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Tra il dire, l'ascoltare e il comprendere, c'è di mezzo la comunicazione. Intervista a Luigi Drei.

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luigi-dreiOrmai è un dato di fatto, “apocalittico o integrato” che sia il nostro approccio all’attualità, siamo immersi in un oceano di conversazioni online.
Si tratta di comunicazioni di vario tipo che si tengono quasi sempre a distanza e che – ben lontane dalle corrispondenze epistolari del bel tempo che fu si svolgono rapidamente, spesso in differita, tramite ad esempio mail e SMS, e facilmente in real time, via chat, social etc. Con ciò che ne segue in termini di esaustività della comunicazione e dei vari rischi connessi, prima di tutto il pericolo di non capirsi.
Mai come oggi, dunque, i marker comunicativi tipici del canale prescelto (quali emoticon, punteggiatura e avatar vari) si impongono non tanto come accessori del nostro bla-bla online, ma come veri e propri strumenti esplicativi, indispensabili per orientarci nei confronti dei nostri interlocutori e delle loro intenzioni, più o meno esplicite.
Abbiamo così chiesto aiuto sul tema a Luigi Drei, in quanto autore del recente libroNon sono pericoloso – Manuale di Comunicazione & Linguaggio del corpo che verrà tra l’altro presentato oggi stesso, martedì 4 ottobre, presso la Coopworking Academy a Piacenza. Luigi è infatti non solo un autore, ma anche un “acrobata” della comunicazione, le cui competenze spaziano dalla formazione alla comunicazione non verbale, dall’art-direction di vecchio stampo alle tecniche più innovative di marketing relazionale.
La sua opera è dedicata a consigli PRATICI su come utilizzare gli strumenti non verbali tipici della comunicazione vis a vis, tra cui il tono di voce, la prossemica e il linguaggio gestuale. Il fine è quello di instaurare un dialogo fluido e sereno, sgombro da equivoci e fraintendimenti causati a volte da paure, aggressività e tendenze al predominio, antichi residui della nostra specie che impediscono di esprimerci appieno.
Di seguito riportiamo l’intervista di Natalia Robusti a a Luigi al quale è stato chiesto di declinare il suo sapere riferito alle dinamiche di comunicazione che avvengono sui nuovi media, alla ricerca di trucchi e segreti del mestiere, ma anche di nuovi modi di comprendere e impostare le nostre conversazioni social.
[bctt tweet=”I marker comunicativi tipici del canale prescelto si impongono come strumenti connotativi.” username=”MapsGroup”]
Intanto: grazie Luigi per aver accettato il nostro invito che, lo anticipiamo, è assolutamente non pericoloso! 🙂 Andiamo quindi al punto. La comunicazione in presenza si affianca a una serie di “segnali” illustrati compiutamente nel suo libro, capaci di connotare emotivamente la conversazione fino a innescare processi empatici ma anche riflessi involontari di aggressività. Tali segnali, nel caso di comunicazioni a distanza, vengono a mancare, almeno in parte. Come occorre muoversi in questi orizzonti conversazionali?
Rispondo con un saluto ai lettori e un grazie, a mia volta, agli autori del blog 6memes. Ritengo ci siano svariati temi interessanti di cui parlare rispetto al binomio Empatia-Web e a quello Comunicazione Online-Non pericolosità. Prima di andare oltre vorrei però definire meglio il concetto di “pericolosità” così come lo intendiamo in questa nostra chiacchierata, in modo che non venga confuso con altri pericoli tipici del web, quali il cyber bullismo, le attività di stolker etc.
Qui, infatti, parliamo di pericolosità della comunicazione in senso sociale e “antropologico”, ovvero di quelle possibili variabili portatrici di fraintendimenti, incomprensioni, o, peggio, di possibili manipolazioni.

Quando si tratta il tema delle comunicazioni a distanza, inoltre, dobbiamo distinguere se si tratta di messaggi che possono sfruttare i canali audio-video o meno. In presenza di una voce o di un canale video aperto infatti – anche se ci troviamo online – alcuni segnali vocali e prossemici (fisici e corporei) assistono comunque la comunicazione, la qualificano emozionalmente, la rendono più semplice da decifrare.
Pensate a una conversazione via skype, in streaming: la voce trasmette il contenuto e il senso della comunicazione, l’immagine video arricchisce il messaggio grazie non solo alla mimica del volto, ma anche attraverso i gesti, i movimenti del corpo e la sua occupazione dello spazio. Questo, nonostante i due interlocutori non condividano il medesimo spazio fisico.
Esistono anche delle regole più tecniche da seguire, quelle dettate dalla piattaforma comunicativa che usiamo.
Avete presente la tremenda frustrazione che proviamo quando siamo al cellulare e cerchiamo di parlare con qualcuno di una cosa importante, ma continua inesorabilmente a cadere la linea? Bene, allora capite quanto sia importante assicurarsi che i mezzi di cui disponiamo (rete internet, campo etc.) funzionino al meglio. In caso contrario, durante la conversazione, si possono generare facilmente sentimenti di frustrazione che funzionano da “rumori” indesiderati, capaci di interferire non solo sulla comunicazione ma anche sull’immagine che l’interlocutore ha di noi.

Ha qualche suggerimento pratico da seguire, ad esempio durante la classica comunicazione a distanza, magari in streaming, in cui è presente anche un contatto audio-visivo tra gli interlocutori?
[bctt tweet=”Durante una comunicazione video occorre mantenere il contatto oculare con la telecamera. ” username=”MapsGroup”]
Beh, innanzitutto bisogna essere consapevoli del fatto che la prima impressione è – sempre e in ogni contesto – importantissima.
È quindi necessario curare non solo il nostro aspetto, ma anche lo spazio intorno a noi (quello che ci incornicia nel video, per intenderci), regolando in maniera efficace le luci, l’audio e l’altezza della telecamera ed evitando la presenza di distrazioni (rumori, persone che passano, etc.) che distraggano l’interlocutore dall’altra parte dello schermo.
Non curare questi elementi o ritenerli secondari rispetto ai contenuti della conversazione è un errore tanto frequente quanto deleterio per la comunicazione: è un po’ come se ci presentassimo a un importante colloquio spettinati o con il trucco sciupato.

Durante la conversazione, inoltre, bisogna mantenere il contatto oculare con la telecamera. Attenzione: proprio con la telecamera, non con lo schermo del nostro computer dove è invece più naturale guardare, dato che lì vediamo l’immagine del nostro interlocutore e lì controlliamo la sua comunicazione paraverbale.
Per quanto possa sembrare semplice, questo compito richiede invece uno sforzo notevole, e necessita di un certo allenamento prima di riuscire a farne un comportamento naturale.

Un altro consiglio? Muovetevi poco! La telecamera è fissa e non può seguirvi, di conseguenza è meglio dosare al minimo i propri movimenti. Non solo sembrerete più affidabili e padroni di voi stessi, ma limiterete quel fastidioso effetto di “dondolio” – anche detto “mal di mare” – che si percepisce dall’altra parte dello schermo in caso di movimenti ripetuti, fatti magari involontariamente per scaricare la tensione.
Vi invito a tal proposito a guardare questo divertente ed esaustivo video come “addestramento”: Look good on Skype!!!
Da qui in avanti, “sistemato” adeguatamente il canale di comunicazione e le sue connotazioni, basta poi seguire le regole della comunicazione non verbale e di quella paraverbale (gestione della voce: tono, velocità, volume, pause, etc.) come illustrate nel mio libro.

Consigliamo a nostra volta la visione del video e andiamo a un’altra domanda: nel caso in cui lo scambio di comunicazioni avvenga in assenza di sguardo e di voce, su cosa possiamo poggiare le nostre conversazioni dal punto di vista meta-comunicativo?
In questo caso entriamo in un “regno” del tutto diverso, di fatto insidioso, come citato da una ricerca delle Università di NYC e Chicago e pubblicata dal Sole 24ORE “Un equivoco ogni due mail”.
La ricerca ci dice senza ombra di dubbio che, nei canali in cui vengono a mancare la voce e i classici segnali meta-comunicativi della conversazione, il rischio di incomprensione è tanto alto quanto inconsapevole: si crede di aver compreso e comunicato efficacemente il messaggio mentre in realtà solo il 56% ha realmente capito di cosa si stava davvero parlando.

[bctt tweet=” Solo il 56% degli interlocutori che comunicano via mail comprendono davvero  di cosa si sta parlando.” username=”MapsGroup”]
In effetti è una percentuale da non ignorare. Ha alcune avvertenze per i nostri lettori in caso di comunicazioni scritte?
Prendiamo in considerazione che, in caso di comunicazioni scritte, il nostro messaggio è interamente affidato al testo. Questo fa sì che il nostro interlocutore riceva molte meno informazioni su quello che vogliamo dire rispetto a una comunicazione tradizionale. Sembra anche questa una banalità, eppure tante volte diamo per scontato informazioni che in realtà, dall’altra parte, non sono reperibili attraverso il solo canale comunicativo che stiamo usando.
D’altro canto dobbiamo sempre aver presente, quando leggiamo un testo altrui, che il nostro “vissuto” e la nostra percezione possono interferire in maniera anche significativa nella comprensione del contenuto
.
Quello che intendo dire è che, prima di dare per certo il significato di un testo, non basta solo rileggerlo più volte, ma occorre soprattutto interpretarlo mettendosi nei panni dell’altro (di chi lo riceverà, se lo stiamo inviando noi, e di chi l’ha scritto, se lo abbiamo ricevuto). Solo così potremo essere certi – quasi del tutto – che non vi siano incomprensioni nella comunicazione.
In realtà questo sforzo di mettersi nei panni dell’altro è ciò che andrebbe fatto in ogni comunicazione, attraverso qualsiasi mezzo e con qualsiasi interlocutore, anche quello che riteniamo di conoscere (molto) bene.
Tornando poi alla domanda iniziale, dobbiamo sempre ricordare che quando parliamo, ma soprattutto quando scriviamo, “le parole sono importanti” e sono l’unica nostra “arma” per farci ascoltare, incuriosire, interessare. Insomma, conviene sceglierle con cura se vogliamo ottenere dal nostro interlocutore l’attenzione che meritiamo.
Cerchiamo infine di evitare il più possible lapsus, ripetizioni e refusi, o, peggio, errori di punteggiatura, grammatica e ortografia. Mentre i primi rivelano una mancanza di rispetto nei confronti dell’interlocutore, i secondi rischiano di essere interpretati come un temibile segno di incompetenza. Per questo, un buon lavoro di editing aiuta a evitare brutte figure. Ad ogni modo, se ci sono dubbi, meglio sempre alzare la cornetta.
Che ne dice a questo punto di darci qualche consiglio in pillole, caso per caso?
D’accordo! Quello che vi propongo di seguito è uno schema che tocca brevemente alcuni dei temi conversazionali di cui abbiamo parlato fin qui, con qualche consiglio per l’uso.
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[icon image=”ss-write” character=”” size=”large” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Meglio un testo breve o lungo?

È un tema molto dibattuto. A volte capita di aprire via mail un messaggio lunghissimo: solo questo fatto può essere un freno alla lettura.
Scrivere sinteticamente, d’altra parte, non è affatto semplice. Pascal non a caso scriveva “Mi scuso per la lunghezza della mia lettera, ma non ho avuto il tempo di scriverne una più breve”.
A volte scrivere di getto – a maggior ragione quando si chatta in tempo reale e non si ha tempo di rivedere, correggere o ri-editare – è una soluzione.
In questo caso gli errori si perdonano più facilmente in nome di una maggior spontaneità del flusso conversazionale.
Altre volte scrivere troppo poco rischia invece di essere percepito dall’interlocutore come un messaggio confezionato in maniera frettolosa e sbrigativa.
La brevità o meno di un testo dipendono insomma dal contesto, dall’intento, dall’interlocutore.
Non c’è purtroppo una regola fissa che valga sempre, ma occorre cercare ogni volta una giusta via di mezzo.

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[icon image=”ss-user” character=”” size=”large” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Cosa ci può dire rispetto agli Avatar?
L’Avatar è innanzitutto una metafora, la scelta di un alter-ego che ci rappresenta in assenza. Nella sua selezione un fattore fondamentale è la coerenza con la qualità-quantità degli altri contenuti testuali o emozionali da noi postati o condivisi.
È un fatto di credibilità. Esporsi a rischi di incoerenza rispetto alle aspettative può infatti sì incuriosire, ma anche destabilizzare l’interlocutore, e incrinare così la sua propensione a fidarsi di noi, soprattutto all’inizio.
Ma non c’è solo l’Avatar da considerare: anche le foto postate o condivise sulle nostre piattaforme parlano di noi attraverso forme di comunicazioni indirette.
Alcuni esempi: Posti solo selfie… Ma non hai amici che ti scattino le foto? Dici di essere una persona di un certo tipo e poi tra i tuoi amici trovo tutt’altro genere di collegamenti?… Non ci siamo!
La regola principale, anche in questo caso, come in tutte le forme di comunicazione, è ASCOLTARE. Più ascolto e più capisco l’altro e di conseguenza meglio posso adattare la mia comunicazione al mio interlocutore.

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[icon image=”ss-chat” character=”” size=”large” cont=”no” float=”left” color=”standard”] L’utilizzo delle chat è sempre più frequente. Che consigli ci può dare in questo caso?
Qui la conversazione è spesso in tempo reale e occorre quindi “farsi sentire”. Qualche consiglio? Spezzettare lunghi discorsi in più invii, così da non fare attendere troppo l’altro. E utilizzare bene le emoticon.
Mentre nella comunicazione commerciale via mail sono considerate inappropriate, nelle chat invece esercitano perfettamente il ruolo che viene attribuito al tono di voce: aiutano cioè a interpretare e a decifrare al meglio le parole scelte.
Occorre però ricordare che le emoticon non sono “naturali” né del tutto spontanee, ma addirittura possono essere utilizzate in maniera artificiosa: posso dire la cosa più crudele del mondo, perché la penso, e poi fare l’occhiolino, così da togliermi il sassolino dalla scarpa senza pagarne le conseguenze. 😉
In termini di credibilità le emoticon non hanno dunque lo stesso valore del tono di voce o di un’espressione spontanea condivisa di persona.

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[icon image=”ss-clock” character=”” size=”large” cont=”no” float=”left” color=”standard”]
I tempi di risposta possono raccontarci qualcosa sulla comunicazione in corso?
Anche in questo caso ci sono regole ben precise da considerare e rispettare. Per le mail si consiglia ad esempio di non rispondere subito (salvo reale e manifesta urgenza) e allo stesso tempo di non superare le 24 ore (Mi ignora? Non è arrivata?)
Su WhatsApp o su chat tipo Facebook – in cui vediamo la spunta di quando è stato consegnato – la tempestività è un indice di interesse. Qui entriamo nel regno del feedback, che gioca un ruolo da protagonista in tutta la comunicazione, a maggior ragione nelle forme di cui ci stiamo occupando.
Il silenzio, in comunicazione, ha infatti una doppia valenza, liberamente interpretabile. Per questo è meglio evitare silenzi troppo lunghi, sia in “andata” che in “ritorno”.
Da non scordare poi la funzione “sta scrivendo” presente nelle chat, che crea aspettativa nell’interlocutore: questa sincronia mette in condizione di attendere la risposta oppure di scrivere nel frattempo, a ruota, un altro pensiero.

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Dai suoi consigli sembra che nulla, dunque, durante una comunicazione, sia affidato al caso?
[bctt tweet=”Quando i nostri neuroni specchio funzionano ci si ritrova immediatamente in sintonia…” username=”MapsGroup”]
In realtà non è così. Le sorprese ci sono sempre, magari dietro l’angolo. A volte, ad esempio nelle chat, ci si trova in conversazioni a due piani: si risponde a più domande in contemporanea o a più persone simultaneamente, e alla fine si perde il filo del discorso. Meglio dunque evitare – come del resto in presenza – di sovrapporre più voci.
Ma il caso può anche dare vita a momenti emozionanti, come ad esempio quando durante una chiacchierata via chat si scrive in contemporanea lo stesso concetto, se non addirittura la stessa parola… E’ proprio in situazioni come queste – i momenti in cui i nostri neuroni specchio dimostrano di aver funzionato alla perfezione – che ci si ritrova immediatamente in sintonia, sullo stesso piano… Ci si percepisce come piacevoli, non pericolosi, e tutte le altre regole vanno a farsi benedire!

In effetti si tratta di una bella sensazione, che prima o poi ciascuno di noi ha sperimentato. 🙂 Per chiudere ora la nostra conversazione le chiediamo due parole più “professionali” sul tema: come inserire questi spunti nell’ambito lavorativo, soprattutto per chi si occupa di comunicazione online?
Riprendiamo un concetto che viene dal marketing e riportiamolo al contesto di comunicazione in assenza di corporeità. Da diversi anni, infatti, accanto al modello classico McChartyano delle “4 P” (Product, Price, Place, Promotion) ne sono stati sviluppati altri, nel tentativo di adattare il processo di marketing ai cambiamenti della società, ai nuovi tool e comportamenti dei consumatori.
Quello che più spesso utilizzo, perché è quello che meglio e con maggiore immediatezza mi pare interpretare il cambiamento in atto, è quello detto Marketing Mix Esteso (Booms & Bitner), che aggiunge 3 nuove P alle classiche 4.
Una di queste si chiama “Physical Evidence” e in sostanza dice che sebbene da un lato il mondo stia andando per certi versi verso l’immaterialità, noi, fatti di carne e ossa, sentiamo ancora il bisogno di conferme fisiche, percettive e sensoriali.
Da cui se ne deduce che tutto ciò che di emotivo o fisicamente simulato (lhttp://mapsgroup.it/neuroni-specchio/) possiamo inserire nella nostra conversazione a distanza è sempre utile per capire, disambiguare, farci conoscere meglio e scoprire davvero l’altro.
Non a caso, ancora oggi, nonostante i tanti nuovi canali a disposizione, credo che niente sia meglio di una bella stretta di mano per cominciare a conoscerci.

E con questo invito al “contatto” chiudiamo la nostra intervista, ricca di spunti, per la quale ringraziamo di cuore Luigi, rimandando i nostri lettori al libro “Non sono pericoloso – Manuale di Comunicazione & Linguaggio del corpo” che verrà presentato oggi stesso, martedì 4 ottobre, presso la Coopworking Academy a Piacenza.
Un piccolo manuale da non perdere per orientarci nel mare magnum delle chiacchiere di tutti i giorni sulle tante piattaforme che ci circondano.
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non-sono-pericoloso
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Medicina & Narrazione Sharing Knowledge

Pillole di pillole: curiosità e bizzarrie dell’origine dei farmaci.

[dropcap3]Q[/dropcap3]uel che non uccide fortifica, è un modo di dire entrato da tempo nel linguaggio comune. Se questa affermazione è vera per le alterne vicende cui è sottoposta la vita di ciascuno, potrebbe essere coerentemente applicata anche alla materia di cui ci siamo occupati nella rubrica “Pillole di pillole. Storie non ordinarie della scoperta di farmaci e principi attivi”.
Pubblicata sui profili Social di Maps Group e Clinika, la rubrica prendeva le mosse dalla curiosità per la natura e l’origine dei farmaci. Farmaci che – inutile dirlo – hanno da sempre una specie di fascino magico.
Semplice sollievo da piccoli mali o salvavita per patologie gravi, a preparati, pozioni, medicamenti nella storia ci si è sempre rivolti, non solo per porre rimedio a dolori e sofferenze, ma anche inseguendo, attraverso di essi, una sorta di elisir di lunga vita.
Sarà per questo che la farmacia è un luogo speciale e misterioso, che ha un suo profumo e colore particolare, che si tratti di banconi liberty dietro cui si nasconde l’antro del farmacista o moderni e asettici scaffali, porto sicuro cui approdare quando siamo afflitti da mille e più mali.
E del resto, chi di noi non ha la sua personale farmacia domestica, come un piccolo scrigno apotropaico?
Ma torniamo al nostro incipit. Scorrendo l’elenco di nomi di farmaci e relative curiose storie di scoperte e vicende farmacologiche, abbiamo notato come spesso uno stesso principio attivo a diverso dosaggio possa essere benefico o dannoso. E come, in altre circostanze, un veleno o una tossina sono diventati veri farmaci.
È pur vero che il bugiardino di qualsiasi medicinale riserva liste interminabili di effetti collaterali (di fronte ai quali di volta in volta abbiamo la tentazione di non assumere il farmaco, oppure inspiegabilmente iniziamo ad avvertire proprio i sintomi descritti). Se dunque può sembrare banale la considerazione paradossale che un farmaco possa anche far male, in realtà del binomio veleno-cura abbiamo trovato conferma, in certo qual modo storica: è infatti nell’etimologia stessa della parola farmaco, poiché il greco phàrmakon significava appunto sia medicina che veleno.
Ecco allora comparire nella nostra lista di farmaci l’atropina, un alcaloide estratto da piante come la Belladonna il cui nome “Atropa Belladonna” appunto deriva da quella delle tre Parche che recideva il filo della vita. Pare infatti che nell’antichità l’estratto fosse utilizzato come veleno. Oggi invece l’atropina è d’uso in oculistica per la sua proprietà di dilatare la pupilla, ragione per cui la pianta porta anche il nome “Belladonna”, in quanto capace di conferire allo sguardo quella caratteristica di vaghezza che si attribuiva al fascino femminile. Insomma una storia che è un concentrato di mito e costume.
Anche il taxolo, estratto vegetale da una specie di tasso e utilizzato oggi nella cura di alcune forme di tumore, pare fosse usato in antichità per rendere velenose frecce e lance. La tossina proTx-II invece è una scoperta recente, estratta dal veleno della tarantola peruviana, potrà essere impiegata per contrastare il dolore neuropatico.
Come dimostrano questi stessi esempi, un “filone” molto produttivo della nostra rubrica riguarda l’origine vegetale, animale o minerale di principi attivi e sostanze medicamentose. È il caso, fra i tanti, del chinino estratto dall’albero della China e dei polifenoli dalle proprietà antiossidanti che si trovano nel tè verde (come saggezza orientale insegna). Il resveratrolo, antiossidante e antinfiammatorio, viene ricavato invece dalla pianta chiamata Polygonum Cuspidatum, e si trova anche nell’uva e nel vino rosso. L’allicina infine si ricava dall’aglio e ha proprietà antipertensive, antiossidanti e antibiotiche.
[bctt tweet=”Spesso il caso ha giocato un ruolo da primo attore nella scoperta dei farmaci.” username=”MapsGroup”]
Andando alla ricerca di storie non ordinarie, abbiamo visto che spesso il caso ha giocato un ruolo da primo attore nella scoperta dei farmaci. La prima individuazione delle proprietà di quello che poi sarà il paracetamolo è avvenuta grazie a uno scambio di flaconi. Mentre l’eparina, che ha funzione anticoagulante, è stata scoperta da uno studente mentre cercava sostanze coagulanti nei tessuti (il nome viene dal greco hêpar ‘fegato’ dove si trova in quantità). Così anche la penicillina fu scoperta quasi per caso da Fleming nel 1929 (ma c’è un precedente italiano, lo studio del medico Vincenzo Tiberio nell’Ottocento) che notò l’eliminazione dei batteri in una coltura dove si era sviluppata muffa.
Infine, come si conviene a ogni relazione, diamo conto degli esiti, ovvero delle preferenze dei nostri follower sui Social. Quali farmaci hanno interessato di più su Facebook? Verrebbe da dire “o tempora o mores!” osservando le sostanze che hanno ottenuto più visualizzazioni, azzardandone un’interpretazione sociologica, come fossero un riflesso delle nostre moderne ansie e dei nostri tic. Si tratta infatti di principi attivi che contrastano ansia, depressione e invecchiamento, come la valeriana, nota fin dall’antichità per le sue proprietà calmanti. Curiosa anche la storia della tossina botulinica: scoperta grazie a una tossinfezione alimentare causata da salsicce, è stata impiegata prima come antispastico, poi in medicina estetica.
Anche per questa rubrica – come già per la rubrica “Viaggio attraverso il significato delle parole” – dobbiamo rilevare però la diversità di gusti del pubblico di Linkedin che invece ha mostrato curiosità per metformina (un antidiabetico che, sperimentato sui topi, ne ha ritardato l’invecchiamento), allicina e per il più comune acido acetilsalicilico.
Per concludere, abbiamo visto come molti dei principi attivi usati oggi siano in realtà provenienti dal passato. Ma il futuro? Quali scenari si prospettano per la farmacologia? Sembrerebbe che i Big Data sanitari, i progressi tecnologici e l’IoT, anche in questo ambito, promettano una nuova generazione di farmaci digitali: avremo ancora storie curiose di farmaci da raccontare? Noi scommettiamo di sì!
 
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
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www.treccani.it
www.agenziafarmaco.gov.it
www.agenziafarmaco.gov.it/pdf
[/boxed_content]

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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Lo Sport cambia passo: Big Data e Device Wearable sul podio?

[dropcap3]N[/dropcap3]el mentre che infuria la tempesta su “Olimpiadi a Roma sì” e “Olimpiadi a Roma no”, spostiamo lo sguardo di lato – com’è uso del nostro blog – e diamo conto di un’importante sviluppo nel mondo dello sport che ha ormai preso piede (e corpo) in tantissimi ambiti, e che ha di conseguenza connotato anche le Olimpiadi appena concluse.
Parliamo di un team recente, e tuttavia già affiatato, tra i Big Data e la cosiddetta device wearable, ovvero quella serie di dispositivi indossabili che, integrati con sensori, software etc., connettono il corpo umano con le sue funzioni, consentendo di monitorarle e misurarle in real time sia durante l’allenamento, allo scopo di migliorarne la performance, sia durante la gara vera e propria, così da ottenere informazioni utili per quelle successive.
Con tale approccio innovativo nel rapporto tra il corpo umano, i suoi limiti e le nuove tecnologie – come anche le paralimpiadi ci hanno ben mostrato – si possono raggiungere risultati sorprendenti, e questo vale non solo per il futuro, ma per il nostro presente.
Come riportato infatti in questo articolo, sono stati diversi gli sport che ne hanno già beneficiato durante le olimpiadi del Brasile, anche se il vero e proprio debutto dei Big Data è stato a Londra nel 2012, come ricorda Sky Christopherson, ex primatista nel ciclismo: «Sperimentammo sensori sul corpo e sulla bici di ogni atleta, per studiarne biomedica e fisica. (…) Abbiamo così tarato nutrizione, allenamenti, galleria del vento per ciascuna, eliminando la routine e vincendo un argento che nessuno sognava».
Le Olimpiadi 2016 di Rio, infatti, saranno di certo ricordate per l’utilizzo massiccio di soluzioni tecnologiche in tantissimi ambiti, non da ultima anche la preparazione degli atleti, i quali si sono affidati a device wearable e alla potenza dei big data per “monitorare aspetti quali la potenza resa dagli atleti nell’esercizio”.
Ad essere utilizzati, in questo caso, sono stati ad esempio occhiali speciali, gli smart glass, in grado di seguire le le corse dei ciclisti da ogni punto di vista (atleta, mezzo e utilizzo del circuito) e istante per istante, la soluzione iBoxer, che ha fornito ai giocatori di Boxe report dettagliati sulle caratteristiche degli atleti, e ancora le squadre di velisti che hanno potuto “allenarsi utilizzando modelli virtuali basati su dati e analisi di condizioni ambientali e atmosferiche (correnti, vento…)”.
[bctt tweet=”Le Olimpiadi 2016 sono state il consolidamento di una nuova intesa tra l’Uomo e le Macchine.” username=”MapsGroup”]
Ma quali sono i temi di studio qualificanti di questa nuova “intesa” tra l’Uomo e le Macchine in ambito sportivo?
[icon image=”ss-star” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Innanzitutto il corpo stesso, che, durante gli sforzi cui viene sottoposto (pensiamo alla corsa, alla boxe o al nuoto) viene monitorato istante per istante nelle sue funzioni vitali, ma anche appunto nei suoi risultati agonistici, consentendo di scoprirne punti forza e Talloni d’Achille.
[icon image=”ss-star” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]  In secondo luogo i circuiti di gara, per mettere meglio a punto le strategie di approccio agli ostacoli e ai percorsi previsti. È il caso della vela, della canoa, o del ciclismo, in cui gli itinerari possno essere studiati un millimetro alla volta.
[icon image=”ss-star” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]  Per non dimenticare schemi e strategie di gioco, facilmente studiabili e interpretabili alla luce dei nuovi strumenti di analisi. Pensiamo ad esempio al calcio, all’hockey e al rugby, che possono essere rivisti “col senno di poi” in ogni loro anche più piccola mossa.
Il tutto finalizzato da un lato ad “aggredire” gli ostacoli agonistici e gli avversari, grazie a una conoscenza più dettagliata deelle loro carattersitiche, e dall’altra migliorare le performance degli atleti con una nuova frontiera del “doping”: quello tecnologico che, almeno sembra per ora, ha certo meno effetti collaterali.
Per non dimenticare, infine, le possibilità terapeutiche di tali conoscenze approfondite dei vari atleti in caso di infortunio, e le relative possibilità di intervenire dal punto di vista terapeutico in maniera più mirata e a ragion veduta.
E tuttavia l’imprimatur tecnologico di queste Olimpiadi non si ferma all’azione, ma corre velocemente verso la condivisione globale della stessa. Secondo questo studio, infatti, le Olimpiadi di Rio 2016 lo hanno confermato che “il digital è imprescindibile” nel caso di evenyti sportivi globali. Lo attestano cifre di tutto rispetto, ovvero i 187 milioni di tweet postati sulla manifestazione, che hanno generato a loro volta  75 miliardi di impression.
Se la contemporaneità si gioca sui numeri, dunque, questi sono tali da farci facili profeti: l’Uomo, che ha già toccato i propri limiti fisici contingenti con uno sforzo “naturale”, seppure per certi versi sovrumano, ha davanti a sé traguardi prima inimmaginabili, da porsi oggi e superare domani.
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approfondimenti
[highlight]Per saperne di più:[/highlight]
 
www.pcprofessionale.it
www.engage.it
www.lastampa.it
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Data Driven

Raccogli il Dato e mettilo da parte. Dalla digitalizzazione alla datizzazione.

[dropcap3]I[/dropcap3]n uno dei nostri articoli precedenti, Big data e Shahrazàd: mille e un dato”, abbiamo parlato della possibilità di raccogliere, analizzare e utilizzare i dati come della fine di un percorso che fatalmente ne apre un altro, richiamando concetti quali ciclicità, replicabilità e serialità.
E con una similitudine delle nostre – rievocando il Sultano delle “Mille e una Notte”– abbiamo messo l’accento su un dato di fatto: “Nel mondo dei Dati (…) il passaggio tra la fine di una cosa e l’inizio di un’altra è assai meno cruento: qui davvero niente si distrugge ma tutto – potremmo dire in parafrasi – si moltiplica, trasformandosi.
I dati, proprio come varianti di una storia, mattoncini di un’infrastruttura o molecole di atomi differenti, possono dare vita, grazie ai diversi legami che si possono intrecciare tra loro o con qualcos’altro, a un numero pressoché inesauribile di altri tracciati informativi.”

Per proseguire ora il discorso e cercare di capire cosa avviene prima e dopo tale limina, facciamo riferimento alla tassonomia proposta dall’indice del libro “Big data. Una rivoluzione che trasformerà il nostro modo di vivere, di Mayer-Schönberger Viktor e Cukier Kenneth N., che illustra procedimenti di raccolta, analisi e riuso dei Dati che attraversano più limine, più soglie.
Come in tutti i processi successivi, infatti, tali dati – ancor prima di essere analizzati, filtrati e riorganizzati – seguono percorsi di trattamento differenti, ma tutti con la medesima finalità: trasformare dati disomogenei e di varia natura, assieme ai loro contenuti, in dati comparabili tra loro, certo, ma solo per andare oltre, in un’attività affatto nuova.
Sottolineiamo infatti come l’inizio del processo di “registrazione”, raccolta ed elaborazioni delle informazioni da parte degli esseri umani, corrisponde di fatto al superamento della linea di demarcazione tra società primitive e società avanzate.
Tutta la nostra evoluzione, in fondo, non è altro che questo, pur con drammatiche cadute ed errori anche d’interpretazione: cercare di decifrare la realtà in cui siamo immersi, non solo per garantire la nostra sopravvivenza, ma anche per dare una risposta alla nostra innata necessità di conoscenza.
Oggi, tale processo di estrapolazione, allocazione e riuso delle informazioni, avviene su larghissima scala attraverso quello che viene definito processo di Datizzazione, volto, per citare Mayer-Schönberger Viktor e Cukier Kenneth, N., aquantificare il mondo”.
In tale processo – che, ricordiamolo, è altra cosa rispetto alla digitalizzazione, attività con cui le informazioni si convertono in codici binari affinché possano essere processati dai computer – sono innumerevoli le fonti da cui attingere, in pressoché illimitate forme, trasformando tutto – anche le parole, le immagini, le geo-localizzazioni e le interazioni – in Dati.
[bctt tweet=”Dalla digitalizzazione alla datizzazione, informazioni per quantificare il mondo.” username=”MapsGroup”]
Più in specifico, tornando al tema dei Big Data, tale processo di conoscenza, catalogazione, analisi e ri-aggregazione delle informazioni, si può effettuare a partire da due macro-tipologie di Dati, quelli diciamo così “sedimentati” – Data Mining, e quelli invece “in azione” – Data Driven.
Ed è importante mettere a fuoco come, da una materia prima all’apparenza così differente – in una serie successiva di attività cicliche, replicabili e serializzabili – si possano estrarre da entrambe le tipologie di dati informazioni da un lato “pulsanti” e per niente cristallizzate (nel loro potenziale significato) e dall’altro “stabili” e attendibili nella loro capacità in potenza di rappresentare o predire ulteriori evenienze.
Una caratteristica dei dati sedimentati, infatti, è sì quella di essersi stratificati nel tempo, e tuttavia la loro natura si presta all’azione, là dove la scintilla di una domanda, una ricerca o un’analisi può accendere tali dati, movimentandoli e infine estrapolandoli in informazioni complesse capaci di raccontarci ben di più della loro semplice storia.
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[highlight]Alcuni esempi di dataset in cui rintracciare tali dati (DATA MINING):[/highlight]
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] database con i nostri dati personali;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] cataloghi di prodotto;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] librerie online;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati bancari e finanziari;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati produttivi;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati clinici;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati di vendita;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati su review.
[/boxed_content]
Allo stesso modo i dati raccolti nei flussi in cui sono immersi, se guardati attraverso la lente in real time di un Grande Fratello appositamente istruito, catturano, rappresentano e rilasciano modelli e dati aggregati, che si muovono nell’insieme in cui dispiegano i loro (potenziali) significati, e attraverso tali informazioni si può arrivare a conclusioni e informazioni capaci di durare nel tempo e costituire base solida di partenza per altre esplorazioni.
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[highlight]Alcuni esempi di flussi di dati (DATA DRIVEN) in cui agire in real time:[/highlight]
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] tutte le comunicazioni che avvengono sui Social;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] informazioni sui consumi in tempo reale di materie prime (energia, acqua, gas…);
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati relativi ai trasporti e alla movimentazioni di persone e merci;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati relativi alle telecomunicazioni;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati relativi al clima e alle condizioni dell’ambiente;
[/boxed_content]
Basta insomma “grattare” appena sotto la superficie all’apparenza fredda e opaca di questa materia per trovarsi immersi in un oceano – o meglio in un Data Lake – nelle cui acque possiamo raccogliere e convertire ogni sostanza in “essenza”. Alla ricerca mai compiuta di risposte concrete anche alle nostre domande all’apparenza più immateriali.

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Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

Vertigine dell’etimologia. Viaggio attraverso il significato delle parole.

[dropcap3]A[/dropcap3]prire un vocabolario e leggere, in un susseguirsi incessante, il significato e l’origine delle parole, equivale a compiere un viaggio vorticoso. Se le parole sono infatti i nervi della lingua viva di un determinato popolo in un determinato momento, sono anche i semi della sua storia. In esse è depositato e sedimentato – come negli strati di una roccia dolomitica le ere geologiche – il cammino degli uomini che le hanno usate attraverso le generazioni. Oltre il tempo e lo spazio, dall’origine in lingue antiche fino alla nostra, attraverso chissà quanti e quali scarti e salti di senso.
È la vertigine dell’etimologia (ricordando un celebre titolo di Umberto Eco, di cui abbiamo parlato nell’articolo di 6memes L’isola che non c’è e la digitalizzazione: storia di una non-biblioteca universale): l’affacciarsi su un pozzo oscuro da cui trarre in superficie – grazie a ricerche, raffronti, confronti, e a suon di ipotesi, da parte degli studiosi – l’acqua cristallina dell’origine del senso.
E un avventuroso viaggio etimologico è quello che abbiamo compiuto in una piccola rubrica, dedicata proprio alla storia delle parole, sulle pagine social di Mapsgroup e Webdistilled. Lo spunto è stato proprio Webdistilled, il software di analisi semantica del Web di Maps Group. Nell’ipertesto globale, infatti, il significato delle miriadi di parole che lo attraversano, costruisce rotte di senso, a beneficio (quando usate al meglio) di motori di ricerca e naviganti, come ben sanno gli esperti SEO, che si arrovellano su parole chiave e algoritmi capaci o meno di catturare il senso delle parole nel contesto.
[bctt tweet=”Non può forse essere ogni singola parola un racconto in sé?” username=”MapsGroup”]
Così, settimana dopo settimana, abbiamo costruito la nostra lista di parole, immergendoci nelle loro arzigogolate storie. Si è trattato di andare a caccia di termini curiosi in sé, di cui era interessante scoprire l’etimo, oppure di lasciarsi catturare proprio dall’origine particolare di una parola comune: da “ciao” a “donna”, da “precipitevolissimevolmente” a “mugugno”, da “enigma” a “sciarada”, si è generato un “catalogo” di più di ottanta parole di varia origine.
Cosa abbiamo notato attraverso questo seppur piccolissimo campione? Naturalmente è banale dire che ci siamo imbattuti di frequente nell’etimologia latina e greca delle parole scelte. Molte affondano le radici nella storia e nel mito, come nemesi dal nome di una dea greca, o ermetico da Ermete Trismegisto. Così anche cariatide ed epico: la prima, dalle donne di Caria fatte schiave e immortalate in un tempio dell’acropoli; la seconda, da quell’epos che raccoglieva le gesta degli eroi.
Sono parole che ci permettono di notare come un significato specifico e circostanziato spesso si è, per così dire, “generalizzato” nel tempo.
Esempi ne sono anche quei termini che, a partire da un nome proprio, hanno dato vita a un aggettivo. Lapalissiano ad esempio viene dal nome di un capitano francese: il verso di una canzone ne celebrava la tenacia, con l’argomento che fosse ancora in vita un quarto d’ora prima di morire; la disarmante ovvietà dell’affermazione ha generato l’aggettivo che qualifica ciò che è palese e scontato. Mentore, pur essendo in origine il nome del maestro di Telemaco, si è diffuso nel XVII secolo grazie a un libro di Fénelon, assumendo il senso attuale di ‘guida, consigliere’. Gradasso invece, il personaggio dei poemi ”Orlando Innamorato” e “Orlando Furioso”, è diventato il fanfarone per antonomasia. Mentre Paparazzo, dal film “La dolce vita di Fellini”, è ora nome comune per quei fotografi che inseguono le celebrità.
Il peso della storia si avverte in quei termini che hanno la loro origine nelle antiche tradizioni e nelle credenze religiose. È il caso di entusiasmo (‘pieno di un dio’); carnevale (‘togliere la carne’ forse incrociato con ‘carne addio’, in riferimento al periodo della Quaresima); tabù: parola importata dalla Polinesia dall’esploratore James Cook, connotava tutto ciò che era investito da un’aura sacra e dunque intoccabile; sabbatico, l’anno ogni sette in cui, nella tradizione ebraica, non si lavorano i campi, si liberavano gli schiavi e si rimettevano i crediti. Alla storia medievale si ricorre invece per spiegare certosino: una persona precisa e puntuale come erano minuziosi i monaci certosini nel cesellare i loro manoscritti.
Relitti di un mondo antico sono anche parole come ingolfare e mugugno: entrambi dal linguaggio marinaresco, il primo indicava la manovra, a rischio di stallo, per entrare in un porto; il secondo riguardava i marinai di Camogli che godevano di paga “con mugugno”, ovvero del diritto di… lamentarsi! Manfrina invece (un discorso lungo e talvolta anche tendenzioso) era una danza piemontese.
L’origine e i passaggi attraverso altre lingue mostrano invece come il patrimonio lessicale italiano sia nato da un intreccio complesso fra popoli e lingue che hanno “attraversato” il nostro paese e la sua cultura. Esempi ne sono alcol e azzardo (‘dado’) dall’arabo, dall’inglese snob (‘ciabattino’, poi chi affetta costumi raffinati) e slogan (in origine dal gaelico ‘grido di guerra’), e forfait dal francese con etimo incerto.
Alcol ci è utile anche per esemplificare i tortuosi percorsi delle parole, dal concreto all’astratto, spesso attraverso processi metaforici. In origine la parola indicava una polvere per tingere, quindi una polvere volatile e poi ‘essenza’, da cui alcohol vini e infine alcol.
Stile, dal concreto gesto dello scrivere (era la “bacchetta” con cui si incidevano le tavolette ricoperte di cera), ha preso a indicare la forma dei testi, la cifra creativa di uno scrittore, i tratti distintivi del comportamento di una persona. Altri esempi sono delirare, letteralmente ‘uscire dal solco tracciato dall’aratro’, e affibbiare ‘chiudere con un fermaglio’.
Se poi analizziamo le parole che hanno riscosso maggiore interesse nel nostro pubblico, di Facebook ad esempio, troviamo, di gran lunga al primo posto, sciarada. Poi dispotico, caleidoscopio ed enigma. Cosa hanno in comune? Forse una natura più oscura di altre. Certo sono parole affascinanti, nel suono e nel significato. Val la pena ricordarle. Sciarada ad esempio viene dal provenzale charrado ‘conversazione’: è un complicato gioco enigmistico, e si utilizza nel senso di ‘rompicapo’, ‘fatto misterioso e incomprensibile’. Dispotico invece viene da despota, il sovrano orientale. Greche anche le componenti di caleidoscopio, un oggetto relativamente recente, il cui nome ora indica anche una varietà di cose ed elementi. Curiosamente infine enigma ci riporta all’oscuro e al misterioso, sia in senso proprio che figurato.
Se poi cambiamo piattaforma, i gusti dei follower non sono gli stessi. E su Linkedin troviamo fra le parole che hanno interessato di più: giostra, paradosso, alcol, carnevale
E per concludere, le nostre preferenze: tra le tante parole, ne scegliamo due. Disastro, perché ha il suo etimo nelle lontane stelle, da cui come i popoli antichi ancora ci sentiamo spaventati e attratti, come dimostra l’eco della recente notizia di un pianeta “vicino” simile al nostro.
Poi narrare, la cui radice etimologica rimanda al far conoscere raccontando, e ci ricorda la natura del blog 6memes: il racconto, e la condivisione del racconto, come risorsa di conoscenza. E in fondo non può forse essere ogni singola parola un racconto in sé?

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Performance da 10 e lode! Sharing Knowledge

Alfabetizzazione digitale: innovazione, cultura e formazione.

[dropcap3]L[/dropcap3]a scolarizzazione e la formazione sono fattori sociali di cruciale importanza per lo sviluppo di un Paese. Quando l’Italia fu finalmente una sola nazione, non a caso, uno dei primi problemi da porsi fu quello dell’unificazione culturale e linguistica, su cui pesava un drammatico livello di analfabetismo e che fu affrontata anche sui banchi di scuola.
Oggi siamo di fronte a nuove esigenze di alfabetizzazione. Non si tratta più di diffondere l’italiano lingua nazionale, ma il tema è di nuovo di importanza storica. Affrontiamo così un nuovo capitolo della nostra rubrica su innovazione e società, occupandoci di alfabetizzazione digitale diffusa, come chiave per concretizzare le opportunità di un’innovazione che “viaggia” attraverso Big Data e Open Data, sulla Rete e i Social Media.
Acquisire competenze digitali a diverso livello e con obiettivi molteplici (in uno scenario, quello italiano, sia detto per inciso, in cui molta strada resta da percorrere), è questione che interessa tutte le generazioni e coinvolge tanto la cosiddetta formazione continua degli adulti, che la scolarizzazione primaria e secondaria, fino ai percorsi accademici e specialistici.
E la crucialità dell’argomento sta anche nella sua duplice facciata. C’è un primo obiettivo che uno Stato sempre si pone di fronte alle proprie politiche scolastiche e formative: quello di agevolare il raggiungimento di standard produttivi ed economici che lo rendano competitivo sullo scenario mondiale. Ma, a fianco di questo fattore per così dire utilitaristico, ce n’è un altro che dovrebbe stare a cuore a ognuno. Come leggere e scrivere sono storicamente stati un passaporto di libertà, quanto meno morale, così oggigiorno saper almeno gestire la propria ineluttabile vita digitale significa essere consapevoli dei meccanismi in cui ci si trova immersi. Ad esempio in qualità di consumatori, tanto per dirne una.
[bctt tweet=”Sapere, saper fare e condividere…” username=”MapsGroup”]
Ecco allora che la questione non è limitata all’acquisizione di competenze tecniche, ma diventa più latamente culturale. Tanto che lo stesso Ministro dell’Istruzione Giannini, nel presentare il rapporto del gruppo di lavoro del Miur sui Big Data, ha parlato di “specializzazione e diffusione della cultura dei big data” e di “cultura del dato” (su cui si veda anche questo interessante spunto).
Una cultura del dato da promuovere in ogni ordine scolastico, dall’insegnamento di data science nelle Università, fino al coding insegnato a scuola.
Anche ai più piccoli, per una precoce familiarità con il pensiero computazionale, come suggerisce ad esempio un’iniziativa dello stesso MIUR in collaborazione con CINI Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica: Programma il Futuro è una piattaforma che offre, a insegnanti e scuole, strumenti e percorsi per la diffusione del coding, partendo dall’assunto che “per essere culturalmente preparato a qualunque lavoro uno studente di adesso vorrà fare da grande è indispensabile […] una comprensione dei concetti di base dell’informatica” e sottolineando “la necessità di avviare un’azione fondamentale per la crescita culturale e lo sviluppo della società italiana”.
Sempre nel quadro della promozione di una scuola digitale, si colloca anche la neonata figura dell’animatore digitale, una sorta di promotore dell’innovazione nell’apprendimento scolastico, di cui in questo articolo si racconta un’esperienza individuale controversa, ma interessante per comprendere la complessità dello scenario, tra slanci e ostacoli di un sistema a macchie di leopardo, in cui occorre liberarsi dei vecchi preconcetti per aprirsi al nuovo, all’insegna di condivisione e mentalità open, dove il concetto di apertura si può intendere in modi diversi. Non solo promuovendo la cultura degli open data a scuola e nel sistema scolastico, ma anche attraverso esperienze di una scuola diffusa e aperta, anche al di fuori dei circuiti istituzionali. È questo il caso recente della Scuola Open Source avviata a Bari che programmaticamente si ispira alla scuola Bauhaus e al movimento Roycroft, per una nuova alleanza tra cultura e tecnologia al servizio di tutti, e quello delle reti dei Makers e dei FabLab.
Sapere, saper fare e condividere, insomma, perché bambini e giovani di oggi siano protagonisti attivi della società di domani.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
ischool.startupitalia.eu
next.insem.it
www.ilfattoquotidiano.it
www.chefuturo.it
[/boxed_content]

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Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

L'isola che non c'è e la digitalizzazione: storia di una non-biblioteca universale.

[dropcap3]P[/dropcap3]rima di inoltrarci tra i meandri – o meglio, tra gli scaffali – di quel giacimento di saperi, significati e significanti catalogati e pronti all’uso rappresentato dal concetto di “biblioteca”, ci piace ricordare le parole di Sir James Matthew Barrie, l’immaginifico autore di Peter Pan: “C’è un’Isola-che-non-c’è per ogni bambino, e sono tutte differenti”.
Tale poetico punto di vista sulla singolarità di ciascuno rispetto alla capacità di immaginazione, vale infatti in maniera più prosaica, ma non per questo meno incisiva, per ogni altra attività che coinvolga gli aspetti percettivi e conoscitivi di ognuno di noi, ovunque siamo e a qualunque età, rispetto a ogni fonte (o frutto) della coscienza, della conoscenza e del sapere.
Non c’è infatti alcun “significante che rimandi a un unico “significato, ma ogni lettore, ascoltatore o spettatore cambia radicalmente, interpretandolo a proprio modo, ciascuno scritto, suono, immagine o fantasia.
Ogni testo, infatti – soprattutto nella sua accezione semiotica, ma non solo – una volta assimilato, assume un significato, un senso e un’eco diversi e irripetibili in base a chi lo ha avuto “tra le mani” o al centro dei propri pensieri.
Lo stesso accade ogni volta in cui tale atto di fruizione si ripete, anche da parte dello stesso soggetto nei confronti del medesimo oggetto. E qui la riflessione si fa “vertiginosa”: a chi non è mai capitato, ad esempio, di rileggere un libro o rivedere un film dopo un certo periodo di tempo e ricavarne impressioni non solo differenti, ma addirittura diametralmente opposte, in base al diverso vissuto maturato nel frattempo o alle differenti esperienze attraversate?
E se dunque non è possibile, nemmeno in linea astratta, rimandare a precise e univoche unità di senso date una volta per tutte, figuriamoci se è possibile anche solo immaginare nella concretezza una “biblioteca delle biblioteche” – ovvero una biblioteca universale, identificando in tale costruzione linguistica un luogo custode e depositario del sapere. Nemmeno facendo uso di sistemi complessi e tecnologie convergenti.
Tale discorso non è del resto nuovo: lo stesso Umberto Eco – che ha dato l’incipit a questa serie di articoli sul tema apocalittici o integrati, rispetto alla cultura in generale e all’editoria in particolare – ha affrontato in maniera esaustiva il problema della catalogazione del sapere, individuando nella “Vertigine della lista la natura intrinsecamente illimitata, dal punto di vista rappresentativo, di ogni forma di catalogazione, che, in sé, “suggerisce quasi fisicamente l’infinito, perché di fatto esso non finisce, non si conclude in forma. Da ciò deriva il fatto che ogni tentativo di lista o catalogo universale della conoscenza possa produrre – e indurre – vertigine.
Fu del resto un altro genio del pensiero, Jorge Luis Borges, a ricordarci chec’è un concetto che corrompe e altera tutti gli altri. Non parlo del Male, il cui limitato impero è l’Etica; parlo dell’Infinito.
[bctt tweet=”Come non esiste una sola “isola che non c’è” così non esiste una sola biblioteca universale.” username=”MapsGroup”]
Rispondiamo così in maniera netta e definitiva alla domanda iniziale e all’apparenza retorica del nostro articolo. No: così come non esiste nessuna isola-che-non-c’è che sia uguale a un’altra, così il sapere – o almeno i medium comunicativi che lo contengono e ne dispiegano il senso – è per sua natura talmente complesso e mutevole che, almeno per ora, non c’è una “gabbia” sufficientemente ampia e strutturata capace di contenerlo e rappresentarlo in maniera univoca e definitiva, proprio per la sua natura mutevole, camaleontica e sfuggente.
Non che la tentazione di edificare il perimetro di un tale luogo non sia mai esistita: anzi, sono tantissimi, nei millenni, i tentativi in questo senso. A partire dalla favolosa Biblioteca di Alessandria, depredata e distrutta in più occasioni.
Di certo da almeno due decenni, e forse più, anche le nuove tecnologie – forti di una capacità di assimilazione e strutturazione di quantità smisurate di dati mai vista prima – hanno dunque prodotto e riprodotto tale tentativo.
E se l’universo bibliografico del libro a stampa veniva interrogato già dagli anni ’60 tramite “il migliore strumento di intermediazione fino ad allora inventato: il catalogo, ovvero un linguaggio di interrogazione ormai evoluto e dotato di vocabolario, semantica e sintassi proprie.”, lo stesso è accaduto per il digitale, come illustrato in maniera davvero completa in questo articolo di Fabio Di Giammarco dal titolo Dal MARC a BIBFRAME: la lunga marcia delle biblioteche per integrarsi nel Web”.
Secondo tale studio il processo di digitalizzazione e organizzazione del sapere in formato digitale inizia dai primi anni del 2000, in “una storia con quattro protagonisti: il catalogo delle biblioteche, i formati MARC e BIBFRAME, il Web. Possiamo farla iniziare nel 2002, quando il bibliotecario-tecnologo Roy Tennant pubblica il famoso articolo: ‘Marc Must Die’. Da quel momento, per il mondo delle biblioteche è chiaro che qualcosa sta davvero cambiando: con l’inizio del XXI secolo la rivoluzione del nuovo sistema dell’informazione globale lambisce ormai anche il piccolo periferico spazio chiuso del catalogo bibliografico.”
E nemmeno un gigante come quello partorito da Google, il quasi omonimo Google Books, che si auto definisce “il più grande indice di testi integrali mai esistito“, vi è a tutt’oggi riuscito, ma ha anzi dovuto almeno per ora rettificare il suo obiettivo iniziale (anche per motivi pragmatici e contingenti) spostando il suo target “dalla “biblioteca universale” alla computabilità dei libri digitalizzati – che hanno (comunque) superato i 25 milioni – per lo sviluppo di applicazioni di searchable inside e intelligenza artificiale.”
Il tentativo di conquista di una possibile “Biblioteca delle biblioteche”, comunque, è soltanto iniziato. E prosegue con una virata verso l’aspetto “semantico” del linguaggio, l’unico che, anche per noi uomini, sembra possedere almeno alcune chiavi di interpellazione e comprensione del sapere.
Ora, infatti, “Si tratta anche per le biblioteche – con l’aiuto di BIBFRAME – di percorrere la strada indicata da Tim Berners-Lee, ovvero: ‘a web of things in the world, described by data on the web’. Vale a dire, entrare ‘in una rete di cose presenti nel mondo, descritta nel web tramite dati’. ‘Cose del mondo’ collegate ad altre ‘cose del mondo’, nella fattispecie descrizioni bibliografiche collegate ad altre entità così da arricchire reciprocamente le informazioni ottenute.”
E se la digitalizzazione del sapere procede a gran velocità in tutti fronti della conoscenza (come già affrontato da 6memes in questo articolo), questo – dal punto di vista della “concentrazione” – non fa che aumentare e accrescere la necessità di reti e relazioni che interfaccino le varie biblioteche, o meglio cataloghi, proseguendo nella “vertiginosa” realizzazione di costruzioni in abisso e strutture a rizoma in cui, a ciascuna nuova connessione, relazione, scorciatoia e strada panoramica, si amplierà fatalmente il divario tra conosciuto e conoscibile.
Perché nessuna Biblioteca, nemmeno futuribile, con tutta probabilità, sarà mai in grado di contenere e semplificare il sapere, così come non esiste una sola isola-che-non-c’è, ma ci sono di certo arcipelaghi interi di sapere e immaginazione di cui cercare, e descrivere, le coordinate.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]

www.culturadigitale.it
archivio.panorama.it
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Medicina & Narrazione Sharing Knowledge

Ieri, oggi e domani della medicina e delle cure.

[dropcap3]U[/dropcap3]n viaggio nel mondo delle cure mediche. È quello che abbiamo compiuto con la rubrica su malattia e medicina viste attraverso le lenti del tempo, della variabilità culturale, oltre che della distanza geografica.
Abbiamo esplorato il concetto di male e di dolore, cercando di mettere a fuoco la relatività del concetto stesso di malattia a seconda del punto di vista. E abbiamo affrontato la malattia nei suoi aspetti sociali, quando ha coinvolto, nella storia e anche oggi, intere comunità, investendone i valori e provocando talvolta anche profondi sconvolgimenti demografici, economici ed etici.
Poiché la cura della malattia è profondamente legata a fattori culturali, ci siamo soffermati a considerare una panoramica delle cosiddette medicine alternative e complementari. E abbiamo affrontato, con la cautela del caso, anche la sofferenza della mente e gli approcci alla sua cura.
Da ultimo abbiamo considerato come l’uomo appartenga a un complesso sistema naturale di cui sono parte anche gli animali, che talvolta condividono il destino dell’uomo o vi interferiscono inconsapevolmente, quando si verificano casi di zoonosi all’origine di temibili malattie infettive, di portata epidemica e pandemica.
Ne abbiamo ricavato un quadro complessivo che conferma l’articolazione del tema di malattia e cura, appunto per la molteplicità dei piani che investe, da quello individuale, attraverso quello sociale e culturale, per approdare alle scelte di indirizzo politico e legislativo.
Per concludere questo nostro approfondimento su malattia e cura, e sulla loro portata storica, oltre che culturale e sociale, rivolgiamo ora la nostra attenzione non più al passato e all’altrove, ma gettiamo uno sguardo al di là dell’orizzonte, per vedere cosa ci riserva il futuro della medicina occidentale.
A inizio anno 2016, la rivista PharmaVoice ha enucleato le principali tendenze della medicina per l’anno in corso, che si candidano anche a essere più in generale linee di sviluppo di un prossimo futuro.
Tra queste, il concetto di new health economy, ovvero di un nuovo sistema di domanda e offerta sanitaria, in cui l’elemento radicalmente nuovo è il ruolo attivo del paziente. Come consumatore si informa e prende parte alle decisioni che lo riguardano; è coinvolto in una gestione tecnologica della salute ed è disponibile a impiegare le sue risorse economiche per benessere e cure.
[bctt tweet=”Il malato assume un ruolo consapevole e informato, cruciale e centrale nel processo di cura. ” username=”MapsGroup”]
Tale tendenza generale è coerente con altri trend enunciati, come la medicina di precisione: attraverso i big data e le branche di studio e ricerca afferenti alla genomica, l’obiettivo è quello di dar forma a protocolli di cura sempre più sicuri e affidabili, incentrati sul singolo paziente e sulla manifestazione “relativa” della malattia.
Il nuovo protagonismo del paziente di cui abbiamo parlato, definito patient empowerment, si rivela anche in questo ambito: il malato assume un ruolo consapevole e informato, cruciale e centrale nel processo di cura.
E questo è possibile anche grazie alla tecnologia: il paziente esplora la Rete per ricavarne informazioni di natura medica e sanitaria, partecipa alla gestione della sua storia clinica attraverso la cosiddetta sanità digitale, usufruendo anche di soluzioni di mobile health per monitorare il suo stato di salute e per gestire le attività connesse al suo benessere.
Dal canto loro, le strutture sanitarie e i decisori politici possono usufruire di una mole mai avuta prima di dati, e – come nel caso di Clinika di Maps Group, il motore di ricerca semantico dei dati clinici – possono dotarsi di nuovi strumenti analitici e predittivi in grado di analizzarli e utilizzarli. Grazie a tali strumenti, infatti, i dati raccolti possono trasformarsi in informazioni strutturate con cui pianificare l’offerta sanitaria, razionalizzarne la gestione, contribuire alla ricerca scientifica e favorirne la condivisione tra tutti i soggetti coinvolti.
L’opportunità è reale, la sfida lo è altrettanto perché chiama in causa – proprio per la complessità di cui abbiamo detto – una decisa e programmatica scelta di campo, non scevra da problemi e nodi di ordine etico da sciogliere.

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Big Data & C. Un Big Data al giorno

OTA, Big Data e Turismo. Viaggio all'interno delle prenotazioni online.

[dropcap3]P[/dropcap3]arlare di OTA (Online Travel Agencies) e Big Data vuol dire entrare in un argomento per certi versi positivo e per altri critico che riguarda il settore del turismo, come accade per quelle medaglie a due facce che, pur essendo l’una specchio dell’altra, raffigurano al rovescio elementi tra loro conflittuali.
Se infatti da un lato queste agenzie online consentono al turista di scegliere tra tantissime strutture, confrontandole tra loro, dall’altro ne “cancellano” di fatto altrettante, ovvero quelle che – per motivi diversi – non sono presenti nelle pagine dei loro siti.
Questo, in nome di una grande capacità di penetrazione nel mercato online, spesso grazie a ingenti investimenti cross-mediatici, e con il rischio di un vero e proprio monopolio comunicativo a scapito di molti stakeholder del settore.
In ambito turistico, un primo epocale passaggio nel rapporto tra il viaggiatore e la sua meta di destinazione è stato quello della “disintermediazione”, ottenuta grazie a internet. Le agenzie di viaggio ne hanno a suo tempo fatto le spese, ma per un certo periodo gli utenti, semplicemente navigando su internet, hanno “incontrato” siti web che promuovevano la propria struttura ricettiva con foto ammiccanti e pagine vetrina in grado di attirare direttamente l’attenzione.
Tali “contatti”  facevano capo a una telefonata o una mail inviata direttamente al gestore per chiedere la disponibilità di una o più stanze, facilitando così il rapporto uno a uno tra fornitore di servizi e consumatore, altrimenti detto “B2C”.
Interazione privilegiata, questa, che è durata poco tempo.
[bctt tweet=”La presunta disintermediazione tra turisti e strutture ricettive si è già eclissata da molto.” username=”MapsGroup”]
Quasi da subito infatti sono nati portali e portalini che si sono messi in mezzo tra i due attori protagonisti, seppure in maniera discreta. A questi si aggiungevano i siti di recensioni – tra tutti Tripadvisor e Trivago – in grado di fornire ai naviganti anche le valutazioni degli ospiti (vere o presunte vere che fossero).
Nello stesso tempo, iniziarono a fiorire altri siti ancor più strutturati che consentivano la prenotazione diretta online delle strutture: Venere.com, Booking.com, Expedia e via così.
Tutto ciò per dire che la presunta disintermediazione tra turisti e strutture ricettive si è già eclissata da molto, spostandone a prima vista gli oneri tutti a carico dei gestori (che pagano una salata commissione sulle prenotazioni). Oneri che però, una volta usciti dalla porta, rientrano dalla finestra dei turisti, con un inevitabile rincaro dei prezzi.
Oggi gli scenari stanno per cambiare ancora una volta grazie ai Big Data.
Come descritto in questo articolo  e in quest’altro,  i dati raccolti dalle OTA – e non solo – si stanno sedimentando, filtrando e confrontando in maniera da creare modelli predittivi in grado di “consigliarci” sui nostri comportamenti d’acquisto anche in questo settore, come già accade in altri campi, ad esempio l’editoria e la musica, solo per citarne un paio.
Una domanda allora, come si diceva un tempo, sorge spontanea: Chi beneficerà alla fine di tutto ciò? I big dell’industria del turismo, senza dubbio, come illustrato in questo interessante rapporto pubblicato sul sito di Amadeus.
Non certo i titolari di piccole strutture ricettive, ai quali non resterà probabilmente altro che raggrupparsi e consorziarsi, pena il rischio di chiusura, così come è già accaduto nel settore del commercio.
Una (non piccola) isola attuale in questo panorama, che non possiamo non citare, è tuttavia rappresentata da AirBnB che, non a caso, sta diventando sempre più conosciuto e utilizzato.

Ma, a parte le eccezioni esistenti, come fare, per recuperare un rapporto diretto e reale, caldo e personalizzato, tra noi e la nostra agognata meta? Ad oggi sembrano i social, gestiti a volte ancora dai titolari delle strutture, a consentire una reale disintermediazione tra turista e struttura ricettiva, ma è probabile che i Data Lake invadano prima o poi in maniera definitiva anche quest’orizzonte, grazie alla capacità – a monte – degli algoritmi delle stesse piattaforme di filtrare “domanda” e “offerta” del mercato turistico in base al cosiddetto stile di vita attraverso lo studio, l’analisi e il trattamento delle scelte precedenti degli utenti.
Così che tutti ovunque ci “diranno” dove andare, quando, come e magari con chi.
Come potremo fare, per mantenere un po’ di imprevedibilità e accontentare il nostro sacrosanto desiderio di avventura? In un modo solo, come una volta: prendendo un mappamondo, facendolo girare e poi, col dito puntato e gli occhi chiusi, fermarlo e scegliere la meta. Ecco, così la nostra scelta sarà di sicuro libera. Magari un po’ azzardata???
PS: per gli interessati direttamente al settore del turismo, consigliamo la lettura di questo articolo di Francesco Russo sul Blog www.briowe.eu che propone un’interessante panoramica sulle strategie di marketing possibili per le strutture ricettive, alternative o complementari agli investimenti nelle cosiddette OTA. Da non perdere!

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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Tempo libero? Io ozio, tu ozi, egli rallenta. Big data permettendo.

[dropcap3]L'[/dropcap3]ozio ha avuto da sempre – nella storia dell’uomo, della cultura e delle società – ben più di un estimatore.
Da Steven Robertson e Bertrand Russel, entrambi con un’opera dal medesimo titolo, “L’elogio dell’ozio”, al libro che naviga su un’onda affine, “L’utilità dell’inutile, di Nuccio Ordine, fino al celebre “Elogio della lentezza” di Lamberti Maffei, per non parlare poi del rallentato stile di vita promulgato dalla filosofia “Slow Food”…
E nonostante Calvino celebrasse la velocità – almeno all’apparenza 😉 – la domanda che molti si fanno in proposito, seguendo proprio il ragionamento di Lamberti Maffei, è la seguente: “Siamo davvero programmati per la velocità?” Perché se è vero che “Viviamo in un mondo veloce, dove il tempo sembra via via contrarsi: continuamente connessi, chiamati a rispondere in tempi brevi a e-mail, tweet e sms, iper-sollecitati dalle immagini, in una frenesia visiva e cognitiva dai tratti patologici”, in molti invitano a “scoprire i vantaggi di una civiltà dedita alla riflessività e al pensiero lento”.
I celebri Flâneur  dei tempi andati – e pure quelli contemporanei – il cosiddetto tempo libero, non a caso, lo frequentavano con una certa assiduità e il fatto stesso che si chiami libero avrà bene un suo perché!
Eppure è inutile negarlo: a molti di noi non piace “perdere tempo” e, quando ne abbiamo un po’ in eccesso, diventa un tempo che di più occupato non ce ne è, come succede spesso in vacanza, in cui l’occasione di svago e ozio diventa una vera e propria gara a vivere più esperienze, tanto che spesso si torna a casa più affaticati che alla partenza.
[bctt tweet=”I Flâneur, il cosiddetto tempo libero, lo frequentano con una certa assiduità…” username=”MapsGroup”]
Un altro subdolo attentatore alla lentezza, per tornare al topic del nostro articolo, lo è – e lo sarà sempre più spesso – il giochino degli “stili di vita” consentito dall’utilizzo ad hoc dei Big Data anche in questo campo. Per chi utilizza questi dati, infatti, il tempo libero rappresenta un target ben preciso per campagne di marketing e re-marketing che hanno un unico scopo: riempire il nostro carrello-tempo di attività, eventi, proposte, spettacoli e chi più ne ha più ne metta.
Non è semplice sfuggire a tali sirene ammaliatrici, perché ci conoscono bene. Come spiega questo articolo, ad esempio, ogni nostro passo online è tracciato, filtrato, segmentato e decifrato… Al fine di realizzare i nostri desideri, si dice. O di soddisfare tante necessità di business, aggiungiamo noi per amor di chiarezza.
Eppure tale pratica, seppure da molti contestata, non è necessariamente un male. In effetti, “qualcuno” che ci orienti nel mare sterminato di offerte indifferenziate è davvero utile e – bada bene – può farci davvero risparmiare tempo nella nostra ricerca di qualcosa che corrisponda ai nostri desideri.
Questo accade ormai in tutti i settori. Da quello della musica, in cui “Le società specializzate nei big data nel settore musicale lavorano ormai intensamente sulle affinità di generi e stili, sulle affinità tra gli artisti, sulla varietà di stili e generi suddivisi per segmentazione social”, a quello dell’editoria, ça va sans dire, in cui le principali case editrici utilizzano i Big Data per trarre massimo profitto dalle proprie scelte editoriali. Addirittura la casa editrice Tor Books sta “per pubblicare il primo libro scelto attraverso i big data.”
Non è immune da tali pratiche nemmeno il settore della formazione. Il tempo libero è infatti spesso dedicato allo studio, per necessità o virtù, grazie anche alla diffusione del Digital Learning:Non si tratta semplicemente di una diffusione di contenuti online: case editrici, scuole e università stanno modificando le loro strategie di investimento per rivoluzionare non solo il modo e i tempi in cui gli studenti apprendono, ma anche come gli insegnanti interagiscono con loro nel seguirne i progressi nel tempo.”
Per non parlare dei viaggi veri e propri, in cui portali come Tripadvisor, Booking, Venere etc… irrompono nelle nostre ricerche online con seduttive offerte di pernottamenti vantaggiosi in posti irresistibili.
Come fare, allora, per non riempire – anzi farcire – il nostro tempo libero difendendolo con le unghie e i denti?
Un’alternativa c’è, la solita di sempre: chiudere le finestre. Staccare con tutto e tutti, non pensare a niente e chiudere gli occhi. Quello che apparirà sarà, finalmente, il vero tempo libero: quello dell’esistere fine a se stesso!