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6MEMES TRENDS Ambiente, Uomo e Regole del gioco

Come approntare il miglior sistema di supporto alle attività di gestione delle emergenze. Di Paola Chiesa.

[dropcap3]P[/dropcap3]er declinare a livello comunale il più ampio processo di governance territoriale, lo strumento principe, sia programmatico che operativo, per costruire un sistema di supporto alle diverse azioni di gestione delle emergenze, è rappresentato dal Piano Comunale di Protezione Civile. Si tratta dell’insieme delle procedure operative di intervento per fronteggiare una qualsiasi calamità attesa in un determinato territorio.
Il piano si articola concettualmente in tre parti fondamentali:

  • la prima, di carattere informativo, contiene tutte le indicazioni sulle caratteristiche e sulla struttura del territorio;
  • la seconda, di carattere pianificatorio, stabilisce quali sono gli obiettivi da raggiungere per garantire la protezione civile ad una data situazione d’emergenza, definendo nel contempo le competenze dei diversi soggetti coinvolti;
  • la terza, di carattere esecutivo, descrive il modello d’intervento da adottare. Definisce le responsabilità decisionali, dispone le modalità di utilizzo delle risorse, indica quali caratteristiche deve avere il sistema di comunicazione affinché sia garantito uno scambio costante di informazioni tra tutti i soggetti coinvolti.

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[/sf_iconbox]Come si costruisce un Piano di Protezione Civile?

Il primo passo per la costruzione del Piano di Protezione Civile è costituito dall’acquisizione di tutte le informazioni utili per la caratterizzazione e l’analisi del territorio in esame, dal punto di vista fisico- geografico, amministrativo e demografico, idrografico, geologico, sismico, atmosferico.
Analogamente vengono identificati in questa fase gli elementi antropici del territorio esaminato, in particolare gli agglomerati urbani, le infrastrutture viarie, gli impianti tecnologici, le strutture ricettive e ricreative, le aree naturalistiche.
[bctt tweet=”Per declinare a livello comunale il più ampio processo di governance territoriale, lo strumento principe è rappresentato dal Piano Comunale di Protezione Civile.” username=”MapsGroup”]
Si procede con la definizione dell’organizzazione del sistema di comando e controllo, che prevede al vertice la figura del Sindaco quale massima autorità comunale di protezione civile e si articola via via in una struttura tecnica che ha lo scopo di gestire l’emergenza entro un quadro di controllo organico e attraverso un’organizzazione flessibile che consenta, in emergenza, un’attivazione agile e un apporto diretto alle operazioni di protezione civile.
Lo scenario atteso rappresenta l’oggetto sul quale dover pianificare la capacità di risposta dell’ente locale. Semplificando, potremmo distinguere le seguenti attività di soccorso da dover porre in essere:

  • soccorso tecnico urgente
  • messa in sicurezza;
  • pronto soccorso sanitario;
  • prima assistenza alle popolazioni
  • mantenimento dell’ordine pubblico
  • ripristino della funzionalità dei servizi essenziali;
  • attività di supporto logistico;
  • prima ricostruzione.

Nella redazione della parte operativa del Piano Comunale di Protezione Civile vengono dettagliati, per ogni tipologia di evento (frana, alluvione, incidente stradale, sisma ecc.) gli scenari di rischio che possono verificarsi e le procedure di emergenza da attivare.
In particolare, gli scenari di rischio vengono specificati definendone:

  • la pericolosità territoriale e la descrizione del tipo di dissesto;
  • la vulnerabilità antropica e la descrizione degli impatti sulla popolazione e sulle infrastrutture;
  • la prevenzione realizzata o da realizzare;
  • la gestione dettagliata dell’emergenza (monitoraggio, chiusura strade, allertamento della popolazione, evacuazione).

Le procedure di emergenza si distinguono in procedure di allertamento e di intervento, e identificano le strutture dell’Ente che devono essere attivate, nonché quali interventi devono essere effettuati in caso di calamità.
[bctt tweet=”Le procedure di emergenza si distinguono in procedure di allertamento e di intervento, e identificano le strutture dell’Ente che devono essere attivate, nonché gli interventi da effettuare in caso di calamità.” username=”MapsGroup”]
Nella redazione del Piano Comunale di Protezione Civile, è fondamentale integrare le informazioni raccolte a livello locale, con i dati provenienti dalle banche dati regionali e provinciali e con gli strumenti di pianificazione sovraordinata, quali ad esempio il PAI (piano territoriale per l’assetto idrogeologico), strumento conoscitivo, normativo e tecnico operativo per la difesa da frane e alluvioni, che punta a ridurre il rischio idrogeologico entro valori compatibili con gli usi del suolo in atto, per salvaguardare l’incolumità delle persone e ridurre al minimo i danni ai beni esposti.
Ulteriori riferimenti sono il piano regionale di previsione, prevenzione e lotta attiva contro gli incendi boschivi, il piano di emergenza provinciale e il piano territoriale di coordinamento.

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[/sf_iconbox]Struttura organizzativa e risorse attivabili

L’autorità comunale di protezione civile è rappresentata dal Sindaco, il quale, al verificarsi dell’emergenza, assume la direzione unitaria e il coordinamento dei servizi di soccorso e di assistenza alla popolazione colpita. Provvede ai primi interventi necessari e dà attuazione a quanto previsto dalla pianificazione di protezione civile, assicurando il costante aggiornamento del flusso di informazioni con il Prefetto e il Presidente della Giunta Regionale. Il Sindaco cura altresì l’attività di informazione alla popolazione.
La struttura organizzativa di protezione civile prevede per le diverse funzioni di supporto, specifici incarichi e mansioni per la gestione dell’emergenza. Il Piano Comunale di Protezione Civile contiene indicazioni circa le attività elementari di ogni funzione a seconda delle diverse fasi di allertamento, prevede il censimento e l’organizzazione delle risorse umane e strumentali a disposizione dell’amministrazione comunale per far fronte alle attività di protezione civile, e stabilisce il sistema di comunicazione con le strutture operative incaricate dei soccorsi (Comandi di Polizia Municipale, Vigili del Fuoco, Forze dell’Ordine, ARPA, ASL ecc.).
In caso di emergenza, bisogna poter contare sulla disponibilità di persone (dipendenti e volontari), di luoghi (magazzini, strutture e aree destinabili ai fini di Protezione Civile), di materiali vari (tecnici, di emergenza, di conforto) e di mezzi (trasporto persone, trasporto cose, movimento terra), nonché su una disponibilità economica.
In particolare, le aree destinate alla protezione civile possono essere di diverse tipologie:

  • area di attesa (punto di raccolta della popolazione);
  • area di accoglienza (punto di ricovero della popolazione evacuata);
  • area di ammassamento (punto di raccolta delle Forze dell’Ordine e di protezione civile).

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[/sf_iconbox]Azioni da attuare in tempo di pace

Per mantenere aggiornato ed operativo un piano comunale, in tempo di pace i dati devono essere regolarmente aggiornati, così come i materiali e i mezzi devono essere sottoposti a controllo periodico. Allo stesso modo, devono essere previste azioni di sensibilizzazione, formazione e aggiornamento sia nei confronti della popolazione, sia nei confronti degli amministratori pubblici, dei funzionari, dei tecnici e dei volontari.
Merita un approfondimento l’analisi del sistema di allertamento per la segnalazione del rischio, presupposto per l’attivazione di una eventuale procedura di emergenza.
Il 1° dicembre 2018, è entrato in vigore il nuovo Disciplinare di Allertamento di Protezione civile, approvato dalla Giunta Regionale del Piemonte. Il disciplinare regolamenta l’emissione e la gestione delle allerte meteoidrologiche.
Verde, giallo, arancione e rosso sono i colori che indicano il diverso grado di allerta; le fasi operative descrivono la condizione in cui si pone la sala di protezione civile (attenzione, preallarme, allarme). Gli attuali “livelli di allerta” con codici colore, vanno a sostituire i precedenti “livelli di criticità” (ordinaria moderata elevata).
La comunicazione dell’allerta è distinta per:

  • criticità idraulica per i corsi d’acqua del reticolo maggiore;
  • criticità idrogeologica per frane e corsi d’acqua minori;
  • criticità idrogeologica per temporali.

La correlazione tra fase operativa e allerta non è però automatica, ma deve essere dichiarata dai soggetti responsabili delle pianificazioni; parimenti deve essere formalizzato il rientro a una fase operativa inferiore e/o la cessazione dell’attivazione.
 

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[/sf_iconbox]Conclusioni

Il percorso che porta alla redazione di un Piano Comunale di Protezione Civile, si sviluppa come abbiamo visto attraverso le fasi di analisi territoriale, di definizione degli scenari di rischio, di organizzazione delle risorse, di procedure, di formazione e informazione.
In questo sistema emergono con chiarezza due concetti fondamentali, ai fini di una efficace governance del territorio: la conoscenza e l’attendibilità dei dati.
La conoscenza del territorio trae a ben vedere il suo fondamento da presupposti e analisi storiche, rilevamenti e accertamenti puntuali, dati generali e specifici che fotografino la relazione tra le caratteristiche fisiche e la struttura socioeconomica del territorio comunale.
In tutto questo assume importanza fondamentale la qualità, attendibilità e aggiornabilità del dato, poiché consente di trasformare l’informazione da dato gestionale a dato programmatorio utile per la definizione delle politiche di mitigazione e procedure di emergenza.
[bctt tweet=”La governance del territorio, anche in tema di protezione civile, richiede  una visione: si passa dal concetto di esercizio del potere a quello della qualità delle azioni di governo del territorio.” username=”MapsGroup”]
D’altro canto, la cartina di tornasole per verificare la solidità e l’efficacia di un Piano Comunale di Protezione Civile, è costituita dalle attività di formazione e informazione, rivolte non solo a all’interno dell’ente ma anche ai cittadini, poiché consentono di ridurre i danni che un evento può provocare: in particolare, l’informazione alla popolazione è necessaria per avviare sia comportamenti autoprotettivi, sia di solidarietà nelle operazioni d’emergenza conseguenti ad un evento.
In questa direzione l’ente comunale, attraverso l’attuazione del piano, deve rendersi garante della crescita della comunità locale.
Infine, pur avendo come riferimento il contesto dello specifico territorio comunale, è utile che un amministratore pubblico, nella valutazione degli scenari di rischio, nell’organizzazione delle risorse e nell’attivazione delle procedure da seguire, coltivi e persegua una politica sovracomunale, per fronteggiare le emergenze ottimizzando gli sforzi e le azioni da intraprendere, in sinergia con gli altri amministratori del territorio circostante.
La governance del territorio, anche in tema di protezione civile, richiede infatti una visione: si passa dal concetto di esercizio del potere a quello della qualità delle concrete azioni di governo del territorio, in termini di efficacia e coerenza.
 
[highlight]Approfondimenti[/highlight]



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6MEMES TRENDS Ambiente, Uomo e Regole del gioco

Sostenibilità: la governance territoriale come evoluzione della cultura di protezione civile nella P.A. Di Paola Chiesa.

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[/sf_iconbox]Dallo studio degli scenari di rischio alla identificazione della struttura organizzativa di protezione civile.

Vivere un territorio “da dentro” – come accade ad ogni amministratore pubblico – significa toccarne con mano e in prima persona non solo le criticità, ma anche le grandi potenzialità.
Questo, a patto di tenere sempre presente un concetto affatto concreto, ma invece assai tangibile: quello della sostenibilità, inteso sia dal punto di vista dell’ambiente e delle infrastrutture, ma anche da quello umano e relazionale all’interno delle organizzazioni deputate alla tutela e alla salvaguardia del territorio stesso.
In questo articolo e nel prossimo quindi, dall’interno del mio doppio ruolo di amministratore e comunicatore pubblico, cercherò di delineare contesti normativi, scenari strategici e opportunità concrete in questo ambito, con un focus specifico alle pratiche di protezione civile collegate al tema, più generale, della sostenibilità.
 

Paola Chiesa


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[/sf_iconbox]L’Agenda 2030

[dropcap3]I[/dropcap3]l concetto stesso di “sostenibilità” sta assumendo sempre più un ruolo centrale nelle attività di governance e di pianificazione strategica all’interno degli assetti socio-economici di diverse realtà territoriali.
Non è un caso che IRES Piemonte abbia deciso di porre il concetto di “sostenibilità” al centro della sua ultima relazione annuale sulla situazione socio-economica e territoriale. Dal 2018, infatti – affiancando la Regione Piemonte e l’Agenzia regionale per la protezione ambientale (ARPA Piemonte) attraverso studi congiunti e approfondimenti incrociati – ha intrapreso un percorso che sottolinea la necessità di una visione globale per accompagnare la società verso lo sviluppo sostenibile, cioè uno sviluppo in grado di assicurare “il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri”, secondo la definizione internazionalmente condivisa (rapporto Our common future, Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo, Commissione Bruntland, 1987).
Già nel 2015, del resto, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, con una lista di 17 obiettivi che si riferiscono ai diversi ambiti della vita umana e del pianeta e che dovranno essere raggiunti da tutti i paesi del mondo entro il 2030: povertà zero, fame zero, salute e benessere, istruzione di qualità, uguaglianza di genere, acqua pulita e igiene, energia pulita e accessibile, lavoro dignitoso e crescita economica, industria innovazione e infrastrutture, ridurre le diseguaglianze, città e comunità sostenibili, consumo e produzione responsabili, agire per il clima, la vita sott’acqua, la vita sulla terra, pace giustizia e istituzioni forti, partnership per gli obiettivi. Cosa significa, dunque, aderire all’Agenda 2030?
Aderire all’Agenda, quindi alla sostenibilità, richiede:

  • un cambiamento di prospettiva nel disegno delle politiche economiche, sociali e ambientali;
  • un cambiamento culturale nei singoli cittadini e nelle comunità di riferimento.

Quanto al primo punto, la Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile” (SNSvS), approvata con decreto interministeriale per la programmazione economica n.108/2017, costituisce lo strumento di indirizzo per lavorare in questa direzione. Le Regioni, dal canto loro, in base a quanto previsto dall’art.34 del DLgs 152/06, sono anch’esse tenute a dotarsi di una strategia di sviluppo sostenibile in grado di introdurre nuove modalità per costruire, orientare e definire le politiche e le azioni al fine di

“assicurare la dissociazione fra la crescita economica e il suo impatto sull’ambiente, il rispetto delle condizioni di stabilità ecologica, la salvaguardia della biodiversità e il soddisfacimento dei requisiti sociali connessi allo sviluppo delle potenzialità individuali quali presupposti necessari per la crescita della competitività e dell’occupazione”.

[bctt tweet=”L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, con una lista di 17 obiettivi che si riferiscono ai diversi ambiti che dovranno essere raggiunti da tutti i paesi  entro il 2030.” username=”MapsGroup”]
Nel maggio scorso, Regione Piemonte ha approvato un documento tecnico (DGR n.98-9007) per costruire la Strategia per lo Sviluppo Sostenibile del Piemonte, che individua la Conoscenza come priorità d’azione. Da qui la collaborazione con IRES Piemonte, con ARPA e con ISTAT, fondamentale per costruire un sistema di conoscenza diffuso e di supporto per la costruzione di politiche integrate.
Il cambiamento culturale nei singoli e nella comunità è legato ai concetti di identità e di relazione. In particolare, grazie alla conoscenza l’individuo può acquisire quella consapevolezza necessaria per indirizzarsi verso comportamenti diversi e virtuosi, in grado di generare relazioni forti e costruire la comunità di riferimento.
In simili contesti, possono trovare terreno fertile approcci nuovi e creativi a sostegno della sostenibilità, per sviluppare i territori in cui si vive generando valore con le risorse disponibili e gestendo le attività come se si facesse parte di un ecosistema naturale, caratterizzato da una progettazione che non spreca (come in natura, l’output di un sistema diventa risorsa, input di un altro sistema) e dove la sostenibilità può essere letta come un rapporto relazionale tra un sistema e un altro, secondo i dettami della “blue economy” e del design sistemico.

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[/sf_iconbox]La cultura di governance del territorio

A quali obiettivi dell’Agenda possiamo in prima battuta far riferimento per delineare un percorso ottimale di sensibilizzazione sulla sostenibilità, al fine di evolvere verso una cultura di governance del territorio?
[icon image=”ss-target” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Obiettivo n.1 – Povertà zero
L’obiettivo n.1 dell’Agenda intende sconfiggere la povertà attraverso un approccio integrato che vede il benessere delle persone intimamente connesso alla salute degli ecosistemi naturali. Il cambiamento climatico, infatti, provoca conseguenze non solo sull’ambiente e sugli ecosistemi, ma anche sul sistema socio-economico, danneggiando il territorio con ricadute di rilievo sulle attività produttive, sulle infrastrutture e sulle persone. Raggiungere l’obiettivo n.1 può significare allora, costruire politiche per la programmazione di interventi che favoriscano la prevenzione e la gestione del dissesto del territorio, quali ad esempio il rischio di frane e alluvioni (che in Piemonte interessa rispettivamente il 67,82% e il 90,86% dei Comuni).
[icon image=”ss-target” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Obiettivo n. 11 – Città e comunità sostenibili
Un aspetto significativo nel rendere le città e le comunità sostenibili è quello di migliorare l’utilizzo delle risorse. In quest’ambito, diventa fondamentale portare avanti politiche coraggiose di riduzione del consumo di suolo, promuovendo ad esempio la riqualificazione edilizia e la rigenerazione urbana (in Piemonte la distribuzione del consumo di suolo percentuale su base comunale indica che circa un quarto dei comuni – 26% – ricade nella classe con percentuale di consumo maggiore al 9% (il dato nazionale si colloca al 7,6%)
[icon image=”ss-target” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Obiettivo n.15 – Vita sulla terra
Questo obiettivo punta alla salvaguardia degli ecosistemi terrestri e della loro biodiversità. Include, tra l’altro, la promozione di una gestione sostenibile di tutti i tipi di foreste, l’arresto della deforestazione e il ripristino delle foreste degradate. Al fine di salvaguardare la biodiversità, diventa fondamentale tutelare ad esempio il sistema delle aree protette (in Piemonte il totale del territorio protetto interessa il 18,07% dell’intero territorio regionale, laddove il dato italiano riferito alle aree protette è pari al 21,6%).

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[/sf_iconbox]Sviluppo sostenibile e Protezione Civile

Un interessante esempio di applicazione del concetto di sviluppo sostenibile applicato alla gestione del territorio, è rappresentato dal nuovo codice di Protezione Civile, in vigore dal 2018 (D.LGS 1/2018). Il nuovo assetto normativo è infatti caratterizzato da un’impostazione che rappresenta l’evoluzione verso una concezione di sistema, dimensione ormai necessaria (ma per nulla scontata) per governare la complessità del mondo moderno. Il nuovo codice tende a garantire un’operatività efficace e tempestiva, attraverso chiare attività di previsione, prevenzione e mitigazione dei rischi, così come di gestione delle emergenze e del loro superamento.
Il nuovo codice introduce il concetto di pubblica utilità per definire il servizio di protezione civile, definito come

“il sistema che esercita la funzione di protezione civile costituita dall’insieme delle competenze e delle attività volte a tutelare la vita, l’integrità fisica, i beni, gli insediamenti, gli animali e l’ambiente dai danni o dal pericolo di danni derivato da eventi calamitosi di origine naturale o derivanti dall’attività dell’uomo” (art.1).

Se ne sottolinea la funzione di interesse generale, la pari fruibilità a tutte le persone e l’esercizio da parte dei poteri pubblici.
[bctt tweet=”La ratio del concetto di sostenibilità che caratterizza l’Agenda 2030 sta nell’adattamento evolutivo che, per le società umane, significa qualcosa in più rispetto alla sopravvivenza della specie.” username=”MapsGroup”]
L’art.2 identifica le attività di protezione civile nella previsione, prevenzione e mitigazione dei rischi, gestione delle emergenze e loro superamento. Particolarmente interessante il fatto di specificare le attività di prevenzione in forme “strutturali”, quali la programmazione degli interventi finalizzati alla mitigazione dei rischi naturali o derivanti dall’attività dell’uomo e “non strutturali”, quali, tra gli altri, il servizio di allertamento, la diffusione della cultura di protezione civile, l’informazione alla popolazione degli scenari di rischio. L’importanza di questo articolo risiede nella evoluzione culturale del sistema di protezione civile, che tende ad evolversi da gestione dell’emergenza alla gestione del rischio di emergenza.
All’art. 3 è stata infine formalizzata la possibilità di articolare la funzione base di protezione civile a livello territoriale su “ambiti territoriali e organizzativi ottimali”, individuati dalle Regioni nel rispetto dei principi di sussidiarietà e adeguatezza. Si tratta anche in questo caso di una sfida molto importante, che intende individuare l’ambito ottimale per garantire l’effettività dell’azione di protezione civile. In un Paese come l’Italia, con rischi diversificati e problematiche complesse, è fondamentale trovare formule di applicazione a geometria variabile, basate su un accordo forte tra l’ente Regione ed i singoli Comuni.
L’art.31 disciplina la partecipazione dei cittadini alle attività di protezione civile. Il Codice introduce il principio della partecipazione dei cittadini finalizzata alla maggiore consapevolezza dei rischi e alla crescita della resilienza delle comunità. Tale partecipazione può realizzarsi in vari ambiti, dalla formazione professionale, alla pianificazione di protezione civile e attraverso l’adesione al volontariato di settore. Si tratta di parole rivoluzionarie che fanno leva su un concetto di pianificazione partecipata, sul diritto del cittadino ad essere informato sugli scenari di rischio, ma anche sul corrispondente dovere di essere preparato, per porre all’occorrenza in essere misure di autoprotezione. Un salto di qualità straordinario verso forme di cittadinanza attiva, preparata e consapevole.
Dunque, la ratio del concetto di sostenibilità che caratterizza l’Agenda 2030 sta in fondo nell’adattamento evolutivo che, per le società umane, significa qualcosa in più rispetto alla sopravvivenza della specie. Significa garantire la sicurezza degli individui, il benessere collettivo, l’equità sociale.
 
[highlight]Approfondimenti:[/highlight]

 


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6MEMES TRENDS Ambiente, Uomo e Regole del gioco Trasparenza e Partecipazione nella PA

Amministrazione Pubblica e innovazione: il progetto “MAB’s AMBASSADOR". Ne parliamo con la dott.ssa Paola Chiesa.

Il sapere, moderna borsa di Mary Poppins: da dove viene, dove si raccoglie e dove va?

[dropcap3]S[/dropcap3]e parliamo di innovazione legata al territorio, soprattutto per quanto riguarda il nostro bel paese, c’è un tema di grande rilievo da mettere sotto la lente di ingrandimento sia dal punto di vista dei trend comunicativi che della sostanza.
E non si tratta di infrastrutture, o almeno non nel senso tradizionale del termine: stiamo parlando di “valore”, quello intrinseco di un territorio, visto come l’insieme del patrimonio dei beni produttivi e culturali che custodisce, e quello del cosiddetto “fattore umano”, ovvero dell’insieme dei saperi dei suoi abitanti.
L’anello di collegamento, in grado di connettere tra loro questi patrimoni, in un’ottica di innovazione, crescita e sviluppo – al di là delle risorse economiche messe in campo – è rappresentato dalla competenza messa a sistema che, se attuata, genera in sé un volano virtuoso di possibilità capaci di generare una ricaduta positiva immediata sia sul benessere dei cittadini che dei luoghi che essi abitano.
Non a caso si parla sempre più spesso dell’importanza della competenza e della formazione continua, fattori cruciali, ormai, non solo per vincere le sfide professionali che ciascuno incontra nella propria attività lavorativa, ma anche per partecipare in maniera consapevole e attiva alla propria comunità di appartenenza.
In un’epoca che avanza all’insegna di grandi cambiamenti a livello non solo globale, ma anche locale, nell’area tradizionale della formazione ricadono dunque oggi i concetti di un sapere che non può più essere monolitico e ancorato soltanto alle proprie tradizioni, ma deve invece essere in grado di costituire un vero e proprio “bagaglio” di conoscenza da cui attingere quel che serve all’occorrenza.
Si tratta, come anticipato dal titolo, di una sorta di novella borsa di Mary Poppins capace di sorprese straordinarie :- e soprattutto di rappresentare un sapere che si dispieghi in maniera creativa in un saper essere ancor prima che un saper fare, come si dice tra gli addetti ai lavori.
Una delle modalità individuate a livello legislativo fin dal 2003 per realizzare tale messa a sistema del sapere – messa in pratica in step diversi da parte dei vari legislatori, sino alle modifiche più recenti – è la cosiddetta “Alternanza scuola lavoro”, identificata come una modalità didattica che consente di alternare momenti di formazione in aula e in azienda o in altre strutture ospitanti.
Tale alternanza ha infatti l’obiettivo dichiarato di collegare in maniera sistemica il mondo del fare (ovvero del lavoro) con quello del sapere (il mondo della scuola e della formazione), per consentire agli studenti di avviare un percorso personale e condiviso verso il “saper essere”.
Tornando a noi, all’interno di questa cornice ci si può anche distinguere in eccellenza, utilizzandone appieno le opportunità. Ne parliamo con una delle nostre autrici, la dott.ssa Paola Chiesa (Vice Sindaco con delega all’Innovazione) che è stata capace, come vedremo, di passare dalla teoria alla pratica. Con risultati eccellenti, come vedremo insieme tra poco.

MAB’s AMBASSADOR, ambasciatori del territorio: un esempio pratico e insieme ideale del “sapere” messo a frutto.

 

Ciao Paola e bentrovata nel nuovo anno. Andiamo subito al punto, come si dice. Cosa ci puoi raccontare della tua bella avventura?

Ciao e bentrovati anche a voi. La mia avventura, come dici, è partita proprio da un’opportunità offerta dalla metodologia didattica chiamata Alternanza scuola lavoro che è stata istituita con la legge n. 53/2003 e disciplinata con il Decreto Legislativo n. 77/2005.
Rafforzata nel 2010 con il riordino del secondo ciclo di istruzione, che la richiama come metodo sistematico da introdurre nella didattica curricolare dei diversi corsi di studio per avvicinare i giovani al mondo del lavoro, orientarli e promuovere il successo scolastico, ne viene confermata l’innovatività in termini di metodologia didattica con la legge 107/2015 (cd. Buona Scuola), come riportato di seguito – fonte MIUR https://www.miur.gov.it/alternanza-scuola-lavoro
“L’Alternanza scuola-lavoro è una modalità didattica innovativa, che attraverso l’esperienza pratica aiuta a consolidare le conoscenze acquisite a scuola e testare sul campo le attitudini di studentesse e studenti, ad arricchirne la formazione e a orientarne il percorso di studio e, in futuro di lavoro, grazie a progetti in linea con il loro piano di studi.
L’Alternanza scuola-lavoro, obbligatoria per tutte le studentesse e gli studenti degli ultimi tre anni delle scuole superiori, licei compresi, è una delle innovazioni più significative della legge 107 del 2015 (La Buona Scuola) in linea con il principio della scuola aperta.
Un cambiamento culturale per la costruzione di una via italiana al sistema duale, che riprende buone prassi europee, coniugandole con le specificità del tessuto produttivo ed il contesto socio-culturaleitaliano.”
La suddetta legge, dunque, al fine di incrementare le opportunità di lavoro e le capacità di orientamento degli studenti, prevedeva la previsione di percorsi di alternanza scuola-lavoro per una durata complessiva di almeno 400 ore nel secondo biennio e nell’ultimo anno del percorso di studi per quanto riguardava gli istituti tecnici e professionali mentre nei licei il monte ore prevedeva una durata complessiva di almeno 200 ore nel triennio.

Parli al passato. Nel frattempo la legge è cambiata, dunque?

Sì, e più precisamente l’anno scorso. La legge 30 dicembre 2018, n. 145, ( Legge di Bilancio 2019) ha infatti modificato la disciplina dei percorsi di alternanza scuola lavoro: a partire dall’anno scolastico 2018/2019, gli attuali percorsi in alternanza scuola lavoro sono ridenominati “percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento” e sono attuati per una durata complessiva non inferiore a 210 ore nel triennio terminale del percorso di studi degli istituti professionali; non inferiore a 150 ore nel secondo biennio e nell’ultimo anno del percorso di studi degli istituti tecnici; non inferiore a 90 ore nel secondo biennio e nel quinto anno dei licei.

Si tratta comunque di un monte ore considerevole. Penso soprattutto alle piccole realtà come nel caso del Comune in cui tu sei Assessore. E infatti tu hai colto l’opportunità, giusto?

Sì, e il risultato ci ha premiato. E ha dimostrato che, per un Comune, avviare progettualità valide ai fini dell’alternanza scuola lavoro, rappresenta decisamente una opportunità preziosa.
Questo, sia perché attraverso tale strumento ci si può avvalere di risorse in affiancamento al personale in forze di cui in altri modi non si potrebbe disporre, sia perché in questo modo i giovani, avvicinandosi al mondo della Pubblica Amministrazione, possono sperimentare in prima persona forme di cittadinanza attiva, esercitando nel contempo attività strumentali e funzionali all’erogazione di servizi pubblici.

Arriviamo così all’esperienza vincente del progetto “MAB’s AMBASSADOR: ambasciatori del territorio”, a Baldissero Torinese. Ci racconti a grandi linee cosa è accaduto?

Volentieri. È stato un percorso lungo e articolato, avviato nel mese di giugno 2017 nel Comune di Baldissero Torinese con il progetto “MAB’s AMBASSADOR: ambasciatori del territorio”.
L’idea è stata quella di promuovere il nostro territorio che dal 2016, insieme ad altri 85 Comuni appartenenti a quattro Province diverse (Asti, Cuneo, Torino, Vercelli) fa parte della Riserva di Biosfera Mab Unesco Collina Po.
Mab (Man and Biosphere) è infatti il programma dell’Unesco nato nel 1971 per promuovere in modo sostenibile il rapporto tra uomo e natura, attraverso tre funzioni complementari:

  • “una funzione di conservazione volta alla protezione dei paesaggi, degli habitat, degli ecosistemi, così come delle specie e della diversità genetica;
  • una funzione di sviluppo, per favorire lo sviluppo economico e umano e generare non solo reddito, ma sostenibilità socio-culturale ed ambientale nel lungo periodo;
  • una funzione logistica e di supporto al fine di far avanzare la comprensione dello sviluppo sostenibile, per assicurare sostegno alla ricerca, monitoraggio e formazione a livello locale, oltre i confini della riserva della biosfera e attraverso lo scambio globale di buone pratiche.”

Quindi siete partiti da un “valore” intrinseco del vostro territorio…

Sì, e abbiamo cercato di metterlo ancor più a frutto.
La Riserva di Biosfera Collina Po costituisce di fatto il primo Urban Mab in Italia: si tratta di un’area naturalistica fortemente antropizzata (con circa 900.000 abitanti che vivono nell’area metropolitana torinese), ma caratterizzata da un alto livello di biodiversità anche legata alla grande ricchezza di acque (il fiume Po e 9 dei suoi affluenti).
Il Mab rappresentava (e rappresenta) un’imperdibile occasione per incrementare le attività di tutela e valorizzazione delle risorse, armonizzandole con il contesto urbano di riferimento. Si trattava e si tratta, in sintesi, di un valore in potenza che, secondo noi, valeva la pena di essere fatto meglio conoscere.
A Baldissero Torinese, comune collinare di circa 3700 abitanti, ci siamo quindi posti un obiettivo semplice, ma nello stesso tempo ambizioso: formare gli ambasciatori del MAB, puntando sui giovani del nostro paese e creando utili sinergie, con associazioni e operatori locali (tra cui l’Associazione Albacherium), con l’Ente di Gestione delle Aree Protette del Po Torinese, UNESCO e l’Università di Torino.
Abbiamo così coinvolto i giovani attraverso una politica di porte aperte all’alternanza scuola lavoro, stipulando le necessarie convenzioni con le vicine scuole di Chieri e allestito in municipio un’apposita aula digitale con dodici computer.
Infine abbiamo organizzato, pianificato e coordinato la formazione e il lavoro degli studenti, focalizzando le attività sulle curiosità storiche del paese, sulla realizzazione della cartografia digitale dei sentieri escursionistici e sulla classificazione e quantificazione dei prodotti tipici.
Il progetto si è rivelato oltre modo efficace. Innanzitutto, io credo, perché è stato fondato fin dall’inizio sui valori della sostenibilità, della replicabilità, della partecipazione e della cittadinanza attiva.
E poi perché, immediatamente, sono state messe a sistema tante positive ricadute sociali, quantificabili in valori importanti, quali ad esempio un maggiore avvicinamento dei giovani al loro territorio, ma anche la ricostruzione di una identità condivisa territoriale. Il tutto in un percorso di maggiore consapevolezza tra i cittadini del valore dei propri luoghi di appartenenza.
Si è trattato insomma di una vera e propria riscoperta delle proprie tradizioni attraverso nuove forme di aggregazione e dialogo tra generazioni diverse.

Ma la cosa non si è conclusa qui, giusto? Nonostante i traguardi raggiunti a livello locale, ne avete individuati altri, ancora più “ambiziosi”…

Sì: da cosa nasce cosa, del resto.
Il progetto, oltre che efficace, è risultato addirittura vincente: a gennaio 2018 ha rappresentato il Piemonte a Roma nell’ambito dell’iniziativa nazionale UNESCOEdu, e a maggio 2018, di nuovo a Roma, questa volta in occasione di Forum PA, ha vinto il premio speciale della Fondazione per la Scuola (Compagnia di San Paolo) nell’ambito del premio “Piemonte Innovazione” di ANCI Piemonte. Grazie a questo premio, ci siamo aggiudicati ben cinque notebook per implementare la nostra aula digitale.
Questo, grazie alle fondanti caratteristiche di sostenibilità e replicabilità, ha consentito al Comune di Baldissero Torinese di replicare il progetto dal 2018 in avanti, con nuove attività volte a diffondere la cultura e la filosofia MAB tra i giovani.

Quindi MAB’S AMBASSADOR non solo è un progetto che è andato a buon fine, ma rappresenta anche un modello da “esportare”?

Sì, e ne siamo particolarmente fieri!
Proprio l’Ente di gestione delle Aree Protette del Po Torinese, infatti, in virtù del successo del progetto, ha proposto ad altri due comuni del Parco ed appartenenti alla Riserva Collina Po, il modello sperimentato da Baldissero Torinese.
Il fine è quello di ampliare il numero di ragazzi che potranno utilizzare le ore previste dall’alternanza scuola lavoro per ragionare insieme su come armonizzare tra loro, nel rispetto reciproco, i concetti a volte antagonisti di tutela e valorizzazione delle ricchezze ambientali culturali di cui il territorio della riserva può vantarsi.
In particolare, l’Ente cercherà la collaborazione con altri due Comuni della Riserva e appartenenti al Parco per proporre gratuitamente una collaborazione formativa per i ragazzi delle scuole superiori volta alla consapevolezza delle potenzialità che il territorio può offrire visto anche in una visione più allargata di bene condiviso e riconosciuto al livello nazionale.

E quali sono le prospettive per il 2019?

Sono molto favorevoli, confido.
Mentre il lavoro di sinergia prosegue sui vari fronti – e si tratta di un lavoro certosino, ve lo assicuro – nel mese di giugno 2019 realizzeremo la terza edizione del progetto MAB’s AMBASSADOR.
Capitalizzando il lavoro prodotto nelle precedenti edizioni, cercheremo quest’anno – con l’aiuto indispensabile degli studenti – di creare un contenitore adatto a rappresentarlo e valorizzarlo al meglio.
Abbiamo pensato innanzitutto alla realizzazione di un blog come a uno strumento che ci consentirà di esprimere con diversi linguaggi (testi, immagini, video, interviste, musica, ecc.) quanto appreso sulla Riserva di Biosfera Collina Po.
Quello che vogliamo realizzare è insomma una sorta di “scrigno” capace da un lato di condividere il suo prezioso contenuto, e dall’altro di sollecitare nuovi modi per declinare i valori del programma MAB UNESCO. Questo, magari anche grazie al confronto con altre Riserve di Biosfera.
Trasmettere esperienza e conoscenza, infatti – e noi lo abbiamo testato in prima persona – può stimolare la curiosità e soprattutto la propositività dei cittadini, favorendo la coesione e l’inclusione sociale e supportando infine il Comune, quale ente pubblico più prossimo al cittadino, nel migliorare i servizi pubblici.
E poi, chissà, mai dire mai…

* * *

Grazie Paola.
Ci hai spiegato e fatto toccare con mano come valori a prima vista astratti – come abbiamo visto all’inizio del nostro contributo – si possono mettere insieme per generare una “ricchezza” culturale capace a sua volta di tradursi in valore concreto e condiviso, sia per i singoli che per il loro territorio.
In bocca al lupo allora!

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[highlight]Per saperne di più:[/highlight]


 

Sull’alternanza scuola lavoro

Sulla Riserva di Biosfera CollinaPo

Le attività svolte dal Comune di Baldissero Torinese per il progetto MAB’s AMBASSADOR

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Credits Immagini:
Immagine di copertina (rielaborata):

40564935, Stas Walenga
102296823, Roberto Atzeni
 


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6MEMES TRENDS Ambiente, Uomo e Regole del gioco Sharing Knowledge

La saggezza dei Padri: l'economia circolare prima che si chiamasse così. Di Maria Bonifacio.

[dropcap3]L[/dropcap3]’Elogio della Legge non poteva trovare un epilogo diverso: l’Economia Circolare, intesa non come una rivoluzione culturale, figlia della società moderna, bensì come una necessità che affonda le sue radici nella saggezza dei nostri padri.

Giambattista Vico, corsi e ricorsi…

Giambattista Vico, noto filosofo napoletano vissuto a cavallo fra il XVII e il XVIII secolo, elaborò una teoria sulla storia umana assai singolare.
Secondo il pensiero vichiano, la storia era caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti:

[icon image=”ss-sync” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]l’età primitiva e divina,

[icon image=”ss-sync” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]l’età poetica ed eroica,

[icon image=”ss-sync” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]l’età civile e veramente umana.

Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso, ma era predeterminato e regolamentato dalla provvidenza. Filosofia di pensiero nota come teoria dei corsi e dei ricorsi storici.
In altre parole e per non essere troppo ermetici, Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo, non per puro caso, ma in base ad un preciso disegno della divina provvidenza.

La storia si ripete e un ciclo si conclude.

Nel corso della storia abbiamo assistito a situazioni che ci hanno ricordato precedenti periodi storici, seppur in forme diverse, che ci evidenziavano come un ciclo si stesse per concludere facendo largo al nuovo.
Attualmente stiamo vivendo un periodo che ha letteralmente “tirato troppo la corda”: la mancanza di ciò che è da considerarsi basilare per il semplice vivere dell’essere umano, la carenza e il calpestio dei valori fondanti, quali il rispetto dell’altro, il bisogno del non percepire più il vivere come un sopravvivere, i diritti umani, la libertà d’espressione, la ricerca della verità, la tutela dell’ambiente.
Credo che se volessimo attingere alla nominata teoria vichiana, il ciclo che si sta concludendo è quello dell’età poetica ed eroica. Mentre, il terzo stadio, quello Umano, era considerato da Giambattista Vico il più evoluto, ovvero quello in cui la società sarebbe stata dominata dalla ragione con conseguente uguaglianza tra gli uomini.
Ebbene, dando uno sguardo alle informazioni che viaggiano in rete e alla velocità ivi presente, siamo indotti a sperare che uno di questi giorni si possa improvvisamente assistere all’evoluzione vera e propria.
[bctt tweet=”Oggi manca ciò che è basilare per il semplice #vivere: i #valori fondanti.” username=”MapsGroup”]

E l’economia Circolare?

E da questa premessa passerei a parlare dell’economia circolare che rappresenta, in questo dato momento storico, uno dei principali motori di spinta in ambito economico e di approvvigionamento, nonché di business legato alla green economy. Evocando sempre Vico e andando indietro nel tempo, o meglio di una o due generazioni, la società era basata sul concetto del “non si butta niente, ma si recupera”. I nostri nonni in povertà recuperavano il cibo, il vestiario, le relazioni umane e le bici rotte. Nei fatti sono stati i precursori della teoria dell’Economia Circolare. Dovremmo, dunque, ritornare ai principi di quel tempo in una visione moderna e articolata, tipica delle grandi conquiste fatte da allora ad oggi.
Volendo soffermarsi nello specifico sul problema dei rifiuti in Italia è pacifico che esso richieda un indirizzo legislativo, che vadano, altresì, divulgate e condivise le buone pratiche mediante lo strumento della comunicazione, nonché le soluzioni innovative per la loro gestione e tutto questo, chiaramente, presuppone una revisione organica della normativa.
A tal proposito, gli orientamenti politici della Commissione Europea fanno dell’economia circolare uno dei punti cardini dell’agenda politica UE. Difatti, il 2 dicembre 2015 è stato pubblicato un pacchetto ad hoc – a cui per brevità si fa espresso rinvio – che promuove proprio tale transizione e indica alcune azioni che premono sulla realizzazione di progetti innovativi di riutilizzo e valorizzazione delle risorse. Per dare un’idea, in sintesi, il primo vicepresidente Frans Timmermans, responsabile per lo sviluppo sostenibile ha dichiarato:

“La creazione di un’economia circolare in Europa costituisce una priorità fondamentale per questa Commissione. Oltre ai progressi già messi a segno stiamo elaborando nuove iniziative per il 2017. Siamo in procinto di chiudere il cerchio di progettazione, produzione, consumo e gestione dei rifiuti per creare un’Europa verde, circolare e competitiva“.

Qualche flash.

Secondo la Commissione Europea,

una buona gestione dei rifiuti, la progettazione ecocompatibile e il riutilizzo, possono portare risparmi netti per le imprese europee pari a 600 miliardi di euro, ossia l’8% del fatturato annuo, riducendo l’emissione di gas a effetto serra del 2-4%. I settori del riutilizzo e della rigenerazione sono considerati una fonte di risparmio: se il 95% dei telefoni cellulari fosse raccolto si potrebbero generare risparmi sui costi dei materiali di fabbricazione pari a oltre 1 miliardo di euro”.

La Commissione ha stabilito di fissare tali obiettivi comuni:

[icon image=”ss-trash” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]riciclare il 65% dei rifiuti urbani entro il 2030,

[icon image=”ss-uploadbox” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]riciclare il 75% dei rifiuti di imballaggio entro il 2030,

[icon image=”fa-expeditedssl” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]fissare un vincolo di collocamento in discarica per ridurre tale pratica al massimo al 10% di tutti i rifiuti entro il 2030.

Sull’efficacia dell’economia circolare sono, inoltre, sbocciate iniziative volte a diffondere e indirizzare, come la Ellen MacArthur Foundation, la WRAP, il Circular Europe Network.
Premesso che in Italia il problema rifiuti è davvero un serio problema, orientarsi verso un modello di economia circolare presuppone il superamento di due ostacoli:

  1. Il primo è l’essere legati alla vecchia economia lineare, che ha portato al problema smaltimento, il cui risultato è che i rifiuti urbani spesso sono gestiti e smaltiti da discariche – con tutte le relative conseguenze negative – e che soprattutto nel sud, ma anche al centro, scarseggiano ancora gli impianti per trattare e avviare a riciclo i rifiuti.
  2. Il secondo blocco è rappresentato dai costi: la Gran Bretagna ha stimato che la creazione di un sistema efficiente per il riutilizzo e il riciclo delle risorse verrebbe a costare nel proprio territorio circa 14 miliardi di euro. Per citare un esempio.

A ciò aggiungasi lo stop delle politiche governative che stentano a muoversi nella direzione dell’economia circolare in modo deciso così che la valorizzazione del rifiuto non è efficacemente supportata.
[bctt tweet=”Le #politiche #governative stentano a muoversi nella direzione della #circulareconomy.” username=”MapsGroup”]
Al contrario le imprese leader hanno recepito le ricadute che l’economia circolare potrà avere sulla loro competitività e a livello locale spesso si registra la volontà di muoversi su questa strada, con la raccolta differenziata, le isole ecologiche, i consorzi pubblici e privati, le aziende virtuose, nonché gli ecodistretti.
In tal senso bisognerebbe fornire alle autorità locali un indirizzo normativo, facilitare la condivisione delle buone pratiche e delle soluzioni innovative per sviluppare sistemi sostenibili di gestione dei rifiuti e riduzione degli sprechi. D’altra parte esiste un’altra necessità non trascurabile ossia la revisione organica delle norme, con principi diversi, per superare i limiti dei rischi amministrativi legati al riciclo e avviare la tutela di chi decide di iniziare attività di riciclo: recuperare ad esempio le bottiglie di vetro è un valido progetto, ma per l’imprenditore non è davvero così semplice il recupero e riutilizzo poiché va incontro a responsabilità di natura sanitaria, burocratica e quant’altro.
[bctt tweet=”Revisionare la normativa e condividere buone pratiche per gestire i rifiuti e ridurre gli sprechi.” username=”MapsGroup”]
Aiutare gli imprenditori interessati a superare tali criticità convertendole in opportunità è uno degli elementi su cui la Pubblica Amministrazione centrale e locale può giocare un importante ruolo costruttivo.
E’ intuitivo che si tratti di un dovere etico e sociale. L’economia circolare, come detto, rappresenta uno dei principale motori di business legato alla green economy, e non possiamo più pensare di farne a meno.
Tale sviluppo potrebbe senz’altro individuare l’approdo nel terzo ciclo di Vico, quello Umano dominato dalla ragione.

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6MEMES TRENDS Ambiente, Uomo e Regole del gioco

L'oro blu: una preziosa risorsa a rischio. Di Maria Bonifacio

Così, con un gesto devoto, bere l’acqua nel cavo delle mani
o direttamente alla sorgente, fa sì che penetri in noi
il sale più segreto della terra e la pioggia del cielo.

Marguerite Yourcenar

L’oro blu, una preziosa e sempre più rara risorsa…

Polar-bear-bonifacio-acqua[dropcap3]L[/dropcap3]a vita nel nostro pianeta si è sviluppata nell’acqua e grazie a questo importantissimo, fondamentale e necessario elemento, la vita si è evoluta. Senza l’acqua nulla sarebbe stato possibile. L’acqua ricopre ben il 70% della superficie della terra tanto che il nostro Pianeta, visto dallo spazio, appare come il “pianeta azzurro” per la vastità di oceani e mari. Anche se la superficie terrestre è coperta di acqua, questa è costituita per il 97,5% da acqua salata. L’acqua dolce è per il 68,9% contenuta in ghiacciai e nevi perenni, per il 29,9% nel sottosuolo e solo lo 0,3% è localizzata in fiumi e laghi, e quindi potenzialmente disponibile. Tale quantità corrisponde allo 0,008% dell’acqua totale del pianeta. Si tratta di un quantitativo irrisorio distribuito in modo ineguale sulla superficie terrestre.
Oggi, però, questa preziosissima risorsa è seriamente a rischio a causa dell’alterazione degli equilibri ambientali di cui sono responsabili gli uomini nelle loro attività, dall’agricoltura all’industria e oggi, proprio a causa dell’intensificarsi di queste, la situazione sembra aggravarsi, tanto da allarmare gli esperti per un rischio di carenza di questa fondamentale risorsa. Infatti, gli scarichi industriali e i rifiuti di ogni genere avvelenano le acque di mari, fiumi e laghi; i pesticidi, antiparassitari ed erbicidi in agricoltura contaminano le falde acquifere del sottosuolo e, in più, in molti paesi l’agricoltura intensiva richiede sempre maggiori quantità d’acqua per sostenere la crescita dei consumi, tanto da dover utilizzare più acqua del previsto che però non può rigenerarsi velocemente, così come l’economia attuale richiede. Da tutto questo deriva una progressiva riduzione di acqua potabile e pulita a disposizione dell’umanità, soprattutto dei popoli che vivono nei paesi più poveri. L’acqua diventa, quindi, anche un elemento di disuguaglianza tra paesi ricchi e paesi poveri: per esempio, nell’Africa nera sono disponibili appena 10 litri a testa al giorno, ma la disponibilità idrica indicata dalle Nazioni Unite è di 40 litri.
Negli ultimi cinquant’anni la disponibilità d’acqua è diminuita di tre quarti in Africa e di due terzi in Asia. La FAO prevede che nei prossimi anni saranno almeno 30 i paesi che dovranno far fronte a crisi idriche croniche. Il rischio è così grande che nell’anno 2025, quando la popolazione supererà gli 8 miliardi di esseri umani, il numero delle persone senza accesso all’acqua potabile potrebbe arrivare a più di 3 miliardi.

L’acqua, condizione necessaria e indispensabile.  

L’acqua è un diritto di base per tutti gli uomini:
senza acqua non c’è futuro, non c’è nemmeno democrazia.

Nelson Mandela

 
E’ quanto sosteneva il Presidente della Repubblica Sudafricana durante la Conferenza internazionale di Johannesburg del 2002 sul clima e sull’ambiente. Va da sé che l’acqua sia condizione indispensabile di ogni progresso civile, sociale ed economico.
Già nel 1994, alla Giornata Mondiale per l’Alimentazione, Papa Giovanni Paolo II sottolineava la necessità di:

“… considerare l’importanza dell’acqua per la vita e la sussistenza degli individui e delle comunità. Giacché ognuno deve avere la possibilità di accesso a rifornimenti d’acqua incontaminata, la comunità internazionale è chiamata a cooperare per proteggere questa preziosa risorsa da forme di utilizzazione non adeguate e dal suo spreco irrazionale. Senza l’ispirazione che deriva dai principi morali profondamente radicati nei cuori e nella coscienze degli uomini, gli accordi e l’armonia che dovrebbe esistere a livello internazionale per la preservazione e l’uso di questa risorsa essenziale saranno difficili da mantenere e portare avanti”.

Un uomo su quattro nel mondo, però, non dispone di acqua potabile: questo l’allarmante dato emerso dal Forum Mondiale sull’Acqua, tenutosi a Kyoto, in Giappone, nel 2003 su iniziativa dell’ONU. La disponibilità di acqua potabile è destinata a diminuire per tutti, in un futuro non lontano, se non si modificherà l’attuale sviluppo economico che ha finito per saccheggiare tutte le risorse del Pianeta. La crisi però sembra abbastanza preoccupante: siccità, effetto serra, distruzione delle foreste pluviali, abbassamento delle falde acquifere, temperature impazzite fuori stagione, permettono di visualizzare tutti i parametri della carenza delle risorse idriche che l’umanità non può e non deve sottovalutare. Se non c’è acqua non c’è vita, ma v’è di più: in alcune regioni del mondo, la scarsità di acqua potrebbe diventare quello che la crisi dei prezzi del petrolio è stato negli anni Settanta: una fonte importante di instabilità economica e politica.
[bctt tweet=”L’acqua, condizione indispensabile sia per la vita umana sia per quella economica e politica.” username=”MapsGroup”]
Tuttavia, a noi sembra davvero lontana la possibilità di non avere più acqua, ma già in alcune parti del mondo questa è un’evidenza che non solo discrimina quelle popolazioni dal resto del mondo, ma è una situazione cronica: carenza di acqua significa agricoltura insufficiente, quindi minore disponibilità di grano e riso, dunque meno cibo e povertà! Bisogna agire consapevolmente ora pensando in grande e a tutti – anche a coloro che sembrano distanti anni luce – e non al proprio orticello. Solo in questo modo, con la collaborazione tra tutti si potrà trovare un rimedio a questo gravissimo problema, che potrebbe causare la fine della nostra umanità così come la conosciamo!

L’elogio alla legge e alle buone pratiche.

L’Italia è uno dei pochi paesi che dispone di una legge di riferimento che riguarda i sistemi di trattamento delle acque potabili.

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]

Il DM 25/2012 stabilisce prescrizioni tecniche relative alle apparecchiature per il  trattamento dell’acqua destinata al consumo umano e prevede una serie di norme a tutela del consumatore indicando, per i diversi sistemi di trattamento, le linee guida. Per ogni impianto:

  • debbono escludersi generiche definizioni di ”purificatori d’acqua”;
  • occorre presentarlo per le sue caratteristiche effettive, e accompagnarlo da un manuale d’uso e di manutenzione;
  • è necessaria la dotazione di valvole di non ritorno e di un contalitri o di un sistema che assicuri la regolare manutenzione in funzione del tempo e dei litri erogati.

Le caratteristiche del trattamento, la loro efficacia e la loro durata nel tempo devono essere validate da un protocollo sperimentale che dimostri che quanto asserito non sia frutto di “entusiasmo commerciale”, ma abbia un riscontro oggettivo.

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[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]

Il DL 31 del 2001 (e successive modifice DL 27 del 2002) stabilisce a priori i parametri di potabilità dell’acqua. E’ l’applicazione della direttiva europea 98/83 CE. Tutti i sistemi di trattamento non possono peggiorare in alcun modo i parametri dell’acqua in ingresso, fornita dall’ente di distribuzione.

L’installazione di questi impianti, quando non fatta in proprio, deve essere affidata ad installatori capaci di rispettare le diverse norme e di rilasciare una dichiarazione di conformità, il tutto secondo la Legge 37/08. Le norme UNI sono di guida al tecnico installatore. Questi apparecchi installati in ambiente domestico e negli uffici sono a tutti gli effetti degli elettrodomestici e devono seguire la direttiva CE.

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[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]

Non bisogna dimenticare che la normativa a difesa del consumatore DL 24/2002 (privato cittadino, non soggetto con partita iva) in fatto di garanzia prevede un periodo di 24 mesi di totale copertura per i costi di manodopera che di parti di ricambio (sono escluse le parti di consumo). E’ bene precisare che se l’impianto viene venduto con l’installazione compresa, il cliente ha diritto all’assistenza totalmente gratuita in loco. Nel campo pubblico, (ristoranti, alberghi, bar, mense, uffici) gli obblighi principali di legge sono il rispetto del DL 155 del 1997 che definisce la prassi per una corretta prevenzione igenico-sanitaria (HACCP).

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[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]

Con il DL 181 del 2003 si rende obbligatoria la comunicazione al cliente sull’origine dell’acqua servita con la precisa frase ”acqua potabile trattata/e gasata”.

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L’economia circolare salverà il pianeta?

Fatti gli opportuni cenni alla normativa, va da sé che la parola passi inevitabilmente all’economia circolare: la vera rivoluzione culturale che salverà il Pianeta.
A tal proposito, in relazione al tema dell’approvvigionamento di risorse con riferimento all’acqua, e in considerazione della carenza che si sta sperimentando in alcune zone del pianeta anche per i cambiamenti climatici in atto, il riutilizzo delle acque reflue trattate in condizioni sicure ed efficienti rispetto ai costi è individuato come un utile strumento per aumentare l’approvvigionamento idrico e alleviare la pressione sulle risorse naturali, in quanto contribuisce anche al riutilizzo dei nutrienti in sostituzione dei concimi solidi. L’uso appropriato di acqua reflua depurata:
[icon image=”ss-droplet” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Dipende dalla sua qualità e, di conseguenza, dal trattamento a cui è stato sottoposto.
[icon image=”ss-droplet” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Può incontrare resistenza da parte del consumatore, per cui a tale pratica va affiancato un adeguato impegno pubblico e una adeguata campagna di comunicazione.
[icon image=”ss-droplet” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Va adeguatamente incentivato lo sviluppo di innovazione, tecnologie e tecniche per il riutilizzo dell’acqua, fornendo opportunità di business per il settore industria dell’acqua per arrivare a poter avere dei costi sostenibili. La stimolazione di nuove tecnologie è anche incoraggiata da iniziative quali il Partenariato europeo per l’innovazione sull’acqua.
E’ evidente che il riutilizzo irriguo dei reflui depurati può contribuire a raggiungere gli Obiettivi di sviluppo del millennio delle Nazioni Unite (o MDG)
[icon image=”ss-droplet” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]promuovendo una maggiore disponibilità di acqua e la riduzione della povertà attraverso l’utilizzo di soluzioni tecnologiche appropriate;
[icon image=”ss-droplet” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]incentivando la sicurezza alimentare, un aumento della qualità della vita e un miglioramento della salute;
[icon image=”ss-droplet” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]favorendo il benessere dei cittadini e il miglioramento dell’ambiente urbano (si veda l’utilizzo di fontane) anche attraverso attraenti paesaggi irrigati, parchi urbani e gli impianti sportivi nelle comunità.
[bctt tweet=”Il riutilizzo dei reflui depurati può alleviare la pressione sulle risorse naturali.” username=”MapsGroup”]
Da questa disamina emerge chiaramente, a livello generale, l’importanza che sempre più assumono la ricerca e l’innovazione per lo sviluppo della bioeconomia ed il passaggio ad un’economia circolare. Nello specifico, per il tema delle risorse idriche nel contesto dell’economia circolare, si evidenzia chiaramente il ruolo che possono svolgere i Consorzi di bonifica, sia in relazione al contributo nell’individuazione e certificazione di etichette verdi riferite a processi produttivi sostenibili in termini di uso delle risorse naturali, sia con riferimento al riutilizzo irriguo dei reflui depurati.
Infatti, sono proprio i Consorzi che, in quanto enti pubblici con una presenza capillare sul territorio e dotati delle adeguate professionalità tecniche e gestionali, possono avviare un percorso di adozione di tale pratica utilizzando i fondi pubblici comunitari per la realizzazione dei necessari investimenti e l’adeguata valutazione dei  costi connessi, individuando una tariffa non penalizzante per l’utente e avviando il processo di partecipazione e condivisione con il pubblico.

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Ambiente, Uomo e Regole del gioco

L'aria e la mamma "green". Le norme di controllo dell'inquinamento atmosferico. Di Maria Bonifacio

[dropcap3]T[/dropcap3]ommaso Maria è il nome di mio figlio. Oggi, all’uscita da scuola, siamo entrati in auto ed io, presa come sempre dai ritmi quotidiani, ho acceso il motore per portarmi all’altro capo della città e recuperare la collega di studio che in bici era stata colta dalla pioggia.
Ad un tratto il piccolo mi ha detto:

“Sai mamma, la composizione dell’aria è rimasta immutata per milioni di anni, ma con lo sviluppo industriale e l’urbanizzazione è cominciato il suo progressivo inquinamento, ovvero la presenza di sostanze che modificano la sua composizione e il suo equilibrio dinamico”.

Ho fermato l’auto e spento il motore. Tommaso ha proseguito leggendomi la ricerca che avevano fatto a scuola.

E tu cosa fai (per prevenire e ridurre l’inquinamento dell’aria?).

Queste sostanze causano, nel breve o nel lungo periodo, su scala locale o su scala globale, effetti dannosi per l’uomo e per il mondo animale e vegetale. Gli inquinanti vengono classificati in:

  1. inquinanti di origine “antropica”, in quanto derivano dall’attività dell’uomo;
  2. inquinanti di origine naturale, derivanti, ad esempio, dalle eruzioni vulcaniche.

L’inquinamento di origine antropica è generato da:

  • grandi sorgenti fisse come le industrie;
  • sorgenti fisse di piccole dimensioni, come gli impianti di riscaldamento;
  • sorgenti mobili quali il traffico dei veicoli.

Tuttavia, dopo un periodo più o meno lungo di permanenza nell’atmosfera, la natura riesce a rimuoverne una determinata quantità. Per citare un esempio, l’anidride carbonica, prodotta dalla combustione di combustibili fossili e dalla respirazione degli organismi viventi animali e vegetali, viene in parte assorbita dalla vegetazione con la fotosintesi, e anche neutralizzata in grande quantità dalle acque del mare, che sono in grado di fissarla attraverso il fitoplacton e di stabilizzarla sotto forma di rocce sedimentarie carbonatiche. Parliamo di equilibrio dinamico, la cui stabilità dipende dalla capacità di questi processi di “autodepurazione” di neutralizzare, o almeno limitare, gli effetti negativi delle attività umane. Il problema nasce quando le quantità di inquinanti emessi nell’atmosfera superano la sua capacità di “autodepurazione”, aumentano la loro concentrazione nell’aria e raggiungono limiti dannosi per l’uomo e per la natura. In questo caso il modello di sviluppo dell’uomo e di un paese può divenire non più “sostenibile” nel lungo periodo.
Preoccupata per l’assottigliamento della fascia di ozono stratosferico e per i cambiamenti climatici che ostacolano lo sviluppo di vaste regioni della Terra, la comunità internazionale ha adottato, nel corso degli anni, una serie di provvedimenti per la tutela dell’atmosfera:

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]

Il Protocollo di Montreal, adottato nel 1987, ha avviato una strategia globale per la protezione della fascia di ozono: ai Paesi industrializzati, e dal 2004 anche ai Paesi in via di sviluppo, è vietata la produzione e il consumo delle sostanze ritenute responsabili della distruzione dell’ozono stratosferico.
Un passaggio indubbiamente significativo nella risposta ai cambiamenti climatici fu l’adozione dell’ormai noto Protocollo di Kyoto, adottato formalmente nel 1997, ed entrato in vigore nel 2005, anche se mai ratificato dagli Stati Uniti, il principale emettitore fra i paesi industrializzati. Il Protocollo di Kyoto impegna legalmente i paesi sviluppati a specifici obiettivi di riduzione delle emissioni dei gas ritenuti responsabili dell’effetto serra.


La maggior parte delle nostre città è interessata dal problema dell’inquinamento dell’aria. Lo confermano le centraline che misurano le concentrazioni degli inquinanti ma, anche se le stazioni di monitoraggio non sono presenti, a volte qualche fastidio o difficoltà nel respirare ci fa pensare che la qualità dell’aria non sia buona. Il traffico urbano è oggi la principale fonte di inquinamento atmosferico di tutte le città. A questo si aggiungono le emissioni degli impianti di riscaldamento durante l’inverno. Le sostanze inquinanti sono causate dalla combustione che avviene nei motori degli autoveicoli e negli impianti termici. Tra tutti gli inquinanti prodotti, le polveri sottili rappresentano il maggior problema per le nostre città. Infatti, in molte città italiane, il particolato sospeso con diametro inferiore a 10 micron, detto PM10, supera sempre più spesso le soglie di concentrazione indicate dalla normativa.
Per cercare di ridurre la concentrazione di PM10, le amministrazioni pubbliche prendono provvedimenti quali:

  1. la circolazione a targhe alterne,
  2. i blocchi del traffico,
  3. la creazione di zone chiuse al traffico dei veicoli più inquinanti.

Questi provvedimenti, però, non bastano ad abbattere l’inquinamento urbano, perché spesso si tratta di misure solo temporanee, come le domeniche senza auto. Per ridurre sensibilmente l’inquinamento urbano sono necessari cambiamenti nei comportamenti di ognuno di noi. Esistono le cosiddette buone pratiche per ridurre l’inquinamento delle nostre città:

  • limitare il più possibile l’uso dell’auto privata privilegiando altri mezzi di trasporto. 
  • Guidare a velocità moderata così producendo meno sostanze inquinanti e risparmiando.
  • Non parcheggiare in modo da intralciare il traffico.
  • Ove possibile, non sostare con il motore acceso e spegnere il motore quando si è fermi in coda per lungo tempo.
  • Controllare periodicamente il motore e lo scarico delle proprie vetture.
    Utilizzare i mezzi pubblici, la bicicletta e i piedi.
  • Se proprio bisogna usare l’auto, cerca di viaggiare con più passeggeri e organizzarsi per fare car pooling.
    Acquistare casomai un’automobile ecologica.
  • Insieme ad altri cittadini chiedere alle amministrazioni locali di realizzare piste ciclabili, pedonali o zone pedonali e a traffico limitato.

Le organizzazioni internazionali, i governi nazionali e le imprese possono impegnarsi nella riduzione delle emissioni inquinanti e di “gas serra” adottando politiche ambientali specifiche. In molti paesi si sono già ottenuti dei buoni risultati e le imprese prestano particolare attenzione nel ridurre sempre più le emissioni in aria di inquinanti.
Anche ciascuno di noi, singolarmente, può dare il proprio contributo adottando quotidianamente alcune buone pratiche! La qualità dell’aria che respiriamo dipende da tutti noi: con piccole attenzioni quotidiane, ognuno di noi può contribuire a ridurre le emissioni di inquinanti nell’aria, e non solo: anche il nostro portafoglio ne trarrà beneficio.
Uno spot recitava:” Più fresco tu, più fresca la Terra”. In inverno, se si abbassasse la temperatura media delle aule di un solo grado centigrado, si potrebbe risparmiare il 7% delle emissioni di CO2 della scuola. Inoltre, l’utilizzo di materiali isolanti per le finestre, tetti e muri permette di ridurre i consumi per il riscaldamento e quindi di risparmiare energia. La manutenzione ordinaria delle caldaie e degli impianti di riscaldamento e il controllo dei fumi sono periodicamente necessari per ridurre le emissioni degli impianti termici. Infine, la metanizzazione degli impianti, l’utilizzo di pannelli solari e fotovoltaici ed il risparmio energetico in genere contribuiscono a limitare le emissioni da impianti termici. E così via…La carta poi è sempre giovane! Anche riciclando la carta possiamo diminuire l’emissione di gas pericolosi. Per produrre la carta occorre energia, si abbattono gli alberi e vengono utilizzati prodotti chimici, come leganti, sbiancanti e solventi, che producono inquinamento atmosferico.
Tu cosa puoi fare per prevenire e ridurre l’inquinamento dell’aria e contrastare l’effetto serra antropico? Parola d’ordine: scegliere, differenziare e riciclare. Lo smaltimento dei rifiuti emette in atmosfera una grande quantità di gas pericolosi. Per esempio, per ogni chilogrammo di rifiuto organico si producono 0,31 kg di metano, un pericoloso gas serra. Scegliamo i prodotti confezionati con imballaggi riciclabili.”
[bctt tweet=”Differenziare e riciclare i rifiuti significa produrre meno gas nocivi per l’ambiente.” username=”MapsGroup”]

L’elogio della legge – 1. Norme in materia di controllo dell’inquinamento atmosferico.

Solo per dare un seguito tecnico all’elogio della legge: la norma quadro in materia di controllo dell’inquinamento atmosferico è rappresentata dal Decreto Legislativo n. 155/2010 che contiene le definizioni di valore limite, valore obiettivo, soglia di informazione e di allarme, livelli critici, obiettivi a lungo termine e valori obiettivo. Il Decreto individua l’elenco degli inquinanti per i quali è obbligatorio il monitoraggio e stabilisce le modalità della trasmissione e i contenuti delle informazioni sullo stato della qualità dell’aria, da inviare al Ministero dell’Ambiente.
Il provvedimento individua nelle Regioni le autorità competenti per effettuare la valutazione della qualità dell’aria e per la redazione dei Piani di Risanamento della qualità dell’aria nelle aree nelle quali sono stati superati i valori limite. Sono stabilite anche le modalità per la realizzazione o l’adeguamento delle reti di monitoraggio della qualità dell’aria.

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]Di recente sono stati emanati:

[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Il DM Ambiente 29 novembre 2012, che, in attuazione del Decreto Legislativo n.155/2010,  individua le stazioni speciali di misurazione della qualità dell’aria,
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]il Decreto Legislativo n.250/2012, che modifica ed integra il Decreto Legislativo n.155/2010, definendo anche il metodo di riferimento per la misurazione dei composti organici volatili,
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]il DM Ambiente 22 febbraio 2013che stabilisce il formato per la trasmissione del progetto di adeguamento della rete di monitoraggio,
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]il DM Ambiente 13 marzo 2013che individua le stazioni per le quali deve essere calcolato l’indice di esposizione media per il PM2,5.

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]Inoltre:

[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Il DM 5 maggio 2015 stabilisce i metodi di valutazione delle stazioni di misurazione della qualità dell’aria di cui all’articolo 6 del Decreto Legislativo n.155/2010;
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]il DM 26 gennaio 2017 modifica ulteriormente il Decreto Legislativo n.155/2010, recependo i contenuti della Direttiva 1480/2015 in materia di metodi di riferimento per la determinazione degli inquinanti, procedure per la garanzia di qualità per le reti e la comunicazione dei dati rilevati e in materia di scelta e documentazione dei siti di monitoraggio.

L’elogio della Legge – 2. Norme in materia di prevenzione e limitazione delle emissioni in atmosfera.

La norma quadro in materia di prevenzione e limitazione delle emissioni in atmosfera è costituita dal Decreto Legislativo 3 aprile 2006 n. 152, parte Vche si applica a tutti gli impianti (compresi quelli civili) ed alle attività che producono emissioni in atmosfera stabilendo valori di emissione, prescrizioni,  metodi di campionamento e analisi delle emissioni oltre che i criteri per la valutazione della conformità dei valori misurati ai limiti di legge.
Il Decreto è stato aggiornato dal D.Lgs. n.128/2010. Di recente il D.Lgs. n.152/2006 ha subito ulteriori modifiche a seguito dell’entrata in vigore del D.Lgs 4 marzo 2014, n. 46 , che oltre a modificarne le Parti II, III, IV e V, ha assorbito ed integrato i contenuti del D.Lgs. 11 maggio 2005, n. 33 sull’incenerimento e coincenerimento dei rifiuti. Quest’ultimo decreto sarà abrogato a partire dal 1° gennaio 2016.
Per gli impianti sottoposti ad autorizzazione integrata ambientale (AIA) vale quanto previsto dal D.Lgs. 152/2006 (parte II) che ha ripreso, in toto, i contenuti del D.Lgs. 18 febbraio 2005, n. 59 (già abrogato dal D.Lgs. 128/2010).

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]Inoltre:

[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Il 13 marzo 2013 è stato emanato il DPR n. 59/2013 che, oltre a regolamentare e semplificare gli adempimenti in materia di autorizzazione unica ambientale per gli impianti non soggetti ad autorizzazione integrata ambientale, obbliga gli stabilimenti, in cui sono presenti attività ad emissioni scarsamente rilevanti, all’adozione delle autorizzazioni di carattere generale riportate in Allegato I al  DPR n. 59/2013 stesso.
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Il 16 aprile 2013 è stato emanato anche il DPR n.74/2013ovvero il Regolamento recante definizione dei criteri generali in materia di esercizio, conduzione, controllo, manutenzione e ispezione degli impianti termici per la climatizzazione invernale ed estiva degli edifici e per la preparazione dell’acqua calda per usi igienici sanitari.
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Per quanto attiene il contenimento delle emissioni e dei gas ad effetto serra, il D. Lgs n. 171 del 21 maggio 2004 (attuazione della Direttiva 2001/81/CE), stabilisce i limiti nazionali di emissione di SO2, NOX, COV, NH3, che dovevano essere raggiunti entro il 2010.
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]La Direttiva 2001/81/CE sarà in vigore fino al 1° luglio 2018, data entro la quale il Governo Italiano dovrà recepire la nuova Direttiva n. 2284 del 14 dicembre 2016 concernente la riduzione delle emissioni nazionali di determinati inquinanti atmosferici. Quest’ultima stabilisce i nuovi impegni nazionali di riduzione delle emissioni di biossido di zolfo (SO2), ossidi di azoto (NOx), composti organici volatili non metanici (COVNM), ammoniaca (NH3) e particolato fine (PM2,5).


Bene, ora andiamo a prendere la collega all’altro capo della città perché sta piovendo. E poi, da domani, tutti in bici sulle piste ciclabili parmigiane a prendere una boccata di aria fresca.

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Ambiente, Uomo e Regole del gioco

Il modello 231 quale strumento di prevenzione. Di Maria Bonifacio

[dropcap3]I[/dropcap3]l Decreto Legislativo 231 del 2001 ha introdotto la responsabilità amministrativa delle società, con conseguenze pecuniarie per la società stessa e penali per i suoi vertici qualora abbiano commesso dei reati durante lo svolgimento delle loro funzioni aziendali.

Il modello 231

Il Decreto Legislativo 231 del 2001, introducendo la responsabilità penale della persona fisica, colpisce direttamente anche il patrimonio dell’Ente o dell’azienda che hanno tratto profitto dal reato commesso da una o più persone che, al momento della violazione, stavano rappresentando l’azienda stessa.
Ed è per questo che sono sempre più numerose le aziende che hanno deciso di adottare il Modello 231, ovvero il modello di organizzazione, gestione e controllo per enti pubblici e imprese previsto dal d.lgs. n. 231/2001, quale insieme delle regole e delle procedure organizzative dell’ente volte a prevenire la commissione dei reati.
L’approvazione di un Modello idoneo a prevenire i reati costituisce causa di esclusione o limitazione della responsabilità dell’ente ai sensi del nominato d.lgs. n. 231/2001. A ciò aggiungasi che, per partecipare a bandi o concorsi e ottenere particolari autorizzazioni o concessioni di fondi e contributi, un requisito fondamentale richiesto è proprio la presenza di un modello organizzativo 231. Ecco spiegata l’aumentata adesione.
[bctt tweet=”Strategici, economici e di compliance. I vantaggi di adottare il modello aziendale della Legge 231.” username=”MapsGroup”]
Ad ogni modo, per essere efficace, e quindi dispiegare la sua funzione esimente, è necessario che tale documento sia studiato ad hoc, attraverso una disamina dell’organizzazione aziendale e delle responsabilità correlate, al fine di identificare quali aree di rischio dei reati presupposte sussistano.
All’esito di tale indagine, viene redatto il Modello Organizzativo, che introduce (o integra, se già presenti) le procedure per la formazione e l’attuazione delle decisioni aziendali alle quali l’ente si deve adeguare per evitare che vengano commessi i reati richiamati dalla normativa.
Il Modello 231 deve, inoltre, individuare modalità di gestione delle risorse finanziarie e stabilire misure sanzionatorie adeguate in caso di violazioni delle sue prescrizioni.
Alla base della necessità di redigere e rispettare un preciso modello organizzativo amministrativo ed economico vi sono una serie di fattori come per esempio:

[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] l’aumento esponenziale dei dati da gestire;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] l’aumento dei sistemi di gestione (sicurezza, privacy, qualità, IT, ambiente);
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] un numero molto elevato di norme e regolamenti regionali, nazionali e provinciali;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] il crescente numero di persone coinvolte nelle attività;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] il bisogno di condividere informazioni.

Senza una corretta analisi dei potenziali rischi in cui l’azienda può incorrere e senza la creazione di un modello e di un codice etico che regoli tutte le attività che si svolgono al suo interno, l’eventualità di incorrere in multe e sanzioni più gravi non è così remota.
Oltre alla creazione di protocolli conformi alla legge e all’istituzione di un organo che vigili sul pieno rispetto del modello 231, è necessario anche pensare a dei percorsi formativi per tutti i dipendenti, al fine di istruirli e renderli consapevoli sui potenziali rischi che corrono, prima di tutto loro stessi e, di conseguenza, anche la propria azienda, violando le regole previste.
Ma il rispetto della Legge 231 non deve essere visto solo come pura e semplice burocrazia o una perdita di tempo. Scegliere di adottare un modello organizzativo all’interno della propria società infatti può apportare numerosi vantaggi:
[icon image=”ss-crosshair” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] strategici: sono molte le aziende che chiedono ai propri potenziali partner informazioni su sistemi di controllo e organizzazione. È una forma di tutela del brand per chi effettua i controlli e una possibilità di business per chi si propone ad altre imprese;
[icon image=”ss-like” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] economici: si possono evitare con più facilità multe e altre sanzioni e ci si inserisce sul mercato in modo più competitivo;
[icon image=”ss-outbox” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] compliance: un’organizzazione chiara e definita nei ruoli e nelle responsabilità agevola il rispetto delle regole stabilite e una migliore comunicazione tra le parti.

Districarsi nel labirinto normativo.

È intuitivo che risulti insidioso e, dunque, pericoloso indicare un modello organizzativo standard, dal momento che il modello 231 deve essere ideato con riferimento alle specifiche esigenze di ciascuna organizzazione. Per meglio chiarire e districarsi nel labirinto normativo, senza con ciò assumere un atteggiamento di sfiducia e di rassegnazione, dunque, auspicando di proseguire nell’elogio della legge, si è pensato di procedere adottando lo schema riassuntivo dei punti che il Decreto impone ad ogni modello organizzativo:

  1. individuare le attività nel cui ambito possono essere commessi reati;
  2. prevedere specifici protocolli diretti a programmare la formazione e l’attuazione delle decisioni dell’ente in relazione ai reati da prevenire;
  3. individuare modalità di gestione delle risorse finanziarie idonee ad impedire la commissione dei reati;
  4. prevedere obblighi di informazione nei confronti dell’organismo deputato a vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli;
  5. introdurre un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate nel modello.

Tali punti chiave vengono forniti al top management onde consentirgli di ridurre il rischio di illecito. Ciò che veramente risulterà decisivo in tribunale (e che infatti manca nella stragrande maggioranza dei modelli organizzativi, puntualmente stroncati dal magistrato di turno) sarà la concretezza del sistema preventivo, che dovrà fornire una puntuale risposta ai seguenti passaggi:
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] individuo con chiarezza i reati che posso commettere e quelli estranei alla mia organizzazione;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] tra i reati che posso commettere, distinguo quelli più a rischio rispetto agli altri, possibilmente tenendo conto dei criteri concorrenti della probabilità e dell’impatto;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] individuo, per tali reati, in quali aree aziendali è più facile che si realizzi l’illecito;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] ciò stabilito, definisco un sistema di contromisure interne, che parta dal riesaminare quelle già in vigore ed arrivi a definirne di nuove, in relazione ai rischi individuati;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] redigo e consegno a tutti gli addetti un codice etico, contenente i principi comportamentali prescritti dall’azienda;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]  emetto, per le singole aree aziendali, dei protocolli di comportamento coerenti con l’analisi dei rischi di illecito;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] nomino un Organismo di Vigilanza, effettivamente indipendente e competente, dandogli pieno mandato di adeguare il sistema preventivo e di vigilare sul rispetto delle contromisure definite dall’alta direzione da parte di tutti gli addetti dell’ente.
Se veramente il sistema elaborato riuscirà, nel corso del tempo, a fornire evidenza rispetto a questi passaggi, potrà reputarsi non solo “a prova di magistrato” ma anche un utile investimento per l’azienda.

In conclusione…

La ricaduta sulla gestione dell’ente è evidente: il sistema interno di prevenzione penale (modello organizzativo – codice etico – Organismo di Vigilanza) dovrà prevedere un sistema di controlli e contromisure che sia riferibile certamente a tutto il personale ed ai collaboratori esterni, ma soprattutto che sia particolarmente rigoroso e dettagliato nei confronti dell’alta direzione. Difficilissimo da realizzare nella pratica, dal momento che sarà la stessa alta direzione a curare la definizione del modello organizzativo ed a nominare (e soprattutto retribuire) i componenti dell’Organismo di Vigilanza che dovrebbe controllarne la legalità e l’eticità della condotta.
In effetti, essendo la Legge da applicare piuttosto che da criticare, non occorre mai dimenticare che, al di là della burocrazia che i modelli organizzativi spesso comportano (anche per le cattive pratiche seguite da molti consulenti), alla magistratura penale interesserà essenzialmente verificare un passaggio: l’effettiva indipendenza dell’Organismo di Vigilanza rispetto al controllato.

Maria Bonifacio

Attività produttive pulite

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Ambiente, Uomo e Regole del gioco

L'ambiente, l'uomo, le attività produttive e le regole del gioco. Di Maria Bonifacio

[dropcap3]L'[/dropcap3]ambiente e la sua tutela rappresentano una tematica di grande attualità che – senza alcuna pretesa di esaustività – cercheremo di approfondire insieme.
Il focus scelto è un punto di vista non solo tecnico, ma anche culturale, che parte dalla prevenzione del danno e arriva alla sua eventuale riparazione.
Nel mezzo vi è la normativa, indagata criticamente mediante un excursus
che approdi a quello che poi è il tema centrale della rubrica, ossia quello di rintracciare il senso fondante della legge, pur nella logica del divenire, e di interpretarne alla luce dell’attualità i nodi più significativi.

La Genesi Legislativa

La Carta Costituzionale, risalente al 1948, pur non contenendo norme che indicavano l’ambiente come oggetto di tutela, aveva in nuce alcuni riferimenti al diritto alla salute e ai valori legati alla tutela ambientale.
Un primo importante input alla disciplina legislativa connessa espressamente con gli interessi ambientali si è avuto con la legge 13 agosto 1966, n. 615.
Ma sappiamo che l’ambiente è costituito da fattori molteplici, a volte assai complessi e connessi in vario modo gli uni con gli altri e, dunque, suscettibili di valutazione da una molteplicità di soggetti, mossi da interessi e idee spesso in irrimediabile conflitto.
Tuttavia, rispetto al rapporto con l’essere umano il concetto di ambiente si può ricondurre in due categorie concettuali:

  1. la concezione “antropocentrica” che vede l’uomo porsi come soggetto attivo nei confronti dei beni e degli equilibri ambientali
  2. la concezione “ecocentrica” che vede l’ambiente e la natura come valori a sé stanti e l’uomo come elemento vitale, ma che trova il suo posto, indipendente, nell’equilibrio della biosfera.

Diciamo che se la prima concezione trova riscontro nella normativa, la seconda vi trova all’apparenza meno spazio, e tuttavia, nei fatti, la prospettiva ecocentrica risulta essere la fonte principale dei cambiamenti più rilevanti in essere, riguardanti questioni basate sul riconoscimento dei diritti dell’ambiente e della sua tutela.
Prodromico all’elogio della legge è, non a caso, il principio di precauzione, ossia una rivisitazione in chiave moderna del principio di Ippocrate “Primum non nocere”, da cui deriva una condotta cautelativa per quanto riguarda le decisioni politiche ed economiche sulla gestione delle questioni scientificamente controverse.
Il principio di precauzione si applica non a pericoli già identificati, come può essere per il principio di prevenzione, ma a pericoli potenziali, di cui non si ha ancora conoscenza. Vi è, difatti, differenza tra:
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] il concetto di “prevenzione”, ovvero la limitazione di rischi oggettivi e provati,
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] il concetto di “precauzione”, ovvero la limitazione di rischi ipotetici o basati su indizi.

Gli organismi: Nazionali, Europei, Internazionali.

Il moderno dibattito sul principio di precauzione è nato durante gli anni ’70, promosso dai primi movimenti ambientalisti ed ecologisti e successivamente analizzato in termini economici ovvero relazioni causa-effetto, incertezza, rischi, irreversibilità delle decisioni da vari autori come Arrow e Fischer (1974), Epstein (1980), Gollier (2000).
La Dichiarazione di Rio del 1992, fra i principi proposti per lo sviluppo sostenibile, al punto 15 ha stabilito: «Al fine di proteggere l’ambiente, un approccio cautelativo dovrebbe essere ampiamente utilizzato dagli Stati in funzione delle proprie capacità. In caso di rischio di danno grave o irreversibile, l’assenza di una piena certezza scientifica non deve costituire un motivo per differire l’adozione di misure adeguate ed effettive, anche in rapporto ai costi, dirette a prevenire il degrado ambientale».
A livello internazionale, tale principio di precauzione è riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, in particolare nell’Accordo sulle misure sanitarie e fitosanitarie e nell’Accordo sugli ostacoli tecnici al commercio.
Nell’ambito di questi accordi, uno Stato membro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, ha il diritto di porre delle barriere all’importazione basandosi sul principio di precauzione allorquando siano identificati rischi ambientali o sanitari su cui non c’è certezza scientifica.
[bctt tweet=”A livello internazionale, il principio di precauzione è riconosciuto dall’OMC.” username=”MapsGroup”]
Gli accordi tuttavia ribadiscono il principio che tali misure debbano considerarsi provvisorie e che lo Stato che le attua deve fare lo sforzo di ottenere tutte le informazioni necessarie per completare la valutazione del rischio entro un termine ragionevole.
La Commissione Europea ha inoltre specificato che il campo di intervento deve comprendere tutte le situazioni in cui si identifichi un rischio potenziale.
Tra le più importanti applicazioni di tale punto di vista c’é ad esempio quella della sicurezza alimentare, concetto visto nel contesto più ampio di protezione della salute. La legge quadro in materia di sicurezza alimentare (Regolamento EC No. 178/2002) riporta infatti il principio di precauzione come uno degli strumenti da utilizzare per assicurare un elevato livello di protezione dei consumatori.
Al riguardo, va ricordato tuttavia che il principio di precauzione non è un metodo di ricerca né un principio scientifico, ma uno strumento politico di gestione del rischio, e che in quanto tale, a livello legislativo, è stato più volte strutturalmente modificato tenendo conto della necessità di un equo rapporto tra gli eventuali costi-benefici cui l’applicazione della legge espone ipoteticamente coloro che sono tenuti ai vari adempimenti.
L’utilità e opportunità dell’utilizzo di tale principio è così giocoforza – anche a livello decisionale – un punto ampiamente controverso sia in ambito politico che scientifico, anche perché essendo l’ambiente – per definizione – il contesto in cui noi tutti viviamo, il suo legame con il nostro benessere va di pari passo.
[bctt tweet=”Il principio di precauzione non è un principio scientifico, ma uno strumento di gestione del rischio.” username=”MapsGroup”]
I suoi sostenitori ritengono, non a caso, che il principio di precauzione sia imprescindibile e che, ad esempio, se si fosse applicato il principio ai primi sospetti sulla cancerogenicità dell’amianto (risalenti agli anni sessanta), si sarebbe evitato l’eccessivo diffondersi di materiali edili dannosi che ha generato danni alla salute (asbestosi e mesotelioma polmonare) ed enormi costi per le successive bonifiche.
Altri esempi clamorosi sono:
[icon image=”ss-dislike” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] il piombo e il benzene (additivi nella benzina),
[icon image=”ss-dislike” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] il cadmio (nelle batterie),
[icon image=”ss-dislike” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] i clorofluorocarburi (nei circuiti refrigeranti).
I detrattori criticano il principio in quanto freno eccessivo allo sviluppo e alla diffusione di nuove tecnologie. In questo contesto, in effetti, l’applicazione troppo rigida del principio potrebbe e può portare a un rallentamento o addirittura a uno stop della ricerca, oltre che a strumentalizzazioni protezionistiche in ambito economico.
Ad esempio, nel caso degli alimenti derivati da OGM, il principio di precauzione è stato invocato da alcuni Paesi Europei, tra cui l’Italia, per bloccarne sia la coltivazione che la commercializzazione. In questo caso, nell’ambito del dibattito sugli OGM, il ricorso al principio di precauzione, secondo alcuni, era motivato più da ragioni di ordine economico e protezionistico, che da reali indizi di potenziali rischi.
Ciò è stato tra l’altro supportato dal fatto che gli Stati in questione non sono stati in grado di fornire prove scientifiche a supporto di tali misure, motivazione che è stata alla base dell’annullamento di alcune delle misure stesse. Ne è un esempio per l’Italia il Decreto cosiddetto “Amato” del 2000, annullato dal TAR del Lazio quattro anni dopo per mancanza di prove della presenza di rischi.
Questo esempio, che vale chiaramente solo per sé, mette tuttavia in luce un punto sostanziale in questo ambito: lo stretto rapporto tra la necessaria tutela dell’ambiente in cui viviamo e le novità che l’evoluzione tecnologica e scientifica comportano, con le relative e potenzialmente contrastanti conseguenze per le comunità di riferimento.

Alcune riflessioni…

Concludiamo, dunque, questa rapida panoramica sui fondamenti della legislazione ambientale con alcune conseguenti riflessioni, consapevoli dell’importanza della tutela dell’ambiente in cui viviamo rispetto alle numerose minacce provenienti dalle svariate forme di inquinamento che la società produce…
Non v’è dubbio che la coscienza del problema sia ormai fortemente radicata, tanto da essere alla base di numerose leggi la cui finalità è quella di tutelare l’ambiente dalle immissioni nocive, siano esse costituite da rifiuti, da liquami, da vapori, polveri e simili.
[bctt tweet=”Il tema ambientale è un frequente terreno di scontro tra istanze e interessi differenti.” username=”MapsGroup”]
E tuttavia, in un ambito che vede lo sviluppo produttivo espandersi sotto molteplici punti di vista, il tema è un potenziale se non un frequente terreno di scontro tra istanze differenti, ciascuna con i propri portatori d’interesse al seguito.
Mai come in questo caso, dunque, possiamo tessere un elogio alla legge, soprattutto nel caso in cui il principio di precauzione che ne sta alla base, rappresenti l’antecedente non solo logico, ma anche culturale, in grado di sensibilizzare le coscienze e di generare circuiti virtuosi di progresso e crescita, piuttosto che costituire un ineludibile snodo di meri adempimenti burocratici.
Vedremo insieme come, nei prossimi articoli, le normative ambientali attraversino differenti settori e riguardino soggetti diversi tra di loro, attraverso una serie di leggi che, direttamente o indirettamente, si prefiggono di tutelare l’ambiente.

Avvocato Maria Bonifacio
Studio Legale Associato Quid Juris?