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Big Data & C. Chi trova un dato trova un tesoro

Recensioni e dintorni: ma è tutto oro il Big Data che luccica?

[dropcap3]L[/dropcap3]e recensioni, si sa, hanno origini “nobili”. Un tempo severamente limitate ai veri – inarrivabili e temibili – esperti del settore, erano in grado con poche parole di stroncare un’opera, un’attività o una carriera sul nascere. Esempi ne erano l’editoria e la ristorazione, ma anche la moda, l’arte o i vini…
In una battaglia a colpi di connotazioni positive, negative o, peggio ancora, neutre, ai poveri “produttori” d’opere, beni o servizi – a volte, o forse spesso dei veri e propri artisti – non restava che attendere con ansia le recensioni, di frequente impietose, dei cosiddetti “maestri” del settore, spesso capricciosi, benché sapienti. Ricordate “Il diavolo veste Prada”?
Tutto ciò ben sapendo che, in caso di una critica o una recensione negativa, nessun oggetto-soggetto di recensione avrebbe avuto alternative se non il chinare il capo in segno di umiltà e reverenza.
Da tempo, tuttavia – per lo meno in ampissime aree di business e informazione – non è più così, anche se tale pratica d’impronta a tratti “feudale” si mantiene ancora viva nei così detti salotti buoni.
Oggi, quasi per una sorta di contrappasso, le regole delle recensioni si sono ribaltate, e il rapporto è uno a uno, addirittura, il che porta con sé un vagone di conseguenze, anch’esse positive o negative.
Ad esempio il fatto che attribuire il giusto valore a un commento o a una critica non è più così tanto semplice. In mancanza della marcatura di autorevolezza, infatti, come capire se una recensione è stata fatta da una persona competente o magari solo indispettita da qualche particolare personalmente sgradito?
[bctt tweet=”Big data e recensioni: questione di numeri, stelle e stellette…” username=”MapsGroup”]
A dirimere la questione ci pensano i Big Data, innanzitutto facendone una questione di … numeri, oltre che di stellette.
Come? Lo spiega questo articolo.
Ad esempio: “Grazie allo smartphone e alla connessione mobile, la nostra presenza sui social media è perfettamente parallela alle nostre attività quotidiane. In altre parole, le piattaforme sociali accumulano una notevole quantità di conoscenze degli utenti riguardanti il loro comportamento (…) tanto che (…) ci sono sempre più applicazioni che analizzano tutti questi dati per proporre nuove funzionalità, in particolare nel settore delle attività e recensioni turistiche.”
Eppure, come riportato qui, non è tutto oro – è il caso di dirlo – quello che luccica: “Ma davvero i social media big data sanno essere più esaustivi e obiettivi dell’opinione degli utenti? A un viaggiatore o a un forestiero cosa davvero interessa sapere: qual è il locale più di moda o quello dove si mangia bene, magari piccolo intimo e alla buona?”
Il dubbio è legittimo. Ma lo era anche quello sul parere dei cosiddetti esperti di un tempo, che più di una volta – al pari degli editori – hanno preso sonori abbagli in fatto di capacità di giudizio.

Un settore invece in cui le recensioni sono sicuramente molto utili – lato utente, ma non solo – è quello del turismo. Tant’è che i titolari delle strutture ricettive si danno (giustamente) un gran daffare per ottenerne di buone. Qui un articolo molto esaustivo su come, dove e perché farne e ottenerne, in cui si parla anche di Brand reputation e di recensioni “false”.
Il tema è quindi, come ben si vede – tuttora – aperto. Ai dati futuri, dunque, l’ardua sentenza: recensire sì o recensire no?

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Medicina & Narrazione Sharing Knowledge

Un’Arca di Noè a rovescio: uomo, animali e zoonosi.

[dropcap3]I[/dropcap3]nizia un altro capitolo del nostro viaggio narrativo nella storia della medicina e delle malattie, a varie latitudini e longitudini storico-culturali. Abbiamo già affrontato il tema dell’impatto della malattia sulla società parlando soprattutto di epidemie e pandemie. Ci riallacciamo ora a quell’argomento, approfondendone un aspetto specifico.
Partiamo, come sempre facciamo, dal significato dei termini pertinenti. Spillover è un termine inglese che letteralmente significa “traboccamento”. Tra le accezioni, è usato anche in ambito “sanitario” per indicare il salto di un agente patogeno da un animale all’uomo. Si tratta dunque di un momento puntuale nell’evoluzione della malattia che, faticosamente e al prezzo di lunghe ricerche, talvolta gli scienziati riescono a ipotizzare con una certa precisione. 
“Spillover” è anche il titolo di un fortunato libro (che qui usiamo come principale fonte) scritto dal giornalista americano David Quammen e pubblicato in Italia da Adelphi.
In questo corposo volume il giornalista compie un intrigante – e per certi versi spaventoso – viaggio attraverso quei particolari tipi di malattia che possono essere incasellati fra le zoonosi, ovvero morbi di origine animale che, per varie ragioni e con complesse modalità, dall’animale passano all’uomo, e dall’uomo ad altri uomini, spesso anche attraverso passaggi animali intermedi. 
Il “fascino” dell’articolata ricerca di Quammen sta nel suo delinearla come una sorta di avventuroso romanzo, dai contorni quasi di giallo o spy story, mentre segue le vicende umane delle comunità esposte ai morbi, le sconfitte e le vittorie nella ricerca degli studiosi che a vario titolo si sono occupati di malattie come Ebola, Sars, AIDS.
Abbiamo citato casi eclatanti, tutte malattie che hanno avuto diffusione epidemica e pandemica. Questo perché è un dato di fatto che molte epidemie e pandemie sono causate (nel passato e oggi) da malattie infettive di origine zoonotica.
La peste bubbonica che ha scatenato cicliche epidemie da milioni di morti, ad esempio, non è stata compresa nei suoi meccanismi di diffusione fino ad epoca relativamente recente. Solo a partire dal XIX secolo infatti se ne è cominciato a scoprire l’iter, dai ratti all’uomo, attraverso le pulci. Anche l’AIDS rientra nel novero di queste malattie. Lo spillover dell’AIDS pare infatti essere stato individuato nel passaggio da uno scimpanzé all’uomo, addirittura nel lontano 1908 nel Camerun sudorientale, da cui poi avrebbe impiegato diverse decine di anni e compiuto tortuosi percorsi per manifestarsi con tutta la sua virulenza – quando se ne sono presentate le condizioni – negli Stati Uniti degli anni ’80 del secolo scorso.
I come, quando e perché avviene uno spillover – e le ragioni di un’espansione epidemica di una determinata zoonosi – non sono certo facili da rintracciare, ma sembrano risiedere negli articolati rapporti tra l’uomo e la natura. Hanno a che fare dunque anche con aspetti ecologici ed evoluzionistici.
Non è un caso che queste malattie sembrano destinate a proporsi nella nostra epoca in un modo sempre più violento, a dispetto delle nostre conoscenze scientifiche e mediche, e delle migliorate condizioni di vita in tanta parte del globo. In questo articolo da nature.com si legge come le zoonosi, sebbene siano il 15% della totalità degli agenti patogeni umani, costituiscano il 65% di quelli scoperti dagli anni ’80 del Novecento. Al punto che la comunità scientifica si attende un Big One proprio come si fa con i terremoti: la prossima imprevedibile e temuta manifestazione di un’emergenza pandemica.
I fattori di pericolosità e rischio in campo sono molti, tra cui il fatto che si tratta spesso di malattie di origine virale (contro cui nulla possono farmaci come antibiotici e penicilline) e imprevedibili, perché capaci di rimanere silenti in un ospite animale a lungo per poi manifestarsi secondo percorsi ogni volta differenti, quando appunto i “tempi” sono maturi.
Insomma lo sfruttamento di territori naturali come le foreste, il nostro modo di trattare e commerciare animali selvatici, le nostre abitudini alimentari e i conseguenti allevamenti intensivi di animali, la densità di popolazione, hanno un ruolo determinante nell’insorgere di queste malattie. Alla loro diffusione contribuisce poi la dimensione globale dei commerci e dei traffici, lo spostamento delle persone, perfino il cambiamento climatico con il distribuirsi in aree geografiche inconsuete di talune specie, come le zanzare tropicali.
Come in passato – quando furono studiate le modalità di diffusione delle malattie con modelli matematici – così oggi la risposta pare sia da affidare al rigore e alla perseveranza della ricerca, cui sono preposti molti organismi ed enti globali e nazionali in materia di sanità pubblica. È un lavoro lungo, fatto di inciampi e mille tessere da combinare, quello di questi studiosi: lo scopo è cercare di prevedere almeno in parte i fenomeni o comunque farsi trovare preparati, dotati degli strumenti giusti per affrontarli e gestirli. Ad esempio, come nel caso di questa mappatura dei vari tipi di specie animali ospite, in rapporto alla popolazione umana, che potrebbe aiutare a evidenziare i luoghi a rischio di sviluppo di una zoonosi.
Anche la tecnologia può svolgere un suo ruolo fondamentale. Non solo dati dunque, ma Big Data. Nell’emergenza in corso del virus Zika ad esempio, Google, oltre a un più ovvio supporto informativo, ha messo a disposizione i suoi algoritmi per “combinare” dati utili a individuare l’evoluzione del fenomeno, come già fatto con successo in passato con altre emergenze sanitarie negli Stati Uniti.
Ma è soprattutto ricordandoci che la Natura opera attraverso le sue leggi, che possiamo solo sperare di comprendere, ma non di cambiare o governare a nostro vantaggio, che forse impareremo a evitare o minimizzare tali fatale emergenze, evitando un’Arca di Noè a rovescio.

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Big Data & C. Data Driven

Turismo e Sentiment online: Pizza e mandolino in Real Time!

[dropcap3]S[/dropcap3]embra una frase fatta, quella del nostro titolo, ma è proprio così. D’altra parte, come cantava il rimpianto Pino Daniele, Fatte ‘na pizza c’a pummarola ‘ncoppa, vedrai che il mondo poi ti sorriderà.
Il monitoraggio che abbiamo avviato sulle conversazioni online in ambito turistico, attivo dal primo gennaio alla fine di maggio di quest’anno, sembra confermare che la pizza – o meglio le pizzerie – sono nelle citazioni ed espressioni di davvero tanti italiani. Intanto una prima classifica di propensione alla chiacchiera su social – dove (ma che lo diciamo a fare) Twitter impera: Lazio, Lombardia, Veneto, Toscana ed Emilia Romagna sono le aree geografiche in cui si posta, condivide, cita di più online.
E, come si vede dal grafico a torta riportato qui sotto, i canali Social hanno surclassato le altre fonti online: web, forum, blog, mainstream…
 

turismo-social-media

 
Certo, i primi argomenti di conversazione sono un po’ più, come dire, culturali… sono le città stesse, le loro piazze, i loro musei e i loro capolavori artistici, ad avere il primato delle conversazioni. A seguire gli eventi musicali, gli spettacoli e i concerti. Quindi non possiamo tacciare i nostri connazionali né di insensibilità culturale e tanto meno di superficialità di argomenti.
E tuttavia, approfondendo il focus sul tema “enogastronomia”, scopriamo che gli argomenti più gettonati riguardano – come anticipato – i ristoranti e le pizzerie, che magari propongono una serie di “eventi culinari” a volte molto originali.
[bctt tweet=”Non in tutte le regioni italiane la Pizza ha un’egemonia incontrastata :-)” username=”MapsGroup”]
Analizzando ancora più in profondità le conversazioni, vediamo però che non in tutte le regioni italiane la Pizza ha un’egemonia così incontrastata: in Toscana, ad esempio, anche la categoria di conversazioni sulle proposte enogastronomiche più “natural” (relative ad esempio agli agriturismi) si difende bene, con iniziative culturali inedite, ad esempio sul “Cibo da strada”.
Un’ultima curiosità? Mentre twitter si conferma campione per la comunicazione in diretta, Facebook mostra la sua attitudine anche in questo campo rispetto alla funzione di customer care: tra viaggiatori stessi, ad esempio, che si danno reciproche indicazioni su dove andare e come…
Pizza e mandolino sì, dunque, ma rigorosamente online.


CARATTERISTICHE DEL MONITORAGGIO
Monitoraggio riguardante: le principali città d’arte nelle regioni italiane.
Periodo: dal 1 gennaio al 1 giugno 2016
Lingua: italiana.
Fonti: Weblog, Q&A, Social Network, Forum e Review.
TEMI ANALIZZATI
Offerta turistica. Sono state individuate le tipologie di prodotto turistico nei settori:
– Archeologia.
– Archivi e Biblioteche.
– Chiese e Santuari.
– Musei e Teatri.
– Palazzi storici.
– Torri e Castelli.
– Concerti.
– Fiere e Sagre.
Argomenti di conversazione. Sono stati classificati in:
– Ambiente e territorio.
– Enogastronomia.
– Eventi.
– Servizi al turista.
– Storia e arte.
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Sharing Knowledge

L’otium di unire i puntini: la via della creatività.

[dropcap3]T[/dropcap3]utti quanti da bambini ci siamo divertiti a indovinare la figura nascosta nei reticoli di puntini numerati che dovevamo unire con linee rette, per svelare poi con sorpresa il disegno celato, che (quasi mai) avremmo immaginato tale. Da quando Steve Jobs (che non ha certo bisogno di presentazioni) pronunciò il suo discorso all’Università di Stanford  di cui si è soliti ricordare anche il celebre invito “stay hungry stay foolish” rivolto alla platea di giovani – “unire i puntini” è divenuto anche un modo di riferirsi all’origine del processo creativo.
Raccontava Steve Jobs che l’abbandono dei corsi regolari al College gli aveva dato il tempo di seguire liberamente il capriccio di altri interessi, tra cui un corso di calligrafia. Un’esperienza di cui solo anni dopo comprese l’importanza, quando realizzò computer in cui l’elemento “tipografico” aveva una grande importanza ed una motivazione estetica. Disse Jobs: “Certamente all’epoca in cui ero al college era impossibile unire i puntini guardando il futuro. Ma è diventato molto, molto chiaro dieci anni dopo, quando ho potuto guardare all’indietro. Di nuovo, non è possibile unire i puntini guardando avanti; potete solo unirli guardandovi all’indietro.”
Tra le 18 caratteristiche del creativo infatti, a giudicare da questo articolo che riporta il pensiero di Scott Barry Kaufman, uno psicologo della New York University, c’è appunto la capacità di unire i puntini, cioè di mettere in relazione fattori apparentemente slegati, trovando fra di essi una correlazione e dando così origine a un’idea nuova e originale. Non stupisce allora trovare fra le altre 18 caratteristiche del creativo un gruppo di qualità che hanno a che fare con la capacità di lasciare vagare la mente: sognare a occhi aperti, osservare, starsene da soli, perdere la cognizione del tempo, circondarsi di bellezza. Ma allora basta distrarsi per innescare il processo creativo? Evidentemente no. La facoltà creativa di risolvere un problema o intuire un’idea in modo subitaneo e illuminante – che viene definita insight solving – non sta tutta nello stereotipo del genio e sregolatezza.
Al contrario il processo creativo ha bisogno di nutrimento prima e di tempo per l’elaborazione poi, in uno sforzo di concentrazione mentale che sembra isolare per un momento il creativo dalla realtà. Tanto che l’elemento della follia pare non trascurabile, se per follia intendiamo la capacità di uno sguardo strambo, divergente rispetto al punto di vista consueto. Come del resto lo “stay foolish” di Steve Jobs stesso suggeriva. Senza addentrarci in teorie anche più radicali che accostano la creatività a problemi psichici specifici come il disturbo bipolare.
[bctt tweet=”La creatività come distrazione dalla realtà circostante, esclusione del campo visivo…” username=”MapsGroup”]
Un’idea, questa dell’unire i puntini, che trova conforto negli studi neuroscientifici: in questo interessante articolo si spiegano i meccanismi dell’insight solving: partendo da una domanda, si attraversa una fase di impasse, per poi giungere in modo improvviso all’idea nuova e risolutiva, resa possibile da una fase di distrazione dalla realtà circostante, che si manifesta in modo fisico, con una sorta di esclusione del campo visivo, come se il cervello guardasse dentro se stesso. Valutando poi quale area del cervello è attivata nel momento in cui avviene appunto il processo di insight solving, si vede che è quella pertinente alla “comprensione linguistica, come l’interpretazione delle metafore o la comprensione delle battute di spirito”. Ancora quindi la capacità di collegare elementi cogliendo fra di essi un nesso creativo.
E di una “Combinatoria della creatività” scrisse anche Umberto Eco nel 2004: “Come tutte le scoperte scientifiche a venire dovrebbero in qualche modo essere contenute negli algoritmi che reggono gli eventi naturali, così tutte le creazioni artistiche dovrebbero già essere contenute in potenza negli elementi fondamentali, suoni, lettere, intervalli, tinte, linee e figure geometriche di cui la nostra specie dispone”.
Insomma, i puntini sono tutti già dati, sta a noi unirli. E quando vi rimprovereranno, vedendovi distratti e assorti nei vostri pensieri, potrete dire che è l’otium necessario al vostro processo creativo!
 
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
nuovoeutile.it/come-funziona-la-creativita
nuovoeutile.it/psiche-neuroscienze
www.diegm.uniud.it
[/boxed_content]
 
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Big Data & C. Chi trova un dato trova un tesoro

La verità, vi prego, sui Big Data!

[dropcap3]S[/dropcap3]e fino a qualche anno fa parlare di Big Data voleva dire farlo a proprio rischio e pericolo, con pochi interlocutori interessati, oggi il vento sembra cambiato.
Il tema, infatti, e la relativa terminologia, si affacciano sempre più spesso nell’orizzonte delle conversazioni e negli articoli di varie pubblicazioni, online e non.
Influencer globalizzati si ingegnano nel produrre infografiche, diagrammi e “torte” varie per far comprendere al mondo del business gli infiniti potenziali insiti in tale inusitata mole di dati, aprendo anche a noi comuni mortali finestre d’interesse verso parole quali Big Data, Open Data, Big Data Analytics etc.
Questo perché – dato ormai per acclarato che il presente e il futuro dell’efficienza in senso lato non possono prescindere dal governo della complessità – non c’è nulla, oggi, di più complesso e articolato del quantitativo di informazioni, dati e numeri che la nostra società produce ogni secondo in tutto il pianeta.
A partire anche dal fenomeno della digitalizzazione, che – con un’accelerazione straordinaria – genera una vera e propria esplosione di dati in tutti i settori della nostra società, nessuno escluso.
Oggi dunque, che le nostre capacità di calcolo – o meglio, quelle delle “macchine” che abbiamo opportunamente costruito prima e istruito poi – sono in grado di applicarsi in poderose prove di forza, tali Dati sono in procinto di essere esplorati e selezionati, scartati e trattati, allocati e trasformati in ogni dove, diventando veri e propri strumenti di efficienza e business, gestione e controllo.
Noi di 6memes, allora, fedeli all’imprimatur fondante del nostro stesso esistere, vocato alla trasmissione della conoscenza e alla divulgazione in termini più facilmente comprensibili di realtà tecniche altrimenti intraducibili, risaliamo oggi la fonte ontologica di questi strani dati, e cerchiamo di descriverli.
Innanzitutto usando la terminologia di settore che vede in un pool di “V” – velocità, varietà, volume, variabilità, veridicità – le caratteristiche necessarie e sufficienti a definirli.
Ma innanzitutto: cosa sono i Big Data? Sono senz’altro aggregazioni di informazioni di vario tipo (raccolte con diverse modalità) la cui mole non può essere processata attraverso strumenti di analisi standard, e che, come riportato in questo articolo: “What is Big Data? A meme and a marketing term, for sure, but also shorthand for advancing trends in technology that open the door to a new approach to understanding the world and making decisions.” sono anche una sorta di scorciatoia in grado di far progredire la tecnologia aprendo le porte a un nuovo modo di “comprendere” il mondo.
Le 4 + 1 “V” allora si spiegano in questi termini, laddove non solo il volume basta a identificarli – fraintendimento cui potrebbe ad esempio portare il termine Big – ma concorrono anche criteri di Velocità, intesa nel senso di velocità di generazione dei dati, di Varietà, riferita appunto alla diversità sia di fonte che di tipologia dei dati, di Variabilità, legata al fatto che il senso o l’interpretazione di un medesimo dato cambia in base al contesto in cui viene raccolto ed analizzato, cui si è recentemente aggiunto un ultimo fattore che inizia sempre con la lettera “V”, quello della Veridicità.
[bctt tweet=”Le 4 + 1 V dei Big Data si dispiegano laddove non solo il Volume basta a identificarli… ” username=”MapsGroup”]

Termine più che mai attuale, quest’ultimo, in quanto si riferisce alla connotazione qualitativa del dato raccolto e analizzato (in termini di interoperabilità e affidabilità), fattore davvero cruciale, essendo questi dati alla base di una serie di attività inferenziali il cui esito dipende appunto dalla qualità della materia prima da cui si parte. Come a dire: è bene fare Castelli, a patto che questi non siano di sabbia. A meno che non stiamo giocando in riva al mare…
Queste dunque sono le parole chiave che governano questo mondo in cifre e lettere che a giorni alterni incontriamo di qua e di là del web e che incorniciano un mondo parallelo di informazioni – da noi stessi generate – che possono e probabilmente debbono tradursi appunto non solo in numerosità, ma in altrettante “verità” su cui fare conto, se vogliamo organizzare e governare la complessità con cui noi stessi ci stiamo circondando.
Come per tutte le cose importanti di questo mondo, del resto: la verità e la consapevolezza come patto implicito su cui si fonderanno le decisioni  che prenderemo, con tutte le conseguenze che tali azioni porteranno con sé. Dato dopo Dato.

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Medicina & Narrazione Sharing Knowledge

Conosci te stesso: i labirinti della mente.

[dropcap3]D[/dropcap3]opo aver parlato della malattia e della cura del corpo sul piano sostanzialmente fisico, continuiamo il nostro viaggio narrativo intorno alla medicina, in prospettiva storico-culturale, affrontando il tema misterioso e affascinante dei meccanismi della psiche.
Non ne parleremo con pretesa di approfondimento, essendo una materia troppo delicata per il perimetro del nostro blog, ma – senza affrontare gli aspetti più dolorosi (e talvolta tragici) della malattia mentale – ci soffermeremo invece brevemente su come, nel tempo e fino ad oggi, le comunità scientifiche e le società ne hanno affrontato i vari aspetti. E lo faremo alla nostra maniera, attraverso quella forma di condivisione della conoscenza rappresentata, appunto, dalla narrazione.
A tal proposito ci facciamo soccorrere dal motto utilizzato nel titolo. L’antico Nosce te ipsum – del tempio di Apollo a Delfi, che faceva riferimento, secondo gli studiosi, alla finitezza dell’essere umano e ai suoi limiti – potrebbe essere reimpiegato oggi, come esortazione a una maggiore consapevolezza del sé, anche a fronte dell’incertezza esistenziale che indubbiamente caratterizza il nostro tempo. È perfino banale ricordare come ansia e depressione, fobie, attacchi di panico, comportamenti compulsivi, siano una “malattia” del nostro tempo. E che tale loro incremento sia legato anche al venire sempre più meno di quella rete di sostegno – sociale, religiosa o politica, a seconda delle epoche storiche – che abbracciava gli individui in un contesto assai più ampio della loro soggettiva finitezza e li guidava attraverso un sistema di valori, proprio come un faro nella tempesta.
Non è un caso insomma che – con il delinearsi della civiltà contemporanea – si sia determinata anche una crescente sistematizzazione della psicologia come disciplina medico-scientifica, con le varie scuole e le molteplici filosofie della cura. Un bisogno di cura del disagio psicologico non solo sempre più evidente e inerente una parte significativa della popolazione, ma rispetto al quale la società stessa ha maturato una risposta non soltanto clinica, ma rispettosa dell’individuo e dei suoi diritti.
Fra i diversi modi di guardare al problema, tra cui l’organico (il disagio e la malattia come frutto di un problema fisiologico, da curare come tale) e il dinamico (la malattia è frutto invece di forze psichiche contrastanti), citeremo qui quello forse più noto, divenuto per così dire paradigmatico, ovvero la psicoanalisi freudiana con il suo corredo iconografico della terapia: l’analista e il suo famigerato lettino, i sogni da interpretare, il vissuto da dipanare…
Stereotipi che popolano tanti libri e film, fino a divenire parodia e nascondere perfino in taluni altri casi una vena critica per certi compiacimenti e ripiegamenti borghesi sul sé interiore. Pensiamo ad esempio alla sottile ironia di un personaggio come lo Zeno di Svevo, o agli stralunati nevrotici del cinema di Woody Allen.
Insomma, il panorama del mondo della “malattia” connessa alla sfera psicologica meriterebbe definizioni e distinguo, anche sociologici, per tacere di quelli semantici della terminologia da usare, su cui qui non possiamo che sorvolare.
E arriviamo così, per concludere, a un rapido sguardo sull’oggi, con i tanti filoni e scuole di pensiero che si sono sviluppati, dove l’attenzione non è più centrata solo sull’interiorità dell’individuo, ma è di volta in volta rivolto all’indissolubile intreccio di corpo e mente, oppure all’ambiente e al sistema di relazioni in cui si è formato ed è immerso il singolo, al suo comportamento, più che al suo inconscio.
Anche se occorre considerare come in realtà, proprio per la complessità dei fenomeni e delle persone che li vivono, la cura non può che essere differenziata e mista, con il ricorso anche ai farmaci, ad esempio per superare le fasi acute della sofferenza.
Dopo questa lunga divagazione torniamo dunque all’iniziale “conosci te stesso”… ci piace infatti ricordare una specifica pratica di cura, chiamata mindfulness, che viene accostata anche ad antiche pratiche meditative. Pratica che focalizza non più il vissuto e l’inconscio come origine nascosta della sofferenza da riportare alla luce per risolvere le difficoltà esistenziali, ma il qui e ora da affrontare con gli strumenti della consapevolezza e dell’accettazione di sé.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
it.wikipedia.org/wiki/Storia_della_psicoterapia
it.wikipedia.org/wiki/Storia_della_psicologia
www.treccani.it/enciclopedia/ansia-e-depressione_(XXI-Secolo)/
[/boxed_content]
 
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Big Data & C. Sharing Knowledge

La Moda è di moda, tanto più se è Big (Data)!

[dropcap3]N[/dropcap3]on deve ingannare l’apparente, innocua “veste” del termine moda che, a una lettura ingenua, sembra ammiccare a un qualcosa di databile, e dunque soggetto – come la giovinezza e la bellezza – al trascorrere impietoso del tempo.
E nemmeno deve trarci in inganno l’altra declinazione possibile del termine, che evoca scenari di lusso elitario e passerelle in cui donne eteree e abiti fiabeschi avanzano insieme a passo regale: niente è più sociale della moda, e null’altro è in grado – in un solo colpo d’occhio – di rappresentare identità estetica, status economico e stile di vita.
E come per quanto riguarda le norme basilari della comunicazione in generale – per cui si teorizza che è impossibile non comunicare – anche per la moda vale lo stesso: non importa se uno cerca di esserne svincolato, facendo – come si dice – l’alternativo: tale apparente disinteresse rischia anzi di ammantare di un’aura snob il suo ignaro “portatore”…
Non c’è uscita possibile, dunque, da questo labirinto. E visto che l’abito fa – eccome se lo fa – il monaco, ci sono interi settori della società, della cultura e del business che in queste vesti si trovano alla grande, con un approccio molto poco poetico e assai prosaico. Parliamo della MODA, quella vera, capace di muovere un’infinitudine di sogni, persone e merci… Come non affiancare dunque al termine Moda la parola Big?
L’industria della moda, “avanti” da sempre in tutto, lo è anche in questo settore, quello dei Dati. Pressoché illimitati sono gli esempi che dalla tecnologia Big Data – o IOT, Mobile e chi più ne ha più ne metta – hanno ricavato più e più asset, “guadagnandoci” alla grande e traducendo il tutto in una tecnologia Smart che più smart non si può. Un click o due e decine e decine di capi d’abbigliamento arrivano a casa tua con “consegna e reso gratuiti”.
Il tutto in continui flussi di comunicazione in andata e ritorno che disegnano senza colpo ferire comportamenti d’acquisto e stili di vita, traducendosi in colori, forme e tessuti, preferenze e idiosincrasie tracciate a memoria, inestimabile bottino di Dati pronto a mostrarsi alle nostre spalle al prossimo impulso di shopping online.
La Moda poi, si auto-alimenta e, ingorda come è, non si accontenta mai. Tanto da divenire fonte, impulso e ispirazione non solo per i consumatori, ma per gli stessi produttori. Pardon: creatori e stilisti.
[bctt tweet=”Come non affiancare al termine #Moda la parola Big? O anche #Smart, Small, Extra-Large…” username=”MapsGroup”]
In un articolato White Paper pubblicato dal network O.Reilly sul tema, il fenomeno Smart si è allargato  alla grande, invadendo tipologie di produzione e consumo di beni “di moda” davvero ingegnosi. Ne proponiamo di seguito un breve elenco, riportando alla lettura dell’e-Book la lunga lista di possibilità.
Partiamo con Wowcracy, una piattaforma per designer indipendenti che, secondoVogue Talent,  “si conferma come uno dei progetti di scouting più interessanti sulla scena della moda internazionale”, e proseguiamo con Moda Operandi, che vende moda di lusso in pre-ordine direttamente dal sito. Passiamo poi da GPS FASHION il cui claim è tutta una promessa: “Concept to Consumer. Transform your Launch to Market”, sino a Modalyst, una piattaforma di acquisto che collega designer indipendenti e piccoli rivenditori, terminando con EDITD, un eccezionale strumento di dati per stilisti, merchandiser e acquirenti che quantifica le tendenze in tempo reale, analizzando i dati dalla vendita al dettaglio assieme alle metriche sociali e di prodotto.
Che altro aggiungere? Con questa nuova generazione di high-tech, realtà piccole e grandi sono oggi capaci di massimizzare e segmentare, filtrare e specializzare il mercato, e soprattutto di orientarlo. In nuove forme di business in cui il “taglia e cuci” di una volta sembra una nuova metafora per “cerca, scegli e cuciti addosso l’abito che vuoi”.

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Big Data & C. Sharing Knowledge

Visibilità, originalità e semplicità: ecco i numeri di “6memes”, il nuovo blog del divenire.

[dropcap3]L[/dropcap3]o avevamo promesso e siamo qua: a un anno dall’avvio del blog 6memes diamo conto dei nostri numeri.
Prima, però, ricordiamo l’obiettivo originario del progetto: lanciare un blog su temi di solito inaccessibili attraverso un piano editoriale e uno stile comunicativo in grado di bilanciare tra loro contenuti informativi e d’intrattenimento, in un gioco di parole tra Letteratura e Numeri.
Due i topic portanti del progetto: la condivisione della conoscenza (Sharing Knowledge) e i Big Data, in un percorso di conversazioni alla portata di tutti, o quasi :-).
Proprio da questa sfida è partita l’idea di 6memes, per avvicinare anche i più restii al mondo dei dati – ancora sconosciuto – mostrandone le applicazioni concrete all’interno di contesti quotidiani, paralleli ai discorsi astratti di natura statistica, matematica o analitica che di solito li rappresentano.
Non abbiamo parlato, dunque – né lo faremo – solo di dati con la “D” maiuscola, quelli per i tecnici di settore, ma anche della possibilità di leggerli e interpretarli in un’ottica, diciamo così, umanistica.
Per fare questo abbiamo preso a prestito i “Six memos” di Calvino che, divenuti veri e propri tag all’interno del blog, lo hanno costellato di connessioni e percorsi tematici ad hoc, coerenti con la mission del progetto editoriale: regalare al lettore un’esperienza leggera, rapida, esatta, visibile, molteplice e coerente delle realtà innovative, seguendo l’insegnamento delle “Lezioni americane”.
Queste nuove tematiche, amalgamate insieme, hanno così dato vita a un blog che – con un centinaio di articoli pubblicati – non si presenta agli occhi del lettore come l’accostamento casuale di universi estranei tra loro, ma piuttosto come un tentativo di coabitazione, a volte fusione, di sistemi diversi di realtà, ciascuno aperto allo scambio con gli altri.

[bctt tweet=”“L’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose”. Italo Calvino” username=”MapsGroup”]

E proprio partendo da questi tag la prima sorpresa: in un gioco di marcatura che non ha alcuna pretesa di campionatura – se non quella dell’espressione di senso dei contenuti – scopriamo che tra le connotazioni di visibilità, coerenza, molteplicità, rapidità, esattezza e leggerezza è proprio la visibilità, a trovarsi in pole position, seguita dalla coerenza.
A significare che l’ipotesi fatta inizialmente da 6memes era più mirata del previsto: tecnologia e big data, se analizzati e utilizzati con consapevolezza, servono a rendere “visibili” argomenti, modelli, evenienze e coincidenze che altrimenti sarebbero sommerse dalla complessità in cui svolgono il loro quotidiano “lavoro”.
Per quanto riguarda invece i “numeri” veri e propri del blog, diamo conto solo brevemente – per non darci troppe arie 🙂 – del riscontro di pubblico che ha avuto nelle varie piattaforme, con un’impennata – mantenutasi poi costante – delle visite sul sito e un incremento considerevole lato social sia dei follower che delle visualizzazioni dei post.
Infine una “citazione” di merito agli articoli vincitori della nostra classifica, in cui a seconda del social hanno fatto presa temi diversi: per quanto riguarda Facebook è stato l’articolo dedicato ai Neuroni Specchio e la conoscenza, a vincere, seguito da un post sulle performance biologiche delle balene e uno sugli Open Data.
Per quanto riguarda Linkedin il primo posto va invece a Eduopen, seguito da un articolo sul DNA e i Big Data  e un altro sul potere predittivo dei dati.
A un anno quindi dal nostro start possiamo essere davvero lieti dei traguardi raggiunti, ringraziamo di cuore chi ci ha voluto seguire e dare la sua attenzione e chiudiamo con una citazione celebre di Calvino: “L’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose”. E con il nostro primo posto al tag visibilità speriamo di aver dato al nostro e al vostro sguardo qualche chance in più per guardare la realtà. Stay Tuned!
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Agli albori dei Big Data Big Data & C.

Big data e Shahrazàd: mille e un dato.

[dropcap3]C[/dropcap3]iclicità, replicabilità e serialità sono tutti concetti che si rifanno al rapporto esistente tra la fine di qualcosa e l’inizio di un’altra, argomenti ed evenienze ben note alla nostra esistenza. Lo stesso Einstein – scienziato per antonomasia – lo aveva ben espresso: nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma.
È in questo semplice postulato – quasi fosse una sentenza – che, nel confine tra l’uno e l’altro stato, si individua quel momento decisivo – potremmo definirlo una sorta di clinamen – in cui la fine di ciò che esisteva in precedenza diviene materia prima per qualcosa che è prossimo a venire.
La maggior parte dei percorsi di senso della nostra società – seppure declinati in maniera diversa in base alle varie civiltà – segue del resto questo semplice (all’apparenza) principio.
Tanto che persino in letteratura questo meccanismo narrativo ha illustrissime origini: basta pensare a Le mille e una notte, celebre corpus narrativo indo-persiano scritto fra il X e il XII secolo e introdotto in Europa già nel Settecento.
Il dispositivo di senso di questa sorprendente opera si organizza infatti attorno a una cornice – l’incontro, notte dopo notte, di un crudele Sultano con la bella protagonista, Shahrazàd – all’interno della quale si srotolano mille e uno racconti. Il finale di ogni racconto, grazie all’abilità della narratrice, è sospeso ogni volta – o meglio è procrastinato – sino all’alba del giorno dopo, mantenendo così intatta, incontro dopo incontro, la curiosità del Sultano.
Emblematica anche la funzione salvifica conclusiva: grazie a questo espediente la protagonista non solo eviterà la morte, ma lo stesso Sultano avrà modo di lenire la propria ferita narcisistica e guarire così la propria anima; nel frattempo noi, i lettori, avremo goduto del racconto di mille e più fiabe strutturate in cicli narrativi consequenziali eppure indipendenti le une dalle altre.
Nel mondo dei Dati – che poi è quello che vogliamo indagare noi di 6memes – il passaggio tra la fine di una cosa e l’inizio di un’altra è assai meno cruento: qui davvero niente si distrugge ma tutto – potremmo dire in parafrasi – si moltiplica, trasformandosi. I dati, proprio come varianti di una storia, mattoncini di un’infrastruttura o molecole di atomi differenti, possono dare vita, grazie ai diversi legami che si possono intrecciare tra loro o con qualcos’altro, un numero pressoché inesauribile di altri “tracciati” informativi.
Seguendo dunque questo paradigma, arriveremo a una serie di esempi concreti, che riguarderanno sia i processi data driven che i set data mining, utilizzando la medesima tassonomia utilizzata da Mayer-Schönberger Viktor e Cukier Kenneth in “Big Data. Una rivoluzione che trasformerà il nostro modo di vivere”.
Secondo gli autori infatti, a partire dal processo di “datizzazione”, che consente di “quantificare il mondo” a partire da una serie di dati iniziali, si può arrivare a conoscere, raccontare e quindi trasformare la realtà, come in ogni percorso di senso che si rispetti. Come? Lo scopriremo nel prossimo articolo, di cui anticipiamo per ora soltanto l’indice:

Da digitale a dato

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] le parole che si trasformano in dati,
[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] la posizione che si trasforma in dati,
[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] interazioni che si trasformano in dati.

Valore primario dei dati

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] riutilizzo dei dati,
[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati ricombinati,
[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati estensibili.
E adesso, proprio come Shahrazàd – certo senza il suo fascino e la sua ammaliante capacità di seduzione – terminiamo qui il primo articolo sui mille e uno dati, in attesa del prossimo appuntamento.

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Big Data & C. Chi trova un dato trova un tesoro Data Mining

Censimenti e statistiche: i Big Data che ci “contano”!

[dropcap3]C[/dropcap3]ensire la popolazione e le sue abitudini è un’operazione di estrema rilevanza per ogni sistema statale, come ben sapevano già gli Antichi Romani che si trovavano ad amministrare la cosa pubblica in un sistema complesso come un impero. E se – da quando una famiglia tra le più celebri, quella di Gesù, dovette spostarsi nella città d’origine per farsi censire – il sistema di rilevazione e valutazione della cittadinanza si è modernamente strutturato attraverso metodologie fondate sulla scienza statistica, oggi ci troviamo di fronte a una nuova svolta che, ancora una volta, porta il nome dei Big Data.
In una società complessa come l’attuale, dove gli elementi sottoposti a monitoraggio sono plurimi e la stessa cittadinanza è un oggetto più che mai variabile e articolato, che si candida pure a essere soggetto produttore di dati, anche la scienza statistica ha bisogno di nuovi strumenti. Per questo il grande patrimonio di informazioni potenzialmente disponibile grazie ai Big Data si pone come un’importante fonte, al cospetto anche di nuove problematicità. Tra queste, la necessità di contenere e razionalizzare i costi delle indagini e anche una crescente reticenza delle persone a contribuire alla raccolta dei dati attraverso lo strumento statistico tradizionale.
L’inserimento di una metodologia statistica basata sui Big Data in realtà può passare attraverso fasi parziali e consecutive: dalla raccolta dei dati attraverso risorse digitali, all’integrazione dei Big Data a metodi di indagine statistica tradizionale, fino alla sostituzione di tali metodi con nuovi strumenti interamente basati sui Big Data.
Ciò comporta numerose problematiche da affrontare che riguardano ad esempio la molteplicità delle fonti e della proprietà dei Big Data, la loro qualità e applicabilità agli standard statistici, gli aspetti legali e di sicurezza, prima fra tutti la privacy. Si tratta insomma di generare le competenze e i metodi analitici adeguati alle peculiarità dei Big Data, a partire dalle canoniche 4 V: volume, varietà, velocità, veridicità.
Intanto, il processo di modernizzazione dell’Istat in Italia è già in pieno svolgimento. A partire dai censimenti che non saranno più periodici, ma in fieri, costantemente monitorati, utilizzando la rilevazione statistica tradizionale, e i dati amministrativi (quelli derivati cioè dalle pratiche della PA). E si stanno sperimentando fonti di Big Data da impiegare nei modelli, come quelli derivanti dalla telefonia e dai social media.
Nell’era digitale infatti, una qualunque popolazione obiettivo di indagine, produce informazioni statistiche complesse, proprio per la combinazione di queste differenti fonti, che comprendono – come abbiamo detto – i dati statistici e i dati frutto di procedure amministrative, ma anche la varietà dei dati originati dall’uso di dispositivi digitali, tra cui interessanti risultati promette l’utilizzo dei data scanner (ossia gli archivi elettronici delle transazioni di vendita e acquisto negli esercizi commerciali), ad esempio per la stima dei prezzi dei prodotti.
Proprio l’Istat, fra le sue sperimentazioni, contempla i dati di telefonia mobile, con cui si può costruire una mappa virtuale dei movimenti delle persone sul territorio, ottenendo in modo rapido e puntuale informazioni da reimpiegare ad esempio nella gestione dei trasporti. E ancora, l’utilizzo di Google trend, il tool gratuito che dà una risposta grafica dei diversi termini più ricercati sul web in un dato momento storico: le informazioni ottenute dalle ricerche effettuate in rete possono essere utili per elaborare stime dell’andamento del mercato del lavoro, come il tasso di disoccupazione.
Pensiamo inoltre all’applicabilità dei Big Data nell’analisi di fenomeni sociali complessi come il rilevante e preoccupante fatto statistico ottenuto da una recente indagine: a fine 2015 erano ben 150.000 gli italiani “spariti” rispetto all’anno precedente. Un cedimento demografico piuttosto impressionante, paragonabile alla scomparsa dell’intera popolazione di una piccola città, e che gli esperti attribuiscono a quattro principali motivi: scarso numero di nascite, aumento della percentuale dei decessi, drastico calo dell’immigrazione che genera occupazione e la cosiddetta fuga all’estero dei cervelli (un dato preoccupante anche in sé, considerando che l’articolato percorso di istruzione di ogni studente italiano costa ai contribuenti circa 100.000 euro…).
Capire, attraverso le interrelazioni analitiche che permette la strutturazione di dati così numerosi, quali cause stanno dietro la “semplice” rilevazione statistica dei fenomeni, è la strada per tratteggiare il nuovo volto di una società sempre più complessa. Ma qui stiamo già navigando al di là del mare della statistica per approdare alle scienze demografiche… e a un nuovo articolo!
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