Carnevale per tutti i giorni, insomma. Che nasconde i più primitivi dei bisogni: farsi accettare dall’altro, essere altro da sé e insieme esprimere il vero (presunto) sé.
 
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Big Data & C. Data Driven

Cultura e innovazione in Italia: eppur si muovono!

[dropcap3]S[/dropcap3]ul legame indissolubile tra l’arte e la sua divulgazione non mancano certo le argomentazioni, più o meno retoriche. Su come questo legame, una volta rinsaldato, possa trasformarsi in una fonte di sviluppo culturale ed economico non solo sostenibile, ma fortemente auspicabile, neppure.
Tuttavia, quando solleticato, il tema si mostra sensibile.
È di quest’estate l’onda di polemiche roventi indirizzate al Ministro Franceschini che ha indicato sette Direttori stranieri sui venti nominati alla guida dei principali poli museali.
L’iniziativa ha provocato uno slancio di campanilismo da parte di molti, verso quegli stessi musei che tanto spesso sono ignorati, magari proprio dalla Madre Patria.
Ecco allora che le conversazioni degli italiani stessi – o meglio di quella parte che utilizza i social – analizzate online, sono interessanti nel rivelare un picco di engagement mai più raggiunto, come si vede da questo grafico:

Conversazioni Musei
Grafico delle conversazioni online sul tema dei musei italiani.

Certo simili rumors non sono sufficienti per un’inversione di tendenza. In Italia infatti l’accoppiata tra lo sterminato patrimonio artistico esistente e le indispensabili pianificazioni strategiche per farne un vero e proprio valore, è ancora relegata allo status di relazione occasionale, lasciata alla passione dei singoli operatori culturali, e non certo strutturata all’interno di politiche condivise.
I motivi traggono i loro fondamenti da molte questioni, tra cui una gestione accentrata del sapere da parte dei cosiddetti intellettuali che ne hanno fatto per decenni un uso esclusivo, eludendo spesso la propria funzione divulgativa e di mediazione, oltre a una certa visione dell’arte come bene superiore e intangibile, da non contaminare e “abbassare” a qualsivoglia performance.
Il settore è stato penalizzato anche dallo scarso investimento da parte di una classe dirigente impegnata su altri fronti più speculativi e dunque più remunerativi, con una certa miopia di breve e lungo periodo sulle fonti strategiche di valore diretto e indotto – culturale, certo, ma anche economico – reperibile nel nostro territorio.
Eppure, fatti ed esperienze – spesso oltre confine – dimostrano, numeri alla mano, che non è vero che la qualità culturale è per forza legata a nicchie di consumatori sparuti e saccenti, e che anzi si può benissimo diffondere e moltiplicare, come ogni sapere che si rispetti, e generare valore anche economico, con beneficio per tutti, imprenditori compresi.
Un esempio significativo lo porta questo articolo del Daily Bruin, che mostra come la condivisione sui Social abbia portato nuovo interesse intorno ai Musei e all’arte. Anche iniziative come il Museum Selfie Day, tenutosi lo scorso 21 gennaio, dimostrano il potenziale di interazione tra i Social Media e la rete in generale e il diffondersi di una sensibilità verso cultura e arte come beni comuni e veramente “condivisi”.
E, finalmente, qualcosa sembra muoversi anche da noi. È di questi giorni un’altra notizia uscita tramite un comunicato del Ministero della Cultura che mostra un’inversione di tendenza apprezzabile: una Startup italiana ha siglato un accordo per fornire ai principali musei italiani e al Ministero uno strumento per monitorare e misurare l’appeal e la reputazione online dei musei interessati.
Anche il nostro blog, del resto, ha deciso fin dal mese di Agosto, proprio nei giorni del dibattito sulle nomine, di monitorare proprio quei venti musei: animati da uno spirito non polemico, e tuttavia “birichino” grazie a Webdistilled di Maps Group – abbiamo dato il via a un monitoraggio online che raccoglie i dati a partire da Luglio, per vedere chi, tra i nuovi grandi Direttori, si sarebbe mosso meglio a livello di comunicazione online e non solo. Ci siamo così immaginati una sfida, una gara, tra chi di loro fosse riuscito a movimentare meglio le acque dell’informazione sul proprio museo. E i risultati ci sono, come si può vedere in questo grafico che mette in evidenza quantitativa la capacità di ogni museo di far parlare di sé su Socialnetwork, Mainstream, Press e Weblog:

Analisi comunicazioni online musei italiani
Clicca sull’immagine per ingrandire il grafico

Il monitoraggio*, che intercetta le conversazioni secondo numerosi indicatori, riferibili sia a tutti gli elementi afferenti alla sfera turistica in generale (come le visite a siti archeologici e monumenti, la partecipazione a eventi, la fruizione di strutture ricettive e le esperienze enogastronomiche) che ai servizi e alla gestione dei Musei (come ad esempio l’accessibilità, la sicurezza, i costi, l’innovazione tecnologica…), è tuttora attivo, così che a cadenza bimestrale rilasceremo un report che darà conto dei nuovi sviluppi museo per museo, con un’importante precisazione: come tutti i test di questo tipo, anche il nostro non pretende né di essere esaustivo né statisticamente significativo.
La nostra, infatti, non è una Giuria: ma è la raccolta del “chiacchiericcio” dei Social, quello tuttavia che muove  l’onda, trasmette le notizie, si trasmuta in possibili visitatori in carne ed ossa, e in altrettante anime toccate magari dalla bellezza.
Un’arte anche questa, del resto: diffondere. Come l’eco insegna, e pure l’onda!


*Caratteristiche del monitoraggio

Monitoraggio:  i 20 musei i cui direttori sono stati nominati dal ministro Franceschini lo scorso agosto.
Periodo: dal 26/06/2015 fino ad oggi.
Lingua: lingua italiana.
Fonti: Weblog, Q&A, Social Network, Forum e Review.
Numero clip: le clips considerate sono state oltre 1.350.000.
Temi analizzati: offerta turistica.
Prodotti individuati (in breve): archeologia, archivi e biblioteche, chiese e santuari, musei e teatri, palazzi storici, concerti, fiere, sagre.
Strutture ricettive: tipo di struttura utilizzata per il pernottamento.
Argomenti (in breve):  ambiente e territorio, dati (relativi alle presenze nel museo, orari, info, gestione del personale), enogastronomia, eventi, istruzione, innovazione, storia e arte.
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Open Data Pillole di Open Data e PA

Valore pubblico e partecipazione. Di Paola Chiesa

[dropcap3]I[/dropcap3]l fil rouge che collega la trasparenza amministrativa, la partecipazione e gli open data si snoda agevolmente anche nel campo del valore pubblico. Si tratta di un concetto di difficile definizione, per il quale non esiste uno standard assoluto, in quanto la Pubblica Amministrazione risponde sia a logiche economiche, che politiche degli amministratori eletti, che agli stakeholders del territorio. Di conseguenza potremmo connotarlo come un modello operativo che misura l’efficienza e l’efficacia dell’attività della Pubblica Amministrazione.
Affrontando l’argomento “fuori dal Palazzo”, come può la PA generare servizi ai quali il cittadino può attribuire e riconoscere valore? Coinvolgendolo, facendo emergere bisogni e preferenze, attuando politiche idonee a costruire scientifiche risposte, in ottica di trasparenza, accountability, fiducia, sostenibilità.
Il concetto di valore pubblico è strettamente legato al contesto storico ed alla cultura di riferimento.
Sicuramente, nell’era della trasparenza, degli open data, della partecipazione, della sostenibilità e della sharing economy, è plausibile ed anzi auspicabile che lo stesso concetto sia soggetto ad affinamenti per renderlo sempre più performante. Nella Pubblica Amministrazione, il valore pubblico nasce dall’equilibrio e dall’integrazione di più valori, nell’ottica di soddisfare un pubblico il più vasto possibile, la collettività appunto.
Il concetto di valore pubblico è allora decisamente correlato anche ai concetti di partecipazione e trasparenza, in quanto misura i risultati ottenuti con metodi economicamente efficienti, in accordo con le priorità concordate con i cittadini.
Ciò emerge dal combinato disposto degli articoli 1 e 7 della legge 124 del 2015 sulla riforma della Pubblica Amministrazione, nei quali si parla di Carta della cittadinanza digitale, per “garantire ai cittadini e alle imprese, anche attraverso l’utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, il diritto di accedere a tutti i dati, i documenti e i servizi di loro interesse in modalita’ digitale”, e di “semplificazione delle disposizioni in materia di prevenzione della corruzione, pubblicita’ e trasparenza”
Concetti ribaditi anche nelle misure contenute nei primi undici decreti attuativi della stessa legge di riforma, approvati dal Consiglio dei Ministri nella riunione del 20 gennaio 2016. Si parla, tra l’altro, di domicilio digitale del cittadino, di identità digitale attraverso il Pin unico, di semplificazione del piano anticorruzione, di “liberalizzazione” del diritto di accesso agli archivi pubblici (il Freedom of information act).
[highlight]La Piramide del Valore Pubblico[/highlight]
 
Come spiega il prof. Deidda Gagliardo, per valore pubblico territoriale s’intende il livello di
soddisfacimento dei bisogni della comunità (socialità) tramite una gestione economica delle risorse dell’ente, funzionale a sostenere la crescita del territorio (economicità); ma è necessario determinare scientificamente quale sia il livello di economicità effettivamente compatibile con la salvaguardia e lo sviluppo anche sociale dei territori.
Essendo strettamente correlato alla pianificazione e gestione dei servizi, il valore pubblico si articola in vari livelli secondo un modello a piramide (“Piramide del Valore Pubblico”) che agisce su:

  • organizzazione
  • personale
  • competenze
  • territorio
  • partecipazione
  • digitalizzazione
  • trasparenza
  • legalità

Mentre l’Italia è caratterizzata da una bassa percezione di valore pubblico, diversi enti all’estero hanno adottato un approccio che si basa su quel concetto, proprio perché l’assunto di fondo è che un servizio pubblico di successo deve cercare le opportunità per migliorare. Così, in Gran Bretagna ad esempio, oltre a Department of Health, Arts Council e Royal Opera House, è interessante l’esperienza della British Library, la biblioteca nazionale del Regno Unito ed una delle più importanti biblioteche di ricerca al mondo, che conta circa 150 milioni di documenti e 13 milioni di nuove acquisizioni ogni anno. Da uno studio effettuato, è emerso che il valore pubblico generato per i propri utenti ed il pubblico più vasto è pari a £5 per ogni £1 investita.
In effetti un approccio che tenga in considerazione il valore pubblico, rende più significativa ed evidente la valutazione del successo o meno dell’attività di un’amministrazione pubblica, la cui performance è correlata ai servizi che offre, ai risultati raggiunti e, di conseguenza, alla fiducia che riesce a creare e mantenere tra i cittadini. E’ in quest’ottica che possono essere interessanti nuove modalità di coinvolgimento degli stakeholders del territorio, dai canali social, allo strumento dei sondaggi deliberativi secondo il metodo Fishkin, che consente alla popolazione intervistata su un argomento di poter esprimere la propria opinione, dopo che è stata convenientemente ed oggettivamente informata sui fatti. Un passo in avanti sulla strada della realizzazione della democrazia rappresentataiva e dell’open government.
[highlight]Digitale e Big Data[/highlight]
 
Il valore pubblico è a ben vedere la cifra di un programma di governo locale che produce effetti nel tempo. E i cui risultati saranno ulteriormente misurabili nella diffusione della cultura che considera gli stakeholders del territorio contemporaneamente come fruitori e creatori di servizi. In questo contesto il digitale serve a modellare processi, generare dati, estrarre ed aggregare informazioni, mettere in relazione, facilitare decisioni, monitorare risultati e comunicarli. Il digitale diventa una leva di trasformazione economica e sociale, attraverso un processo trasversale al settore pubblico e privato, centralizzato e di coordinamento. Lo spiega chiaramente la “Strategia per la crescita digitale 2014-2020 “ dell’Agenzia per l’Italia Digitale, che prevede, tra gli altri:
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
– il coordinamento di tutti gli interventi di trasformazione digitale e l’avvio di un percorso di centralizzazione della programmazione e della spesa pubblica in materia;
– il principio di digital first, attraverso lo switch off della tipologia tradizionale di fruizione dei servizi al cittadino;
– la diffusione di cultura digitale e lo sviluppo di competenze digitali in imprese e cittadini;
– la modernizzazine della pubblica amministrazione partendo dai processi, superando la logica delle regole tecniche e delle linee guida e puntando alla centralità dell’esperienza e bisogno dell’utenza;
– un approccio architetturale basato su logiche aperte e standard, che garantiscano accessibilità e massima interoperabilità di dati e servizi.
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E’ questa la filosofia che ispira il fascicolo digitale del cittadino, il quale attraverso il sistema pubblico di identità digitale (SPID), che consente di identificare in modo univoco e sicuro l’identità del cittadino che accede ai servizi e ai dati, l’anagrafe nazionale della popolazione residente (ANPR), che contiene le informazioni anagrafiche dei cittadini, registra le variazioni e le rende disponibili alle Pa e ai cittadini, ed il fascicolo sanitario elettronico (FSE), che contiene l’insieme delle informazioni sullo stato di salute del cittadino, accessibile dagli operatori di settore e dal cittadino, consentirà al cittadino di rendersi partecipe e protagonista di un processo di generazione di conoscenza, fonte prima del valore.
A patto che la popolazione sia adeguatamente alfabetizzata da un punto di vista digitale, che significa porre le fondamenta per una significativa co-creazione del valore pubblico, attraverso un flusso maturo di relazioni da e verso la Pa, e la partecipazione proattiva del cittadino.
Il progetto di Copenaghen Big Data Platform è significativo al riguardo: l’obiettivo di costruire una rete di database pubblici in grado di raccogliere i dati relativi ad ogni aspetto della vita cittadina, immagazzinando informazioni su rete elettrica, traffico, sicurezza stradale, clima, inquinamento, consumo idrico, illuminazione pubblica, ecc, si arricchisce delle segnalazioni che gli stessi cittadini potranno effettuare tramite smartphone e tablet, grazie ad un’app dedicata. Come a dire, se conosci la città nei minimi dettagli, allora la puoi anche rendere “smart”.
La tecnologia abilitante è il nuovo paradigma della partecipazione e del voler essere protagonisti. L’uomo qualunque costruisce il proprio modo di essere nel mondo e lo comunica, interagendo con gli altri. In parole povere, crea e comunica continuamente valore.
Contribuendo a cambiare il mondo, compresa la Pubblica Amministrazione.
 
 
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Reazioni non pericolose Sharing Knowledge

Cenere e diamanti: il miraggio dell'immortalità

[dropcap3]A[/dropcap3]llora Abramo disse: “Ecco, prendo l’ardire di parlare al Signore, benché io non sia che polvere e cenere”.
C’è, nella frase pronunciata dal Profeta (Genesi, 18:27), un richiamo immediato alla finitezza della nostra esistenza e al destino mortale del nostro corpo.
Abramo – che nonostante tutto non volle sottrarsi al tentativo di comunicare con il suo Dio – avrebbe forse cambiato la propria preghiera, nel conoscere quel che oggi sappiamo tutti sulla polvere e perfino sulla cenere. O forse no: l’essere umano tenta da sempre e con ogni mezzo di sfidare la natura effimera del suo passaggio terreno, come ci dimostra ancora una volta quanto stiamo per raccontarvi.
Quella che è comunemente chiamata polvere si compone non solo di particelle diciamo così di scarto (quelle ottenute ad esempio dalla minuta frammentazione di fibre di vestiti e persino di pelle ed unghie), in essa vi sono infatti anche particelle atmosferiche, che ne “elevano” senza dubbio la composizione.
Per la cenere le cose sono ancora più interessanti: essendo il residuo solido e molto fine, di natura minerale, che si ottiene dalla combustione di animali, vegetali o fossili, ha addirittura una sua “purezza”, che risiede nel suo essere priva di acqua e costituita in prevalenza di carbonati e ossidi. L’elemento chimico predominante è dunque il carbonio, ovvero il componente fondamentale della materia vivente.
Ma cos’è di preciso il carbonio? Si presenta sotto forma di composto, cioè legato ad atomi di altri elementi, e si trova nei vegetali in una percentuale compresa tra l’11 e il 54%, mentre nei mammiferi rappresenta in media il 22% del peso corporeo: un uomo di 70 kg è dunque fatto da ben 14 kg di carbonio.
È l’anidride carbonica atmosferica che fornisce agli organismi viventi tutto il carbonio di cui necessitano per la loro crescita e sviluppo. Essa è convertita dai vegetali, con l’intervento della radiazione solare, in una serie di composti organici che sono poi impiegati dalle piante stesse e dagli animali per le loro necessità nutrizionali.
Il carbonio però si ritrova in natura anche allo stato elementare, non combinato, in due forme: la grafite e il diamante. I cristalli di grafite e quelli di diamante si differenziano solo per la disposizione degli atomi di carbonio nel reticolo cristallino, a seconda delle diverse condizioni ambientali di pressione e temperatura in cui vengono a formarsi.
Nel diamante, gli atomi di carbonio, disposti ai vertici di un tetraedro, sono molto vicini e uniti da legami resistenti, responsabili della sua durezza: per questo occorre applicare intense forze per romperli. Nella grafite, invece, ogni atomo di carbonio è legato ad alti tre atomi disposti su uno stesso piano ai vertici di esagoni.
I tre legami sul piano sono forti e quindi gli atomi molto vicini, mentre i legami tra i vari piani sono deboli e possono essere rotti facilmente, spiegando così la grande fragilità della grafite.
Un diamante allo stato grezzo è puro carbonio cristallizzatosi milioni di anni fa nelle zone più antiche e stabili della crosta terrestre, dette cratoni, il cui spessore può superare i 200 km, la temperatura è compresa tra 900 e i 1200°C, e la pressione è di 50 chilobar. Successive eruzioni vulcaniche possono poi averli portati da quella profondità in superficie.
Ma torniamo al nostro discorso, ovvero al “valore” della cenere, e dunque del carbonio.
Una società internazionale svizzera con sede a Coira, Algordanza, ha elaborato un procedimento di laboratorio per tramutare in pietra preziosa il carbonio contenuto nelle ceneri di cremazione delle persone care scomparse.
Sì, avete letto bene. Una volta estratto il carbonio dalle ceneri del proprio caro, la società svizzera lo tramuta in grafite di carbonio. Quest’ultima è sottoposta a condizioni di pressioni e temperatura tali da ottenere diamanti con le stesse caratteristiche delle pietre naturali, con una colorazione blu più o meno accentuata che dipende da quanto borio è presente.
Tale forma di “sepoltura” è possibile, per ora, solo in Svizzera: sarà in grado di superare lo sconcerto della gente e le barriere imposte dalla tradizione religiosa per divenire una comune forma di addio al termine della vita, ribadendo ancora una volta quell’atavica resistenza che proviamo verso la nostra stessa mortalità?
Ai profeti di oggi – e di domani – l’ardua sentenza.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
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Comunicazione extra specie

Internet of Things: un esercito di oggetti smart rivoluzionerà la nostra vita quotidiana.

[dropcap3]C'[/dropcap3]è un’idea del futuro che ciascuno di noi ha interiorizzato nella propria giovinezza in immagini vivide, frutto di libri e film predittivi, di solito appartenenti al genere della fantascienza. Oggi quel passato, non poi così lontano cronologicamente, ci sembra non più prossimo, come è in verità, ma piuttosto già remoto, quasi appartenesse al secolo scorso.
Oggetti, case, indumenti sembrano infatti sempre più vicini a quelle immagini un tempo “fantastiche” che il mondo occidentale diffondeva con la sua cultura pop, mentre la nostra quotidianità di allora ci appare quasi preistorica.
In mezzo c’è stata la rivoluzione di Internet, la cui onda lunga ci spinge sempre più rapidamente verso nuovi sorprendenti approdi. È l’Internet of Things, il mondo della Rete e delle nuove tecnologie estese agli oggetti, che si connettono con noi e fra di loro, con un potenziale di impatto sulle nostre vite di tutti i giorni destinato a risolvere molti problemi, ma forse a sollevarne tanti altri.
Il fenomeno è in forte espansione. L’ultimo report dell’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano riferisce per l’Italia di dati in crescita nell’anno 2014: 8 milioni di oggetti connessi tramite rete cellulare, in crescita del 33% rispetto al 2013, per 1,15 miliardi di euro di valore che arrivano a 1,55 miliardi di euro se si aggiungono le connessioni di altro tipo. Su scala mondiale invece gli oggetti connessi sono 7 miliardi e si stimano cifre nell’ordine delle decine di miliardi entro il 2020.
Gli ambiti di applicazione sono i più vasti, dal faceto al serio, si potrebbe dire. Nel giugno scorso si è svolta Computex 2015, la fiera più importante del settore del mondo asiatico, dove molti erano gli oggetti smart prodotti o in attesa di sviluppo. Non solo gli ormai noti smartwatch, ma tanti semplici oggetti che lasciano presagire la futura capillare diffusione di questo tipo di nuove “cose”. Dalla borraccia che informa sulla quantità e la purezza dell’acqua bevuta, all’anello che comunica allo smartphone dati sulla nostra salute, e serve anche per aprire porte, pagare, ricordare le password.
Se pensiamo agli sviluppi in settori come la domotica, i trasporti, l’ambiente, l’organizzazione delle città, l’agricoltura, i beni culturali – solo per fare qualche esempio – comprendiamo la reale portata innovativa per la nostra vita di tutti giorni, in termini di semplificazione, crescita economica, risparmio energetico e sicurezza.
Gli scenari più promettenti, proprio per quanto possono concretamente cambiare la vita di ciascuno, sono quelli che si prospettano per la salute e l’autonomia della persona. IoT e wearables a sostegno di anziani e disabili ad esempio. I wearables, accessori e abiti high tech, sono un particolare segmento degli smart object che ha già un promettente futuro in molti settori, come quello sportivo. Abiti, orologi e relative APP – veri e propri coach digitali – che raccolgono i parametri biometrici degli atleti sono già una realtà.
I medesimi sistemi promettono di essere di grande utilità sociale per categorie di persone malate o non autosufficienti. A partire dai dispositivi indossabili che possono rilevare lo stato di salute degli anziani, prevedere possibili emergenze e contattare sanitari e familiari, con una ricaduta potenzialmente positiva per una società che sta sempre più invecchiando.
Ma anche la tecnologia a sostegno della disabilità è al centro di molti progetti di ricerca, come caschi ed esoscheletri connessi al cervello, arti bionici, sensori per il tatto e chip che ricostruiscono tessuti danneggiati, software a sostegno di ipovedenti. È di qualche tempo fa una notizia riguardante un caso celebre, quello di Stephen Hawkins. Per il noto astrofisico, che comunica con il mondo esterno tramite un sintetizzatore e un sensore a infrarossi ad esso collegato, è stata sviluppata una tastiera che permette allo scienziato di digitare solo una piccola parte di ciò che intende esprimere: al resto pensa la tastiera stessa, “sintonizzata” sulle consuetudini linguistiche e culturali di Hawkins perché istruita attraverso i suoi scritti.
Le nuove frontiere della tecnologia applicate alla medicina sembrano poter travalicare i confini stessi del corpo: ricercatori dell’Università del Texas ad Austin hanno divulgato la realizzazione di un micro robot di DNA che può muoversi e potrà in futuro farlo nel corpo umano alla ricerca di eventuali tumori o per “consegnare” i farmaci per così dire in loco.
Il mondo dell’Internet of Things presenta tuttavia anche risvolti di possibile criticità. Se da un lato – guardando la questione dal punto di vista produttivo, in termini cioè di futuri scenari di business – la cosiddetta Industria 4.0 rappresenta un’opportunità, si tratta comunque di una sfida da vincere con investimenti consistenti sul piano delle infrastrutture tecnologiche e del sostegno alla ricerca e alle startup, senza i quali il tema del digital divide rischia di farsi sempre più sensibile.
Occorre inoltre tenere presente che una tecnologia così interconnessa alle nostre vite solleva inevitabili quesiti legati all’utilizzo della mole di dati e di flussi di informazioni trasferiti da questi oggetti dialoganti che riempiranno le nostre case e le nostre città.
Un’attività legislativa regolatrice a vari livelli si renderà probabilmente indispensabile, non solo per le ovvie ragioni di tutela della privacy e dell’intimità di ciascuno, ma anche per motivi di sicurezza individuale e collettiva.
Occorre insomma che l’Internet delle “cose” continui ad avere il focus sulle “persone”.
Ci riusciremo? Non è detto. E non è nemmeno certo che questo sia un bene: se le macchine, invece, si rivelassero più umane di noi???
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.sentieridigitali.it
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Medicina & Narrazione Sharing Knowledge

L’evidence based medicine: quando la diagnosi clinica incontra l’etica.

[dropcap3]L[/dropcap3]a diagnostica, ovvero l’approccio metodologico all’individuazione delle cause di un sintomo, è stata un aspetto centrale della lunga storia della medicina. Se nel mondo antico la malattia era sottoposta a pratiche sciamaniche e magiche, sin dalla medicina ippocratica l’approccio al paziente e alla cura è stato oggetto di un progressivo processo di laicizzazione, seppur con secolare lentezza.
Decisive sono state le conquiste scientifiche e l’imporsi del metodo sperimentale fino alle moderne rivoluzioni tecnologiche che hanno definitivamente reso disponibili strumenti sofisticati e determinanti nel processo diagnostico.
Tuttavia, a lungo e ancora oggi nel rapporto medico paziente la diagnosi della malattia si fonda su un approccio “istintivo” che cerca conferme nella prescrizione di indagini strumentali e di laboratorio che non sempre si rivelano efficaci ed “economiche” nel quadro della storia clinica del malato o del paziente. Il rapporto tra medico e paziente al contrario genera spesso atteggiamenti di eccesso prescrittivo, proprio nel tentativo del medico di soddisfare l’aspettativa del suo assistito e di rincorrere un contenimento del rischio di errore.
Negli ultimi decenni si è fatta strada una nuova modalità di diagnosi che non si limita a cercare le cause di una manifestazione sintomatica sulla base di consuetudini cliniche, ma che mette al centro del suo metodo la rilevanza statistica dei dati scientifici a disposizione.
Si tratta dell’evidence based medicine (EBM), termine inglese che designa appunto la medicina basata sull’evidenza scientifica. In un tale approccio metodologico l’efficacia della cura non è più il solo obiettivo, ma entrano in campo altri fattori che hanno a che fare con la morale e l’economia: i parametri di sicurezza del metodo diagnostico o curativo proposto, i costi e i benefici che comporta, le conseguenze sulla qualità della vita del paziente.
L’evidence based medicine presuppone un costante aggiornamento degli operatori e dei ricercatori sanitari e soprattutto un patrimonio di dati clinici e scientifici strutturati ai quali attingere. Operano in questo senso associazioni come l’inglese Cochrane, dal nome di uno dei primi studiosi a impostare il metodo dell’EBM, Archibald Leman Cochrane. La raccolta di dati, studi e ricerche ha dato vita alla Cochrane Library, un insieme di data base di studi e di ricerche controllati e aggiornati, disponibili per chi debba prendere decisioni di natura sanitaria.
In Italia, oltre al Centro Cochrane Italia, è attiva la fondazione GIMBE, che ha fra i suoi scopi quello di fare delle evidenze il supporto alle scelte di medici, cittadini e dirigenza sanitaria. Quindi non solo per la pratica clinica, ma anche per la gestione e il miglioramento dei servizi in termini di “sicurezza, efficacia, appropriatezza, equità, coinvolgimento degli utenti, efficienza”.
Si tratta di temi di profondo interesse, specialmente nell’ottica – di grande attualità – di un utilizzo razionale delle risorse in ambito sanitario, non solo per l’ovvia ragione di un necessario taglio agli sprechi, ma soprattutto perché questo significa destinare in maniera oculata i fondi a vantaggio delle reali necessità dei pazienti e per una pianificazione consapevole del population health management, con le conseguenze che questo comporta sul versante delle scelte di politica sociale ed economica.
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www.gimbe.org
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La comunicazione del corpo: questione di gesti!

[dropcap3]L[/dropcap3]e madri si lamentano spesso di come i propri figli, in particolare se adolescenti, poco propensi a spiegazioni verbali sulle scelte fatte o sulle loro emozioni, si esprimano a gesti e grugniti, facendo della comunicazione non verbale il loro linguaggio elettivo.
Con il termine “linguaggio” infatti si intende non solo quello verbale, ma ci si riferisce anche a tutte le modalità di comunicazione basate su segni visivi, sonori o generati da un movimento, intesi come un’organizzata compagine di diversi registri gestuali o corporei.
E se il linguaggio del corpo può essere definito un insieme di segnali derivanti da posture, mimica facciale e gestuale, utili per concretizzare l’espressione di emozioni e affettività in gran parte inconsce, il linguaggio gestuale si affida appunto all’uso di gesti consapevoli e convenzionali definiti su base culturale e sociale, o determinati da un fine pratico, come il linguaggio dei segni per i sordomuti o altri sistemi di segni in contesti anche molti specifici (lo sport, le discipline artistiche, il gioco ad esempio).
L’importanza del linguaggio non verbale è immediatamente quantificabile: circa il 70-80% dell’informazione recepita dal cervello giunge dagli occhi, contro il 10-15% che proviene dall’udito. In pratica si è prima visti e poi sentiti. Così, la gestualità comunicativa svolge un ruolo importante di supporto alle parole, di conferma o involontaria smentita di quanto detto e, assieme all’espressione del volto, costituisce una ricca fonte di stimoli da interpretare e ai quali attribuire uno specifico significato.
Significato che, occorre tenere presente, non ha un valore univoco perché dipende dal contesto personale, sociale, ma soprattutto culturale nel quale avviene il dialogo. Per definire il corretto significato del gesto siamo dunque chiamati a tradurre una serie di informazioni aggiuntive date dal tono di voce, dall’atteggiamento del corpo e da altri comportamenti non verbali del nostro interlocutore.
Certamente le specificità dell’essere umano in quanto a utilizzo del linguaggio in generale e di quello verbale in particolare – di cui è in natura l’unico depositario – sono un tema estremamente affascinante e oggetto di studi costanti, anche grazie all’approccio neuro-linguistico.
Interessanti paiono i risultati di uno studio pubblicato nella rivista scientifica PNAS sul sistema comunicativo delle scimmie, gli unici animali, oltre l’uomo, ad utilizzare un linguaggio che combina i gesti con richiami vocali e cenni facciali. La predominanza di comunicazione per mezzo di gesti e la combinazione di diversi tipi di segnali per rinforzare il passaggio di informazioni, riscontrate in diversi gruppi di scimmie, sarebbero state determinanti nell’evoluzione del linguaggio verbale umano.
La prevalenza di tale tipologia di linguaggio inoltre pare avere una predestinazione genetica. Oltre alle aree del Wernicke e del Broca, entrambe legate all’elaborazione del linguaggio e alla sua comprensione, è stata infatti identificata nell’emisfero destro del cervello una porzione di pochi millimetri di lunghezza definita superior temporal asymmetrical pit (STAP), riscontrata già nei feti (il che confermerebbe una probabile origine genetica della quale si accennava) e indipendente dal sesso. La STAP potrebbe essere una caratteristica specifica dell’uomo. Infatti, la presenza di tale piccola struttura, collocata proprio nelle aree del cervello adibite allo sviluppo della comunicazione, è praticamente assente negli scimpanzé.
Un risultato che offre nuovi, interessanti elementi per lo studio dell’evoluzione delle abilità cognitive e linguistiche nell’uomo. E che – lo diciamo con un po’ di malizia e con molto affetto per quegli acerbi esseri umani che sono gli adolescenti – forse potrà essere suggestivo per le molte madri dubbiose sulle modalità di espressione dei loro giovani figli…
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
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www.comunicazionenonverbale.org
www.pikaia.eu
www.pnas.org
www.comunicobene.com

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