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6MEMES TRENDS Interoperabilità e digital footprint Sharing Knowledge

Pagamenti digitali: pro e contro al tempo (anche) del Coronavirus. Di Lilith Dellasanta. [Parte uno]

PARTE PRIMA

[sf_iconbox image=”ss-raisedhand” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Primo: lavarsi bene le mani![/sf_iconbox]

“Lavati le mani dopo avere toccato i soldi, perché sono sporchi!”
Chissà quante volte ce lo avranno ripetuto i nostri genitori quando eravamo piccoli e iniziavamo a tenere il conto della paghetta, ma fino a poche settimane fa, quando nell’articolo sui cambiamenti dell’esperienza di acquisto abbiamo anticipato che avremmo approfondito l’aspetto dei pagamenti digitali, non avremmo certo pensato che i virus che permangono sul contante (passando di mano in mano) sarebbero stati un criterio in più a favore di carte di credito e altri mezzi contactless.
Invece –  dopo averci ricordato come e quando lavarci bene le mani (questione che riguarda tutti e non solo i bimbi), l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha consigliato dall’inizio di marzo di limitare l’utilizzo di contanti nei pagamenti, proprio come una forma preventiva di riduzione dei rischi di contagio.
Seppure non sia stato esplicitamente legato alla diffusione del coronavirus, per dare un’idea di quanto seriamente sia considerato questo aspetto, viene riportato come in Cina si stia procedendo a sanificare tutte le banconote ricevute dai consumatori utilizzando raggi ultravioletti o il calore, tenendoli in deposito 7 giorni nelle zone non infette e ben 14 giorni nella provincia di Hubey, culla della malattia, mentre la Sud Korea sta bruciando il contante per prevenire il diffondersi del Coronavirus.
Forse l’accelerazione che darà questa raccomandazione non sarà quella decisiva nell’adozione dei pagamenti digitali, ma in questo periodo (in cui viene dato un gran risalto all’igiene delle mani) questo potrebbe essere sicuramente un elemento facilmente comprensibile dalla maggior parte delle persone.

Il Coronavirus ha fatto la sua prepotente comparsa nell’ultimo periodo anche in relazione ai pagamenti digitali.

[sf_iconbox image=”ss-zoomin” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]I pagamenti digitali in Italia: facciamo il punto[/sf_iconbox]

Facciamo un passo indietro per analizzare da un lato quale sia lo stato dell’arte sui pagamenti digitali in Italia, dall’altro quali sono gli altri motivi più discussi (sia di tipo economico che sociologico) che riguardano tale pratica, e infine quali sono le esperienze più significative a livello mondiale in tale ambito.
Per farlo, abbiamo raccolto più di 90.000 contenuti, circa 11.000 in italiano e circa 80.000 in inglese, a partire da giugno 2019 fino all’8 marzo 2020.

Le tag cloud complessive, in italiano e inglese, relative ai pagamenti digitali. ‘Digital payments’, ‘pagamento digitale’ e ‘pagamenti digitali’ sono stati volutamente esclusi dall’immagine per dare risalto alle keyword correlate.

Iniziamo con lo stato del numero delle transazioni digitali al dettaglio in Italia, di cui si è occupato il Salone dei pagamenti tenutosi a Milano a novembre 2019. Nel 2018  il numero delle transazioni al dettaglio con mezzi alternativi alle banconote è aumentato in Italia del 6,8%, anche se ancora il Paese resta agli ultimi posti tra i paesi europei, al contrario di Gran Bretagna, Portogallo e Francia dove si riscontra un rapporto del valore delle transazioni con carta rispetto al Pil più elevato della media europea. Per fare un paragone, in Italia il contante in circolazione rappresenta circa l’11,6% del Pil, percentuale superiore a quella dei principali paesi europei quali la Germania (9,4%) e la Francia (10,1%).
Consideriamo anche che l’Italia è al 24° posto nella classifica dei 28 paesi dell’Ue, sotto la media dell’Unione per connettività e servizi pubblici digitali. In un paese dove tre persone su dieci non utilizzano ancora Internet abitualmente e più della metà della popolazione non possiede competenze digitali di base, la diffusione dei pagamenti digitali è una sfida importante, ma anche un’opportunità, e il miliardo di transazioni contactless, per un valore di circa 47 miliardi di acquisti complessivi rilevati dall’Osservatorio Mobile Payment & Commerce della School of Management del Politecnico di Milano fanno pensare che ormai la strada sia imboccata.

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Pro e contro? Facciamo di conto…[/sf_iconbox]

Accanto al dato di penetrazione, è utile considerare i motivi che possono incentivare o frenare l’adozione dei pagamenti digitali:

  • il controllo e contrasto all’evasione, sicuramente il motivo che viene più evidenziato come pro da parte dei regolatori;
  • la certezza dei pagamenti, che va in favore sia dei regolatori che dei cittadini che sono tutelati rispetto alla richiesta di provare l’avvenuto pagamento;
  • la percezione di praticità nelle transazioni, forse il punto più facilmente apprezzabile dai consumatori.

A proposito della praticità nelle transazioni, consideriamo che le tessere magnetiche o con chip sono solo uno dei sistemi utilizzati nei pagamenti digitali, mentre si stanno facendo strada altri sistemi, dai pagamenti tramite il cellulare o un “wearable device” come lo smartwatch associati alla carta di credito, alle app come Satispay che permettono di gestire risparmi e micropagamenti peer-to-peer.
Sempre secondo l’osservatorio appena citato, i pagamenti attraverso lo smartphone o lo smartwatch (Mobile Proximity Payment) hanno raggiunto nel 2018 quota 530 milioni di euro di acquisti, con oltre 15,6 milioni di transazioni effettuate, con la stima che entro il 2021 le transazioni tramite smartphone avranno un valore compreso tra i 5 e 10 miliardi di euro.
Al contrario, sono aspetti potenzialmente problematici:

  • le questioni di sicurezza e le tracce digitali lasciate a ogni transizione, che potrebbero essere usate fraudolentemente;
  • l’efficacia nella lotta all’evasione fiscale stessa (tranchant l’opinione del giornalista Giovanni Paragone);
  • il pericolo che un blackout possa bloccare tutto;
  • le alte commissioni che devono sostenere i commercianti;
  • la percezione di non essere “realmente” in possesso del proprio denaro;
  • il timore di avere difficoltà nel tenere sotto controllo le spese che si fanno.

Consideriamo anche che man mano che le tecnologie entreranno a fare parte della vita quotidiana, per i cittadini diminuiranno le resistenze riguardo alla sicurezza nella gestione dei dati, sia perché la percezione di affidabilità aumenterà, sia perché saranno abitudini che si estenderanno naturalmente.
Dal punto di vista degli esercenti, invece, l’adozione delle tecnologie necessarie richiede uno sforzo maggiore perché comporta il dotarsi – e fare pratica nell’uso – di strumenti ulteriori, oltre a dover ancora pagare delle commissioni che, a parità di prodotto venduto, fanno guadagnare meno se il pagamento avviene in forma digitale.
Due punti di vista che sono simpaticamente rappresentati in poche battute nel video virale del Milanese Imbruttito.
Un punto che invece si allontana dalle abitudini dei consumatori, e che viene promosso da aziende come Satispay, è la gestione dei pagamenti peer-to-peer, ovvero lo scambio di piccole somme tra utenti come amici che si scambiano piccoli prestiti e raccolgono le quote per l’uscita collettiva o il regalo, oppure i rappresentanti di classe che raccolgono le somme per il fondo cassa.
Infine, per quanto l’immagine dei “soldi sotto il materasso” possa richiamare i tempi andati dei nonni, pare che la mancanza di educazione finanziaria mal si accompagni con l’adozione di sistemi digitali di pagamento, comportando che non trovarsi a maneggiare fisicamente il contante, ma anzi vivendo in un contesto in cui anche le piccole spese, piccole rate, piccoli servizi in abbonamento sono compiute in modo digitale senza percezione sensoriale, faccia correre il rischio di non gestire correttamente le proprie entrate e trovarsi oltremodo indebitati, così come rilevato in paesi molto avanti con l’adozione dei pagamenti digitali come Usa e Finlandia.
[bctt tweet=”La mancanza di educazione finanziaria mal si accompagni con l’adozione di sistemi digitali di pagamento e fa correre il rischio di non gestire correttamente le proprie entrate” username=”MapsGroup”]
Dopo aver parlato del sistema in generale, vi dò appuntamento al prossimo articolo in cui approfondiremo la spinta politica Banche e grandi aziende entrano nel settore dei pagamenti digitali Focus sui trasporti.
Stay tuned!

Lilith Dellasanta


CREDITS IMMAGINE DI COPERTINA (rielaborata)
ID Immagine 1: 82426182, di Monsit Jangariyawong
ID Immagine 2: 115381948, di wrightstudio
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Maps News News

Roialty ZeroCoda, l’app per il settore Retail che coniuga gestione delle code ed esperienze interattive

Parma, 27 aprile 2020

 

Il Gruppo Maps, attivo in questo periodo di emergenza a sostegno di sanità e Retail, lancia Roialty ZeroCoda, la nuova tecnologia a sostegno di Solidarietà Digitale e per supportare la ripartenza dei consumi in sicurezza.

 

[sf_iconbox image=”ss-view” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Pronti per la nuova normalità?[/sf_iconbox]

Sta per iniziare la Fase 2 dell’emergenza Covid-19 e saranno 5 gli assi portanti del piano sanitario che consentiranno al Paese di affrontarla. Come prepararci?
Sicuramente nulla sarà come prima e, quindi, emerge la necessità di riconfigurare le nostre abitudini e le modalità lavorative con un conseguente cambiamento nella fruizione e nel consumo di prodotti e servizi.
 

[sf_iconbox image=”ss-umbrella” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Sicurezza nei negozi per lavoratori e consumatori[/sf_iconbox]

Il cambiamento delle abitudini dovrà necessariamente rispecchiare cambiamenti nei modelli organizzativi del lavoro e della vita privata e, quindi, prevedere soluzioni semplici ma efficaci per riconfigurare la Customer Experience presso i punti vendita fisici.
A sostegno di Solidarietà Digitale e di  tutti gli operatori Retail, Maps Group implementa le migliori pratiche maturate nella sanità, atte a controllare e regolare i flussi di accesso alle strutture sanitarie, in un nuovo servizio specifico per il mondo Retail: Roialty ZeroCoda. Un sistema intelligente di gestione ed eliminazione delle code che permetterà ai Retailer di controllare e prevedere gli accessi nei propri punti vendita e che consentirà ai clienti di prenotarsi in anticipo e saltare le code.
La soluzione, attivabile online, è disponibile:

  • in modalità gratuita multi-marchio (fino al 30/06/2020),
  • in versione Enterprise, con piena titolarità dei dati dell’azienda e funzionalità di couponing e gamification per incentivare i clienti a comportamenti virtuosi e al rispetto delle regole di tutela della salute.

Roialty ZeroCoda innova e rinnova l’esperienza d’acquisto nei canali fisici, grazie all’unione di esperienza fisica e digitale in una modalità capace di coniugare necessità e impegni quotidiani con la nuova normalità della Fase 2.
La soluzione, infatti, elimina il concetto di coda, anche quella online, perché il consumatore potrà prenotare il suo appuntamento nel negozio di fiducia sia fisicamente presso il punto vendita (con il supporto del personale) sia da remoto mediante un servizio di prenotazione online tramite Web App, presto disponibile su IOS ed Android.


 
 

[sf_iconbox image=”ss-signpost” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]L’innovazione tecnologica per costruire il futuro, un passo per volta[/sf_iconbox]

Roialty ZeroCoda nasce dall’integrazione di Artexe ZeroCoda e la Customer Data Platform di Roialty perché è l’innovazione la chiave di lettura per la Ripresa – la fase 2 dell’emergenza Covid-19 – che dovrà trainare aziende e cittadini verso una nuova normalità.
Soddisfazione e fiducia è stata espressa da Maurizio Pontremoli, Amministratore Delegato di Maps Group:

“La tutela della salute sarà per i cittadini una priorità assoluta per il futuro e che le loro scelte premieranno le aziende che sapranno farne un elemento centrale. Roialty Zerocoda intende offrire un servizio che aiuti i brand a personalizzare la relazione con i consumatori incentivandone comportamenti virtuosi a tutela della salute”.

Maurizio Ferraris co-fondatore di ROIALTY e sales manager di Maps Group, ha invece precisato:

“Roialty ZeroCoda è una soluzione agile, personalizzabile e scalabile che può soddisfare le esigenze non solo dei supermercati e delle farmacie ma anche delle aziende che vorranno rimettere in condizione i loro clienti di tornare nei punti di vendita e assistenza perché è in atto una trasformazione delle esigenze dal ‘prendere un numero di una coda virtuale’ in ‘programmare un calendario per accedere a un servizio’. Una differenza fondamentale da tener conto nella ripresa delle attività lavorative per poter organizzare i molteplici ‘slot’ della giornata per l’accesso ai servizi, per la spesa e molto altro.”

E la platea dei fruitori è ampia: non solo tutta la filiera del Retail, dalla grande distribuzione alle farmacie, dagli sportelli bancari alle agenzie di assicurazione, ma anche tutte le insegne con punti vendita come negozi di telefonia, librerie, ristoranti, fast-food, strutture turistiche e molti altri.
 

[sf_iconbox image=”ss-tablet” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]L’attesa diventa interattiva[/sf_iconbox]

Lunghe code e attesa – sebbene divenute consuetudine e anche rassegnandosi con un sorriso e la più invidiabile calma all’inevitabile perdita di tempo – non sono certo gradite.
Per questo Roialty ZeroCoda è più di una semplice app: è una vera e propria piattaforma progettata per un’esperienza personalizzata dell’utente. Zerocoda Extended Experience integra elementi di Gamification al fine di incoraggiare comportamenti virtuosi degli utenti:

  • attraverso sondaggi e quiz di conoscenza delle pratiche di tutela sanitaria,
  • garantendo incentivi e benefici per i clienti, integrati con i programmi di promozione e fedeltà.

L’utente acquisisce dei Badge, completando azioni e missioni che richiedono un impegno maggiore e, quando passa di livello, può accedere a incentivi di valore crescente (Coupon e Punti Loyalty).
Le azioni considerate ‘inappropriate’ vengono segnalate all’utente per farlo riflettere, suggerendo comportamenti virtuosi per migliorare e generare vantaggi per la collettività (Edutainment).

Eliminare la coda per l’utente e fornire gli strumenti all’esercente per organizzare la propria giornata: Roialty ZeroCoda fornirà l’aiuto necessario per cambiare le abitudini e meglio adattarsi al rispetto delle nuove regole dell’imminente Fase 2.
Tutto questo per giungere, nel migliore dei modi, a una nuova condizione di vita.
#andratuttobene


[sf_iconbox image=”fa-users” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]GRUPPO MAPS[/sf_iconbox]

Fondata nel 2002, MAPS è una PMI Innovativa attiva nel settore della digital transformation. Con sede a Parma e 170 dipendenti, produce e distribuisce software per l’analisi dei big data che consentono alle aziende clienti di gestire e analizzare grandi quantità di dati e di informazioni, aiutandole nell’assunzione delle proprie decisioni strategiche e operative e nella definizione di nuovi modelli di business.
Opera in un contesto caratterizzato da un elevato potenziale di crescita: il mercato mondiale delle tecnologie per la digital transformation ha raggiunto nel 2018 la dimensione di 1.300 miliardi di dollari; nel 2020 si stima un mercato di 2.100 miliardi di dollari.
MAPS opera attraverso 3 business unit (Large Enterprise, Healthcare Industry, Gzoom) e ha un portafoglio di oltre 180 Clienti altamente fidelizzati appartenenti a differenti settori: Servizi, Sanità, Industria e PPAA. Attraverso la linea d’offerta Patient Journey, si posiziona come leader nel settore dell’accoglienza dei pazienti nelle strutture sanitarie, presidiando il mercato con oltre 600 installazioni, che gestiscono una popolazione di oltre 17 milioni di pazienti a livello nazionale.
Il Gruppo chiude il 2018 con un valore della produzione consolidato pari a Euro 17,6 milioni e un EBITDA pari a Euro 3,6 milioni (EBITDA margin pari a 21%). Negli ultimi 5 anni MAPS ha raddoppiato i ricavi e decuplicato l’EBITDA. La società è caratterizzata da elevati livelli di recurring revenues e cash conversion.
Alla crescita organica del Gruppo si è affiancata un’importante attività di M&A, con l’acquisizione di IG Consulting (2011), Artexe (2018) e Roialty (2019).
ISIN azioni ordinarie: IT0005364333 – ISIN “Warrant Maps S.p.A. 2019-2024”: IT0005364325
Comunicato disponibile su www.emarketstorage.com e sul sito Maps.

[sf_iconbox image=”ss-mail” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]CONTATTI[/sf_iconbox]

Per maggiori informazioni
Contatti Società:
MAPS | Tel +39 0521 052300
 info@mapsgroup.it
Contatti Nominated Adviser
BPER Banca | Tel +39 0272 74 92 29 |
maps@bper.it
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6MEMES TRENDS Digital Healthcare Design – il valore dell'accoglienza nel percorso di cura. Healthcare & Data Driven Governance

Intelligenza Artificiale e salute: panoramica su come l'IA ci viene – e verrà – in aiuto in ambito sanitario. Di Mauro Di Maulo.

[dropcap3]Q[/dropcap3]uello della Sanità, come stiamo tutti purtroppo sperimentando, è sicuramente il sistema sociale più rilevante per la nostra specie, quello più strategico e cruciale.
A maggior ragione in questa terribile contingenza che stiamo affrontando, dunque, è cruciale essere consapevoli del fatto che, proprio in questo settore, l’innovazione tecnologica ha fatto in questi ultimi anni passi da gigante.
Questo, grazie anche alla cosiddetta Macchina e ai suoi indubbi vantaggi, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo.
Non a caso, di questo tema (in particolare della robotica), se ne è ampiamente dibattuto verso fine Marzo in un editoriale pubblicato su Science, in cui un pool di esperti internazionali (tra cui Paolo Dario) si sofferma su come la robotica potrà contribuire a combattere le epidemie.
E che ne abbiamo davvero bisogno, di questo aiuto extra, è oggi più che mai evidente non solo per l’attuale situazione che stiamo vivendo a livello globale, ma anche a causa della presenza di altri punti di possibili crisi – attuali e future – che si potrebbero anche saldare al tema pandemico.

Tra questi, la forbice esistente – a livello globale – tra situazioni sanitarie emergenziali legate a situazioni diffusissime di povertà (tali per cui malattie considerate sconfitte in alcune aree mietono altrove numerosissime vittime) e, al contrario, stili di vita eccessivamente “opulenti” capaci di condurre a vere e proprie patologie, quali ad esempio l’obesità o certi tipi di diabete.
[bctt tweet=”Grazie all’innovazione tecnologica anche l’Uomo può combattere ad armi meno impari la battaglia con le malattie, la loro diffusione e la loro possibile cura. ” username=”MapsGroup”]
Diventa allora chiaro che questo sforzo di benessere appare un po’ come la lotta di Davide contro Golia, dove il gigante sembra per certi versi davvero imbattibile, anche perché capace (lui) di evoluzioni imprevedibili anche tra una specie e un’altra.
Ecco dunque che le “Macchine” ci vengono già in soccorso oggi, senza dover attendere scenari futuri o futuristici.
Non che il tema delle emergenze della salute fosse ignorato, a livello globale, anche prima di questa pandemia: la stessa Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, già alcuni mesi fa, aveva lanciato una consultazione pubblica per:

“definire la strategia futura per la lotta al cancro” in cui è previsto che ICT e Intelligenza Artificiale lavorino insieme per combattere il cancro nella Unione Europea: “la tecnologia può essere un salvavita per migliaia di persone. Sappiamo, ad esempio, che l’uso dell’intelligenza artificiale può migliorare significativamente la precisione della diagnosi precoce”.

Per questo, aveva aggiunto la Presidente,

“Abbiamo bisogno di un’infrastruttura di dati sanitari, così come di tecnologie di intelligenza artificiale, per facilitare il collegamento tra ricerca, diagnosi e cura”.

Mai parole furono più anticipatorie. Si tratta, ora, di passare dalle parole ai fatti.

[sf_iconbox image=”ss-heart” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Avanti a 360°

I passi fatti in avanti sono già molti, e attuali. In questo articolo di Wired, ad esempio, si raccolgono una serie di “strumenti” davvero innovativi e sorprendenti.
L’articolo, infatti, ci dice innanzitutto come

“(…) da una prevenzione puntuale a una diagnosi più rapida e precisa, combinando dati e monitorando in tempo reale. L’AI sta già cambiando il nostro modo di curarci, ecco cosa ci aspetta nel futuro imminente”.

E se è di dominio comune come l’intelligenza artificiale sia già oggi in grado di combattere come un instancabile alleato al fianco di noi Umani in molti settori:

“L’intelligenza artificiale è brava quanto i medici in carne e ossa nel diagnosticare un melanoma, e in certi casi può arrivare a battere l’uomo.
Secondo uno studio pubblicato su ‘Lancet Oncology’ – presentato al 24° Congresso mondiale di dermatologia di Milano (Wcd2019) da Susana Puig dell’Hospital Clínic di Barcelona – l’Ai è infatti più efficace rispetto ai singoli esperti nell’identificare una lesione riconducibile al più temuto tumore dalla pelle”.

un posto di tutto rilievo lo riveste proprio la diagnostica per immagini:

“Nelle apparecchiature digitali per la sanità, l’ultima generazione di scanner per imaging a risonanza magnetica (Mri, magnetic resonance imaging) utilizza l’intelligenza artificiale con il doppio vantaggio di ricostruire più rapidamente le immagini e di velocizzare le analisi per arrivare a diagnosi ancora più precoci.
E, dunque, ridurre i ritardi nelle cure, a tutto beneficio dei pazienti e delle performance degli ospedali che investono in questi macchinari di nuova generazione”.

Non solo: come questo articolo illustra, i Big Data e l’Intelligenza Artificiale possono lavorare insieme da un punto di vista preventivo in termini ad esempio di contagio, con evidente sollievo proprio per la componente produttiva e quindi economica di una collettività colpita da esempio da una epidemia.

Non bastasse questo, a chi venisse il timore che si tratti di innovazioni onerose dal punto di vista economico (problema oggi davvero enorme, vista la crisi che si abbatterà nelle nostre società in conseguenza alla pandemia) ecco che due rapporti – riportati da Wired – ci raccontano il contrario:

“Un articolo di ricerca di Accenture ha scoperto che le applicazioni cliniche chiave dell’AI sanitaria possono potenzialmente creare 150 miliardi di dollari di risparmi annuali per l’economia sanitaria statunitense entro il 2026″

mentre

“un altro rapporto di Tractica ha rilevato che il mercato sanitario dell’AI varrà 34 miliardi di dollari entro il 2025″.

Là dove la potenziale interoperabilità Uomo-Macchina e Macchina-Uomo fa il suo dovere anche in Sanità, dunque, non c’è Golia che possa stare sereno, anche perché Lei, l’Intelligenza Artificiale, sta già guardando oltre, verso ben altri traguardi…
Dove? Verso la biologia medica, ad esempio, in cui (sebbene siamo ancora agli esordi):

“Una tecnica di intelligenza artificiale fornisce un potente strumento per il rilevamento e la classificazione dei dati biologici, e per lo sviluppo di modelli predittivi nel settore biomedico e in quello farmaceutico.
Ma, prima di poterla usare in modo esteso, i ricercatori devono vincere alcune sfide”.

O, ancora, nella farmacologia, in cui è al via il test sul primo farmaco creato dall’intelligenza artificiale:

“Una volta sperimentata, la molecola combatterà il disturbo ossessivo compulsivo. Ultimata in soli dodici mesi una fase che di norma richiede fino a cinque anni di lavoro”.

E se le risorse risparmiate in inutili ridondanze (sia diagnostiche che cliniche) saranno messe a (buon) frutto nell’investire in tecnologie sempre più inter-operabili – capaci cioè di far dialogare tra loro settori differenti della medicina, assieme a tecnici e specialisti di vari campi – è davvero probabile che il nostro Davide si trovi in mano alcune armi letali anche per il più temibile dei nemici in ambito medico.
(Questo, d’altra parte, è quello in cui tutti confidiamo soprattutto ora, alla ricerca come siamo di cure efficaci e di vaccini anti-pandemia.)
Con questo auspicio, dunque – e dopo questa panoramica certo non esaustiva, ma almeno in parte significativa sullo stato delle cose rispetto al rapporto Uomo-Macchina in ambito sanitario – vi do’ appuntamento ai miei prossimi due articoli.
Parleremo di un rapporto molto più stretto che si può stringere tra l’Uomo e la Macchina, ovvero quello che mette in relazione strutturale Paziente, Medico, Dati e Device medico-sanitari.
Questo, grazie anche all’ausilio della Ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità “Connected care: il cittadino al centro dell’esperienza digitale” (Maggio 2019).

Alla prossima, Mauro Di Maulo.

 


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ID Immagine: 105482286. Diritto d'autore: Prig MORISSE
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Co-Operiamo: le relazioni tra le persone nell'era della Co-Economy al tempo del Covid. Di Sara Di Paolo.

[sf_iconbox image=”fa-gears” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Co-Economy: un nuovo paradigma[/sf_iconbox]

[dropcap3]L[/dropcap3]a pandemia da Covid-19, caratterizzata da “distanza sociale”, autosegregazione e chiusure di fabbriche e uffici, sta paradossalmente accelerando il percorso di molte imprese verso l’attenzione alle persone, non più solo potenziali clienti, e verso la condivisione di un destino comune con il proprio territorio ma anche, come sta insegnando la situazione attuale, il resto del mondo.
In altre parole il Coronavirus sta rafforzando il nuovo paradigma economico che già andava affermandosi in tutto il mondo occidentale. Si tratta della Co-Economy (rif. “Co-Economy. Un’analisi delle forme socioeconomiche emergenti” a cura di Davide Lampugnani, introduzione di Mauro Magatti, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2018).
Significa attivare forme di scambio e azioni di tipo economico capaci di coniugare competizione e coesione sociale, in altre parole fare impresa prestando attenzione al territorio e alle persone, oltre che agli aspetti più prettamente economici e del profitto.
Non vuole dire “essere buoni” ma saper tenere insieme in misura crescente la dimensione economica e quella sociale. Le imprese private, grandi e piccole, che hanno questa visione si preoccupano degli aspetti sociali e ambientali non “dopo” il profitto ma “per” e “durante” la creazione del profitto, riuscendo a coniugare competizione e coesione sociale.
È in questo contesto che si affermano esperienze di cooperazione e condivisione tra le persone. Dalla gestione dei beni comuni alle benefit corporation, dai casi sempre più numerosi di co-housing e co-living ai più noti e diffusi esempi di co-working, le persone e di conseguenza le imprese scoprono sempre di più la bellezza e l’utilità di fare le cose insieme.
[bctt tweet=”Dai casi sempre più numerosi di co-housing, co-living ai più noti esempi di co-working, le persone e le imprese scoprono sempre di più la bellezza e l’utilità di fare le cose insieme.” username=”MapsGroup”]
Da gennaio ad oggi sono oltre 30mila i contenuti individuati in italiano e inglese, tra social, web e press che trattano questi temi (dati rilevati dal monitoraggio Words-Maps Group con strumenti Roialty).
Il co-working “pesa” per il 76% dei contenuti, rispetto a co-living e co-housing menzionati nel 24% degli articoli selezionati. L’87% dei messaggi sono in lingua inglese.
Anche in tempo di coronavirus, il dibattito sul tema non si ferma e non vede flessioni, in termini di quantità. Piuttosto si rilevano nuove riflessioni e il racconto di nuove esperienze.
C’è chi guarda avanti e approfitta del momento contingente per progettare il futuro: in Umbria il coworking Binario5 e Fondamenti lanciano una call per progetti innovativi che coinvolgano il territorio.
A Milano si lavora al nuovo DesignTech, primo Hub per l’innovazione tecnologica nel settore design. A Crevacuore (in provincia di Biella) studiano soluzioni di co-housing per anziani autosufficienti da realizzare quando questo difficile momento sarà superato.

Il Covid-19 ci costringe in casa ma non ci impedisce di fare ironia. Sui social ad esempio c’è chi si organizza: “Spazio di coworking in soggiorno, think tank in cucina, zona telefonate lunghe e moleste per gli altri coworkers in camera di mamma”. E c’è chi si domanda se dovremmo coniare nuovi slogan come “co(rona)-working” e “co(rona)-living”?

[sf_iconbox image=”fa-user-plus” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Prima le persone, poi gli spazi, fisici e in rete tra loro. E infine la tecnologia[/sf_iconbox]

Nella carrellata di eventi rinviati a causa del virus e di proposte formative o culturali a distanza, si distingue quella del co-working milanese Spazio Fuori Luogo che ha organizzato una sessione di disegno di nudo via Skype. Numerosi gli artisti che hanno aderito all’happening, alta la qualità delle opere prodotte. Insomma, stiamo chiusi in casa e cerchiamo le forme migliori per stare comunque insieme.
Non sarà forse proprio questo il concetto di “interoperabilità” che quest’anno 6Memes ci stimola ad affrontare? La parola interoperabilità nel monitoraggio compare 11 volte, sempre connessa a tematiche informatiche. Il concetto di interoperabilità tra gli uomini invece emerge molto spesso essendo il primo passo per realizzare quelle esperienze di condivisione che oggi rappresentano le più innovative forme del vivere sociale ed economico.
[bctt tweet=”Il concetto di interoperabilità tra gli uomini è il primo passo per realizzare quelle esperienze di condivisione che rappresentano le più innovative forme del vivere sociale ed economico.” username=”MapsGroup”]
Tra le esperienze più interessanti, il progetto europeo SCC – sharing, cooperation, collaboration – unisce spazi di co-working, istituzioni d’istruzione superiore e comunità dell’innovazione, con l’obiettivo generale di stimolare lo sviluppo di spazi collaborativi per l’innovazione. In particolare, intende supportare la trasformazione di spazi di co-working in “spazi collaborativi” capaci di sviluppare metodologie di lavoro trans-settoriali e trans-nazionali grazie alla creazione di comunità “umane” e all’utilizzo di avanzati strumenti digitali.
Insomma dai primi elementi di questa indagine, tutto ci sembra dire: prima le persone – insieme fisicamente o in connessione tra comunità virtuali – poi gli spazi, fisici e in rete tra loro. E infine la tecnologia, a supporto dei primi due.

Sara Di Paolo


CREDITS IMMAGINI
Immagine di copertina (rielaborata)
ID Immagine 1: 98234393. Diritto d'autore: Kateryna Kon
ID Immagine 2: 36874933. Diritto d'autore: robuart
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6MEMES TRENDS Data Complexity & Big Data Sharing Knowledge

Vecchie e nuove emergenze, digitali e non: l'infrazione dell'aspettativa e la risposta dell'Uomo CON la Macchina. Di Anna Pompilio.

[sf_iconbox image=”ss-phone” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Vecchie e nuove emergenze (digitali e no)[/sf_iconbox]

[dropcap3]Q[/dropcap3]uando ho cominciato a ragionare sull’interoperabilità per questa rubrica mi è tornato in mente un post di Luca Attias – ora a Capo del Dipartimento per la Trasformazione Digitale della PCM – che mi aveva molto colpito: da un lato per la sincerità con cui l’autore faceva autocritica rispetto al suo operato come Commissario Straordinario per l’attuazione dell’Agenda Digitale, dall’altra perché sembrava ribadire che la strada intrapresa decenni prima sul tema era ancora tutta in salita.
Così ho pensato di chiedere direttamente alla fonte un confronto sull’argomento e ho mandato una mail all’Ing. Attias, non sperando troppo a dire il vero in una risposta, che invece è puntualmente arrivata dalla Segreteria del Capo dipartimento e che riporto di seguito.

Il tema che poni all’attenzione di Luca (e indirettamente ai suoi collaboratori tecnici) è senz’altro di interesse, a tal punto che Attias, nella quasi totalità dei suoi interventi pubblici di questi ultimi anni, pone la problematica che tu evidenzi come punto centrale delle sue presentazioni (su Internet puoi trovare alcuni di questi interventi o slide). 

Le “12.000 monarchie assolute” che egli individua all’interno della P.A., ognuna delle quali mantiene gelosamente il diritto “divino” ad operare sui propri datacenter e sulle proprie applicazioni, è un’anomalìa tutta italiana che va assolutamente superata. Come? La risposta è duplice.

La prima è relativa ad un approccio culturale, cioè va affrontato con un’incisiva opera formativa sui temi dell’innovazione digitale orientata alle figure apicali delle singole amministrazioni, che ignorano le potenzialità ed i vantaggi in termini economici e tecnici dell’utilizzo dei servizi IAAS (Infrastructure As A Service), cioè in cloud, senza contare i minori rischi di vulnerabilità di questa soluzione, o SAAS (Software As A Service), con l’utilizzo di applicazioni condivise operanti sul medesimo oggetto (es. protocollo informatico, controllo di gestione, ecc.) .

La seconda è operare in perfetta sinergia e coordinamento con la governance politica del Paese che dovrebbe avere questo obiettivo come vision, aldilà delle sterili suddivisioni partitiche, che impediscono un’azione continuativa degli obiettivi prefissati, ma che vengono continuamente messe in discussione solo perché programmate dal precedente governo. Concludendo, Luca è rimasto favorevolmente colpito dalla lettura della tua e-mail, e questo è un atteggiamento positivo, segno che nella società civile ed in quella professionale, le tematiche da lui evidenziate, anche se con notevoli difficoltà, iniziano ad essere percepite non come estranee, ma come una vera e propria “emergenza digitale”.

[bctt tweet=”Interoperabilità delle P.A.: occorre operare in perfetta sinergia e coordinamento con la governance politica del Paese.” username=”MapsGroup”]
Se c’è una cosa che penso si possa dire senza timore di smentita sulle emergenze in genere, mettendo per un attimo da parte qualunque altra considerazione, è che hanno tutte un costo molto alto in termini economici e, in ogni caso, una misura presa in un clima di emergenza, seppure ad impatto positivo come nel caso del lavoro “agile” di cui si parla in questi giorni,  “per essere davvero una svolta non deve restare misura di emergenza, ma diventare un modello da sperimentare e applicare anche in tempi ordinari” (Gianni Dominici, qui).
Se c’è un’altra cosa che abbiamo ormai tutti compreso è che i modelli da sperimentare e applicare, possibilmente in tempi non sospetti, passano non tanto per il nodo tecnologico –  benché anche quello abbia la sua importanza relativa – bensì attraverso la centralità di  altri fattori:

  • Governance: per la definizione delle strategie di innovazione e dei relativi piani di attuazione
  • Approccio culturale: per generare consapevolezza e coinvolgimento
  • Formazione: per colmare il gap di competenze.

Ragionavo su questo. Poi però si è scatenato il putiferio.

[sf_iconbox image=”ss-rainumbrella” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]L’emergenza digitale ai tempi della pandemia[/sf_iconbox]

Se avessi scritto questo pezzo solo quindici giorni fa probabilmente starei riflettendo sul Change Management, il tuning tecnologico, l’AS IS, il TO BE e via di seguito, cercando di individuare e comprendere i motivi per cui il dialogo tra sistemi diversi non sta ancora funzionando, dopo più di un ventennio che se ne parla.
Nel frattempo però è arrivato un virus a minacciare la fine del mondo, ci si è resi conto che è necessario chiudersi in casa per non morire e mi chiedo se può ancora avere senso parlare di interoperabilità in questo preciso momento storico.
La risposta a questa domanda non può che essere affermativa anzi, direi che non solo ha senso, ma paradossalmente adesso ne ancora di più perché gli aspetti tecnologici si innestano su un sistema culturale che sta cambiando velocemente per adattarsi ai nuovi contesti creati dall’emergenza sanitaria. Non solo: il sistema culturale sta cambiando a livello mondiale e la portata di tutto questo è forse impossibile da valutare ora, nel momento in cui ne siamo ancora immersi.
Il primo effetto tuttavia si tocca con mano ed è l’accelerazione: fino a ieri sembrava impossibile smettere di uscire di casa tutti i giorni per incrociarci nel saliscendi di scale polverose di palazzi costruiti negli anni ’60, dove ancora risiedono i detentori di quel potere tossico raccontato da uno degli osservatori più acuti del nostro tempo. Palazzi di vetro nel verde di quartieri residenziali, all’ingresso di grandi arterie, nelle periferie dei poli tecnologici.
Se fossimo bravi paesaggisti, se fossimo Lorrain o Corot, attraverso quegli alberi e quei palazzi potremmo riuscire a restituire una visione del mondo, un modo di sentire la vita, ma siamo, in fondo, solo buoni mestieranti senza particolare talento e adesso, che non usciamo più di casa la mattina e il paesaggio non cambia dalla notte al giorno, dal giorno alla notte, la nostra visione del mondo è racchiusa qui, nei nostri schermi lucidi di disinfettante.
Ma non si possono più ignorare i vantaggi del superamento di alcuni pregiudizi – uno per tutti dicevamo verso il lavoro agile – perché se il sistema economico non sta già collassando è proprio grazie a chi ha creduto che quello interoperabile  fosse uno dei mondi possibili ed è ancora più importante non fermarsi adesso, continuare, ripensare e riprogettare i modelli organizzativi compresi quelli volti a realizzare la necessaria e incisiva opera formativa in una modalità che sia realmente nuova e duratura e non misura di emergenza.
[bctt tweet=”In questo tempo di emergenza se il sistema economico non sta collassando è grazie a chi ha creduto che quello interoperabile fosse uno dei mondi possibili.” username=”MapsGroup”]

[sf_iconbox image=”ss-unlock” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]L’infrazione dell’aspettativa[/sf_iconbox]

Mi chiedo, a questo punto della storia, se saremo finalmente capaci di lavorare insieme, di superare le suddivisioni partitiche e le monarchie assolute, se saremo finalmente capaci non solo di rispettare le regole ma di renderle inutili, mi chiedo se era davvero necessaria un’emergenza per mitigarne un’altra, se l’emergenza sanitaria sta curando quella digitale e se il virus umano alla fine farà bene alle macchine.
Non ho in proposito una risposta, come spesso capita tra queste righe, ma ho la certezza che sia necessario sovvertire il nostro pensiero: se fino a ieri era la nostra esperienza dal vivo ad essere mediata da un processo di conoscenza inconsapevole e sedimentata, in questa nuova quotidianità è esattamente il contrario, sono i nostri processi di conoscenza ad essere mediati dalla nostra esperienza dal vivo.
Ne usciremo solo se saremo ancora capaci di sorprenderci.


[highlight]Approfondimenti[/highlight]


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Visibilità e digitalizzazione: un'interoperabilità culturale ancor prima che tecnologica per aiutarci a vedere più lontano…

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[/sf_iconbox]Visibilità e Digitale: due mondi a braccetto, anzi: uno solo!

[dropcap3]I[/dropcap3]n un momento in cui il nostro maggior nemico è di fatto “invisibile” – se non dopo aver generato e causato un’infinità di dolore e conseguenze terribili – il concetto stesso di visibilità diviene ancor più rilevante ed essenziale, così come è davvero cruciale la possibilità che l’innovazione (medica, tecnologica e sociale) ci può offrire nell’aiutarci a dare forma e sostanza a ciò che altrimenti sfugge al nostro sistema percettivo cosiddetto “naturale”.
Come abbiamo già visto insieme a proposito di innovazione, uno dei termini – o meglio dei concetti – capace di rappresentare sia in presenza (in quanto formato di interscambio) che in assenza (in quanto nucleo di senso) il concetto di interoperabilità, è proprio l’aggettivo “digitale”.
E quindi – sempre a proposito di Visibilità – vorrei rileggere insieme le ricostruzioni etimologiche che Treccani propone rispetto a questo termine.
Con una precisazione: lo spunto per questa riflessione mi è venuto da un corso che proprio in questi giorni sto frequentando e che consiglio agli appassionati del tema, “Umano digitale”. È erogato in modalità Mooc dall’Università di Urbino, è completamente online e gratuito e in questi giorni di attesa potrebbero essere l’ideale per frequentarlo.
Le definizioni dell’aggettivo “digitale”, dicevo, sono due.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]La prima, dal latino digitalis, derivazione di digĭtus [«dito»] ci riporta al «del dito, delle dita; fatto, compiuto con le dita (…).»
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]La seconda, ci arriva invece dall’inglese dall’inglese digital, derivazione a sua volta di digit (e qui si ritorna alle origini latine di digĭtus), e ci parla di «cifra, ovvero di un sistema di numerazione».
Prosegue, questa definizione, raccontandoci – tra le altre cose – che il termine si contrappone in informatica alla parola analogico, e si attribuisce “a dispositivi che trattano grandezze sotto forma numerica, cioè convertendo i loro valori in numeri di un conveniente sistema di numerazione (di norma quello binario, oppure sistemi derivati da questo)”.

Cosa accade, dunque, in questo processo di conversione digitale di cui sentiamo continuamente parlare e che – in ogni sua istanza – ci riconduce al nostro senso del tatto (digĭtus) che in questi giorni ciascuno di noi deve purtroppo mortificare?
[bctt tweet=”Uno dei termini – o meglio dei concetti – capace di rappresentare in presenza (in quanto formato di interscambio) e in assenza (in quanto nucleo di senso) il concetto di interoperabilità, è l’aggettivo digitale.” username=”MapsGroup”]
In sintesi (per estrema semplificazione), possiamo ricordare che, attraverso tale sistema di codifica (o meglio, ri-codifica), una mole sterminata di informazioni altrimenti rappresentate – quali fotografie, testi scritti a mano, filmati, conteggi, mappe, funzioni – vengono tradotte in un codice che, a sua volta, le ri-converte in nuove immagini, testi, suoni etc., ma questa volta disponibili e replicabili, usabili e soprattutto visibili non solo in un’altra infinità di forme e formati (rigorosamente digitali), ma soprattutto attraverso una miriade di dispositivi che li rendono usufruibili, percepibili – perfino reali e “toccabili” con mano – in real time.
Un esempio straordinario di questa conversione di dati, informazioni, dispositivi ed elementi di realtà, è dato dalla possibilità che la stampa 3D ci sta regalando nel produrre in tempo record e in ogni luogo nuovi dispositivi altrimenti introvabili e letteralmente salza-vita:

“Da Hong Kong a Brescia, l’emergenza coronavirus ha stimolato la creatività di piccoli e grandi laboratori di stampa, nella più grande chiamata alle armi nella storia dell’innovazione tecnologica.”

Grazie alla loro potenza, l’insieme di queste tecnologie – a maggior ragione se messe a sistema – consentono a noi da un lato di allargare il nostro campo visivo (penso ad esempio alla possibilità che hanno i telescopi satellitari di trasmetterci le immagini digitalizzate del cosmo che stanno solcando) e dall’altro di acuire e verticalizzare la nostra messa a fuoco della realtà – penso ai nuovi potentissimi microscopi e alle recentissime tecnologie di imaging, anche in campo medico, ma non solo.
Ecco dunque che tale processo di digitalizzazione, affiancato alla creazione di altrettante interfacce (dispositivi mobile, device etc. – insomma, le cosiddette “Macchine”), si realizza attraverso la più grande opera di traduzione immaginabile compiuta ad oggi dall’Uomo, che è riuscito a passare da una visione frammentata e a pattern del mondo a una sua versione continua, scalabile e – appunto – interoperabile.
Non si tratta, tuttavia, di una così grande novità dal punto di vista cognitivo ed evolutivo. In questo senso voglio citare il prof. Alessandro Bogliolo (docente del sopracitato corso) che in un’altra occasione ci spiega che la rivoluzione digitale:

“(…) fonda le sue radici addirittura nella Preistoria (…)” non è “una vera e propria rivoluzione, ma si tratta di un’evoluzione che, per l’appunto, segue la storia dell’uomo in quanto poggia le sue basi su due capacità estremamente umane.

La prima è quella di rappresentazione simbolica, che ci consente di avere una storia, una narrazione, un linguaggio e anche, perché no, di fare lavorazione automatica delle informazioni.

L’altra è invece la capacità di pensiero computazionale, che ci consente di concepire dei ragionamenti e dei procedimenti complessi e costruttivi per dare vita alle nostre idee e per fare innovazione.”

A questo punto vorrei fare un passo indietro, tornando agli articoli del blog dedicati l’anno scorso alla complessità, e ricordare a noi stessi che – in tale iper-complessità – parlare oggi di interoperabilità (traslata dal piano tecnico verso quello, chiamiamolo così, più umanistico) vuol dire procedere secondo una logica evolutiva indispensabile.

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[/sf_iconbox]Vedere la realtà – e distinguerla – a ragion veduta!

La complessità che ci circonda è ormai tale che non possiamo affrontarla se non (anche) attraverso sistemi e processi di interazione automatici (ci spiega mirabilmente in questo articolo il filosofo Cosimo Accoto) processi che necessitano non solo la nostra istruzione prima e avvio poi, ma che hanno bisogno anche e soprattutto di controllo in itinere, per farlo, come si dice, a “ragion veduta”.
Per capire la portata del tema vorrei partire da un esempio molto semplice, ricordando a noi stessi, innanzitutto, che una cosa è visibile quando (in sintesi estrema), la possiamo DISTINGUERE DAL RESTO e quindi individuarne l’esistenza.
Un esempio per tutti: la luce, il cui spettro visibile ai nostri occhi non è esaustivo delle varietà delle sue onde. Possiamo quindi affermare che, in primo luogo, per vedere qualcosa dobbiamo essere attrezzati con un sistema percettivo capace di riconoscerne l’esistenza.
E qui il salto tecnologico c’è, eccome.
Se infatti Calvino magnifica nella sua lezione sulla Visibilità la capacità immaginativa tutta umana, che ci consente di “immaginare” ciò che non è (ancora o non più) reale, ecco che la rivoluzione digitale – seguendo la natura evolutiva dell’Uomo – ci sta portando ad allargare il nostro concetto di realtà – sia verso l’estensione che verso la concentrazione dei dati – e soprattutto ci consente di renderli interoperabili, cioè di farli “lavorare” insieme, andando ben più in là del semplice “unire i puntini”…
[bctt tweet=” Una cosa è visibile quando (in sintesi estrema), la possiamo distinguere dal resto e dunque individuarne l’esistenza.” username=”MapsGroup”]
Quindi essere dotati di un sistema in primo luogo percettivo (cioè capace di rilevare i segnali  e unirne i famosi puntini) è più che mai cruciale, e se le interfacce “artificiali” di oggi ci consentono di  andare oltre i nostri limiti naturali sia fisici (il nostro corpo) che mentali (la nostra capacità logica e computazionale), questo è un indubbio vantaggio.
Lo sarebbe stato, ad esempio, negli anni del colera, in cui, come riportato in questo articolo, uno scienziato si accorse, disegnando su una cartina la mappa delle persone infettate dalla malattia, che la sua evoluzione era collegata alla disposizione sotterranea della rete fognaria cittadina. (Un po’ come è accaduto in questo periodo con i grafici che gli scienziati ci hanno mostrato rispetto all’evoluzione della pandemia che stiamo tragicamente vivendo).
Il pensiero di quello scienziato, dunque, aveva reso potenzialmente Visibile – facendo inter-operare tra loro informazioni all’apparenza non collegabili, come il numero dei malati, la loro malattia in successione e l’andamento della rete fognaria nella città – l’evoluzione della malattia del colera, rendendone di conseguenza individuabile l’origine e predittibile l’evoluzione.
E qui faccio un piccolo inciso: se pensiamo ad esempio alla rapidità con cui la Natura è interoperabile – ad esempio proprio a livello di virus, capaci di saltare da specie a specie per poi diffondersi nel mondo – ecco allora che abbiamo un’idea immediatamente Visibile della sproporzione tuttora esistente tra la capacità adattiva dell’Uomo e quella dell’ambiente circostante.
Per questo, oggi, in quanto Umani, dobbiamo non solo (o non tanto) cercare di rendere intelligenti le Macchine che inventiamo, istruiamo e accendiamo, ma dotarci noi stessi di migliori strumenti di traduzione – anche tecnologici – rendendoci più aperti e disponibili all’interazione con la “Macchina”, perché, citando di nuovo Alessandro Bogliolo:

(…) quella che oggi chiamiamo tecnologia digitale non è nient’altro che l’espressione del momento di queste capacità tutte umane, sulle quali si basano la nostra storia e il nostro futuro.

La nostra storia perché, grazie alla rappresentazione simbolica, abbiamo una cultura, una capacità di raccontarci cose da tramandare di generazione in generazione; grazie invece al pensiero computazionale sappiamo fare innovazione, trasformare questa creatività e questa cultura in qualcosa che fa evolvere la nostra capacità di essere umani e, dunque, di relazionarsi con il mondo.”

Al prossimo articolo, dunque, in cui – lo speriamo tutti – potremo parlare di Leggerezza con notizie migliori di quelle attuali che ci circondano!

Natalia

PS: se vi interessa, nell’attesa e a proposito di visibilità, potete trovare QUI  l’articolo su una nuova lente, Mojo, che promette una visione della realtà capace di integrare perfettamente la nostra vista con le informazioni digitali sul mondo che ci circonda. 
 


CREDITS IMMAGINE COPERTINA
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Maps News News

Il Gruppo MAPS supporta con donazioni i reparti impegnati nell’emergenza Coronavirus

Parma, 30 marzo 2020

 

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il supporto di MAPS[/sf_iconbox]

Il Gruppo MAPS prosegue nella sua opera di supporto per la gestione dell’emergenza sanitaria epidemiologica da COVID -19. Alla luce del necessario e urgente sostegno delle strutture sanitarie e socio sanitarie, atte a fronteggiare le gravi conseguenze generate dall’epidemia, MAPS ha partecipato alla raccolta fondi “Anticovid 19” lanciata dall’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma a supporto dei reparti impegnati nella lotta al Coronavirus.
Recependo le direttive dei vari DPCM emanati nel mese di Marzo, il Gruppo MAPS ha accolto fin da subito le istanze di svolgimento delle prestazioni lavorative in modalità agile. Questo ha permesso di mantenere l’operatività dell’azienda ad alti livelli, garantendo che la produttività rimanesse invariata.
Maps ha pertanto deciso di supportare attivamente iniziative a sostegno delle esigenze sanitarie e sociali del territorio, donando 15 mila euro all’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma.
Marco Ciscato, Presidente di MAPS, ha così commentato:

Il Gruppo MAPS intende impegnarsi attivamente destinando parte delle nostre risorse nella lotta contro il Covid-19. Con il nostro primo intervento, che ha riguardato il territorio in cui l’azienda ha la sua sede principale, abbiamo abbracciato la campagna promossa dall’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma, ad oggi tra le principali strutture ospedaliere in prima linea nella battaglia al Coronavirus con i propri reparti e le attività di ricerca.”

 

[sf_iconbox image=”fa-heartbeat” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]In prima linea[/sf_iconbox]

L’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma è un ospedale polispecialistico ad alta specializzazione che offre ai cittadini un quadro completo di servizi diagnostici, terapeutici e riabilitativi: con 3.919 dipendenti, 163 universitari in convenzione e 1.044 posti letto ha fornito oltre 4,5 milioni di prestazioni ambulatoriali. L’attività assistenziale si basa sul modello organizzativo hub & spoke nei servizi sanitari, caratterizzato dalla concentrazione dell’assistenza a elevata complessità in centri di eccellenza (“hub”) supportati da una rete di servizi (centri “spoke”) cui compete la selezione dei pazienti e il loro invio a centri di riferimento.
Per fronteggiare l’emergenza COVID-19 è stato predisposto un piano di riorganizzazione attuato dalla Regione Emilia-Romagna e da tutto il personale di Azienda Ospedaliero-Universitaria e Azienda Usl di Parma. Questo ha portato ad ottenere più posti di terapia intensiva, più medici e infermieri e, in generale più letti negli ospedali di Parma, Vaio e Borgotaro.
Con particolare riferimento all’Ospedale Maggiore di Parma, al rafforzamento della Terapia intensiva, pronta a far fronte alla cura dei pazienti più gravi, si aggiungono nuovi posti letti nel padiglione Barbieri (oltre 250 letti). Il triage respiratorio, recentemente allargato e implementato, sta invece dando una risposta rapida ed efficace a tutte le persone con problemi respiratori acuti e gravi.
Ma la riorganizzazione non si ferma qui e i lavori continuano per far fronte anche alle successive fasi.
Il Gruppo MAPS spera, con il suo contributo, di aiutare la struttura a fronteggiare le prossime fasi dell’emergenza e auspica di poter proseguire con le azioni di sostegno, devolvendo ulteriori somme ad altre strutture individuate di volta in volta.


[sf_iconbox image=”fa-users” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]GRUPPO MAPS[/sf_iconbox]

Fondata nel 2002, MAPS è una PMI Innovativa attiva nel settore della digital transformation. Con sede a Parma e 170 dipendenti, produce e distribuisce software per l’analisi dei big data che consentono alle aziende clienti di gestire e analizzare grandi quantità di dati e di informazioni, aiutandole nell’assunzione delle proprie decisioni strategiche e operative e nella definizione di nuovi modelli di business.
Opera in un contesto caratterizzato da un elevato potenziale di crescita: il mercato mondiale delle tecnologie per la digital transformation ha raggiunto nel 2018 la dimensione di 1.300 miliardi di dollari; nel 2020 si stima un mercato di 2.100 miliardi di dollari.
MAPS opera attraverso 3 business unit (Large Enterprise, Healthcare Industry, Gzoom) e ha un portafoglio di oltre 180 Clienti altamente fidelizzati appartenenti a differenti settori: Servizi, Sanità, Industria e PPAA. Attraverso la linea d’offerta Patient Journey, si posiziona come leader nel settore dell’accoglienza dei pazienti nelle strutture sanitarie, presidiando il mercato con oltre 600 installazioni, che gestiscono una popolazione di oltre 17 milioni di pazienti a livello nazionale.
Il Gruppo chiude il 2018 con un valore della produzione consolidato pari a Euro 17,6 milioni e un EBITDA pari a Euro 3,6 milioni (EBITDA margin pari a 21%). Negli ultimi 5 anni MAPS ha raddoppiato i ricavi e decuplicato l’EBITDA. La società è caratterizzata da elevati livelli di recurring revenues e cash conversion.
Alla crescita organica del Gruppo si è affiancata un’importante attività di M&A, con l’acquisizione di IG Consulting (2011), Artexe (2018) e Roialty (2019).
ISIN azioni ordinarie: IT0005364333 – ISIN “Warrant Maps S.p.A. 2019-2024”: IT0005364325
Comunicato disponibile su www.emarketstorage.com e sul sito Maps.

[sf_iconbox image=”ss-mail” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]CONTATTI[/sf_iconbox]

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