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Big Data & C. Data Complexity & Big Data

Big Data: facciamo un po’ di chiarezza? Di Anna Pompilio

Il mondo, il nostro mondo, esiste dalla notte dei tempi, ma ogni giorno noi dobbiamo crearlo di nuovo.
Se noi non camminassimo sulla terra, essa non esisterebbe.

Breyten Breytenbach

[dropcap3]N[/dropcap3]el primo articolo di questa rubrica abbiamo cominciato ad esplorare i problemi legati alla complessità dei dati nelle organizzazioni. In questo secondo post la domanda è invece una sola: cosa è (o cosa non è) Big Data?
Dati (complessi) e Big Data hanno spesso lessico simile, radici comuni, iconografia quasi indistinguibile e rotte di confluenza semantica. Esiste dunque un “rischio di confusione” tra i due insiemi, che se pure dovesse infine sfociare in un approfondimento dei secondi rispetto ai primi non di rado porta a presunzioni del tipo: “le cose che facciamo nella nostra azienda non riguardano i Big Data”.
Una linea di pensiero che implica non solo la perdita di opportunità, di valorizzazione e di crescita dell’azienda o del Gruppo, ma che potrebbe condizionarne la stessa sopravvivenza. Se infatti le tecnologie digitali permettono oggi, a chi si è adeguatamente attrezzato, di prendere decisioni consapevolmente e velocemente, come si può pensare di competere nel mercato di riferimento utilizzando vecchie logiche e strumenti obsoleti? Non dimentichiamo che esistono interi settori della nostra economia il cui lessico comune è Ordine di Servizio .
[bctt tweet=”La prima chiave dell’innovazione: fare le stesse cose in modo diverso. ” username=”MapsGroup”]
Del resto l’abbiamo già detto: faremo sempre di più le stesse cose ma in modo diverso. Ma fare le stesse cose in modo diverso non è mai stata faccenda di poco conto.
[highlight]I fondamenti di un progetto di Big Data[/highlight]
 
Big data is sexy dice Bernard Marr e in effetti sembrerebbero avere quel certo je ne sais quoi che li rende quasi irresistibili. Se non possiamo ignorarne il fascino e la portata innovativa, è vitale tuttavia interrogarsi sulla reale applicabilità al contesto specifico.
Quali sono dunque gli elementi (minimi) necessari da tenere in considerazione nell’analisi dei potenziali scenari di sviluppo in ambito Big Data, per la nostra organizzazione?
Ne abbiamo individuato due che ne chiariscono l’essenza (l’essenza delle cose, ciò che le cose sono, è costituita dalle proprietà che la caratterizzano) e la forma (l’insieme strutturato dei suoi caratteri essenziali):

  1. Scala. Quando parliamo di Big Data ci riferiamo a una gigantesca mole di dati eterogenei, non strutturati, prodotti da molte sorgenti differenti, le cui caratteristiche primarie sono: volume, velocità, varietà, variabilità, veridicità e complessità. I Big Data offrono dunque (attraverso piattaforme IT che raccolgono, aggregano, analizzano ed estraggono informazioni personalizzabili) la possibilità di accedere ad una serie molto ampia di dati provenienti da fonti diverse, interne ed esterne all’organizzazione (archivi aziendali, database e filesystem, blog  e social media, dati internet delle grandi web company), per l’analisi e il supporto alle decisioni.
  2. Ontologia. L’ontologia racchiude “una schematizzazione concettuale (rappresentazione di un modello di un dominio dato) di natura esplicita e non ambigua, formalmente espressa in un linguaggio conosciuto secondo una conoscenza condivisa”  (Dati, bigdata e città intelligenti. Riflessioni e caso studio per monitoraggi ambientali – Giacomo Chiesa, Dipartimento DAD, Politecnico di Torino).

[bctt tweet=”Fondamenti di un progetto Big Data: scala e ontologia.” username=”MapsGroup”]
In una modalità di elaborazione dati “tradizionale” basata su database strutturati, l’ontologia dei dati e delle variabili è fondamentale per poter procedere con l’analisi e il confronto tra le informazioni. È anche indispensabile che i dati siano omogenei e ordinati per poter essere utilizzati e processati. Tuttavia, gli strumenti che operano su grandi dataset non hanno necessariamente bisogno dell’operazione di estrazione, trasferimento e carico dei dati per l’analisi. In altre parole si presume  “che i dati non siano omogenei e ordinati – anzi, si assume che siano troppo ingenti per poterli ripulire prima di processarli” (Mayer-Schönberger and Cukier, 2013).
Non esiste dunque per i Big Data l’ontologia ma molteplici ontologie: a quella tradizionale si può aggiungere ad esempio un’ontologia capace di rappresentare e relazionare tra loro informazioni riguardanti le comunità online (blog, wiki, forum, mailing list, ecc.) oppure di descrivere dati riguardanti le persone e le loro relazioni (anagrafe).
Dal punto di vista IT esistono ontologie (informatiche) standard il cui uso permette di aumentare il livello di interoperabilità semantica – ossia “la capacità di elaborare informazioni da fonti esterne o secondarie senza perdere il reale significato delle informazioni stesse nel processo di elaborazione”.
Uno degli esempi a cui spesso si ricorre quando si parla di Big Data è il caso Wal-Mart che rappresenta una delle best practice più popolari nell’utilizzo di questi ultimi. […] Wal-Mart è la più grande catena di distribuzione di beni di consumo del mondo, nonché la prima azienda della classifica di Fortune 500. Ogni ora colleziona dati relativi a circa un milione di transazioni commerciali e li relaziona a fattori quali tempo, luogo, combinazione nel carrello, disponibilità a magazzino, frequenza di acquisto, etc. Se un cliente ha acquistato in passato un barbecue e spesso compra prodotti accessori, molto probabilmente sarà interessato ad articoli non ancora acquistati. Analizzando la disponibilità a magazzino, le informazioni meteo, i dati di localizzazione degli smartphone etc., il sistema invierà dei buoni per invogliare il cliente all’acquisto, ma solo se possiede un barbecue, il tempo nel weekend sarà bello e si trova in un raggio di tre miglia dal negozio.[…].
Gli esempi possono essere tuttavia infiniti, così come le possibili applicazioni ma estrarre il valore tangibile dai Big Data è possibile solo a patto che l’azienda si sia fatta prima (senza psichismi) le domande giuste, quelle rispondenti alle logiche di Business (è già cliente? ha acquistato un barbecue?), e che si continui  anche dopo (ci sarà il sole nel weekend?), in un processo iterativo che porta all’esplorazione dinamica dei nodi di conoscenza via via che le informazioni si rendono disponibili.  (Nel 2013 Walmart scoprì che prima di un uragano le vendite delle strawberry pop-tarts aumentavano del 700% e da allora, se il meteo minaccia tormenta, le strawberry pop-tarts vengono spostate vicino alle casse, per dire).
[bctt tweet=”Il valore dei Big Data: rispondere correttamente alle domande giuste.” username=”MapsGroup”]
Qualcuno potrebbe ancora chiedersi, giunti a questo punto, ma qual è il vero elemento di novità relativamente ai Big Data?
La migliore risposta, finora, mi pare di intravederla nelle parole dello scienziato Alessandro Curioni : “quello dei Big Data non è un metodo ma un approccio alla ricerca. Certo, servono le ontologie giuste, servono scienziati esperti in grado di costruire le mappe in modo da suggerire alcune dinamiche di base. Ma la qualità della ricerca prima che nella capacità di elaborare ipotesi si concretizza nella formulazione delle domande. Proprio per questo, i big data oggi sono prima di tutto un approccio alla conoscenza.
Dunque – ce lo insegna in primo luogo la semantica – si può descrivere un concetto anche a partire dal confine che lo distingue dall’orizzonte di significati e significanti che lo circondano, identificando in primo luogo ciò che non è, e da lì partire per successive inferenze. A proposito: nemmeno l’informatica e le scienze legate all’innovazione tecnologica sono esenti da questo semplice (all’apparenza) postulato.
Ma per alleggerire un po’ il registro della nostra conversazione, vorrei portare un altro esempio, che potrà sembrare fuori tema, e invece non lo è. Si tratta di un aneddoto. 😉
La storia è questa: ero alla Basilica di Massenzio per il Festival delle letterature 2016 per festeggiare il 100° libro di Camilleri (L’altro capo del filo) e sul palco ad omaggiarlo c’erano Lella Costa e Renzo Arbore che ha raccontato diversi aneddoti divertenti legati al suo lavoro, tra cui un episodio esilarante che coinvolgeva Mario Marenco, attore, umorista, architetto e designer italiano.
Durante la trasmissione radiofonica “Alto gradimento”, raccontava Arbore ancora divertito dal ricordo, si decide di affidare a Marenco un ennesimo personaggio, un micologo. Arbore e Boncompagni pensano che la sua passione nell’inventare termini in latino sia ideale per i nomi dei funghi. Marenco arriva al momento di andare in onda, senza aver preparato nulla, ed esordisce con: “allora per prima cosa distinguiamo tra funghi e non funghi. Sono non funghi: la sedia, l’automobile, la libertà, la lavatrice, il cavallo…” :-). Sono andati avanti per una settimana, e senza mai dire – e intendo MAI – il nome di un solo fungo. Nemmeno il più piccolo fungo del mondo.
Senza arrivare a un tale paradosso, parlando di Big Data, si può anche partire dall’approccio apofatico alla Marenco: cosa NON è Big Data?
Mettiamola così: se NON sono presenti neanche i due elementi descritti all’inizio, allora potrebbero NON essere Big Data (magari potrebbero essere funghi?). Ma quello che è certo è che non basta la richiesta ai Sistemi Informativi aziendali di un’installazione di Hadoop o la sostituzione di una soluzione SQL con una NoSQL per definire un progetto “in ambito Big Data”.
Prendiamo appunti. Per il prossimo articolo!

Anna Pompilio

[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]

www.ap-institute.com
www.dataskills.it
http://nova.ilsole24ore.com
https://it.wikipedia.org
www.linkedin.com
www.dezyre.com
http://bridg.com
[/boxed_content]

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Big Data & C.

Big Data & Dintorni: mini-sitografia sulla complessità e la digitalizzazione. A cura di 6memes.

[dropcap3]I[/dropcap3]l tema della complessità e della molteplicità dei dati e delle informazioni disponibili – in realtà e in potenza – è sempre più frequente argomento di dibattito, soprattutto (ma non solo) quando si parla di Innovazione Tecnologica e di Internet of Thing.
Sono argomenti, ça va sans dire, complessi e di non facile interpretazione, ma ricchi di spunti e – perché no – di suggestioni. E che riguardano soprattutto pratiche di ottimizzazione, controllo e governance non solo di organizzazioni complesse, ma anche e soprattutto di settori interi delle nostre società, a livello globale. Si tratta dunque di questioni che non devono e non possono essere ignorate, e che debbono essere portate all’attenzione di tutti, opinione pubblica compresa.
Abbiamo così pensato di raccogliere in questa mini-sitografia – in realtà una vera e propria lista i principali articoli e le fonti più consultate dal nostro Blog, così da condividerne la conoscenza e incentivare la natura “sertendipitica” dei nostri lettori.
I temi sono i più diversi: dagli Open Data alla digitalizzazione della cultura, dalle Performance alla Conoscenza, sempre alla ricerca di un’unica cosa: un filo di Arianna da seguire in questo Labirinto di informazioni.
Un’unica avvertenza, prima di consultare la Lista: l’ordine è quello alfabetico, e non di rilevanza. Buona… passeggiata. 🙂
SITOGRAFIA
www.agid.gov.it/agenda-digitale/open-data
www.archeomatica.it
www.armsglobe.chromeexperiments.com
www.blog.okfn.org/
www.bologna.repubblica.it
www.corrierecomunicazioni.it/agricoltura-iot-e-big-data-i-nuovi-alleati-in-campo
www.corrierecomunicazioni.it/assicurazioni-auto-il-futuro-e-nei-big-data
www.corrierecomunicazioni.it/come-cambiano-le-assicurazioni-ai-tempi-dei-big-data
www.culturadigitale.it/wp/biblioteca-digitale
www.culturadigitale.it/wp/digitalizzazione
www.data.gouv.fr
www.data.gov.uk
www.dati.comune.matera.it
www.datiopen.it/it/opendata-per-tematica
www.dati.piemonte.it
www.drones.pitchianteractive.com
www.engage.it/blog/big-data-sport-le-regole-un-oro-data-driven
www.ec.europa.eu/digital-agenda/en/open-data-portals
www.ec.europa.eu/programmes/horizon2020/
www.forumpa.it
www.ilsole24ore.com
www.industriaitaliana.it
www.infodata.ilsole24ore.com
www.informationweek.com
www.lastampa.it/2016/08/18/sport
www.lineaamica.gov.it/opendata
www.log.debiase.com
www.millepiani.eu
www.opendatafoundation.org
www.opendatahandbook.org
www.rainews.it
www.regione.emilia-romagna.it
www.sas.com
www.schoolofdata.org

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Comunicazione extra specie Sharing Knowledge White Paper

I Quaderni Di 6memes: Scrittura, Digitale & Big Data

[dropcap3]F[/dropcap3]iglia prediletta del linguaggio, a metà strada tra l’arte e la tecnica, la scrittura è una forma esemplare di tecnologia della comunicazione che, sedimentata nei millenni della civiltà umana, continua a mutare incessantemente, attraversando di quando in quando svolte epocali che trascinano altrettanto epocali mutamenti culturali.
Eppure ogni cambiamento che la riguarda e coinvolge le forme del testo è da sempre vissuto con sospetto, spesso proprio dai quei “tecnici” che sono deputati al suo utilizzo e alla sua sorveglianza.
E siccome in questo ultimo decennio l’orizzonte dell’Editoria – e dunque della Scrittura e della Lettura – si è spostato ben oltre il consueto, abbiamo pensato di “parlarne” insieme, affrontando la questione da diversi punti di vista e raccogliendo i vari articoli in un Ebook Opens Source.
Buona… lettura!

[highlight]Indice dei contenuti:[/highlight]

0.1    Apocalittici o integrati?
0.2   Scripta Manent
0.3   Digitale e scrittura
0.4   Conclusioni
0.5   Sitografia

PER SCARICARE IL PDF FREE CLICCA SULL’IMMAGINE SOTTOSTANTE!


ebook-scrittura-digitale
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Big Data & C. Data Complexity & Big Data

Integrazione dei dati nei sistemi interconnessi: il caso degli acquisti di gruppo. Di Anna Pompilio

Dov’è la saggezza che abbiamo perso nella conoscenza?
Dov’è la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione?
(T.S. Eliot, The Rock, 1934)

 
[dropcap3]A[/dropcap3] detta di Google ogni anno vengono prodotte 40 Exabyte di nuove informazioni, enormi quantità e varietà di dati permeano la nostra vita e ci obbligano di fatto a ripensare le cose da fare, non perché siano superate o non si possano più fare ma per rispondere ai cambiamenti prodotti dalla digital transformation. Faremo sempre più le stesse cose ma in modo diverso, in una prospettiva sempre più data-driven, basata cioè sui dati.
Anche in questo Blog, 6Memes, dedicato all’opera Six Memos for the Next Millennium (Le “Lezioni americane”) di Italo Calvino, si cerca di “mettere a nudo le potenzialità dei Dati, traducendoli nei linguaggi dell’Uomo: Cultura, Natura, Economia, Arte e, perché no, Ironia” e non solo in teoria ma anche in pratica attraverso i Virtual Labs.
Scopo dei Labs, repetita iuvant, è quello di “fornire esempi concreti di progetti, esperienze, case study tenendo conto dello scenario sociale, economico, tecnologico e culturale nel quale nascono e si sviluppano, al fine di analizzarne possibili applicazioni e prospettive future per aziende e pubblica amministrazione”.
[highlight]Integrare i dati è ancora un problema irrisolto[/highlight]

[dropcap3]Q[/dropcap3]uesto primo laboratorio tocca un argomento, l’integrazione dei dati in sistemi interconnessi (come possono essere ad esempio le aziende che fanno parte di un Gruppo), che continua a mietere vittime tra esperti – di analitycs, di codice sorgente, di database, di interfacce di integrazione, di cloud, di infrastrutture di rete ecc. – e non solo.
Uno dei motivi è quasi banale: vista la varietà, la variabilità e il volume dei dati comunemente oggetto di integrazione, affinché si possano fare tutte le necessarie elaborazioni, oltre che disponibili le informazioni devono essere in grado di riconoscersi, devono cioè “parlare la stessa lingua”. Ma come per l’apprendimento di una lingua anche il colloquio tra sistemi diversi richiede mesi, a volte anni, di studio e lavoro. La velocità e veridicità si ottiene, in tal caso, a condizione di non avere troppa fretta.
[bctt tweet=” Il colloquio tra sistemi diversi richiede mesi, a volte anni, di studio e lavoro.” username=”MapsGroup”]
Tipicamente poi, nei rapporti tra aziende di un gruppo, l’ambito in cui ci si muove è uno scenario complesso in cui i vari referenti sono chiamati a intervenire per la responsabilità dei dati di propria competenza, in un contesto fatto di ambienti tecnologici eterogenei, di posizioni di forza interne all’organigramma, di differenti partner IT (per i prodotti, per i servizi e le infrastrutture, per la gestione dei sistemi, …).
Uno scenario in cui i giocatori in campo hanno motivazioni intrinseche, necessità, saperi, interessi e obiettivi diversi, spesso in contrapposizione, e in cui le dinamiche in gioco sono molteplici e quasi mai esplicitamente dichiarate. In un simile pot-pourri, anche qualora i vantaggi dell’integrazione siano noti e condivisi, far parlare le informazioni resta ancora il problema minore: superare lo scoglio organizzativo, ripensando magari i processi, è invece il primo passo e forse il più doloroso.
[highlight]L’esperienza degli acquisiti di Gruppo.[/highlight]

[dropcap3]O[/dropcap3]ltre a muoversi in un quadro di riferimento complesso c’è anche da dire che il processo di acquisizione di nuove tecnologie all’interno di un gruppo non sempre segue un identico andamento: società diverse possono trovarsi, nello stesso momento, in punti differenti della curva.
Carlo Ratti, parlando di Big Data ha detto “I Big Data sono quello che non riuscite a mettere in un foglio Excel” con una illuminante definizione che condivido e ritengo possa essere applicata a qualunque organizzazione si trovi ad affrontare una complessa gestione di dati in cui i due estremi continuano ad essere un foglio Excel e un database. In qualche modo tutto funziona, almeno finché queste due visioni non si fronteggiano.
Quando invece si scontrano è perché la spinta al cambiamento (di norma imposta “dall’alto”) è focalizzata per lo più sugli aspetti tecnologici e sull’adozione di “nuovi strumenti”, nonostante anni di letteratura sulla condivisione, sulla partecipazione o il change management dovrebbero averci insegnato qualcosa in più sulla necessità di mediazione tra manager, programmatori, analisti, data scientist, ecc. per evitare frizioni, opposizione e mancato utilizzo.
[bctt tweet=” La necessità, in tema di integrazione di dati, è quella del colloquio tra sistemi diversi.” username=”MapsGroup”]
Supponiamo ora, per tornare al nostro caso, che all’interno delle aziende del gruppo gli ordini di acquisto dei DPI (Dispositivi di Protezione Individuale, caschetti di plastica gialla e scarponi antinfortunistici, per intenderci) vengano gestiti in due modi: dalla Holding attraverso un sistema basato sulla personalizzazione di un modulo ERP e da un’azienda del gruppo che invece fa uso di un’applicazione web sviluppata ad hoc.
Nel secondo caso oltre all’ordine, l’applicazione web gestisce anche le assegnazioni dei DPI e le disponibilità di magazzino. I due sistemi sono stati adottati in tempi diversi per cui nel momento in cui si decide che tutte le aziende del gruppo debbano utilizzare un unico sistema per la gestione degli ordini (il modulo ERP), si rende di fatto obsoleta una delle funzionalità web, restando invece in essere la parte di assegnazioni e magazzino.
In un’ipotesi del genere, l’integrazione dei dati tra i due sistemi diventa essenziale: l’ordine (il dato) proveniente dall’ERP di casa madre, deve necessariamente parlare con il magazzino dell’azienda del gruppo per evitare la ridondanza (in caso contrario bisognerebbe inserire manualmente il dato due volte in due sistemi diversi) e consentire quantomeno la gestione del pregresso: i dati inseriti in precedenza vanno conservati.
Ma se facciamo ancora un passo avanti e ci adoperiamo affinché il sistema di gruppo riceva a sua volta le informazioni di ritorno dal magazzino, si potrebbero agevolmente fornire al produttore di DPI le tempistiche dei nuovi ordini in sostituzione dei dispositivi in scadenza o obsoleti e quest’ultimo potrebbe di conseguenza pianificare la sua produzione accorciando i tempi di consegna.
[bctt tweet=”L’integrazione dei dati ha un impatto positivo sia sulle singole persone e aziende che sulla Società.” username=”MapsGroup”]
Se poi, continuando questo circolo virtuoso, anche la società di smaltimento dei DPI (obsoleti o scaduti) potesse accedere alle stesse informazioni per programmare l’eliminazione o il riuso dei dispositivi e, a sua volta, volesse condividere i dati relativi al tracciamento dello “scarto”, ecco che allora la condivisione e l’integrazione del dato avrebbe un impatto non solo sulle persone, sul lavoro, sulle aziende, ma anche sui temi sociali (ne abbiamo parlato anche qui).
Se si concorda dunque sulla necessità di un colloquio, il problema diventa una questione squisitamente informatica: come far parlare i sistemi, ma se ci si interroga ancora sul perché investire per valorizzare i dati allora forse il buon T.S. Eliot non aveva tutti i torti.
Anna Pompilio
 
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]

https://it.wikipedia.org/wiki/Exabyte

https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Ratti
[/boxed_content]

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Performance da 10 e lode! Sharing Knowledge

Smart Working e le nuove organizzazioni produttive: un futuro targato Internet of Things.

[dropcap3]I[/dropcap3] Big Data e l’Internet of Things, come è noto, trovano applicazione in numerosi ambiti e producono innovazione foriera di prospettive future in tanti settori, dall’industria ai servizi.
L’innovazione portata dall’analisi dei dati e dalle tecnologie Internet of Things non coinvolge solo gli oggetti della produzione, ma anche il modus operandi di aziende e imprese e quindi la loro produttività. Si stima che il valore di Big Data e IoT equivarrà nel 2025 all’11% dell’economia mondiale. Un valore che riguarderà soprattutto proprio le attività produttive.
Ecco perché un’azienda dovrebbe investire tempo e risorse nei Big Data. Dal match di dati e dalla loro analisi possono derivare ad esempio informazioni utili ad anticipare la domanda dell’utente finale (e a dargli conseguente risposta). Attraverso l’utilizzo dei dati, le imprese possono gestire le informazioni in modo talmente proattivo da ottenere una profilazione precisa della clientela, migliorare la customer experience e intervenire tempestivamente per ovviare ai difetti di un prodotto, migliorarne l’efficienza, e ridurre così tempi e costi.
Se da questo punto di vista sono evidenti i benefici che l’innovazione targata Big Data e IoT può portare alle aziende, d’altra parte è interessante anche valutare come essa possa incidere sulla vita di chi lavora all’interno di un’impresa, un ente o un’azienda, e quindi di dirigenti e operatori, influenzando così la produttività.
A tal proposito citiamo il caso di Vodafone che ha deciso di adottare lo Smart Working, dando vita a un modello operativo basato sull’utilizzo di tecnologie digitali da parte dei dipendenti e finalizzato al telelavoro. Nel caso della compagnia telefonica, un dipendente su due (3.500 su 7.000) ha deciso di aderire facendo di Vodafone “l’esperienza italiana con il maggiore numero di dipendenti coinvolti nello Smart Working”.
Anche Barilla ha ideato il suo progetto di “lavoro intelligente”, affermando tra l’altro che entro il 2020 il lavoro degli impiegati potrà svolgersi da casa. O ancora BNL: con il Flexible Working ha creato un modo innovativo di concepire l’organizzazione produttiva e il lavoro del dipendente.
Queste tre case histories mettono in luce come, attraverso lo Smart Working, sia possibile ottenere diversi vantaggi. Si stima infatti un aumento della produttività delle aziende a cui si aggiungono l’abbattimento dei costi di gestione, l’influenza positiva sulla reputazione dell’impresa, il minor spreco di energie, il maggior tempo libero e l’alto livello di soddisfazione dei lavoratori.
Ciò ha un significativo riflesso anche sui metodi valutativi: con lo Smart Working, il lavoratore potrà essere giudicato sugli obiettivi raggiunti, sui servizi forniti, sui tempi rispettati, al di fuori delle logiche tradizionali che erano basate in primo luogo sulla fisica presenza oraria sul posto di lavoro.
Una vera rivoluzione insomma, soprattutto dal punto di visto umano: se lo Smart Working diventerà una realtà diffusa cambieranno profondamente il modo di lavorare, di vivere e anche un’importante fetta della vita di relazione di ciascuno.
[bctt tweet=”Ci attende forse l’avveramento di un uomo nuovo dialogante con la macchina…” username=”MapsGroup”]
Se è vero che le nuove tecnologie agevolano il lavoro rendendolo più flessibile (pensiamo ad esempio alla conciliazione tra cure parentali e vita professionale), dall’altro lato ci sono invece mansioni destinate a essere sostituite proprio dall’introduzione dell’intelligenza artificiale. Durante il summit “World Economic Forum 2016” si è annunciato che entro il 2020 si perderanno circa 5 milioni di posti di lavoro nel mondo. Altra testimonianza di questa “disruption” lavorativa è riportata da uno studio condotto dall’Università di Oxford, secondo il quale, nei prossimi 10 anni, il 47% delle professioni potrebbe scomparire; o ancora, ecco in questo articolo le 10 mansioni che potrebbero non esistere più entro il 2022.
Nonostante questo scenario “apocalittico”, esistono limiti all’automazione che rendono evidente come non tutte le tipologie di lavoro potranno essere svolte dalle macchine. Si dovrebbe parlare piuttosto di inversione, di nuove funzioni, skills e competenze che prenderanno il posto di quelle vecchie.
Si tratta di cavalcare l’onda del cambiamento di questa rivoluzione industriale 4.0 e di intraprendere percorsi nuovi che porteranno ad un’integrazione sempre più massiccia e massiva delle nuove tecnologie nei processi produttivi. Ci attende forse l’avveramento di quell’uomo nuovo dialogante con la macchina  che tanta cultura dello scorso secolo aveva prefigurato: occorrerà (tutti) lavorare perché conservi la sua umanità… per un uomo digitale in una rete sociale!

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Big Data & C. Performance da 10 e lode!

Quale futuro per la Pubblica amministrazione italiana alla luce della riforma Madia? Intervista al Prof. Enrico Deidda Gagliardo

[blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [boxed_content type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

Il concetto di valore pubblico e la partecipazione dei cittadini, la centralità delle nuove tecnologie interattive nel processo di riforma del comparto pubblico sono temi più che mai rilevanti e attuali.

Approfittando della sua disponibilità, Natalia Robusti, per conto di 6MEMES, ha posto in merito alcune domande al Prof. Deidda Gagliardo, docente di Programmazione e Controllo delle aziende e delle amministrazioni pubbliche presso l’Università degli Studi di Ferrara, toccando tematiche di grande attualità, tra i quali le performance e la trasparenza nelle PA.

 
[/boxed_content] [blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [boxed_content type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

Uno dei temi del nostro blog riguarda le performance delle organizzazioni: dal punto di vista delle performance quali sono le sfide principali che la PA italiana dovrà affrontare nel prossimo futuro?

Dopo la riforma Brunetta molte pubbliche amministrazioni si sono cimentate nella scomposta misurazione e valutazione di migliaia di performance organizzative specifiche, per il tramite delle performance individuali dei propri dirigenti e dipendenti, troppo spesso non coordinate tra loro e non finalizzate verso uno scopo istituzionale superiore. Occorrerebbe, invece, dare alle suddette performance un senso ed una direzione unitaria.
Diviene, quindi, fondamentale avere una visione sistemica e finalizzare le performance sia individuali che organizzative verso lo scopo nobile del mantenimento delle promesse istituzionali di mandato fatte dai Sindaci dei Comuni, dai Governatori delle Regioni, dai Rettori delle Università, e così via: ma mantenere le promesse di mandato e realizzare le politiche istituzionali non è utile, se gli effetti delle stesse non si traducono in un reale miglioramento delle condizioni di vita delle comunità di riferimento ovvero, in altri termini, nella creazione di Valore Pubblico.

Lei è stato uno dei precursori del concetto di Valore Pubblico, può spiegarne il significato ai nostri lettori?

[bctt tweet=”Il Valore Pubblico rappresenta il soddisfacimento equilibrato sia delle esigenze finali della comunità di riferimento sia di quelle funzionali dell’ente.” username=”MapsGroup”]
Penso da sempre che la missione di ogni amministrazione pubblica sia la creazione di Valore Pubblico a favore dei propri cittadini-utenti e stakeholders.
Un ente può creare Valore Pubblico se è in grado di gestire in maniera razionale le scarse risorse economiche a disposizione e se contestualmente riesce a valorizzare il proprio patrimonio intangibile, oltre che tangibile, in modo funzionale al soddisfacimento delle esigenze sociali sia dei cittadini-utenti, sia degli stakeholders.
Per Valore Pubblico intendo, dunque, il soddisfacimento equilibrato sia delle esigenze finali della comunità di riferimento sia delle esigenze funzionali dell’ente, soprattutto nei tempi di crisi economica e sociale che stiamo ancora vivendo.
E questo concetto ci aiuta a proiettarci anche nel futuro: il passaggio dall’egoistico soddisfacimento delle sole esigenze attuali dei cittadini all’adozione di comportamenti sostenibili, ovvero tesi a preservare le possibilità di soddisfacimento anche delle generazioni future, risponde ad un sacrosanto principio di equità intergenerazionale.
Se poi proviamo a calare il concetto di Valore Pubblico nella realtà degli enti territoriali locali, possiamo anche trovare una risposta alla domanda ricorrente su come generare sviluppo per i territori in tempo di crisi.Partiamo da un’analisi dei possibili comportamenti dei Comuni.
 
pubblica-amministrazione-italiana
[/boxed_content] [boxed_content type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]
Dato per scontato che i comportamenti caratterizzati da sprechi economici e bassa attenzione ai bisogni della comunità di riferimento (Quadrante 1) spingono inesorabilmente i Comuni verso il baratro del fallimento istituzionale, questi ultimi devono anche evitare comportamenti esclusivamente orientati alla ricerca del consenso elettorale (purtroppo la ricerca miope del consenso realizzata negli anni ‘80 e ‘90 ha generato un’impressionante voragine nei bilanci pubblici – Quadrante 2) o comportamenti guidati dalla cieca frenesia dei tagli lineari alla spesa pubblica (l’economicità miope della stagione di “spending review” ha determinato un drastico peggioramento della qualità dei servizi pubblici – Quadrante 3). Occorre, dunque, un mix equilibrato di economicità e socialità, che poggi sulla riscoperta e sullo sfruttamento del patrimonio intangibile, oltre che tangibile, dell’ente e del suo territorio; e a tal proposito diviene necessario determinare scientificamente quale sia nell’ente il livello di economicità effettivamente compatibile con la salvaguardia e lo sviluppo anche sociale dei territori, facendo leva sul proprio patrimonio tangibile e intangibile (Quadrante 4).

Insomma, facendo leva sui valori intangibili è più probabile accrescere la salute economica del Comune e, per tale via, la sua capacità di soddisfare le esigenze sociali del proprio territorio. Ma quali sono i valori intangibili di cui parliamo?

[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] La salute organizzativa che esprime l’insieme dei punti di forza di tipo organizzativo dell’ente quali, ad esempio, la cultura aziendale, il know how, le banche dati, le reti, le strutture ed i processi organizzativi funzionali agli obiettivi, oltre al c.d. benessere organizzativo.
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] La salute professionale o delle risorse umane che esprime il livello di conoscenza, competenza, capacità, potenziale di crescita, motivazione, ecc., delle risorse umane dell’ente.
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] La salute relazionale che esprime la capacità di governo delle relazioni interne (ad esempio tra politici e dirigenti) ed esterne (con gli operatori del territorio, con gli stakeholder in generale);
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] La salute empatica che consiste sia nella capacità di individuare preventivamente esternalità negative – ad es., rischi di alluvioni, sacche di povertà, ecc.– e di contrastarle, sia nella capacità di individuare preventivamente esternalità positive – ad es., finanziamenti comunitari– e di sfruttarle a proprio vantaggio).
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Il valore evolutivo che esprime il potenziale di innovazione e sviluppo dell’ente locale (ad es., il livello di digitalizzazione).
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Il valore ambientale che esprime la compatibilità delle azioni dell’ente con il rispetto e la valorizzazione dell’ambiente;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Il valore della integrità intesa come il livello di prevenzione e contrasto alla malamministrazione ed alla corruzione.
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Il valore della trasparenza (ossia, la capacità di rendere visibile a 360° l’ente, nella sua organizzazione, nei suoi soggetti rilevanti, nelle sue attività, nei suoi atti, nei suoi risultati, nell’uso delle risorse ecc..).

Si parla sempre più spesso di trasparenza e rendicontazione al cittadino, qual è il suo pensiero su questi temi? Serve più trasparenza, più rendicontazione? Oppure sono falsi problemi?

Sono problemi reali perché testimoniano esigenze non ancora adeguatamente soddisfatte. Le amministrazioni autoreferenziali, ossia quelle che rendicontano in modo non trasparente ma soprattutto non comprensibile, l’uso che fanno del denaro dei cittadini pagheranno sempre di più il prezzo della loro disaffezione al bene comune, perdendo il loro ruolo istituzionale di guida e punto di riferimento delle comunità.

Nella creazione di valore pubblico è prevista la partecipazione degli stakeholders del territorio (cittadini, associazioni, aziende), sia in fase progettuale che di rendicontazione?

Bisogna ridisegnare le città insieme ai cittadini, alle imprese, alle altre PA e agli altri stakeholders. Occorre creare Valore per il territorio insieme al territorio. In tal senso, proprio per contrastare la disaffezione civica di cui abbiamo parlato prima, diviene strategico coinvolgere gli utenti, gli stakeholders e più in generale i cittadini prima nella co-programmazione degli obiettivi da realizzare, poi nell’eventuale co-gestione dei servizi, quindi nel co-monitoraggio dei risultati, infine nella co-valutazione dei contributi dell’ente e del territorio alla creazione di Valore Pubblico per il territorio.
[bctt tweet=”Bisogna ridisegnare le città con i cittadini, le imprese, le altre PA e gli altri stakeholders. ” username=”MapsGroup”]

Il valore pubblico sarà tanto più alto quanto più sarà attuata la normativa sulla trasparenza e sull’anticorruzione. Secondo lei le pubbliche amministrazioni italiane sono sulla buona strada?

L’attuale panorama degli Enti Territoriali Locali (ma anche delle PA italiane dei diversi comparti) mostra purtroppo bassi volumi di Valore Pubblico generato, anche in ragione dell’elevato livello di Valore consumato o addirittura distrutto da negativi fattori di contesto esterni ed interni. L’effetto dell’incapacità di molti Enti Territoriali Locali di essere baluardo di legalità, perno della tenuta economico–sociale e volano dello sviluppo è stata, negli ultimi anni, la radicalizzazione della crisi economico–finanziaria e l’espansione dei suoi pesanti riflessi sociali nei territori.
Per vincere la sfida dello sviluppo in tempo di crisi è necessario:
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] anzitutto, eliminare progressivamente i fattori che erodono il valore potenziale (che possiamo chiamare “disvalori pubblici”): ossia ad esempio, l’eccesso di complessità burocratica; la gestione frammentaria e disorganica delle risorse; la piaga della corruzione; gli sprechi di risorse pubbliche e il mancato rispetto delle promesse di mandato e degli obiettivi programmati; la deresponsabilizzazione dei politici e dei dipendenti pubblici sui punti precedenti; la penombra dei comportamenti pubblici; la disaffezione dei cittadini verso la politica;
 [icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] in seguito, predisporre le condizioni per ricominciare a creare valore economico–sociale per la collettività con azioni dirette, ad esempio: alla semplificazione; alla governance integrata delle risorse; alla prevenzione e monitoraggio della corruzione; al miglioramento delle performance quantitative, qualitative, temporali, con aggancio delle valutazioni individuali alle performance dell’ente; alla trasparenza dei comportamenti pubblici; alla partecipazione dei cittadini alle scelte pubbliche.

Ci sembra che il concetto di creazione di valore pubblico implichi una cultura “2.0” della PA, quindi sempre più interattiva rispetto alle sollecitazioni interne (uffici e staff) che esterne. E’ così?

Ha colto nel segno. Le buone intenzioni e i buoni modelli nulla potranno se non voleranno agili e veloci sulle ali della digitalizzazione. In tal senso, fa ben sperare l’articolo 1 della Legge n. 124 del 2015 che richiede, tramite un decreto attuativo, di “definire i criteri di digitalizzazione del processo di misurazione e valutazione della performance per permettere un coordinamento a livello nazionale”.
Immagino un giorno in cui i cittadini possano scegliere l’amministrazione da cui farsi erogare i servizi consultando on line il rating e il ranking del Valore Pubblico da esse creato. Sogno un giorno in cui i cittadini possano davvero partecipare digitalmente alla co-programmazione degli obiettivi del proprio comune, magari negoziando responsabilmente i benefici attesi e i sacrifici che sono disposti a sopportare per ottenere i primi.

Da quale esigenza è nata l’idea del Master PERF.ET.? Quali sono gli obiettivi che si pone?

Le rispondo citando una bellissima frase di Gandhi, che costituisce la prima cosa che cerco di insegnare alle nostre studentesse e ai nostri studenti: “dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere”. In tal senso proviamo a dare ai nostri studenti strumenti e metodi, sempre aggiornatissimi, per affrontare le nuove sfide, lavorando su quella motivazione che costituisce il vero motore di ogni cambiamento.
[/boxed_content] [blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [boxed_content type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

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Professor Enrico Deidda Gagliardo: breve presentazione

[/boxed_content] [blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [boxed_content type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

Il Prof. Enrico Deidda Gagliardo è docente di Programmazione e Controllo delle aziende e delle amministrazioni pubbliche presso l’Università degli Studi di Ferrara. Fra i suoi interessi scientifici spiccano i temi legati ai sistemi di programmazione, controllo e valutazione delle performance nelle PA e il loro collegamento con il concetto di “Valore Pubblico”.

Ideatore e Direttore del Master PERF.ET, in “Miglioramento delle PERFormance degli Enti Territoriali e delle altre Pubbliche Amministrazioni”, organizzato presso il Dipartimento di Economia e Management dell’Università degli Studi di Ferrara – www.masterperfet.it, ormai giunto alla quinta edizione, il Prof. Deidda Gagliardo ha collaborato con il gruppo di esperti che si è occupato dei temi della valutazione delle performance delle PA, nell’ambito della delega prevista dalla L. 124/2015 c.d. Legge Madia.

[/boxed_content] [blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [boxed_content title=”FOCUS SUL MASTER PERF.ET” type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]
Il Master PERF.ET di I livello e di II livello dell’Università di Ferrara affronta in maniera sistematica il tema del miglioramento delle Pubbliche Amministrazioni, con focus aggiornati sulla riforma della PA e sulle esperienze d’eccellenza nazionali ed internazionali.
Il Master, dalla prossima edizione frequentabile al 100% anche in streaming, è finalizzato ad aggiornare ed ampliare professionalità esistenti, oltre a formare professionalità specialistiche nuove, sui seguenti argomenti:

1) La PROGRAMMAZIONE nelle PA: come programmare in modo integrato le PERFORMANCE, la TRASPARENZA e l’ANTICORRUZIONE.
2) LA GESTIONE E LA RILEVAZIONE nelle PA: dalla contabilità finanziaria alla contabilità economica generale.
3) IL CONTROLLO nelle PA: il sistema dei CONTROLLI INTERNI gestionali e strategici (PERFORMANCE) e il sistema di monitoraggio della TRASPARENZA e dell’ANTICORRUZIONE.
4) LA REVISIONE E L’ARMONIZZAZIONE CONTABILE nelle PA: come strutturare i controlli a fronte della nuova architettura contabile.
5) La GESTIONE E LA VALUTAZIONE DEL PERSONALE nelle PA: obblighi normativi, soluzioni organizzative e tecniche di incentivazione e valutazione del personale.
6) I SERVIZI PUBBLICI LOCALI: dal quadro normativo alle soluzioni innovative per la governance.
7) QUALITA’ E SOSTENIBILITA’ nelle PA: dalla semplificazione alla certificazione.
8) LA CREAZIONE E LA MISURAZIONE DEL VALORE PUBBLICO: soluzioni innovative di governance pubblica in ottica di network.
9) MARKETING, ACCOUNTABILITY e COMUNICAZIONE SOCIALE, DIGITALIZZAZIONE nelle PA.
10) SPECIALIZZAZIONE TEMATICA: due indirizzi ad hoc, uno per amministratori e l’altro per dirigenti/dipendenti e professionisti. I contenuti dei 2 indirizzi specialistici vengono concordati insieme ai partecipanti al Master.
11) LABORATORI DI ORIENTAMENTO AL LAVORO.
[/boxed_content] [blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”]

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Performance da 10 e lode! Sharing Knowledge

Big Data e finanza. Un investimento tira l’altro…

[dropcap3]N[/dropcap3]el corso della nostra rubrica sull’innovazione e i suoi effetti sulle macro categorie sociali, abbiamo osservato più volte il diffondersi della tecnologia dell’informazione legata ai Big Data a imprese e aziende, nei più diversi ambiti.
Si sta registrando infatti un aumento costante di realtà imprenditoriali che investono in Big Data, in un panorama multiforme che vede differenti gradi di “approccio” ai dati.
A tal proposito è interessante una definizione delle aziende secondo uno schema piramidale che vede alla base i cosiddetti “data starters”, coloro che non hanno ancora sviluppato una governance in materia di Big Data. Sopra di loro i “data movers”, le aziende e gli imprenditori che hanno iniziato a impegnare risorse nel trattamento e analisi dei dati. Mentre il vertice è occupato dai “data innovators” che investono sui dati, ne estraggono valore, creano strutture di controllo e analisi avanzate.
Proprio le aziende innovatrici sono protagoniste di un fenomeno che riguarda la finanza e la movimentazione di capitali. I Big Data infatti, da oggetto di investimento, stanno diventando fattore di investimento da parte dei più importanti fondi internazionali. Il loro potenziale è talmente attrattivo da farli diventare leva per la finanza, in grado di “orientare” gli spostamenti finanziari in borsa. Tali investimenti possono riguardare proprio le aziende che producono “tecnologia Big Data” oppure imprese che impiegano risorse e capitali per sfruttare i Big Data a fini di governance.
[bctt tweet=”I Big Data, da oggetto di investimento, stanno diventando fattore di attrazione delle risorse.” username=”MapsGroup”]
Lo spiega Jacques–Aurélien Marcireau, lead portfolio manager di Edr Fund Global Data di Edmond de Rothschild Am, come riportato in questo articolo, dove si citano i casi di aziende che – investendo sui Big Data – hanno a loro volta attratto capitali. La maggior parte di questi flussi interessa società del mercato statunitense. Giganti come Google e società innovative come Illumina, che opera nel settore biotecnologico, oppure Inovalon, che è specializzata nell’analisi dei dati sanitari. Ma anche l’Europa è ormai pronta a ricevere le “attenzioni” degli investitori verso aziende innovatrici.
Uno dei titoli europei più attraenti è ad esempio Axa, il brand assicurativo diffuso a livello globale che investe in tecnologie all’avanguardia, come con lo sviluppo– grazie ai Big Data – di polizze auto personalizzate.
Ma da dove nasce l’interesse dei gruppi finanziari? Perché investire in aziende che hanno integrato strategie fondate sui dati? Come analizzato in uno studio condotto dall’ente di certificazione DNV GL – Business Assurance e dall’istituto di ricerca GFK Eurisko, le aziende che hanno investito e reso operativi piani relativi ai Big Data, ne hanno ricavato notevole vantaggio. Nello specifico, dall’analisi emerge come i benefici riscontrati siano reali e palpabili in termini di efficienza, “miglioramento dei processi decisionali” e della soddisfazione della clientela, risparmio di risorse economiche.
Il meccanismo è “esponenziale”: le aziende creano infrastrutture innovative e sistemi di governance supportati da analisi e informazioni ricavate dai dati, e i gruppi finanziari decidono di investire su quelle stesse imprese, proprio per il valore aggiunto del fattore Big Data. Così come il serpente di Nietzsche si morde la coda, i Big Data creano valore, in un ciclo di investimenti… Insomma, un “uruboro” applicabile in finanza!

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Reazioni non pericolose Sharing Knowledge

Futuro, ambiente e produttività: come fare dell'uso delle risorse un circolo virtuoso per chi verrà dopo di noi.

[dropcap3]L[/dropcap3]a preminenza della tutela dell’ambiente sulle attività produttive e sociali dell’Uomo è – almeno così sembra – un dato di fatto condiviso da molti degli Stati del nostro pianeta, oltre che dall’opinione pubblica.
E tuttavia le difficoltà, soprattutto economiche e a maggior ragione nelle parti del mondo ancora in via di sviluppo o in fase di crescita, non ne fanno un percorso agile da seguire e tanto meno rapido.
Se infatti il mondo occidentale, che – ignaro o meno che ne fosse a suo tempo – ha attinto abbondantemente alle risorse naturali del nostro pianeta, con un larghissimo e spesso avventato impiego delle risorse, oggi sembra tentare di ricondurre i propri comportamenti sulla retta via, lo sforzo principale è chiesto oggi proprio alle zone del mondo in cui uno sviluppo eco-compatibile cozza inesorabilmente contro la possibilità (o le volontà) di sostenerne i relativi costi a livello micro e macro economico.
Non è certamente questo il luogo in cui analizzare compiutamente un processo così streategico e complesso per il nostro futuro.
Ma siccome a ogni azione consegue una reazione (possibilmente non pericolosa) ci piace portare all’attenzione del nostro pubblico una serie di buone pratiche in tema ambientale che abbiamo trovato nelle nostre “attività serendipitiche” online.
Perchè ciascuno di noi, nel suo piccolo, può, anzi DEVE, farsi carico di questa attenzione per il nostro pianeta.
[bctt tweet=”La preminenza della tutela dell’ambiente sulle attività dell’Uomo è oggi fondamentale.” username=”MapsGroup”]
Iniziamo con il link al sito di LifeGate che ha una sezione “interamente dedicata a case history e azioni messe in pratica da aziende e imprese a livello nazionale e internazionale” con una serie davvero sorprendente di “eccezioni” virtuose che mostrano concretamente come sia “possibile fare business riducendo le emissioni di CO2 e degli altri gas serra che influiscono sul clima.”
Un altro spunto eccezionale, tutto Made in Italy, è quello che ci offre Ecosistema Urbano di Legambiente che “misura la qualità ambientale dei centri urbani e, insieme, le performance delle pubbliche amministrazioni” e che riporta nello studio “buone pratiche che hanno il pregio di introdurre significativi cambiamenti in un determinato settore e che potrebbero essere riprodotte o utilizzate come spunto per interventi analoghi anche in altre realtà locali.”
Un’ultima considerazione, prima di congedarci.
Anche noi di Maps Group abbiamo dato, nel nostro piccolo, un contributo concreto per le aziende nel settore della sicurezza ambientale. Si tratta di Greennebula, il cloud System Software e Gestionale per la gestione delle autorizzazioni ambientali pensato per le aziende che si trovano a dover smaltire i propri rifiuti gestendone e controllandone le varie autorizzazioni ambientali.

Il software, infatti, permette di invitare la rete dei fornitori a caricare sul sistema dati e autorizzazioni ambientali, evitando di dedicare risorse interne a tale compito, come spiegano queste brevi slide che mostrano il funzionamento di Greennebula step by step.

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Non ci sono più scuse, dunque, per nessuno. Ognuno deve “mettersi in moto” e fare il suo piccolo pezzo di eco-strada. Buon cammino a tutti!

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Big Data & C. Data Complexity & Big Data Gli autori di 6Memes

Data Complexity & Big Data Virtual Labs. Di Anna Pompilio.

Cambiare è quello che la gente fa quando non ha più nessun’altra scelta.
Holly Black

[dropcap3]N[/dropcap3]ei primi anni del ‘900 la compagnia telefonica statunitense AT&T decide di costruire la prima linea continentale per collegare New York a San Francisco e per superare i non pochi problemi tecnici di un progetto di tale portata, si convince a investire in un’ organizzazione di ricerca interdisciplinare: La Fabbrica delle Idee.

La Factory di AT&T riunisce fisici, ingegneri, esperti di materiali, tecnici del telefono e segna l’ inizio di un esperimento – i Bell Labs – che porterà gli Stati Uniti a ricoprire un ruolo di leader del settore per oltre un secolo e a sfornare un numero impressionante di innovazioni (il primo transistor, nel 1947, tassello di base per un’ ondata di applicazioni che segneranno l’ era della televisione, poi, attraverso il salto nei semiconduttori, quella del computer) e di Premi Nobel. Il resto è storia nota.
Le innovazioni – dice Walter Isaacson, autorevole firma del giornalismo tecnologico americano – avvengono quando persone con diversi talenti, diverse conoscenze, diverse mentalità, vengono riunite insieme possibilmente in una vicinanza fisica, in modo da potersi incontrare spesso”.
Questo dunque il principio ispiratore dei Bell Labs, più volte ripreso da quel primo esperimento del 1909, non ultimo da Steve Jobs che aveva a suo modo replicato il modello unendo «dei geni creativi insieme con degli esperti di prodotto e dei grandi ingegneri, in modo da collegare fra loro la tecnologia e l’ immaginazione».
[bctt tweet=”L’esperienza può e deve gestire la complessità: per correre avanti bisogna a volte guardare indietro.” username=”MapsGroup”]
Un principio che continua ad avere una sua valenza e attualità e a cui si ispira la nuova rubrica del Blog: Data Complexity & Big Data Digital Labs, che mira proprio a far incontrare talenti diversi in uno spazio non più fisico (come fu all’inizio del secolo scorso) ma virtuale, in accordo con la geografia e l’idea di prossimità ridisegnata dal digitale e dai paradigmi della network knowledge. Questo per quanto riguarda il metodo. Sui contenuti invece la parola chiave è, appunto, “Labs” ovvero fornire esempi concreti di progetti, esperienze, case study tenendo conto dello scenario sociale, economico, tecnologico e culturale nel quale nascono e si sviluppano, al fine di analizzarne possibili applicazioni e prospettive future per aziende e pubblica amministrazione.
Del resto “l’intelligenza collettiva, la cooperazione, la condivisione e la diffusione del sapere stanno cambiando le nostre vite”. E lo stesso si può dire dei famigerati Big data. ma per comprenderne la genesi e la portata, circoscriverne l’ambito, analizzarne gli impatti, valutarne i rischi e opportunità progettare, infine, cambiamento e innovazione non partiamo da zero: partiamo dall’esperienza tangibile nella gestione della complessità dei dati nella convinzione che per correre avanti bisogna a volte guardare indietro.
Guardare indietro mentre si corre in avanti ha una duplice accezione: si può guardare indietro non solo per non ripetere gli stessi errori, ma anche per cambiare e migliorare le cose che a loro modo già funzionano. In un orizzonte di crescita ed evoluzione, e non solo di necessità.
Si parte da qui. Enjoy! 🙂
 
[highlight]About Anna Pompilio[/highlight]

Business Analyst
con la passione del Blogging e Blogger con la passione dell’ informatica.
Quale informatica? Quella attiva: l’informatica dell’ascolto, del trovare insieme la migliore Soluzione che non è sempre, o non necessariamente, quella più avanzata tecnicamente. Quella del Cliente al centro anche se il paradigma può ormai sembrare “vintage”, della fiducia che si rinnova ogni giorno, della responsabilità personale, della diversità culturale e del pluralismo nei gruppi di lavoro.
L’informatica che non è Internet, o i droni o la lavatrice che dialoga con l’auto ma quella che viene prima, quella dell’intuizione, quella che non ha paura di forzare le regole e che non affida il cambiamento alla (sola) applicazione tecnica.
E dunque scrivo.
Scrivo perché c’è già un romanzo che si intitola il giorno in cui un computer scrive un romanzo, scrivo perché la tecnologia è una faccenda tremendamente seria 🙂
Anna Pompilio
 
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Fonti e approfondimenti[/highlight]

Jon Gertner, The Idea Factory. Bell Labs and the Great Age of American Innovation
www.nuovoeutile.it
www.wikipedia.org
[/boxed_content]
 

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Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

I numeri dei social: tra iperconnessione e solitudine.

[dropcap3]D[/dropcap3]ire che il mondo è piccolo è una consuetudine retorica, un’iperbole per sottolineare come gli intrecci relazionali fra le persone siano tante volte più “diretti” di quanto ci si aspetti. Oggi però il mondo sembra davvero molto piccolo: mettersi in contatto quotidiano con persone anche molto lontane è diventato semplice quasi quanto comunicare con il proprio dirimpettaio.
La nostra è infatti una società sempre più connessa grazie ai fili invisibili che Internet e i social media stanno tessendo fittamente tutto intorno a noi. A questo proposito il report di We Are Social fornisce un’interessante panoramica numerica sull’uso dei social network e su tutto ciò che ruota attorno all’universo digital. La ricerca restituisce statistiche e trend di 240 paesi con un focus approfondito su 30 tra le nazioni più influenti a livello economico.
Il primo, prevedibile, dato relativo all’anno scorso è un sostanziale aumento delle persone che accedono ad internet (3,4 miliardi di oggi contro i 3 miliardi del report precedente), con più di 2 miliardi di utenti attivi sui social network.
Lo studio mostra come sono sempre più numerosi gli utenti che navigano tramite dispositivi mobili (+4%), un dato che mette in luce un maggior uso dello smartphone a discapito del computer.
Fra le piattaforme social, Facebook è il canale più utilizzato al mondo con 1,5 miliardi di utenti, al secondo posto troviamo WhatsApp, seguito da QQ (il social network cinese).
Il report ospita anche un focus sull’Italia e anche il bel paese non si discosta dai trend mondiali: si contano oltre 37 milioni di utenti attivi su internet (con un aumento del 6% rispetto al 2015). Sono 28 milioni le persone attive sui social media e più di 24 milioni vi accedono tramite smartphone (mentre l’anno precedente erano 22 milioni).
Per quanto riguarda le piattaforme social, Facebook è lo strumento più utilizzato in Italia (33%), al secondo posto WhatsApp e al terzo Facebook Messanger. Anche il social fotografico per eccellenza, Instagram, ha registrato un sostanziale aumento, passando da una penetrazione del 6% a una del 12%.
I Social, così come internet, stanno acquistando un’importanza sempre maggiore nella vita di ciascuno, dato testimoniato dal 79% degli italiani che ha dichiarato di accedere alle piattaforme ogni giorno. Internet è molto usato anche per gli acquisti: il 48% degli italiani compra prodotti o servizi online e il 56% si informa online sui prodotti prima di procedere con l’acquisto.
[bctt tweet=”È indubbio che l’uso dei social media possa portare con sé inevitabili effetti collaterali…” username=”MapsGroup”]
Ma cosa c’è dietro ai dati e ai numeri? Quali conseguenze ha sulle nostre vite questa costante immersione nel virtuale? Da un lato infatti, sono certi e innumerevoli gli aspetti positivi di questa rivoluzione. D’altro canto però, come per ogni “mutazione” socio-antropologica, è indubbio che l’uso dei social media possa portare con sé inevitabili effetti collaterali, sin dagli aspetti apparentemente più banali o, se vogliamo, curiosi.
La docente americana Amy Cuddy dell’università di Harvard ad esempio, in un’intervista al New York Times, ha affermato che gli smartphone stanno modificando la nostra postura, facendo addirittura emergere quella che è stata definita “iGobba” (iHunch) dal fisioterapista neozelandese Steve August, dovuta alla posizione innaturale che ogni giorno assumiamo, mentre guardiamo il telefono o il tablet. Questo potrebbe avere ripercussioni anche sul nostro umore, perché la postura è in grado di amplificare uno stato emotivo: stare curvi può farci sentire depressi, impassibili, senza energie.
Anche il sociologo Zygmunt Bauman ha parlato delle possibili ripercussioni negative sulla nostra vita sociale dell’uso così pervasivo dei social media.
In un’intervista al quotidiano El Pais definisce i social network “una trappola”, perché in realtà non sono semplici aggregatori, ma costruzioni effimere che danno agli utenti l’illusione di essere parte di un gruppo: “le comunità non sono un’invenzione, o appartieni loro o ne sei fuori. Ciò che i social network possono creare è solo un surrogato.
La differenza tra una comunità e una rete è che a una comunità si appartiene, mentre una rete appartiene a voi.”
Per Bauman i social network non solo non creano relazioni, ma finiscono per operare un’azione “distruttiva”: “è così facile aggiungere o rimuovere gli amici sui social media che le persone dimenticano le regole del comportamento sociale, necessarie quando si va per strada, al lavoro, o quando ci si trova costretti ad instaurare una relazione empatica con le persone che ci stanno attorno”.
Ciò che ne deriva dunque è l’incapacità di rapportarsi agli altri, facendo scaturire quella che potremmo definire una “solitudine 2.0”: una sempre maggiore connessione digitale e una sempre più carente interazione fisica.
Sherry Turkle, docente di sociologia della scienza al Mit di Boston e definita l’”antropologa del cyber-spazio”, si interroga proprio su questo inaridimento della nostra vita di relazione. Nel libro di recente uscita “La conversazione necessaria” riafferma il valore dei legami vissuti nella realtà, “faccia a faccia”, e non perduti in un altrove digitale che rischia di dissociarci perfino da noi stessi.
Il tema “web e le sue controindicazioni” non interessa solo studiosi e filosofi, ma anche artisti. Citiamo ad esempio il reportage “Lonely Windows” della fotografa francese Julien Mauve: nei suoi scatti emergono la solitudine e il ripiegamento su se stesse delle persone intente nella comunicazione virtuale.
Condivisibili o meno nello specifico, questi punti di vista possono essere l’occasione per riflettere. Perché i social media non siano portatori di una nuova solitudine, occorre farne un uso sapiente e consapevole: sfruttarli per condividere emozioni e saperi, in modo che aggiungano (e non sottraggano) valore alla nostra socialità, quella esercitata “dal vero”.