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Predictive Analysis: asset digitali emergenti

L'informatizzazione clinica orientata all'analisi predittiva. Di Maurizio Pontremoli

[dropcap3]M[/dropcap3]ai come nel settore della sanità, l’impulso della digitalizzazione delle informazioni è stato così forte come negli ultimi anni.

Mi riferisco senz’altro alla diffusione sempre più ampia dei sistemi EHR (Electronic Health Record), ma anche alla più recente disponibilità di informazioni su stili di vita e di monitoraggio sui parametri vitali che stanno arrivando grazie all’utilizzo dei Wearables Devices .
Sono tuttavia consapevole che le difficoltà di aggregare le informazioni cliniche che giungono da fonti diverse sono molto lontane dall’essere risolte, rendendo critico e pieno di ostacoli il percorso dell’informatizzazione orientata all’analisi predittiva.
In questo situazione, che potremmo definire a metà del guado, è ancora più interessante analizzare i vari casi d’uso raccolti nelle tre categorie:

[icon image=”ss-user” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] user experience

[icon image=”ss-share” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] business models

[icon image=”ss-repeat” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] operating processes

E’ bene sottolineare come in questo articolo mi sono occupato principalmente della User Experience relativa al medico/struttura sanitaria, individuando i casi d’uso correlati direttamente alla creazione di nuove procedure diagnostiche o terapeutiche.

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[/sf_iconbox]L’utente e la digitalizzazione delle informazioni: user experience.

In generale possiamo osservare una rapida espansione delle cosiddette applicazioni di Electronic Health care Predictive Analytic (e-HPA).

Sono ben noti nel settore medico dei modelli facilmente utilizzabili anche senza la necessità di numerosi e complessi calcoli matematici. Un esempio è APACHE (Acute Physiology and Chronic Health Examination) un sistema per attribuire una misura del rischio di mortalità nei reparti di cure intensive.
Con le applicazioni e-HPA si identificano invece quelle pratiche in cui l’analisi di grandi quantità di dati e l’utilizzo di sofisticati modelli matematici rendono necessario l’affiancamento di un computer al medico.
[bctt tweet=”Le applicazioni e-HPA sono pratiche in cui l’analisi di dati e l’utilizzo di modelli matematici necessitano dell’affiancamento di un medico.” username=”MapsGroup”]
Un esempio ne è il caso di un modello matematico che riesce a predire i blocchi renali in quei paziente afflitti da una patologia cronica del rene. Questa malattia, che purtroppo affligge una grande percentuale della popolazione mondiale, ha delle caratteristiche di progressione molto diverse, ed è quindi particolarmente significativo poter identificare tempestivamente le situazioni più critiche al fine di evitare conseguenze irreparabili. Applicando tecniche di tipo “fuzzy expert systems”, i ricercatori di questo studio, analizzando i dati clinici e di laboratorio di 465 pazienti, sono riusciti a predire il valore di un indicatore (GFR) direttamente collegato alla funzione renale, con un errore del 4% su periodi di 6, 12 e 18 mesi.
Oltre a questi casi concreti esistono inoltre diversi annunci di sperimentazioni avviate, con l’utilizzo di tecniche analoghe, finalizzate alla prevenzione dei suicidi o alla previsione dell’insorgere del Morbo di Parkinson. Tali sperimentazioni, così come altre similari, richiedono ancora lunghi processi di validazione dei risultati, ma le premesse sono comunque interessanti e – se le aspettative risulteranno confermate – le ricadute saranno di notevole portata.

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[/sf_iconbox]I nuovi valori creati grazie ai nuovi asset digitali: business model.

Se volgiamo lo sguardo oltre a quelle che sono le ricadute più dirette, ossia alla creazione di nuovi percorsi diagnostici o di cura e alle evetuali  ricadute economiche ottenibili con nuovi modelli di business, troviamo casi che fanno intuire un nuovo modo di “fare” sanità: un caso d’uso particolarmente esemplificativo è legato al contesto delle modalità di rimborso da parte delle assicurazioni private basate sulle performance.
Tali modalità stanno infatti spingendo i fornitori di servizi sanitari a una maggiore proattività, sino ad arrivare ad approcci che mirano al mantenimento del livello di salute del paziente piuttosto che all’erogazione di un processo di cura secondario a una malattia, ed è chiaro come – con tale obiettivo – il paziente sia sicuramente uno degli attori principali del processo evolutivo. Di conseguenza si stanno sviluppando modelli di business nei quali il paziente viene letteralmente ricompensato se accetta di modificare alcuni suoi stili di vita potenzialmente a rischio.
[bctt tweet=”Nuovi modelli di business in sanità: il paziente è ricompensato se abbandona stili di vita a rischio per la sua salute.” username=”MapsGroup”]
E’ ciò che fa la società Weltok, ad esempio, che riconosce premi in denaro a coloro che accettano di adeguarsi a precisi piani di intervento preventivo, finalizzati ad esempio a perdere peso, ad aumentare l’attività fisica, a migliorare la regolarità nel seguire le procedure terapeutiche nel caso di pazienti cronici e così via.
Tale azienda, infatti, essendo in grado di acquisire milioni di dati da differenti fonti, realizza modelli predittivi che le consentono di attribuire un valore a ogni buona pratica, e, di conseguenza, di monetizzarla in termini premiali.
Chi paga per questi premi? Di volta in volta le assicurazioni sanitarie, le aziende nell’ambito dei loro piani di welness, le pubbliche amministrazioni… In pratica secodno questo modello vincono tutti: il paziente riceve un premio e le assicurazioni sanitarie vedono ridursi i rischi di incidenti, mentre in generale si ottiene una popolazione più in salute, con meno costi sanitari pubblici ed aziendali.

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[/sf_iconbox]I miglioramenti dei processi operativi interni: operating processes

In conclusione alla panoramica effettuata, valutiamo alcuni casi d’uso in cui la predictive analysis è stata applicata per rendere più efficienti gli attuali processi operativi sanitari. È evidente come avventurarsi in questi argomenti – senza aver prima di tutto stabilito come misurare il cosiddetto “outcome”, ovvero i risultati misurabili ottenuti – sia un percorso denso di insidie.
Un indicatore che viene utilizzato in tali contesti è la percentuale delle riammissioni ospedaliere successive ai ricoveri fattore che è stato ad esempio considerato presso l’University of Pennsylvania, che ha individuata un’apposita metrica ottenuta attraverso la combinazione di molteplici misurazioni a partire da dati di monitoraggio, clinici e di laboratorio. Il fine è quello di  individuare i pazienti che sono a rischio di rientrare nel percorso ospedaliero nei successivi 30 giorni post-ricovero.
L’obiettivo che si sono posti i ricercatori, in questo caso, è dunque quello di ottimizzare gli interventi di cura su quei pazienti che sono maggiormente a rischio di ricadute nei primi giorni successivi alle dimissioni. L’ospedale, grazie a queste tecniche di profilazione, può così differenziare i protocolli di dimissione su pazienti specifici, al fine di ridurre il rischio di riammissione. Come? Ad esempio avviando  pratiche di educazione sullo stile di vita, o prevedere appuntamenti telefonici per monitorare l’andamento dello stato di salute del paziente anche al di fuori dal ricovero, approntare tecniche di riconciliazione farmacologica…
[bctt tweet=”Indicatori  a partire da dati di monitoraggio, clinici e di laboratorio, valutano il rischio. ” username=”MapsGroup”]
L’impatto positivo sulle finanze degli ospedali rispetto alla criticità delle riammissioni ospedaliere può essere particolarmente importante. In uno studio realizzato dalla Regione Toscana del 2014 relativo ad alcune patologie, si indicava ad esempio un indice di riammissione compreso tra il 15% e il 18%. E se purtroppo ad oggi non sono ancora disponibili i risultati ottenuti in questa specifica sperimentazione, altri dati della letteratura scientifica dimostrano come la riduzione del rischio di riammissione, usando i modelli predittivi, può raggiungere il 12%.
Un caso analogo è quello applicato in un grande ospedale texano che utilizza i dati presenti nei sistemi EHR (Electronic Health Record), per identificare già dalle prime ore del ricovero i pazienti con maggiore rischio di riammissione. In questo modo si concentrano le cure più appropriate fin dall’inizio del ricovero. Il modello utilizzato acquisisce 29 tipologie di dati clinici, sociali e sullo stile di vita del soggetto, identificando i pazienti a maggior rischio di riammissione. Le pratiche cliniche conseguenti hanno permesso di ridurre la percentuale di riammissione dal 26,2% al 21,2% nei pazienti con malattie cardiache.
[bctt tweet=”Le cure più appropriate, utilizzando sistemi predittivi, possono essere stabilite fin dal ricovero” username=”MapsGroup”]
Un ulteriore sistema predittivo, operativo nella Unit per le cure intensive (PICU) del Children’s Hospital of Pittsburgh, permette di prevedere se e quando i piccoli pazienti subiranno dei cambiamenti significativi delle loro condizioni di salute. Tali campanelli di allarme – altrimenti difficili da decifrare da parte dello staff medico – evitano spesso le conseguenze altrimenti dovute a eventuali interventi tardivi.
In questo caso i medici monitorano un altro indice (pRI), che aggrega 26 variabili cliniche importanti con le quali valutare il rischio complessivo sul paziente. Il sistema individua quindi in via preventiva le situazioni che potrebbero vedere peggiorare lo pRI del singolo paziente, permettendo di intervenire in maniera tempestiva e sistematica. In questo modo, tra l’altro, si riduce il rischio di mancato intervento.
I risultati relativi all’utilizzo di tale pratica sono consultabili a questo link, dove si evince che l’utilizzo dell’indice pRI è uno strumento predittivo ad alta specificità (99%), mentre rimane ancora da migliorare dal punto di vista della sensibilità (dal 13% dei casi meno gravi, al 56% dei casi molto gravi).
Le pratiche di monitoraggio standard sono quindi ancora insostituibili, ma questi studi mostrano che questi tipi di strumenti permettono di ridurre significativamente l’errore umano.

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Ciò che non si tocca con mano, ma al quale credere.

Analizzando questi casi d’uso si può affermare che l’influenza delle tecniche di predictive analysis, nel settore sanità, possono essere ancora solo intuite, più che toccate con mano, ma ciò che è veramente notevole, in questo caso, sono i possibili impatti delle stesse una volta messe a punto.
Su tutti e tre gli ambiti analizzati possiamo affermare infatti che vi sono potenziali di innovazione elevatissimi, sia nell’ambito del miglioramento delle attuali procedure terapeutiche che delle nuove procedure diagnostiche.
Ma ancora più interessante sono i nuovi approcci che, agevolati da tali innovazioni tecnologiche, mirano a ridefinire il ruolo dell’organizzazione sanitaria nell’ottica di preservare la salute a monte piuttosto che intervenire in termini di diagnosi (e cura) a valle dell’eventuale malattia.
Benvenuti quindi ai big (o small) data, se sono accompagnati da algoritmi e modelli predittivi che renderanno concrete tali promesse.

Maurizio Pontremoli

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ABOUT MAPS GROUP
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Il Gruppo Maps, dalla sua nascita ad oggi, opera nei settori business intelligence, data mining e machine learning, con lo scopo di passare dai Big data ai Relevant Data.
In questa prospettiva si realizza l’attività del gruppo, che persegue gli obiettivi strategici e operativi dei propri clienti attraverso la raccolta di dati che, analizzati e adeguatamente trattati e modellati, sono in grado di creare nuovi asset digitali creando prodotti e servizi innovativi o migliorando nettamente le performance delle attività già in essere.
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ABOUT MAURIZIO PONTREMOLI
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Imprenditore nel settore IT con avanzate competenze informatiche e lo sguardo di un Fisico, si occupa dello sviluppo di nuovi business nel settore dell’innovazione tecnologica.
Condivide con il Gruppo Maps, di cui è fondatore e AD, una missione specifica: trasformare in asset gli scenari sempre più complessi della Big Data Science con un sguardo attento alle pratiche più avanzate di condivisione, valore fondante della conoscenza e condizione sine qua non per l’evoluzione della stessa.
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Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

Trucco e parrucco per 6MEMES: il nostro blog cambia layout, ma non pelle!

A quasi due anni dal suo esordio il nostro blog è diventato… grande, e – giustamente – si dà qualche aria in più, inaugurando la nuova testata dedicata al nostro genio ispiratore, Italo Calvino!

E ampliando le proprie penne, grazie a un manipolo” di autori – Maria Bonifacio, Paola Chiesa, Giulio Destri, Anna Pompilio, Maurizio Pontremoli – che hanno deciso di metterci come si dice la faccia e di realizzare inedite rubriche tematiche, spaziando dall’ITC all’ambiente, dall’informatica al bene comune.
Il tutto attraverso un nuovo format che mette in primo piano loro, gli articoli, suddivisi e articolati secondo percorsi di lettura dedicati, grazie al nuovo menù laterale.
Immutato invece è lo spirito: condividere e contaminare tra loro conoscenza e sapere, tecnologia e cultura, alla ricerca di un modo accessibile per parlare di innovazione nelle sue forme non solo astratte e strategiche, ma anche quotidiane e concrete.
[bctt tweet=”6MEMES: l’integrazione tra due mondi a volte non interoperabili, quello tecnico-scientifico e quello umanistico.” username=”MapsGroup”]
Allo stesso modo, sempre fedele a se stesso è lo sguardo del blog: a tratti incisivo, a tratti ironico, sempre critico e in cerca di inediti punti di vista con cui raccontare le pressoché infinite novità che questi anni ci consegnano tra le mani senza che neppure ce ne accorgiamo.
L’orizzonte complessivo è quello che il Gruppo Maps persegue dalla sua fondazione: il confronto e l’integrazione tra due mondi a volte non “interoperabili”, quello tecnico-scientifico delle tecnologie e quello più sociale e umanistico del linguaggio, sia esso naturale o artificiale.
La visione del blog, che predilige la condivisione di un sapere positivo che possa migliorare la vita di ognuno in rapporto alla contemporaneità, fa dunque da sfondo ad approfondimenti non solo tecnici, ma anche divulgativi e a volte divertenti, cercando di allargare l’orizzonte di un sapere solitamente custodito nelle mani di pochi addetti ai lavori.
Confidiamo ora in voi, cari lettori, nella vostra presenza e partecipazione!

Natalia Robusti

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Performance da 10 e lode!

Cultura, arte e innovazione: impara la SmART e mettila da parte!

[dropcap3]S[/dropcap3]mART: sembra un gioco di parole (e lo è 🙂 eppure, come spesso accade, dietro ai giochi si nasconde qualcosa di significativo.
Nel nostro caso, celato sotto alla sottile patina ludico-verbale, c’è un vero e proprio asset in grado di rendere l’ARTE parte non solo integrante, ma trainante dell’economia di un territorio, in primo luogo delle città, ma non solo. Il tutto in una nuova idea di Rinascimento che metta finalmente di nuovo insieme Arte e Scienza anche alle nostre latitudini, e non solo oltreoceano.
Gli esempi ci sono già, ed è un vero piacere illustrarli ai nostri lettori con una serie di buone pratiche che “cavalcano” davvero quell’idea di eccellenza tanto spesso cercata e così di rado toccata con mano.
Ci spieghiamo meglio.
Si fa un gran parlare di Smart in riferimento a quelli che possiamo definire i massimi sistemi: energia, applicazione, mobilità, sostenibilità varie – settori senz’altro strategici e basilari per ogni società – eppure quello che non va dimenticato è che alla base d’ogni salto qualitativo nello sviluppo duraturo di una comunità, sono quelle pratiche che dal loro basso (o dall’alto, a seconda della prospettiva e del tema) coinvolgono in primo luogo energie e talenti del luogo cui appartengono.
Il nostro focus esplora dunque un tema che ci sta particolarmente a cuore: le pratiche culturali e artistiche di una comunità e di un territorio declinate secondo il sapere e le opportunità dell’innovazione anche tecnologica.
Arte strada
L’Italia è del resto un “ambiente”, per questi aspetti, esemplare.
Nei due sensi: sia in quello positivo, ovvero come luogo deputato dalla storia dell’arte ad essere tra i più ricchi del pianeta (forse il più ricco), sia come esempio invece di una non piena messa a frutto di tali e tanti ricchezze…
Ebbene, con una certa soddisfazione, possiamo affermare che qualcosa sta cambiando, ed entrambi i sensi di tale prospettiva stanno convergendo in una serie di progetti emblematici.
Citiamo in primo luogo noi stessi, con questo articolo su HETOR, un progetto formativo di eccellenza e con il monitoraggio realizzato sui venti musei italiani a seguito della designazione dei loro nuovi Direttori.
[bctt tweet=”Confidiamo in una nuova idea di Rinascimento che metta insieme Arte e Scienza alle nostre latitudini.” username=”MapsGroup”]
Sarà poi un caso, ad esempio – o forse no – che proprio la città di Palermo sia stata da poco eletta Capitale della cultura per il 2018 dopo che, solo due anni fa, è stato presentato il progetto Smart City Italia Innovazione e cultura per una città “intelligente”” con il compito di “creare un nuovo rapporto di consapevolezza dei cittadini con il territorio e a far comprendere ai giovani che è possibile vivere processi di innovazione senza andare all’estero”.
Lo scorso anno, inoltre, è stata la città di Savona ad ospitare Be Sm/ART , un progetto artistico-scientifico che “per due mesi ha animato il Campus di Savona con azioni performative e interventi site specific ideati dagli artisti dell’associazione Cherimus chiamati a interpretare creativamente la sperimentazione sulla Smart City condotta nelle aule del Polo Universitario ligure.”
Come illustrato in questo articolo, del resto, sembra proprio che il 2015 sia stato l’anno spartiacque per le “Smart Cities” italiane, anno in cui è stato messo a punto a cura dall’Osservatorio dell’ANCI di uno strumento “per il campionamento delle attività svolte, o in corso di svolgimento, sul territorio nazionale (…) con la voglia di confrontarsi, tenersi in contatto, stringere collaborazioni e scambiare best practice”.
Da parte nostra, dopo questa breve excursus sul tema, continueremo a monitorare – come si dice – la query, con un occhio (ormai allenato) a cogliere le più sottili sfumature e i più impercettibili indicatori che dimostrino che, sì, Smart è bello, ma SmART lo è ancora di più!
Stay tuned!

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Data Complexity & Big Data

Come cambia il mondo del lavoro: ricerca semantica ed effetto Big Data. Di Anna Pompilio.

[dropcap3]A[/dropcap3] volte sono in giro per lavoro e, specie a colazione, mi capita di provare una strana sensazione, guardandomi in giro e riflettendo. Spesso negli alberghi si tengono riunioni o convention di grandi aziende, di gloriose Big Company che hanno fatto i soldi e il successo in un mondo che non esiste più …”

Il mondo che c’è, ma non esiste.

Qualche settimana fa Rudy Bandiera ha pubblicato su Facebook lo status da cui è tratto l’inciso e leggendolo mi sono resa conto di quanto sia profondamente e semplicemente vero: c’è un mondo che non esiste più, se non per qualche nostalgico dell’edonismo reaganiano. E molti attribuiscono la responsabilità della sua scomparsa all’innovazione tecnologica, al digitale, all’intelligenza artificiale, alla scienza, ai “robot”, alla IV rivoluzione industriale, ai Big data, alle cavallette…
Sottotraccia, è chiaro, il rumor che si agita minaccioso è quello che riguarda il lavoro, o meglio, la possibilità affatto remota di perderlo e di non essere più all’altezza di tali e tanti cambiamenti. Come se le antiche profezie letterarie, più o meno fantascientifiche, si stessero per avverare, con un’Umanità destinata a soccombere sotto al peso (o alla leggerezza) della tecnologia.
Ora, con l’informatica ho a che fare ogni giorno, è il settore in cui ho investito professionalmente e costruito le mie maggiori competenze. Così, quando sento dire che i lavori più richiesti oggi non esistevano 10 anni fa e che l’universo del lavoro verso cui stiamo viaggiando è destinato a dissolversi, provo ad approfondire, consapevole del fatto che, spesso, la resistenza al cambiamento è il principale nemico di ognuno di noi.
[bctt tweet=”Il rumor che si agita minaccioso è quello che riguarda il lavoro e la possibilità di perderlo.” username=”MapsGroup”]
Ma andiamo per gradi. Secondo il World Economic Forum, già nei prossimi 5 anni:

“I fattori tecnologici e demografici influenzeranno profondamente l’evoluzione del lavoro. Alcuni (come la tecnologia del cloud e la flessibilizzazione del lavoro) stanno influenzando le dinamiche già adesso e lo faranno ancora di più nei prossimi 2-3 anni. L’effetto sarà la creazione di 2 nuovi milioni di posti di lavoro, ma contemporaneamente ne spariranno 7, con un saldo netto negativo – quindi – di oltre 5 milioni di posti di lavoro”.

L’analisi è basata sulle indicazioni dei Responsabili RU di più di 350 imprese in 15 tra i maggiori Paesi nel mondo:

“La maggior parte delle imprese coinvolte ritiene che la chiave per gestire con successo queste dinamiche di lungo termine del mercato del lavoro sia investire nelle competenze, più che assumere lavoratori a termine o telelavoratori“.

Oltre alla tecnologia, la seconda grande protagonista invocata quando si vuole attribuire una responsabilità in questo nuovo contesto lavorativo internazionale è la crisi. Dice Luca De Biase

“Questa crisi non è un periodo che termina con il ritorno alla crescita. Questo è un periodo di trasformazione che termina quando ci saremo adattati. Nella dinamica culturale questo adattamento parte dalla presa di coscienza dei cambiamenti strutturali che sono intervenuti. L’avvento del digitale non è il futuro ma il passato“. 

Qualcosa sembra muoversi, proprio in questi giorni alla Camera dei Deputati si è tenuto il convegno Lavoro 2025: come evolverà il lavoro nel prossimo decennio, anche se poi, da altre fonti, leggo che per risolvere la crisi servono “le startup”. Ma, anche qui, basta qualche numero per smorzare i facili entusiasmi e le ricette definitive. Citando ancora Luca De Biase:

“Le startup sono una soluzione necessaria per l’innovazione dell’ecosistema. Ma di certo non sono la soluzione sufficiente. Ci vuole finanza, ci vuole ascolto da parte della grande impresa, ci vuole educazione e ci vogliono professionalità. (…) stiamo parlando di un mondo che potrebbe valere al massimo 200mila addetti, diretti e indiretti. Non è sufficiente di per sé. E anche raddoppiando quella cifra saremmo sempre in proporzioni limitate per un paese grande come l’Italia. Significa che vogliamo che almeno una parte di quelle startup diventino grandi aziende”.

Nessuna facile soluzione all’orizzonte, dunque. Anzi, sul mercato del lavoro e sulla sua frammentazione vale la pena di spendere qualche riflessione. Come di consueto in questa rubrica, dunque, cerchiamo di farci almeno le domande giuste, in attesa che le risposte arrivino.
 

selezione personale
Risorse Umane o Umane Risorse?

Chiarito che il mondo del lavoro è cambiato ed è destinato a farlo sempre di più, il primo quesito è addirittura banale: se già da qualche anno si parla di Intelligenza collaborativa, di telelavoro, di smart working, di cultura convergente e partecipativa, di social organization, di mass collaboration… se da almeno un decennio si discute della necessità di un superamento dello Scientific Management a favore di un Humanistic Management basato sulla centralità del lavoratore e dell’individuo… se tutto ciò vale oggi per le grandi imprese, ma varrà nel futuro per tutte, indipendentemente dalle dimensioni, cosa mai impedisce l’applicazione dei nuovi paradigmi e il passaggio dalle risorse umane alle umane risorse, su vasta scala?
Non c’è, com’è prevedibile, una risposta univoca. Un fatto tuttavia sembrerebbe auspicabile da molti studiosi dei fenomeni fin qui accennati: non può più valere nelle circostanze attuali la “contrapposizione” tra azienda e lavoratore, ma entrambi devono trarre vantaggio da politiche di engaged o advocacy employeeAllo stesso modo non può né potrà esserci contrapposizione tra identità personale e sociale (estesa alle componenti più strettamente “social”) e non potrà esserci a maggior ragione contrapposizione tra cultura tecnologica e cultura umanistica.
[bctt tweet=”Cosa impedisce il passaggio dalle risorse umane alle umane risorse?” username=”MapsGroup”]
La creazione di Valore si fonda già e lo farà sempre di più sulla collaborazione e l’apertura dei confini organizzativi, sulla trasparenza e la partecipazione, sulla condivisione di informazioni, opinioni ed esperienze di tutti gli attori coinvolti.
Torniamo ora alla nostra Umanità in cerca di nuove prospettive. A partire dai presupposti appena esposti sembra assai probabile che saranno soprattutto le persone in grado di destreggiarsi tra le nuove competenze richieste dal mercato ad avere maggiori chances di scivolare indenni nel nuovo millennio lavorativo.
Stiamo parlando dell’Industria 4.0 e della nuova economia social, del codice umanistico, dei big data e della linguistica computazionale, della metadisciplinarità. Ma anche qui c’è chi invece sostiene che non saranno tanto le competenze a fare la differenza, quanto le attitudini, i comportamenti, le motivazioni. In una parola sola, l’ingegno.
In entrambi i casi è fin troppo facile ipotizzare che chi ha acquisito competenze o attitudini rendendosi necessario a un’azienda in trasformazione avrà maggiori opportunità di mantenere o migliorare i propri livelli occupazionali, così come dall’altra parte saranno proprio le aziende che sapranno riconoscere e mantenere quelle stesse competenze e attitudini nel loro organico ad avere maggiori possibilità di trovare nuovi modi per connettersi e dialogare con i mercati.
Andiamo quindi avanti nel nostro discorso, e riposizioniamo la lente di ingrandimento sull’incipit del nostro vagabondare tematico, ovvero l’onda d’urto dell’innovazione che, veloce e dirompente, rischia di travolgere tutto e tutti, soprattutto in termini di occupazione.
Nell’evoluzione (non solo digitale) del lavoro, saranno le Direzioni RU, volenti o nolenti, a giocare un ruolo cruciale nel determinare gli esiti di tali scenari, con il non facile compito di attrarre le migliori risorse e soprattutto permettergli di esprimere liberamente se stessi e il proprio talento, ovvero di essere fautori della mass collaboration, incentivare le politiche di engagement ecc.
E – per fare questo – dovranno anch’esse seguire la regola prima dell’innovazione, quelle relativa alla capacità di trasformazione, dotandosi di strumenti e pratiche idonee per governare al meglio tali cambiamenti e ripensando i propri processi di azione e selezione, così da adattarsi al cambiamento in atto, in special modo per quanto riguarda la ricerca e la valutazione dei candidati.
[bctt tweet=”Nell’evoluzione non solo digitale del lavoro, saranno le Direzioni RU a giocare un ruolo cruciale.” username=”MapsGroup”]
Attenzione: non parliamo qui dell’uso più o meno spinto di Recruitment Management Software (per gli anglosassoni Applicant Tracking System), con cui si finisce spesso per controllare che, nel curricula, siano inserite parole chiave precedentemente scelte scartando magari candidati potenzialmente interessanti, quanto piuttosto di immaginare di poter innescare, nella fase di Candidate Acquisition, i dati provenienti dall’attività di social listening.

Recruiting-Software-Functionality_ Source
Source: Gartner RAS Core Research, “Magic Quadrant for E-Recruitment Software”


Vediamo ora se e come è possibile, facendo una serie di esempi concreti.

L’analisi Semantica Online per la valutazione preliminare dei candidati

Gli strumenti a disposizione per questo tipo di selezione, volendo, sono già identificabili nella metodologia di analisi definita “ricerca in chiave semantica”, che si attua attraverso una serie di azioni ad oggi messe in atto per lo più dalle organizzazioni e dai brand (ma non solo, pensiamo ad esempio alle ultime vicende elettorali oltreoceano) soprattutto in ottica marketing, con il preciso intento di profilare il proprio target.
Mi spiego meglio: immaginiamo una persona che esprime un giudizio su un libro in un social post… un altro utente lo segue lascia un commento… un altro ancora decide di regalare il libro a un amico che a sua volta apprezza l’autore dell’opera, e così via… Ognuno di questi fatti altro non è che una traccia digitale, e ciascuna traccia costituisce un frammento informativo.
Ne consegue che la registrazione delle nostre impronte (digitali, sì, seppure in questo caso virtuali :-)) – e soprattutto la loro mappatura attraverso l’analisi semantica, gli algoritmi, l’ipotesi distribuzionale, la linguistica computazionale ecc. – permette ai brand sopracitati il monitoraggio (e di conseguenza l’analisi) non solo delle loro preferenze e dei loro stili di vita, ma anche della loro reputazione online e del sentiment che provano rispetto ai vari prodotti e servizi intercettati.
Le aziende, attraverso questi strumenti detti di social listening, si mettono dunque “in ascolto” al fine di intercettare tempestivamente aria di tempesta, cogliere occasioni di marketing, aggiustare il tiro della comunicazione…
glassFacciamo ora un piccolo salto in avanti, e immaginiamo di utilizzare lo stesso approccio – nonostante i limiti ancora esistenti derivanti dall’applicazione di modelli matematici e statistici al linguaggio – nella gestione delle Risorse Umane, applicando l’analisi semantica della reputazione online anche ai potenziali candidati a un ruolo aziendale… Un po’ come accade già in alcuni ambiti, vedi quello assicurativo, in cui le aziende tentano di ridurre il rischio proprio grazie all’analisi dei dati. (Non potrebbe del resto essere anche questo il caso? Ovvero la possibilità di valutare in via preliminare i candidati al fine di ridurre il rischio di assumere persone non adatte al ruolo?).
Nell’ambito della ricerca del personale, ad esempio, sarebbe possibile comprendere, analizzando le sue tracce digitali (utilizzando strumenti di analisi semantica online come accade già per un prodotto o servizio) se il candidato ideale per una posizione chiave possiede, oltre alle competenze, le famose attitudini richieste da un ambiente contraddistinto da continue trasformazioni sociali, culturali, tecnologiche e di mercato.
E non nascondiamoci dietro pretestuosi fattori di privacy, partendo dal presupposto che la raccolta dei dati deve naturalmente tenerne conto nella massima tutela delle informazioni sulla vita personale e non deve essere strumento di discriminazione… Già oggi, infatti, anche in assenza di strumenti dedicati, molti responsabili del personale fanno già da tempo verifiche sui candidati online per vedere ad esempio come sono attivi sui social ed esistono, d’altro canto, diverse piattaforme che permettono agli utenti stessi di monitorare la propria reputazione online.

Un esempio concreto…

Supponiamo di essere titolari di una grande azienda che, spontaneamente, riceve e deve processare 100 CV al giorno. E ipotizziamo che la maggior parte dei candidati, sapendo che il CV da solo non basta, abbia anche un Blog e svariati profili social. Come “sfoglio” io, responsabile delle Risorse Umane, la margherita dei profili disponibili per arrivare ad una rosa appetibile di candidati già idonei e selezionati per un eventuale colloquio?
Una volta definiti i criteri di esclusione o inclusione o i parametri che definiscono il mio candidato ideale, potrei, perché no, affidare la mia selezione iniziale a un software, in grado di seguire le tracce online dei miei candidati e di profilarli a ragion veduta anche secondo le loro attitudini e le loro preferenze, e non soltanto i loro profili curricolari.
E se ci fosse, tra i “petali” della margherita, qualche candidato particolarmente avveduto, potrebbe anche essere il caso che il mio software non faccia altro che seguire le briciole di pane che lui stesso ha appositamente seminato, così da farsi trovare per primo e trasformarsi da preda a cacciatore!

Si tratta solo di ipotesi immaginifiche?

Senz’altro no, a prescindere dall’attuale contingenza in cui i robot e l’intelligenza artificiale sono ancora ben lontani dal poter davvero sostituire gli umani nelle loro attività più complesse ed elevate. É solo che molto spesso, nella “malattia” e nelle situazioni di crisi – in questo caso i cambiamenti ipotizzati nel mercato del lavoro – sono già insiti i semi della “cura” e gli indicatori delle soluzioni possibili.

Facile o difficile a farsi?

Senza dubbio difficile. Ed è per questo che la maggior parte delle nostre risorse e del nostro “lavoro” deve andare in una sola direzione: aumentare la creatività, accrescere l’ingegno, favorire la nostra propensione al cambiamento e diminuire il più possibili le criticità del digital divide.
Perché solo chi ha capacità di cambiare, plasmarsi, adattarsi e non smette mai di imparare può cavalcare l’onda dell’innovazione e non farsi travolgere dalla stessa.
 
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
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Dica 33… zetabyte! Big Data e prevenzione delle malattie.

[dropcap3]P[/dropcap3]iù che una mela al giorno, a toglierci d’intorno i tanto temuti medici, sono e saranno sempre di più i dati clinici a farlo, a patto che siano analizzati, trattati e utilizzati in chiave predittiva e in piena “scienza e coscienza”, come si dice. Le novità in ambito clinico e medico – le stiamo vedendo più o meno tutti – sono infatti ormai quasi quotidiane, a partire da una coppia dirompente: l’aumento della vita media e l’evoluzione tecnologica.
E sembra proprio che a questi Dati sia data oggi – scusate il gioco di parole – la chances di migliorare la qualità della nostra esistenza, e non solo di allungarne la durata, a partire da invenzioni e applicazioni che ci accompagnano e accompagneranno istante dopo istante, fedeli come veri e propri angeli custodi della nostra salute.
Ne proponiamo una rapida panoramica a partire da uno studio proposto nell’articolo Digital Health: i 10 trend del 2016.
A farla da padrone in questo nuovo orizzonte è il paradigma della prevenzione, grazie allo “sviluppo di nuove pratiche e nuovi processi e di conseguenza di nuove e utili soluzioni di digital health che faranno parte del continuum terapeutico”.
Altra parola parole chiave del prossimo futuro in ambito clinico e medico è sempre lei, l’IA (intelligenza artificiale) che declina la prevenzione come leva di riduzione del rischio anche in presenza di fattori critici.
Il monitoraggio in real time delle nostre condizioni di salute, infatti, grazie alle applicazioni d’intelligenza artificiale, sarà in grado di “dialogare” con il nostro corpo e, attraverso sensori, dispositivi, app e nuove tecnologie, di allertare chi di dovere nel caso di dati clinici sospetti.
cuore e IoT
Insomma, il nostro stresso organismo sarà messo in grado di interagire con una vera e propria rete di guardiani della salute composta da cloud, dati e, perché no, dai nostri smartphones, sempre più polivalenti e multifunzionali.
Alcuni esempi già attuali? Eccone uno, legato al cuore, in cui un “software incrocia i dati degli esami del sangue con quelli di una risonanza magnetica che analizza i movimenti del muscolo cardiaco ad ogni battito in 30mila punti diversi”. Ma si parla anche di diagnosi precoce in ambito oncologico, grazie a un “sistema high-tech per la diagnosi precoce del cancro” in cui “gli algoritmi ad alta velocità e l’intelligenza artificiale sono fondamentali per la diagnosi precoce di malattie”.
[bctt tweet=”Uno dei trend più promettenti è legato alla ricerca omica, cioè alle discipline biomolecolari. ” username=”MapsGroup”]
Tutti i sistemi sanitari più avanzati si stanno insomma dirigendo verso un approccio “intelligente” alla salute, grazie anche “ai progressi in settori come la robotica, l’intelligenza artificiale e la scienza comportamentale” e alla loro relazione sempre più stretta con i Big Data. Non solo. Grazie alle attuali sofisticate tecnologie, uno dei trend più promettenti è quello legato alla cosiddetta ricerca “omica”, neologismo che indica un ampio numero di discipline biomolecolari che hanno come oggetto di studio ad esempio il nostro genoma.
Il paziente come individuo, dunque, sembra essere messo la centro di terapie preventive e prescrittive altamente mirate dal punto di vista qualitativo anziché quantitativo, come lo studio Growth Opportunities for Healthcare Big Data—An Analysis of Global Case Studies illustra. “Nei prossimi cinque anni diversi paesi in Europa e nella regione Asia-Pacifico adotteranno modelli di cura che premiano il personale clinico che migliora gli esiti a lungo termine nei pazienti, specialmente per le malattie croniche, piuttosto che il volume delle cure erogate”.
Tutte notizie positive per il presente e il futuro, dunque, almeno in questo ambito.
Come si dice? Chi si curerà vedrà.

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Big Data & C. Sharing Knowledge

6MEMES 2016: the winner is… giro del Blog in punta di Dato.

Iniziamo l’articolo con un breve preambolo. Quando il blog 6MEMES è nato, nell’aprile del 2015, il focus degli argomenti che abbiamo scelto, ovvero Sharing Knowledge e Big Data, sembrava un azzardo, non essendo tematiche frequentate né dai media e tanto meno da un pubblico generalista, ma solo da una platea limitata al settore tecnico di riferimento.
E’ accaduto invece che – inconsapevolmente fedeli a uno dei tag più frequentati dai nostri articoli sull’innovazione, ovvero quello della “predizione” – abbiamo intercettato un trend allora nascente e oggi compiutamente decollato, con molti indizi di una sua elevata possibilità di durata nel tempo. Tant’è che nel frattempo sono stati pubblicati progetti dal passo ben più lungo del nostro, quali ad esempio Ingenium.
E tuttavia, o forse a maggior ragione, il nostro angolo di osservazione resta inimitato e invariato. Fondere tra loro tecnica, arte e cultura, considerandoli non compartimenti stagni, ma vasi comunicanti: questo è il nostro punto di vista distintivo sulle tecnologie innovative, anche se a volte può risultare ellittico.
I risultati – in questi mesi – sono stati con noi: 6MEMES inizia a porsi come una vera e propria comunità di autori e di figure professionali che collaborano a vario titolo nella redazione e pubblicazione delle nostre news e che interpretano a tutto tondo il valore della condivisione della conoscenza.
Abbiamo così deciso – prima di inaugurare una nuova pratica, quella di una rassegna trimestrale dal titolo “Il meglio di 6memes” – di realizzare un report sull’anno appena concluso, muovendoci tra le varie piattaforme social che 6MEMES ha utilizzato per la divulgazione dei propri contenuti e “vedere di nascosto l’effetto che fa”.
Partiamo da Facebook, il social più “generalista”.
Analizzando il numero di utenti raggiunti e le azioni svolte dagli stessi sui post, possiamo senza dubbio dire che hanno riscosso un maggior successo post specializzati, a conferma della capacità da parte di tali argomenti tecnici di relazionarsi in maniera trasversale con temi più squisitamente culturali.
[bctt tweet=”Gli argomenti tecnici si relazionano in maniera trasversale con temi squisitamente culturali.” username=”MapsGroup”]
Non a caso, infatti, il post con il maggior gradimento è stato quello di inaugurazione della rubrica “Data complexity e Big Data Digital Lab”, curata dalla blogger nonché informatica Anna Pompilio, rubrica in cui un argomento decisamente settoriale (le possibili applicazioni di analisi dei Big Data e le conseguenti prospettive per le aziende e la Pubblica Amministrazione), viene raccontato in maniera accessibile e semplice.
Gli altri due post sul podio fanno riferimento ad articoli dove argomenti di cultura e interesse generale si incastrano perfettamente tra loro. Parliamo di un articolo sul monitoraggio del patrimonio artistico nazionale e di uno sulle tecnologie mobile e social nelle pratiche turistiche, entrambi in grado di “mettere a nudo le potenzialità dei Dati, traducendoli nei linguaggi dell’Uomo: Cultura, Natura, Economia, Arte”. Un primato importante, almeno dal punto di vista delle visualizzazioni, ce l’ha infine anche un altro tema tecnico legato agli Open Data, in un articolo a firma della dottoressa Paola Chiesa.

Tale risultato su Facebook giunge forse inaspettato, considerando la natura del social in questione, e tuttavia conferma un interesse di pubblico che, seppur lentamente, si sta interessando sempre più ai nostri temi.

Facebook-Winner-2016
Clicca sull’immagine per ingrandirla!

Addentrandoci ora in un altro social, LinkedIn, di respiro più professionale, ciò che risulta evidente, rispetto ai post sulla pagina Facebook, è che il numero di visualizzazioni è superiore di circa circa 2,5-3 volte, e che gli argomenti premiati si spostano ancor di più verso un pubblico competente e partecipe.
I post più apprezzati sia dal punto di vista delle visualizzazioni che delle condivisioni sono infatti correlati ad articoli che trattano argomenti specifici legati sia ai dati che alla comunicazione, come gli articoli  della rubrica già citata sulla complessità dei dati e un’interessante intervista a Luigi Drei sulla Comunicazione non verbale.

Per quanto riguarda infine Twitter, i temi di maggior successo nell’anno 2016 in termini di engagement riguardano articoli scritti non a caso da due esperti nei rispettivi settori, la dottoressa Paola Chiesa e il Professor Deidda Gagliardo, assieme a un contenuto riguardante la scrittura digitale e a un articolo sulla presenza femminile nell’universo tecnologico.
Cosa aggiungere?
Intanto la nostra gratitudine ai lettori di 6MEMES
, che ci incoraggiano nella prosecuzione della nostra avventura.  E infine la nostra promessa di continuare a monitore l’evoluzione del blog nei prossimi mesi, così da utilizzare a nostra volta i dati (anche se non propriamente Big) per migliorare il blog e diffonderne nel miglior modo possibile, i contenuti.
Al prossimo post!

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Big Data & C. Sharing Knowledge

HETOR, UniSa e Raffaele Gaito: il senso dei dati per la Cultura.

[dropcap3]I[/dropcap3]niziamo il nuovo anno con un articolo che raggruppa in un colpo solo tutti i tag calviniani del nostro progetto editoriale: leggerezza, rapidità, esattezza, molteplicità, coerenza, visibilità. E, per cavalcare l’onda corta delle buone notizie  (perché si sa: le brutte notizie, l’onda, ce l’hanno spesso lunga), parliamo di una bella, anzi bellissima avventura. Non è un caso che si tratti di un tragitto incrociato tra diverse forme di conoscenza e fonti di informazione. E nemmeno che in questa intersezione di saperi ci siano:

[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] il patrimonio culturale ineguagliabile del nostro Paese, in specifico quello della Regione Campania;

[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] un progetto, di nome HETOR, che raccoglie ed elabora Open Data sui Beni Culturali della Regione stessa;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] un gruppo di studenti appassionati che hanno intrapreso un percorso di studi vocato all’innovazione;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] due istituzioni d’eccellenza, il Distretto ad Alta Tecnologia per i Beni Culturali l’Università e UniSa (Università degli Studi di Salerno), attraverso un master in ICT per i Beni Culturali;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] un docente e comunicatore d’eccezione, Raffaele Gaito, che, nelle vesti di data scientist, ha utilizzato la lente d’ingrandimento della comunicazione transmediale per mettere in evidenza i dati di valore presenti nei vari dataset.
Non è un caso, dicevamo, che tale drappello di protagonisti si sia trovato accomunato in quest’avventura, perché le imprese esemplari raccontano in fondo sempre la stessa cosa: come trasformare la realtà in meglio, partendo spesso da situazioni complesse, trascendendole e concretizzandone gli aspetti più salienti.
[bctt tweet=”Le imprese esemplari raccontano sempre la stessa avventura: come trasformare la realtà in meglio.” username=”MapsGroup”]
E così, attraverso la molteplicità dei dati raccolti e la loro messa alla prova, attraverso strumenti di rapida e coerente elaborazione, sono state rese visibili informazioni preziose sulle ricchezze turistiche ed eno-gastronomiche di un territorio culturalmente assai più florido di quanto sia attualmente percepibile.

Entriamo ora nel dettaglio del progetto.

Un numero per tutti: sono ben 11.060 i dataset utilizzati dal progetto HETOR che raccoglie dati provenienti da ISTAT, MIBACT, MIUR e Regione Campania. Ciascuno di questi – da solo o intrecciato con altri – è potenzialmente in grado di dare informazioni sia sul territorio che i suo residenti, turisti e beni architettonici, paesaggistici ed eno-gastronomici. Ma occorrono, per farlo, una serie di condizioni non semplici da realizzare.
E qui torniamo alla nostra avventura, e più in specifico al Master UniSA in ICT per i Beni Culturali cui hanno partecipato ragazzi con una formazione umanistica (beni culturali, nel 90% dei casi) e a cui è stato illustrato come la tecnologia (in senso lato) poteva essere di supporto alla loro attività di promozione culturale.

In primo luogo attraverso una traduzione dei dati presenti, in secondo luogo grazie alla loro “conversione” in contenuti dai differenti formati. Il tutto mostrato e pubblicato nella pagina Facebook  e nel blog dedicato.
In uno degli ultimi moduli del Master, infatti, Raffaele Gaito e la sua classe hanno utilizzato tali piattaforme di HETOR quasi  in un gioco di prestigio, rendendo accessibili a tutti – in primo luogo agli stessi studenti – dati e informazioni altrimenti impossibili da leggere, perché formulate per addetti ai lavori ed espresse in un linguaggio tipicamente “nerd”.
Gli studenti, infine, guidati dal loro prof.,  hanno messo mano e sguardo nella strategia comunicativa del progetto con una finalità: mettere in primo piano le “gemme” di sapere rintracciate da Hetor e diffonderne il valore attraverso contenuti in grado di intercettare anche i palati più esigenti, così come quelli più distratti.
Il tutto in un itinerario di “dati” che va dal numero di fortezze longobarde presenti nella Regione Campania ai nomi dei pregiati vini del territorio, dai suggestivi Teatri e Anfiteatri all’aperto della regione agli inebrianti sapori del Cilento, “raccontati” in forma di post, gif, immagini, quiz e quant’altro…

FB Hetor

Ascoltiamo ora il racconto di quest’avventura dalla voce di Raffaele Gaito:

“Il mio ruolo all’interno del corso di studi è stato quello di far capire loro come poter dare una nuova linfa a quei dati utilizzando gli strumenti giusti e, soprattutto, i formati giusti. In pratica abbiamo preso in gestione una pagina Facebook e un blog collegati al Master che già esistevano (ma venivano utilizzati male) e li abbiamo rivoltati come un calzino.
Come? Innanzitutto verificando insieme day-by-day come questi strumenti potessero essere di supporto alla loro attività, soprattutto da due punti di vista: riutilizzo e diffusione degli open data.

Per farlo abbiamo utilizzato dati che non erano altro che righe dentro database e li abbiamo trasformati in immagini, in quiz, in gif, in post su WordPress e tanto altro, rivisitando i vari gli aspetti comunicativi esistenti (logo, cover, descrizione, etc) e lavorando sui contenuti.
I risultati sono stati sorprendenti: abbiamo preso una pagina con una trentina di like e un paio di post “morti” 🙂 e l’abbiamo portata (in maniera organica) a quasi 600 like in qualche settimana, facendo un lavoro di content marketing da manuale, strutturato in vari media a seconda del contesto: quiz per fidelizzare i visitatori più difficili da interessare, immagini evocative per suscitare emozione e interesse, gif animate per intrattenere il nostro pubblico.
Nessun numero clamoroso, forse, ma per un argomento così di nicchia (i beni culturali attraverso gli Open Data in Campania) è una bella soddisfazione, tenendo conto di come le immagini vengono condivise, commentate, etc: c’è un tasso di engagement dei nostri utenti davvero entusiasmante.”

 
Progetto Hetor
E con questa testimonianza diretta la nostra storia finisce – o inizia – qui
.
In un’epoca in cui la cosiddetta tecnologia avanza alla velocità della luce è ormai evidente che solo uno sguardo competente e multidisciplinare è in grado di intercettarne e soprattutto governarne il potenziale.
Gli ingredienti ci sono tutti, e risultati pure, come dimostra l’avventura che abbiamo raccontato e che rappresenta in maniera esemplare quello che deve, o dovrebbe, essere il senso dell’innovazione: comprendere il mondo in cui viviamo, trovare un orizzonte in cui crescere, svelarne i confini e percorrerne le nuove rotte tracciate. Dato molto più sociale e culturale che matematico-numerico, direte? Ebbene sì 🙂 Un grazie speciale a Hetor, a Raffaele e alla sua classe da tutti noi di 6MEMES.

Se volete saperne di più, ecco il video ufficiale del progetto. Buona visione!

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Medicina & Narrazione Sharing Knowledge White Paper

I Quaderni Di 6memes: Il Senso della Cura: coordinate storiche e culturali del concetto di malattia.

[dropcap3]N[/dropcap3]on sempre – e non dappertutto – il concetto tutto umano di malattia, così come quello di cura, ha avuto uguale genesi né seguito la medesima filosofia interpretativa, e nemmeno ha individuato le stesse patologie.
Se vogliamo dirla tutta, certe malattie, in alcune culture, sono state considerate addirittura come segno di una manifestazione divina o comunque spirituale, e dunque non necessariamente negative. C’è stato inoltre, e agli antipodi, l’esempio di Sparta, in cui chi non era in perfette condizioni fisiche o mentali faceva un salto giù dalla rupe…
Senza andare oltre nel citare quelli che sono per un certo verso luoghi comuni, è infine evidente come la “malattia”, in ognuno dei suoi molteplici sensi, è una prova cui ciascun singolo e ogni collettività sono prima o poi sottoposti, con l’avvento di patologie sempre nuove e, a volte, fatali o comunque pandemiche. Tanto vale affrontare tali prove con alcune conoscenze in più in questa materia, confidando – se possibile – di mantenere l’esperienza solamente a livello “virtuale”. 🙂
Procediamo quindi in un breve, ma interessante viaggio nel tema della malattia e della salute, gettando lo sguardo oltre i confini della nostra cultura e verso i molteplici approcci alle cure, anche quelle che ci prospettano le nuove incombenti tecnologie.
[highlight]Indice dei contenuti:[/highlight]
 
0.1    Premessa
0.2   L’influenza delle malattie nella storia dell’Uomo.
0.3   Le cure del corpo: tradizionali, alternative e naturali.
0.4   Le cure della mente: diagnosi e terapie organiche e funzionali.
0.5   Epidemie, pandemie e zoonosi.
0.6   Conclusione.
0.7   Sitografia.

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Sharing Knowledge

Anche in Italia è sorto il S.O.L.E.! Grazie a Riccardo Lodi e alla partecipazione di tanti!

[dropcap3]I[/dropcap3]niziamo questo articolo-intervista con alcune domande. Prima di tutto: come ha inizio un processo di apprendimento? E poi: quali sono le informazioni fondanti per la crescita e lo sviluppo di un bambino che dovrà misurarsi con un mondo i cui sviluppi sono ad oggi del tutto sconosciuti?
Non sono domande da poco, eppure sono soltanto alcuni dei quesiti cui ha cercato di dare una risposta concreta la nuova avventura di Riccardo Lodi che – con il contributo di alcuni sponsor, Maps Group di Parma, Comeser di Fidenza ed Esselunga – ha dato il via all’edizione made in Italy di un progetto che nel mondo non ha confini.
Per raccontare tutta la vicenda – prima di chiedere direttamente lumi al promotore di questa bella iniziativa – dobbiamo andare indietro nella storia del prof. Sugata Mitra (oggi docente di tecnologie didattiche presso l’Università di Newcastle), che, già nel 1999, decise assieme ad alcuni colleghi di portare un raggio di luce in una baraccopoli urbana a New Delhi, facendo letteralmente breccia in un muro, installandovi un PC collegato a Internet e lasciando tutto lì, con una telecamera nascosta a osservare quello che sarebbe accaduto.
Il risultato andò oltre ogni aspettativa: i bimbi iniziarono a utilizzare il computer per giocare, fare domande, interfacciarsi con il mondo e, in questo processo libero e autogestito, impararono non solo ad utilizzare lo strumento, ma si insegnarono l’un l’altro come fare. Il tutto in assenza di una qualsiasi vigilanza, docenza e tanto meno metodo di studio, in una “corsa” alla conoscenza spinta da un solo carburante: la curiosità.
Tale approccio, in seguito, è stato definito non a caso dal prof. Mitra come “educazione minimamente invasiva”.
La sua iniziativa, sperimentata per 14 anni e chiamata appunto S.O.L.E. (Self Organized Learning Environments), gli è valsa il Premio TED Prize nel 2013 con annessa l’assegnazione di 1 milione di dollari. Tale finanziamento è stato destinato a sostenere un progetto globale in grado di dar vita a una tipologia di scuola capace, grazie al cloud, di abbattere le barriere economico-logistiche-culturali in ogni dove, e di far crescere nei bambini la voglia di conoscenza alimentando nel frattempo il loro senso critico. Competenza, oggi, indispensabile.
Il progetto, da allora, di strada ne ha fatta tanta, sino a comprendere  una ventina di “presidi” negli USA, in Inghilterra, in Australia, in Messico, in Spagna, in Grecia, in Corea del Sud, in India in Africa, in Colombia e in Nuova Zelanda. La scuola inoltre, grazie alla sua piattaforma online, permette a chiunque lo desideri di impostare progetti simili in qualsiasi territorio.
[bctt tweet=”S.O.L.E.: un giorno, grazie a Riccardo Lodi, la “scuola nel cloud” è arrivata anche da noi.” username=”MapsGroup”]
In questo giro del mondo, un giorno, grazie a Riccardo, la “scuola nel cloud” è arrivata anche da noi. Approfittiamo quindi della sua disponibilità per sapere come, quando e perché, e soprattutto quali saranno le prossime mosse.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Ciao Riccardo. Grazie intanto per l’intervista e soprattutto complimenti per il tuo progetto. Siamo curiosi: come sei venuto a conoscenza di questa iniziativa?

Tutto nasce, come spesso accade, da un fatto personale. Avendo due figli in età scolare cercavo spunti per stimolarli ed essergli d’aiuto nella loro crescita.
Curiosando sulla piattaforma TED – che consiglio a tutti di esplorare – mi sono imbattuto nella conferenza di presentazione del progetto S.O.L.E.
Subito mi ha colpito la “semplice” genialità di un progetto che prevede l’uso di strumenti per noi ormai quotidiani eppure spesso connotati negativamente (a volte addirittura demonizzati), oppure, al contrario, considerati in se stessi risolutivi per criticità le più disparate, quando in realtà si tratta di strumenti che vanno sì utilizzati appieno per le immense possibilità che conferiscono a chi li utilizza, ma anche gestiti e governati con spirito critico e buon senso, a causa dei rischi di vario tipo che il loro utilizzo improprio può comportare.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Cosa ti ha mosso nella tua decisione di “importare” il progetto in Italia?

Come dicevo all’inizio, il progetto mi ha appassionato fin da subito. Nel tentativo di approfondirne la conoscenza e ricercando contatti in Italia che potessero darmi più informazioni, mi sono accorto che, nel nostro paese, non c’era nulla di simile nel nostro paese. A questo punto la mia esperienza professionale è entrata in campo, accendendo – come si dice – una lampadina. Occupandomi infatti da tanti anni di dipendenze di vario tipo, sono consapevole del fatto che il miglior modo per aiutare i giovani a utilizzare il computer, il web e tutto l’ecosistema digitale senza diventarne vittime (come purtroppo invece accade) è innanzitutto quello di conoscerlo e comprenderlo, così da padroneggiarlo anziché subirlo.
Una volta messe insieme queste due informazioni – l’esistenza del progetto SOLE e la mia consapevolezza sui rischi-opportunità per i giovani riguardo alle tecnologie online – mi sono messo in contatto con il dipartimento dell’Università di Newcastle che si occupa direttamente del progetto, così da avere maggiori informazioni e qualche suggerimento.
Nell’approfondire quindi ulteriormente queste tematiche mi sono reso conto di come possano essere del tutto complementari agli attuali percorsi scolastici in atto nel nostro paese.
A tal proposito, vorrei citare Rosetta Zan (Dipartimento di Matematica, Università di Pisa) che, in un suo testo riguardante l’insegnamento della matematica, ma applicabile a mio parere a tutte le scienze, afferma: “In un esercizio dato, l’errore è semplicemente l’indicatore di un fallimento, la prova di aver fatto qualcosa che non andava. (…) Affrontando un problema più complesso, invece, si prova una situazione nuova, senza una procedura da seguire. Così l’errore è messo nel conto, e se da un lato è percepito come inevitabile, dall’altro si pensa già a come superarlo. Questo assegna responsabilità ai ragazzi e li prepara alle sfide della vita”.
In questo preciso punto si inserisce il cuore del progetto SOLE, in cui esemplari non sono solo l’apprendimento lineare e in qualche modo istituzionalizzato della realtà, ma anche l’esperienza diretta e perfino l’errore.
Vorrei inoltre ricordare il progetto “Benchmarks for Scientific Literacy” della A.A.A.S. (American Association for the Advancement of Science), che, già nel 2013, metteva a fuoco come il processo di apprendimento nei bambini, specie in ambito scientifico, si sviluppi fin dai primi anni di scuola, mettendo le basi per le competenze e abilità necessarie, nel tempo, a gestire spiegazioni più complesse, suggerendo che l’educazione scientifica, inizialmente, dovrebbe concentrarsi nell’acquisire esperienza diretta dei fenomeni naturali e sociali, cimentandovisi in prima persona.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Come hai messo in pratica questi spunti e linee guida? Quali sono i risultati raggiunti di mano in mano?

L’esperienza iniziale, anche in questo caso, l’ho fatta in prima persona, grazie alla spinta di alcuni amici che, visto il mio entusiasmo, mi hanno stimolato a mettermi in gioco. Il primo laboratorio quindi l’ho realizzato con i miei due figli, che allora avevano 7 e 10 anni, e altri due bambini, immolati alla causa dai rispettivi genitori :-).
Nell’autunno del 2014 ho proseguito nell’avventura sistemando i bimbi in casa mia per un’ora alla settimana.
All’inizio chi ha avuto maggiori difficoltà sono stato proprio io: non capivo come pormi nei vari momenti dedicati alla ricerca, non riuscivo cioè a comprendere come fare per affiancarli, ma, nello stesso tempo, lasciare a loro l’autonomia e responsabilità della ricerca.
Ho chiesto così aiuto ai gestori della piattaforma S.O.L.E., ho migliorato il mio approccio, e, nel frattempo, ho ricevuto l’offerta di aiuto di una nonna americana che, all’interno del progetto Granny cloud, era disposta a collegarsi con noi ad ogni sessione per essere da stimolo ai bambini. L’arrivo di Kitty (questo è il suo nome) ha dato un notevole valore aggiunto alle mie sperimentazioni: utilizzando il cosiddetto metodo “wow” riusciva a coinvolgere tantissimo i bambini.
Le cose da lì in poi sono andate talmente bene che la sperimentazione è durata sino alla fine dell’anno scolastico, motivando i bambini a fare ricerche su argomenti che difficilmente vengono toccati nei percorsi scolastici tradizionali in quanto considerati troppo elevati per la loro età. Grazie poi all’interazione con Kitty, nello “zaino” della scuola nel cloud si è infilata anche la lingua inglese 🙂
Così anche l’anno seguente (2015/2016), e sempre a casa mia, ho proseguito l’avventura con 8 bambini che hanno partecipato alle sessioni (ottobre/maggio) tutti i venerdì dalle 18.30 alle 19.30… E sottolineo il giorno e l’ora perché credo siano paradigmatici dell’entusiasmo dei bambini, trattandosi di un’ora tarda a fine settimana, dopo ben cinque giorni di scuola.
Quest’anno infine, grazie a don Francesco, parroco di Fognano (Parma) ho avuto la possibilità di utilizzare una stanza della parrocchia. Al suo aiuto si è aggiunto quello di alcuni sponsor grazie ho potuto allestire un ambiente adatto a portare avanti le sessioni con più di 10 bambini. A ottobre sono diventati poi 13, ed ora siamo in 20… L’aula è diventata un po’ stretta e tuttavia – contro ogni mia previsione, lo ammetto – nessuno “molla”! Anzi: qualcuno si lamenta pure, quando, per motivi di lavoro improcrastinabili, devo annullare una sessione.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]  Beh, questi sono risultati davvero positivi! Vista la riuscita del progetto, quindi, in quale modo pensi di proseguire questa avventura?

In questi due anni e mezzo di sperimentazione ho consolidato alcune convinzioni e metodologie, mentre ne ho modificate altre.
Prima di tutto mi sono reso conto che questo progetto può integrarsi perfettamente nel percorso scolastico durante tutta la scuola dell’obbligo e anche oltre, cosa che dà la possibilità al progetto di essere messo in pratica senza creare né sovrapposizione educativa né affaticamento nei bambini interessati a seguirlo. Negli ultimi due anni, infatti, ho portato avanti alcune sessioni in due diverse scuole della provincia di Parma, e devo dire che ogni volta la risposta dei bambini è stata sorprendente.
È però importantissima la fascia d’età, individuabile tra gli otto e i tredici anni: in questa fase, infatti, i bambini sfruttano ancora la loro innata curiosità e possono innamorarsi del “Sapere”.
Una modifica importante che ho apportato al progetto è stata poi quella di coinvolgere esperti in varie materie che potessero porre ai bambini le domande giuste, così da essere loro di maggior stimolo rispetto al sottoscritto, che è sì dotato di molto entusiasmo, ma non certo non ha tutte le competenze necessarie al progetto.
Ad oggi la sperimentazione con gli esperti coinvolti (che ho riunito in un gruppo di cosiddetti “amici di SOLE Italia”), ha dato ottimi frutti: abbiamo portato avanti sessioni con un’esperta di matematica, una Psichiatra, una ricercatrice in medicina, e, se tutto andrà come spero, quest’anno dovrei riuscire a coinvolgere un paio di grandi nomi del mondo della Medicina e dell’Economia, oltre ad avere la disponibilità di una Chimica e di un Geologo.
Giunto a questo punto la meta ideale che vorrei prefiggermi è quella di un modulo progettuale dedicato al dopo-scuola, che permetta ai bambini di fare non solo i compiti assegnati, ma, in accordo con gli insegnanti, faccia anche scoprire loro il lato più spontaneo e entusiasmante legato all’apprendimento in sé, stimolandoli nella loro naturale, fecondissima curiosità.
Questo modulo potrebbe comprendere anche l’organizzazione di sessioni ad hoc su richiesta delle scuole, per integrare alcune materie scolastiche e ampliare le conoscenze dei bambini/ragazzi.
Uno dei fari che tengo sempre presente nel proseguire nel mio cammino progettuale è una lettera che Albert Einstein (tanto vale puntare in alto!) inviò a una bambina poco prima di morire.
Eravamo nel 1955, quando scrisse: “La cosa importante è non fermarsi mai di porre domande. La curiosità ha in sé la propria ragione di esistere. Non si può che non essere travolti dalla meraviglia contemplando i misteri del tempo, della vita, della meravigliosa struttura della realtà. E’ sufficiente se uno cerca semplicemente di comprendere un poco di questo mistero ogni giorno. Non smettere mai di meravigliarti”.

Questo punto di vista è il mio intento, la mia speranza e il mio obiettivo insieme!
Che altro aggiungere da parte nostra? Anche 6Memes è nato innanzitutto per porsi delle domande, ancora prima di avere le risposte. Perché ogni nuova scoperta parte da qui. Il nostro più grande augurio, quindi, di continuare a trovare e ispirare tanti, tantissimi interrogativi!

[sf_iconbox image=”fa-envelope” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
Per informazioni sull’iniziativa:
Riccardo Lodi, Parma. Email: lodiric@libero.it.
[/sf_iconbox]

 

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Big Data & C. Chi trova un dato trova un tesoro White Paper

I Quaderni Di 6memes: dal digitale alla datizzazione del mondo.

[dropcap3]C[/dropcap3]osa sono i Big Data? A cosa servono? Come si raccolgono e come si utilizzano?
Queste alcune delle domande cui cercheremo di dare una risposta alla maniera di 6Memes, facendo cioè parlare tra loro “linguaggi” e punti di vista diversi.
Perché se fino a qualche anno fa parlare di Big Data voleva dire farlo con pochi interlocutori interessati, oggi il tema si affaccia sempre più spesso nell’orizzonte delle conversazioni, aprendo anche a noi comuni mortali finestre d’interesse verso parole quali Big Data, Open Data, Big Data Analytics etc.
Non c’è nulla, oggi, di più complesso e articolato del quantitativo di informazioni, dati e numeri che la nostra società produce ogni istante in tutto il pianeta a partire dal fenomeno della digitalizzazione, che genera una vera e propria esplosione di dati in tutti i settori della nostra società, nessuno escluso.
Ne parliamo insieme in questo EBook made in 6MEMES.
[highlight]Indice dei contenuti:[/highlight]
 
0.1    Introduzione.
0.2   Premessa: cosa sono i Big Data?
0.3   Dal digitale alla datizzazione del mondo.
0.4   Fonte e origine dei dati: Data Mining, Data Driven, Open Data.
0.5   Dati che parlano tra loro… e a volte anche con noi.
0.6   Una palla di vetro al posto di montagne di Dati.
0.7   Conclusioni.
0.8   Sitografia.

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