[dropcap3]D[/dropcap3]opo gli articoli precedenti sul tema “Scrittura digitale e Big Data”, in cui abbiamo posto prima l’accento sul rapporto da sempre conflittuale tra la Cultura (in questo caso quella scritta) e l’Innovazione, e infine su due dei principali protagonisti di questo intenso rapporto tra l’Uomo e il Testo, ovvero il Lettore e l’Editore, affrontiamo oggi la figura che più di tutte concorre alla creazione di questo universo di temi e parole: l’Autore, in questa sede osservato nella sua veste di scrittore.
E a parlare di universi in questo settore non si sbaglia mai: il panorama attuale offre orizzonti sterminati di possibilità digitali non solo di espressione, pubblicazione e diffusione della propria opera, ma anche di raccolta di fonti, costituendo nel suo insieme un’occasione eccezionale d’ispirazione.
Gruppi, blog, forum e quant’altro – sostituendosi ai mitici, anzi mitologici Caffè Letterari – sono il nuovo agone in cui scrittori esordienti, emergenti o aspiranti tali si cimentano tra loro a suon di nomi e pronomi, confidando che – prima o poi – uno dei Maestri della scrittura si accorga di loro.
Perché – diciamolo chiaro e semplice – il confronto più importante, oggi, è quello tra Pari. La figura dell’editore non interessa più così tanto come un tempo: meglio, a volte, il conforto di un parere positivo espresso da uno scrittore già affermato (magari in rete) o una recensione entusiasta di un perfetto sconosciuto, in grado di dimostrare l’alterità – e dunque l’oggettività – del giudizio.
Nemmeno le case editrici online godono di un facile favore. Tant’è che sono molte, moltissime anzi, le piattaforme in cui gli autori cercano addirittura di fare “branco” per difendersi da una pratica già in auge anche ai tempi del cartaceo: la stampa a pagamento. Non c’è nessuna novità infatti, nel ricordare che – soprattutto in Italia – fior di poeti italiani sono stati ai “bei” tempi costretti a pubblicarsi a loro spese i propri piccoli libri densi di incantesimi letterari e formule lessicali immortali.
Oggi tuttavia gli Autori non sono così sprovveduti e soprattutto “solitari”: c’è addirittura una raccolta online in cui gli aspiranti scrittori possono trovare una fornita lista di Case Editrici NON a pagamento. 🙂
Ed ecco nascere nuove figure amicali, prima ancora che professionali. In primis i luoghi di “difesa” dell’autore, come nel caso di Writers Dream “un sito per autori fatto da autori (…) con l’obiettivo di informare, discutere e condividere senza filtri ogni aspetto del mercato editoriale.”
E poi ci sono gli allenatori super esperti, ovvero i Guru di settore che, come veri e propri coach, compilano le liste nere o bianche delle cose che si fanno e quelle che no, proprio non bisogna fare, se si decide di auto-pubblicarsi.
Il tutto corredato da manuali d’uso a volte eccezionalmente precisi e utili, altre volte meno, agli occhi di uno scrittore che non sia proprio di primo pelo.
Per non parlare delle piattaforme per pubblicazioni fai da te, che sono tantissime, per ogni gusto e tipo:
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[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] www.createspace.com
[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] ilmiolibro.kataweb.it
[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] kdp.amazon.com
[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] www.smashwords.com
[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] www.viverediscrittura.it
[/boxed_content]
Certo, in questo caso, lo scrittore dovrà essere un minimo portato per l’editing online, oppure circondarsi di aiutanti cavalieri facenti funzione, rigorosamente reperiti online: “Io ho un amico un grafico, tu conosci per caso un editor?”
Ma a parte le facili ironie, quella che si configura oggi per lo scrittore è una vera e propria avventura nell’avventura in una sorta di slalom tra nuovi acronimi, tool e articoli che accompagnano passo passo la propria opera, che dall’universo della mente si dispiega nell’universo online…
Sarà questa sorta di auto-referenzialità l’incipit per una narrazione sulle narrazioni problematica? Dipende dall’uso che se ne farà. Dalle capacità tecniche che si salderanno o meno a quelle culturali e creative. D’altra parte, questa pare la sfida prossima e presente: far dialogare tra loro chi attualmente non lo fa. A vari livelli e per vari motivi.
In questo senso gli scrittori – che dovrebbero essere una sorta di vedetta a favore di vento, così come tutti gli Umanisti – potranno giocare forse un ruolo principale. E – inutile negarlo – tutto ciò inciderà in maniera decisiva sulle forme e i valori culturali su cui la nostra società saprà e potrà plasmarsi. Con un balzo che si prospetta altrettanto epocale come è già accaduto nel passaggio dalla civiltà orale a quella della comunicazione scritta. Una sfida imperdibile. Un torneo. Una Caccia al Tesoro… In cui l’Autore è, a sua volta, soggetto e oggetto dell’Impresa.
Come andrà a finire? Anche in questo caso, chi leggerà, vedrà!
PS: rimandiamo a un prossimo articolo, conclusivo di questa breve “serie” una riflessione interessante: esiste, o esisterà, una biblioteca delle biblioteche?
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.agnesevardanega.eu
www.edicolaitaliana.it
editoria-digitale.com
www.engage.it
www.finzionimagazine.it
www.giugenna.com
www.illibraio.it
www.illibraio.it/big-data
www.illibraio.it/self-publishing-amazon
jacopoorlando.wordpress.com
www.linkedin.com
www.lucaborghi.net
nova.ilsole24ore.com
playground.blogautore.repubblica.it
www.whoisthenext.info
[/boxed_content]
Tag: Molteplicità
La complessità è difficilmente governabile, ma la molteplicità di sguardo e di azione sono tra i pochi strumenti con cui valga la pena tentare di farlo.
[dropcap3]S[/dropcap3]e è vero che siamo ciò che mangiamo, questo non vale solo per i significati simbolici e culturali che sono radicati negli alimenti di cui ci nutriamo. Più pragmaticamente, l’alimentazione influenza la salute del corpo così come della mente. È noto infatti come cibarsi correttamente influisca sulle performance dell’apparato fisiologico: muscoli, nervi, circolazione, funzionamento degli organi, e non da ultimo l’organo “principe”, il cervello.
Tuttavia attraverso le epoche storiche, anche se per ragioni diverse, il rapporto tra alimentazione e salute non è stato sempre – né d’altro canto si può dire lo sia attualmente – equilibrato e armonioso. Da un lato è stato condizionato infatti da esigenze nutrizionali variabili, così come, dall’altro, da specifiche condizioni socio-economiche, a loro volta dipendenti dalle possibilità di sfruttamento del territorio dal punto di vista dell’agricoltura e dell’allevamento.
Situazioni di estrema povertà, così come oggettive difficoltà a produrre gli alimenti necessari, causavano per la maggior parte della popolazione penuria di cibo e scarsa varietà di alimenti a disposizione, con la conseguente diffusione di malattie determinate proprio dalla carenza di principi nutritivi adeguati. Da sempre però in medicina la dieta è un elemento di cura, così come la consapevolezza – tramandata da saperi orali millenari – della salubrità di certi cibi, piante ed erbe, ben prima che l’uomo imparasse a estrarne i principi attivi della moderna farmacologia.
Dal Novecento in poi invece si è avuta un’abbondanza di cibo mai conosciuta prima nella storia dell’umanità, anche se non è mai ozioso ricordare che questo fenomeno riguarda solo una parte della popolazione mondiale, quella – diciamo genericamente – dei paesi sviluppati. Grazie a coltivazioni e allevamenti intensivi e alla produzione industriale di cibo (e ai progressi della medicina così come a numerosi altri fattori di crescita sociale), si è avuto un grande incremento demografico e la sconfitta di tante malattie. Ma ciò ha causato anche l’imporsi di una stile di vita che alla lunga ha portato – al contrario – a disagi e patologie legate a doppio filo con le abitudini alimentari, come è ormai assodato avvenga per alcuni tipi di cancro.
[bctt tweet=”La nostra alimentazione – buona o cattiva che sia – influenza la salute del corpo così come della mente. ” username=”MapsGroup”]
Ora, dopo lo “stordimento” novecentesco si impongono nuove consapevolezze e nuovi comportamenti alimentari. Si rincorrono infatti gli allarmi delle autorità e degli organismi del settore sanitario contro diete povere di frutta e verdura e contro gli eccessi alimentari, sia sul piano calorico che per il consumo di cibi che un tempo erano solo una minima parte della dieta, come le carni. Recente ad esempio l’avvertimento dell’Organizzazione mondiale della Sanità contro il consumo esagerato di carni rosse, soprattutto quelle lavorate, come gli insaccati.
Proprio alcune abitudini alimentari infatti sono fra le raccomandazioni del Codice europeo contro il cancro, insieme ad altre indicazioni inerenti lo stile di vita (come evitare il fumo, attivo e passivo, o fare regolare attività fisica). Fra queste buone abitudini, oltre appunto a quelle riguardanti le carni rosse, vi è il privilegiare la dieta cosiddetta mediterranea, a base di cereali, frutta e verdura, il non eccedere in zuccheri, grassi e alcool.
Ma, oltre alle forme tumorali, sono molte le malattie su cui una buona alimentazione svolge un’azione preventiva e di determinante sostegno alla guarigione o comunque a una corretta gestione. Si pensi ad esempio alle malattie cardiovascolari, a quelle infiammatorie, ad allergie e intolleranze. Una scienza relativamente recente in questo senso è l’immunonutrizione, che studia appunto gli effetti dei cibi sul sistema immunitario, valutandoli sulla base di combinazioni alimentari, modalità di conservazione e consumo.
[bctt tweet=”Da sempre la dieta è un elemento di cura, come la consapevolezza della sua importanza.” username=”MapsGroup”]
Nutrigenetica e nutrigenomica invece studiano come “rimediare” al destino scritto nei geni attraverso l’alimentazione giusta. Sono state individuate sette “smartmolecules” che sarebbero in grado di attivare meccanismi rigenerativi e riparatori già presenti nell’organismo, e che si trovano in venti tipi di frutta e verdura, mentre altri ingredienti, contribuendo a innescare processi di sazietà, proteggono dall’aumento ponderale e dalle malattie che ne conseguono. Questa dieta smart – come tutte le diete del resto – naturalmente va considerata a sua volta senza eccessi, nel quadro di un approccio ragionato e frutto di adeguato supporto clinico.
Perché la scelta di un regime alimentare si deve armonizzare, per essere efficace, con uno stile di vita conseguente: non si tratta di ricette prêt-à-porter, capaci di guarire, ma di scelte di lungo periodo e di vasto spettro, destinate a incidere radicalmente non solo sulla vita dei singoli, ma sull’intera organizzazione del sistema sociale.
Del resto, per concludere, movimenti come quello vegetariano e vegano – fuori da ogni considerazione di merito, medica o etica – ma anche fenomeni con effetto opposto come il culto del cibo sano che si trasforma in ossessione e quindi in malattia, sembrano proprio riflettere il bisogno ormai diffuso nella popolazione di un’alimentazione più consapevole e salutare.
[dropcap3]N[/dropcap3]ell’articolo introduttivo alla nostra rubrica sulla malattia e la cura osservate dal punto di vista dell’arbitrarietà culturale e storica – di cui questo è il secondo “appuntamento” – abbiamo anticipato come i temi della sofferenza e del dolore, e anche la coppia antitetica salute-malattia, trovino nello specchio sociale un riflesso differente rispetto alle loro percezioni ed esperienze individuali o mediche.
Approfondiamo ora questo aspetto, interessandoci all’azione incisiva delle malattie sul tessuto sociale, che si verifica quando la loro portata trascende i destini individuali per divenire fenomeno collettivo, come nel caso di epidemie e pandemie, o quando le malattie – anche non necessariamente di natura infettiva – si impongono comunque con una virulenza simbolica tale da incrinare le relazioni e modificare i costumi stessi all’interno della compagine sociale.
Se gli uomini in passato combattevano contro una mortalità e una morbilità diffuse, accadeva inoltre che periodicamente si registrassero delle fasi di violenta diffusione delle malattie, causate da condizioni igieniche e socio-economiche precarie e ovviamente dilaganti per l’assenza di strumenti farmacologici di contrasto. Si trattava di anche lunghissimi periodi di insistenza delle malattie con drastici effetti sulla popolazione e sull’organizzazione delle società e con riduzioni demografiche spaventose. Occorre registrare poi che questa pressione delle malattie sulle società antiche può essere letta anche come una sorta di tragico setaccio evolutivo che comportò un paradossale rafforzamento degli esseri umani, per la sopravvivenza dei soggetti geneticamente più predisposti a resistere, secondo un fenomeno che è stato definito come “coevoluzione”.
Se ne potrebbero citare innumerevoli esempi, dal misterioso morbo che colpì Atene nel 430 a.c., fino ai casi resi celebri da tante pagine della letteratura, come la peste nera che giunse in Europa dall’Asia, tra il 1347 e il 1350, e che è la cornice all’interno della quale Boccaccio ambientò e fece scaturire il Decameron. Quella orribile epidemia di peste costò la vita, si stima, a 50 milioni di persone collocandosi così fra le più mortali malattie infettive mai sopportate dall’umanità. E sempre la peste, quella diffusa in Europa nel XVII secolo, è la protagonista di alcune delle pagine più dolorose dei Promessi sposi di Manzoni.
Furono momenti in cui la malattia divenne paradigma stesso del male morale e della corruzione sociale, mostrando gli aspetti più odiosi delle relazioni fra gli individui, seppur ricorrenti in ogni simile circostanza, rivelandone l’abiezione e la perdita di dignità. Ad esempio nel ricercare un colpevole e colpire così l’untore, la strega, l’avversario politico o religioso (in Germania nella peste nera del XIV secolo furono gli Ebrei ad esserne accusati), e nell’incrinare i rapporti anche famigliari per paura del contagio. O ancora nelle reazioni all’orrore della malattia sia con comportamenti di fanatica spiritualità che al contrario di relativismo morale.
Spesso poi queste epidemie avevano un effetto anche più generale sui sistemi sociali, determinandone dei veri e propri riassetti per le conseguenze economiche e produttive causate da così gravi terremoti demografici, come appunto accadde per la citata peste nera.
Venendo ai giorni nostri, nel mondo occidentale, grazie al progresso della scienza medica, con la scoperta e l’utilizzo di antibiotici, penicilline, vaccini, e con il miglioramento delle condizioni igieniche, economiche e culturali, molte malattie di natura endemica ed epidemie infettive sono state scongiurate, nonostante si possano registrare casi isolati o fenomeni di diffusione locale dovuti all’esposizione della nostra società a movimenti migratori e ai rischi degli scambi commerciali o della mobilità delle persone in un mondo globalizzato.
E se lo stesso non si può dire per paesi di altre aree del mondo (si pensi ad esempio alla recente epidemia di ebola in Africa), tuttavia anche il mondo occidentale postbellico ha conosciuto e conosce la diffusione di malattie di notevole impatto sulla società e sul comportamento degli individui, come ad esempio l’AIDS.
Ma non sono sempre solo le malattie infettive – nella forma di epidemie o pandemie – a provocare cambiamenti nel comportamento sociale delle persone. Fanno altrettanto malattie determinate invece da un mix di fattori diversi, tra cui quelli genetici e ambientali, come le malattie cardiovascolari o le numerose forme di cancro, le principali cause di morte in Italia: veri e propri flagelli contemporanei le cui cause in parte si rintracciano proprio anche in quella modernità che invece per altri versi ha contribuito a sconfiggere le malattie del passato.
Pensiamo alle controindicazioni che ha comportato un’alimentazione più ricca, con lo sfruttamento intensivo delle coltivazioni e degli allevamenti e alla loro incidenza sull’insorgere di malattie, come – per fare un esempio – il cosiddetto morbo della mucca pazza, balzato agli “onori” delle cronache qualche anno fa. Malattie che suscitano nei cittadini più sensibili e nelle politiche delle istituzioni, la spinta a modificare gli stili di vita, adottando un’alimentazione più sana, rispettando gli equilibri ambientali e contrastando l’inquinamento, abbracciando come salutari le attività sportive e respingendo pratiche dannose come il fumo, bandito dai luoghi pubblici e di fatto oggetto anche di una decisa riprovazione sociale.
E qui il discorso potrebbe portarci davvero lontano, verso fenomeni differenti, ma anche strettamente connessi al concetto attuale di salute e benessere, come i movimenti vegano e vegetariano che paiono delineare nuovi scenari sociologici e in cui all’elemento etico, di notevole peso, è – ci pare – indissolubilmente intrecciato quello della difesa dalla malattia e della preservazione della propria integrità corporea.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.focus.it
www.istat.it
www.msn.com
www.nationalgeographic.it
www.treccani.it
it.wikipedia.org
[/boxed_content]
[dropcap3]L[/dropcap3]a memoria, si sa, può essere dono o condanna, a seconda dei punti di vista. E non è di certo un caso – come non lo è mai quando si parla di mito – che la madre delle muse fosse appunto Mnemosine, dea della memoria. O che, al polo opposto del paradigma storico, tante opere contemporanee – dal Fu Mattia Pascal in giù – abbiano fatto proprio dello smarrimento e della rinuncia alla memoria, individuale o collettiva, il segno della perdita di riferimenti dell’uomo contemporaneo.
Da oggi in poi, tuttavia, il problema di memorizzare o meno le conoscenze potrebbe interessare sempre di meno gli uomini e sempre di più le organizzazioni e le strutture deputate a svolgere questo lavoro specifico di raccolta ed elaborazione.
Grazie ai Big Data e alle tecnologie digitali infatti si può attingere a una miniera sterminata di dati raccolti nei luoghi virtuali più disparati, come archivi, piattaforme e database. Ma l’attività di semplice deposito non è sufficiente: servono infatti coordinate condivise per mettere in comune e rendere significanti tali dati.
Del resto – così come è fondamentale per un singolo individuo il sapersi parte delle memorie di un piccolo gruppo sociale o familiare – è proprio con la definizione di memoria collettiva, che si deve al sociologo francese Maurice Halbwachs, che si sottolinea l’importanza per le società degli uomini di riconoscersi in un patrimonio comune di saperi ed esperienze che fondi i valori e le regole dello stare insieme. E se in passato questi saperi ed esperienze erano affidati a mezzi di raccolta fragili e limitati anche nelle possibilità contenitive, con l’evolversi della tecnologia questi spazi di archiviazione sono cresciuti esponenzialmente. Fino ad arrivare all’oggi e a quel digitale che pare poter farsi carico della memoria di ognuno e di tutti.
Ma quali prospettive lascia intravedere questa possibilità di digitalizzare come patrimonio comune e condiviso un’immensa quantità di dati, dalle notizie storiche alle opere dell’ingegno umano? Il nodo centrale è proprio quello dell’elaborazione dei dati: la possibilità di pescare nei Big Data per mettere in relazione le conoscenze, fare emergere tratti rilevanti, riversare i dati nella memoria collettiva, attraverso la loro condivisione. Perché la questione non è affatto scontata, in quanto agisce nel senso del recupero e della conservazione del passato, così come nella costante digitalizzazione del presente.
Vediamo allora alcuni aspetti e ambiti di questa “raccolta” dati in quei contesti che più si prestano a essere accostati al concetto di memoria collettiva, come l’ambito del patrimonio storico, librario o più genericamente culturale e artistico. Qui la digitalizzazione offre senz’altro grandi opportunità perché rende disponibile in modo gratuito e immediato il sapere e ne permette la condivisione, in ogni parte del mondo e a chiunque, purché dotato di device e connessione, oltre a permettere avanzate tecniche di ricerca e ricostruzione.
Primo fra tutti, il patrimonio librario. Sono molte infatti le biblioteche e gli archivi che hanno progetti di digitalizzazione del patrimonio che è sottratto così ai rischi della perdita, ma anche reso più fruibile. E molte anche le piattaforme che svolgono il ruolo di biblioteche digitali (eccone un elenco tratto da Liber Liber) con iniziative come il Progetto Manuzio, appunto di Liber Liber, che – con l’ambizioso obiettivo “la cultura a disposizione di tutti” – digitalizza e rende disponibili appunto libri, testi, documenti, tesi.
E poi c’è il settore archeologico, come nel caso della città di Palmira. Anche con la collaborazione dell’Istituto per i beni archeologici e monumentali italiano (Ibam-Cnr) e grazie a raffinate tecniche come il rilievo 3D e il telerilevamento da drone, combinati con materiale fotografico e satellitare, si vuole ricostruire il volto della città per i necessari restauri dopo le distruzioni del conflitto siriano.
Praticamente tutti i settori culturali sono dunque coinvolti dalle nuove risorse dell’archiviazione digitale, che sono anche il presupposto per inedite modalità di fruizione. È il caso dei musei virtuali, come quello di Ercolano e Pompei, per fare un esempio. Ma è il caso anche del progetto di conservazione del patrimonio immateriale della Regione Lombardia dove trovano uno spazio, seppur virtuale, tutte quelle conoscenze che sono pertinenti alla cultura orale o tecnica, come lingue, riti, feste, e tradizioni. Una cultura immateriale che altrimenti andrebbe perduta, anche perché per definizione non scritta.
Ma questo tipo di operazioni non manca di criticità e pone anche problemi tecnici e legislativi, a seconda del tipo di dato che si digitalizza e come lo si condivide o se lo si rende più o meno pubblico.
Ad esempio è recente la notizia riguardante la sentenza della Corte Suprema americana che ha confermato come Google Books possa digitalizzare parte dei libri, anche oltre il diritto di copyright, accogliendo così la tesi della prevalente importanza del principio della diffusione del sapere.
Vedremo in un prossimo articolo se e come – in quali spazi e con quali strumenti – questa digitalizzazione della memoria si traduca in vera memoria collettiva.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.archeomatica.it
www.culturadigitale.it/wp/biblioteca-digitale
www.culturadigitale.it/wp/digitalizzazione
www.treccani.it
[/boxed_content]
[dropcap3]P[/dropcap3]arlare di Social, recensioni, sentiment e condivisione della conoscenza va – come si dice – di moda, e noi di 6memes lo sappiamo da tempo, tant’è che una sezione intera del nostro blog è dedicata proprio a questo topic, più che mai attuale. E certo le tante piattaforme oggi disponibili online, in perenne crescita ed evoluzione, danno modo a chiunque di cimentarsi nella condivisione dei propri interessi e curiosità attraverso più e più modi. Chi preferendo il testo, nella sua forma più lunga o breve, chi le immagini o i video, il tutto corredato da icone e iconcine.
Ma – come Linkedin per primo ha insegnato – la condivisione può riguardare non solo il tempo libero e gli interessi culturali, bensì il lavoro, sia professionale che d’impresa, la formazione, sia scolastica che universitaria o di specializzazione, e infine le attività di tipo volontaristico e sociale.
E in questa ricchezza variopinta di possibilità accade – come è ormai a tutti noto – che i Social, usati in maniera del tutto spontanea, arrivino a creare veri e propri gruppi d’interesse, capaci – come si dice – di passare dal dire al fare.
Per andare sul concreto, oggi, parleremo di alcuni gruppi di Facebook e di come, passo dopo passo, post dopo post, siano diventati luoghi di un “fare” che può essere di stimolo ed esempio per passare, come si dice, dalla “conoscenza” in termini di semplice condivisione, alla vera e propria “azione”, spesso, come vedremo, sul campo. Gli esempi potrebbero essere sterminati, e ognuno di noi di sicuro ne conosce più d’uno, ma nel nostro articolo parleremo di gruppi che hanno in comune… il bene comune.
Ovvero ambiti, nicchie e patrimoni – di valore, conoscenza ed emozioni – che grazie anche a Facebook hanno costruito realtà vere e proprie capaci di produrre frutti concreti. A partire, così sembra, da una componente femminile preponderante, a dimostrare come il Social sia spesso “Femmina”.
A volte i gruppi sfociano in un neo-nato sito comune, altre volte no e il loro mondo è circoscritto alla piattaforma di appartenenza. A volte si fondano al contrario a partire proprio da un blog o da un sito web, altre volte nascono da un semplice hastag che – come una formula magica – è in grado di radunare attorno a sé decine, anzi migliaia di persone. Dite che stiamo esagerando? Ecco alcuni esempi concreti che raccontano un’unica “storia”…
Quella di Adotta1blogger, ad esempio, che, nato in sordina nemmeno un anno fa come racconta qui la sua ideatrice, Paola Chiesa, in una notte di “strepitosa luna piena”, raduna oggi oltre mille blogger di tutta Italia, tanto da aver ricevuto in “premio” una propria rubrica sulla Stampa online. La community, formata al 70% da donne, ha aderito il 10 marzo scorso a un evento edito da un altro gruppo, “Rosa digitale”, contro il divario di genere in ambito tecnologico ed informatico, facendo così del proprio impegno a distanza concretezza di azioni e relazioni.
Un altro esempio, in un settore che in Italia “dovrebbe” essere strategico, è il gruppo (chiuso) di Facebook composto da gestori extra-alberghieri di tutta la penisola che, in uno spirito non comune di aggregazione, non solo è capace di aiutare in diretta ogni piccolo gestore sperduto nei meandri normativi italiani in materia di ricezione e turismo, ma ha realizzato una vera e propria pagina per dialogare con i propri potenziali ospiti. Grazie alla reciprocità di informazioni del gruppo e la loro presenza capillare in tutta Italia, i visitatori potranno trovare DIRETTAMENTE strutture in grado di intercettare le loro necessità in materia di servizi e interessi turistici, guardando su una mappa comune di Google la loro localizzazione.
Un altro gruppo che nasce e vive solo su Facebook, e che si dedica al salvataggio di animali in difficoltà, è quello pubblico di “Mamme e papà a distanza”, che si occupa di cani sottratti all’abbandono e alla reclusione: una serie di persone che – a distanza e tramite il gruppo – sostengono associazioni e volontari di tutta Italia aiutando concretamente gli animali in una sorta di adozione collettiva. E questo è solo UNO dei tantissimi gruppi che si occupano ogni giorno degli animali abbandonati, ma gli esempi potrebbero essere molti altri.
Writer Deam, infine, è il gruppo che, con tanto di sito, è “dedicato agli scrittori emergenti” e si occupa “di dare informazioni su case editrici, agenzie letterarie”, aiutando “chi cerca di pubblicare un libro o semplicemente chi ama scrivere.” Il tutto accompagnando, anche in questo caso, le sfide quotidiane che ciascuno scrittore emergente si trova a combattere ogni giorno.
E gli esempi, così procedendo, potrebbero essere infiniti… Perché le vie dei Social conducono spesso al medesimo luogo: dal dire al fare della condivisione. Un bel soffio d’aria fresca nella realtà un po’ opprimente della realtà così detta “vera”.
[dropcap3]L[/dropcap3]e città d’Arte e i Musei – creature a loro modo antropomorfe, imponenti e millenarie, ma soprattutto monumentali – sono luogo cruciale e strategico di innumerevoli movimenti, pur mantenendo legittimamente lo status d’immobilità. Le loro identità sono infatti incessantemente visitate e modificate, potremmo dire “lavorate”, da un fattore sociale e culturale per eccellenza: il viaggio.
Grazie infatti ai milioni di visitatori che ogni anno vi si riversano, queste stesse città e Musei, così come i capolavori che vi sono custoditi, sono sottoposti a mutamenti continui e incessanti.
Non solo. Grazie al mobile e ai social, che – più o meno integrati tra di loro – fotografano, illustrano, diffondono e soprattutto citano altrettante esperienze, turistiche o culturali che siano, le città d’arte e i musei sono l’oggetto di innumerevoli conversazioni che ne diffondono ogni giorno la notorietà attraverso citazioni, fotografie e condivisioni, conversazioni avviate magari dai loro stessi stessi Uffici Stampa.
Il tutto a fare di questi luoghi culturali vere e proprie icone che, ben lontane dall’essere statiche, si muovono, evolvono e infine “viaggiano”, sia nel tempo che nello spazio.
In nome di questa duplice caratterizzazione – “mobilità immobile”, potremmo chiamarla 😉 – e grazie all’uso di Webdistilled, strumento semantico di Maps Group capace di “distillare” le conversazioni online, abbiamo deciso dal mese di agosto 2015 alla fine di Marzo 2016 di monitorare* il Bel Paese, dal nord al sud, con un focus particolare: i venti Musei i cui direttori sono stati nominati dal Ministro Franceschini nell’estate scorsa. Lo stesso Ministro che ha siglato un accordo con una Startup italiana per fornire ai principali musei italiani e al Ministero stesso un apposito strumento per misurare la reputazione online dei musei interessati (è curioso a tal proposito rilevare che il tema della riforma apportata dal Ministro ha continuato ad essere presente nelle varie conversazioni rilevate).
Come illustrato nel nostro precedente articolo “Cultura e innovazione in Italia: eppur si muovono!”, abbiamo così spiato i commenti online su questi veri e propri templi della cultura, inseguendone i passi virtuali e le mention.
Per scoprire che – anche nella fase subito successiva alle nomine – un po’ di “movimenti” si sono in effetti visti, con alcuni sbalzi di posizione, seppure temporanei. I cambiamenti in corso d’opera si sono poi stabilizzati, per arrivare a uno stato dell’arte, negli ultimi cinque mesi, come di seguito rappresentato:

Cosa è accaduto nel frattempo? Intanto possiamo vedere che il museo TOP delle conversazioni online è senza dubbio la Galleria degli Uffizi, che, già in pole position prima della nomina con il 24% delle conversazioni, si attesta negli ultimi cinque mesi di monitoraggio a un eccezionale 33%, con un + 9% di conversazioni, dato di tutto rispetto.
Un altro cambiamento che colpisce è quello della Reggia di Caserta che, se prima del cambio di Direttore si attestava al 14% delle conversazioni, registra oggi un balzo considerevole nella propria capacità di far parlare di sé con un eccellente 23%, grazie anche al picco di conversazioni dovuto alle polemiche suscitate in rete per un ipotetico eccesso di lavoro del suddetto Direttore.

E se Galleria Borghese sale di un posto, portandosi al terzo anziché al quarto, una performance di tutto rispetto la realizzano il Parco Archeologico di Paestum e il Museo Archeologico di Napoli, che rispettivamente dalla decima e ottava posizione salgono alla quarta e alla quinta, mentre il Polo di Torino scende dal terzo all’ottavo posto.
Per finire vi proponiamo un ultimo grafico, che mette in evidenza i sistemi di comunicazione online privilegiati dai vari Musei e dai loro estimatori nel chiacchiericcio multimediale che li riguarda.
I più social, come ben visibile, sono le due Accademie, quella di Firenze e di Venezia, seguite a filo dal Museo Archeologico di Napoli, da Galleria Borghese e dalla Galleria degli Uffizi, mentre il Museo di Reggio Calabria va matto per la comunicazione mainstream. Il meno social di tutti è invece il Museo Archeologico di Taranto. Interessante, infine, il dato che riguarda i Blog, soprattutto per il Museo Nazionale di Reggio Calabria.
Vi lasciamo quindi con questo saliscendi di dati in attesa del prossimo report, per vedere se, alla lunga, qualcuno dei nostri “atleti culturali” ci soprenderà di nuovo con le sue chiacchiere in movimento!
E infine ci raccomandiamo: perchè non usare il nostro articolo come spunto per andare a visitarne uno, di questi Musei, magari il più vicino a voi?

*Caratteristiche del monitoraggio
Monitoraggio: i 20 musei i cui direttori sono stati nominati dal ministro Franceschini lo scorso agosto.
Periodo: dal 26/06/2015 fino al 30/03/2016
Lingua: lingua italiana.
Fonti: Weblog, Q&A, Social Network, Forum e Review.
Temi analizzati: offerta turistica.
Prodotti individuati (in breve): archeologia, archivi e biblioteche, chiese e santuari, musei e teatri, palazzi storici, concerti, fiere, sagre.
Strutture ricettive: tipo di struttura utilizzata per il pernottamento.
Argomenti (in breve): ambiente e territorio, dati (relativi alle presenze nel museo, orari, info, gestione del personale), enogastronomia, eventi, istruzione, innovazione, storia e arte.
[dropcap3]”S[/dropcap3]cripta manent”, si dice citando il proverbiale motto quando si vuole sottintendere le proprietà di permanenza della parola scritta. Sottovalutando forse il potere del testo nella sua forma più volatile, ovvero quella orale, che si imprime tuttavia anch’essa nella memoria, a volte al di là della consapevolezza del lettore che, nelle parole udite, o magari solo evocate in assenza, sigilla per sempre nel proprio animo un pensiero, una domanda, un’intuizione.
Lo si riconosce più spesso nelle canzoni, nei famosi tormentoni che grazie alla musica arrivano diritti al cuore e al cervello del pubblico con maggior facilità, questo potere di suggestione, quasi di fissazione.
Ma nemmeno il testo “letto” – quello declamato davanti a tutti, in un teatro, così come quello pronunciato in silenzio tra sé e sé quando si è immersi in un libro coinvolgente – si sottrae alla capacità del Verbo di penetrare nella profondità dell’anima e centrare diretto il bersaglio.
Perché alla fine ciascun testo si riconduce sempre a una voce, anche se è soltanto la propria, che ne decifra i codici e li imprime nei propri pensieri facendoli sedimentare là, dove l’eco della conoscenza si inabissa e deposita i propri semi.
Accade così anche ora, come sempre è accaduto, che il legame tra chi scrive e chi legge si muove in quel flusso di narrazioni che sono prima tradotte in segno, poi celebrate in suono e infine impresse nella memoria del Lettore, ovvero colui che fin dall’inizio era il destinatario dell’Autore. Così come Eco e i grandi semiologi dell’Umanità ci hanno ormai da secoli illustrato.
A partire da questa consapevolezza, noi di 6memes, senza voler disturbare i massimi sistemi della linguistica, ma avanzando invece come “barbari” – come Baricco insegna – vogliamo approfondire in questo articolo una specifica contingenza: se il rapporto tra Autore e Lettore non è mai stato così stretto come oggi – quasi a riprodurre gli antichi splendori dell’oralità, fatta di piazze, palcoscenici e folle di pubblico declamante – questo è in sé un bene o un male?
Riprendendo così il filo del nostro primo articolo sul tema, ci tuffiamo in un focus specifico, quello del lettore come luogo terminale – forse non poi così tanto – di una filiera di produzione della parola scritta che, immaginata e impressa per orecchie altrui, approda sul libro, pardon, sul kindle, del lettore contemporaneo.
E già qui quello che solleviamo è un tappeto, con sotto tanta, ma tanta polvere. Perché questo legame ormai diretto, all’apparenza senza più filtri né intermediazioni, pone una spina nel fianco dell’editoria, del giornalismo e fin nell’intellighenzia nostrana. Come se aprire il recinto delle narrazioni infrangesse un vero e proprio tabù, quello del tempio della cultura come luogo privilegiato, quasi di confino elitario, del sapere, in cui occorre entrare in punta di piedi, chiedere il permesso e magari coprirsi il capo in segno di timore reverenziale o comunque di sottomissione.
Oggi, finiti i tempi in cui lo scrittore doveva pagare per forza pegno a editori, critici ed editor più o meno illuminati, grazie alla tecnologia, all’innovazione e soprattutto alla grande domanda di possibilità espressiva e al bisogno di conoscenza condivisa, si apre allo scrittore un mondo – letteralmente – di lettori possibili che, affatto passivi, irromperanno nella filiera di produzione del testo scritto diventandone una parte complementare affidando ad esso, la propria “voce”.
Un male? Un bene? Dipende dai punti di vista.
Per quello degli editori e dei distributori certo può essere un problema – di business prima ancora che di presunto controllo della qualità letteraria dell’opera distribuita. Eppure, come questo articolo illustra, basta una scintilla di intraprendenza e di desiderio di stare al passo coi tempi per riconvertire i processi di mediazione editoriale attraverso gli strumenti online, aprendo ad esempio vere e proprie edicole online.
Questo, probabilmente senza nulla togliere alla qualità delle opere distribuite, anzi. Come dimenticare infatti che i cosiddetti lettori autorevoli (critici e letterati in primis) non sono sempre stati all’altezza del loro ruolo? Testimoni ne sono le fila di veri e propri geni letterari rifiutati e rifiutati da editor e case editrici che si sono fatte nei decenni precedenti sterminate, mietendo vittime anche tra grandissimi scrittori scoperti poi per caso o per necessità. Uno per tutti, capace di appassionare platee sterminate di lettori prima e spettatori poi: Camilleri, il cui lungo elenco di rifiuti delle sue opere da parte delle case editrici è davvero emblematico.
Ma anche rispetto al punto di vista degli Autori, l’interpretazione del fenomeno può non essere così semplice. Privo dell’imprimatur di qualche mentore ufficiale – magari dietro cui nascondersi e, nel caso, difendersi – lo scrittore può anche delinearsi come un Davide solitario contro un Golia fatto da una platea potenzialmente mondiale di lettori. Lettori che oltretutto, grazie alla possibilità di inviare feedback quasi in tempo reale e di pubblicare recensioni anche spietate, faranno sentire in maniera significativa la propria voce e la propria opinione, e far dormire sonni non proprio profondi agli autori, che andranno a contare le “stelline” ricevute come vere e proprie sentenze (di vita o di morte letteraria). Stelline capaci, ad esempio, di influenzare le scelte successive sia del lettore stesso che di chi ne andrà a leggere i commenti, oltre che degli algoritmi di selezione e predizione delle scelte del consumatore.
In questo caso, poi, la casistica solleva non pochi dubbi sull’efficacia o meno della tecnologia profilante cui sono sottoposte le scelte dei lettori.
Per ora dunque, almeno all’apparenza e in questo intervallo di tempo, è il punto di vista del Lettore a sembrare il più premiato, anche se segnali di inquietudine si muovono all’orizzonte, là dove i colossi della distribuzione, ancora meno empatici delle case editrici e niente affatto sentimentali, si attrezzano ogni giorno di più per profilarne – e soprattutto influenzarne – i comportamenti e gli stili di vita, come riportato in questo articolo.
È tuttavia innegabile che mai come oggi il lettore può muoversi in un orizzonte sterminato di possibilità di lettura, online, offline e ibride, come ad esempio l’acquisto di libri cartacei da una qualsiasi piattaforma di distribuzione web.
Come in un regno di destini incrociati, Autore e Lettore si ritrovano così oggi all’ombra del digitale, là dove possono parlarsi direttamente, rispondere a reciproche domande, darsi reciproci suggerimenti, fare insomma due chiacchiere, grazie alla coincidenza sempre a distanza tra colui che scrive e colui che legge. Tra colui che attende e colui che arriva, che desidera ed esaudisce. Perché alla fine, diciamocelo chiaro: non c’è analogico né digitale che tenga, di fronte al potere dell’incontro!
Buona lettura, dunque. Oggi più che mai.
[dropcap3]L[/dropcap3]a metafora del viaggio è ricorrente proprio perché intrinseca alla nostra natura primordiale di ex-nomadi alla ricerca di condizioni favorevoli in cui vivere. E tuttavia anche oggi, anche se abbiamo ormai colonizzato l’intero pianeta, non per questo viaggiamo di meno.
Solo che lo facciamo anche in altri modi, oltre che fisicamente: su assi temporali che convergono, ad esempio, e, a volte, anche in più posti contemporaneamente, rasentando l’ubiquità. Come? Attraverso le recenti tecnologie sia mobile che social che, affiancate alle pratiche del viaggio tradizionale, si arricchiscono vicendevolmente di nuove possibilità ed esperienze “itineranti”.
Ma quali sono allora i temi culturali e turistici più frequentati dalle conversazioni in rete, in special modo sulle piattaforme di Facebook e Twitter? Per scoprirlo abbiamo deciso di dare il via a un piccolo esperimento, attivando – grazie al nostro tool Webdistilled – un monitoraggio che rende conto di quali sono i topic più frequentati, facendo una sorta di “gara” tra Regioni e luoghi culturali di destinazione, che abbiamo suddiviso secondo varie tipologie.
L’intervallo temporale che abbiamo analizzato è quello dei primi due mesi dell’anno, un periodo di bassa stagione, dunque, i cui risultati non mancheremo di confrontare più avanti nel tempo, con quelli che raccoglieremo e analizzeremo al termine dell’estate, per vedere come incideranno le vacanze sulle conversazioni turistiche degli italiani.
Per ora accontentiamoci dei primi mesi dell’anno e vediamo qualche “meta” in forma di numero, o meglio, di grafico.

Nell’istogramma sopra illustrato possiamo già trarre alcune conclusioni di tipo quantitativo. Intanto che le cinque regioni “Regine” d’Italia per citazioni sono nell’ordine, come immaginabile, il Lazio, la Lombardia, la Toscana, l’Emilia Romagna e il Veneto.
Possiamo ben vedere inoltre che, tra i due social analizzati, quando si parla di mete e destinazioni turistiche è Twitter a farla da padrone, e alla grande, con la maggior parte delle clip raccolte.
Meno prevedibile è invece la classifica dei temi culturali maggiormente “frequentati” in rete, in ordine di gradimento.
Ai primi posti troviamo le Piazze, con i Musei e i Teatri, dimostrando una volta ancora l‘appeal delle Città d’Arte, seguite a ruota dalle Fiere e dalle Sagre, come a sottolineare che gli italiani sono sempre i soliti;-). Al quarto, onorevole posto, troviamo le Torri e i Castelli che, nella cattolica Italia, battono seppur di poco le Chiese e i Santuari. Capita poi che – attenzione attenzione – il numero di post e di tweet sul tema Archivi e le Biblioteche sia maggiore di quelli sulla Musica e i Concerti. E questo è sorprendente.
Incuriositi da questi dati abbiamo provato a confrontare tra loro le prime due regioni in classifica, il Lazio e la Lombardia, con l’Emilia Romagna (per puro spirito campanilistico, scrivendo noi dalla città di Parma) per vedere di nascosto l’effetto che fa.
I risultati fanno sorridere, per quanto prevedibilmente sorprendenti. Se infatti la Lombardia si allinea nella propria classifica conversazionale quasi perfettamente al resto della media italiana, l’Emilia Romagna ha, al primo posto, i post e i tweet riguardanti Fiere e Sagre (e ti pareva!).


Il tutto mentre il Lazio – galeotta fu Roma capitale – risulta la prima della classe in tema culturale, mettendo al primo posto sì le Piazze, ma mostrando un picco sorprendente di conversazioni sul tema Archivi e Biblioteche. Chi l’avrebbe mai detto?
Ah, un’ultima curiosità. Spulciando tra i vari post e tweet una cosa ci ha colpito: la classica foto con la torre di Pisa sorretta dal modello di turno è uno dei topic più divertenti e frequentati. L’Italia che si fa i selfie, insomma è proprio così come sembra: ghiotta, colta e un po’ svagata.

CARATTERISTICHE DEL MONITORAGGIO
Monitoraggio riguardante: le principali città d’arte nelle regioni italiane.
Periodo: dal 26/06/2015 fino ad oggi.
Lingua: italiana.
Fonti: Weblog, Q&A, Social Network, Forum e Review.
Numero clip: le clips considerate sono state oltre 104.383.
TEMI ANALIZZATI
Offerta turistica: sono state individuate le tipologie di prodotto turistico individuate nei settori:
– Archeologia.
– Archivi e Biblioteche.
– Chiese e Santuari.
– Musei e Teatri.
– Palazzi storici.
– Torri e Castelli.
– Concerti.
– Fiere e Sagre.
Gli argomenti di conversazione sono stati classificati in:
– Ambiente e territorio.
– Enogastronomia.
– Eventi.
– Servizi al turista.
– Storia e arte.
[dropcap3]C[/dropcap3]he la Cultura – quella con la “c” maiuscola, ma non necessariamente solo quella – si possa trasformare sotto mani e “cervelli” sapienti in un’impareggiabile risorsa economica è risaputo.
A maggior ragione in un paese come l’Italia, che annovera una densità di valore culturale equiparabile a un vero e proprio giacimento di beni ancora non valorizzato a sufficienza, soprattutto dal punto di vista economico.
Iniziamo dunque a sgomberare il campo dalle possibili obiezioni e dire che sì, quello riversato nella Cultura è spesso un investimento ben riuscito anche in termini economici. Pensiamo ad esempio alla creazione di un’opera d’arte, di un monumento o di una pinacoteca…
Quale altro settore d’investimento – messo in campo centinaia, quando non migliaia, di anni prima – è capace di attualizzare un ritorno economico altrettanto durevole, continuativo e ricco di indotto, senza tra l’altro gli effetti collaterali, anche gravi, tipici delle attività speculative o intensive?
Ed è proprio nel rapporto tra l’opera d’arte e il suo possibile pubblico che si gioca la partita. Sono infatti molte le esperienze, a volte anche italiane, che dimostrano come il legame tra Cultura e Business possa farsi stretto e proficuo, in una reciproca valorizzazione.
Soprattutto quando si fanno dialogare in maniera continua, organizzata e strutturata il patrimonio culturale e i “numeri” propri delle tecnologie più attuali e dirompenti: Big Data e IoT.
Tutto ciò premesso, entriamo nel vivo di quello che possiamo definire come un vero e proprio percorso di valorizzazione di un bene culturale – e dunque della sua messa a frutto – che si snoda attraverso tre fasi ideali e imprescindibili per un’offerta culturale di qualità.
Fasi che, declinate con le odierne tecnologie, concorrono in maniera sostanziale a decretarne o meno il successo, altraverso la:
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– PROGETTAZIONE
La sua finalità consiste nella messa a punto di una strategia idonea ad attirare un pubblico pertinente, a partire da un’adeguata analisi di mercato. Ha dunque una componente che possiamo chiamare predittiva, in virtù del valore anticipatorio dei dati raccolti: la loro elaborazione in informazioni strutturate permette – oggi – di conoscere le esigenze e i comportamenti dell’utenza, di focalizzare gli ostacoli del contesto e quindi di ottimizzare i servizi.
– ESPERIENZA E CONDIVISIONE
La fruizione dell’esperienza culturale ha al centro l’utente, che vive le opere d’arte, non solo in modo sempre più “ipertestuale” attraverso le nuove tecnologie e i nuovi dispositvi, ma anche può immergervisi dal suo punto di vista. Ora infatti esperienza e condivisione sono un tutt’uno e se in passato l’esperienza poteva solo in parte riverberarsi in promozione, ora potenzialmente questa immersione nei Social Media e nella Rete può trasformare gli utenti in community, e l’esperienza dei singoli in un valore aggiunto impareggiabile per la notorietà di un istituto culturale.
– MISURAZIONE
Ai tradizionali sistemi di valutazione della riuscita di un progetto culturale, come ad esempio i dati di affluenza, le recensioni effettuate, il livello di fidelizzazione verso l’ente organizzatore dell’evento, oggi si affiancano nuove metriche rese possibili dall’analisi dei dati sia di fruizione che di condivisione che passano per la Rete e i Social Media. E dalla misurazione arrivano nuovi dati che – in un circolo virtuoso – vanno a plasmare sia la progettazione che l’esperienza.
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Andiamo ora ad alcuni esempi concreti, a partire dagli aspetti progettuali. Già nel 2014 il MIBAC istituì in proposito il Laboratorio del Turismo Digitale con il compito di fissare un piano dello sviluppo digitale del settore, di cui fu coordinatore Euro Beinat, Professore di Geoinformatics e Data Science all’Università di Salisburgo. Il lavoro di studiosi come Beinat – come si può leggere in questo articolo – riguarda proprio lo studio dei Big Data dei social media e del traffico di carte di credito e conversazioni telefoniche ad esempio, per capire esigenze, comportamenti (anche economici) e percorso dei turisti, nonché concentrazioni dei flussi nelle varie zone, dati da cui partire per strutturare un’offerta adeguata.
Veniamo ora all’esperienza e alla condivisione. Dispositivi collegati alla Rete, realtà virtuale e aumentata, tecnologia 3D, wearables possono estendere la fruizione di una visita museale, come è il caso – per fare un solo esempio italiano – degli ArtGlass adottati dal Museo Civico di San Gemignano che permettono una visita tridimensionale e ricca di particolari di tre cicli di affreschi medievali.
Ma la fruizione può essere anche solo virtuale, come per il progetto Google World Wonders che permette a ciascuno di conoscere posti lontani, preparandosi magari a un viaggio “vero”. E anche la distanza nel tempo non è più un ostacolo e immensi patrimoni archivistici potrebbero essere resi fruibili a tutti, sull’esempio del “Facebook” della Venezia del Cinquecento ricostruita attraverso i Big Data ricavati dalla digitalizzazione evoluta dei documenti dell’Archivio di Stato.
Se l’esperienza è condivisione, come abbiamo detto dalla condivisione arriva engagement, notorietà e promozione per gli istituti culturali capaci di servirsi della Rete e dei Social Media in maniera efficace e insieme costruttiva. La Tate Gallery ad esempio, con il progetto 1840s-GIF-Party ha invitato gli utenti di Tumblr a creare gif animate con le opere più celebri, creando così partecipazione e avvicinando il pubblico alla fruizione dell’arte, seppur qualche dubbio sull’effettiva creazione di valore dell’operazione possa essere sollevato, come si legge in questo articolo.
Arriviamo infine alla misurazione, sia in termini di quantità di dati di engagement che di qualità del sentiment sviluppato dagli utenti nei confronti di un determinato progetto o settore culturale. Museum Analytics, ad esempio, è una piattaforma online che raccoglie i dati dei contenuti più performanti sui Social di 3000 musei.
E anche qui in Italia si fa sentire l’esigenza di valutare le performance dei Musei messa in campo da parte del Ministero analizzando il sentiment sui social, argomento che abbiamo già affrontato in questo nostro articolo su 6memes.
I dati dei Musei possono poi divenire open e costituire un patrimonio condiviso: la Fondazione Torino Musei ad esempio, prima in Italia, “rende accessibili e utilizzabili: l’elenco delle opere con le immagini, le informazioni su restauri, i prestiti, l’affluenza del pubblico e le metriche web e social” con l’obiettivo dichiarato di realizzare “trasparenza e creazione di valore”.
Possiamo ora concludere questo viaggio immaginario nella realizzazione di un “ideale” progetto culturale – in grado di generare a sua volta valore – sottolineando che, dei tre punti sopra descritti, la misurazione è probabilmente il più “sensibile”.
Se infatti è indubitabile che la riuscita di un servizio culturale sia misurabile anche coi numeri (l’affluenza di visitatori in un museo, gli incassi di un film prodotto con fondi pubblici, il consenso dei Social Media per un’iniziativa), certo non va dimenticato che vi sono successi ben più impalpabili e valori in sé incommensurabili. Quanto vale ad esempio la partecipazione di una scolaresca alla rappresentazione di un’opera lirica? Quanto la possibilità di una comunità di accedere a una biblioteca pubblica? Quanto l’opportunità per ogni cittadino di avere accesso alla Rete e al patrimonio di informazioni e saperi che custodisce?
A ciascuno di noi la risposta, magari dopo la visita al più vicino Museo. Ricordando che amministrare un patrimonio culturale significa sempre e comunque proteggere e investire, custodire e innovare.

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Nato dalla rubrica “Pillole di Open Data”, a cura di Paola Chiesa e pubblicata sul nostro blog tra novembre 2015 e febbraio 2016, l’eBook in allegato – scaricabile in modalità free – affronta il tema degli Open Data in un percorso che si snoda tra trasparenza amministrativa e social media, misurazione di valore pubblico e governance del territorio, disruptive innovation e produzione di dati aperti. Il tutto attraverso uno sguardo che tratta gli Open Data non come un mero adempimento normativo, ma piuttosto come l’occasione, grazie anche all’impianto giuridico, di contribuire in maniera concreta e condivisa allo sviluppo di un territorio o di una società.
[highlight]Indice dei contenuti:[/highlight]
01. Premessa
02. Trasparenza e partecipazione
03. Social media e Pubblica Amministrazione
04. Open Data e Data driven decision
05. Valore pubblico e partecipazione
06. Disruptive innovation
07. Conclusioni
08. Sitografia
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