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La rete in azione: scenari collaborativi fra umani e sistemi digitali. Di Giulio Destri

[dropcap3]N[/dropcap3]ell’articolo precedente è stato trattato come la rete, pilastro fondamentale nella comunicazione, fra le persone e fra le persone e sistemi automatici, deve essere resa anche robusta e sicura, in grado di reggere questo ruolo “sociale”.
In questo articolo analizzeremo alcuni scenari collaborativi basati sulla nuova interoperabilità resa possibile dalla rete. Partiamo da una considerazione della situazione attuale con gli effetti della pandemia.
 

[sf_iconbox image=”fa-question-circle” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Una situazione VUCAniana[/sf_iconbox]

La situazione che si è venuta a creare in seguito alla pandemia è Volatile, Incerta, Complessa ed Ambigua (il concetto espresso dalla sigla VUCA, come spiegato in dettaglio in questo articolo).
Uno dei modi per affrontarla è organizzare il proprio lavoro in modo adattabile ai cambiamenti (agile), calcolando opportunamente i margini dei rischi che si corrono e decidendo quali sono affrontabili.
Nell’articolo precedente è stato rilevato quanto accaduto durante la pandemia con la necessità di remotizzazione di molti lavori. Ma quali sono, oggi, grazie alle infrastrutture esistenti o in corso di realizzazione, i lavori realmente remotizzabili?
I lavori fisici (ad esempio aziende alimentari o manifatturiere) richiedono la presenza in loco. Esperimenti di lavori svolti da robot controllati/supervisionati a distanza sono ancora agli albori, anche se con risultati promettenti.
[bctt tweet=”La situazione creatasi con la pandemia è Volatile, Incerta, Complessa ed Ambigua (concetto espresso dalla sigla VUCA). Uno dei modi per affrontarla è organizzare il proprio lavoro in modo adattabile ai cambiamenti (agile)” username=”MapsGroup”]
Mentre i lavori in cui l’oggetto è l’informazione sono (almeno in linea di principio) tutti remotizzabili già con la tecnologia di oggi. Ecco alcuni esempi di questi lavori:

  • Amministrazione (gestione finanziaria, del personale, acquisti, vendite…).
  • Banche ed assicurazioni.
  • Comunicazione e informazione (giornali, radio, televisione…).
  • Pubblica amministrazione (in teoria, purtroppo nella pratica, almeno in molti casi, mancano organizzazione ed infrastrutture adatte…).
  • Servizi fiscali (CAF, contabilità, commercialisti…).
  • Consulenze legali, organizzative…
  • Formazione aziendale.
  • Sviluppo informatico.
  • Progettazione e design di prodotti (senza la fase di prototipazione “fisica”).

 

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]I componenti del lavoro[/sf_iconbox]

Per meglio capire ora serve esaminare nei dettagli il lavoro che agisce sulle informazioni. I lavori sono molti diversi fra loro, ma in generale troveremo al loro interno:

  • attività ripetitive (procedurizzabili),
  • attività non ripetitive (comunque improntabili a linee guida) tra cui fondamentali sono quelle creative, come per esempio il design di prodotti e soluzioni, e il problem solving,
  • attività di coordinamento all’interno di un gruppo di lavoro e fra gruppi di lavoro,
  • attività di relazione con un cliente o con un fornitore.

E, semplificando ulteriormente, avendo come obiettivo la pianificazione del lavoro entro un gruppo, più o meno ampio, le attività possono essere suddivise in:

  • Attività individuali “pure”, ossia compiti che possono essere svolti in autonomia da una sola persona, che può quindi decidere, rispettando la scadenza del lavoro, come allocarle nella propria agenda; esempi di queste attività vanno dal disbrigo di pratiche, alla registrazione di fatture, alla realizzazione di disegni cad, alla scrittura di componenti di codice sorgente (software)…
  • Attività di coordinamento/confronto (tipiche le riunioni), ossia compiti che richiedono l’inserimento nella agenda di diverse persone (potenzialmente molte), con un orario preciso ed una durata; la riunione con un cliente può entrare in questa categoria.
  • Attività di lavoro a due/tre persone che richiedono l’inserimento in agenda di poche persone e possono anche essere decise su necessità immediate; un esempio può essere la collaborazione fra una persona con esperienza maggiore ed una con esperienza minore per un compito che quest’ultima deve svolgere per la prima volta; una intervista ad un cliente per raccogliere le specifiche di progetto può rientrare in questa categoria.

In questo schema, per semplicità, sono comprese solo le attività “lavorative produttive”. Il rapporto informale fra le persone e quindi attività come il pranzare insieme o il “trovarsi alla macchinetta del caffè”, che possono essere fondamentali per il buon rapporto fra le persone, non sono qui considerate.
In casi molto particolari il gruppo di lavoro può, in autonomia, dividersi gli incarichi che corrispondono alle singole attività svolte da una sola o da un numero molto limitato di persone. È l’approccio tipico degli standard di sviluppo Agile come SCRUM. In (molti) altri casi è il coordinatore (capo ufficio/capo area) che decide come assegnare l’insieme degli incarichi alle varie persone che fanno parte del gruppo di lavoro.
Anche nel caso in cui il gruppo di lavoro collabori in remoto tutte le attività sopra descritte possono essere comunque svolte con efficienza. Alcuni strumenti tipici del mondo agile come la “bacheca di status” (Scrum Board o Kanban Board, per esempio), che indicano la situazione istantanea del completamento dei vari incarichi e, quindi, del lavoro nel suo insieme, sono in questo caso indispensabili per dare a tutti i componenti del gruppo di lavoro l’indicazione dello status.
[bctt tweet=”Strumenti del mondo agile come Scrum Board o Kanban Board, che indicano lo stato di completamento dei vari incarichi di lavoro, sono indispensabili per dare ai componenti del gruppo di lavoro l’indicazione dello status” username=”MapsGroup”]
Micro riunioni periodiche (ad esempio, tutti i giorni al mattino, in un quarto d’ora) in alcuni casi possono essere un complemento utile, E, soprattutto, occorre una buona coordinazione per l’assegnamento degli incarichi alle persone e una gestione “ferrea” delle riunioni cui partecipano tante persone: una riunione ha un “gestore”, un’agenda, un insieme di obiettivi ed un tempo entro il quale si devono prendere decisioni sugli obiettivi stessi. Le riunioni come “momento di esibizione”, svolte in remoto hanno molto meno senso…
L’esperienza ha dimostrato che nella maggior parte dei casi, se esiste anche un rapporto di fiducia fra i membri del gruppo di lavoro, il modo di operare in remoto sopra descritto è quello in cui si raggiunge il massimo dell’efficienza.
[bctt tweet=”L’esperienza ha dimostrato che se esiste anche un rapporto di fiducia fra i membri del gruppo di lavoro, il modo di operare in remoto è quello in cui si raggiunge il massimo dell’efficienza” username=”MapsGroup”]
 

[sf_iconbox image=”ss-crosshair” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il “centro di servizio”: umano, artificiale o ibrido[/sf_iconbox]

Se fino ad ora abbiamo considerato un team di lavoro che fa parte di una organizzazione che ha adottato il lavoro da remoto ben organizzato, ora passiamo a “generalizzare” il tutto, con riferimento al modello della azienda vista come insieme di centri di servizio.
A livello del gruppo di lavoro, ogni membro è un “centro di servizio” che svolge il proprio ruolo rispetto agli altri ed al coordinatore, completando gli incarichi uno dopo l’altro. A livello di divisione (o dell’intera piccola azienda) ogni gruppo è un centro di servizio che svolge incarichi “più grossi”, ripetitivi o non. A livello di azienda questa svolge un servizio rispetto all’ecosistema dei propri clienti e fornitori.
Quindi l’idea del centro di servizio è applicabile (con gli opportuni adattamenti) indipendentemente dalla scala, dal singolo individuo entro il suo gruppo ad agglomerati molto più grandi.
[bctt tweet=”A livello del gruppo di lavoro, ogni membro è un “centro di servizio” che svolge il proprio ruolo rispetto agli altri ed al coordinatore, completando gli incarichi uno dopo l’altro” username=”MapsGroup”]
La rete e gli strumenti tecnologici rendono ora possibile la delocalizzazione di questo modello, con la creazione di gruppi (o di gruppi di gruppi) distribuiti entro una nazione, un continente o il mondo.
E, allo stesso tempo, i servizi cloud di

  • Piattaforme per il lavoro condiviso;
  • Sistemi di archiviazione ed elaborazione dati e documenti (Big Data e dintorni…);
  • Sistemi di Intelligenza Artificiale on-demand,

rendono possibile la dotazione di risorse di calcolo ed elaborazione dati, nonché piattaforme per la creazione di servizi applicativi per clienti finali per questi gruppi.
[bctt tweet=”La rete e gli strumenti tecnologici rendono possibile la delocalizzazione del modello a ‘Centro di Servizi’, con la creazione di gruppi di lavoro (o di gruppi di gruppi) distribuiti entro una nazione, un continente o il mondo” username=”MapsGroup”]
Diventa quindi possibile, ad esempio, avendo un progetto ben pianificato e buoni coordinatori del lavoro (Project Manager e non solo…) costruire un’azienda (startup) raccogliendo nel mondo specialisti dei ruoli necessari e dotarli delle infrastrutture cloud con cui potranno interagire fra loro, stando ognuno nel proprio paese. Ovvero realizzare attraverso la rete delle interazioni tra persone e strumenti IT, di durata variabile da pochi giorni a molti anni, avendo un obiettivo di business.
Questo approccio non è nuovo ed anzi è stato applicato più volte con successo nel tempo, per esempio nel mondo dello sviluppo distribuito open source di sistemi come Linux, Apache ecc…, oppure nel mondo dei comitati tecnici di sviluppo delle norme UNI, come quello delle professioni tecniche non regolamentate di cui faccio parte, costituiti quasi sempre da team completamente delocalizzati e che operano ed effettuano riunioni periodiche pianificate tramite le infrastrutture IT messe a disposizione dall’ente. Insomma, un approccio che esiste e funziona, grazie soprattutto all’azione dei coordinatori operativi dei gruppi.
 

[sf_iconbox image=”ss-user” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Le conseguenze per le singole persone e per le piccole aziende di servizi[/sf_iconbox]

E ora vediamo cosa significa questo in pratica per singoli professionisti o piccole e medie imprese italiane che offrano servizi.
Intanto la possibilità di competere in toto su un mercato molto più ampio di quello locale, entrando a fare parte di progetti più grandi cui prestare la propria opera specialistica, facendo valere le proprie esperienze specifiche. Ancora una volta è importante comprendere che premessa indispensabile è il saper lavorare entro gruppi di persone o di aziende in remoto e attraverso piattaforme cloud.
[bctt tweet=”Per i professionisti o le PMI che offrano servizi c’è ora la possibilità di competere su un mercato molto più ampio di quello locale, entrando a fare parte di progetti più grandi in cui far valere le proprie esperienze specifiche” username=”MapsGroup”]
Questa è la generalizzazione del fenomeno, già in atto da alcuni anni, in cui alcune aziende IT hanno trasformato proprie soluzioni software in servizi cloud vendibili come SaaS (Software-as-a-Service) ampliando enormemente il proprio mercato. E che, magari, diventano singoli componenti di sistemi più ampi come l’universo Office365.
Il farsi conoscere attraverso contatti, anche “personali”, ottenibili con strumenti come LinkedIN (ovvero “interoperare” con i propri potenziali clienti), diventa allora uno dei canali necessari per poter operare in questo mercato, come definito, ad esempio, in [1].
Approcci alla vendita come il freemium (servizio livello base gratuito, con dei plus apprezzabili a pagamento), possono essere usati da giganti come Google così come da aziende molto più piccole.
L’altra faccia della medaglia è data dal rischio della scomparsa delle “nicchie geografiche” di mercato. Ossia, se si compete sul mercato internazionale attraverso la rete, si è un singolo professionista o una singola azienda in mezzo a tanti. Ed è necessario:

  • Avere forti competenze specifiche per il proprio lavoro.
  • Saperle presentare in modo efficace.
  • Stabilire relazioni dirette con i propri clienti e diventare loro “partner”, all’interno di filiere di servizi costruite attraverso la rete
  • Essere molto organizzati nella scelta dei propri fornitori, usando tutti gli approcci basati sulla gestione del rischio, per evitare che un problema del fornitore possa diventare un problema per il proprio cliente.
  • Operare in modo agile, valutare periodicamente il proprio posizionamento sul mercato e la propria offerta rispetto alla evoluzione del mercato stesso.

E stare attenti alle trappole, come alcuni marketplace ove la regola è il prezzo più basso. Servizi professionali degni di questo nome non possono essere erogati al ribasso e un cliente che cerca solo il prezzo più basso per un servizio importante per il proprio business corre enormi rischi. In generale potremmo definire questo con il principio di rispettare il lavoro altrui e fare rispettare e valere il proprio, entro un contesto di gestione oculata del rapporto costi-benefici.
In questo contesto l’organizzazione interna di un’azienda deve essere per forza agile e adattabile, le persone devono operare per obiettivo, pianificando traguardi realistici rispetto alle proprie capacità e forze. Il pensiero “io voglio vedere i miei collaboratori in azienda” (anche se in questo momento non ci sono lavori da fare), per cui vengono mantenuti gli straordinari il sabato mattina “per mantenere abituate le persone” è oggi, semplicemente, un nonsenso (e non solo nel mondo dei servizi online).
E un giovane (o una startup) che voglia crescere in questo contesto deve essere estremamente deciso e buone capacità di apprendimento continuo [2]. E chi vuole cambiare lavoro o entrare in circuiti internazionali deve, come già detto anche prima, curare molto il proprio modo di apparire, soprattutto su piattaforme professionali come LinkedIN [3]. E per questo servono sia soft skill, sia hard skill, soprattutto il saper gestire bene il proprio tempo e le proprie energie, per “interoperare” in modo costruttivo (di relazioni) ed efficace (per il business) con i propri clienti e fornitori.
[bctt tweet=”Chi vuole cambiare lavoro o entrare in circuiti internazionali deve curare molto il proprio modo di apparire. E per questo servono sia soft skill, sia hard skill e, soprattutto, saper gestire bene il proprio tempo e le proprie energie” username=”MapsGroup”]
Alcune esperienze di consorzi entro distretti industriali, in cui le aziende mettono in comune alcuni servizi, come ad esempio l’amministrazione contabile o la gestione del personale, riducendo i costi, devono essere generalizzate ed entrare nel modello presente, per far superare uno dei limiti più diffusi delle aziende italiane: la dimensione troppo piccola.
 

[sf_iconbox image=”ss-layers” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Alcuni scenari[/sf_iconbox]

Durante il lockdown insieme ad un collega abbiamo realizzato una consulenza per una importante azienda di Torino. Le riunioni di definizione iniziale del lavoro sono state fatte su piattaforma cloud, in collegamento ciascuno dal proprio “ufficio di casa”. Attraverso la stessa piattaforma abbiamo condiviso i documenti e gli altri elementi della consulenza che venivano via via prodotti con il nostro referente, il quale aveva quindi una visione precisa dell’avanzamento dei lavori. Durante le riunioni periodiche lui ci dava il feedback, stabiliva chi altro doveva essere coinvolto. In poche giornate abbiamo realizzato il servizio di consulenza richiesto con soddisfazione del cliente.
Una mia attività di formazione e coaching di Project Management per un gruppo di lavoro di un cliente, iniziata prima in aula, è poi proseguita con successo online nei mesi del lockdown e anche dopo, con le persone collegate dalle proprie case, sia per le sessioni di formazione sia per quelle di coaching.
Prendendo spunto da questi, così come da altri casi reali, ecco uno scenario possibile. Una persona lavora per un’azienda di Londra da Parma (o da altre città italiane, purché servite da un buon collegamento in rete), inserito in un team internazionale con gli altri partecipanti che lavorano a distanza da vari paesi europei e non. Il team usufruisce di strumenti cloud per la realizzazione del proprio lavoro, in particolare di un grosso sistema di analisi dati basato sull’intelligenza artificiale disponibile come S.a.a.S. e collocato negli USA. La persona svolge il proprio compito seguendo una organizzazione del lavoro come quella presentata sopra. Anche se il lavoro è molto impegnativo riesce (in media…) a gestire la propria giornata dividendola fra il lavoro e le altre parti (famiglia, tempo libero…). E questi sono sicuramente aspetti vantaggiosi.
Ma esistono anche svantaggi:

  • L’orario: le riunioni periodiche del team avvengono a orari “strani” (nel caso di Londra la differenza di fuso orario è solo 1 ora, se l’azienda fosse negli USA le ore potrebbero diventare fra 6 e 9…). Questa non è certo una novità, come ben sanno tutte le aziende italiane che lavorano molto con l’estero. Già nel 2000, durante il progetto di un grande sistema di E-Commerce in cui ero uno dei gestori, due riunioni di coordinamento la settimana avevano luogo tra le 18 e le 19 essendo il partner coinvolto in tali riunioni situato in California, con 9 ore di differenza di fuso orario.
  • “Agendizzazione” dei rapporti all’interno del gruppo di lavoro: le persone svolgono il proprio compito individuale, partecipano alle riunioni e al lavoro in piccoli gruppi, sempre online e secondo le pianificazioni; tutto è improntato alla massima efficacia ed efficienza per raggiungere gli obiettivi; si possono sviluppare rapporti che vadano oltre il semplice lavorare insieme solo al più con le persone con cui si lavora in due o al massimo in tre… e comunque molto difficilmente i rapporti saranno allo stesso livello di profondità che si avrebbe nel caso di presenza fisica nello stesso luogo.

Questo scenario mostra un possibile modo di lavorare. Nel prossimo futuro tante persone lavoreranno in questo modo, tante altre in modo ibrido (parte in ufficio, parte a casa), altre ancora proseguiranno nel recarsi nel luogo “fisico” di lavoro. In tutti i casi però, per far fronte alla situazione generale sempre più VUCAna, serviranno organizzazione e buona interoperabilità interna nei gruppi di lavoro.
[bctt tweet=”Nel prossimo futuro, per far fronte alla situazione generale sempre più Volatile, Incerta, Complessa ed Ambigua, serviranno organizzazione e buona interoperabilità interna nei gruppi di lavoro” username=”MapsGroup”]


[highlight]Bibliografia e Approfondimenti[/highlight]

[1] Valentina Vandilli – LinkedIn Formula: La formula rapida per potenziare il passaparola e trovare clienti attraverso LinkedIn
[2] Marta Basso – La duplice alleanza. Aziende e startup insieme per l’innovazione
[3] Silvia Vianello – The Proven Secret of an Outstanding LinkedIn Profile: How to Speed Up Your Social Media with AI


CREDITS IMMAGINI

Immagine di copertina (rielaborata):
ID Immagine: 60738536Diritto d'autore: Galina Peshkova
ID Immagine: 86797695Diritto d'autore: Daniil Peshkov
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La rete, oggi, oltre i confini digitali: un'infrastruttura immateriale a supporto dell'interoperabilità sociale. Di Giulio Destri.

La rete oggi: il supporto alla interoperabilità sociale

[dropcap3]N[/dropcap3]ell’articolo precedente è stato trattato come nei mesi della tragedia che ha colpito il mondo la rete sia stata un pilastro fondamentale nella comunicazione fra le persone e come stia evolvendo sempre più in tal senso. Dopo avere visto a livello sociale cosa questo stia iniziando a comportare, in questo articolo analizzeremo cosa effettivamente serve per rendere la rete anche robusta e sicura, in grado di reggere questo ruolo sociale.
 

[sf_iconbox image=”ss-flag” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]L’Italia (o il mondo) “unica città digitale”[/sf_iconbox]

Durante la pandemia, abbiamo scoperto che, per un numero molto grande di lavori, non esiste realmente la necessità di essere presenti in un ufficio o in un’aula, magari in un grande palazzo di una grande città. Almeno non tutti i giorni.
E non esiste quindi per chi compie questi lavori la necessità reale di prendere un’auto (e magari stare 2 ore in coda in una tangenziale), di prendere un treno (e magari partire alle 5.30 per poter arrivare al posto di lavoro prima delle ore 9), di stare chiusi pigiati come sardine in un vagone della metropolitana di una grande città…
In tanti, non solo in Italia, hanno compiuto questo tipo di analisi e riflessioni. A Palermo è nato addirittura il movimento South Working, analizzato oggettivamente, fra gli altri, da Dario Di Vico, e in testate come il Sole 24 ore. La proposta è quella di riportare al Sud e nelle aree montane, oggi “periferiche”, lavoratori della conoscenza, anche giovani, attualmente impegnati nelle grandi città come Milano, attraverso l’uso dello Smart Working ben organizzato, come previsto anche dalla legge 81/2017 del 22/05/2017, che ha definito lo Smart Working nell’ordinamento italiano come “modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività”.
In molti casi il lavoro a distanza, che è stato necessario mettere in piedi in tempi ristrettissimi per affrontare l’emergenza, è abbastanza distante da questa definizione, anche se comunque rappresenta un passo in quella direzione. Quindi l’evoluzione, secondo le idee del South Working, potrebbe portare a rivitalizzare le piccole città ed i borghi che, collegati in modo capillare da una rete a larga banda, diventerebbero quartieri di un’unica città, grande come l’intera Italia. O grande come l’intera Europa.
È realizzabile questo scenario? Forse in parte, negli stessi articoli sopra citati sono state affrontate analisi in tal senso… Ed è auspicabile? Gli impatti sociali ed economici sono notevoli e anche non tutti positivi, come documentato anche dalla crisi di numerosi locali di ristorazione il cui business si fondava sulla pausa pranzo, soprattutto in luoghi come l’EUR a Roma. Molto probabilmente il futuro prossimo sarà un misto di lavoro in distanza ed in presenza, come del resto contenuto nella stessa definizione suddetta.
Lasciando da parte analisi sociali ed economiche ora ci concentriamo solo su quella tecnologica. La rete Internet, in Italia, è pronta?
 

[sf_iconbox image=”fa-car” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]La rete Internet: l’autostrada dell’informazione[/sf_iconbox]

La struttura della rete in Italia, come del resto anche in altri paesi, è basata su alcuni percorsi principali ad alta velocità (di solito realizzati fisicamente con insiemi di fibre ottiche), chiamati dorsali, che, paragonando Internet alla rete stradale, corrispondono alle grandi autostrade. Le dorsali appartengono ai grandi fornitori di servizio come TIM, Vodafone, Wind Tre, e si connettono le une alle altre e con le dorsali europee negli  Internet Exchange Point (IXP).
Un IXP è, in sostanza, un casello in cui il traffico proveniente da una dorsale può dirigersi verso una o più delle altre dorsali collegate. Gli IXP presenti in Italia sono 11 ed il più grande (MIX, da Milan Exchange, chiamato spesso in gergo “Mega-MIX”) permette l’interconnessione di tutte le dorsali (e quindi di tutti i grandi provider) con tutte le altre ed è un osservatorio privilegiato per l’analisi del traffico in Italia. Oltre al MIX, anche da altri IXP è possibile il collegamento verso l’estero, ad esempio dall’IXP di Palermo.
Dalle dorsali, poi, ogni provider ha proprie infrastrutture che collegano alla dorsale le utenze finali (case, uffici, aziende, enti pubblici…), con capacità di trasmissione sempre più piccole, in modo analogo a come, usciti dalla rete autostradale, si entra in strade statali, provinciali, comunali durante il viaggio verso una casa in campagna. Dalla velocità di connessione tra il punto di accesso di casa o ufficio e la dorsale dipende la possibilità di usare o meno alcuni servizi come la video conferenza.
Le piattaforme cloud, che offrono tantissimi servizi (fra cui la video conferenza), sono basate su grandi centri di elaborazione dati, per la grande maggioranza situati in Europa del nord o in nord America. Per cui il poter usare tali servizi richiede che il flusso di dati che realizza la connessione fra due utenti che stanno collaborando attraverso di essi passi

  • dalle loro sedi, attraverso l’infrastruttura di collegamento del provider sino alla dorsale,
  • attraverso questa sino ad un IXP,
  • dall’IXP nella rete internazionale,
  • dalla rete internazionale sino alla rete di ingresso del fornitore di servizi cloud
  • dalla rete di ingresso sino al centro elaborazione dati che fornisce il servizio cloud in uso
  • e viceversa per il collegamento inverso.

[sf_iconbox image=”ss-phonedisabled” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Le problematiche che si sono manifestate[/sf_iconbox]

Le problematiche legate all’uso massiccio di servizi cloud come sopra descritto possono riassumersi nei seguenti punti:

  1. L’accesso alla rete è ancora poco capillare, come mostrato dalle mappe dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCom): in molte zone d’Italia (soprattutto al Sud, nelle campagne, in montagna ecc…) le connessioni sono a bassa velocità, basate su cavi telefonici (ADSL di prima generazione, pochi megabit al secondo se va bene) o su ponti radio non veloci;
  2. Anche in caso di connessione veloce, spesso, l’infrastruttura che la connette alla dorsale del provider non è in grado di sostenere tutto il traffico se tutti gli utenti usano la propria connessione a piena velocità (nella rete stradale questo è ciò che accadrebbe se un certo numero di strade statali, trafficate, confluisse di colpo in una strada appena più grande);
  3. Infine le dorsali stesse non sono tutte in grado di sostenere il traffico, come mostrato dai frequenti rallentamenti della rete avvenuti durante il lockdown.

In sostanza occorrono investimenti per realizzare una infrastruttura che sia in grado di fornire connettività ad alta velocità e robusta rispetto a guasti alla maggior parte del territorio italiano. Dopo anni di stasi iniziative come Open Fiber sembrano andare nella giusta direzione, seppure a rilento.
Non è realmente pensabile una Italia digitale senza un accesso veloce alla rete capillarmente diffuso.
Inoltre servono accordi (anche a livello europeo) con i grandi fornitori di servizi cloud. Occorre portare i data center del cloud anche nel territorio italiano, per ridurre il traffico sulle dorsali internazionali e di conseguenza la dipendenza da queste (non dimenticando anche gli effetti del recente decadimento dell’accordo Privacy Shield sulla regolamentazione dei flussi di dati tra Unione Europea e USA).
[bctt tweet=”Non è pensabile una Italia digitale senza un accesso veloce alla rete capillarmente diffuso. Servono accordi (anche a livello europeo) con i grandi fornitori di servizi cloud per portare i data center del cloud nel territorio italiano” username=”MapsGroup”]
 

[sf_iconbox image=”ss-pixels” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]La rete e le infrastrutture critiche[/sf_iconbox]

La rete diventa quindi una infrastruttura critica, insieme agli altri servizi essenziali, definiti nella Direttiva Europea NIS, come “quelli necessari per il mantenimento di attività sociali e/o economiche fondamentali.”
Bastano poche riflessioni per comprendere che:

  • sistemi di produzione e trasmissione dell’energia (centrali, elettrodotti, metanodotti, oleodotti…),
  • sistemi di fornitura e distribuzione di acqua potabile (acquedotti, serbatoi di raccolta…),
  • reti di trasporto (aeroporti, ferrovie, porti, strade e interporti),
  • sistemi finanziari (banche, borsa, sistemi di pagamento elettronico…),
  • sanità,
  • servizi di sicurezza (polizia, esercito…),
  • infrastrutture digitali (la rete sopra descritta…), motori di ricerca, servizi cloud e piattaforme di commercio elettronico

sono pilastri della società, il cui venir meno potrebbe provocare problemi catastrofici. E ciascuno degli elementi suddetti dipende ormai, per il proprio funzionamento, da grandi sistemi informatici.
Questi sistemi sono adeguatamente protetti da guasti accidentali ed attacchi informatici? Esiste la consapevolezza della necessità di protezione adeguata, a livello di chi prende le decisioni? La citata Direttiva NIS (recepita dalla legislazione italiana nel 2018), va sicuramente nella giusta direzione,  documenti come le linee guida e le Misure Minime di AgID (Agenzia per l’Italia Digitale) o il CyberSecurityFramework italiano definiscono tutti i dettagli per realizzare protezioni di alta qualità.
Ma, all’interno della pubblica amministrazione e anche di molte aziende, ci sono le competenze necessarie a tradurre in pratica tali dettagli? Ci sono i fondi? C’è una volontà di agire e di investire il necessario da parte di chi può prendere le decisioni?
Casi come il recente attacco all’ENAC (Ente Nazionale Aviazione Civile) lasciano dubbi su quanto si sia ancora lontani dalla reale attuazione delle protezioni richieste dalla NIS per le infrastrutture critiche.
Con una metafora storica potremmo dire che come la “pax mongolica” dovuta alle conquiste dell’impero mongolo lungo la via della seta portò ad un fiorire dei commerci e delle comunicazioni (è l’epoca descritta dal mercante veneziano Marco Polo nel Milione) sotto la protezione delle armi dell’esercito mongolo, così oggi, per garantire i nostri servizi essenziali, le nostre comunicazioni, la nostra “interoperabilità sociale” dobbiamo proteggere i nostri sistemi informatici e le grandi autostrade della comunicazione digitale con le opportune armi cibernetiche di difesa.
[bctt tweet=”Oggi, per garantire i servizi essenziali, le comunicazioni, l’“interoperabilità sociale” occorre proteggere i sistemi informatici e le grandi autostrade della comunicazione digitale con le opportune armi cibernetiche di difesa” username=”MapsGroup”]

[sf_iconbox image=”ss-unlock” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]L’evoluzione: infrastrutture private o pubbliche?[/sf_iconbox]

Una considerazione importante su cui riflettere è il fatto che tutti (o quasi) i componenti della rete sopra descritti sono privati. Infatti, tranne che nei rari casi di reti civiche con servizi di connettività per il cittadino, dalla propria connessione domestica, sino al cloud, tutti gli elementi sono privati…
In sostanza, un elemento indispensabile per la nostra vita e per la nostra società è in mani di più operatori privati, molti dei quali stranieri e addirittura extra europei. E molta della tecnologia su cui i sistemi si appoggiano viene da paesi come USA e Cina… Senza entrare in considerazioni politiche, occorre semplicemente applicare una buona analisi del rischio ai vari elementi costituenti la base informatica dei sistemi critici (e, in verità, anche su altri settori), per avere un quadro oggettivo della situazione e prendere decisioni logiche.
L’Unione Europea e gli stati più grandi che ne fanno parte sono, ad oggi, il cuore della democrazia e dei diritti individuali, nonché all’avanguardia nelle iniziative per uno sviluppo sostenibile che possa consentire la sopravvivenza dell’umanità nei prossimi secoli. Per poter rimanere in questo ruolo occorre avere basi forti per la propria società, specialmente in un mondo sempre più complesso ed instabile come quello in cui stiamo vivendo.
[bctt tweet=”L’UE e gli stati più grandi che ne fanno parte sono il cuore della democrazia e dei diritti individuali, nonché all’avanguardia nelle iniziative per uno sviluppo sostenibile che consenta la sopravvivenza dell’umanità nei prossimi secoli” username=”MapsGroup”]
Nel prossimo articolo vedremo come la rete può dare origine a un ulteriore contesto di interoperabilità fra umani e sistemi, molto utile in un mondo “poco stabile”.


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La rete oggi: dialogo fra persone (e le cose del mondo) attraverso i sistemi digitali. Di Giulio Destri.

[dropcap3]N[/dropcap3]ell’articolo precedente abbiamo ricostruito come si è arrivati alla rete Internet odierna con un unico standard di dialogo fra sistemi digitali che consente in sostanza a tutti i dispositivi dotati di un’interfaccia di rete di collegarsi e scambiare informazioni fra loro, ovvero uno standard che permette una interoperabilità globale fra i sistemi digitali.
In questo articolo, dunque, analizzeremo gli effetti di questo sulle persone, ossia come nei mesi della tragedia che ha colpito il mondo la rete sia stata un pilastro fondamentale nella comunicazione fra le persone.

[sf_iconbox image=”ss-alarmclock” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Un salto indietro nel tempo…[/sf_iconbox]

In [1] è stato trattato il tema di come la rete sta evolvendo nella Internet di Ogni Cosa (IoX) che collega fra loro dispositivi ed esseri umani a livello planetario. La drammatica situazione vissuta anche in Italia a partire dalla fine di febbraio 2020 ha accelerato ed in parte estremizzato tendenze che erano già in atto. Per capire meglio facciamo un salto indietro nel tempo…
Cosa sarebbe avvenuto se la situazione di oggi si fosse verificata, su scala globale, all’epoca della prima SARS, nel 2002-2003? Quindi solo 17 anni fa…
I mezzi di comunicazione dell’epoca erano limitati: non esistevano ancora i social media e nemmeno sistemi di messaggistica istantanea come WhatsApp e Telegram… Gli unici strumenti disponibili erano la posta elettronica, limitata come dimensioni dei messaggi rispetto ad oggi, e gli SMS.
Inoltre non c’erano gli smartphone, e la maggior parte dei telefoni cellulari non aveva la possibilità di collegarsi ad Internet, ma solo di inviare o ricevere chiamate audio e, appunto, SMS, con i loro 160 caratteri di lunghezza massima, e, in alcuni casi piuttosto rari MMS, con contenuti multimediali di dimensioni limitate (e con un costo notevole).
Gli accessi ad Internet avevano velocità limitata: solo in zone di grandi città come Roma e Milano era già presente la “banda larga”. Stava appena iniziando a diffondersi sul territorio la prima ADSL, dopo anni di modem con tariffa a tempo, in cui si pagava in base al tempo di connessione… Quindi non sarebbe stato possibile fare videoconferenze in quantità come oggi.
Le Webcam non erano ancora integrate nei PC come oggi e in pochi le acquistavano come accessori.
Non esistevano le piattaforme cloud per videoconferenza come Zoom, Google Meet, Teams e nemmeno sistemi usabili da tutti per la condivisione immediata di file e dati. Non esistevano i servizi cloud…
L’e-commerce non era ancora diffuso e capillare come oggi.
[bctt tweet=”La rete Internet è oggi un servizio essenziale, una infrastruttura critica per tutta la nostra società. Sia per il lavoro e l’economia, sia per le relazioni sociali” username=”MapsGroup”]
Quindi possiamo ipotizzare che:

  • Data l’impossibilità pratica di telelavoro nella maggior parte dei casi, i sistemi amministrativi delle aziende si sarebbero bloccati, così come molte banche, la maggior parte della pubblica amministrazione…
  • Le teleconferenze tra capi di governo sarebbero state realizzate con molto maggiori difficoltà.
  • I contatti e le trasmissioni di dati tra ospedali e strutture sanitarie sarebbero avvenuti con molto maggiori difficoltà.
  • Le trasmissioni televisive non avrebbero potuto fare tutte le interviste tramite skype ed altri strumenti di videochiamata.
  • La scuola a distanza non sarebbe stata possibile.
  • La formazione universitaria e quella aziendale e professionale obbligatoria non sarebbero state possibili.
  • Le riunioni di associazioni, enti, i contatti delle amministrazioni locali con i propri cittadini non sarebbero stati possibili come invece sono stati.
  • I contatti via videochiamate con medici, psicologi, coach ecc… non sarebbero stati possibili.
  • Le videochiamate fra parenti lontani, fidanzati, amici… che hanno contribuito non poco a mantenere la nostra coesione sociale, non sarebbero stati possibili.
  • Tutti gli eventi virtuali che hanno consentito ad artisti di mantenere i contatti col loro pubblico non sarebbero stati possibili.
  • Gli eventi sociali come le cerimonie religiose “locali” in cui si partecipa alla messa nella propria parrocchia, ma anche le lezioni di yoga, fitness, strumenti musicali ecc… non sarebbero stati possibili.
  • L’acquisto online di prodotti, in primis il cibo, non sarebbe stato possibile al di fuori di pochi casi a Roma e Milano.

Da tutto questo che lezione possiamo trarre? Che la rete Internet è oggi un servizio essenziale, una infrastruttura critica per tutta la nostra società. Sia per il lavoro e l’economia, sia per le relazioni sociali.
E d’altra parte, che la situazione che abbiamo vissuto ha costretto molti decisori a prendere atto delle possibilità offerte dalle nuove tecnologie per lo svolgimento a distanza del lavoro. E che in alcuni casi il passaggio è permanente e non si tornerà alla situazione precedente.
Vediamo ora alcuni casi…

[sf_iconbox image=”ss-usergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il caso fiera virtuale: da Aedile a Wecosmoprof[/sf_iconbox]

Il concetto di fiera virtuale esiste da molti anni: nel corso degli anni’90, mentre ero ancora in Università, ho collaborato con una delle prime web agency italiane, che creò Aedile, la estensione online di SAIE, Cersaie e SAIE2, ossia le fiere dell’edilizia di Bologna.
L’idea era sostanzialmente quella di un marketplace, ogni azienda integrava il proprio sito web al portale che riportava l’elenco di espositori presenti nella fiera. I siti web avevano un catalogo dei prodotti e, in alcuni casi la possibilità di fare ordini via mail.
All’epoca comunque i siti web erano sostanzialmente l’estensione online di una brochure più che non di uno stand. I contatti e le trattative avvenivano comunque in massima parte offline.
In questi giorni di inizio giugno, dato che le manifestazioni fieristiche sono ancora sospese, si sta tenendo Wecosmoprof, la versione online della fiera Cosmoprof, l’evento annuale tra i più importanti in ambito cosmetico.
L’evoluzione è notevole. Non soltanto sono presenti filmati, documenti e tanto materiale a presentare le aziende partecipanti, ma sono stati “trasposti” nel virtuale anche tutti gli eventi tipici di una grande fiera. Ci sono videoconferenze su vari temi, cui le persone si possono iscrivere attraverso l’autorizzazione di uso dei dati forniti alla fiera. Ci sono dibattiti, annunci.
C’è, soprattutto, Cosmoprof MyMatch, una piattaforma per creare incontri tra domanda e offerta, con tanto di stanze virtuali per gli incontri, esattamente come avviene in una fiera quando ci si siede ai tavolini di uno stand per trattare affari. Inoltre, per i partecipanti, è possibile chiedere ad una intelligenza artificiale di selezionare i candidati potenziali alla partnership attraverso il matching dei profili.
[bctt tweet=”La relazione umana che porta al business può avvenire attraverso piattaforme in grado di creare incontri tra domanda e offerta, con tanto di stanze virtuali per gli incontri” username=”MapsGroup”]
Insomma, tutta la relazione umana che porta al business è compresa può avvenire attraverso la piattaforma.
Questo strumento per favorire incontri non è nuovo, è infatti in realtà un adattamento di un sistema nato in origine sui siti di incontri on-line per favorire la selezione di potenziali partner. Durante il periodo di lockdown è aumentato ulteriormente l’uso di tali strumenti e le stime indicano che una notevole percentuale di relazioni sempre più inizierà attraverso la rete.
Per cui, accanto all’uso dello strumento per conoscere potenziali partner e incontrarsi virtualmente prima che fisicamente, in alcuni casi è possibile anche affidarsi alle intelligenze artificiali per una pre-selezione.

[sf_iconbox image=”ss-search” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il caso ispezione di sistemi di gestione[/sf_iconbox]

I sistemi di gestione di qualità (ISO9001) e sicurezza delle informazioni (ISO27001), certificati da enti terzi (ossia dalle società di certificazione) richiedono un audit annuale, ossia una verifica approfondita di documenti con procedure codificate.
In particolare, ogni tre anni avviene un audit di più approfondito con un nuovo auditor, che poi seguirà normalmente l’azienda anche negli audit di mantenimento dei successivi due anni.
Costrette dal lockdown, molte società di certificazione sono passate ad eseguire gli audit da remoto, almeno nel caso di quelli di mantenimento.
L’auditor o la squadra degli auditor accede per prima cosa ai documenti, ad esempio tramite un accesso sicuro all’archivio documentale dell’azienda da esaminare. Successivamente viene condotta l’ispezione sul campo, in cui la persona che funge da guida nel caso della ispezione fisica, conduce una telecamera (o anche solo un buon smarphone) nell’azienda, muovendosi su indicazione degli auditor che possono in tal modo vedere impianti e sistemi nei dettagli, interagire intervistando le persone presenti ecc…
Nel caso delle aziende di servizio in cui magari le persone stesse stanno lavorando da remoto le interviste possono essere condotte direttamente in colloquio con le persone dell’azienda.
Analogamente avviene per la consulenza da remoto. In questo periodo ho partecipato a numerose riunioni virtuali per consulenze organizzative che erano già in corso o sono iniziate addirittura in modo totalmente virtuale.

[sf_iconbox image=”ss-usergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il caso formazione online[/sf_iconbox]

Anche la formazione aziendale è stata trasposta online.
Qui sono presenti maggiori difficoltà rispetto all’aula, perché, specialmente se le classi sono numerose, non sempre è possibile vedere in viso gli allievi (principalmente per non sovraccaricare la rete) e quindi è indispensabile chiedere con maggiore frequenza rispetto ad un’aula se gli allievi stanno seguendo efficacemente.
E anche parlare più lentamente, scandendo bene i termini nuovi, considerando che spesso anche alcuni allievi non hanno collegamenti veloci e possono sentire un audio non perfetto.

[sf_iconbox image=”ss-laptop” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]La comunicazione fra persone attraverso strumenti digitali[/sf_iconbox]

Con un numero limitato di interlocutori, in particolare nel caso di due sole persone, la comunicazione è in tempo reale, in qualunque parte del mondo. Si vede l’interlocutore in faccia e, in parte, anche nel corpo e non si sente solo la voce come al telefono. Si possono condividere documenti, anzi, si può lavorare a più mani scrivendo insieme documenti, disegnando insieme, verificando calcoli ecc…
Quindi il passaggio dal dialogo “solo scritto” della email e delle chat alla moderna videoconferenza è stato epocale. Se prima era presente solo il linguaggio scritto verbale, sia pure parzialmente arricchito dagli emoticon, ora si vedono le persone in volto. Si può cogliere tutto il linguaggio verbale (ossia le parole pronunciate), il paraverbale (il modo di pronunciarle) e il non verbale (espressioni del viso e della parte del corpo visibile).
Rispetto ad un dialogo “fisico” nello stesso luogo ci sono alcune piccole differenze, come evidenziato anche da psicologi ed esperti di comunicazione come Giorgio Nardone.
[bctt tweet=”La Rete, oggi. Il passaggio dal dialogo “solo scritto” della email e delle chat alla moderna videoconferenza è stato epocale: la comunicazione è ora in tempo reale, in qualunque parte del mondo” username=”MapsGroup”]
Intanto occorre posizionare il dispositivo alla distanza giusta per essere inquadrati completamente ed evitare di mostrare solo parti del viso. Inoltre le persone tendono a non guardare la telecamera ma il volto dell’interlocutore che appare sullo schermo. Bisogna parlare più lentamente e valutare la reazione non verbale alle proprie parole da tutto il volto, mancando il contatto oculare diretto fra gli interlocutori.
A tal proposito i formatori di AIF raccomandano, di fronte ad un pubblico virtuale potenzialmente vasto, di guardare per la maggior parte del tempo proprio la telecamera, esattamente come fanno da decenni giornalisti e personaggi televisivi.

[sf_iconbox image=”fa-cogs” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il lavoro tramite la rete[/sf_iconbox]

Il lavoro tramite la rete, per essere efficiente, deve cambiare rispetto all’organizzazione nello spazio fisico.
Alle persone devono essere affidati compiti che possano essere portati avanti da soli per la maggior parte del tempo, limitando le interazioni con altri al giusto necessario. Soprattutto devono essere limitate e ben finalizzate le riunioni, l’interazione che trasposta online rischia di diventare molto inefficiente se non ben condotta.
Il lavoro online rende al meglio se l’organizzazione è “a centri di servizio”, come presentato in [2]. E vanno tenuti presente con ancora più attenzione gli aspetti emotivi della comunicazione, come presentato in [3], soprattutto per mantenere desta l’attenzione, che in una video chiamata tende a sfuggire maggiormente rispetto ad un colloquio di persona.
[bctt tweet=”Il lavoro online rende al meglio se l’organizzazione è “a centri di servizio”. E vanno tenuti presente con ancora più attenzione gli aspetti emotivi della comunicazione” username=”MapsGroup”]
Siamo quindi nel bel mezzo di una rivoluzione storica? Per alcuni tipi di lavoro si, principalmente per motivazioni economiche: una trasferta per partecipare ad un evento che costa decine di migliaia di euro e può essere sostituita da una videoconferenza, viene sostituita semplicemente. Per altri no, non in tempi brevi per lo meno.
Quindi la rete diventa anche il canale primario per la interoperabilità fra le persone, oltre che i dispositivi, consentendo alle aziende di essere resilienti rispetto ad eventi come quello che abbiamo vissuto.
[bctt tweet=”La rete diventa il canale primario per il lavoro e la interoperabilità fra le persone, oltre che i dispositivi, consentendo alle aziende di essere resilienti rispetto ad eventi di emergenza come quello vissuto” username=”MapsGroup”]
Proprio l’emergenza affrontata ci insegna però che:

  1. Il lavoro online deve essere ben progettato, con l’adattamento opportuno dei processi, per essere realmente efficiente;
  2. La rete, intesa come struttura di comunicazione e insieme di piattaforme con cui lavorare, deve essere progettata, gestita e configurata in modo diverso da adesso, pena grandissimi rischi di blocchi catastrofici.

E questo sarà il tema del prossimo articolo.

Giulio Destri


[sf_iconbox image=”ss-bookmark” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Bibliografia[/sf_iconbox]

[1] Giulio Destri – Servizi e IoT: la Salute secondo l’Internet of Thing… 
[2] Giulio Destri – Un modello per l’azienda-tipo italiana: l’Azienda come insieme di centri di servizio 
[3] Giulio Destri – Comunicazione interpersonale nei settori tecnici e specialistici. Di Giulio Destri.


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Interoperabilità Macchina-Macchina: dialogo fra sistemi digitali. Di Giulio Destri.

[dropcap3]N[/dropcap3]egli articoli precedenti sono stati trattati la comunicazione come base per la interoperabilità [1] e l’interazione tra umano e macchina attraverso l’interfaccia uomo-macchina [2]. Nel suo articolo Anna Pompilio ha introdotto magistralmente i concetti di interoperabilità fra sistemi informatici sanitari e nel contesto della PA [3].
In questo articolo analizzeremo i dettagli di cosa c’è “dietro” tutto questo: come, in pratica, sistemi digitali distinti comunicano fra loro, ovvero come sono fatte le interfacce macchina-macchina, e le problematiche legate ad una loro progettazione e gestione.

[sf_iconbox image=”ss-desktop” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Comunicazione digitale[/sf_iconbox] 

È (quasi) universalmente noto che computer, smartphone, TV digitali, dispositivi IoT ecc… rappresentano al loro interno le informazioni in forma di bit. Ma cosa significa questo, in pratica?
Il singolo numero binario o bit (contrazione da BInary digiT) è una cifra espressa in base due e quindi può assumere solo i valori 0 e 1. Quindi ad esso possono essere associati solo due elementi, ovvero una informazione (o meglio un dato) a due valori possibili. Per esempio, positivo/negativo, bianco/nero, rosso/verde, caldo/freddo ecc… Pertanto, da solo, un bit ha una utilità limitata.
Se mettiamo insieme due cifre binarie, ovvero componiamo un numero binario a due cifre, i valori possibili sono 4 (00, 01, 10, 11). Se componiamo un numero a tre cifre, i valori possibili sono 8. E così via, secondo la regola: Valori possibili date N cifre = 2 elevato a N-sima potenza.
In particolare se prendiamo numeri binari ad 8 cifre, i valori possibili diventano 256 (per la precisione, con valori da 0 a 255) e quindi, attraverso opportune tabelle di codifica che rappresentano la meta-informazione, ossia le regole che danno un significato ai byte [1], diventa possibile rappresentare:

  • testo (il più diffuso standard è il codice ASCII),
  • immagini a toni di grigio dove ogni byte rappresenta un pixel (ad esempio, 0 è il nero e 255 è il bianco con tutte le sfumature in mezzo),
  • suoni (con una qualità molto bassa in verità, infatti servono almeno 2 byte per rappresentare un singolo campione sonoro di qualità ed un flusso di 44.100 campioni al secondo per avere la qualità del CD),
  • temperature, e molto altro.

Un insieme di 8 bit si chiama byte ed è l’unità di misura della memoria RAM e della memoria di massa (hard disk, schede di memoria, chiavette usb…) in tutti i dispositivi digitali, eventualmente attraverso i suoi multipli come il kilobyte, il megabyte, il gigabyte ed il terabyte.
I dispositivi digitali moderni rappresentano quindi numeri, come i dati di un bilancio aziendale, le temperature di una città, ma anche immagini, suoni, filmati, testi, documenti ecc… come insiemi di byte. In questo modo, con opportuni formati digitali, queste informazioni sono memorizzate in forma di insiemi di file e di archivi strutturati come i database relazionali.
Il problema della codifica esiste anche nella comunicazione. I primi sistemi di comunicazione fra dispositivi digitali (computer, a partire dagli anni ’50 e ’60) erano completamente proprietari, ossia tutto quanto serviva alla comunicazione, dalla rappresentazione dei dati sotto forma di byte, alla loro traduzione in segnali fisici (ad esempio, impulsi elettrici), alla stessa struttura dei canali fisici (ad esempio, caratteristiche elettriche e materiali dei cavi, come impedenze, forma degli spinotti ecc…) era stabilito da regole tipiche di ogni costruttore, o di consorzi di ricerca. Non esisteva uno standard comune, che consentisse ad un sistema, per esempio, di IBM, di dialogare con un sistema di HP.
[bctt tweet=”Il problema della codifica esiste anche nella comunicazione. Per i primi sistemi di comunicazione fra dispositivi digitali non esisteva uno standard comune.” username=”MapsGroup”]
Solo nel tempo si arrivò a creare uno standard comune di comunicazione, chiamato TCP/IP, alla base di quella che oggi è Internet [4]. Questo insieme di protocolli di comunicazione, che consente a qualsiasi dispositivo digitale, collegato alla rete attraverso tantissimi tipi di canali fisici diversi (ad esempio, cavo ethernet, wifi, doppino telefonico, fibra ottica…), di scambiare flussi ordinati di byte (quindi file e simili) con qualsiasi altro, ha reso possibile la trasformazione digitale [5].

[sf_iconbox image=”fa-flag” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Le diverse lingue digitali e le conseguenti problematiche[/sf_iconbox]

Siamo quindi a posto? Basta Internet col TCP/IP per tutto? Purtroppo no, perché questo standard rende possibile, da solo, solamente lo scambio di file e flussi di byte. Quindi funziona come un efficacissimo sistema postale in grado di trasportare “buste digitali” praticamente in tempo reale in tutto il mondo. Il contenuto dei messaggi (file e altro) e quindi la conversazione digitale su di essi basata è da definire a parte, caso per caso.
Per esempio, dato che non tutti i computer usano lo standard ASCII per rappresentare il testo, se devo trasferire un file di testo (o anche solo dei comandi per il computer espressi come testo, quando si usa una interfaccia a riga comandi [2]) questo dovrà essere convertito dal formato del computer mittente a quello del computer destinatario, per dare un senso alla comunicazione.
Se passiamo a dati complessi, come, per esempio, una fattura, da trasmettere all’interno di un apposito processo di pagamento, basato su una successione di scambi di messaggi equivalente a quelle che era il processo “cartaceo”, occorre definire chiaramente cosa esprime la fattura. Per molti anni infatti il processo è stato solo dematerializzato, attraverso la spedizione della fattura in un formato visibile per gli esseri umani come il PDF.
Il processo “fatturazione” quindi si poteva tradurre in questa sequenza:

  1. Un operatore umano, interagendo con un programma di fatturazione, inserisce i dati e genera la fattura in formato PDF;
  2. L’operatore salva la fattura come file e lo spedisce via posta elettronica al destinatario;
  3. Un altro operatore umano riceve il messaggio di posta elettronica, ne estrae la fattura e:

se abituato a “fare tutto in elettronico” inserisce, magari con il copia-e-incolla, i dati della fattura nel programma di gestione contabile e, probabilmente, anche nel sistema di home banking per gestire il pagamento;

se non abituato, stampa la fattura (con conseguente spreco di tempo, carta, spazio di immagazzinamento ecc…) e fa le operazioni suddette, o magari passa la fattura cartacea ad un/una collega perché le svolga;

– se gli accordi lo prevedono manda una stampa elettronica (tipicamente in PDF) con gli estremi del pagamento al creditore.

Che valore aggiungono al processo questi interventi umani? Nessuno. Anzi, aggiungono invece dei rischi (ad esempio, errori di battitura durante l’inserimento manuale dei dati). Alcuni esperti di gestione aziendale addirittura li definiscono “attività parassitiche”.
Un processo completamente digitale prevede che il flusso avvenga direttamente fra i programmi di contabilità. E che, quindi, nei messaggi siano contenuti i dati della fattura espressi in un formato comprensibile a tutti gli attori coinvolti nella comunicazione. E che si possa, eventualmente, fare riferimento a documenti precedentemente scambiati come offerte, bolle ecc… per validare i dati della fattura stessa. Questo indipendentemente dai programmi utilizzati. Quanto la cosa sia stata “leggermente complicata” lo sanno bene tutti coloro che negli anni scorsi sono stati investiti dalla nuova legge sulla fatturazione elettronica.
Se, poi, consideriamo processi più complessi di una fatturazione ecco per esempio gli scenari presentati in [3].

[sf_iconbox image=”ss-contract” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Le regole per il dialogo[/sf_iconbox]

Quindi perché un processo possa essere completamente digitale è necessario che tutte le informazioni siano completamente comprensibili sia alla sorgente sia alla destinazione, sino al livello ultimo di significato dei byte e che quindi vi sia una completa condivisione dei formati di rappresentazione dei dati fra le parti.
[bctt tweet=”Perché un processo sia completamente digitale è necessario che tutte le informazioni siano  comprensibili sia alla sorgente sia alla destinazione” username=”MapsGroup”]
Oltre a questo, il processo di interscambio dei dati fra sistemi digitali deve seguire regole precise, deve essere quindi una successione ordinata di messaggi in un verso e nell’altro lungo il canale di comunicazione, come una conversazione (molto) formale tra esseri umani. È fondamentale ricordare che le macchine non hanno la flessibilità degli esseri umani. Se le regole di scambio messaggi non prevedono una determinata situazione, questa sarà segnalata come errore e, a meno che non sia stata prevista una adeguata procedura di gestione di tale errore, la comunicazione fallirà.
Vediamo un esempio specifico, supponendo di definire un dialogo per l’interoperabilità fra un dispositivo digitale che misura parametri ambientali (temperatura, umidità, pressione atmosferica…) e una centralina di raccolta che raccoglie i dati da tanti sensori.
 

 
Come rappresentato in modo molto semplificato nel dialogo, occorre una autenticazione per iniziare la comunicazione e stabilire chi sono le parti, una rappresentazione digitale di formato condiviso per i dati trasmessi, una eventuale verifica dei dati trasmessi e ricevuti (si ricordi, come spiegato in [1], che il canale non è ideale e può condurre ad errori) ed una regola per la chiusura della comunicazione.
Se il sensore e la centralina, che magari sono stati fabbricati da fornitori diversi, non seguono esattamente il protocollo di comunicazione, questa non potrà avere luogo e quindi i due sistemi non saranno interoperabili.
Poi è necessario che ci siano altre meta-informazioni e che, ad esempio, la centralina, che probabilmente è un computer in Cloud, magari anche collocato in un data center fuori dai confini dell’Italia, “sappia” che il sensore 101 si trova in Piazza Garibaldi a Parma e che, quindi, i parametri ambientali ricevuti si riferiscono a tale località.

[sf_iconbox image=”ss-signpost” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Tipologie di comunicazione macchina-macchina[/sf_iconbox]

Come avviene allora la comunicazione fra macchine in generale? Occorre fare una distinzione fra:

  1. Comunicazioni “in tempo reale”, come ad esempio quelle che avvengono fra una app in uno smartphone e i server di un sistema di car sharing; queste possono poi essere ulteriormente suddivise fra
        – o Sincrone: il mittente invia il messaggio e resta in attesa della risposta, non proseguendo in altre attività,
        – o Asincrone: il mittente invia il messaggio e poi prosegue con altre attività, la risposta del destinatario (se prevista) sarà inviata in un momento successivo;
  2. Comunicazioni “in differita”: non esiste un vincolo temporale stretto e i dati possono essere trasmessi tramite sistemi di code (come per esempio e-mail o messaggistica istantanea); in questo caso la comunicazione può essere monodirezionale oppure vi può essere una risposta, normalmente gestita in modo asincrono.

Le comunicazioni in tempo reale sono gestite con protocolli diretti di scambio messaggi fra le parti, come, ad esempio, http (usato originariamente solo per i siti web), mentre le altre si appoggiano normalmente su sistemi per l’interscambio di file e messaggi basati su code (il primo che arriva è il primo ad essere spedito).
Nel primo caso chi progetta il sistema dovrà definire la struttura del dialogo (come nell’esempio della figura) e la sintassi ed il contenuto di ogni singolo messaggio, o implementare standard che descrivano tutto, se esistono. Nel secondo invece la gestione flusso potrà essere assegnata a sistemi preesistenti di scambio file e sarà invece necessario definire il formato del contenuto di ogni file ed il suo significato entro il processo (come nel caso della fatturazione elettronica).

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il rischio spaghetti-integration e la necessità di regole[/sf_iconbox]

Oggi, con il moltiplicarsi del numero dei device e con la implementazione di passaggi complessi, che coinvolgono molteplici sistemi connessi fra loro con combinazioni di comunicazioni in tempo reale ed in differita, è diventato necessario imporre delle regole. Infatti, per molto tempo, l’approccio progettuale è stato quello di costruire una interfaccia di comunicazione digitale specifica fra due sistemi ogni volta che ne emergesse la necessità. E questo, se N sono i sistemi da collegare, ci può portare a avere N per N-1 / 2 interfacce di comunicazione, da realizzare e gestire!
Per fare un paragone con il mondo fisco, è come, dati tutti i comuni della provincia di Parma, noi volessimo realizzare una strada specifica che colleghi ogni comune con ogni altro comune della provincia.
Questo approccio, definito in [6] come architettura incidentale e, come ulteriore degenerazione, spaghetti-integration, ha condotto al caos di numerosi sistemi informatici, facendo crescere enormemente le spese di gestione e aumentando la fragilità dei sistemi stessi. Infatti, se un processo aziendale richiede una comunicazione che attraversa tante interfacce [7], basta che una sola di queste abbia un malfunzionamento per bloccare tutta la comunicazione.
E, se è vero in un sistema informatico interno ad un’azienda, a maggior ragione è vero quando si passa nel mondo odierno, dove i sistemi sono in parte interni ad un’azienda, in parte nel cloud e alcune operazioni obbligatorie per legge, come la fatturazione elettronica, passano per sistemi statali centralizzati.
[bctt tweet=”L’approccio progettuale è stato quello di costruire una interfaccia di comunicazione digitale specifica ogni volta che ne emergesse la necessità. Questo ha condotto al caos di numerosi sistemi informatici” username=”MapsGroup”]
E, quindi, un processo che per l’utente sembra apparentemente semplice, come per esempio prenotare un’auto in car sharing e aprirla mediante l’app, pagando poi alla riconsegna quanto dovuto, sempre tramite l’app, comprende invece una complessa interazione fra sistemi diversi, appartenenti ad aziende e pubbliche amministrazioni diverse, magari posti anche in nazioni o in continenti diversi.
E, soprattutto, man mano che prosegue la trasformazione digitale [4] queste complesse interazioni fra sistemi diventano sempre più indispensabili per il funzionamento della nostra società. E come hanno dimostrato i casi degli ultimi mesi, fattori ambientali come le epidemie e attacchi informatici li rendono estremamente vulnerabili.
È necessario quindi un insieme di regole da seguire per ridurre rischi legati a loro malfunzionamenti sin dalla progettazione, come del resto richiesto da leggi come il GDPR [8] e la direttiva NIS [9].


[sf_iconbox image=”ss-bookmark” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Bibliografia[/sf_iconbox]

[1] Giulio Destri – Interoperabilità: lo scambio di informazioni come luogo di inter-mediazione e comunanza 
[2] Giulio Destri – L’interfaccia utente: il luogo visibile delle relazioni – spesso invisibili – tra l’Uomo e la macchina 
[3] Anna Pompilio – L’insostenibile leggerezza dell’Essere Interoperabile 
[4] Giulio Destri – Introduzione alle Comunicazioni in Rete
[5] Giulio Destri – La Digital Transformation: luci ed ombre del cambiament
[6] David Chappell – Enterprise Service Bus: Theory in Practice
[7] Giulio Destri – Sistemi Informativi il pilastro digitale di servizi ed organizzazioni – Ed. Franco Angeli 2013
[8] Giulio Destri – GDPR e IT Service Management: la progettazione dei nuovi servizi IT nel rispetto della normativa 
[9] Agendadigitale – Direttiva NIS, così è l’attuazione italiana (dopo il recepimento): i punti principali del decreto


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Interoperabilità Uomo-Macchina: ovvero metterci la (inter)faccia utente… A cura di Giulio Destri.

[sf_iconbox image=”ss-user” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il concetto di interfaccia utente[/sf_iconbox]

[dropcap3]N[/dropcap3]ell’articolo precedente è stata definita la comunicazione come base per l’Interoperabilità. In questo articolo verrà trattato il tema dell’Interfaccia Uomo-Macchina, attraverso cui interagiamo ogni giorno (e sempre di più) con i molteplici dispositivi che ci circondano e che in queste ultime settimane sono i nostri più frequenti interlocutori nonché aiutanti.

Tornando a noi da un punto di vista squisitamente tecnico, possiamo definire l’interfaccia utente come lo strumento (o l’insieme di strumenti) con cui gli esseri umani interagiscono con le macchine.
Un altro nome con cui viene chiamata di frequente è anche interfaccia uomo-macchina o HMI, dalle iniziali della definizione inglese Human-Machine Interface. Deve rendere possibile una comunicazione bidirezionale fra uomo e macchina.

  1. Il primo scopo della HMI è “tradurre” le intenzioni dell’operatore umano, espresse attraverso gesti (di dita, mani, piedi o altre parti del corpo), espressioni del viso o, più di recente, voce e parole, in comandi, istruzioni e dati da immettere nella macchina cui è connessa. E questa è la funzionalità di ingresso alla macchina o input utente.
  2. Il secondo scopo della HMI è “tradurre” informazioni interne alla macchina e relative a stati fisici (ad esempio, la temperatura della CPU in un PC) oppure a stati logici (ad esempio, il calcolo dell’I.V.A. di un prezzo) in rappresentazioni leggibili dall’apparato sensorio dell’operatore umano (ad esempio, quadranti che indicano temperature, immagini sullo schermo di un PC, voce sintetizzata di un assistente digitale, feedback tattile in un dispositivo per videogame ecc…). E questa è la funzionalità di uscita della macchina o output, che rappresenta anche l’input inviato dalla macchina all’utente.

[bctt tweet=”Scopo primario dell’Interfaccia è quello di tradurre le intenzioni dell’operatore umano – espresse attraverso gesti, espressioni e parole – in istruzioni e dati da immettere nella macchina cui è connessa.” username=”MapsGroup”]
Da un punto di vista funzionale possiamo definire tre tipologie di interfacce utente:

  • interfacce utente di amministrazione e configurazione, non necessariamente semplici, destinate a amministratori di sistema, configuratori, manutentori, ecc… che rendono possibili configurazioni, manutenzioni, ed operazioni di gestione tecnico-amministrativa delle macchine;
  • interfacce utente di sviluppo, attraverso cui vengono modificate (ad esempio, arricchite, ampliate o ridotte) le funzionalità che un sistema (macchina) programmabile, come, per esempio, un PC o un dispositivo mobile, offrono all’utente finale;
  • interfacce utente di uso, attraverso cui gli utenti finali usano la macchina o il sistema digitale per lo scopo per cui esso è stato creato (ad esempio, videoscrittura, calcoli, gestione fatture, fotoritocco, chat ecc…); in un contesto di PC o dispositivo mobile, nello stesso dispositivo hardware coesistono molti diversi programmi software, ognuno dei quali ha una propria interfaccia utente specifica, legata alla sua funzione; tali interfacce hanno elementi in comune e sono gestite dal sistema operativo (ad esempio, windows, android, ecc…), che ne definisce le caratteristiche comuni (ad esempio, le cornici con i pulsanti “riduci a icona”, “ingrandisci a tutto schermo” e “chiudi” intorno alle finestre con l’interfaccia utente delle applicazioni) e stabilisce se le operazioni delle varie applicazioni possono essere compiute simultaneamente o no (multitasking reale o virtuale).

 

[sf_iconbox image=”ss-bookmark” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Storia ed evoluzione delle interfacce utente[/sf_iconbox]

Le interfacce utente sono presenti da molto tempo nella nostra vita. Prima ancora dell’invenzione del computer, strumenti quali radio, grammofoni, automobili, macchine da scrivere ecc…. avevano già una apposita interfaccia utente, più o meno semplice, che consentiva agli utilizzatori di interagire con esse.
Anche nel comparto industriale, i quadri comando di apparati con quadranti, spie luminose, leve, bottoni e manovelle (input e output…) sono nati molto prima dell’avvento della elettronica.
È però con la nascita e la successiva rapida evoluzione dei primi calcolatori digitali programmabili che il concetto di interfaccia utente diventa qualcosa di distinto dalla macchina di cui fa parte e destinato ad evolversi nella attuale esperienza utente (User eXperience o UX).
Le primissime macchine calcolatici erano strumenti meccanici, come la Pascalina (1642) e la macchina di Babbage (progettata nel 1834 ma realizzata solo in parte), seguite nei primi decenni del XX secolo dai calcolatori elettromeccanici come lo Z3.
I primi calcolatori elettronici furono realizzati con la tecnologia disponibile negli anni ’30 e ’40: circuiti elettrici a relè, valvole, interruttori. L’insieme dei bit al loro interno doveva essere impostato “fisicamente” attraverso interruttori; l’input e l’output avveniva attraverso schede perforate o altri strumenti simili.
È interessante notare che, mentre il lavoro di progettazione di ENIAC (uno dei primi calcolatori programmabili completamente elettronico) era stato fatto da ingegneri maschi, il lavoro di programmazione (quindi, fra l’altro, di azione sugli interruttori) veniva svolto da donne, laureate in matematica o materie simili e reclutate fra il gruppo di “calcolatrici umane” che svolgevano calcoli matematici per conto della Marina degli USA.
Quel gruppo di donne, oggi note come ENIAC Girls, contribuì validamente al perfezionamento ed alla successiva evoluzione della macchina e, soprattutto, all’avvento di caratteristiche oggi basilari nella programmazione e nella correzione dei difetti del software. La tradizione delle “calcolatrici umane” continuò anche durante gli anni delle prime missioni spaziali, come nel caso della matematica Katherine Johnson, poi promossa al rango di ingegnere aerospaziale.
[bctt tweet=”È con la nascita e rapida evoluzione dei primi calcolatori digitali che il concetto di interfaccia utente diventa qualcosa di distinto dalla macchina di cui fa parte.” username=”MapsGroup”]
Poi negli anni successivi le schede perforate si confermarono come il mezzo standard per interagire con i computer. Schede per immettere programmi, schede per immettere dati e schede per l’output. Con i computer che eseguivano le elaborazioni sull’input nel suo insieme: di solito, fino all’uscita e alla decodifica dell’output, non era possibile verificare la eventuale presenza di errori.
L’interfaccia utente era quindi formata da macchina perforatrice di schede e interprete delle schede. Anche in questo caso molti degli operatori addetti al trattamento delle schede erano donne.
Nel corso degli anni ’60 la situazione cambiò radicalmente. La nascita dei terminali video, dei minicomputer e dei micro e personal computer (tipologia di dispositivi inaugurata dal modello Programma 101 di Olivetti nel 1962) contribuì alla progressiva diffusione dei computer nel mondo del lavoro. E la nascita, a partire dalla fine degli anni ’50, dei linguaggi di programmazione di alto livello, che separano la rappresentazione linguistico-simbolica delle istruzioni da quella interna al computer, rese possibile una sempre migliore espressione delle istruzioni stesse da parte dei programmatori umani.
Al termine del decennio nacque UNIX, il sistema operativo da cui sono derivati direttamente Linux e MacOS X, nonché Android, Apple iOS e con cui anche Windows ha molte caratteristiche in comune. Ad esempio, multitasking (tanti programmi che agiscono simultaneamente) e multiutenza (vari utenti che possono accedere al computer), caratteristiche che oggi consideriamo naturali per i PC e altri dispositivi.
Mancava solo l’interfaccia grafica.
Per molti anni dopo l’avvento dei sistemi interattivi, l’interfaccia utente dei computer fu la riga comandi (in inglese CLI da Command-Line Interface), ossia uno schermo (di solito) nero, di solo testo, con un cursore lampeggiante che indicava attesa di comandi, espressi come parole o insiemi di parole battute sulla tastiera, da parte dell’utente. Ancor oggi questa interfaccia esiste (e funziona bene) dentro i nostri sistemi operativi (CMD o prompt dei comandi in Windows, shell in Linux e MacOS…). Questa interfaccia è anche, a mio parere, fondamentale, da un punto di vista didattico, per l’addestramento di tutti coloro che devono amministrare sistemi informatici.
L’avvento delle interfacce grafiche (in inglese GUI, da Graphical User Interface) nel corso degli anni’80 contribuì a cambiare per sempre l’esperienza dell’utente con i computer. Anche per persone con poca cultura informatica diventava possibile una interazione facile ed intuitiva. L’informatizzazione di massa anche fuori dal mondo del lavoro era iniziata.

[sf_iconbox image=”” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Le interfacce utente oggi[/sf_iconbox]

Oggi ci appare naturale interagire con un PC, uno smartphone o un tablet (che, ricordiamolo sempre, sono PC semplificati e non sono elettrodomestici) attraverso una interfaccia touch screen, in cui non dobbiamo preoccuparci di spostare un mouse, ma tocchiamo direttamente lo schermo. I gesti, trasposti dal mondo reale, hanno un significato intuitivo, che consente anche a bambini al di sotto dei due anni di interagire con questi dispositivi.
Quadri sinottici e pannelli operatore rendono possibile un approccio simile nel mondo industriale (HMI per l’automazione). Gli schermi tattili riducono i costi, rispetto ad interfacce “fisiche”, e per questo la loro diffusione continua a crescere, anche in un contesto domestico (per esempio, pensiamo ai mini-pannelli tattili per l’impostazione della temperatura nella casa).
Inoltre l’avvento di sistemi a riconoscimento vocale consente di attivare funzioni semplicemente chiamandole con la voce, ovvero di richiedere compiti ad un dispositivo, come, ad esempio, cercare un luogo o un numero di telefono.
In altri casi l’interfaccia non richiede nemmeno un contatto diretto: strumenti dell’ultimo decennio, come il Kinect, il Wiimote, lo smartphone usato come controller, hanno reso possibile interagire attraverso il corpo ed i suoi movimenti con la macchina. 
[bctt tweet=”L’avvento di sistemi a riconoscimento vocale consente di attivare le varie funzioni tramite l’interfaccia semplicemente chiamandole con la voce.” username=”MapsGroup”]
Nata principalmente per l’uso nei giochi, questo tipo di interazione ha reso possibili anche nuove modalità espressive artistiche, come, ad esempio, la generazione di suoni con i movimenti del corpo, invertendo quindi il legame fra musica e danza, in evoluzione di quanto si faceva già con strumenti musicali senza contatto come il Theremin. Oppure di muovere un cursore con gli occhi, permettendo anche a persone con gravi disabilità di interagire con la macchina e quindi, ad esempio, di scrivere testi e parlare con la voce sintetizzata.
Al CES 2020 sono state presentate le nuove interfacce basate sulla registrazione delle onde cerebrali da parte di sensori: a prezzi accessibili diventa possibile comunicare con dispositivi elettronici semplicemente usando il pensiero, situazione in precedenza presente solo in pochi laboratori sperimentali.
E robot sempre più antropomorfi, oppure in forma di cuccioli, leggono la nostra mimica facciale e rispondono, sempre tramite una mimica facciale, imitando comunicazioni emotive.
In sostanza le interfacce diventano sempre più “naturali” e sempre più “profonde” nella loro azione. È possibile che in futuro si realizzi la lettura del pensiero e la sua rappresentazione in immagini oppure la trasmissione di sogni o sensazioni tra uomo e macchina e a distanza fra persone, situazioni fino ad oggi solo immaginate in romanzi e film di fantascienza.
 

[sf_iconbox image=”fa-bar-chart” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]La produttività delle interfacce utente[/sf_iconbox]

Dopo questo excursus sulla storia ed evoluzione delle interfacce uomo-macchina, poniamo l’attenzione al loro uso entro i processi dei luoghi di lavoro.
Come analizzato in questo articolo, i processi sono successioni logiche e temporali di attività orientate ad uno scopo. Ad esempio, elaborazione di dati di vendita per stabilire quale è il prodotto che garantisce migliori guadagni, gestione di una richiesta di acquisto, registrazione contabile di una fattura ricevuta, fabbricazione di un componente meccanico, ecc… Le attività che compongono i processi richiedono tempo per la loro esecuzione. L’adozione degli strumenti informatici viene fatta principalmente per questi motivi:

  • riduzione dei tempi necessari per svolgere le attività (tempi di elaborazione, tempi di recupero di informazioni memorizzate, ecc…);
  • riduzione del tasso di errori legato alle singole operazioni;
  • svolgimento di attività con prestazioni non ottenibili solo con le azioni umane (ad esempio, fabbricazione di prodotti a ciclo continuo sulle 24 ore grazie a robot, scansione di migliaia di pagine al minuto grazie a scanner di nuova generazione, calcoli per simulazioni meteorologiche, ecc…).

E non dobbiamo mai dimenticare che, nella maggior parte dei casi (soprattutto in un contesto amministrativo-gestionale), la macchina offre un supporto ad un lavoro svolto da persone. 
[bctt tweet=”Ancora oggi, fra programmi che svolgono compiti simili, possono esistere molte differenze nelle rispettive interfacce.” username=”MapsGroup”]
Quindi, dal punto di vista della interazione uomo-macchina che avviene attraverso l’interfaccia utente, le performance di quest’ultima sono legate alla velocità con cui le persone riescono a svolgere, usando lo strumento informatico, le azioni elementari che formano le attività del proprio lavoro. Ad esempio, per un addetto alla contabilità il parametro chiave può essere il numero dei documenti contabili che riesce ad inserire in un sistema informatico nella unità di tempo, tipicamente un’ora.
E questo è un parametro fondamentale da tenere presente durante le trasformazioni digitali con il cambio di strumenti informatici: quando si cambia una interfaccia utente, la velocità di lavoro cala, almeno durante i primi tempi di uso del nuovo strumento. Ad esempio, pensiamo ai sistemi di videoscrittura (cambio di versione di Word o passaggio da Word a Writer…).
Accanto alla funzione primaria di usare la tastiera per scrivere un testo, come si faceva con le antiche macchine da scrivere meccaniche, sono presenti molte combinazioni di tasti (spesso chiamate sequenze di escape) che consentono di svolgere funzioni ausiliarie utili (ad esempio, F1 per l’help in linea, CTRL-C CTRL-V per il copia e incolla ecc…). In molti casi queste sequenze sono tipiche di un programma, così come la posizione del menu con cui ottenere la stessa funzione. Anche se nel tempo c’è stato un processo di standardizzazione, ancora oggi fra programmi che svolgono compiti simili possono esistere molte differenze nella interfaccia.
Pertanto, quando l’interfaccia cambia, il tempo che impieghiamo a fare le operazioni cresce, dobbiamo pensare ad azioni che svolgevamo in modo automatico con il vecchio programma, questo non ci consente di stare al passo con i ritmi spesso frenetici richiesti dal lavoro quotidiano… e sappiamo bene quali sono gli effetti.

[sf_iconbox image=”ss-downloadcloud” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Dal Desktop al Cloud: come (probabilmente) lavoreremo nei prossimi anni[/sf_iconbox]

Dagli anni ’90 in poi, l’avvento di sistemi con l’interfaccia grafica ha portato ad una standardizzazione della interfaccia del PC: il Desktop, comune a Windows, a MacOS X e a Linux. Oggi, come proposto da Microsoft ed altri fornitori di servizi cloud, assistiamo al trasporto in cloud di tante funzioni. Anche di quella del PC, visto come una piattaforma per scrivere testi (Word, Writer…), usare il foglio elettronico (Excel, Calc…), preparare presentazioni (PowerPoint, Impress…), comunicare con altri (Email, chat, Calendar…), archiviare e condividere file (cartelle personali e condivise…), oltre che per fungere da client di altre applicazioni.
La convergenza verso il browser, che passa da semplice strumento di navigazione a contenitore di interfacce web di programmi e, contemporaneamente, la capacità di realizzare applicazioni che possono operare entro un browser o, con pochissime modifiche, come applicazioni native sul Desktop di un PC o di un tablet, sta creando un nuovo modo di operare.
Il Desktop punta sul Cloud: posso vedere tutto dentro il mio browser con servizi come Office/Microsoft365, Google Docs ecc… ed accedervi non solo dal mio PC, ma anche dal mio tablet mentre viaggio, comunicando in modo rapido grazie alle reti 4G e 5G. Oppure posso usare ancora programmi nativi, ma salvando i miei file in rete ed accedendovi da molti dispositivi (ogni licenza di Office365, ad esempio, consente di usare office da 5 dispositivi diversi). I produttori credono molto a questa trasformazione (da prodotto a servizio software) e stanno tutti spingendo in questa direzione. Lo scenario che si apre è molto ampio, comporta nuove opportunità e nuovi rischi, va affrontato secondo quello che è: una grande trasformazione digitale.
Nel prossimo articolo analizzeremo cosa c’è “dietro” il cloud e tanti altri sistemi: come sistemi digitali distinti comunicano fra loro, ovvero le interfacce macchina-macchina.

 


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6MEMES TRENDS Information and communications technology White Paper

Digital Transformation: luci ed ombre del cambiamento. White Paper di Giulio Destri.

[dropcap3]L[/dropcap3]’avvento del digitale sta trasformando la società nel suo insieme e le singole unità che la compongono, aziende comprese, che altro non sono che unità organizzativo-economiche umane fondamentali per la nostra società.
Ogni azienda, infatti, produce beni e servizi per i propri clienti e mercato per i propri fornitori, generando così ricchezza (monetaria e non), sia per i suoi proprietari sia per il territorio in cui si colloca e opera, in relazione con altre altre unità organizzative quali enti pubblici, associazioni etc. che forniscono a loro volta servizi direttamente ai cittadini e/o alle aziende stesse.
In questo white Paper Giulio Destri parte da ciò che sta producendo la trasformazione digitale e ne esamina alcuni effetti. Infine, concentrandosi sull’interno delle organizzazioni, esamina come si dovrebbe procedere per coglierne i vantaggi e limitare gli effetti negativi – confrontandosi anche con errori compiuti nel passato – e parla di metodi per cogliere al meglio le sue potenzialità.
PS: in calce all’articolo, troverete anche un vero e proprio “cammeo” di 6MEMES: dall’articolo di Giulio sulla Storia vista come vero e propio “modello” per comprendere e (forse) predire i comportamenti della nostra società,  abbiamo infatti ricavato un secondo White Paper, anche questo free e scaricabile da questa pagina.
Alla prossima!

[highlight]Contenuti del White Paper su la DIGITAL TRANSFORMATION[/highlight]


Indice

Introduzione

Indice

01 Gli effetti della Digital Transformation sul mercato e nelle aziende.

02 Un modello di insieme per il “sistema azienda”: l’approccio con l’Architettura Enterprise.

03 Un modello per l’azienda-tipo italiana: l’Azienda come insieme di centri di servizio.

04 L’obiettivo del cambiamento e il cosiddetto TO-BE.

Approfondimenti

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White Paper “Modelli del passato per capire (e predire)
il futuro? La lezione della Storia”


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6MEMES TRENDS Information and communications technology

Il Processo aziendale e l’Azienda come insieme di processi. Di Giulio Destri.

[sf_iconbox image=”ss-barchart” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Il processo di business

[dropcap3]N[/dropcap3]ei due articoli precedenti abbiamo visto insieme il modello della Architettura Enterprise (adatto soprattutto a grandi organizzazioni, come ad esempio le multinazionali) e il modello dell’azienda visto come insieme di centri di servizio, più adatto all’analisi della PMI italiana. Per comprendere ora come applicare la digital transformation occorre completare l’analisi dei processi, che è – di conseguenza – il tema di questo nostro articolo.
Ricordiamo innanzututto che un processo di business (o processo aziendale) altro non è che il modello formalizzato di un insieme (organizzato e coordinato) di attività decisionali e/od operative, che agisce secondo input precisi e crea al termine del processo un output che ha un valore per il cliente.
Il cliente può essere:

  • esterno all’azienda (processi sell-side), e in questo caso il processo procura direttamente ricavo all’azienda stessa
  • interno all’azienda (processi in-side), e dunqueil processo garantisce funzionamenti interni.

Naturalmente esistono anche processi di ingresso (processi buy-side), in cui l’input proviene dall’esterno dell’azienda, come, per esempio, l’approvvigionamento delle materie prime. I processi, inoltre, se sono grandi e/o complessi, si suddividono in fasi, composte a loro volta da varie attività.
Se ne deduce che una fase è, in sostanza (come abbiamo in parte anticipato nell’articolo precedente) un raggruppamento di attività.
Le attività, a loro volta, si possono suddividere sia in azioni (elementari) che in operazioni, ossia micro-attività che sono considerate come un unico blocco non ulteriormente scomponibile.
[bctt tweet=”Un processo di business (o processo aziendale) altro non è che il modello formalizzato di un insieme (organizzato e coordinato) di attività  che agisce secondo input precisi e crea un output che ha un valore per il cliente.” username=”MapsGroup”]
Esempi di azioni possono essere l’immissione di una data in una maschera di immissione dati di un programma su PC, l’invio di una mail, lo spostamento di un utensile etc. In funzione del tipo di analisi che si sta facendo, la dimensione di un’azione può variare: in taluni contesti si può considerare come azione ciò che in altri è un’attività.
Le attività sono collegate nel tempo (in sequenza, o in parallelo e così via) e nello spazio. Un’attività di fabbricazione, ad esempio, si può svolgere in un capannone, mentre la successiva in sequenza si può realizzare in un’altra sede, rendendo necessario il trasporto dell’output risultato della prima verso la locazione della seconda richiedendo di conseguenza una necessaria attività di collegamento (e trasporto) tra le due.
Ogni processo deve avere parametri (indicatori) che consentano la misurazione delle sue attività, soprattutto in termini di performance. Esempi di indicatori sono:

  • il tempo necessario per l’esecuzione dell’intero processo;
  • il tempo necessario per l’esecuzione di ciascuna delle attività;
  • il rapporto fra output e input (indice di efficienza);
  • il rapporto fra output effettivo ed output atteso (indice di efficacia).

Se ne deduce che all’interno del processo devono esistere punti di misurazione (ad esempio il punto di inizio e quello di fine di ogni attività) che consentano di ottenere le varie e indispensabili misurazioni.
Un processo di cui non si conoscono misure non può infatti dirsi noto e tantomeno può essere governato o ottimizzato. Come visto nell’articolo precedente, inoltre, i processi possono essere espliciti e formalizzati oppure impliciti. Immaginiamo ora, nel proseguire il nostro discorso, che i processi oggetto di osservazione siano espliciti.
 

[sf_iconbox image=”ss-repeat” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]L’Azienda come insieme di processi

La visione dell’impresa come un insieme di processi, diffusa nelle aziende molto grandi, rappresenta la stessa come una successione di processi operativi (controllati a loro volta da processi decisionali) che vengono suddivisi fra le risorse organizzative ed umane dell’azienda stessa assegnandoli come ruoli ed incarichi.
Quest’attività richiede più strutture di controllo oltre alla la presenza di responsabili di processo (process owner) deputati al governo degli stessi.
Uno dei modelli “storici” per rappresentare tale visione è la Piramide di Anthony, la cui prima versione risale addirittura al 1965, che rappresenta i processi in modo gerarchico, suddividendoli fra strategici (destinati al governo generale dell’azienda) e tattici (atti a tradurre la strategia in attività per la sua realizzazione, come rappresentato in figura.
azienda
 
Ad esso si è affiancato negli anni ’90 il modello della Catena del Valore di Porter, che rappresenta l’intera azienda come una successione di processi. Una versione semplificata di tale modello è nella figura seguente:

I due modelli non sono in contraddizione tra loro, ma anzi possono essere integrati usando il modello di Porter per le attività operative (operations) del primo livello della Piramide di Anthony. Lo si vede nella figura seguente, dove a piramide sono rappresentati i processi decisionali sia tattici che strategici.

La gestione per processi ha dimostrato, nelle grandi aziende, di portare diversi vantaggi: visione d’insieme, migliore coordinamento tra le parti e, soprattutto, la capacità di individuare più facilmente inefficienze e sprechi, aumentando l’efficacia ed il valore prodotto. Metodologie oggi in ampia diffusione, come la Lean Production,  sono basate sui processi.

[sf_iconbox image=”ss-link” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Mappare i processi sui centri di servizio

Ora, per proseguire il nostro discorso, mettiamo insieme la visione per processi e quella per centri di servizio attraverso un esempio, rappresentando il tutto con il linguaggio grafico BPMN.

PMI
NB: per vedere in maniera efficace l’immagine, è consigliabile cliccare sulla stessa e ingrandirla.

In questo esempio i centri di servizio coinvolti sono 3: Vendite, Produzione e Magazzino e sono rappresentati con rettangoli, chiamati anche corsie o swimlane. All’interno di ciascuno di essi hanno luogo le attività svolte da quel Centro di servizio, qui rappresentate con i rettangoli con gli spigoli arrotondati.
Il tutto inizia (si veda il pallino azzurro) con la richiesta di un cliente (non rappresentato in figura) di 1000 pezzi del suo prodotto. L’ufficio Vendite decide dunque di verificare se l’azienda è in grado di soddisfare la richiesta e chiede informazioni al Magazzino, il quale inizia una verifica partendo da quanto deve essere prodotto nei successivi 10 giorni (code di produzione) e da quanto si è in grado di produrre al giorno.
Se comunque la capacità produttiva non è sufficiente il processo si interrompe (si veda il pallino azzurro circondato di nero) con l’invio al cliente della risposta negativa. In caso contrario viene chiesto al Magazzino di verificare se ci sono sufficienti componenti per produrre 1000 pezzi; anche in questo caso, se la risposta è negativa, il processo si interrompe. In caso affermativo, invece, la produzione calcola i tempi necessari e li comunica all’ufficio Vendite, che a sua volta prepara la risposta affermativa per il cliente.
Dall’osservazione dell’esempio citato sono immediatamente evidenti alcuni dei vantaggi che la digital transformation può apportare:

  1. il magazzino deve avere l’archivio di giacenza elettronico (vale già oggi per la stragrande maggioranza delle aziende);
  2. la pianificazione della produzione dovrebbe essere in elettronico, con la visione delle code di produzione tramite appositi strumenti informatici;
  3. se sono vere entrambe le condizioni precedenti, integrando i sistemi informatici, si crea la possibilità per l’ufficio Vendite di procedere direttamente alla verifica della fattibilità dell’ordine. In questo modo la risposta al cliente può avvenire in tempo reale.

Questo esempio è volutamente semplificato proprio per poter fare comprendere facilmente il concetto. Se ne deduce che l’analisi dei vari processi deve evidenziare non solo fonti di possibile ritardo, potenziali errori etc, ma, più in generale, deve riscontrare i punti di debolezza dei processi dovuti sia a problematiche di comunicazione fra i centri di servizio che a fattori di debolezza interni ai centri di servizio (come spiegato nell’articolo precedente).
A questo punto, integrando il tutto con:

  1. una valutazione delle soluzioni digitali presenti sul mercato,
  2. un’analisi costi-benefici,
  3. un’adeguata analisi dei rischi legati alla trasformazione,

Si può decidere di applicare la trasformazione digitale.
La trasformazione digitale è dunque un cambiamento che deve essere gestito attraverso una serie di opportuni progetti. Tenendo presente che – come dimostrato credo attraverso le analisi presentate in questi ultimi articoli – una volta sia noto il punto di partenza (AS-IS), il primo passo per un progetto di innovazione che abbia buone possibilità di successo è stabilire con chiarezza il punto di arrivo (TO-BE), ossia l’obiettivo del progetto.
Questo sarà dunque il tema del prossimo articolo. Stay tuned!


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6MEMES TRENDS Information and communications technology

Un modello di insieme per il “sistema azienda”: l’approccio con l’Architettura Enterprise. Di Giulio Destri.

Nell’articolo precedente abbiamo esaminato gli effetti della Digital Transformation sul mercato, e quindi sull’ambiente esterno dell’azienda. In questo articolo e nel successivo verrà invece presentata la costruzione di modelli dell’azienda, con il fine di analizzarne punti di forza e punti di debolezza per capire come e dove occorre intervenire attraverso la trasformazione digitale.

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]La struttura dell’azienda

[dropcap3]U[/dropcap3]n’azienda o un’organizzazione statale – così come  una città o altri tipi di organizzazione umana –  sono a loro modo un sistema, ossia “un insieme di elementi, in relazione fra di loro secondo leggi ben precise, che concorrono al raggiungimento di un obiettivo comune”.
Seguendo lo standard ISO 42010  si definisce Architettura “l’insieme dei concetti fondamentali e delle proprietà del sistema nel suo ambiente, contenuti nei suoi elementi costitutivi, nelle relazioni che tra essi intercorrono, e (per i sistemi artificiali) nei principi del design e nell’evoluzione di essi”. Pertanto, la descrizione dell’architettura di un sistema esprime la descrizione formalizzata e completa di un sistema.
Conoscere la cosiddetta Architettura Enterprise di un’azienda significa conoscere la sua struttura interna, i suoi componenti e le relazioni che fra essi intercorrono (da un punto di vista sia statico che dinamico), permettendo l’analisi delle dinamiche interne e della sua evoluzione nel tempo a partire dallo stato presente.
[bctt tweet=”La descrizione dell’architettura di un sistema esprime in sé la descrizione formalizzata e completa del sistema stesso.” username=”MapsGroup”]
Occorre fare attenzione al fatto che con questa definizione si può indicare sia il prodotto architettura, ovvero la descrizione formalizzata e completa del sistema azienda (che in termini più precisi si dovrebbe definire descrizione dell’architettura), sia la disciplina architettura, ossia l’insieme di metodologie e processi con cui si giunge al prodotto architettura, partendo dal sistema azienda reale.
La disciplina dell’Architettura Enterprise (ossia della creazione di questo tipo di modello) trae le sue origini dal contesto ICT, ma poi negli anni si è estesa ad abbracciare tutto il “sistema-azienda”. Molti framework e standard internazionali trattano questo concetto: storicamente il primo a definire l’architettura enterprise è stato lo Zachman Framework, mentre TOGAF ha definito i passaggi necessari per costruire un modello architetturale e il già citato ISO 42010 definisce le proprietà di che un sistema di Architettura deve avere. Anche altri framework di IT Governance e Management, come ITIL, COBIT, CMMI etc fanno riferimento all’architettura, che usano come uno strumento al loro interno.
 

[sf_iconbox image=”ss-view” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]I componenti dell’azienda e i punti di vista

Nella pratica delle cose – dunque – come può tutto questo tornare utile?
Occorre in primo luogo ricordare che l’azienda opera entro un ambiente esterno comprendente il territorio e la sua popolazione, i clienti, i fornitori, le strutture della pubblica amministrazione. Al suo interno, invece, l’azienda è formata da tante parti, ognuna delle quali ha, a sua volta, la propria struttura ed è composta di parti più piccole.
Raggruppando ad esempio i componenti dell’azienda in macro-categorie, possiamo suddividere l’azienda in:

  • persone, ognuna con la propria individualità, i propri skill, cultura, motivazione etc… che interagiscono fra loro secondo dinamiche solo in parte organizzate dall’alto
  • regole organizzative, come regolamenti interni, organigrammi, leggi, standard, procedure operative etc… che intervengono anche sulle interazioni delle persone
  • risorse tecniche, come macchinari, impianti fissi, sistemi hardware ICT, applicazioni software etc… che interagiscono tra loro e con cui interagiscono le persone seguendo regolamenti e procedure operative che dovrebbero rendere tale interazione il più efficace ed efficiente possibile (almeno in teoria)
  • risorse informative, come documenti cartacei, files, dati strutturati e non etc… che fluiscono tra risorse tecniche e persone seguendo i processi stabiliti dalle regole organizzative (almeno in teoria)
  • materie prime, semilavorati e prodotti finiti, che entrano nell’azienda, vengono lavorati in stadi successivi e infine vengono venduti sul mercato; questa suddivisione vale anche per beni “immateriali” come filmati o musica; una suddivisione analoga vale anche per le aziende e le organizzazioni che realizzano i servizi.

Ogni parte interessata all’azienda (stakeholder) ha il suo punto di vista (o punto di percezione) diverso, in base al proprio ruolo ed alla propria posizione entro l’azienda (o fuori dall’azienda, considerando anche stakeholder esterni come clienti, fornitori, pubblica amministrazione etc…). Come conseguenza, la sua percezione della realtà dell’azienda è diversa. E, di conseguenza, diverse saranno le sue decisioni e le sue azioni.
[bctt tweet=”Ogni stakeholder ha un suo punto di vista diverso, rispetto all’azienda di riferimento, che varia in base al  ruolo e alla posizione. Di conseguenza, la sua percezione dell’azienda è diversa.” username=”MapsGroup”]
Ad esempio, l’ufficio HR si focalizzerà sulle risorse umane (posizioni, stipendi, progressioni di carriera, formazione etc.), i sistemi informativi su alcune risorse tecniche, il direttore di produzione sulle pianificazioni della produzione stessa, il direttore commerciale sulle vendite etc.
E questo focus è ulteriormente ampliato dal fatto che gli indicatori chiave di performance (KPI), in base ai valori dei quali vengono valutati periodicamente i dirigenti, sono molto spesso relativi unicamente al loro ruolo ed ai compiti direttamente associati.
Per esempio, il direttore vendite può essere valutato in base alla crescita del fatturato generato per l’azienda dal suo reparto.Il rischio in questo modo è perdere il punto di vista d’insieme, con conseguenti problemi per l’azienda. E’ infatti molto frequente trovare aziende in cui i singoli uffici e le singole sezioni o divisioni operano molto bene al loro interno svolgendo il loro compito specifico, mentre l’azienda nel suo insieme funziona in modo molto meno efficiente in quanto manca il coordinamento fra le singole sezioni. Tale fenomeno viene spesso indicato come “siloing”, ovvero suddivisione figurata dell’azienda stessa in silos o “compartimenti stagni” che “non si parlano” tra loro.

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[/sf_iconbox]Arrivare a una visione di insieme

L’idea fondamentale dell’Architettura Enterprise è integrare insieme i diversi punti di vista, permettendo di focalizzarsi su quello ritenuto al momento più importante, ma senza perdere di vista gli altri. Alcune analogie permettono di comprendere meglio questo approccio.
Immaginiamo di essere a teatro ed assistere ad una rappresentazione, oppure di ascoltare un concerto. O di essere al ristorante davanti ad una magnifica tavola imbandita apprezzando i profumi che salgono dai vari piatti.
Se siamo lo spettatore in platea a teatro o al concerto o davanti alla tavola abbiamo un particolare punto di percezione. Siamo “davanti” all’azienda e ne percepiamo il funzionamento complessivo “esterno” con la sua evoluzione nel tempo, come farebbe, ad esempio, un cliente o fornitore. Ma questo è l’unico punto di percezione possibile?
Ovviamente no.
Già se ci muoviamo nella platea o nei palchi o davanti alla enorme tavola la nostra percezione muta. Se siamo in un palco o in loggione il nostro punto di osservazione della scena cambia e non da tutte le posizioni vedremo ugualmente bene il palcoscenico. Se il teatro non è dotato di una buona acustica anche il nostro ascolto cambia in base alla nostra posizione. Se siamo a destra sentiremo maggiormente alcuni strumenti rispetto a sinistra. Se siamo dal lato del tavolo dove sono, ad esempio, i primi, il loro profumo sarà predominante rispetto a quello dei dolci posti all’altro lato.
[bctt tweet=”L’idea fondamentale dell’Architettura Enterprise è integrare insieme i diversi punti di vista, permettendo di focalizzarsi su quello al momento più importante senza perdere di vista gli altri.” username=”MapsGroup”]
Se poi entriamo “dietro le quinte” troviamo altri punti di vista, come quello del suggeritore, dei tecnici delle luci, dei tecnici del suono, dei cuochi. O degli attori, dei musicisti, dei camerieri. O del regista, del frontman o del direttore d’orchestra, del capocuoco.
In azienda questi ruoli corrispondono a quelli delle persone addette ai servizi e processi di supporto, alle persone coinvolte nella produzione e nei processi di core business, al management etc.
Quindi il modello di insieme permette di avere sufficienti informazioni per passare da un punto di percezione all’altro, secondo il bisogno e la necessità. La visione di insieme fa emergere le interazioni fra gli elementi, che possono essere la forza o la debolezza di un progetto, di un sistema, di un’azienda. In tal modo diventa possibile prevedere le problematiche, evitando, o quanto meno riducendo, il dover ricorrere all’eroismo delle persone per far funzionare le cose.

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[/sf_iconbox]Costruire il modello di insieme

L’idea del modello di insieme della Architettura Enterprise è avere uno strumento che evidenzia le parti ed allo stesso modo le relazioni, da cui trarre la descrizione più adatta per il ruolo del singolo stakeholder o parte interessata.
Lo stakeholder, in base al proprio ruolo, ha un interesse per il sistema-azienda. Nella figura, tratta dal sito di ISO 42010, sono mostrati in modo grafico i concetti attraverso un class diagram:
schema
I sistemi (system), in particolare il sistema-azienda, esistono, e sono il punto di partenza della modellazione. In particolare, un sistema è situato nel suo ambiente (environment, nel caso dell’azienda il territorio). Questo ambiente potrebbe includere altri sistemi (altre aziende, la pubblica amministrazione etc.).
Gli stakeholder hanno interessi in uno o più sistema; quegli interessi sono anche chiamati preoccupazioni (system concern). In particolare, lo scopo di un sistema è uno degli interessi più importanti.
I sistemi hanno architetture
(ossia strutture). Una descrizione dell’architettura (architecture description) viene utilizzata per esprimere un’architettura di un sistema.
Nello standard, il termine sistema viene utilizzato senza definirlo in specifico. Ad esempio “sistema” potrebbe riferirsi a un’impresa, a un sistema di sistemi, a una linea di prodotti, a un servizio, a un sottosistema o a un software. Ricordiamo che i sistemi possono essere artificiali, naturali o misti. L’obiettivo dello standard è, per un sistema che interessa, fornire una guida per documentare un’architettura per quel sistema.
[bctt tweet=”I sistemi hanno architetture, ossia strutture. Una descrizione dell’architettura (architecture description) viene utilizzata per esprimere un’architettura di un sistema.” username=”MapsGroup”]
Ogni sistema opera entro il suo ambiente. Un sistema agisce su quell’ambiente e viceversa. L’ambiente di un sistema determina la gamma di influenze sul sistema. Nello Standard, l’Ambiente è inteso nel senso più ampio possibile di includere influenze evolutive, operative, tecniche, politiche, normative e tutte le altre che possono influenzare l’architettura. Queste influenze sono categorizzate come preoccupazioni particolari.
Dato che i sistemi hanno strutture, e quindi architetture (ricordando la definizione di architettura sopra vista), una descrizione dell’architettura (AD) è un artefatto o documento che esprime un’architettura. Gli architetti e gli altri soggetti interessati al sistema utilizzano le descrizioni dell’architettura per comprendere, analizzare e confrontare le architetture e spesso come “progetti” per la pianificazione e la costruzione, o per la trasformazione ed il cambiamento. E in particolare per l’adozione proficua della digital transformation.

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[/sf_iconbox]Uso di un modello di insieme: Zachman Framework

Nel caso particolare dello Zachman Framework, la cui prima edizione risale addirittura al 1980, vengono “presi in prestito” i principi di progettazione aziendale in architettura e produzione, per offrire un modo di vedere i flussi di informazioni e i corrispondenti sistemi informativi da diverse prospettive, mostrando come i componenti dell’azienda sono correlati.
Lo Zachman Framework – esteso nel tempo alla struttura della intera azienda, e non soltanto delle informazioni – è diventato uno strumento di business proattivo, che può essere utilizzato per modellare  funzioni,  elementi e processi esistenti di un’organizzazione. E, soprattutto, può aiutare a gestire i cambiamenti di business. La struttura delle ultime versioni si ispira all’esperienza dell’autore, John Zachman, su come il cambiamento è gestito in prodotti complessi come aeroplani e grandi edifici.
[bctt tweet=”Lo Zachman Framework è diventato uno strumento di business proattivo utilizzato per modellare funzioni, elementi e processi esistenti di un’organizzazione. ” username=”MapsGroup”]
Una rappresentazione utile per la comprensione del funzionamento è nella figura seguente [1]. Il framework è rappresentato come una matrice rettangolare in cui ogni cella rappresenta uno specifico modello parziale. Ad esempio, nella seconda cella da sinistra della seconda riga dall’alto troveremo il modello dei processi di business.
Considerando la combinazione di tutte le celle di una riga, ovvero dei modelli parziali specifici contenuti nelle celle di tale riga, otterremo un modello più ricco di informazioni e specifico per il punto di vista di uno stakeholder particolare. Per esempio, la seconda riga dall’alto è l’insieme delle rappresentazioni a livello di business, che normalmente vengono usate dalla direzione e/o dalla proprietà dell’azienda.
Zachman_Framework
Nella forma rappresentata in figura le righe diventano:

  • Pianificatore (Planner) – comprende l’ambito aziendale e può offrire una visione contestuale dell’impresa.
  • Proprietario (Owner) – comprende il modello di business e può fornire una visione concettuale dell’impresa.
  • Costruttore (Builder) – sviluppa il modello di sistema e può costruire una visione logica dell’impresa
  • Designer – produce il modello tecnologico e può fornire una visione fisica dell’impresa.
  • Integratore (subcontractor) – comprenderà le rappresentazioni dettagliate di specifici elementi nel business, anche se avranno un vista del contesto dell’azienda.
  • Utente (User) – fornisce una visione dell’impresa funzionante, dal punto di vista di un utente (ad es. Un dipendente, un partner o un cliente).

Le colonne invece sono associate ad alcune domande guida “classiche” usate in Business Analysis:

  • What / Cosa (dati) – quali sono i dati, le informazioni o gli oggetti aziendali?
  • How / Come (funzione) – come funziona l’azienda, cioè quali sono i processi aziendali?
  • Where / Dove (rete) – dove operano le imprese? •
  • Who / Chi (persone) – chi sono le persone che gestiscono il business, quali sono le unità aziendali e la loro gerarchia?
  • When / Quando (tempo) – quando vengono eseguiti i processi aziendali, cioè quali sono le pianificazioni commerciali e i flussi di lavoro?
  • Why / Perché (motivazione) – perché i processi, le persone o le sedi importanti per l’azienda, ovvero i fattori di business o gli obiettivi aziendali?

In questo modo vengono “combinati insieme” i modelli specifici sulla base delle domande guida. Per esempio, nel caso in cui lo stakeholder sia un progettista e sia interessato ad un prodotto di cui è necessario migliorare i processi produttivi, le domande guida prendono la forma:

  • Di cosa è fatto il prodotto (WHAT)?
  • Come funziona il prodotto (HOW)?
  • Come sono collocate reciprocamente le componenti (WHERE)?
  • Chi fa che cosa relativamente al prodotto (WHO)?
  • Quando accadono gli eventi rilevanti per il prodotto (WHEN)?
  • Con quale criterio sono prese le varie decisioni in merito al prodotto (WHY)?

In questo modo dal modello di insieme si ritrovano nuovamente i modelli parziali. Nella figura sottostante possiamo vedere un analogo geometrico: le proiezioni ortogonali di un cubo.
 
cubo
Quando proiettiamo una figura solida come, ad esempio, un cubo, verso un piano otteniamo delle figure a due dimensioni la cui forma dipende dalla posizione del piano (e dell’osservatore associato al piano, che rappresenta lo stakeholder) rispetto al cubo stesso.
 

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[/sf_iconbox]
L’applicazione alla PMI Italiana

L’approccio con l’Architettura Enterprise ha dimostrato ampiamente la sua validità ed è stato adottato da grandi organizzazioni come gli enti governativi USA e della UE e le grandi multinazionali. Risulta però spesso “sovradimensionato” rispetto alla PMI Italiana o alla PA, soprattutto per lo sforzo necessario per la sua costruzione nello specifico dell’azienda. Con un approccio simile si arriva ad un modello più facile da realizzare, in grado di dare comunque le informazioni utili.
I processi sono le successioni temporali di azioni e decisioni, che fanno funzionare l’azienda nel suo insieme e che integrano le azioni delle varie suddivisioni organizzative in cui l’azienda è strutturata.
[bctt tweet=”L’approccio con l’Architettura Enterprise ha dimostrato ampiamente la sua validità ed è stato adottato da grandi organizzazioni come gli enti governativi USA e della UE e le grandi multinazionali.” username=”MapsGroup”]
Alcuni processi, come quello delle vendite, si compiono completamente entro una sola divisione, mentre altri, più generali, comprendono l’azione di tante diverse suddivisioni per potersi svolgere. Ad esempio il ciclo attivo, definito come l’insieme delle azioni che portano alla fatturazione di vendita, comprende il magazzino, la produzione, l’ufficio tecnico, le vendite, l’amministrazione etc.
In questo caso, il modello di insieme deve poter essere usato – attraverso le apposite domande-guida – per costruire le dipendenze dei processi dalle varie divisioni, ovvero come le varie divisioni dell’azienda contribuiscono, ognuno per la sua parte, all’andamento del processo stesso.
Nel prossimo articolo vedremo come realizzare questo modello, applicando l’idea della descrizione dell’architettura, partendo da una visione dell’azienda come insieme di centri di servizio.
 

Giulio Destri


Approfondimenti:
[1] Introduzione allo Zachman Framework

CREDITS IMMAGINI (rielaborate)
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ID Immagine: 43169137. Diritto d'autore: Michal Bednarek.
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6MEMES TRENDS Information and communications technology

La Digital Transformation: luci ed ombre del cambiamento. Di Giulio Destri.

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[/sf_iconbox]L’avvento del digitale sta trasformando la società nel suo insieme e le singole unità che la compongono.

[dropcap3]L[/dropcap3]’azienda è una unità organizzativo-economica umana fondamentale per la nostra società. L’azienda produce beni e servizi per i propri clienti, mercato per i propri fornitori e genera ricchezza (monetaria e non), sia per i suoi proprietari sia per il territorio in cui si colloca. Altrettanto importanti sono anche altre unità organizzative come enti pubblici, associazioni, ecc… che forniscono servizi, sia direttamente ai cittadini, sia alle aziende stesse.

Negli ultimi anni è in atto un processo di trasformazione profonda, originato inizialmente dalla disponibilità dalle nuove tecnologie, che influisce sia su tutta la società nel suo insieme, sia sulle singole unità organizzative. Nel resto dell’articolo indicheremo come “organizzazioni” tutte queste unità organizzative che, insieme alla famiglia, sono le cellule costitutive fondamentali della nostra, cosi come della maggior parte delle società passate, a partire almeno dal Rinascimento, se non addirittura, in Europa, dall’Impero Romano.

[bctt tweet=”Negli ultimi anni è in atto un processo di trasformazione profonda, originato inizialmente dalla disponibilità dalle nuove tecnologie, che influisce sia su tutta la società nel suo insieme, sia sulle singole unità organizzative.” username=”MapsGroup”]

L’inserimento massivo delle nuove tecnologie sta cambiando il modo di lavorare delle aziende, esternamente e internamente, sta cambiando i mercati, le attese dei clienti… Sta cambiando, anche in Italia, il rapporto fra il cittadino e la pubblica amministrazione e le organizzazioni in genere. In alcuni casi addirittura sta creando mercati del tutto nuovi e in altri sta facendo sparire mercati prima floridi. Il nome che viene oggi dato al cambiamento è Trasformazione Digitale o, direttamente col termine inglese, Digital Transformation.

In questo articolo partiremo da ciò che sta producendo la trasformazione digitale ed esamineremo alcuni effetti. Poi, concentrandoci sull’interno delle organizzazioni, esamineremo come si dovrebbe procedere per coglierne i vantaggi e limitare gli effetti negativi, confrontandoci anche con errori compiuti nel passato. In articoli successivi parleremo di metodi per cogliere al meglio le sue potenzialità.

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[/sf_iconbox]Cosa è la trasformazione digitale e da cosa nasce

Tante sono le definizioni che si trovano associate alla locuzione “trasformazione digitale”. I cambiamenti singoli che compongono questo macro-cambiamento storico sono non solo tecnologici, ma anche sociali, culturali, organizzativi, manageriali, creativi… e impattano tutto l’insieme della nostra società.

Il processo non è iniziato di colpo oggi, è in atto da alcuni decenni, ma è negli ultimi anni che è diventato sempre più veloce e sempre più influente. Come già visto in alcuni articoli precedenti, negli ultimi decenni, in modo più massiccio a partire dal 2010 circa, sono avvenute diverse “rivoluzioni” tecnologiche ed organizzative che hanno consentito di collegare fra di loro settori socio-economici prima completamente disgiunti, creando uno scenario unitario di “convergenza digitale” che investe sia la vita personale e sociale degli individui, sia il mondo delle aziende.

Gli elementi fondamentali che hanno reso possibile questo possono essere raggruppati come segue.

  1. Internet come infrastruttura comune di comunicazione, estesa a tanti dispositivi diversi tra loro: oggi possiamo accedere alla rete e ai suoi contenuti da PC, da smartphone, da tablet, da tanti dispositivi diversi e lo stesso vale anche per strumenti automatici come auto, elettrodomestici, macchine…

  2. Una parte importante dei contenuti di Internet sono i social media, con la loro interattività, le relazioni sociali che incorporano e la mole di informazioni su abitudini, opinioni, scelte di prodotti che raccolgono a partire dalle nostre azioni

  3. Il mondo dell’info-edu-tainment (contrazione dei termini information, education ed entertainment), quindi di informazione ed intrattenimento, sempre più integrato con Internet e i social media; oggi praticamente tutti i canali radio e televisivi sono accessibili anche tramite la rete, i giornali hanno le loro edizioni on-line; i libri si acquistano su portali appositi come Amazon e diventano contenuti fruibili sui nostri dispositivi; distributori di contenuti video come Netflix e Amazon Prime Video, che addirittura creano proprie serie di film e telefilm; le trasmissioni televisive e radiofoniche si intrecciano con i canali social come Instagram, Twitter e Facebook in un dialogo interattivo con i fruitori; la realtà e la fiction si mescolano come nel recente caso delle elezioni in Ucraina;

  4. I canali di vendita e-commerce e di interazione fra cliente ed azienda fornitrice di prodotti e servizi, anche esso interni ad Internet e legato ai social media, che trasformano il rapporto fra azienda e cliente, il modo del cliente di scegliere e accedere ai prodotti e servizi…

  5. Le reti ed i terminali mobile (smartphone, tablet…), che hanno reso accessibile la rete Internet praticamente da ogni luogo e attraverso dispositivi più facili da usare dei PC, abbattendo barriere che ancora esistevano; inoltre hanno reso possibile accedere praticamente a chiunque anche a servizi come chiamare un taxi, acquistare un biglietto della metropolitana, effettuare micropagamenti come quello di un caffè o di un parcheggio…

  6. L’avvento degli smart device, dispositivi con funzionalità avanzate e integrabili in rete (solo per citare alcuni esempi: smart meter per la telelettura di consumi elettrici, idrici ecc…, elettrodomestici in grado di segnalare autonomamente guasti ai centri di controllo dei produttori, smart TV con dentro PC per usufruire di tutti i servizi di Internet, sistemi di monitoraggio ambientale e personale, auto in grado di segnalare ingorghi ecc…)

  7. La diffusione di tecnologie produttive facilmente riconfigurabili e disponibili a costi sempre più bassi (stampanti 3D, celle robotiche programmabili, macchine a controllo numerico di ultima generazione…) e integrabili in rete; uno degli effetti è il Cloud Manufacturing, con la possibilità di trasportare progetti da fare realizzare “vicino” al cliente da appositi “artigiani digitali”, oppure di acquistare progetti di design da “stampare” in propri (Janne Kyttanen è stato uno dei precursori) o vestiti o calzature su misura (ad esempio 3DShoes.com);

  8. L’aumento della potenza di calcolo dei microprocessori (CPU) e dei processori grafici (GPU), che ha reso disponibili potenze di calcolo impensabili solo pochi anni fa: anche se usata in modo diverso, c’è più potenza di calcolo in un nostro smartphone di quella esistente nei calcolatori usati per i calcoli delle missioni Apollo verso la Luna;

  9. L’avvento dei sistemi cloud, ossia la concentrazione di servizi di calcolo in pochi data center, accessibili attraverso la rete e con costi enormemente inferiori alle strutture precedenti interne alle aziende; questo sta producendo effetti su molte piccole imprese e studi professionali, per cui non risulta più economico avere presso la propria sede servizi di memorizzazione dati e calcolo, con conseguente trasformazione del mercato italiano dell’IT;

  10. La realizzazione, entro sistemi cloud, di grandi banche dati, che raccolgono moli di dati enormi, eterogenee e le analizzano per estrarne informazioni utili (spesso indicate con il termine Big Data); le applicazioni commerciali, sociali, mediche sono nuove ed enormi…;

  11. La nascita dei sistemi di Intelligenza Artificiale, come evoluzione delle “piccole” applicazioni esistenti già dagli anni’60, e resa possibile soprattutto dalla disponibilità di enormi potenze di calcolo (punto 8); prodotti che conosciamo nel mercato di massa sono gli assistenti vocali come Siri di Apple o Alexa di Amazon;

  12. L’avvento di nuovi sistemi di analisi, in parte basati su strumenti di intelligenza artificiale, in grado di costruire autonomamente correlazioni e di trasformare i dati grezzi, raccolti da strumenti come quelli descritti ai punti precedenti e collezionati entro basi di dati in cloud, in informazioni e conoscenza utile per il business.

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[/sf_iconbox]L’effetto disruptive: alcuni casi storici

La trasformazione digitale ha prodotto negli anni molti effetti ed è diventato di uso frequente il termine disruptive, in italiano traducibile come dirompente, ad indicare l’effetto sconvolgente che spesso essa ha avuto sui mercati e sulla stessa esistenza di alcune aziende. E’ utile esaminare alcuni casi storici del recente passato, per trarne indicazioni comuni:

Home video: da Blockbuster a Netflix

Per molti anni Blockbuster ha rappresentato il principale canale mondiale per la diffusione di contenuti audiovisivi a noleggio. Nata nel 1985 negli USA, la catena di negozi si era diffusa in tutto il mondo ed aveva attraversato bene la rivoluzione tecnologica del passaggio dalle videocassette VHS ai DVD. L’avvento dello streaming video e dei connessi servizi di vendita di contenuti audiovisivi tramite la rete, inizialmente sottovalutato dall’azienda, ne ha cancellato il mercato. Oggi Netflix, Amazon Prime Video e gli altri distributori di contenuti hanno occupato l’intero “ecosistema” prima saldamente in mano a Blockbuster, fallita nel 2013 e ridottasi ad un unico negozio nel nordovest degli USA, divenuto quasi una attrazione turistica per la città che lo ospita.

Vistaprint e le tipografie

Vistaprint ed altri fornitori di servizi di stampa online (concettualmente analoghi del cloud manufacturing) entrano nel mercato alla fine degli anni’90. Nati inizialmente per colmare lacune di mercato si sono progressivamente imposti come fornitori unici di servizi come i biglietti da visita, mandando in crisi molte tipografie “fisiche” artigianali che prima, specialmente in paesi della provincia italiana, non avevano concorrenti.

I viaggi online

L’avvento dei sistemi di prenotazione online come booking.com, expedia ecc… ha cambiato i rapporti tra clienti, hotel ed agenzie di viaggio. Oggi pochissimi si rivolgono alle agenzie per pianificare le proprie vacanze, a meno di viaggi organizzati in paesi stranieri. E, allo stesso tempo, la maggior parte delle prenotazioni dall’estero degli alberghi italiani arrivano tramite i portali turistici, tutti di proprietà straniera, che traggono una buona percentuale degli incassi turistici da questa loro posizione di intermediari.

[bctt tweet=”La trasformazione digitale ha prodotto negli anni molti effetti ed è diventato di uso frequente il termine disruptive, in italiano traducibile come dirompente.” username=”MapsGroup”]

Che lezioni possiamo trarre da questi e tanti altri esempi simili? Alcune regole pratiche operative:

  1. Non importa che posizione di un particolare mercato si occupa o quanto si è grandi: a parte pochissimi casi nessuno è al sicuro da un fallimento o da una acquisizione dovuti ad una contrazione, sparizione o trasformazione del mercato stesso, in special modo nei mercati più influenzati dalla tecnologia; chi si ricorda oggi di marchi un tempo prestigiosi come Digital o Compaq?
  2. L’evoluzione fa si che alcuni mercati particolari cambino la loro importanza nella economia globale nel tempo; a tal proposito è utile il confronto fra le USA aziende con i maggiori fatturati a 30 anni di distanza presente in questo sito;
  3. I diversi mercati prima non connessi sono ora sempre più integrati: il proprio nuovo concorrente può essere qualcuno che non appartiene allo stesso settore; pensiamo ad esempio all’ingresso di Amazon nella distribuzione fisica con l’acquisto della catena Whole Foods o con i negozi a marchio Amazon Go;
  4. Gli intermediari possessori di piattaforme online (in alcuni casi marketplace) come Amazon stessa, Uber, Air B&B, Zalando ecc… hanno influenza sul mercato e possono condizionare alcuni produttori o fornitori primari di servizi; se il 50% del tuo fatturato è legato alla vendita attraverso una piattaforma, tu azienda sei dipendente da questa piattaforma, che può importi sconti o altro;
  5. I clienti, soprattutto appartenenti a paesi come USA e del nord Europa si sono ormai abituati ad un certo tipo di approccio, con tempi di consegna ridotti, magari con possibilità di tracciare il percorso del prodotto mentre è in consegna; i clienti fanno confronti e esprimono il proprio parere sui prodotti o servizi attraverso i social media (ricordiamo il caso “storico” di Dave Carrol con la United Airlines attraverso la sua canzone di protesta);
  6. L’uso di strumenti apparentemente semplici per ottenere servizi o informazioni nella propria vita personale stimola le persone a richiedere strumenti analoghi anche sul proprio posto di lavoro, provocando spesso contrasti con chi governa e fa funzionare i sistemi informatici interni alle aziende.

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[/sf_iconbox]Cogliere i vantaggi è indispensabile

Cavalcare proficuamente il processo di trasformazione digitale è necessario per la stessa sopravvivenza di aziende ed organizzazioni. L’azienda infatti esiste in un mondo “digitalizzato” e per operare ai ritmi imposti dal nuovo ambiente deve incorporare certi meccanismi al proprio interno. Troppo spesso però nel corso degli anni si è ritenuto che bastasse l’inserimento degli strumenti tecnologici, magari corredati da brevissimi corsi di formazione, per produrre i risultati di efficienza, efficacia, risparmio (e in tempi più recenti) agilità e velocità di reazione, snellezza e semplificazione che venditori più o meno abili avevano prospettato. In altri contesti si è ritenuto necessario “adattare l’azienda allo strumento informatico integrato” acquisito, con risultati di ingessamento ed irrigidimento del modo di funzionare dell’azienda stessa e, spesso, conseguente rallentamento di tutti i meccanismi amministrativi.

[bctt tweet=” Troppo spesso nel corso degli anni si è ritenuto che bastasse l’inserimento degli strumenti tecnologici, magari corredati da brevissimi corsi di formazione, per produrre i risultati di efficienza, efficacia e risparmio.” username=”MapsGroup”]

L’inserimento degli strumenti deve avere un approccio sistemico, partire con un ripensamento del modo di operare, evitando gli errori di semplice “meccanizzazione” delle funzioni con l’inserimento delle nuove tecnologie compiuti nel passato.

A titolo di esempio, mi ricordo una storia, raccontatami da un dirigente d’azienda degli anni’80, la cui segretaria, abituata alla macchina da scrivere, dopo avere ricevuto il PC (“che bello, ora posso correggere il testo prima di stamparlo”) nel giro di poco tempo ne provocò il blocco avendo riempito il disco fisso con i file di tutti i documenti realizzati con il sistema di videoscrittura installato.

Io stesso, negli anni’90, ottenni plauso e meraviglia in un ente pubblico per l’idea di scrivere i verbali delle riunioni e dei consigli di amministrazione col PC (che avevano in dotazione) in luogo della macchina da scrivere e realizzare i file con i modelli adattabili della maggior parte dei documenti. Questo cambiamento consentì un ampio risparmio di tempo e carta all’ente stesso, ed ebbe successo anche perché in quel periodo entrarono due nuove persone giovani nel reparto amministrativo.

Nel momento presente possiamo pensare cosa significa per un’azienda la dematerializzazione documentale e la digitalizzazione delle pratiche amministrative. Non soltanto la fattura elettronica, ma tutti i documenti necessari per le funzioni amministrative e dirigenziali diventano elettronici. La ricerca delle informazioni, anche da luoghi remoti rispetto alla sede amministrativa, diviene molto più rapida. Il passaggio di un documento tra i vari uffici diventa più rapido e con un tasso di errori inferiore.

Le stampe vengono ridotte, con conseguente riduzione delle spese di carta, toner e stampanti… Oppure pensiamo a cosa vuol dire effettuare il carico e lo scarico da un magazzino attraverso strumenti come i lettori di codici a barre o qr-code in luogo dell’azione di un operatore su un terminale.

La trasformazione, per avere successo, deve quindi coinvolgere le persone, con le loro competenze e modi di operare, le procedure e i regolamenti aziendali, e prima ancora deve avere un obiettivo chiaro e essere suddivisa in obiettivi parziali raggiungibili in tempi utili senza impattare troppo, nel transitorio, sulla produttività. Quindi deve essere tagliata in modo specifico, se necessario “sartoriale” sulle necessità ed obiettivi e sulle situazioni di partenza della specifica azienda.

E questa necessità ne crea un’altra: conoscere in modo sufficiente l’azienda, ovvero partire da modelli delle organizzazioni più adatti alle trasformazioni digitali e quindi, in molti casi, creare questi nuovi modelli.

Questo sarà il tema dei prossimi articoli.


CREDITS IMMAGINI COPERTINA (rielaborate):
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ID Immagine: 120809999. Diritto d'autore: Denis Ismagilov
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Modelli del passato per capire (e predire) il futuro? La lezione della Storia. Di Giulio Destri.

[sf_iconbox image=”fa-hourglass-3″ character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]La lezione della Storia:
andiamo per gradi, anzi, per Tempo, Dati e Informazioni

[dropcap3]N[/dropcap3]ell’intervista di inizio anno abbiamo introdotto il concetto generale di MODELLI del mondo, mentre nell’articolo precedente ne abbiamo trattato uno in particolare, ovvero la mappa geografica.

In questo articolo parleremo invece della Storia, seppure con un approccio diverso da quello “nozionistico” puro, tuttora in uso in molte scuole nonostante le critiche che subisce da sempre. Ricordiamo, solo a titolo di esempio, l’incipit esemplare di Alessandro Manzoni ne “I Promessi Sposi: “L’Historia si può definire…”.

Gli esseri umani, come del resto tutto l’Universo, esistono soltanto entro il Tempo che – a quanto ci è dato sapere – scorre in una sola direzione, dal passato verso il futuro. Il tempo può essere quello di un’ora di lavoro, di una giornata di viaggio o di un anno di vita, oppure quello dei decenni dell’esistenza umana o piuttosto quello dei secoli di dominio dell’Impero Romano. Per non parlare dei tempi geologici o di quelli dell’universo: si tratta di milioni e di miliardi di anni…

[bctt tweet=”Gli esseri umani, come del resto tutto l’Universo, esistono soltanto entro il Tempo che – a quanto ci è dato sapere – scorre in una sola direzione, dal passato verso il futuro. ” username=”MapsGroup”]

Senza addentrarci nella Fisica o nella Filosofia, semplificando le cose, possiamo dire che, tramite i nostri organi di senso, utilizziamo questo tempo per raccogliere dati e informazioni – sia attraverso la nostra esperienza diretta nel presente che attraverso documenti e “reperti” provenienti dal passato  – dopodiché li accumuliamo nella nostra memoria e infine li attualizziamo nel presente. Sempre nel presente poi, attraverso il pensiero e le capacità della nostra mente umana, li elaboriamo per trarne informazioni e conoscenza atte a migliorare la nostra consapevolezza e a prendere adeguate e “sagge” decisioni per il futuro, o almeno così dovrebbe essere.

OrientamentoQuesto processo avviene spontaneamente e naturalmente anche nelle fasi di apprendimento del bambino che, durante la sua crescita e il suo sviluppo, impara a rapportarsi con il mondo. Lo stesso accade perfino nello sport, in cui si analizzano le partite passate degli avversari futuri per carpirne schemi e modi di gioco e adottare tattiche e contro-schemi al fine di vincere la partita.

Anche nel contesto aziendale avviene qualcosa di simile durante l’adeguata fase di chiusura che ogni progetto – secondo gli standard e le buone pratiche del Project Management – dovrebbe avere: stiamo parlando della “Lesson learned”, comprendente l’approccio predittivo e quello agile-adattivo della “retrospettiva”.

In queste attività, infatti, vengono valutate le azioni compiute durante il progetto assieme al loro esito, per capire cosa è stato fatto bene, cosa invece è andato meno bene (ed è quindi da migliorare) e quali sono stati infine i rischi e i problemi incontrati, così da tenerne conto nei progetti/fasi futuri.

Un approccio analogo viene attuato con la Business Intelligence ogni qualvolta si estraggono schemi, tendenze, correlazioni e altre informazioni dai dati “grezzi”, sempre con lo scopo di poter prendere decisioni nel modo migliore (ovvero più “saggio”) possibile per il futuro. Allo stesso modo funzionano i sistemi di Machine Learning che sono alla base di molte applicazioni di Intelligenza Artificiale.
E allora, che informazioni possiamo trarre dalla Storia? Come la conoscenza del passato ci aiuta a pre-vedere il futuro e a pre-pararci ad esso, possibilmente senza pre-occuparci più del necessario?

Approfondiamo insieme la questione.

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[/sf_iconbox]La relazione tra i Dati e la Storia

In primo luogo: cosa ci arriva dal passato?

Molto dipende dalle diverse epoche che prendiamo in considerazione, così come dalle tecnologie allora disponibili, o dalla distanza temporale che ci separa dalle stesse, o ancora dagli eventuali avvenimenti catastrofici accaduti nel frattempo, come sono ad esempio le guerre o i disastri naturali. Detto questo, possiamo applicare una semplificazione che ci aiuti nel raggruppare i Dati in questione in base a vari tipi di fonti, distinguendoli in:

Dati diretti, provenienti da autori contemporanei all’epoca che stiamo esaminando, che possiamo a loro volta sudividere in:

– Documenti visivi “oggettivi”, disponibili solo dopo l’invenzione della fotografia e del cinema, quindi posteriori al 1839 e al 1895.
– Documenti audio “oggettivi”, disponibili solo dopo l’invenzione delle registrazioni audio, quindi posteriori al 1877.
– Documenti visivi o tridimensionali come affreschi, dipinti, stampe, miniature, icone, disegni, progetti, modelli, statue e sculture, bassorilievi etc.
– Edifici e città, con le loro strutture, caratteristiche ingegneristiche, architettoniche, paesaggistiche etc.
– Oggetti di vita quotidiana, spesso a loro volta contenuti entro:
– sepolture;
– documenti scritti a carattere letterario;
– documenti scritti di tipo storico (cronache, annuari…) e socio-economico (bilanci, documenti contabili…);
– narrazioni orali tradizionali, canti etc;
– abitudini storiche;
– ricordi diretti di persone.

Dati dedotti a partire da:

– Tracce archeologiche.
– Elementi lasciati nell’ambiente.
– Elementi geologici ed ambientali.
– Correlazioni fra tutto quanto sopra definito.

Anche per i dati apparentemente “oggettivi”, come riprese audio e video, è importante considerare che essi riflettono comunque il punto di vista di chi aveva la macchina da presa in mano e/o che possono essere stati strumenti di propaganda (estremizzando si può arrivare a pensare alle fake news, così presenti nel nostro mondo).
E, per quanto riguarda i documenti scritti, come le cronache, occorre considerare che, molto spesso, essi sono “non particolarmente oggettivi” per motivi legati al tempo immediatamente successivo all’avvenimento.
Solo a titolo di esempio si può pensare alla “damnatio memoriae tipica del mondo romano (e non solo), quando alcuni imperatori sono stati tramandati alla storia solo con aspetti negativi perché questo era funzionale e vantaggioso per i loro successori. “Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato” (George Orwell in 1984).
Tutto ciò premesso, partendo da dati dimostrati dagli storici attraverso secoli di lavoro, applichiamo ad essi una serie di analisi socio-organizzative contemporanee, al fine di riconoscere pattern ed estrarre schemi utili nel presente. Lo faremo attraverso una serie di “cammei” che rappresentano le lezioni che la Storia impartisce agli esser umani nelle sue diverse organizzazioni sociali, economiche e politiche.

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[/sf_iconbox]Historia magistra societatis: il sogno di Dario

Analizzando la storia, troviamo che in varie parti del mondo si sono evoluti sistemi sociali molto diversi e in tempi diversi, ma che sono in generale riconducibili a due modelli di base o, in alcuni casi più rari, in qualche modo “ibridi” fra di essi.
Da un lato troviamo organizzazioni poco stratificate, solitamente applicate a comunità piuttosto ristrette quali villaggi e piccole città, organizzate con strutture piuttosto “paritetiche”, ove il capo singolo, se presente, è comunque, con diverse sfumature, una sorta di “primus inter pares” e deve rendere conto ad un’assemblea, anche quando è il capo religioso. In molti casi, soprattutto al crescere delle dimensioni della struttura (città o insieme di città), il ruolo di approvazione o contribuzione alle decisioni del capo è ristretto ad una parte della popolazione (“aristocrazia”).
Dove si possono trovare, geograficamente, esempi di questa struttura? In Europa, ad esempio, con le organizzazioni della Gallia, dell’Etruria e dell’Italia preromana, della Germania, dell’Iberia. Più in particolare nell’antica Grecia l’evoluzione di questo modello condusse per la prima volta alla democrazia come oggi la conosciamo (pur con tutti i distinguo, a cominciare dal fatto che quella greca era una democrazia diretta e non rappresentativa…).
Il modello ovviamente non era presente solo in Europa: anche le tribù indiane nel Nord America erano organizzate in questo modo, così come molte tribù africane, dell’Oceania, delle steppe asiatiche… Ma usiamo il modello europeo come pietra di paragone.

Dall’altro lato troviamo invece organizzazioni molto più complesse e stratificate, applicate a territori vasti quanto attuali nazioni, spesso disposti lungo vie di comunicazione geografica come fiumi, e caratterizzate da elevata specializzazione degli individui, da una stratificazione sociale e dalla presenza di un capo “carismatico”, spesso anche capo religioso, in qualche modo rappresentante vivente della impersonificazione dello stato.
[bctt tweet=”Lungo tutta l’evoluzione dell’Uomo troviamo sistemi sociali molto diversi tra loro, ma riconducibili a due modelli di base (a volte ibridati): da un lato le organizzazioni poco stratificate, quasi paritetiche, dall’altro quelle più complesse, con diverse specializzazioni.” username=”MapsGroup”]
Usando una vecchia terminologia scolastica, questo tipo di organizzazione prende il nome di “Impero idraulico”, perché nato storicamente per la prima volta intorno a grandi fiumi e basato per le risorse alimentari su un’agricoltura intensiva, che richiedeva notevoli livelli di organizzazione sociale per il suo funzionamento.
PlatoneAnche in questo caso ci chiediamo: in quali zone si è creata con maggior frequenza questa struttura organizzativa nel corso della storia?  La possiamo riscontrare in molte zone del mondo, corrispondenti a quelle che oggi consideriamo come le grandi Civiltà del mondo antico: l’Antico Egitto, la Mesopotamia, la Persia, l’India, la Cina, il Messico (Aztechi, Maya), il Sudamerica (Chibca, Incas), l’Africa (Etiopia, Zimbabwe).
A questo, nel nostro argomentare, possiamo aggiungere che la contrapposizione fra questi due modelli è avvenuta molte volte nella storia. E in molti casi ha visto vincente il secondo modello, quello “imperiale” sia per dimensioni numeriche sia per organizzazione più efficiente. È così avvenuto che territori organizzati secondo il primo modello, quello “democratico”, sono stati incorporati con la forza entro “Imperi”. 
Questa contrapposizione è del resto stata studiata e “codificata” già dagli storici dell’antica Grecia, all’epoca delle Guerre Persiane (490-480 a.C.), quando l’insieme delle città-stato greche, rette da regimi aristocratici o democratici, fiere della propria indipendenza e cultura, si trovarono di fronte il grande impero Persiano in espansione, che, dopo avere unificato le varie civiltà “imperiali” del medio oriente si stava espandendo verso occidente.
Gli storici greci riconobbero già allora che a scontrarsi non erano solo due culture o due popoli diversi, ma proprio due modelli diversi di organizzazione sociale.
Il concetto fu espresso attraverso il mito del “sogno dell’Imperatore persiano Dario”, in cui il sovrano sogna “due donne di nobili origini, sorelle in stirpe, venute in lite fra loro” e tenta di sottometterle al giogo del proprio carro; l’una (l’Asia) accetta il giogo, l’altra (l’Europa) insorge, lo spezza e travolge il Re. Il significato della metafora era chiaro: la Grecia non poteva accettare il potere imperiale.
LegionariGli eventi – narrati e documentati – ci raccontano come andarono le cose: le città greche alleate insieme riuscirono a vincere ed a conservare la propria indipendenza e l’impero Persiano dovette ritirarsi, temporaneamente. Ma nel giro di 50 anni, le rivalità interne ai Greci fecero precipitare la situazione, scatenando la tremenda guerra del Peloponneso fra lo schieramento “democratico” guidato da Atene e quello “aristocratico” guidato da Sparta…
Nei secoli successivi la Grecia fu conquistata, insieme a tutto il Mediterraneo e a buona parte dell’Europa, dalla repubblica romana, che però non resse al contraccolpo interno della rapida espansione e, dopo un periodo di guerre civili, divenne l’Impero Romano, dotato di caratteristiche “imperiali”, ma più vicine al modello europeo, con l’adozione del Diritto e altre forme mutuate in qualche modo dalle organizzazioni “democratiche” ad esso preesistenti.
Quel che ne seguì, a vicende alterne, si chiama, per l’appunto, Storia. Ma il racconto di questa “competizione” tra differenti modelli è ancora oggi emblematico, come vedremo. Ampliando l’orizzonte alla storia recente e al mondo si possono trarre alcune conclusioni:

  • La democrazia non è un valore universale nella Storia, né l’aspirazione ultima dei popoli: l’evoluzione nel tempo non conduce necessariamente ad essa, anzi, ha condotto spesso a situazioni in cui essa cessava.
  • L’”esportazione della democrazia”, vanto propagandistico non molti anni fa, è una chimera: nazioni che sono eredi di una tradizione “imperiale” e non hanno mai avuto nel loro passato organizzazioni “democratiche” difficilmente possono evolvere verso un modello democratico senza una profonda trasformazione culturale, che richiede molto tempo.
  • In alcuni casi, in alcuni momenti particolari della storia, la democrazia, più lenta nell’agire con tutti i suoi meccanismi, può non essere la forma organizzativa più adatta per la sopravvivenza di una nazione o di una organizzazione; in altri momenti invece si; questo fatto era noto già nei primi secoli della repubblica romana, in cui, in situazioni di emergenza, il potere dei Consoli veniva sostituito da quello, concentrato in una sola persona, del Dittatore.
  • La democrazia con i suoi valori, proprio perché non definitiva, va difesa, in primo luogo considerando che accanto ai diritti ci devono essere i doveri ed il rispetto dei medesimi.

Quando la città retta a democrazia si ubriaca di libertà confondendola con la licenza, con l’aiuto di cattivi coppieri costretti a comprarsi l’immunità con massicce d’indulgenza verso ogni sorta di illegalità…” scriveva già il filosofo greco Platone nel 370 a.C.. Quindi, se la democrazia degenera in licenza, questo è l’anticamera della sua fine.
Tanti esempi di questa degenerazione possono essere trovati nella Storia, anche recente. Ricordiamo che Dante Alighieri, verso la fine della propria vita, stanco delle lotte intestine delle città toscane che gli sono costate anche l’esilio dalla sua Firenze, scrive nel trattato “Monarchia” della necessità di un potere statale “universale” forte e indipendente dall’autorità del papato, per garantire la pace e il libero sviluppo delle persone durante la vita terrena.

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[/sf_iconbox]Historia magistra nationum: le relazioni fra le “nazioni”

L’osservazione della storia ci mostra alcuni schemi ricorrenti anche in civiltà lontane tra loro sia nel tempo che nello spazio. Per la maggior parte del tempo trascorso dal neolitico in poi le organizzazioni umane (tribù, nazioni, città…) sono state in guerra tra loro, dove per guerra intendiamo un conflitto organizzato e condotto con armi, non necessariamente rivolto alla distruzione del nemico.
Probabilmente, agli esordi, la guerra è nata come evoluzione estrema della competizione per le risorse (territori di caccia o simili). Poi, con l’avvento della agricoltura e delle civiltà stanziali basate su di essa, è diventata la difesa del cibo prodotto da parte degli “agricoltori” rispetto a chi voleva impadronirsene (“predoni”). E solo più tardi tale competizione per il territorio nel suo insieme è diventata conquista di territori adiacenti da parte di strutture più forti e organizzate, con la conseguente sottomissione delle popolazioni preesistenti.
[bctt tweet=”Probabilmente, agli esordi, la guerra è nata come evoluzione estrema della competizione per le risorse. Poi, con l’avvento delle civiltà stanziali, è diventata la difesa del cibo degli agricoltori rispetto ai predoni.” username=”MapsGroup”]
Combinata con la schiavitù, questa evoluzione condusse alle guerre di conquista per il potere nella maggior parte del mondo. E poi alle guerre per il mantenimento del potere. E le guerre per la difesa del proprio territorio, solo a titolo d’esempio le guerre fra l’Impero Romano e i barbari e le guerre fra l’Impero Cinese ed i Mongoli.
E’ interessante notare il parallelo “culturale” di tutto ciò. In molte culture, infatti, la parola usata per indicare “uomini” (nel senso di “esseri umani”) viene usata per indicare i propri membri, quasi a distinguere in maniera netta chi è simile a se dagli “altri”.
Rappresentazione del cervelloNella storia questa distinzione è presente in varie sfumature. Pensiamo agli antichi Greci che chiamavano tutti gli altri popoli “barbari” (addirittura anche il re Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno, che pure parlava la lingua greca e faceva parte del mondo greco, era definito “Filippo il Barbaro” dai Greci).
O, in tempi più recenti, alle ideologie propagandanti la superiorità della razza bianca o della razza “ariana”… O a quelle credenze e fedi religiose che tendono a considerare “miscredenti” gli altri e a suggerire la “guerra santa” contro di essi.
Cambiando tuttavia punto di vista – applicando uno sguardo più ampio facendo affidamento sulle piùà recenti scoperte riguardo alla struttura del cervello e della mente umana – possiamo stabilire delle motivazioni profonde per questi schemi ricorrenti nella storia, e riassumerle come segue:

Nella mente umana esistono diverse sezioni, cooperanti fra loro e, in parte, riconducibili a strutture fisicamente presenti nel cervello e frutto della evoluzione della specie umana; alcuni autori li definiscono come “cervello rettile”, “cervello mammifero” e “neocorteccia”: teorizzato da Paul MacLean in [1] questo modello estremamente valido è oggi ampiamente usato anche nella pubblicità e nelle vendite (si vedano ad esempio [2] e [3]); il primo scopo del cervello rettile è quello di mantenere in vita l’essere umano cui appartiene, in special modo individuando in anticipo le minacce.

[bctt tweet=”Nella mente umana esistono diverse sezioni, cooperanti fra loro e, in parte, riconducibili a strutture fisicamente presenti nel cervello e frutto della evoluzione della specie umana.” username=”MapsGroup”]

A livello percettivo questa distinzione si traduce nei sistemi del fast thinking e dello slow thinking, di cui si è parlato nella sopra citata intervista: la prima cosa che facciamo in un ambiente sconosciuto è attivare le percezioni sensoriali per dare “’un’occhiata in giro” e verificare l’eventuale presenza di pericoli, poi passiamo ad elaborazioni mentali più complesse.

A livello più “astratto”, corrispondente all’insieme dei tre cervelli ossia a tutta la mente, è dimostrata, nel coaching ed in altre tecniche di “potenziamento” mentale, la efficacia del modello dei livelli logici di Bateson-Dilts (si veda [5]); senza entrare nei dettagli di tale modello, ne traiamo un postulato: le nostre capacità ed i nostri comportamenti nell’ambiente in cui ci troviamo dipendono dalle nostre convinzioni e dai nostri valori.

Mettendo insieme tutto questo traiamo alcune semplici regole:

  • Gli esseri umani diffidano “istintivamente” del diverso (chi dice che non è vero analizzi in modo oggettivo e senza pregiudizi le sue sensazioni quando in uno spazio ristretto come un vagone entra una persona chiaramente diversa da tutti gli altri).
  • Il nostro comportamento, ossia la reazione agli stimoli sensoriali che percepiamo, dipende dalla combinazione delle regole del nostro cervello rettile con quelle delle nostre convinzioni e valori.
  • Convinzioni e valori di un certo tipo, combinati con emozioni legate alla sopravvivenza come la paura e la rabbia, specialmente in momenti particolari della storia possono condurre a considerare “giusti”, anche a livello di intere nazioni, comportamenti in altre circostanze definibili come “criminali”.

Questi meccanismi possono essere (e sono stati tante volte) pilotati per motivi vari: “entro ogni uomo esiste un potenziale nazista, immergetelo in un bagno di propaganda adeguata e vedrete cosa ne vien fuori” (frase attribuita al filosofo Bertrand Russel, si veda anche [4]).

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[/sf_iconbox]Historia magistra organizationis: l’interno delle società

I meccanismi della sopravvivenza individuale e dei propri cari (familiari, parenti, amici, concittadini del villaggio…) hanno influito in molti casi anche nella struttura interna di organizzazioni ed entità “statali” nel corso dei secoli.
Per analizzare questa parte è importante aggiungere ai meccanismi analizzati sopra il modello della Piramide dei Bisogni di Maslow, che li completa ponendo in gerarchia i bisogni dell’essere umano, a partire da quelli più necessari per la semplice sopravvivenza (come per esempio il cibo e che soddisfano le regole del cervello rettile), passando per la sicurezza (individuale, di salute, di proprietà…) per giungere all’appartenenza (ad un gruppo, una comunità e alle relazioni di amicizia, amore…), fortemente associate al cervello mammifero: non scordiamo tutti i paralleli che gli antropologi hanno scoperto tra le organizzazioni sociali umane e l’organizzazione sociale delle scimmie, il branco dei lupi etc.
All’interno di una struttura sociale i primi bisogni sono la sopravvivenza e la sicurezza. Seguono la possibilità di evoluzione sociale in base alle proprie capacità e in base alle pressioni contingenti individuate come preminenti.
[bctt tweet=”All’interno di una struttura sociale i primi bisogni sono la sopravvivenza e la sicurezza. Seguono la possibilità di evoluzione sociale in base alle proprie capacità e in base alle pressioni contingenti individuate come preminenti.” username=”MapsGroup”]
Nel medioevo, ad esempio, la paura delle invasioni da parte di nemici avevano prodotto una società chiusa ed arroccata su se stessa, che chiedeva protezione al feudatario, accettandone in cambio il potere.
Nella rinascita dopo l’anno mille, invece, le strutture sociali cambiarono e le città ripresero la loro importanza. Nell’Italia tra il 1100 e il 1300, infatti, i Comuni – essenzialmente città-stato organizzate in modo analogo all’antica repubblica romana – si affrancarono progressivamente dal Sacro Romano Impero, in nome della libertà (ricordiamo, ad esempio, la Battaglia di Legnano).
Muraglia CineseMa ogni città agiva in primo luogo in base ai propri interessi e all’interno stesso delle città agivano fazioni in lotta fra loro.
Questo condusse prima verso le Signorie (“così ora darsi in Signoria era la moda”, Corrado Barbagallo in [6]), e poi alla creazione degli Stati Regionali Italiani, che consentirono comunque, principalmente nel periodo compreso fra il 1454 e il 1494 lo sviluppo dell’economia, delle arti e di tante altre cose che oggi chiamiamo Umanesimo e Rinascimento.
Cambiando scenario, in vari paesi dell’Europa, soprattutto nella Francia, le rivolte contadine come la Jacquerie – causate sia da prelievi fiscali eccessivi, sia dalle carestie e dagli effetti indiretti delle guerre – hanno influito non poco sul mantenimento del potere da parte delle classi dominanti.
E anche la rivoluzione francese, che tanto ha influenzato la storia europea, può essere vista come una versione più estesa di rivolta. Rivolte contadine sono esistite anche presso entità imperiali molto più consolidate, come la Cina, dove hanno contribuito alla caduta di imperatori.
In generale quindi cosa possiamo trarre da questi avvenimenti:

  • L’esasperazione delle persone rispetto ai bisogni elementari conduce alla reazione, anche violenta, se non esistono altri modi per cambiare la situazione.
  • Spesso le reazioni violente sono state pilotate da persone appartenenti alle classi dominanti per cambiare equilibri di potere o per conquistare il potere.
  • Il mantenimento di una organizzazione sociale nel momento in cui la maggior parte delle persone ha soddisfatto i propri bisogni più importanti è molto più facile.
  • Cambiamenti in sistemi esterni che influiscono su un sistema sociale possono creare i presupposti per un cambiamento sfavorevole ai bisogni della popolazione, a sua volta causa di reazioni violente.
  • La difesa a oltranza di organizzazioni valide in passato (“cristallizzazione della società” o “difesa del buon tempo antico”) non serve, anzi, può essere controproducente.

È utile osservare come esempio per questo gli avvenimenti della Cina degli ultimi anni: resosi conto del malcontento montante negli strati più bassi della società, aggravato ulteriormente dal rallentare della impetuosa crescita economica cinese, il presidente Xi Jinping ha adottato misure drastiche ed efficaci contro la corruzione (approfittandone nel contempo per rafforzare il potere del suo gruppo di fedelissimi entro le strutture dello stato), contro l’inquinamento e contro altre cause del malcontento.
Erede degli antichi imperatori cinesi, Xi Jinping è un ingegnere chimico, ha ampia esperienza politica e conosce bene la storia cinese. Osservando la Cina attuale e la sua organizzazione viene quasi spontaneo definirla uno stato-azienda (o un’unica azienda gigante grande come uno stato)… A questo proposito è utile citare una frase da un discorso tenuto da Mauro Moretti, allora amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, nel 2013 a Brescia.
Moretti era da poco tornato da una missione commerciale in Cina e riferì questa frase di un alto dirigente cinese in relazione ad una trattativa commerciale con gli USA: “nella nostra delegazione (cinese) noi eravamo (ingegneri,) impegnati a costruire il futuro, gli americani erano tutti (avvocati,) impegnati a difendere il passato”.

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Historia magistra vitae: il caso dell’Isola di Pasqua

Sino ad ora abbiamo considerato la storia umana quasi esclusivamente dal punto di vista degli esseri umani. Ma gli esseri umani esistono entro il sistema “pianeta Terra”, composto a sua volta da tanti sistemi ed eco-sistemi collegati fra loro ed a sua volta soggetto alle influenze degli altri corpi celesti vicini come il Sole, fonte primaria delle energie che servono alla vita, la Luna (principalmente per le maree, non a caso definite “respiro degli oceani”…).
Le influenze esterne si sono manifestate più volte nella storia della Terra: una delle più importanti è l’estinzione dei dinosauri avvenuta in seguito all’impatto del grande meteorite circa 65 milioni di anni fa. Senza quell’avvenimento oggi la maggior parte delle specie animali (noi compresi) non esisterebbero e i mammiferi sarebbero ancora piccoli animali notturni simili a topi (si veda [7]).
[bctt tweet=”Acuni eventi, come le pestilenze, hanno imperversato più volte, in passato, sul nostro pianeta, con effetti devastanti sulle società umane. E i fattori climatici hanno influito pesantemente sulla Storia. ” username=”MapsGroup”]
E anche l’interno della Terra si manifesta con le sue influenze. Pensiamo alla disastrosa eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo che, oltre a sommergere le città romane di Ercolano e Pompei, causando la morte delle migliaia di abitanti delle stesse, ha addirittura cambiato la forma della montagna.
O, in tempi recenti, ai disastrosi terremoti che hanno sconvolto varie regioni del mondo e colpito anche pesantemente il nostro paese, con l’effetto di morti, sofferenze e gravi effetti economici…
Le pestilenze più volte in passato hanno imperversato, con effetti devastanti sulle società umane. E i fattori climatici hanno influito pesantemente sulla Storia. Solo a titolo di esempio citiamo la spaventosa eruzione del vulcano Tambora, in Indonesia, avvenuta nell’aprile 1815.
Isola di PasquaMilioni di tonnellate di polveri, accompagnate da sostanze inquinanti come gli ossidi di zolfo, furono sparate in atmosfera e, combinandosi con il vapore acqueo, causarono il formarsi di una specie di “nebbia” nella alta atmosfera. Oltre a molte migliaia di morti nelle vicinanze del vulcano, l’effetto secondario fu una grande piovosità nei mesi successivi ed un drastico abbassamento delle temperature (“anno senza estate”).
Il primo probabile effetto sulla Storia di questa eruzione è il suo contributo alla sconfitta di Napoleone a Waterloo nel giugno del 1815, dovuto al fango causato dalle piogge eccezionali di quel periodo che impedì all’esercito francese di usare al pieno potenziale la propria cavalleria.
E negli ultimi secoli l’effetto delle azioni umane sul sistema “pianeta Terra” è diventato sempre più intenso.
A tal proposito è utile prendere in esame un caso particolare: l’isola di Pasqua nell’oceano Pacifico meridionale. L’isola era disabitata fino circa all’anno 900-1000 d.C. ed era coperta di una immensa foresta di palme. Un uso smodato delle risorse e l’eccessivo aumento della popolazione in pochi secoli causarono l’inaridimento progressivo dell’isola e la sparizione degli alberi e di molte risorse alimentari. La conseguenza fu un progressivo inasprimento dei rapporti fra i gruppi sociali degli abitanti, con guerre e atti di cannibalismo. Per approfondimenti si raccomanda il documentario di Alberto Angela
Un fatto analogo avvenne con l’eccessivo sfruttamento dei piccoli boschi della Groenlandia da parte dei Vichinghi che l’avevano colonizzata intorno all’anno 1000. I Vichinghi avevano bisogno del legno e l’eccessivo sfruttamento eliminò una risorsa vitale per la società vichinga, provocando la decadenza e poi la fine delle colonie. E’ interessante tuttavia notare come la popolazione degli Inuit, che aveva adottato uno stile di vita molto più rispettoso dell’ambiente, sopravvisse anche a questo inaridimento, tanto che tutt’ora i loro discendenti abitano la Groenlandia.
Tornando ai tempi nostri – e ai ghiacci – sappiamo che l’impatto dell’azione umana sul clima viene di solito indicato come “riscaldamento globale”. In realtà questa espressione è riduttiva e incompleta, portando con se un modello eccessivamente semplificato degli effetti. Più gas a effetto serra in atmosfera significano più radiazione solare trattenuta e quindi più energia in atmosfera.
Per spiegare questo effetto è utile la metafora del sistema “pentola sul fuoco”. Se noi aumentiamo la potenza della fiamma, e quindi forniamo più calore all’acqua contenuta nella pentola, questa bolle più forte, quindi le correnti interne sono più veloci, le bolle più grandi… In sostanza il sistema è analogo ad un sistema fisico con feedback positivo in cui le oscillazioni diventano sempre più forti. Si veda come esempio di questo tipo di effetto il filmato sul disastro del ponte Tacoma.
Le fluttuazioni climatiche sono sempre esistite negli ultimi milioni di anni, di solito però si esprimevano in decenni o secoli. Ma la presenza di più energia “intrappolata” in atmosfera non fa altro che amplificarle maggiormente, sia come effetti (eventi meteo estremi), sia come scala temporale (ad esempio, anno 2014 con estate molto piovosa, anno 2015 con estate molto secca o anche periodi molto piovosi alternati a periodi molto caldi nella stessa estate…).
[bctt tweet=”Le fluttuazioni climatiche sono sempre esistite negli ultimi milioni di anni, di solito però si esprimevano in decenni o secoli. ” username=”MapsGroup”]
Continuando ad immettere gas serra in atmosfera stiamo amplificando, in modo drammatico, le oscillazioni climatiche pre-esistenti, conducendo ad un clima sempre più “caotico”.
Che informazioni di tipo generale possiamo dedurre da tutto ciò?

  • La nostra società è complessa, si basa sul continuo afflusso di risorse, che potrebbero venire meno o essere disponibili in minore quantità, con effetti sulla stabilità sociale.
  • Non siamo indipendenti dall’ambiente, nonostante tutta la nostra tecnologia.
  • Non voler vedere le cose o fare finta che non esistano è una mossa suicida; ma anche propagandare interventi “ideologici” e non sistemici è altrettanto pericoloso.
  • L’intervento deve avvenire a tutti i livelli: ad esempio, lamentarsi che “ci sono sacchi della spazzatura in giro” e poi contribuire a buttare spazzatura in giro è oltre che dannoso, ipocrita.

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[/sf_iconbox]Historia magistra omnium rerum:
che lezione complessiva possiamo trarre?

Se applichiamo l’analisi dei sistemi in modo oggettivo alla situazione attuale possiamo concludere che nel 2100 potrebbe non esistere più alcun essere umano sul pianeta Terra. E’ una certezza? Ovviamente no, è solo un futuro possibile, che dobbiamo fare in modo di cambiare.
Stiamo, in sostanza, giocando col fuoco. O, in altri termini, facendo gli apprendisti stregoni, senza sapere quali possono essere le conseguenze delle nostre azioni e della combinazione di esse. Ricordiamo che il pianeta Terra è un grosso sistema, composto di tanti sotto-sistemi collegati fra loro, che evolvono in modo non lineare, come rappresentato validamente nella metafora dell’effetto farfalla. E gli effetti possono andare in tutte le direzioni.
Effetto FarfallaL’auto-distruzione della specie umana non è inevitabile.
Già più volte in passato ci sono stati rischi gravi per la nostra specie. Solo in tempi molto recenti si è arrivati alla possibile distruzione totale ad opera dell’uomo.
Prendiamo il periodo della guerra fredda, con l’equilibrio del terrore poggiante sulla mutua distruzione reciproca assicurata con le armi atomiche. In almeno due occasioni (a quanto noto pubblicamente) si è arrivati molto vicino alla guerra nucleare.
Prendiamo il primo caso: la crisi dei missili di Cuba, nel 1962. Il mondo fu veramente sull’orlo della guerra, quasi nel momento previsto da un film sul tema della guerra atomica del 1959, L’ultima spiaggia. Anche se molti documenti sono stati presentati, diversi film sull’episodio realizzati, ancora non vi è certezza su quanto esattamente avvenne. L’intervento di mediazione di Papa Giovanni XXIII, che contribuì in modo decisivo allo sbloccarsi della crisi, non è completamente noto. E tuttavia accadde.
Emblematico è anche il secondo caso: nel 1983 il colonnello Petrov della forza missilistica dell’URSS identificò correttamente come malfunzionamento di un sistema (più tardi fu scoperto dovuto a una condizione di illuminazione non prevista da chi aveva progettato i sensori) la segnalazione di un attacco atomico condotto dagli USA da parte di un satellite spia. Per questo il colonnello fu anche redarguito e la sua carriera compromessa.
Cosa possiamo trarre da tutto questo?
Che la nostra sopravvivenza dipende dal buon senso e dalla intelligenza, oltre che dalla conoscenza del mondo e di noi stessi, in modo sistemico. Se sapremo applicarle a livello di società umana, allora, sopravviveremo. O forse, in altri termini, qualcuno ci giudicherà degni di sopravvivere.

Giulio Destri


  • Bibliografia
  • [1] Paul D. MacLean – Evoluzione del cervello e comportamento umano. Studi sul cervello trino – Ed. Einaudi.
  • [2] Paolo Borzacchiello – Vendere ai 3 cervelli – Ed. Unicomunicazione.it.
  • [3] Oren Klaff- Pitch Anything: la presentazione perfetta – Ed. ROI Edizioni.
  • [4] Bertrand Russel – Storia della Filosofia Occidentale e dei suoi rapporti con le vicende politiche e sociali dall’antichità ad oggi – scaricabile QUI.
  • [5] Robert Dilts – Cambia le convinzioni con la PNL. I livelli di pensiero – Ed. Unicomunicazione.it e Il manuale del Coach – Ed. Unicomunicazione.it
  • [6] Corrado Barbagallo – Storia Universale – Ed. UTET.
  • [7] Robert Jastrow – Il Telaio Incantato – Ed. Mondadori.

CREDITS
Immagine di copertina (immagini rielaborate):
Cartina del mondo ID Immagine: 47275200. Diritto d’autore: max776.
Clessidra ID Immagine: 46736255. Diritto d’autore: Narith Thongphasuk.
 
Immagini nell’articolo:
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Isola di Pasqua ID Immagine: 77822383. Diritto d’autore: Laurent Davoust.
Muraglia cinese ID Immagine: 41511176. Diritto d’autore: Sean Pavone.
Farfalla ID Immagine: 41731974. Diritto d’autore: vician.
Rappresentazione del cervello umano ID Immagine: 119628144. Diritto d’autore: designua.
Filosofo Platone ID Immagine: 81933668. Diritto d’autore: Stefanos Kyriazis.
Soldati romani ID Immagine: 31099976. Diritto d’autore: Peter Bernik.
Cartina Antica ID Immagine: 65820318. Diritto d’autore: Dmitry Rukhlenko.
Manoscritti ID Immagine: 29453970. Diritto d’autore: Alfio Scisetti.